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Risultati immagini per rose bud Giovedì scorso sono andata a un incontro per ricordare Katia, regista e attrice italiana che viveva a Barcellona ed è venuta a mancare all’improvviso, lasciando tantissima gente costernata e incredula, ma con la voglia di ricordarla ridendo. Sì, perché nel corso dell’affollato pomeriggio sono state rievocate la sua ostinata passione per l’uvetta nelle verdure, o le sviste come quella di non togliere il cartellino del prezzo all’abito da sposa di una cugina, o l’indifferenza al mondo del calcio che la portava magari a fissare gli spettacoli il giorno di Napoli-Juve

Sapete come vanno queste cose: tra una risata e l’altra ci si asciugava la lacrima o la si lasciava lì, a piacere, in attesa che cominciasse il piccolo video commemorativo dei ragazzi della Compagnia teatrale.

Io conoscevo poco Katia, abbastanza da apprezzarne energia e dedizione. L’ho rivista nel volto del fratello che, in particolare, ha fatto un discorso timido e conciso, che difficilmente dimenticherò. Ringraziando gli astanti per il sostegno ricevuto nei difficili giorni passati a Barcellona, ha detto più o meno così:

“Come vedete sono più avanti negli anni, eppure sono qui io a ricordare mia sorella, e non viceversa. È una cosa che va contro natura. Ma il tavolo dove avvengono queste negoziazioni nessuno sa dove sia, e non ho avuto occasione di parteciparvi e dire la mia”.

Ecco, il tavolo dei negoziati per trattare chi viene e chi va, e quando, e come. Che bella immagine. Sembrava presa dal libro di Queneau che il fratello di Katia stringeva in mano senza mai aprirlo, consegnatogli da una cugina (quella dell’abito da sposa) che vi aveva letto un brano prima di dover scappare in aeroporto.

Non servivano libri per quelle poche parole che mi hanno “risolto” una riflessione ben più astratta, frullatami in testa un pomeriggio che tornavo a casa pensando al terribile mestiere di mio padre (curare bambini leucemici), e mi si era parato davanti un ragazzino minuscolo, cicciotto, pieno di salute, la corsetta resa barcollante dal piacere di giocare.

Forse, avevo pensato allora, dovremmo farlo al contrario. Invece di pretendere di mettere tutto il tempo possibile tra noi e il ritorno al nulla, forse dovremmo ricordarci di quanta strada abbiamo fatto dall’essere nulla a essere noi. Di quanto ci sia voluto perché fossimo lì a respirare, camminare, riflettere su quello che stiamo facendo, e capire che, letteralmente, già è tanto che lo stiamo facendo.

Se ci riesce di continuare per cent’anni, tanto di guadagnato. Ma il tavolo dei negoziati in cui possiamo pretenderlo non ha un indirizzo rintracciabile su Google. Quello che possiamo fare è usare questo regalo strano, spesso sgradito, che ci troviamo tra le mani, e ricavarne il meglio che possiamo. Provare a farlo.

E riuscirci.

Per quanto sta in noi.

Katia ci ha potuto provare per poco tempo, e non per sua scelta. Ma avreste dovuto vedere quanta gente ci fosse a spiegare quanto avesse lasciato dietro, quanta energia, quanta ispirazione.

Mi sa che ci è riuscita, no?

logo-nissan-med I miei personaggi, intendo. Quelli che m’invento o s’inventano da soli, appena metto la penna su un foglio che magari dovrebbe accogliere appunti di corso.

Tra numeri di telefono senza più padrone e indicazioni di storia letteraria, loro tessono la loro propria trama e sanno prima di me cosa debba succedere, cos’è che debba muoversi perché la loro storia inizi. Questo lo sanno eccome.

Qualcosa deve accadere perché i loro problemi irrisolti trovino il modo di dipanarsi e richiudersi in se stessi, prima di aprirsi come un fiore doloroso che li lascerà “risolti” e con nuove trame da percorrere, ma non questa. Il mio libro finisce dove inizia la loro vita. La mia vita inizia dove finisce la loro.

