Archivio degli articoli con tag: vinicio capossela

Risultati immagini per albaicin granada È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che la sottoscritta entri nell’Albayzín di Granada, e ne esca viva.

Specie se seguo i consigli del mio navigatore per raggiungere un posto che, ho scoperto poi, si trovava facile svoltando a un certo punto della Gran Vía, su un vero marciapiede.

Adesso mi direte: “E grazie al cazzo, quello calcola la strada senza tener conto di…”, e giù spiegazioni elaborate su come funzioni Google Maps.

Fatto sta che, finora, ci ho trovato solo La Tienda de los Unicornios, e giusto perché serviva latte vegetale. Ma era un bar centrale e idiota da raggiungere, con un unicorno nell’insegna, un solo tavolino e Vinicio Capossela a palla: Medusa cha cha cha, per la gioia dell’amico spagnolo che mi associa a questa canzone, in cui la creatura mitologica si chiede perché i ragazzi abbiano tanta paura di lei (un mistero che, nel mio caso, ancora devo risolvere).

Non sono mostra, non sono velenosa, soltanto un po’ nerviosa…

Dieci anni dopo, mi ritrovo a cantarla tra le strade del quartiere arabo di cui sopra, l’Albayzín, o Albaicín per i pigri: oscenamente bello, ma tutto in salita e lastricato di ciottoli impossibili. Roba da togliersi le ballerine di Natura messe insieme con la sputazza – benché acquistate ancora con l’etichetta da una vicina che traslocava – e indossare “eleganti” infradito sotto gli sguardi impietositi di passanti in scarpe da ginnastica, o scarponi di montagna (33 gradi all’ombra permettendo).

E tutto perché il navigatore, mi sa, ha fatto lo stesso errore madornale che ho commesso io per anni e anni: ha confuso la strada più corta con quella più breve.

Magari coincidessero. Magari fossi arrivata a destinazione, le volte in cui sono stata così “furba” da prendere le scorciatoie giuste, calcolare tutto al dettaglio. La volta che per “rientrare nell’accademia” ho discusso una tesina di master in un anno solo, mentre lavoravo, e sono rimasta tagliata fuori per aver preso 8 invece di 10. O tutte le occasioni in cui mi sono detta: “Dai, c’è qualche problema, ma col tempo che ci hai messo per arrivare fin qui, perché smettere?”, per qualcosa che è finito comunque, e dopo un altro bel po’ di “problemi”.

Sta’ a vedere che anche i miei percorsi, come le ballerine di Natura, sono attaccati con la sputazza, neutralizzati dal particolare che manda tutto, mo’ ci vuole, “a monte”: un’ostruzione imprevista, una perdita di segnale, o tre strade di fila senza che nessuno si sia preso la briga di scriverne il nome almeno sul muro (pure loro, però…). Il peggior errore nel pianificare percorsi è quello di dimenticare che noi siamo solo un fattore del viaggio, in balia di mille altri eventi.

Compreso l’errore umano: il giorno dopo la sfacchinata, non mi mettevo d’accordo con l’amico che mi aspettava (lo stesso della sera prima, perseverare diabolicum…) su cosa significasse “fuori la Porta di Elvira“, e l’equivoco mi era già costato due scalate inutili.

In questi casi, sentite a me, fatevi venire a piglia’.

 

Annunci

MostHilariousWeddingCakeEver“Mariamarche’, nun me sposo cchiù”.

Il tono al telefono è quello solenne di chi sta scherzando, ma mi faccio lo stesso strada tra gli strati di afa che in paese si tagliano col coltello e gli dico:

“Ua’, non esiste proprio! Si nun te spuse tu… Voi siete una speranza per l’umanità!”.

E non sono l’unica a pensarlo, del matrimonio che mi ha vista in riva a una spiaggia dello Ionio con dei perfetti sconosciuti (particolare che non mi ha impedito di cantarci in auto, litigarci, confidarmici e piangerci assieme nei numerosi momenti di commozione collettiva). Un’impresa titanica che ha trasformato un amore adolescenziale nella scommessa di una vita (“Mariamarche’, la vita fa giri esagerati, po’ vide”) e riunito gente di tutto il mondo in un paesino tutto toni dorati e pietre antiche, che per immaginarselo basta guardare la sposa.

C’erano tutti, i parenti calabresi, i prof. spagnoli, gli amici napoletani.

E quelli di Barcellona.

Che perlopiù spiccano per la refrattarietà ad abbronzarsi. Per le attività interessanti che svolgono, sempre poco retribuite e quasi mai legate a cose triviali come figli e mutui da pagare. Per gli abiti da cerimonia creativi, compresi dei pantaloni con spacco che detteranno moda per decenni. Per il silenzio in chiesa mentre tutti recitavano il Padre Nostro (l’unica cosa che si è sentita è stata il leggero russare del mio vicino). E soprattutto, per il loro italiano: potevi sentire davvero frasi come “Certo che comprare un piso è un’inversione, specie se paghi in effettivo invece di farti l’ipoteca”. Roba che non si capisce né in Spagna né in Italia, l’itañol nella sua essenza.

Facilmente individuabili, insomma.

Poi ci sono io, infagottata nel vestito comprato un anno, 3 chili e 4 vite fa. Io che ho rovinato in un nanosecondo la sorpresa sul repertorio musicale in chiesa (“Ah, in casa c’erano dei ragazzi a provare Ovunque proteggi, di Capossela, perché?”), io che non per fare sempre la parte dell’esclusa, quella che non sta bene da nessuna parte, ma sono scesa in Calabria in un’auto napoletana, tra frittatine di maccheroni e un inaspettato Baccini cantato a squarciagola (e le donne di Napoli “capaci di ridere anche sotto l’alluvione” hanno aperto le danze di Radio Lacrima). Poi ho dormito coi barcellonesi, comprando cornetti per i coinquilini improvvisati 5 minuti prima che ci pensasse lo sposo. Ma senza presentarmi in spiaggia una notte che fosse una, sempre troppo stanca per condividere la “capa fresca” neocatalana che fa organizzare macchine per guardare l’alba, mentre il gruppo di Napoli ricorda che alloggia a un’ora dal mare (“E allora?”). E i napoletani mi sfottevano: “Sei di Barcellona, ma sempre con noi stai, no?”.

No. In realtà me ne sono stata a lungo anche sul muretto fuori al castello del banchetto nuziale, appollaiata sulle panche tra le montagne e Brasile-Italia, guardato in maxischermo dagli uomini del paese fuori al bar della piazza. A sorridere della tripla alienazione di napoletana in Calabria, barcellonese in Italia, italiana a Barcellona.

Ma questi e altri riscenzielli non erano niente, ho scoperto, rispetto alle vicende umane di chi ha voluto esserci nonostante le ferite recenti e laceranti, gente che non conosco ma che rispetto e ammiro, sentendomi un po’ scema ad aver pensato anche un momento di rinunciare.

Ma ribadisco, è merito degli sposi. Del momento in cui la sposa ha coperto l’entrata della chiesa, illuminandola col suo abito avorio, mentre lo sposo non sapeva se trattenere più l’emozione o le risate, a vederci tutti sul pizzo delle panche in un ping-pong di teste girate tra portone e altare.

Della loro storia incredibile che a raccontarla non ci credono, “Eh, sono tornati insieme da qualche anno, ma si sono conosciuti quando lo sposo teneva ancora i capelli”. E della sensazione, in loro presenza, di trovarsi di fronte all’amore come dovrebbe essere. Come è.

Perfino a Barcellona.