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Ue’, ue’!

Una volta mi regalarono uno spray antistupro al peperoncino.

Qualche coinquilino qui a Barcellona scherzò sull’opportunità di condirci la pasta, e il più svitato degli amici olandesi se lo spruzzò davvero sul naso, per vedere “di che odorasse”: non vi dico gli effetti.

A parte quest’episodio, non l’ho mai usato. Ma ce l’avevo.

Anni dopo, ho sentito alla radio quello che è l’unico principio che conosca tuttora di difesa personale: “A volte è più pericoloso non fare niente, che agire”. Fosse anche per blandire un potenziale assalitore, prima di cercare un mezzo valido per allontanarsi dalla situazione di rischio.

Quest’idea che sia più pericoloso non fare niente mi è rimasta impressa, la uso anche per cose che non sono più emergenze, perché ormai sono la quotidianità.

Il primo maggio Fotografie segnanti  ha postato una foto di Piazza Plebiscito vuota (“tutti i lavoratori napoletani festeggiano”), e ho segnalato il post. Quella di fannullaggine è sempre stata patetica, come accusa, ma diventava particolarmente grottesca in  un momento che vede tanta gggioventù ingannata e molestata dai datori di lavoro, o pagata una miseria nei bar, perché tanto ci sono “le mance degli americani” (ma il turismo porta ricchezza, eh). Quando non si muore per pochi spicci. 

Dalle reazioni di altri ho notato, però, che intanto mi ero persa qualcosa. Al “sì ma il bidet” che anch’io mi sono scocciata di leggere si contrapponevano due o tre commenti di conterrOnei, magari col sospirato titolo di persona molto attiva, che scherzavano sulla loro pigrizia ineguagliabile. Che non si dicesse che non stavano al gioco.

Quest’atteggiamento generale all’insegna del “sì, ma so ridere, vogliatemi bene” l’ho notato già con la Costa Concordia, con la gara all’ultimo sghignazzo sulle vittime e gli scogli, ed è proseguito quando abbiamo fatto quella figura di merda mondiale con Emily “mozzarellona” Ratajkowsky: ma le donne che “non te la daranno mai” non contano (ed è subito Jerry Calà e trenino Tropicana).

Adesso a quanto pare non si può neanche chiamare cialtrone chi se la prende con un’intera popolazione, sicuro che la maggioranza del suo pubblico riderà con lui.

Un “Te la sei preeesa” aspetta chiunque faccia notare che no, non va bene: non va mai bene prendere per buoni dei cliché e applicarli a un’intera categoria, che siate voi o altri.

Non serve, non illumina, e soprattutto non fa ridere.

Se per ridere avete bisogno di svilire un’intera popolazione, che vi includa o meno, mi dispiace davvero tanto, ma sono sicura che ne uscirete, perché vivo in una città in cui il diritto a indignarsi ha fatto molta strada: anche se non condivido sempre i motivi dell’indignazione.

E non è necessario, per farlo, lanciarsi in una crociata in difesa delle innovazioni ferroviarie d’annata, o dei reperti igienici poco diffusi altrove (che poi sono una grande fautrice della doccetta accanto al water). Capisco anche che il razzismo introiettato si fondi su un classismo d’annata, per cui pensiamo che non criticano mai davvero “noi”, addestrati fin da piccoli a tenere a distanza i “loro” sfaticati, mafiosi, volgari.

Ma è triste insinuare che un’intera categoria fa schifo a prescindere, solo perché il pubblico è dalla tua. Lo penso per il popolo gitano, quello cinese, e per il mio, forse ormai senza reali preferenze. Pensarlo non nasconde problemi sociali e “difetti” (?) legati a quel popolo: questa è un’altra argomentazione fallace di chi non ottiene l’approvazione sperata con le sue critiche.

Dunque, perché non lo capiamo anche noi che dal razzismo simpatico non guadagniamo neanche una manciata di ascolti in più, o l’illusione di trombare almeno stavolta?

Credo sia per tre cose: 1) quieto vivere; 2) “la colpa è della vittima”; 3) rassegnazione.

