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Image result for waiting meme Vi siete mai accorti che la frase “È finita!” può esprimere due sensazioni del tutto opposte? Dolore e sollievo. A volte anche insieme.

Io ho cominciato a capirlo la volta che ho aspettato un’ora, in una sera di fine inverno, che arrivasse un tizio che non conoscevo.

Ci ho ripensato adesso che incontro molta gente grazie a Wallapop, e in tre occasioni mi è capitato di farmi attendere cinque, dieci minuti. È successo anche con una sondaggista che ai collaboratori regalava buoni del Carrefour! (Che poi le avevo detto che bastava il pensiero, ma lei aveva insistito.) Però, escludendo una disavventura mentre avevo il cellulare rotto – il tizio e io abbiamo atteso un quarto d’ora l’uno di fronte all’altra, senza riconoscerci – mi piace pensare che questi piccoli incidenti non siano poi così surreali,

Quella sera d’inverno, invece, prendevo freddo per un’attesa che mi sembrava palesemente inutile, ma chi aspettava con me non mollava. Per giunta eravamo accanto a una metro, e spirava un venticello che non vi dico. Quando ho deciso di andarmene è stata un po’ una perdita e un po’ un sollievo. Perdita, perché era andata a monte la serata. Sollievo, perché… finalmente potevo tornarmene al calduccio!

Ne parlo spesso, lo so, di gente complicata ed episodi surreali, e di quanto uscirne sia sempre un po’ una perdita (“Uh, mi dispiace davvero!”) e un po’ un sollievo (“Ma almeno non dovrò più sopportare [inserire situazione assurda]”).

Succede al lavoro: “Uh, alla fine non mi assumono! Però non devo farmi un’ora e mezzo di treno al giorno per cinquecento euro al mese” (al lavoro è particolarmente triste). Succede con le relazioni di ogni tipo: da una parte c’è il “Non volevo che finisse così”, dall’altra ci diciamo, ancora un po’ increduli, “Ma davvero dovrò smettere di sopportare quella roba lì?”. Per passare dalla prima alla seconda frase, il segreto è arrendersi al dolore. Mangiarci insieme, dormirci se riusciamo. Il tempo buttato a negare la perdita può essere speso ad accogliere il sollievo.

Quella sera d’inverno non ho perso che una birra in compagnia, e non ho sofferto che un po’ di freddo, ma il desaparecido (che a quanto pare assisteva un amico che aveva esagerato col botellón) continua allegro a tirare bidoni per cause meno nobili, e a volte chi esce ancora con lui prova a chiamarmi subito dopo il pacco. A quel punto, però, io ho già cenato.

E ormai evito di default gli “sregolati” col tempo degli altri, se li ho appena conosciuti, perché so che insieme al tempo, senza volerlo, succhiano anche le energie: lo so perché una volta ero così anch’io. Però, come capita a chi “una volta era diverso”, ed è cambiato da poco, tanti amici di vecchia data hanno seguito strade differenti, e a volte, come si dice in spagnolo, no encajamos, non abbiamo più molto da spartire.

Il cambiamento porta anche questo rischio, da correre ogni volta che serve. A volte si riesce a trasformare il rapporto, a volte no. In entrambi i casi è un po’ una perdita, e un po’ sollievo.

E alla fine va bene così.

(Ho trovato questa versione esilarante, devo condividerla col mondo. Per sentirne una bella, cliccate qui.)

 

 

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 Ho trovato questo metodo infallibile per mettere ordine in casa.

Togliere le cose che non mi servono.

“Originale!”, direte voi.

Solo che lo faccio davvero. Non rimane lettera morta nell’inserto femminile di un quotidiano.

Non uso il verbo buttare perché ho a disposizione la stanza di un amico che dice sempre “presto vengo a vivere a Barcellona”. Siccome lo dice da anni, camera sua è diventata il ripostiglio ufficiale.

E vi giuro, è incredibile quanto ci si guadagni a sbarazzarsi semplicemente, e senza rimpianti, di oggetti che non rimuovevamo… Perché?

Analizziamo le scuse più gettonate e le loro evidenti contraddizioni.

  1. È troppo ingombrante, come lo sposto. Tipico caso in cui la scusa per non agire è in realtà la miglior ragione per farlo. Pensiamoci: preferiamo tenerci quel catafalco lì per anni, invece di dedicare mezz’ora a rimuoverlo?
  2. Ci sono affezionata/o. Infatti ce ne vogliamo liberare. Qui scatta l’odi et amo dell’interrogazione di Latino. Però non si tratta per forza di buttarlo, si diceva. Se non abbiamo un ripostiglio, perfino spostarlo in una zona meno scomoda della casa può fare molto. E poi il classico vaso Ming della zia ci farà pensare più intensamente a lei se, invece di tenerlo costantemente sotto gli occhi, lo riscopriamo ogni anno accanto al piumone, quando comincia l’inverno.
  3. Prima o poi può essere utile. Intanto sacrifichiamo anni di difficile pulizia a quegli improbabili cinque minuti di utilità, che sottraggono spazio a roba che ci gioverebbe davvero usare più spesso.