Chiudendo il quaderno davanti a un professore che crede abbia preso appunti tutto il tempo, chiudendo le vite degli altri per correre fuori a vivere la mia, devo dire che questi “altri” di carta, rimasti in borsa ad aspettare che torni a muoverli, sanno già, forse, come andrà a finire.

Ma non me lo diranno mai.

Allora continuerò a scrivere a terra le corse verso la metropolitana e le pozzanghere da scansare, perché le mie gambe fatte di carne e di sangue non vogliono farsi male, ma non possono evitare tutto il dolore.

Anche io ho bisogno di una trama per avviare la mia vita, solo che è così facile, scansarla.

È facile evitare l’amore per andarci a finire proprio dentro, a capofitto, giocare col tempo come se lui rimanesse sempre lì ad aspettarmi e io restassi sempre bambina a chiedermi che farò da grande.

No, per rispondere devo sporcarmi, incontrare la gente sbagliata, fare errori e pentirmene e riprendere la strada giusta, che non sarà mai tanto giusta come quando avrò girato un po’ a vuoto prima d’inforcarla.

Questo i miei personaggi, beati loro, lo sanno.

E mentre, scrivendo, mi distraggo ad ascoltare un rumore lontano, un’auto che passa, perfino il professore che spiega, me li immagino a guardarsi un istante in attesa di tornare a scannarsi, ingannarsi o volersi bene, così veloci a scambiarsi un rapido cenno d’intesa racchiuso in un baffo di penna, per ricordarsi che già sanno come andrà a finire tutto questo.

Ma non me lo diranno mai.

Brick-sculpture-2Mi sto svegliando molto presto, in questi giorni, e le prime parole che vomito sulla carta delle pagine del mattino sono spesso piene d’ansia.

Ma di una consapevolezza nuova, anche: le cose vanno. Bene, male? Vanno.

Forse sto imparando ad andare a ritmo.

Ho capito il senso di una grande banalità (applicarlo è un’altra cosa, ma intanto…). Di quelle che ci sembrano ovvie, ma non le mettiamo mai in pratica. La storia di tirare avanti con quello che abbiamo, invece di aspettare ciò che vogliamo. Invece di attendere che si verifichi la “condizione ottimale” con cui saremmo felici. E no, non è vero che lo saremmo, nella maggior parte dei casi. È una scusa per non agire o semplicemente per non essere, dirsi che “se avessimo quella promozione”, “se lei finalmente mi amasse”… Se è così, è che qualcosa dentro di noi si è inceppata e cerca scuse per non andare avanti.

E invece, secondo quanto mi suggeriscono i miei ansiogeni ma ragionevoli pensieri del mattino, si tratta di prendere a due mani ciò che si ha, e con quello costruire cose.

Prima di farlo, almeno nel mio caso, i giorni è come se non esistessero. È come se fossero quelle macchine in corsa viste da un cavalcavia o da una collina, che non fai in tempo a vedere che modello siano e leggere la targa che sono già sfrecciate via.

È come se i miei giorni fossero stati, per lungo tempo, una corsa senza fine verso un momento solo, quell’attimo di paradiso che avrebbe giustificato tutta l’esistenza, con l’avverarsi di questa cosa che non dipendesse da me.

E invece no. Una volta che si accetta che bisogna partire da quello che si ha, e da lì costruire, procurandosi i materiali solo quando sappiamo quali sono le fondamenta, anche quando il progetto non è chiaro, e man mano che costruiamo scopriamo cosa stiamo facendo… Una volta che si fa tutto questo, i giorni diventano solidi come pietre. Come mattoni. Diventano ciò che dovrebbero essere. Una lunga fila di momenti in cui abbiamo vissuto pienamente tutto quello che eravamo.

E abbiamo pregustato tutto ciò che siamo capaci di essere.

Che non è poco.