Il primo caso per me è legittimo, anche se passa per la già menzionata illusione che “non stanno criticando noi”: vedrete invece come il classismo assimilato fin dall’infanzia non ci servirà a evitarci i cliché, appena l’accento rivelerà la nostra origine.

Del secondo caso ho un esempio triste: le persone bianche che dicono a quelle nere che “devono avere più autostima”. Se l’avessero, le discriminerebbero meno. Quest’articolo si chiede appunto come l’autostima possa risolvere conflitti sociali e discriminazioni. Ammesso che lo faccia, sarebbe una lotta lunga e contraddittoria che certo non spetta alla vittima intraprendere. Può farlo, ammesso che manchi effettivamente di autostima, ma non deve.

Quanto alla rassegnazione, per quella ho un esempio stupido: la gente che, a Trono di Spade finito, cerca per forza di trovare un senso alla deriva di certi personaggi. Non mi fraintendete: vi è piaciuta la fine? Capisco. Non vi è piaciuta ma ci volete trovare per forza un senso? Ripetete con me: “Fa. Cagare”. Sono solo due parole, e passate avanti.

Per tornare all’argomento iniziale (non lo spray antistupro, il razzismo!) vorrei ricordare che i cliché non sono sempre negativi, ma servirci di quelli “positivi” (?) può essere un’arma a doppio taglio.

Concludo infatti con questa definizione che piace tanto su Napoli, fatta da un borghese settentrionale che sapeva di esserlo. Per la verità parlava nel 1975, ma siccome siamo fuori dalla storia…

I napoletani oggi sono una grande tribù che anziché vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg o i Beja, vive nel ventre di una grande città di mare.

Questa tribù ha deciso – in quanto tale, senza rispondere delle proprie possibili mutazioni coatte – di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamiamo la storia o altrimenti la modernità. La stessa cosa fanno nel deserto i Tuareg o nella savana i Beja (o fanno anche, da secoli, gli zingari): è un rifiuto, sorto dal cuore della collettività (si sa anche di suicidi collettivi di mandrie di animali); una negazione fatale contro cui non c’è niente da fare. Essa dà una profonda malinconia, come tutte le tragedie che si compiono lentamente; ma anche una profonda consolazione, perchè questo rifiuto, questa negazione alla storia, è giusto, è sacrosanto.

Veramente a casa tutti bene, grazie.

Credo anche dai Tuareg, ma per una volta chiedetelo a loro.

 

 

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Io che trovo una soluzione “pratica” al disordine in casa

Il fatto che scriva alle sette meno un quarto (e no, la bambina non ha vomitato) è indicativo del periodo che sto vivendo. Un’insonnia di qua, una citofonata imprevista di là, e va a finire che uno zombie riposa più di me.

I motivi? Tempo fa avrei cercato una spiegazione molto filosofica in questo mio ritorno a una vita da sola, o in una casa che tengo più o meno come Approdo del Re dopo la penultima puntata di Trono di Spade, dove passo le mie giornate a scrivere come se non ci fosse un domani. Tanto domani si ripete la stessa cosa, sempre che l’inquilino francese non mi ponga davanti all’importante busillis di voler cambiare il materasso, e di non sapere che farsene del vecchio.

Ma no, io non dormo così per i materassi dell’inquilino. Dopo un po’ che mi lambiccavo il cervello, mi sono messa a vedere a che ora sorge il sole: più o meno, appunto, alle sette meno un quarto. A che ora sorgeva il mese scorso? Alle otto meno un quarto. Fantastico, perché ho la persiana che lascerebbe filtrare il barlume di una lucciola che si fa i fatti suoi a Cadaquès, e sono molto, mooolto fotosensibile. Mistero risolto.

Non scarto le ipotesi precedenti sul mio stato d’animo: i cambiamenti sono quelli che sono. Però, tra tanto dibattere sulle questioni più disparate, mi sembra che a volte dimentichiamo quella componente “materiale”, pratica, dei perché. E non dico che spiega tutto, ma a non sottovalutarla capiamo molto meglio.

