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Oreste– Ma veramente sai tutto il testo? – la ciaccara si stacca un momento dal gruppo che intona con Oreste ‘O tiempo se ne va.

Le sorrido:

– È il riassunto della mia vita.

Ho chiuso l’anno in bellezza col Piricioccola Show, “rilettura in chiave Rock, Punk, Surf, Afro-Beat, Cubana, Brazil, Dance, Electro del repertorio neomelodico napoletano e trash italiano a sfondo metaforico-sessuale”. E mi pare giusto dedicargli il primo pensiero del 2013, per la serie “il buon anno si vede dal mattino”.

D’altronde, voglio dire, al primo spettacolo, 7 anni fa al Jarmusch, io c’ero. Presi apposta l’aereo da Manchester.

E c’ero pure alla prima trasferta, a Roma. Allora l’aereo lo presi da Barcellona.

So’ soddisfazioni.

Quindi, da brava crupie, ieri all’Officina del Seggio, prima di strafogare, mi toccavano Oreste, Braccione, Costantino, Luciano, e una vrangata di niu entris che non conoscevo. Come un grande Michele Picone, vestito da ricuttaro (piacere, Miche’, scusa ‘a cunferenza), che al ritorno dal bagno si mette a ballare sul tavolo. E quello che suonava sto tamburello, che per esempio potevano pure presentarmi. Per esempio.

Ma come già annunciato su feisbucc c’era una guest star, nel firmamento degli artisti storpiati in salsa cubana: direttamente da Gomorra, comincia per A e finisce per O… Insomma, dopo avermene mandata, che a mezz’ora dall’inizio annunciato (15.15) stavano ancora a fare le prove, al ritorno mi hanno fatto trovare Alessio, featuring OMD, A-Ha, e nun m’arrecordo cchiù, perché ero intenta a mangiarmi il limone intero della Coca Cola senza che nessuno mi notasse.

Ma tanto, tutti gli occhi erano per il bel cantante, che a un certo punto mi deve guardare per ricordarsi il testo del Parco dell’amore. L’importante è che il Medley di Gigione/Jo Donatello sia stato servito completo di carcioffola e gelatino. Il nostro pensiero va a tutta quella gente che soffre e combatte quotidianamente per la libertà.

Il Nord era già stato omaggiato con le sue sbarbine, che noi non siamo razzisti, e tra una citazione e l’altra i nostri riescono a scassare un piatto della batteria.

Ma il coro di ciaccare de La Piricioccola, dov’è finito? Non possiamo accettare questa chiusura, e allora all’umanità invochiamo gli Squallor di cui sopra. Che tardano un po’ per il semplice motivo che la band di sfasulati aveva già sciarmato.

Si chiude con un dramma domestico pari a quelli che ci aspettavano a tavola, tra ‘nzalata ‘e rinforzo e il capitone astipato da Natale. Non prima che i nostri artisti, da brave personcine laureate in Lettere, ci facciano notare che Lorenzo il Magnifico, tamarro fiorentino d’altri tempi, l’aveva detto qualche anno prima degli Squallor: “chi vuol esser lieto sia/del doman non v’è certezza“.

E in effetti la mia giovinezza s’è fuggita tuttavia tra questi vichi di Aversa, e lo rivendico con orgoglio.

Vi aspetto a Barcellona, ciaccari.

(qua ci provo anch’io)

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O’ Barquiño non si può spiegare, bisogna viverlo!: con questa descrizione su uno dei tanti siti che segnalano O’ Barquiño, Nuria G, di Madrid, riassume tutte le mie perplessità. Come ve lo spiego, io, questo bar galiziano nel cuore del Raval, che tra i manifesti d’epoca dell’affollato piano di sopra ha reclutato le stelle più trash della Spagna che fu, servendole ogni sabato sera con un sorso di Estrella Galicia e un piattone spropositato di pa amb tomàquet?