Insomma, la sottrazione è la più antipatica delle operazioni, ci evoca privazione e bisogno, eppure spesso è incredibilmente risolutiva, ed economica.

Infatti la sto applicando a tutti gli ambiti.

Ad esempio, sottraggo tempo prezioso a faccende già di per sé scoccianti. Scopro le meraviglie della Posta Elettronica Certificata (i 5 euro che vi salveranno la vita) per combattere con le pratiche del Consolato.

Quando giro per case, attività frequente a Barcellona, rimando alle Calende greche le visite precedute da un: “Non ho una piantina della casa, devi proprio passare a vederla”. Solo in casi come questo, quando sospettiamo che vogliano sottrarci tempo, procediamo per addizione: tempi di spostamento ad agosto + ressa dei turisti + attesa (ad agosto a Barcellona sembra quasi esista un solo agente, armato di cartellina gigante). Risultato: la scoperta alla prima occhiata che le stanze sono tutte senza luce e c’è un bagno solo. Ci voleva la piantina, per questo?

Con le persone, lo so, è più difficile andare per sottrazione. E  a farlo passiamo pure per spietati. È una brava ragazza, mi sento dire, solo che è appena arrivata, si deve ambientare, dalle tempo. Caro, ci ho passato una sola serata ed è riuscita a intavolare un litigio sul nulla, perdersi due volte mentre la cercavamo tutti, lasciare oggetti sparsi in ogni locale dove mi trascinavate mentre premevo per andare a casa. Le auguro tutto il bene, semplicemente non ho tempo da perdere con gente che non ha ancora trovato se stessa, anzi, ancora non ha capito che si è perduta. E non accetterà aiuti non richiesti.

Lo so, con le persone care è più complicato. Non sono televisori dell’anteguerra o facce viste e dimenticate a una festa. A volte si eliminano da sole, per quanto doloroso possa essere. Lo sa bene chi vive all’estero.

Altre volte non è così facile. Cambiamo gusti, cambiamo vita, scopriamo di non avere niente da dirci, tranne ti voglio bene. Che, mi spiace smentire un luogo comune, ma non sempre basta a giustificare l’ingombro reciproco che ancora costituiamo nelle nostre vite. E allora si fa come al punto 2: non li eliminiamo, riserviamo loro un angolino speciale, da qualche parte nei giorni, abbastanza grande da non perderli, abbastanza piccolo perché non siano molesti. Un po’ di manutenzione non si nega a nessuno, come un messaggio tipo “Tutto bene?”. Sperando che la risposta non sia la cantilena egocentrica di lamentele che una volta ci divertiva e adesso ci fa sbadigliare.

Prima o poi ci ricorderemo a vicenda che l’utilità, applicata alle persone, si declina anche in un bicchiere di vino o in una serata di ricordi.

E allora cessa di essere utilità e diventa l’unica cosa che conta: farsi compagnia senza avere la sensazione di star sottraendo qualcosa alla nostra vita, invece che aggiungerla.

despedidaNiente da fare, ci casco sempre.

Nella mia smania di “chiudere bene il cerchio”, nel senso di fare pace con persone e attività del mio passato, ogni tanto ci azzecco, ma quella volta che sgarro, è pesante.

Una cosa è andare alla riunione di condominio ora che abito altrove, e scoprire che la vicina coi capelli rosa, in fondo, è una simpatica vecchina un po’ paranoica. O passare alla presentazione del libro dell’ex prof. che, abbandonata (ma da tutti, si facesse due conti), mi saluta a stento: anche lì, almeno, ho fatto la presenza, pagato il debito.

A volte, però, la smania di congedarmi bene da gente che non c’entra più niente nella mia vita mi dà qualche lezione su cosa si debba salutare e cosa lasciar andare senza rimpianti.

Barcellona, vedete, è una città un po’ strana: ti fa cambiare in fretta, dà gli strumenti per farlo e anche le grane. In un posto che unisce precarietà lavorativa e grandi cambiamenti sociali, si sprecano in estate le feste di arrivederci, le despedidas, meglio se con un “pica-pica” (spuntino) a riva o in qualche baretto il cui nome goliardico, dopo tre anni senza andarci, sembra finalmente una cafonata.

Alle persone che incontro in questi casi non devo più niente e qualcosa nella serata finisce per andare storto.

Sarebbe superstizione dire che succede perché loro trasmettano energia negativa. Se però concretizziamo quest’energia e la chiamiamo “cattivo comportamento”, “andarsene senza pagare il conto”, “sfottere chiunque” e cose del genere, vediamo che non è un’idea così sballata. E che forse, più con l’atteggiamento che con azioni davvero sbagliate, quando avevo questo tipo di amici mi tiravo anch’io dietro la stessa bruttura che mi faceva chiedere, dopo un’uscita, se non mi mancasse qualcosa, nelle mie relazioni sociali.