Volete vedere? Altri esempi che mi vengono in mente:

  • Anno Domini 2004, esame di Storia della Lingua: preparata ma non al meglio di me (vivo in due nazioni diverse), affermo che alla fine si è conservato “ficatum” rispetto a “hepar”,  o “bonellus” (bello) rispetto a “pulcher” perché, riassumendo, restano più impressi del latino letterario (sic). Il professore, magnanimo, mi concede pure l’ipotesi, ma poi mi fa notare: “Se erano chiuse le scuole che insegnavano ‘hepar’ e ‘pulcher’, ovvio che nessuno le usava più”. Risultato: 28, e mi ha trattata.
  • Quattordici anni e cinque titoli inutili dopo: devo metter su un volume accademico su amore romantico e relativa decostruzione. Posso infilarci in ordine sparso Disney, Judith Butler e le canzoni di Nek, ma la collega cilena mi annuncia che, quanto a lei, scriverà un articolo sul welfare. Sul welfare?! Certo, conferma: se il lavoro di cura è relegato del tutto alle donne, risparmiando bei soldi alle istituzioni, ovvio che conviene “vendere” l’amore come un sinonimo di abnegazione ed esclusività – da una parte sola almeno. In effetti, qualche mese prima avevo scoperto che, a Napoli, il lavoro a tempo pieno di una commessa di Calzedonia sarebbe pagato sui 4-500 al mese. Il che trasforma più che mai gli uomini in breadwinner e, senza nulla togliere alle questioni psicologiche legate alla coppia, mi spiega un pochetto anche le rime baciate di Alessio.
  • Già che siamo in argomento ammore, sono anni che leggo disquisizioni sulla disparità degli orgasmi tra uomini e donne, e spopola l’idea che queste ultime hanno bisogno di una connessione emotiva se no ti saluto, e comunque “l’organo più erotico è il cervello”. Ok, ma a ben vedere gli uomini traggono il massimo piacere da quello che in Arancia Meccanica viene chiamato “su e giù”, e le donne da una stimolazione che va sopratutto di sfregamenti, con mezzi assortiti. Indovinate intorno a quale tipo di piacere è costruito il rapporto sessuale etero! Almeno così com’è concepito oggi: cinque minuti di “preliminari” (?), cinque di su e giù (e vi ho trattati), sigarettina. Ce ne siamo convinti grazie ai porno o a Top Girl (scusate la ridondanza): se lei non viene, o è lui che non ci sa fare, o è un peccato, ma è nell’ordine naturale delle cose. Magari cambiare “l’ordine”, e non solo delle cose? Un articolo riassunto qui della American Association of University Women ha una soluzione praticissima: bisogna dare lo stesso valore a penetrazione e stimolazione clitoridea. Apriti cielo! “Eh, ma la biologia, i bambini si concepiscono con…”. Sì, vabbe’: piuttosto che procreare, la stragrande maggioranza degli uomini che conosco si metterebbe in modalità Theon Greyjoy con le sue stesse mani, e la biologia me la tirano fuori proprio adesso? Ma andate a fare in… Ah, no.
  • Già che sto citando molto Trono di Spade (no, non mi rassegno!): quante informazioni mi mancano per sapere cosa sia successo con quel pastrocchio di stagione finale? Magari trovo in quelle, se non una scusa, almeno una spiegazione, e qui adotto a fiducia quella di mio cugino ingegnere: “Alla fine è il problema di tutte le serie drammatiche ad alto budget, il cui numero di stagioni non è prefissato dall’inizio. Appena gli ascolti calano o gli stipendi degli attori non rendono più conveniente l’investimento, in automatico fanno un’ultima stagione arrabattata con un numero minore di puntate giusto per chiudere trame e sottotrame”. Come si vede che non l’ho pensato io, eh? Ha quasi senso!
  • L’ultimo esempio è triste: alla gggente non gliene frega niente delle morti in mare, o delle torture libiche. E non mi lambiccherei il cervello a cercare il perché: non succede a loro, quindi sticazzi. A cosa pensa gggente così? A trovare un lavoro per sé o per la prole, e ad avere il culo coperto (pensioni, sanità, ecc.). Io credo che le nullità che ci governano cadranno sull’incapacità di procurare questo, e su questo mi giocherei la battaglia. Tanto s’è capito che no, non restano umani.

