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Mi sono intossicata, sapete perché?

Perché delle belle teste pensanti (e lo dico senza ironia) mi hanno spiegato che Sanremo era da seguire, per capire come cambiava l’Italia. Io finora me ne fregavo, come me ne sono fregata, dopo un certo numero di traslochi, di installare l’antenna alla televisione: non capivo come la gente se ne potesse vantare, di non vedere la TV o Sanremo. A me capita e basta, ci ho Netflix, chemmenefo’.

No, ma da due anni circa rappresenta davvero certi fermenti del paese, mi è stato detto, ed è vero. Ho visto cantanti molto giovani che mi hanno fatto pensare: vabbè, prima o poi il mondo che rappresentano prenderà il sopravvento, è un fatto anagrafico.

Ma è anche vero che sono anni che non mi esponevo a tanta merda gratuita per tante ore di fila. Qui a Barcellona non ne ho bisogno, non è il paradiso ma cazzo, le ragazze trans possono sfilare all’improvviso davanti al comune: quella strana sono io che le sgamo a manifestare mentre torno dal supermercato, e le seguo col mio bel pacco di pasta Garofalo, additato a vista.

In Italia una ragazza trans è corsa dalla psicologa dopo che l’hanno salutata imitando Zalone, che per me può anche campare, ma non dovrebbe essere in grado (come nessun altro, d’altronde), di fare un monologo qualunquista e decisamente cringe, come hanno commentato tutti “martoriando la lingua italiana”. Un monologo che come Pilato finge di prendere le parti del mondo trans, rappresentato come un brasiliano (al maschile, ovviamente) che si deve fare la ceretta e verrà salvato da un principe azzurro. Questa narrativa non bastava infliggerla a noi donne terrone, disoccupate nel 50% dei casi? Facesse almeno ridere. Ma si sa, è che non capiamo certe sottigliezze, o siamo snob a pretendere rispetto, a ricordare che satira è attaccare chi non rispetta, invece di chi non è rispettato.

Senza contare le esegesi che mi stanno facendo, da Repubblica al mio Facebook, di questo tipo di comicità. Grazie, eh: a saperlo mi prendevo un’altra laurea in lettere, mannaggia a me che non ci arrivo.

Sul serio, da ragazzina non ero trans, avevo dei semplici momenti di autolesionismo, e adesso sono sensibile all’esposizione a tonnellate di merda che non mi sono utili, né mi divertono.

E ho avuto questa sensazione da quando sono tornata in Italia mesi fa, e non ricordavo più perché agli eventi formali avessero tutte i tacchi (niente di male, è che davvero me ne sfuggiva la ragione!), o perché la rabbia in Italia fosse un problema, e il richiamo al “dialogo” di chi non ha motivi per arrabbiarsi il nuovo tone policing. Io sono italiana come sono abbonata alla metro di Barcellona: una caratteristica tra tante. Sono europea, da molti anni. Sono parte di una fortezza di merda che lascia morire la gente senza problemi, e questo è atroce perché i diritti, sulla carta, ci sono.

Quali diritti? Quello di non farsi deridere con la scusa che “Ti sto aiutando, sei tu che non mi capisci”. Questo insulto all’intelligenza, in Europa non dico che non sia possibile, ma non la passerebbe altrettanto liscia.

E abbraccio le ragazze che in Italia ci sono rimaste, che “vedono segni di miglioramento”: che altro possono fare? I segni ci sono e bisogna aggrapparsi a quelli con tutte le forze, se no immagino che si impazzisce.

Dico solo una cosa: la rabbia non è il problema. Il problema è la società bigotta e benaltrista che questa rabbia la provoca.

Smettiamola di guardare il dito, di fingere che la satira sia sparare su chi ha meno diritti di te, e incazziamoci, perdio.

Chi semina miseria, raccoglie rabbia: questo l’ho imparato a Barcellona, e non lo dimenticherò mai.

(2012, gente)

La vita è fatta di priorità, e ieri c’era la polenta.

Quella che “la ragazza della porta accanto” (letteralmente) avrebbe preparato per me e l’altro inquilino, con del sugo fatto di fiocchi di soia macerati e ripassati con un soffritto di carote insieme a tofu, salsa di pomodoro e un gocc… vabbe’, con del ragù vegano, gente: così facciamo prima, e le vostre coronarie reggeranno, ve lo assicuro. Un’alunna ha ordinato davanti a me una pizza all’ananas, e sono qui a raccontarlo.

Il mio sugo preferito è quello d’avena, ma questa fanciulla che manco è veg mi ha umiliata prima con un trionfo di bontà, e poi con una telefonata in giapponese perfetto in cui diceva al quarto convitato di rimettersi presto, e alla prossima. Roba che io, dopo un anno di Duolingo, ho capito solo “ciao” e la sua presentazione.

