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4 Truths You Need To Know About 'Sale' Items

Sono spacciata. M’ero dimenticata che qui a Barcellona la ricorrenza più importante è l’arrivo dei Magi: in molte case i regali si fanno il 6 gennaio, più che il 25 dicembre. Ergo, sono spacciata. Fuori casa ho le file che si snodano per cento metri, per comprare indumenti da grande magazzino che dureranno un anno esatto, oppure oggetti di elettronica che, comunque, tra un anno verranno sostituiti dalla nuova versione. Poi cominceranno i saldi.

Quanto a quelli, però, non ci serve niente, grazie: vengo già scontata. Nel senso che, specie durante le feste, il mio parco amici mi dà spesso per tale, tra allarmi rossi e appuntamenti annullati!

E vi assicuro che mi sento lusingata, in un certo senso: vuol dire che, scontata o meno, vengo percepita come un prodotto di qualità. Una… solida realtà, direbbe quella di Immobildream! Sono scontata nel senso che mi sono accorta che, nel “casa mia o casa tua” che quest’anno accompagnava non appuntamenti galanti, ma feste molto casalinghe da passare con famiglie meno tradizionali, quello con me era un incontro che si poteva “rimandare in un altro momento”, se un’urgenza chiamava altrove. Ribadisco: è una cosa buona almeno in un aspetto. La mia famiglia d’adozione mi percepisce come una roccia (e questo particolare la dice lunga sulla solidità degli altri membri…) e quindi sa che sarò ragionevole se una vicina dei diretti interessati ha la mamma col covid e vorrebbe sostegno proprio in Nochevieja (cioè, il 31), o se l’amica che voleva passeggiare a caccia di luminarie carine decide di avere troppo freddo per arrischiarsi a mettere il naso fuori.

Soprattutto, sanno tutti che io sono un’orsa, che è un modo divertente di porre la cosa: un altro più realistico (spero) è che me ne sto molto bene per conto mio. Quindi, se mi salta un appuntamento oppure ho passato un pomeriggio a sostenere un’amica in crisi, mi faccio due risate con l’horror paesano di Alex de la Iglesia e mi sento bene di nuovo.

Sì, il mio status di “persona scontata nella vita dei miei affetti” è una lusinga, ma allo stesso tempo è allarmante. Non tanto per me (che appunto so’ orsa) ma per gli affetti. Innanzitutto, perché dà ancora un’idea delle gerarchie presenti nei nostri vincoli. Non essendo io poliamorosa e non avendo parenti a Barcellona, sto parlando soprattutto di legami di amicizia. E nonostante i buoni propositi sull’abbattimento delle gerarchie relazionali, le “urgenze” si verificano soprattutto in relazioni amorose di vario tipo. Dunque in questi casi si corre a risolvere il problema e si parcheggia l’amica, “che tanto capirà”.

In secondo luogo, appunto: tutte ‘ste urgenze, sicuro che ne valgano la pena? Per quale motivo le montagne russe ci interessano più di una serata tranquilla tipo cena-musica-due chiacchiere, con una persona che amiamo? E non facciamo i banali, non sempre il giretto al luna park delle famose montagne russe prevede attività sessuali! Sarà che le iniezioni di adrenalina sono una droga che sembriamo disposti a spararci senza limiti, e il privilegio di rilassarsi e godersi una cenetta tranquilla, farcela “bastare” come se non potesse essere il massimo, è tutt’altro che scontato: anzi, ce lo godiamo solo quando ci diamo il permesso di farlo. Ma questo permesso, a volte, è più arduo da ottenere delle licenze abitative a Barcellona centro!

La monogamia seriale è questo, no? Passare da un giro di montagne russe a un altro, quando l’adrenalina iniziale lascia il posto al combo pizza-cinema, anche se in versione covid. Così come, se ti ritrovi per un tempo prolungato a parcheggiare un’amicizia (tanto è scontata…), forse non ti stai facendo un grande favore: la tua vita è uno stato di tensione continua, a volte piacevole e a volte no.

Come proposito di anno nuovo, quindi, direi che ci stia benissimo l’idea di dare per scontato che

  • gli affetti si coltivano, tutti;
  • da un po’ di tempo abbiamo già abbastanza stati di allarme per dovercene creare altri;
  • gli allarmi continui potrebbero indicarci che certi affetti non ne valgono la pena.