Per il resto, sto cercando una spiegazione filosofica alla mia capacità di devastare un appartamento, che in confronto Drogon è una lucertola scazzata. Devo concludere che: non me ne tiene. O pago qualcuno per rigovernare al posto mio, o mi prendo un’infezione.

Forse la cosa più pratica è prendere mocho e secchio. Forse.

 

 

Image result for jon snow season 3 Voi sapete qualcosa che io non so.

O non la sapete ancora, o non ve ne frega niente e va bene così. Non so quando guarderò l’ultima puntata di Game of Thrones, oggi: non fingerò che questo finale non conti nulla, ma per me questo è il giorno in cui si rompe l’obbligo di George R. R. Martin di aspettare le sorti televisive dei suoi personaggi per pubblicare gli ultimi volumi di A Song of Ice and Fire (doveva aspettare che si concludesse la serie). Adesso potrò seguire la parte della storia a cui più tengo, quella che davvero mi ha fatto compagnia.

Ero talmente scollata da tutto, ai tempi della lettura, che all’inizio non sapevo neanche che ci fosse una serie in giro, con tanto di parrucche che riproponessero le chiome improbabili descritte nei libri (oddio, quella di Daario Naharis, 1 e 2, era mooolto più sobria del viola shocking originale). Vivevo con 900 euro al mese, di cui 470 se ne andavano in affitto, bollette escluse. Riuscivo sempre ad avere gli stessi soldi in banca senza privarmi di nulla: a parte che sono nata novantenne, si diceva che in quel periodo complicato me ne restavo perlopiù in casa a leggere distopie per adolescenti o fantasy, le uniche cose che fossi in grado di sfogliare. La realtà mi aveva deluso, e per giunta mi tendeva agguati, perché, come suggerisce Tyrion o tale Peter Dinklage, la storia del Trono di Spade è delle più realistiche, con in più dei draghi.

A un certo punto, Jon Snow m’ispirò una idea geniale: avete presente quando accoglie al di là della Barriera quelli che chiamate i Bruti? In ogni caso, questo si ritrova la responsabilità di nutrire un bel numero di persone, in previsione dell’inverno che, come ormai sappiamo tutti, sta arrivando. Allora deve razionare scorte come se non ci fosse un domani, dunque conta di continuo i sacchi di pesce sotto sale (e quanto devono puzzare?) che restano in dispensa. A quel punto a me che leggevo, per la gioia di Greta Thunberg, era venuto il sogno “ecologico” di comprare un enorme sacco di fagioli, uno di lenticchie, e uno di ceci, e passarci l’inverno. Neri, immaginavo i fagioli, in omaggio alla tenuta del “muso” ispiratore.

Sì, sognavo l’autosufficienza. Potermi bastare, starmene sempre su un letto a leggere di draghi e inverni decennali, con tre sacchi in dispensa che mi bastassero per tutto.

Poi decisi di avere altre priorità. Mi piace l’idea che dovremmo evitare i “non posso”, a meno che non siamo proprio con l’acqua alla gola e le tasche vuote: il più delle volte, abbiamo altre priorità. Le mie erano scrivere e metter su famiglia. La prima dipendeva solo da me.

Così anche in cucina, adesso che vivo sola, preparo cose veloci: a volte l’Instant Pot le prepara per me, e spesso, se mi anticipo un po’, sono proprio fagioli, che non ho più bisogno di lasciare in ammollo. Mi va bene così, perché “i miei draghi” sono i personaggi, che bistratto per le prime dieci revisioni, finché non trovo la maniera – o così spero – di farli incocciare con la realtà senza che questa li annienti troppo, come stava facendo con la scema che li ha creati.

Lascio l’assenza di speranze a scrittori migliori di me, e resto affezionata a quell’ingenua idea di autarchia presa in prestito a uno dei finti bastardi più sfigati, e meglio riusciti, che abbia letto finora. Che mi sputerebbe in faccia perché per lui era davvero questione di sopravvivenza.

Io invece non ho bisogno d’ingombrare la nuova cucina, vetusta e inguardabile ma solo mia, di un enorme sacco di fagioli neri. A pensarci bene, che sogno bizzarro mi era venuto.

Forse volevo solo dirmi che avevo fame.