A me sta storia di vivere nel presente rompe un po’, perché non lo faccio mai. Ho una fantasia galoppante e adoro fare progetti, continuamente. Soprattutto, adoro realizzarli.

Ma, appunto, che i progetti siano uno stimolo ad andare avanti e non una scusa per stare fermi, in attesa che arrivi quell’ingrediente, quel componente che ci manca per metterli in marcia.

Che il nostro attendere, che di per sé non è male né ci impedisce, se lo prendiamo bene, di sperare, non ci serva a farci scudo dalla vita, questa cosa che crediamo più pericolosa di quanto non sia, e che comunque ci lascia senza scampo. Tanto vale.

Tanto vale conoscere la materia dei giorni.

Farfalle in volo La testa tanta che vi ho fatto all’articolo precedente è funzionale a quanto volessi ipotizzare adesso.

Il passato, si diceva, è di per sé narrazione. Possiamo decidere di manipolarlo e interpretare gli eventi come più ci fa comodo, per illuderci di star bene. Finendo magari per ripetere gli stessi errori.

Oppure possiamo usarlo come trampolino di lancio per reinventarsi, o, secondo una metafora che mi piaceva di più, come un parto di cui svanisca il ricordo del dolore ma resti il frutto, una nuova vita.

Non so, il pensiero mi ha consolato molto, nella fase più dura della mia crisi. Mi sono detta che non avevo le forze di “scegliere come reagire”, al contrario di un caro amico che ha passato molto di peggio.

Ma che, se intanto avessi imparato a seguire quella parte di me che “mi aveva avvertito” e che avrebbe saputo evitarlo, non sarebbe stato invano.

Vari mesi dopo, posso dire che non è stato invano. Il dolore non è un ricordo vago, magari, ma quello che ne ho fatto è qualcosa di vivo. È una me in costruzione. Spero di riuscire sempre a farlo, sempre che ce ne sia la possibilità (che non tutti i dolori la concedono).

Però attenzione. Cambiamo il passato ascoltandolo, non rivivendolo. Ripenso al Grande Gatsby e alla vita sacrificata a realizzare un sogno ormai sfumato, infranto da tutte cose che non potesse controllare: le circostanze (la guerra) e il libero arbitrio altrui (Daisy che alla fine si lascia convincere a sposare un altro).

La sua ossessiva ricerca del passato si sarebbe anche tradotta nella felicità, se si fosse “accontentato” della vita reale, di una Daisy tornata a lui, ma dopo aver amato un altro, una donna diversa dal ricordo e dalla fantasia che avesse avuto di lei.

E ricordate Goethe, ne Le affinità elettive, che biasima le coppie che realizzano un amore di gioventù, illudendosi di far rivivere i vecchi ardori?

Ecco, quello è il modo più sicuro di non cambiare il passato. Di riaffermarlo nella sua irreversibilità, proprio mentre cerchiamo di ripeterlo.

Se la vita ci dà una seconda opportunità, e per fortuna non è raro, non buttiamola cercandovi una compensazione al dolore sofferto. Va bene che io decida di dare un senso al passato condividendo con voi, su questo blog, le cose che mi sta insegnando. Ma se sperassi di tornare alla vecchia relazione per cancellarne la rottura, farei un danno a me, all’altra persona, e manderei tutto a monte.

L’unico modo per riuscire, in questa fantascientifica ipotesi, sarebbe tornare alla relazione nonosante la rottura, e non a causa di quella.

Meglio accettare di esserci messi in una situazione assurda, ridicola, di aver lasciato che ci chiudessero in un angolo o di essercisi messi da soli (ne parleremo in seguito), che rimetterci nelle stesse condizioni per il desiderio egocentrico e impossibile di cancellare l’accaduto.

Se la vita vi dà un’altra opportunità, vi invidio come una bestia (sorrido).

Ma rispondete al pratico questionario con cui vi viene consegnato questo regalo.

Perché lo vuoi rifare?

