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limonata Sono diventata intollerante a ciò che non mi piace.

Intendiamoci. Se mi devo sparare quattro ore di lezione con alunni cinesi inconsapevoli dell’esistenza dell’articolo, lo faccio e zitta.

Se invece devo mangiarmi un piatto carbonizzato di pasta ammescata, piuttosto butto tutto, con sommo orrore di mio padre che d’altronde è figlio della guerra e non riflette sulle scarse probabilità di mandare quella schifezza ai “bimbi in Africa”.

Credo sia una buona abitudine, diventare allergici alle sgradevolezze evitabili. Pare anche facile, invece provateci e ditemi se qualche volta non vi sentite spreconi. O, peggio, egoisti, quando vi fingete morti pur di non ascoltare l’ennesimo sfogo di un amico, pronto a rituffarsi tra le braccia di quella pereta.

Ma resistete! Che la vita sia un piacere, se no, come dice una canzone, era meglio morire da piccoli.

Però, però. Ci sono cose che non possiamo classificare esattamente come sgradevoli, ma che neanche sono una passeggiata.

Prendete il lavoro. Adesso che consegno la tesina del master e mi finisco tutti i corsi che sto dando, cosa m’impedisce di mettermi a quattro di bastoni con un mojito in mano? (Ok, al massimo una limonata).

Be’, il fatto che a non finire siano le mie lezioni private! Neanche poche, piazzate in quegli orari strategici che nella routine quotidiana sono perfetti, ma che a luglio ti intossicano la giornata.

Però, vediamo, mi fa schifo avere delle entrate extra, quest’estate? E gli alunni sono così carini, specie ora che cominciano a capire che “ho andato” è Satana!

Allora che faccio? Mi accorgo di una cosa: gli alunni vivono in zone pericolosamente vicine al mare. Pensateci un attimo. Io. Barceloneta. Luglio. Metteteci un po’ di crema solare e il gioco è fatto.

Lo stesso dicasi per l’apparecchio che ho comprato per gassificare l’acqua (una poracciata su Amazon). Ero stanca di bottiglie di plastica a profusione, ma io sono da acqua gassatissima a livello estintore, mentre quella prodotta da questa macchina è la cugina loffia della Perrier.

Se mi avesse fatto proprio schifo, starei già a fare questione col rivenditore. Ma continuo a non voler produrre una discarica intera di bottiglie e troppo gas ha spiacevoli effetti collaterali.

Così mi faccio un punto d’onore di passare l’estate a fare bibite gassate il giusto, con gli ingredienti che dico io. Non eguaglierò mai il fantastico mandarino al seltz catanese, ma uno sciroppino casareccio da gassificare ad hoc si può provare. Vedi se la ricetta la devono avere i ‘mericani e chiamarla Italian soda, ma inso’, la tradizione fa giri strani.

Tutto questo per dire: le cose che non ci piacciono, via. Quando proprio non siamo obbligati a sorbircele, rispediamole al mittente.

Quelle con un’equivalenza tra pro e contro, be’, ricordate quella canzone di Elisa quando faceva l’inglese? Heaven out of Hell? Insomma, trasformare l’Inferno in Paradiso.

Lo so, lo so, adesso fa più figo dire che se la vita dà limoni bisogna farne limonata.

Io non sarei così drastica: non quando i limoni si possono bellamente snobbare per le fragole.

Per tutto il resto, ho un gassificatore ad hoc, vi aspetto a casa!

 

 

ciaomagreDa adolescente mi ritrovai di fronte a un cartellone pubblicitario, raffigurava delle donne molto belle e decisamente più grandi di me che mi facevano una boccaccia.

Lo slogan recitava: “Ciao, magre!”.

Ero magretta e risposi: “Cia’!”.

Poi mi chiesi un attimo cosa volesse dirmi quell’immagine. Ok, casa di moda per taglie sopra la 46. Io ero pure un po’ ossessionata con la linea, la questione del fisico mi veniva da mio padre, che ancora oggi fa certe abbuffate a pranzo e poi salta la cena. Con buona pace dell’idea per cui siano sempre le donne a subire modelli di bellezza.