E comunque, quando vediamo che in una relazione di qualsiasi tipo ci resta più amarezza e tensione che altro, c’è una possibilità incredibile, inedita, originalissima: parcheggiare la relazione. Oppure trasformarla in una versione innocua, senza accanirci sull’esito che avremmo voluto e non si sta verificando.

Se non la date troppo per scontata (che a nessuno piace svendersi!), l’amica vi attende con una cenetta alla buona, una playlist di vostro gradimento, e una spalla su cui piangere. Anche se lei preferirebbe che su quella spalla vi ci addormentaste, magari dopo aver visto insieme l’ultimo episodio di Cobra Kai.

(Adesso sembra incredibile, ma nel 2020 succedeva anche questo. Curioso quanto nelle canzoni della parata ricorra la parola “il·lusió“.)

The Many Brooke Logan Wedding Gowns - Which Was Your Favorite? | Soap Opera  News | Wedding dresses, Movie wedding dresses, Beautiful wedding dresses
Io, in una rara foto a vent’anni

Ok, l’articolo è in revisione e dovrebbe essere pubblicato a dicembre.

Scrivere di alternative alla monogamia, e proprio con l’ex che mi ha lasciata per darsi al poliamore, è stata un’impresa allucinogena!

La gag sarebbe che noi due nella stesura eravamo, che so, Stanlio e Ollio, o magari Gianni e Pinotto (in quanto italiani che scrivevano di argomenti poco italiani), o meglio ancora Mulder e Scully: l’allucinato e la scettica.

Perché lui era quello poliamoroso, o meglio anarcorelazionale, e io ero, mi si dice, la monogama. In effetti la frase del titolo l’ho pronunciata io, benché abbia constatato almeno da fuori l’onestà e la maturità (proprio così!) di queste relazioni alternative alla monogamia. Ma sono sbottata più volte davanti all’ennesima cronaca di amori e disamori fornitami dal co-autore del mio articolo: mi sono persa tra vincoli (cioè le relazioni), metavincoli (i vincoli dei tuoi vincoli), e cura condivisa del pargolame (che può coinvolgere anche i metavincoli), così ho concluso tra il serio e il faceto che Brooke Logan potrebbe realmente pretendere i diritti d’autore! E sorvoliamo sul fatto che “i vincoli dei tuoi vincoli” sarebbe una grande bestemmia in napoletano…

Mi si dice che il mio problema a riguardo è che ci ho il patriarcato nel cervello (ma va’) e sono inesorabilmente monogama (scusate il termine).

Adesso dovrei lanciarmi in una filippica contro le definizioni a tutti i costi, a cui Mulder-Pinotto risponderebbe tirandomi fuori un qualche mio privilegio monogamo, o i vantaggi che avrei a conformarmi al sistema relazionale dominante.

E invece no: per me le definizioni aiutano molto, specie se non pretendono di spiegare tutto. Ma non intendo sacrificare la mia storia personale all’altare del GENDER1!1! Quindi, per spiegare nei prossimi post cosa ho imparato nel backstage dell’articolo (*inforca occhiali da sole*), in questa lunga premessa vorrei raccontarvi due fatti miei, tanto per cambiare.

Sì, sono sempre andata con uno stronzo alla volta (definizione personale di monogamia seriale). Almeno quando, in termini monogami, si è trattato di una “relazione ufficiale”. Ma ho sempre trovato ridicole le limitazioni che comportavano le relazioni in paese, fin dalla prima a sedici anni: si era negli anni ’90, nella provincia di Napoli, ed era ancora piuttosto diffuso il fenomeno di “sposare la tua prima cotta”, o giù di lì! In un ambiente paesano in cui tutti si conoscevano era complicato lasciarsi. Magari il fenomeno non era poi così affermato tra noi del liceo classico (*inforca occhiali da sole griffati*), ma era comunque visto come qualcosa di strano che una uscisse di casa da sola, o a ben vedere facesse qualsiasi cosa che non fosse eminentemente “femminile” senza la compagnia del ragazzo.