Per cancellare il passato e ricominciare daccapo.

Non puoi, è già successo. Sei una persona diversa, l’altro pure. Perché lo vuoi fare?

Perché ho sofferto molto, e che si ripari al torto che ho subito mi sembra il minimo.

Davvero? E chi si è infilato in questa situazione? Perché non ti sei fermata prima? Credi davvero che riprendendo qualcosa con livore la faccia meglio? Ripeto: perché lo fai?

Perché mi manca.

Ti manca questa persona o quello che cercavi di realizzare attraverso di lui? Lo sguardo di ammirazione che tu non riesci a darti allo specchio? Un’ultima volta: perché lo fai?

Perché sento che va bene così.

Anche se il passato non si cancella, se sarà difficile, se non riuscirai mai a trovare in qualcun altro l’approvazione che non ti dai tu?

Sì.

Se è così, in bocca al lupo. Riusciteci anche per me.

MCDTROY EC086Avviso: quest’articolo è solo un flusso di coscienza su un argomento che mi è piuttosto caro, e che, esposto al mio migliore amico, mi ha già guadagnato un: “Ma a che stavano pensando, i tuoi, quando ti hanno fatta?”.

Chissà. Resta il fatto che da un po’ rifletto su tutte quelle storie in cui un personaggio dotato di poteri sovrumani si trasforma in essere umano per libera scelta. Nel supermercato postmoderno che compone il mio bagaglio culturale, questa riflessione spazia dal Cristo cattolico alle sirenette da manga giapponese.

Grandi assenti, i protagonisti della mitologia greca, perché non me ne viene in mente nessuno che perdesse la condizione divina, almeno per sua volontà: al massimo la Sibilla turlupinata da Apollo che gli chiede l’immortalità, ma si scorda di pretendere pure l’eterna giovinezza, e a domanda “Cosa vuoi” risponde invariabilmente “Voglio muri'” (no, perché con buona pace di Petronio, la Sibilla Cumana che parla latino non ce la vedo manco 2000 anni fa).

La tematica della morte, in realtà, mi avvicina a un altro personaggio deturpato dall’era pop: il Pelide Achille in versione hollywoodiana. Quello che di Patroclo è solo cugino ed è innamorato di Briseide, a cui confessa un grande segreto: gli dei sono invidiosi degli esseri umani, proprio perché questi ultimi muoiono. Quindi ogni istante della loro vita è importante.

Lo so, diabete che si spreca quanto la tintura bionda in testa a Brad Pitt. Ma anche un indizio per rispondere al mio interrogativo: perché un personaggio non umano vorrebbe farsi uomo? In genere è per amore, di una persona in particolare (la Sirenetta) o dell’intero genere umano (ve lo devo proprio nominare? Stendete le braccia e incrociate i piedi…). O, se spodestato dal suo “habitat” naturale, per essere riconosciuto e accettato tra gli umani. Come il Pinocchio diventato bimbo secchione che però “era proprio un bel burattino”, sospira la fata, o addirittura la streghetta Lalabel, spodestata dal Paese della Magia, che alla fine decide di rimanere sulla terra. Ricordo l’ultima scena del cartone: lei che si arrampica su un pendio e qualcuno che le grida tipo “Attenta a non cadere!”. In effetti, pensavo, non c’è nessun potere magico a impedirglielo. E il solo pensiero mi dava il latte alle ginocchia.

Evidentemente, già da allora peccavo di ubris, il famoso peccato mortale in salsa greca che nei libri del liceo, sempre aggiornatissimi, si traduceva con tracotanza e si leggeva quando la fai fuori dal vaso.

In effetti, come molti esseri umani mi sono atteggiata un po’ a semidea, standomene nel mio imperturbabile Iperuranio, convinta che a non immischiarmi con gli umani sentimenti, in qualche modo strano ne avrei evitato dolori e disgrazie. A costo di privarmi anche delle cose più belle, ma noialtri dei minori di questo non ci accorgiamo subito. Come potremmo? Quando afferriamo questo risibile scettro non abbiamo né l’età né la lucidità per capire cosa stiamo facendo.