Insomma, mi chiesi che avessi fatto a queste distinte signore per meritarmi una linguaccia e soprattutto come mai mi fossi accorta che misurassero qualche taglia in più rispetto ad altre modelle (ripeto, erano donne molto belle) solo dopo che avessero chiamato ME magra, definendosi dunque implicitamente non-magre. Quindi, volendo, anche grasse.

Insomma, accettavano lo standard di magrezza per contrapporgli una linguaccia e il messaggio “Guarda che bei vestiti possiamo metterci anche noi culone”.

Che poi per me “culona” è stato un grande complimento per molto tempo, visto che un tizio che non era riuscito a “quagliare” con me sentenziava del mio corpo: ” ‘E zizze se l’ha scurdate ‘ncopp’ ‘o tavolo, ‘o culo ‘ncopp’ ‘o cesso”.

Non coglievo la cosa più importante: il messaggio dell’annuncio non era rivolto a me, non ero il “target”. La linguaccia che facevano a me andava alle altre “diversamente magre”, secondo la definizione del cartello, perché si sentissero meglio e corressero a comprare i vestiti di quella casa di moda.

È anche per questo che non credo che le campagne Real Beauty servano a molto. Sia per come sono organizzate che per la loro impostazione. Alcune contrappongono direttamente una bellezza diversa da quella di oggi cercando di imporla come nuovo modello, come questa foto qui:

rita

Ecco quindi la ragazza caruccia in bikini taglia 46 che sorride nella stessa posa, con lo stesso trucco, con la stessa luce delle modelle scheletriche che di solito ammiriamo.

Sorride e sembra chiedere: “Dimmi che sono normale”. E vicino ci vedo un … ANCHE IO, grande come una casa.

Insomma, a me queste campagne, che siano prezzolate o spontanee, non convincono perché fanno esattamente il gioco degli standard che combattono e delle multinazionali che ci guadagnano: riconoscono questi standard come norma e cercano di opporre loro una “norma” più umana. Che a mio parere diventa eccezione nel momento stesso in cui prova a imporsi come norma.

Non prendo sottogamba il problema degli standard “irraggiungibili”, l’ho sentito addosso per molto tempo. E sono contenta di vedere che tra queste “donne reali” che si fotografano le smagliature, la cellulite, qualcuna si senta contenta di esibire il suo corpo vittima di anni di bulimia, di battaglie tristissime condotte a scapito della salute e dell’allegria. Se anche una di loro si sente meglio, la campagna è stata un successo.

Ma, se una ha bisogno di sentirsi dire “vai bene anche tu”, non sarà che non ne è convinta nel profondo?

E poi basta. Basta dettare modelli, che siano taglie minime o cosiddette forti.

“Imponiamo” il nostro nel migliore dei modi: vivendolo.

Ridendoci su, sorridendo col diritto che hanno tutti di farlo, ma solo chi si accorge che è la cosa più naturale del mondo riesce a conquistarsi.

E, credetemi, non uso mai la parola “naturale” a cuor leggero.

chipsIl pako del Parlament, oltre a essere il mio idolo assoluto di italiana a Barcellona, mi ha regalato un pacchetto di patatine.

Innanzitutto, lode a lui e a quei compaesani suoi che mi fanno sentire come a Napoli, perennemente convinti che sia troppo magra e dunque debba mangiare.

Poi, questa confezione ridotta fatta apposta per ingraziarsi clienti sparite da un po’, mi ha insegnato un… pacco di cose (no, continuate a leggere, non faccio più battutacce!).

Per esempio, mi ha insegnato che il mio altruismo segue strane simmetrie: uh, un pacchetto monodose omaggio. So già a chi darlo. Se mi avessero elargito, che so, un pacco di pasta, avrei saputo chi invitare a pranzo (non necessariamente la stessa persona del mese prossimo, dipende dallo stato d’animo dell’amico prescelto).

In secondo luogo, mi ha fatto realizzare che in quest’operazione tanto caruccia mi sfugge sempre un particolare: cosa voglia fare io. Il giorno dopo, fresca di scazzo col destinatario delle patatine rimaste intatte, mi sono infatti scoperta ad avere fame dopo una cena eccessivamente parca.

