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enchantedNo, io vi capisco.

Da una parte avete il boschetto della vostra fantasia, o meglio delle fantasie passate. Tutto accessoriato. C’è il solito fottio di animaletti (cit.) che vi fanno ridere quando siete tristi: i ricordi. Che vi consolano o vi perseguitano. Ci sono i fallimenti in persona, tutti impettiti e un po’ arcigni. Ci sono gli alibi, ospiti d’onore. I fili di speranza, così sottili che le liane di Tarzan al confronto sono baobab.

Dall’altra parte, avete il presente. Quello che trascurate per indugiare là, nel boschetto che non vi appartiene più. E il presente finché indugiate è uno stanzone vuoto, polveroso, col pavimento ancora da sistemare e una sola piantina che a occhio e croce va pure travasata. Ovviamente, il tempo che perdete dall’altra parte può solo peggiorare le cose, invece di armarvi di spazzolone e secchio, e poi trapano e chiodi, e decorare un po’, rendere il presente abitabile.

Ma insomma, capisco la differenza, avete un mondo da costruire interamente a fronte di uno completo, fatto a vostra immagine e somiglianza, in cui tutto funziona in modo da farvi sentire a vostro agio: per le cose che non sono girate avete gli alibi, per quelle riuscite avete costruito proprio dei monumenti, e tutto ruota intorno a voi.

C’è un solo particolare. In quel bosco ormai siete morosi. Non vi appartiene più, siete stati sfrattati nel presente, la vostra casa è altrove. Infatti, a ben vedere, va svanendo un po’ tutto ogni giorno, costa fatica mettersi lì a rinverdire, rivangare tutto, innaffiare le vecchie speranze, spargere il sale sulle ferite.

Ma tant’è, meglio morosi in un posto irreale che armati di trapano e secchio in un posto nuovo, senza poesia, che ci chiede una cosa difficile.

Ci chiede fiducia. Investire in quello che è ora, per raccogliere poi, magari, e intanto godersi il lavoro.

Scomodo. Ma si tratta solo di avere la chiave. E la chiave, appunto, è la speranza. Come un genitore spera in suo figlio prima ancora che nasca, solo perché è suo figlio. Speriamo nel nostro presente, solo perché è nostro.

Allora facciamo questo balzo. Passato e presente sono a distanza di un salto. Nel primo non possiamo fare più niente, non abbiamo più niente da fare. Nell’altro abbiamo da fare tutto, senza essere sicuri che andrà bene.

Ma sbrighiamoci, che le piastrelle vanno sistemate prima che faccia notte.

I chiodi li porto io.

Michelangelo_schienaVi racconto il presente.

Il presente è una schiena. Ampia, avvolta di bianco. T-shirt classica, a nido d’ape, credo, da lontano così sembra. Una fodera nera sulla spalla destra. Mazze da golf. Ci si potrebbe scrivere, un racconto, su una schiena ampia e bianca con una sporta piena di mazze da golf. Chissà se ci gioca lui, chissà se ci lavora, penso mentre lo seguo, attratta dal biondo perfetto, quasi abbagliante, dei capelli.

Non che lo segua, va dove vivo io. Magari siamo vicini. Ed è altissimo, quei capelli brillano quasi nel buio. Gli ho intravisto appena il volto, al semaforo all’uscita della metro, per farlo ho dovuto guardare in direzione contraria alle auto e devo essere sembrata ridicola, se ha abbassato abbastanza gli occhi da accorgersi della mia esistenza.

Due metri, decido, e poi aspetto.

Voglio proprio vedere se lo fa.

Sì, lo fa.

Il codino dorato brilla un istante sotto il neon triste del supermercato verso cui sono diretta, e poi entra.

Non è la prima volta.

C’era un’altra schiena, tempo fa, che seguivo rapita sulla Rambla del Raval. Stessa strada mia, qualche passo avanti, e io a ritrovarmi ipnotizzata come una sfigata di 16 anni in crisi ormonale. E quando l’avevo persa di vista, che gli ormoni non mi portano più a fare gli stalking che improvvisavano le amiche in paese, era successo: ne avevo ritrovato il proprietario in calle Parlament, al supermercato italiano.

E si era messo in fila alla cassa esattamente dietro di me.

Come costui.

Perché sì, succede anche ora. E la ragazza che protesta alla cassa, prima di me, fa che passi abbastanza tempo perché quei wurstel un po’ tristi, farciti al formaggio, vengano subito dopo la mia bottiglia di latte.

Ma lei, la cliente che protesta, non la guardare, mi scopro a pregare. Lei alta biondissima quasi quanto lui, col carré scalato che vorrei io, ma l’asperità di chi ha lo stomaco di contestare la “spesa minima per la carta di credito”, e il sorriso giusto per farlo.

Ricordo, difficile farne a meno. Ricordo un’altra schiena e un passato sempre meno recente, quegli accenni ad altre donne, le ipotesi indolenti su se andassi io con altri, le frasi secche, taglienti, buttate lì con folle noncuranza a ricordarmi sempre che ero solo di passaggio, che la prima bionda considerata più bella di me mi avrebbe fatta sloggiare, come è stato.

