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La prima volta fu spaventoso.

La città era deserta. Mentre correvo, i grandi palazzi di via Laietana quasi mi rovinavano addosso, svuotati dal confinamiento di marzo. Senza gli uffici aperti, le loro merlature moderniste già dovevano sembrare assurde di giorno, come i fronzoli antiquati di un vecchio salotto. Ma la sera che mi illusi di trovare ancora aperto questo ristorante (che pure effettuava consegne a domicilio), ero indecisa su cosa stessi guardando: un De Chirico in notturna? La scena di un film apocalittico? Magari quello era lo sfondo di un videogioco, visto che le uniche luci che si muovevano nel buio erano quelle della Guardia Urbana, che pattugliava le strade: a quel punto io, che non avevo nessun ramen da asporto da offrire alla vista degli agenti, rischiavo come minimo una reprimenda.

Era l’oscurità a colpirmi: le luci erano smorzate sul serio, o mi stavo impressionando per niente? Il compagno di quarantena aveva odiato quelle luci, quando gli avevano fatto da soffitto, ma nel buio il palazzo della mia banca, che durante le manifestazioni era circondato da centinaia di persone urlanti, mi aveva dato proprio l’idea di una carcassa inutile, senza più altra funzione che ingombrare un angolo di strada.

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Un anno dopo, devo dire che va meglio. Le luci sono di nuovo lì, con buona pace del compagno di quarantena, e raramente mi ritrovo a contemplarle cinque minuti prima che scatti il coprifuoco, alle dieci di sera. Se succede, come lunedì scorso, è perché torno da una cena gradita, non da una spedizione frustrata in cerca di qualche locale aperto. A dire il vero, di solito è l’ex inquilino a venire a cena da me, magari portando il cibo da fuori, come in un film di Totò: in quel caso è lui a trattenersi meno di due ore, dalle otto alle dieci meno venti, e filar via giusto in tempo per tornarsene di corsa nella sua nuova casa. Il coprifuoco è riuscito a farmi cenare presto, roba che a suo tempo neanche l’Inghilterra, con tutti i suoi riti quotidiani spostati in avanti.

Quando invece tocca a me percorrere le strade che restano deserte, o vengono attraversate giusto da runner che sfrecciano, non ho più la sensazione che il mondo stia crollando, anzi, più che altro indovino quell’altro mondo, quello che poteva esistere sulle stesse strade, sotto quelle stesse luci, se avessimo fatto le cose in modo diverso. Se la gente che adesso si mette in fila in mascherina per entrare da Zara o H&M, di nuovo aperti, avesse capito che un anno più tardi avrebbe rifatto le stesse file, per comprare capi quasi uguali, che pure si sarebbero logorati presto. Se non ci fosse voluta una pandemia, per regolare al ribasso i prezzi delle case, così che amici che guadagnassero sui 1000 euro potessero uscire dai loro ripostigli con accesso alla cucina (ma non al freezer, riservato a chi pagava di più) o dai monolocali “interiores” che ti facevano venir voglia di scappare appena rientravi a casa. E sto parlando, ovviamente, di quelli fortunati che non si sono ritrovati in strada, al contrario di altri.

Così mi attraversa quest’altro mondo, mentre io attraverso lui. E mi viene voglia di conoscerlo, schifarlo un po’ se necessario, pur di scoprirlo possibile.

Un anno fa dicevamo che ne saremmo usciti soltanto insieme. So che ora è più difficile crederci, ma cerchiamo di non smettere.

annoE no, non voglio rompervi le scatole con l’anniversario. Gli anniversari sono numeri, ti ricordano solo cosa è successo e perché.

Ma due parole vorrei scriverle, a un anno dall’inizio della crisi più lunga e triste della mia vita (la peggiore, se non mi avesse già trovata preparata). Proprio perché il brutto degli anniversari, e il bello, è che ti fanno misurare le cose. Il percorso che hai fatto, per esempio. Quanti chilometri e notti insonni hai camminato da qui a là. Quante persone hai incontrato, intanto, per strada, quante buone.

Gli anniversari brutti servono a dirti se ne è valsa la pena, di muoversi da quel momento di dolore perfetto, se a sporcarlo col brutto vizio di tirare avanti abbiamo avuto una buona idea.

E, spoiler: claro que sí. Abbiamo avuto un’ottima idea.

Per questo vi scrivo.

Per questo vi dico, con la sola forza della mia voce, con nessun’altra autorevolezza che la mia: se c’è qualcosa della vostra vita che volete cambiare, che sentite non vada, non aspettate la tranvata. Non aspettate di essere mollati per qualcuno che credano di amare di più (in realtà, che credano di amare), non aspettate che vi convochino insieme ai colleghi e vi licenzino in tronco perché “la gestione gli è sfuggita di mano”. Agite. La gente aspetta di naufragare, per agire.

Voi non fatelo. Agite e basta.

Scoprirete che, in molti casi, nella crisi vi ci siete infilati voi. Che ci sono cose che non potevate impedire in nessun modo (un amore mai nato, la morte di una persona cara), ma potevate evitarvi la deriva che le ha precedute, o seguite.

E se vi chiedete quanto tempo ci metterete, se vi conviene, in fondo, lasciare una tristezza statica per un incerto futuro di lavoro solitario (perché certe cose, nonostante l’appoggio altrui, si fanno in gran parte da soli), allora vi dico che, anche quando c’è molta strada da fare, un anno già cambia tutto.

Un anno dopo le persone, le cose, gli eventi che hanno causato tanta distruzione è come se non contassero più, di per sé, avete presente? Quando vedete un ex e vi dite “veramente mi ha fatto patire tanto?”. O la scuola delle suore e… “veramente avevo paura di quelle tappette baffute?”. No, il minimo comune denominatore siete sempre stati voi.

Un anno è abbastanza per smettere di farvi danni e cominciare a esserlo davvero. A essere voi, dico.

E a scoprire che abbiamo un bel criticare gli altri, specie quelli che ci fanno paura, ma il fatto che “piangiamo nella stessa lingua” è il più vero dei luoghi comuni, insieme al fatto che nella stessa lingua ridiamo pure.

Per me è l’empatia, il regalo più bello di quest’anno, un regalo che di anni così ne vale due (si scherza, eh, per gli dei in ascolto), che mi fa dire che non sono mai stata così bene con me stessa, e con gli altri.

Mai così sola, e mai così insieme.