Che fai, mi chiede il buco nel pancino, ti pappi due patatine?

Macché, mi rispondo, quelle sono destinate a qualcun altro.

Ok, insiste il mio stomaco, ma chi l’ha deciso?

Io, devo ammettere.

Potrai ben cambiare una regola che hai stabilito tu, vero?, conclude il buco nero, speranzoso.

Sgranocchiando metà confezione, mi sono resa conto infine che sono di quelle che, quando subiscono un torto, si ritrovano a consolare la persona che gliel’ha fatto. Sono di quegli individui che hanno abituato gli altri a trovarli sempre disponibili e ragionevoli, pronti ad aprire il pacchetto di patatine a chi ha appena regalato loro una bella delusione.

E non lo dico per incensarmi, anzi, è questo il punto. Il punto è ammettere una volta per tutte che l’altruismo a oltranza NON è una cosa bella, una cosa che ci faccia onore. Che, se ci annulliamo sistematicamente o recitiamo il copione di quelli che non hanno bisogno di regali, attenzioni, sostegno, allora non c’è nessuno a condividerci, a dividere la gioia con noi. Perché sarà contento il destinatario delle nostre attenzioni, ma manchiamo noi, che ci trattiamo come se non fossimo nessuno.

Ok, adesso vi presentate sotto casa mia con una confezione famiglia di San Carlo.

Sarà contento il pako del Parlament, specie se l’avete comprata da lui.

magnaniRitorniamo un attimo al post “da salotto” sulla bellezza, perché volevo fare un esempio su ciò che intendessi, per amarsi per quello che si è ecc.

Come frase fatta lo so che è efficacissima, la questione è associarle gesti quotidiani.

Per me questo compito ingrato ce l’hanno avuto facebook e un ex, che ieri ho visto commentare il solito articolo dal risultato incerto sulle critiche agli standard di bellezza.

Ebbene, lui si dichiarava “colpevole” di apprezzare questo modello di donna tanto vituperato, bionda grissino faccia depressa. E a distanza d’anni e con la pace fatta, mi ritrovavo a contemplare la foto a cui si riferiva.

Irresistibile per il giovanotto che, invece, era riuscito senza troppi sforzi a resistere a me.

Ebbene, mi sono resa conto che, quando cercavo di farmi notare dall’uomo che si crucciava di apprezzare la foto, forse provavo pure a scimmiottare un po’ quel tipo. Quanto alle misure, l’inappetenza me la offriva gentilmente l’ex stesso, e anzi, chi avesse bisogno di vestiti taglia M si facesse un giro a Barcellona, che so’ anni che non so a chi rifilarli.

La questione altezza, già sapete, non ci si può fare molto, per i capelli vabbe’, si faceva quello che si poteva con le peggio mèches. E la tristezza veniva con la perdita di peso.

Riuscivo a essere questa della foto? No, al massimo ne ero diventata una specie di parodia invecchiata, ingrigita, un po’ bonsai quanto a stacco di coscia.

Mentre riconfermo l’epic fail e mi prendo a schiaffi da sola anche solo per averci provato, un amico mi allega in chat le foto di una serata insieme.

In una sto un po’ corrucciata, il trucco non perfetto ma espressivo, una mano messa naturalmente a reggere una testa in quel momento troppo occupata in pensieri vacui.

L’effetto? Grazioso, mi sembra. Decido di adottarla, quest’immagine, di adottarmi, in quel momento pensoso e un po’ sbavato, ma in fondo sereno.

Insomma, la imposto come foto profilo e piovono complimenti. Tanti. Commenti entusiasti, qualche paragone con bellone storiche di quelli che dici “magara!”.

Torno a guardarmi, ripensando alla modella della mattina. Non alla ventenne che spero sorrida da qualche parte coi soldi della foto, ma all’Eterno Femminino che volevano farle incarnare.

Non sono lei, né lo sarò mai. Né avrei voluto esserlo, a dirla tutta, se non fosse stato per piacere a colui che invece ne era rapito.