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Da popsugar.co.uk

E io che, quando sentivo parlare di Lost,  lasciavo la stanza.

Ho questo ricordo nitido di dieci, quindici anni fa: la domanda di rito (“Hai visto Lost?”), il silenzio improvviso, il piccolo crocchio che si raccoglieva a formulare ipotesi per me incomprensibili, visto che non avevo modo di guardare la serie, ed ero troppo imbranata per scaricarla. A tutt’oggi ho visto la prima puntata e non mi attira, come d’altronde Sex and the City (really?), Desperate Housewives e, mi spiace, Breaking Bad, a cui ho resistito tre puntate. Per la verità, quando anni fa avevo spiegato in ufficio di non guardare serie, come avrei detto che non prendevo caffè o che minacciava di piovere, una collega particolarmente insicura mi aveva chiesto: “Sei troppo superiore per queste cose?”.

Era la stessa che aveva scoraggiato il collega che mi aveva scelta dall’assumermi, perché per lei avevo un curriculum troppo buono (la parola “dottorato” crea un panico per me a tutt’oggi inspiegabile, anche tra chi lo deve finire: per quello che serve…). Se alla fine ero rimasta come unica italiana in dipartimento, era stato per certi record un po’ ossessivi di “produttività”, e per un’egemonia dell’inglese che mi avvantaggiava a scapito del perfetto francese o spagnolo di altri compagni.

In effetti, quando ho scoperto le serie che più mi sono piaciute (House of Cards, Homeland, Crazy Ex-Girlfriend) non ho tardato ad amarle, e in quel caso sì che ho incontrato quelli che… “Vuoi mettere con Eisenstein?”. (Che poi, scusate, che paragone del ca’!)

Nel caso di Trono di Spade, forse quest’ultima stagione non sarà capita dai posteri, se non sarà inquadrata nel suo contesto di fruizione, come certe pale medievali che, esposte all’altezza sbagliata, sembrano sproporzionate: una puntata alla volta, una volta a settimana, dopo un anno e mezzo d’attesa. Solo così si spiegherà tanta aspettativa, nonostante le prime due puntate lente, e una terza che liquida in un’ora di buio pesto quello che era il problema principale dal minuto zero della prima stagione. Invece confesso di aver ripreso qualche puntata della seconda stagione (tutta la parte relativa a Ygritte) e di averla trovata piuttosto banale, mal recitata, quasi mediocre.

Ma sono affezionata ai libri, anzi, gli sono grata. Mi hanno accompagnata nel momento più oscuro della mia vita, altro che Re della Notte! Infatti in quel periodo non riuscivo a leggere romanzi, o anche saggi, che riguardassero il mondo “reale”, e per un anno e mezzo – lo stesso che ha impiegato HBO a sfornare l’ultima serie! – mi ero concentrata solo su The Hunger Games (pure sfottutissimo ma avvincente) e, appunto, A Song of Ice and Fire, tutta la saga.

Leggo di gente che quasi si giustifica per l’idea peregrina d’intraprendere la lettura, o gente che al contrario si giustifica per non averla mai cominciata: “non è snobismo, è mancanza di tempo”. C’è poi chi si affanna a trovare paragoni con i classici della narrativa di tutti i tempi, anche dove non ci sono.

Io ho adorato i libri, tranne qualche volume più noioso (A Feast for Crows mi sembrava eterno nel senso sbagliato). Mi è piaciuta tanto la parte “orientale” di Daenerys, che in tanti schifate insieme alla sua protagonista: sono stata bannata da una pagina dedicata a Varys perché difendevo la Madre dei Draghi da un meme che la invitava a una gang bang con i Dothraki – ed esordivo con “Magari!”. In effetti lei e altre belle donne sono ritratte a volte un po’ come delle cheerleaders: quelle che, mi è venuto da pensare con un misto d’impertinenza e psicologia d’accatto, avranno snobbato al college il nostro scoppiatissimo autore (no, serio, Cersei all’inizio è proprio insulsa). D’altra parte veniamo informati dopo vari volumi del particolare non proprio trascurabilissimo che Dany sia la donna più bella del mondo… Così come apprendiamo “a Drogo morto” la storia di Viserys che cerca di sfondare la porta della sorella prima delle nozze, “per prendere la sua verginità” (‘sta storia dei fratelli è un po’ un’ossessione di George R. R. Martin, anche se almeno in casa Targaryen è ufficiale…).