Io ci provo. Prendete la buonanima di Mario Merola, nella sua scena più esagerata (meglio una cosa allegra, tipo questa), mettetegli addosso una parrucca rosso fuoco e, già che ci siete, fategli raccontare un paio di barzellette sconce. Ebbene, sarà ancora Stefano Bollani, rispetto ai personaggi che ogni sabato alle 21.30, in ritardo sulla tabella di marcia, vi snoccioleranno il meglio del loro repertorio: la copla spagnola, genere esagerato e un po’ fascio associato al peggio (per qualcuno al meglio) di Spagna.

E ad ascoltare il meglio e il peggio di Spagna dovevo andare giusto alla vigilia delle elezioni catalane, in corso mentre scrivo, che a lungo termine potrebbero portare i catalani a prendere per sempre le distanze da questo mondo.

Il mondo variopinto de El Colorines, annunciato dal presentatore Carrión come la niña de la casa ed entrato in scena vestito da donna. Niente al confronto con Antonita la Cachonda, per gli amici Tonio, che nel secondo tempo entra in traje rosso fuoco, cantando canzoni del tipo “Grattami… Che muoio di prurito…” e raccontando barzellette orribili (Bimbo: “Mamma, chi mi ha portato?”, “La cicogna”, “Papà, chi mi ha portato?”, “La cicogna”, “Nonna?”, “La cicogna”, “Cazzo ma in questa casa nessuno chiava?”). Si lamenta poi perché oggi non ci sono più le mariquitas, checche come lui: sono tutti gay! D’altronde che ci può fare, se suo padre era chaffeur ed è venuto fuori con la retromarcia?

La mia anima trash è rapita in diverse visioni mistiche, rimpiangendo i compagni napoletani che avrebbero gradito almeno quanto me, certo più delle mie amiche che non riescono proprio a dissimulare un moto di disgusto.

Ma per me è commozione, con le ballate di Luís del Bosque e del Romántico e la voce incredibile di Paco Carmona, riprodotto anche in sala, in un manifestino in bianco e nero vecchio di almeno 30 anni. La Mercedes accenna pure qualche passo di danza, spiega che la spagnola, quando bacia, bacia davvero (“Come potevo mai sperare di far concorrenza”, sussurro alla catalana che conosce le mie pene d’ammmore), mentre una collega di cui ho scordato colpevolmente il nome canta di una sivigliana che aveva avuto la fortuna d’innamorarsi di un napoletano, guarda caso infedele e traditore.

Mi muoverei di più se una vecchietta con cofana e pettinessa spagnola, che mi ricorda la bambola portatami dalla Spagna a 10 anni, non si fosse seduta al mio fianco in tutta la sua imponenza, cacciando un paio di nacchere e fermando ogni artista che tornasse al vicino camerino per segnalare la sua presenza. Una stella d’altri tempi? A un certo punto m’impone di chiedere al cameriere dei tovagliolini di carta, fingendo che siano per me. Le mie vicine, provviste di pinza a fiori “flamenca”, sono in visibilio e non smettono di gridare olé. Io a volte urlo direttamente stabbene!. Mi viene spontaneo, certe mosse e lacrime finte sono proprio da sceneggiata.

Ma le mie amiche sono sull’orlo di una crisi di nervi, come le connazionali almodovariane. Gettiamo la spugna all’inizio della seconda parte, allontandandoci con un’illuminazione improvvisa della catalana:

– Cacchio, perché disperarmi per aver perso il lavoro? Finalmente ho scoperto la mia vera vocazione!

Già la immagino a cantare canzoni sconce con una rosa tra i capelli, o sul petto come la vecchietta in prima fila con due fili di perle. Cercando di non ridere le dico:

– Perfetto, va da sé però che tradurrai tutto questo in catalano…

Ma conveniamo entrambe che in tal caso non funzionerebbe.

(ne hanno fatto un documentario)

(la sua foto troneggiava benedicente su tutti noi)