Nella foto, invece, sono proprio io.

E nella mia foto il bello è che non sarò mai nessun’altra, e nessun’altra sarà mai me.

Che tanto vale essere me stessa in quel modo, non incarnare mai nient’altro che me nella mia essenza, invece di prendere in prestito le essenze altrui.

I risultati possono essere sorprendenti. Perché di modelli di bellezza ce ne sono tanti, e cambiano con la storia, e tanti ne sono i portatori sani che si avvicendano sulle copertine, dandosi il cambio.

Invece quello che siamo succede una volta sola.

miseria_nobilta5C’è un modo di fare la fame che è tutto originale, tutto nostro: non dircelo. Stare sempre lì con la sensazione di essere più o meno sazi, ma nella pancia, a tutti i livelli, c’è sempre un bel po’ di spazio che non riempiamo, né ci mettiamo in condizione di riempire.

Così, sul lavoro accettiamo mille umiliazioni, ce ne lamentiamo coi colleghi ma poi continuiamo a sorridere al capo e accettare le sue angherie. Oppure ci accolliamo tutto il peso di quell’associazione di volontariato, o semplicemente dell’addio al celibato dell’amica pretenziosa che vuole dromedari spogliarellisti e concerto live dei Take That, in ricordo dei vecchi tempi. La responsabilità dell’organizzazione, ovviamente, tutta su di noi. Che non amiamo deludere la gente, e allora diciamo sì a ripetizione.

Oppure in amore ci mettiamo sempre in situazioni in cui lottiamo disperatamente per ricevere un po’ di attenzione, ci impegoliamo fin dall’inizio in una storia che si preannuncia impossibile per il solo gusto di dimostrarci che non è vero. Nella migliore delle ipotesi diventa possibile dopo mesi e mesi di tossico, e dopo l’ebbrezza iniziale scopriamo che “non ci riempie”.

Ma è questo che cercavamo: non riempirci. Non essere mai sazi. Un po’ per dimostrare a noi stessi che possiamo vivere anche così, che possiamo mettere a curriculum una resistenza sovrumana (visto che crediamo di non poterci mettere molto altro), un po’ perché temiamo che, se poi ci saziamo, “quando inevitabilmente avremo di nuovo fame ci farà molto più male”.

Be’, se questa è vita, siamo proprio a posto. A proposito, come abbiamo fatto a decidere che la vita sia questo e la condizione di sazietà, di appagamento, di soddisfazione, sia l’eccezione?

Ancora una volta, con l’abitudine. Raccontandocelo ogni giorno, ogni ora, arrivando davvero a crederci perché volevamo.

C’è gente che si è fatta eleggere, in questo modo. C’è gente che non si è presa neanche questo disturbo.

E allora, dico io, se l’abitudine ci ha messo in questo guaio, quella ci tirerà fuori: alleniamoci alla sazietà. Ogni giorno. Come ho scritto altrove, si inizia da una sciocchezza, un regalo inaspettato che facciamo a noi stessi, poi diventa quasi automatico, ci abituiamo così tanto a star bene che sviluppiamo come un radar. Quando conosciamo qualcuno o ci propongono una situazione in cui rischiamo di star male, ci viene spontaneo dire no grazie, come ci veniva spontaneo accettare col brivido di adrenalina da mission impossible che scambiavamo per entusiasmo.

Io mi sto trovando bene a fare questo piccolo esercizio: che so, per i prossimi 21 giorni faccio una piccola cosa quotidiana per risolvere un determinato problema (per esempio, le manie di controllo). Non vedo l’ora che finiscano questi 21 per imparare qualcosa di ancora più eccitante: perché, man mano che si fa il gioco, non si tratta nemmeno più di risolvere problemi, ma di imparare cose nuove, che non si è mai avuto il coraggio d’imparare e che ora si assimilano con entusiasmo, un pezzettino al giorno. Come una cheesecake (tranquilli, c’è anche l’opzione vegana) che troviamo ogni giorno sempre fresca per noi sul tavolo della cucina.

E la gioia, come la cheesecake, è la più bella delle abitudini.