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Beach Body Mio padre mi ha raccontato una storia sull’ America’s Cup a Napoli.

Passando per la famosa ZTL (lavora in un ospedale a Posillipo), si è ritrovato un assembramento di motorini a un angolino di via Caracciolo.

La prima volta non ci ha fatto caso.

La seconda, i motorini si erano moltiplicati. Allora ha fermato uno dei ragazzi e gli ha chiesto che fosse successo. “Ci stanno le veline dell’America’s Cup”, testuali parole.

Si è affacciato a guardare, e in effetti c’erano le belle ragazze che facevano da hostess, non so a che titolo, nel corso della gara. Approfittavano della pausa pranzo per prendere il sole sugli scogli, magari in topless. “Erano quasi tutte settentrionali”, ha precisato a questo punto papà, “ma non c’è niente di male, eh”.

Al terzo giorno, c’erano due poliziotti a pattugliare.

Ora, quando mi ha raccontato questa storia ho sorriso. Siamo i soliti morti di figa (un amico veneto mi dice che da lui lo sono altrettanto, solo che si sentono ridicoli a mostrarlo troppo), ma quest’episodio sembrava divertente. E dire che, appena toccato il suolo dell’aeroporto di Capodichino, mi ero preparata psicologicamente al cartellone pubblicitario che avrei trovato agli arrivi.

Due anni fa ero scesa dall’aereo con la tutor catalana del dottorato, alla vigilia della discussione tesi, e ci aspettava in scala 10:1 uno di quei completi porno Yamamay. L’altra aveva commentato: “Solo in Italia”. Con altrettanta solidarietà e apertura mentale mi ero detta che dalle parti sue per essere una donna oggetto bastava riuscire ad abbinare la gonna con la maglia. No, non ne vado affatto fiera.

Ma l’episodio di via Caracciolo mi ha fatto ricordare che la bellezza dev’essere un gioco, uno degli aspetti che allietano la vita se si dà loro la collocazione giusta. Se si smette di esserne ossessionati, specie noialtri del Belpaese (come lamentava un mio ex inglese, ignorato in patria perché British Asian e idolo delle folle a Napoli) e la si coltiva come uno dei tanti aspetti della vita.

L’Italia che ho trovato è un pochino più attenta alla questione donne oggetto, e magari trascura quella del corpo maschile trasformato in un tubo di maionese. Sarà perché fa molto antiberlusconismo, o perché il femminicidio improvvisamente fa notizia (in Spagna, almeno, la fa dai tempi di Zapatero), ma si comincia a pensare che, se le donne vengono presentate come una merce, poi come merce vengono trattate.

Io sarò tutta storta, ma altro che merce, quando ammiro un uomo lo idealizzo, non so come spiegarlo. Riconosco che per uno scherzo del destino è portatore (spesso sano) di un dono che non si è cercato e fa poco per coltivare. E ne rispetto la sacralità, perché la mia idea è che fare un bel corpo è un miracolo di coincidenze e convergenze simili a quelle che fanno una bella mente.

Solo che con un po’ di allenamento, rispetto all’intelligenza, la bellezza la sgami un po’ dappertutto. Quella bellezza che “sta nell’occhio che guarda”, come ricordava sempre mio padre a una mia amica inglese, cercando di citare Shakespeare direttamente dall’italiano (e usciva una cosa tipo in the eye that sees).

Io non la trovo tanto in quei volenterosi servizi fotografici di donne “belle lo stesso”, tipo pubblicità della Dove, volte a evidenziare che sei bella anche se non rispetti i volubili e contraddittori standard di bellezza: temo che questi standard vengano reiterati e riaffermati in ogni scatto che pretenda di contraddirli, perché nel presentarsi come autorevole contraddittorio sta dando loro autorità.

Ma quando le lettrici di Repubblica (tra cui alcune amiche mie) hanno mandato all’edizione online una loro foto con su scritto Non sono una donna a sua disposizione ho passato vari giorni a osservarle, l’occhio mai stanco da tanta varietà di forme e di stili. Dal modo in cui i capelli venivano raccolti su un volto “troppo ovale”, le rughe accentuate da un bel sorriso che me le faceva dimenticare. Di quanto la varietà della vita, superi spesso e volentieri la plastica.

Questa è la bellezza che voglio coltivare. Come un gioco che non stanca finché sai quando è il tempo di smettere.

E non so quanto c’entri ma, guardando un servizio sul femminicidio col mio migliore amico, lui improvvisamente mi ha fatto una delle carezze ruvide e un po’ impacciate che è il massimo che si concedono certi uomini, depositandomi addirittura un bacio sulla tempia. Mi sono sentita un po’ una specie protetta, come il panda del WWF, eppure sono maggioranza, al mondo.