Ma no, quello che mi piace dei libri sono i dettagli, la descrizione spietata dei protagonisti, anche di quelli “buoni”: Jon Snow che in tempi non sospetti pensa che suo fratello Rob se ne starà a bere vino dolcificato con la corona in testa, mentre lui succhierà il ghiaccio da qualche stalattite al di là della Barriera. E poi, è meraviglioso l’inglese “finto-medievale” che ti cala nell’atmosfera senza complicarti la lettura.

Ma la mia parte preferita sono i capitoli di Arya.

Mi commuovono le sue peregrinazioni in un regno devastato dalla guerra, e dalla fame, dove la morte sorprende tutti allo stesso modo come nell’Arcano XIII dei tarocchi, il cui paesaggio desolato mi ricorda quello che incontra la ragazza nella sua marcia assassina (c’è tutta la storia di una “zuppa” bollente che fa tanto ballata medievale). E poi la commovente constatazione che tutti i pellegrini chiedono le stesse cose, nel tempio in cui lei, letteralmente, approda: ritorni d’amore, qualche tempo in più per vivere… Tuttavia, il dio imperscrutabile a cui si rivolgono non li accontenta quasi mai.

Trovo molto azzeccato tutto questo, le miserie umane che non vengono mai ostentate per suscitare pietà, ma sono guardate con un occhio così distaccato, a volte cinico, che ti lasciano un brivido addosso.

In una conferenza a Barcellona Umberto Eco, che va di moda citare per la storia degli imbecilli e i social, nel breve tempo concessogli dagli auto-incensantisi padroni di casa fu molto critico con la questione dei generi, e della loro gerarchizzazione artificiale: secondo lui, non erano queste tassonomie a definire la buona letteratura.

Chissà cosa penserebbero i “Vuoi mettere con…?” se ascoltassero altro da quello che vogliono sentirsi dire.

 

(Il musical! :p )

 

Risultati immagini per a game of thrones 7 Nel corso dei miei viaggi ho conosciuto una scrittrice di letteratura per ragazzi.

Il suo primo romanzo, che trattava di adolescenti disadattati, aveva conosciuto un certo successo di pubblico nella sua regione, e mi era piaciuto molto per freschezza e spontaneità. Forse è stato proprio il discreto successo a rendere meno spontaneo e fresco il secondo volume: in quello, i personaggi più amati dai lettori del primo libro si trasformano nei veri protagonisti, fino a diventare modelli di comportamento un po’ scontati. La mia amica mi ha confermato a modo suo che non si può piacere a tutti, e quando ci si prova si rischia di non piacere a nessuno.

Se penso a Trono di Spade, invece, la prima cosa che mi viene in mente sono i cinque volumi che ho letto in un momento molto difficile della mia vita, in cui non riuscivo a sfogliare altro che saghe di letteratura fantasy o giovanile. Speravo che i loro protagonisti vivessero anche per me, e trovassero qualunque cosa stessero cercando (un trono, l’amore, una causa per cui lottare…) al posto mio.

La serie mi è piaciuta molto finché ha seguito il distaccato cinismo dell’autore dei libri. In nome di quello ho perdonato anche le centinaia di pagine sacrificate a un’entità più potente del Dio della Luce: il Grande Pubblico.

Con le ultime stagioni, però, finisce la calcolata arbitrarietà dell’autore fantasy nel distribuire vita e morte, e comincia il diligente lavoro degli sceneggiatori TV: chiusura accelerata delle sottotrame, sopravvivenza garantita per i personaggi “simpatici”, punizioni per gli antipatici… E qualche “colpo di scena” così ovvio che la regia stessa liquida tutto in poche sequenze finali.

Tanto non sono i numerosi nerd amanti dei libri a portare la grana per l’ultima serie, ma i tantissimi spettatori affamati di scene di guerra, di morti edificanti, di belle storie che confermino che “l’amore vince su tutto”.

A me può restare la lezione di fondo: a tutti non si può piacere.