Ma quando esco col collo freddo della bottiglia tra le dita, e la schiena di nuovo davanti, non c’è quel dolore, non ci sono le notti passate a non vivere. C’è solo il presente e quella schiena bianca, che scompare dietro la banca all’angolo.

E allora, quando anche la schiena bianca è diventata passato, subito dopo, mi rendo conto.

Non è che non ci siano, il passato e le notti bianche. Ma non ci sono quanto il presente di una schiena che mi ipnotizzi nella sua andatura perfetta, che mi riporti alla vita. Ci sono, ma solo se voglio. Per un lungo periodo ci sono state anche quando non ho voluto.

Ora sì, ci sono solo se voglio.

E la differenza è che ora so cos’è presente e cosa non è, e il presente sta scritto sulle schiene che incontro per un po’, che invariabilmente ritrovo quando penso di averle perse, schiene che fantastico diventino occhi, sorrisi, mani su di me.

Finché, forse, a metà strada tra il passato e il coraggio, non diventeranno anche quello.

Farfalle in volo La testa tanta che vi ho fatto all’articolo precedente è funzionale a quanto volessi ipotizzare adesso.

Il passato, si diceva, è di per sé narrazione. Possiamo decidere di manipolarlo e interpretare gli eventi come più ci fa comodo, per illuderci di star bene. Finendo magari per ripetere gli stessi errori.

Oppure possiamo usarlo come trampolino di lancio per reinventarsi, o, secondo una metafora che mi piaceva di più, come un parto di cui svanisca il ricordo del dolore ma resti il frutto, una nuova vita.

Non so, il pensiero mi ha consolato molto, nella fase più dura della mia crisi. Mi sono detta che non avevo le forze di “scegliere come reagire”, al contrario di un caro amico che ha passato molto di peggio.

Ma che, se intanto avessi imparato a seguire quella parte di me che “mi aveva avvertito” e che avrebbe saputo evitarlo, non sarebbe stato invano.

Vari mesi dopo, posso dire che non è stato invano. Il dolore non è un ricordo vago, magari, ma quello che ne ho fatto è qualcosa di vivo. È una me in costruzione. Spero di riuscire sempre a farlo, sempre che ce ne sia la possibilità (che non tutti i dolori la concedono).

Però attenzione. Cambiamo il passato ascoltandolo, non rivivendolo. Ripenso al Grande Gatsby e alla vita sacrificata a realizzare un sogno ormai sfumato, infranto da tutte cose che non potesse controllare: le circostanze (la guerra) e il libero arbitrio altrui (Daisy che alla fine si lascia convincere a sposare un altro).

La sua ossessiva ricerca del passato si sarebbe anche tradotta nella felicità, se si fosse “accontentato” della vita reale, di una Daisy tornata a lui, ma dopo aver amato un altro, una donna diversa dal ricordo e dalla fantasia che avesse avuto di lei.

E ricordate Goethe, ne Le affinità elettive, che biasima le coppie che realizzano un amore di gioventù, illudendosi di far rivivere i vecchi ardori?

Ecco, quello è il modo più sicuro di non cambiare il passato. Di riaffermarlo nella sua irreversibilità, proprio mentre cerchiamo di ripeterlo.

Se la vita ci dà una seconda opportunità, e per fortuna non è raro, non buttiamola cercandovi una compensazione al dolore sofferto. Va bene che io decida di dare un senso al passato condividendo con voi, su questo blog, le cose che mi sta insegnando. Ma se sperassi di tornare alla vecchia relazione per cancellarne la rottura, farei un danno a me, all’altra persona, e manderei tutto a monte.

L’unico modo per riuscire, in questa fantascientifica ipotesi, sarebbe tornare alla relazione nonosante la rottura, e non a causa di quella.

Meglio accettare di esserci messi in una situazione assurda, ridicola, di aver lasciato che ci chiudessero in un angolo o di essercisi messi da soli (ne parleremo in seguito), che rimetterci nelle stesse condizioni per il desiderio egocentrico e impossibile di cancellare l’accaduto.

Se la vita vi dà un’altra opportunità, vi invidio come una bestia (sorrido).

Ma rispondete al pratico questionario con cui vi viene consegnato questo regalo.

Perché lo vuoi rifare?

Per cancellare il passato e ricominciare daccapo.

Non puoi, è già successo. Sei una persona diversa, l’altro pure. Perché lo vuoi fare?

Perché ho sofferto molto, e che si ripari al torto che ho subito mi sembra il minimo.

Davvero? E chi si è infilato in questa situazione? Perché non ti sei fermata prima? Credi davvero che riprendendo qualcosa con livore la faccia meglio? Ripeto: perché lo fai?

Perché mi manca.

Ti manca questa persona o quello che cercavi di realizzare attraverso di lui? Lo sguardo di ammirazione che tu non riesci a darti allo specchio? Un’ultima volta: perché lo fai?

Perché sento che va bene così.

Anche se il passato non si cancella, se sarà difficile, se non riuscirai mai a trovare in qualcun altro l’approvazione che non ti dai tu?

Sì.

Se è così, in bocca al lupo. Riusciteci anche per me.