La differenza nel mio caso era che avevo l’unico ragazzo che a sua volta non volesse uscire senza di me. Che bello, no? Come potevo anche solo avere voglia di uscire da sola, magari a girovagare senza una meta? Ero proprio una strega! Ricordo bigliettini tra me e l’amato bene, spiegazioni e pianti per questa mia presunta eccentricità, mentre mi chiedevano tutti se eravamo “fidanzati in casa” (e scatta subito Tony Tammaro, vedi video alla fine). Quando non ne potei più, e troncai a diciannove anni, passai per quattro anni a una fase che oggi si definirebbe, mi dicono, di anarchia relazionale: “non voglio relazioni esclusive, posso andare con chi voglio”. Purtroppo finivo invece per inventare la friendzone (quando ancora non era sessista) e per non andare, spesso e volentieri, proprio con nessuno: ma era il principio che contava!

Le mie amicizie di sempre non erano attrezzate sul piano teorico per affrontare la cosa: così, l'”amicone” dell’epoca (come lo definii una volta per il divertimento generale), veniva considerato a tutti gli effetti il mio ragazzo, e invitato alle feste come tale. Dunque io ero considerata off limits da gente che poteva piacermi. Anche quando intrecciai un rapporto che di fatto era esclusivo, gli amici di lui non capivano perché non dicessi apertamente che “stavamo insieme”: nessuno capiva la mia regola d’oro di non voler sentirsi in galera e di voler essere libera, almeno in teoria, di avere altre storie.

Una mattina, quando ormai vivevo in Inghilterra, mi svegliai con la voglia di una casa con un giardino sul retro, in cui organizzare dei barbecue insieme a un tipo che vivesse con me: soccombevo alla voglia di tranquillità, di “non complicarmi la vita”. Avevo ventitré anni. Allora mi fidanzai con un coetaneo che, essendo nato lì e da una famiglia di migranti, già pensava a mutui, convivenze e matrimoni: anche lì qualcosa non andava, lui in tempo di crisi mi rinfacciava le occasioni in cui mi era stato “fedele nonostante tutto”, e io gli rispondevo: “E perché? mica te l’ho chiesto”. Avevo ben chiaro il fatto che non possedevo il corpo di nessuno, e volevo che se ne rendesse conto anche chi credeva di possedere me. Più che un patto equo, la cosiddetta fedeltà mi sembrava un do ut des dei più beceri: la devozione esclusiva in cambio della stabilità, con la premessa fallace che fosse il modo più spontaneo e naturale di relazionarsi. E le contravvenzioni al patto, che avvenissero in segreto! In realtà io preferivo non andare con altri, ma volevo che fosse una scelta mia, non un’imposizione del mio compagno per un iniziale patto granitico, stile “prendere o lasciare”.

Alla fine sono passata di nuovo dal supermercato britannico di corpi e mutui agevolati alle care dicotomie mediterranee dei primi anni 2000: scopamica segreta vs “potenziale madre dei miei figli”. Ho anche sperimentato il raro passaggio dall’uno all’altro stato, e l’ho trovato schizofrenico e umiliante: ormai ero un ibrido su tutti i fronti, e sono ripartita.

Barcellona, da questo punto di vista, è stata forse la sintesi perfetta: ormai ero monogama per quieto vivere, ma nelle storie che ho avuto qui ho negoziato ogni volta, stabilito magari che “per ora non volevamo interferenze esterne nella storia”… ma non ho mai dato per scontato di possedere il corpo dell’altra persona o poter controllare le sue passioni.

Quindi, in tutta franchezza, mi fa strano riassumere vent’anni di vita ed errori e ripensamenti nella parola monogamia.

È una vocazione di comodo, la mia, che passa per le tonnellate di asocialità che ho accumulato nel tempo. E si nutre di una sola certezza: ci imbrogliano quando ci fanno credere fin dall’infanzia che restarcene per conto nostro (non in solitudine, per conto nostro) è solo un fallimento e mai un’opzione.

Se non chiariamo questo equivoco, dubito che qualsiasi relazione possa mai essere davvero una scelta.

Intanto mi tengo la mia vocazione: monogama per caso, col forte sospetto che la cosiddetta solitudine sia il mio stato di grazia.

Ho visto vocazioni peggiori.