Come per gli eroi un po’ scontati della mia amica scrittrice, forse è un bene che il pubblico veda i suoi personaggi preferiti improvvisamente “riabilitati” con tutti i mezzi possibili e immaginabili, come se senza un improvviso “pedigree” reale non potessero proprio trionfare lo stesso. Forse è un bene che tante bambine vengano battezzate come eroine libere e indipendenti, anche se almeno nei libri somigliano un po’ a delle cheerleader, lontano dal trono.

Tanto la vera storia comincia alla fine di tutto, quando si dissolvono i personaggi che ci rappresentavano e rimaniamo coi nostri “zombie” alle porte, e senza draghi a disposizione per arrostirli.

Ma ognuno ha diritto alla sua fine, a trovare una sua trama ideale, e delle risposte personali ai quesiti che solo le storie ben raccontate sanno porre così a lungo.

Nella fine della saga che mi sono inventata io, non tutti hanno quello che si meritano. Ma ogni personaggio si vede dedicare dai trovatori la sua piccola canzone, magari eseguita in un bordello e non a corte, o sussurrata negli oscuri teatri di nuove cospirazioni.

Ma è la sua canzone, ed è l’unica che conti.

jaimelannisterAvevo questo professore, più che altro un maestro di vita, che era completamente devoto al suo lavoro, tanto da non andare in pensione quando ormai gli toccava e quando le condizioni di salute gli suggerivano un’uscita di scena rapida e dignitosa.

Ma no, più forte dell’istinto di sopravvivenza era la paura di non riconoscersi più, una volta che non fosse entrato in classe e non avesse formato futuri professori da Attimo fuggente, come lui. Non perché si sentisse indispensabile per i suoi alunni, sapeva bene che nessuno lo è, ma perché loro erano indispensabili per lui, per la persona che credeva di essere e in cui s’identificava totalmente.

Quando eccelliamo in qualcosa, ci risulta difficile abituarci all’idea di essere molto più di quello. A volte dobbiamo perdere la nostra “eccellenza”, per accorgercene. Se abbiamo dedicato tutte le nostre energie a un rapporto ormai finito, sentiamo che la vita non abbia più senso. Una donna che si sia identificata tutto il tempo con la sua bellezza va in crisi pesante quando questa cambia con l’età. Un grande atleta soffre tantissimo quando deve ritirarsi dalle gare agonistiche. E poi c’è l’incubo della pensione, specie per gli uomini, abituati fin da piccoli a identificarsi nel loro ruolo di breadwinner.

Il mio prof., nonostante fosse buono come il pane, sapete a chi mi ha fatto pensare? A Jaime Lannister, quello di Trono di Spade. A una frase che dice dopo che gli uomini di Roose Bolton l’hanno catturato insieme a Brienne e gli hanno tagliato la mano. In quello che in TV è il quarto episodio della terza serie, dichiara: “I was that hand!”.

E, come spesso accade, la fiction è più reale della realtà, perché a partire da allora (a parte un rapporto forzoso con Cersei che è proprio gratuito, e nel libro non c’è manco) comincia per lui una nuova vita, migliore. Quando perde la mano che lo definiva come un gran cavaliere, ma lo “limitava” al ruolo di Sterminatore di Re, allora ha la possibilità di sviluppare completamente una personalità rimasta allo stato infantile, al tutto muscoli e incesto.

So che il mio professore non è un appassionato di best-seller, ma sarebbe bello che potesse arrivarci per conto suo. Al fatto che ciò che lui è va molto al di là di ciò che fa, che è molto più delle nobili lezioni che imparte ogni giorno, che esistono tante lezioni che la vita gli deve ancora insegnare e che evita perché gli scalfiscono questa bella maschera che lo limita nei movimenti da troppi anni.

Anche noi crediamo di “essere quella mano”, ogni volta che ci identifichiamo con una cosa sola: col nostro lavoro, col tentativo disperato di far funzionare una relazione, con la necessità in generale di soddisfare la nostra idea di ciò che siamo, trascurando tutte le altre cose che possiamo essere.