Ma ho capito e mi è piaciuto molto.

lungomareliberatoE poi, mentre già giri i tacchi in direzione del treno, vedi che c’è il tramonto sul lungomare liberato.

Allora scendi via Calabritto, ignorando le ballerine Tod’s che stanno quasi quanto il tuo affitto.

Cerchi di non farti arrotare, ma adesso sai che ad attraversare le strisce convinta, come se fosse il diritto che è, le auto si fermano. Per non doverti pagare nuova, ma si fermano.

E intanto ti chiedi com’è possibile.

“Come fai a essere così bella?”, sussurra svogliato uno con poca fantasia.

Guarda, vorresti rispondergli, mi domandavo lo stesso di quello che vedo. Del cielo che si fa sabbia fina e rende il mare incandescente che fa male agli occhi. Delle curve di Capri ancora piene della tua infanzia. Di Castel dell’Ovo inzuppato di sale, e del vino degli ultimi raggi.

Come fa tanta bellezza a diventare normale?

A diventare ‘a cartulina, la passeggiata del sabato, le coppiette coi caschi appesi al gomito, come ombrelli, e lei che rifiuta le rose del venditore ambulante, “No, grazie, sono allergica, te voglio bene, ja’“.

E la bambina coi capelli afro che piange in carrozzina, mentre la mamma dalla pelle bianca la consola e al padre rassegnato dici “Pazienza, è bellissima”. “Grassie”. Perché ti piaceva quando lo dicevano di te e lo pensavano davvero.

E il bambino che grida a quello delle bolle: “Signore, signore, soffiate pure da questa parte, per favore!”. Ma l’altro finge di non sentire, o non capisce l’italiano.

E le due ragazze che si parlano piano, e fanno pace.

Come ci si abitua a tanta bellezza, ti chiedi scendendo le scale bagnate con la paura di toccare il mare. E il mare risponde invadendoti nell’onda più forte. T’inzuppa il vestito e t’incrosta i capelli della stessa vita che li sporcava al tuo arrivo, solo più salata e improvvisa.

Ed è un peccato che con l’unico testimone, un giovane papà che tiene ben stretto il bimbo sulla sabbia, non puoi parlare, che si chieda se sei pazza, ti serve qualcosa o ce ‘o vvuo’.

Almeno adesso ricordi che alla bellezza ci si abitua come al caffè troppo caldo, che prima ti bruci e poi scende giù.

Che è un miracolo a cui hai diritto a credere.

L’unico che devi pretendere.

Pizzeria De Figliole, Forcella, Naples, Campania, Italy
© Cubo Images / SuperStock

Vivere a 10 minuti dalla stazione. Sempre. Solo a Manchester non mi è riuscito, autobus a parte.

Non è voglia di fuga, è la libertà di piombare fuori casa in ogni momento con buone possibilità di prendere il treno, magari al binario 2 diretto a Napoli centrale.

Quando poi è deserto, specie ad agosto, una si mette nella prima carrozza perché, come dice mammà, “di solito ci sta il capotreno”.

E proprio il capotreno si mette a fare lo scemo.

– La signorina sta sola sola…

Deve stare proprio disperato, ormai mi chiamano signora. E mi dicono che sono: cambiata, migliorata, cresciuta, ingrassata ma sto bene. E che mi sono fatta bionda. Prima cos’ero, cerco di ricordarmi attraversando Piazza Garibaldi.

Percorro sempre gli stessi vicoli e torno senza accorgermene al portone scassato di Forcella, col Padre Pio gigante fuori.

E i miei accompagnatori sono pazienti con la turista e le sue mani ormai inesperte che maneggiano sfogliate frolle e pizze troppo cotte, e rincorrono nell’aria la traduzione di encajar.

Proprio non mi viene.

Ma la spiaggia in via Caracciolo è magnifica. Sabbia nera e bambini che nuotano fra le barche. Facciamo l’elenco delle possibili malattie ma non posso non pensare che un bagno lo farei anch’io, e che a Barceloneta mi basterebbe togliermi tutto e buttarmi nell’acqua così.

Qua al massimo si giocherebbero i numeri.

E qualche mamma mi farebbe lo strascino.

Era Napoli by night che mi mancava. Quella di quando tornavo dalla Biblioteca Nazionale, o dalle ripetizioni nei Quartieri (due poracce che volevano fare il classico) e c’era ancora gente per via Roma (per gli amici via Toledo).

Il portone del “mio” palazzo è ancora aperto, e c’è un vecchietto in canottiera seduto.

I contrabbandieri, però, non li riconosco.

E il treno delle 21.04 non circola ad agosto.

Una sosta al binario ad aspettare un bacio che viaggia con circa 30 minuti di ritardo, ma il treno parte ora, e treni e baci non aspettano.

In carrozza, allora, e arrivederci a ottobre.

(canta Barcellona!)