Dopo, mentre la povera chef scappava al lavoro, ho avuto modo di parlare finalmente con l’inquilino fantasma: l’uomo che come unico segno della sua presenza aveva la bicicletta in corridoio, e che mi mandava messaggi tipo “Scusa se non ti ho riconosciuta in ascensore, ero sbronzo!”, al che dovevo rassicurarlo: “Tranquillo, non ero io”.

Adesso ho scoperto tante cose: prima di tutto, che riesce a scolarsi la vodka che io uso, letteralmente, solo per i brufoli; poi, che assumere la menzionata vodka per via orale mi ubriaca all’istante in qualsiasi posologia (ok, era un’unghia, e non è proprio una novità); infine, che lui aveva deciso di affittare l’appartamento nello spazio di due ore perché si era separato da poco, dopo una relazione ultradecennale. Quindi non è che beveva solo perché era scozzese!

Tanti mesi a vederci doppio in ascensore (lui) e a rimuginare da sola su rinunce importanti (io), e non abbiamo mai bussato l’uno alla porta dell’altra.

Insomma, questo e altro è successo ieri nella nostra umile dimora (roba che manco Amélie), quindi non mi dispiace troppo di essermi persa il vermut letterario con Bel Olid, autrice tra le altre cose di Follem?, che in catalano un po’ bastardo vuol dire “Scopiamo?”.

Un libro sul piacere e il modo in cui ci viene “insegnato”. Perché sì, viene insegnato, e più per omissioni che in lezioni vere e proprie, purtroppo. E l’autrice, che guardava sia le tette della prof. di matematica che il culo del prof. di educazione fisica (sic) ha avuto più problemi nella vita delle persone cis etero (tipo me), ma anche più possibilità di “uscire dal copione”: quello degli amplessi televisivi, spesso etero, coincidenti col coito, e sfocianti in un improbabilissimo orgasmo simultaneo, sperimentato nel giro di qualche secondo. A.I. di Spielberg è stato stroncato per molto meno!

Insomma, di libri come il suo ne ho letti un po’, da queste parti. Ma mi piace la freschezza con cui dipinge certe situazioni, e soprattutto la libertà che sente nell’inventarsi il piacere. Che per lei è, prima di tutto, “uno scambio”. Di pelle, o anche di messaggi a distanza.

Vi estrapolo e adatto un po’ le frasi più interessanti lette finora, così intanto digerisco la polenta (e la vodka!).

Tutti gli studi indicano che la maggioranza di persone fornite di clitoride arrivano all’orgasmo con pratiche diverse dal coito, e che di solito implicano un contatto col glande della clitoride. Il cosiddetto orgasmo vaginale è in realtà un orgasmo clitorideo, in cui si stimolano altre parti non visibili (ma molto presenti) della clitoride.

Il nostro desiderio viene penalizzato senz’ombra di dubbio da quello che crediamo dovremmo desiderare.

Noi persone dotate di vulva, cresciute per essere donne, siccome possiamo riprodurci senza provare desiderio, siamo state le grandi escluse dal parco d’attrazioni che è la sessualità ricreativa.

L’omosessualità viene presentata come accettabile solo nella misura in cui si accettano le altre norme: monogamia e volontà di “formare una famiglia”.

Ogni volta che vai in strada con una persona con cui hai una relazione sessoaffettiva e hai voglia di baciarla, devi decidere se è un ambiente sicuro o meno, perché finché non la baci ti protegge (o ti opprime in parti uguali) la presunzione di eterosessualità.

Se fossi arrivata ai quindici anni con una relazione sessoaffettiva ragionevole, non avrei dovuto chiedermi niente quando mi sono sentita attratta da persone del mio stesso genere, né avrei confuso per tanto tempo l’attrazione sessuale con l’interesse amichevole.

Tutta la società dà per scontato che in un certo momento della vita sentirai desiderio, e sarà per persone dell'”altro” genere (con cui, peraltro, non è previsto che coltivi amicizie profonde).

Come donna cis posso portare i capelli corti o non truccarmi senza nessuna discriminazione evidente, però invece donne trans che decidono di non portare i capelli lunghi e non truccarsi hanno molte più difficoltà a essere riconosciute come donne.

Moltissime persone sperimentano desiderio per persone di diversi generi in momenti diversi della loro vita.

La conquista dei diritti non è stata ottenuta per tutti gli individui del collettivo LGBTQI+. Le lesbiche migranti che non hanno la documentazione che esige lo stato, non hanno questo diritto [quello al matrimonio] garantito.

[C’è l’idea che] sia sesso “vero” solo se c’è un coito, e basta che ci sia un coito perché sia sesso.

In questa visione pneumatica del sesso, tutto inizia quando c’è un pene in erezione, e tutto finisce quando finisce l’erezione. Se la deflazione è perché il proprietario cis del pene ha avuto un orgasmo, si considera un rapporto sessuale pieno. Se è per altri motivi, si considera un rapporto sessuale fallito.

Credo che non arriverò a vedere il mondo che vorrei […]. Sarebbe un mondo in cui non sarebbe necessario uscire dall’armadio, perché non ci ficcherebbero proprio lì, quando nasciamo.