Jaime aveva ragione, lui era quella mano. Il suo personaggio, il fantoccio odioso che era diventato, lo era. Ha avuto bisogno di perderla per scoprire tutto il resto.

Che ne dite di arrivarci senza dover passare per esperienze così drastiche?

Cersei-LannisterSe c’è un personaggio con cui m’identifico, in Trono di Spade, è Ned Stark: l’Animus ultraretto che finisce per rovinare tutti e se stesso con la sua fame e sete di giustizia. C’est moi. La mia Ombra invece (il mio lato oscuro, per chi non avesse seguito) non sa più che inventarsi per comunicarmi che sono pure Cersei Lannister: ‘na granda cessa, avida di gloria. E allora so’ pure bona?, le chiedo. Solo allora tace, Ombra dimmmerda.

Invece, per rassicurarmi dei progressi che sto facendo sulla strada della sanità mentale, ho tentato una rapida classifica degli uomini che mi piacciono in questa serie. Risultato: 1) Tyrion Lannister, 2) Jon Snow, 3) Khal Drogo. Allora ho lasciato perdere il progetto sanità mentale.

Vabbe’, a parte Khal Drogo, a cui affiderei direttamente l’impero del mondo, tanto stenderebbe i nemici con un rutto, mi sembra di capire che la tendenza sia sempre quella. Mi piacciono gli outsiders. Quelli che non sono esattamente integrati nella loro famiglia o nel contesto sociale. Ma che sono brillanti ed eccellenti in qualcosa.

Ieri, essendo rimasta al secondo volume della saga, ho letto di quando Jon riflette sul fatto di essere il fratello bastardo di un re, e si dice che il fratellino se ne starà a bere vino dolcificato mentre lui succhierà l’acqua ghiacciata di qualche fiume, oltre la Barriera.

Allora stanotte ho sognato Cersei che mi stendeva la biancheria, un curioso bucato tutto fatto di sciarpe che, sempre senza spoilerare (tanto siete tutti alla quarta serie), mi ha fatto pensare a un momento cruciale per la vita di Ned Animus Stark, una scena da perderci la testa. Come a dire che ha vinto lei, che ha usurpato il trono contro le legittime pretese della successione.

Ma allora sono Ned o Cersei? Ovviamente, la mia vita appartiene a entrambi, sono entrambi parte di me. E come il Buono e il Malo del Visconte dimezzato, di Calvino, non saprei dire chi faccia più bene. Perché i Ned Stark, con la Legge che applicano ciecamente anche quando non è giusto (pensate al poveretto decapitato all’inizio della saga) fanno ancora più male di chi almeno agisce per amore, del solito cattivo indispensabile perché la storia vada avanti.

E voi? Se la vostra vita fosse un trono, adesso chi lo occuperebbe? Qualche sovrano oltranzista che è meglio spodestarlo anche se ha tutti i blasoni al posto giusto, come Stannis Baratheon?

Pensate a Jon. È giusto che abbia meno diritti di Robb? Così va il mondo? Sì, così va finché non va più così.
Finché non vi dite che usurpare il diritto a decidere della vostra vita non è usurpare. È metterci il legittimo sovrano, quello che avrebbe dovuto essere seduto lì da sempre. Voi.

C’è una difficoltà, ovviamente. Se avete sempre vissuto da bastardi, emarginati, se vi siete identificati tanto in questo ruolo, vi sentirete sempre un po’ usurpatori a cambiarlo.

Che sia una pippa mentale vostra aiuta poco, non è una convinzione che si raggiunga con la ragione e l’ho imparato a mie spese.

Ancora una volta, l’importante è cominciare. Cominciate a buttar giù dal trono il fantoccio oltranzista che avete messo al vostro posto, e scoprire un po’ come ci si sente, a prendere decisioni.

Poi andate a braccio. A mettere Jon sul trono, se non fosse stato emarginato tutta la sua vita sarebbe stato un altro Robb, coi suoi pregi, ovviamente, ma la metà delle esperienze, delle lotte, dei ghiacci affrontati e vinti.

E allora ringraziate gli anni di emarginazione che vi siete inflitti e regalatevi un trono, da governare con saggezza e un po’ di sana bastardaggine.

Che quella, statene certi, non ve la leva nessuno.