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Costruiamo reti non per imprigionare, ma per unirci

Ho inseguito a lungo la normalità. Mi sembrava molto esotica.

Ma lei, che ve lo dico a fare, è stata sempre più veloce di me.

Eppure. In un articolo in spagnolo ho letto che, ad appoggiarci e sostenerci durante la quarantena, sono stati in buona misura i rapporti informali. Le famiglie allargate, o quelle che ci scegliamo in età adulta, o le persone che secondo una visione rigida della società non dovremmo neanche frequentare, come un ex o il mendicante sotto casa. Alcuni di questi “alleati atipici” sono accorsi in caso di necessità a darci sostegno o… “portarci la medicina”, come facevano in Napoli milionaria in una nottata ben più difficile da passare.

Com’è possibile? Breve storia triste: un maestro buddista ordinò ai discepoli di legare il gattino del convento durante l’ora di meditazione, perché il micio, con la sua esuberanza, disturbava i monaci. Quella norma proseguì per inerzia anche quando il felino era ormai vecchiotto e poco propenso a muoversi troppo. Intanto morì il maestro, ma il suo sostituto continuò a legare la bestiola, per consuetudine: finché non morì anche il gatto, e il nuovo maestro, per tradizione, mandò a procurarne “un altro da legare”.

Le norme seguono dunque una logica loro, magari imperfetta (#freemicetto), per risolvere una serie di problemi, o presunti tali: poi, però, sopravvivono spesso anche a questi ultimi.

Eppure. È sufficiente mettersi in contesti diversi da quello in cui si è nati per scoprire che le regole sono relative, che altrove ne vigono altre, magari considerate altrettanto assolute. E noi le trasgrediamo, sempre di più e di continuo. Perché ci rendiamo conto che la logica che le ha fatte nascere non sempre sussiste ancora. Il rischio uguale e contrario è fingere che tale logica sia sparita del tutto: così, l’economia informale che tende a mettersi in tasca il diritto del lavoro diventa spesso un nuovo pretesto di sfruttamento, o il poliamore si trasforma a volte nell’opportunità di avere un harem senza accollarsene anche gli oneri (come accade a uomini contrari alla monogamia, ma non al maschilismo). 

Io, nei rivolgimenti degli ultimi mesi, mi sono ritrovata il compagno di quarantena con l’esigenza di cambiare aria, e l’ex con quella di trovare un posto in cui attendere gli esiti della precarietà lavorativa da covid. Così adesso incontro il primo all’esterno, in occasioni ben più amene di una convivenza forzata, e mi ritrovo il secondo a dividere la spesa e gli spazi comuni di casa mia.

Ha un senso, tutto questo? A me sembra di sì. Ciascuno ha seguito i suoi bisogni secondo le sue capacità, e ha condiviso le sue risorse: io una stanzetta libera, il fidanzato l’amore per gli spazi aperti (che con la quarantena io avevo messo da parte) e l’ex la capacità di pulire casa prima ancora che io mi renda conto che sia sporca!

Confesso che continuo a desiderare una stabilità molto più convenzionale e noiosa di questa, ma intanto non abbiamo idea delle proporzioni della crisi economica che potrebbe aspettarci a settembre, i cui prodromi agiscono già ora. Non sappiamo neanche se una nuova quarantena possa costringerci di nuovo tutti a casa.

Così navighiamo a vista, seguiamo nuovi fili e nuove logiche: lo facciamo con lo scoraggiamento di chi deve iniziare daccapo una volta di più, e con la fiducia nel fatto che, in caso, saremo ancora tutti lì, pronti ad aiutarci.

L’unica norma da ribadire fino allo sfinimento resta sempre questa: ci salveremo solo insieme.

 

(Dell’amore non si butta niente.)

 

 

 

cravattaE allora, perché pensi che io e te, così intelligenti, siamo single, Maria? Perché gli uomini vogliono delle bamboline stupide che li facciano sentire forti.

E, ancora peggio: perché non ho la ragazza, Maria? Perché le donne badano troppo ai soldi.

Non siamo mai noi, o non è mai quel misto tra circostanze esterne e responsabilità personale a farci fare determinate scelte di vita. È questa società marcia ai cui standard ci rifiutiamo di adeguarci.

Peccato che nel “rifiutarci” di fare qualcosa la stiamo affermando, la stiamo riconoscendo come legittima.

Che il vero modo di rifiutarsi sia ammettere che ce la portiamo dentro, la legge che vogliamo infrangere, che è una delle prime cose che abbiamo imparato, e che a dedicare la nostra vita ad andarle contro la stiamo esattamente legittimando, trasformandoci nell’eccezione che conferma la regola.

E, soprattutto, rischiando di fare la fine da cui scappiamo: quante di quelle che non sanno truccarsi, che criticano le loro simili che hanno deciso di imparare, che si beano della loro cerebralità, finiranno col primo stronzo che le riempia di complimenti, rinunciando volentieri alla carriera per sfornargli quei cinque pargoli che fino a un anno fa “mai nella vita”?

E quanti giovani uomini insicuri, di quelli che ahimé piacciono spesso anche a me, anarchici e “incapaci di avere una storia seria perché il mondo è labile rob’ cos'”, finiranno con una maniaca di Hello Kitty che per il primo meseversario li porti all’acquapark con Groupon?

E se era quello che in realtà volessero, bene. Il guaio è passare da un estremo all’altro, dalla negazione delle regole alla loro accettazione totale, solo perché, per paura o insicurezza, non ci si è mai presi la briga di scoprire cosa volessimo noi in realtà.

E allora, secondo me, se vogliamo davvero essere liberi dagli standard dobbiamo rintracciarli dentro di noi, ascoltarli, e decidere esattamente quali cose prendere.

Io mi tengo i libri ma anche i trucchi, e se uno mi fa un complimento senza star pensando solo dammeladammeladammeladammela, ben venga.

E continuerò a criticare gli standard ridicoli che ci farebbero donne e uomini infelici e insicuri, che è stato pure il mio mestiere per tanto tempo, ma a un patto: non usarli mai più come scusa per non vivere..

Solo così saprò scrollarmeli di dosso con una spallata.