Ma anche queste esperienze servono: sono un ottimo termometro dei tempi che cambiano. Fanno capire, nel loro piccolo, che certe cose del passato vanno semplicemente lasciate andare, con tutti gli auguri del mondo, ma senza neanche un indugio, un saluto. Ciao. Vai. Dopo una sera rovinata da una presunta irregolarità del conto (che, non essendo addebitabile a me, non saprò mai se ci fosse davvero), sono tornata a casa schiumante rabbia e mi sono ritrovata un mio ex in chat. Ero talmente triste che volevo sfogarmi con lui, poi mi sono resa conto che, visto il tipo, sarebbe stata una roulette, avrebbe potuto farmi coraggio come criticare quei miei amici “che non gli erano mai piaciuti” o farmi una lezione su quali locali frequentare, per poi parlare dei problemi suoi. Sembra un processo all’intenzione, è esperienza. E allora ho pensato, ma sì, vai anche tu. Per la tua strada, lontano da me. Mi sfogo domani con gente che so che sarà solo solidale, senza avere la tentazione di usarmi per rafforzare il proprio orgoglio.

Sul serio, a volte l’esperimento di far incrociare passato e presente, senza che sia un dovere né un debito da pagare, diventa solo un superfluo riassunto, una minestra da scaldare in pieno agosto che rimane indigesta comunque la si aggiusti di sale.

Evitiamocela, pensiamo sul serio alla cosa più importante, a quella che più facilmente trascuriamo. Quale? Non lo so. Sta succedendo qui e ora. Sta a noi riconoscerla e dirle di restare.

cofanettoFacebook non è necessario, basta incontrare uno di loro, o un loro conoscente. Di quelli che frequentavamo prima.

Parlare del più e del meno, chiedere “che fanno gli altri”. E scoprire quanto sei cambiata rispetto a loro.

Io lo so, perché sono mesi, ormai. Mesi che mi sveglio ogni giorno e scrivo questo blog, e faccio il mio pezzettino di meditazione e i lavori del giorno, e sopporto i silenzi miei e altrui, e lavoro alle cose che sappiamo (se avete letto gli articoli precedenti) per migliorare, diciamo, la mia vita.

E dopo mesi che ti alleni a creare una routine che sia davvero tua, che ti rispecchi nei tuoi desideri più intimi e non in quello che credi di volere, è strano sapere di loro. Di quelli che ti popolavano, sarebbe meglio dire infestavano, la vita quando questo non lo facevi.

Di quelli che si potrebbero dare il cambio tra loro, tanto sono tutti uguali e tanto simili a te com’eri prima, tanto presi da se stessi da non sapere davvero dove andare.

E non è che tu sia tanto diversa, eh, la differenza è la direzione. Me lo spiegò un ingegnere, una volta. Non sapevo se perdonare un tipo che mi stava facendo soffrire un bel po’, ma mi aveva anche fatto del bene, in precedenza. E lui a spiegarmi questo concetto di direzione, l’esigenza di dover ordinare cronologicamente i fatti per vedere dove andavano a parare.

Io, se ordino cronologicamente i miei fatti, vedo quelli che c’erano “prima prima”. Quelli di quando rimuovevo la me stessa che era un problema, la mettevo da parte come un vestito da buttare. Di quando mi ero tinta i capelli di biondo, preferivo descrivere appartamenti a scrivere libri, la solitudine all’ammissione di voler essere amata, e mi accompagnavo a gente simpatica e noiosetta. Quella fa la sua vita, lavora, convive, si lascia, se ne va, torna, e forse non è neanche così noiosetta, ero io che nell’affanno di cercarne così avevo deciso lo fosse.

Poi ci sono quelli di prima. Di quando ho accettato la parte creativa e squilibrata che avevo ridotto in un angolino, e allora quella si è sfogata, mi ha popolato la casa di angosce e di gente più sbandata di me. Questi qua sono sempre gli stessi anche loro, sempre angosciati, con l’illusione che andandosene cambierà qualcosa, e l’inesorabile tendenza a tornare credendo che cambierà qualcosa anche così. Quelli mi fanno ancora male. Perché siamo così simili, e perché ormai so che per fare una buona rivoluzione, una buona pulizia vitale, devi capire che la verità non esiste, e non sei migliore di nessuno.

E allora chiamo libertà questo mio aver attraversato lo stagno in cui “mi avevano chiuso” quelli di prima, e in cui in realtà mi ero buttata io per questo difetto di costruzione che me ne faceva trovare solo così. Ma devo ammettere che sono contenta, di averlo fatto, e questa è la mia verità, e la cosa più bella è essere riuscita a rispettare la loro. Che è una cosa che avrei dovuto fare fin dall’inizio.

Perché ora ho imparato la famosa compassione. Per me, per loro. Per i miei errori, per i loro. E so anche che finché mi aggrapperò a quelli, agli errori, come una bambina a un aquilone, sarò legata controvoglia anche a quelli di prima, saremo costretti da questo filo invisibile, anche se ci evitiamo, ci rimuoviamo dalle rispettive vite.

Se lascio andare, invece, davvero non ho idea di se riusciremo mai a rivederci.

Di sicuro, so che sarà, per una volta, per il motivo giusto.

Perché vorremo.

Non perché non sappiamo fare altro.