Anche perché, insomma, sentirci dire che per diventare umano Dio ha dovuto “abbracciare una croce” non era proprio il massimo dell’incoraggiamento. Tanto vale crederci superiori alle umane disgrazie.

Finché un giorno (ma in genere accade in due, tre, tremila), non ci accorgiamo che l’Iperuranio un po’ scoccia. Che il trono di cartapesta è scomodo, che il fuoco di un camino non è caldo come il sole del mattino e aggiungete banalità a piacere.

Allora scendiamo in terra a cominciare un lungo, difficile lavoro: essere degni di essere umani. Noi, ultimi arrivati. Degni della nostra imperfezione, della nostra impotenza. Della vigliaccheria.

Della bellezza che sappiamo creare nonostante tutto questo.

È un training lungo e difficile, come quelle ricerche in archivio che possono durare mesi senza sapere se stai sulla pista giusta.

Forse ce ne accorgiamo solo quando ci ritroviamo a soffrire. Non per la sofferenza in sé, quella è inutile, a proposito di miti da sfatare.

Ma perché allora significa che dei sentimenti ce li abbiamo, e cominciamo a farci anche una vita. Imperfetta e destinata a finire. Ma una vita, bella grassa nelle nostre mani. E se siamo capace di soffrirne, prima o poi impariamo anche a godercela.

Ebbene, questa gioia che già intravedo, precaria e difficile, vale tutto il tracotante Iperuranio che tra fulmini e troni di cartapesta non è in grado di darci neanche la libertà di piangere.

So che un giorno mi alzerò e sentirò il sale nell’aria.

Ovviamente sarà un’impressione. Per i gabbiani, forse, che cominciano ad avventurarsi fino ai tetti del Raval. O perché il primo sole che mi filtra in terrazzo alle 8 del mattino mi ricorderà che sullo sfondo ci sono le torri Mapfre, e che è un giorno da mare.

E allora mi sentirò fortunata, per tutte le donne che in giorni come questo, improvvisamente, hanno deciso (o lo ha deciso qualcosa per loro, da qualche parte nei lombi) di tornare a vivere. E che invece di andarsene al mare devono alzarsi e mettere il latte sul fuoco.

Io, invece, finirò dritta sotto la doccia, e per l’occasione mischierò il bagnoschiuma alla mela verde con quello al mandarino. Uno lo tengo a terra e l’altro nella sacca appesa in alto a mo’ di mensola, ma li cercherò apposta, nella doccia distrutta come me da mani più grandi. E tirerò bene la cortina.

Poi metterò il completo in saldi del Corte Inglés, reparto llençeria. Quello vintage color carne al 60% di sconto. E stavolta me lo metterò per me, che sotto i vestiti leggeri della primavera ci va una bellezza.

Quindi, passando per Drassanes, mi avvierò verso il porto. Siederò sulle panchine della Rambla del Mar come sempre quando ho cercato risposte, guardando dalla parte sbagliata il brutto palazzo che per me fu Barcellona, la prima volta.

Ma no, non mi accontenterò del Porto. Proseguirò fino a Barceloneta, fino alla sabbia fina che ti entra nelle scarpe e ti rompe poi, se ti ci stendi lunga lunga, coi capelli appena lavati che si fanno una colla.

Ma non m’importerà, perché qualcosa dentro di me starà dialogando con le maree. Qualcosa che non conosco e non so dire, o descrivere con le parole che mi muoiono nella bocca di sale, screpolata dal sole perché avrò scordato il labello a casa.

Qualsiasi cosa si dicano, spero che nella mia lingua, l’unica che conosco, quella degli esseri umani che si fanno incantare dalla passione ma poi ci ritornano, a riva, coi piedi nudi e gli occhi dei penitenti, qualsiasi cosa si dicano spero significhi pace.