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Ok, ho ripreso a inviare in giro il mio manoscritto più scemo, che ho riscritto daccapo: vediamo se qualcuno se lo fila.

È che, tra storie di ex bimbe leucemiche o di lotte indipendentiste (saprete tutto ad aprile!), questo romanzo qui parla “solo” di un Erasmus, ma strano. Di una tizia che è convinta di partire perché deve, ma poi si vede vanificare una a una le scuse che s’era inventata per farlo: scrivere una tesi che non va più bene al tutor, dimenticare uno che all’improvviso sembra interessato… A questo punto, deve ricorrere alla famosa domanda che tanto tormenta me: ma lei, al di là delle obbligazioni sfumate, che vuole fare?

Sì, sono ossessionata con la volontà, anche quando è diretta a cose impossibili da raggiungere: quando sappiamo cosa vogliamo abbiamo un minimo di potere, fosse anche quello di rassegnarci. Il più delle volte è l’ignoranza a non darci nessuna scelta.

Se la questione della volontà e delle scelte mi tormenta non poco, immaginatevi come mi piace il contrario: quando sono bloccata in qualcosa e non posso farci niente.

E la parola “bloccata” ci sta, riferita a questa casa. Pensavo fosse un luogo di passaggio prima di trovarmi qualcosa di più accogliente e meno centrale, che Barcellona farebbe venire perfino a me la vocazione di eremita. Invece la banca mi rifiuta l’ipoteca, affittare una casa dove voglio sarebbe proibitivo se voglio continuare a scrivere, e rispetto all’inizio del progetto dovrei contare solo sulle mie forze. Quindi mi trovo qui a cercare di capire come possa rendere più accogliente questo posto strano, pensato o per anziani come il proprietario iniziale, o per la gente di passaggio che ci piazzavano quelli che l’hanno venduta a me.

Allo stesso modo, per motivi vari – gli affitti di Barcellona e una sistemazione sfumata – il breve soggiorno che offrivo a qualcuno che iniziavo appena a frequentare si prolungherà fino a data da destinarsi. Capirete che nella fase iniziale c’è ben poco da piangere, all’idea di stare “core a core” tutto il tempo. Ma la convivenza è un drago a tre teste che si nutre di dentifrici non comprati, e di avanzi lasciati da troppo tempo in frigo. È la prova del nove che l’amore romantico va decostruito, e se fa strage di coppie collaudate, figuratevi che combina con quelle recenti!

Cosa si fa, quando si vuole qualcosa (più tempo per conoscersi, e in un posto più accogliente) ma non si può? Buon viso, ovviamente. Sabato viene a trovarmi un’amica che fa la guaritrice, e che è sicura di potermi rendere più ospitale la casa: devo ancora capire se lo dice perché è un’esperta di interni, o vuole sgamarmi eventuali ectoplasmi, entità in cui lei crede fermamente. Io, d’altronde, credevo nella meritocrazia, e mi applico ancora le creme antirughe.

Vorrà dire che oggi si fa un po’ di pulizia per la visita di domani, e… oh, guarda un po’, non sono più sola, a dovermela vedere con strofinacci e ramazze.

La convivenza qualche lato buono ce l’ha, ogni tanto.

images (4)  Ok, in questo Santo Natale di Strafogo (voce del verbo strafogare, ovvero abbuffarsi come se non ci fosse un domani) sono più buona perfino io e non voglio ammorbarvi con considerazioni pseudofilosofiche che paghereste due euro da Lidl.

Colgo solo l’occasione per confessare una cosa a cui pensavo da tempo: da quando mi propongo esattamente quello che voglio (niente scorciatoie, sotterfugi, ripensamenti), l’ottengo.

No, non ho ancora vinto questo biglietto alla lotteria che mi mette a posto per sempre, e quei 10 cm in più di cosce che prometteva il mio sviluppo precoce sono rimasti nella gerla di Babbo Natale.

Ma quello che desidero sul serio, mi sta arrivando.

E forse il segreto è questo: scoprire che non vogliamo mica la luna. E che non è accontentarsi, considerare che possiamo benissimo stare in santa pace con quello che ci serve davvero. E che se la supervincita dovesse arrivare, troverebbe una personcina perbene (scusate, ieri in TV c’era Non ci resta che piangere) che già sta bene come sta e si godrebbe ancora di più il premio. Soprattutto, non lo dissiperebbe tornando più povera di prima, come farebbero tanti che mi direbbero ora di stare zitta perché “non conosco i veri problemi” (i loro, ovviamente).

Fortuna che quelli che conoscono “i veri problemi” in quel senso (i malati leucemici di mio padre) hanno sviluppato, mi sembra, un atteggiamento simile al mio, per la serie: “È inutile che ti prendi collera, tanto…”. I fan di Gianfranco Marziano sanno come continuare.

Evvabbe’, ora potete rispondermi con un ricco esticazzi, ma ve lo dovevo dire. L’ho spiegato anche all’amica che aveva un miniprogetto per lavorare da sola, in modo creativo, e che l’ha  messo da parte per un “lavoro sicuro” in un’azienda, inseguendo il miraggio dello stipendio fisso. L’hanno licenziata dopo tre mesi, troppo pochi pure per prendersi il sussidio minimo di disoccupazione.

L’ho detto pure a quella che si accontentava di stare e non stare col tipo brillante ma scombinato che la prendeva e la mollava, e allora lei si diceva “prima o poi capirà che ci vogliamo bene”, e dopo ogni ritorno “stavolta è diverso”. Le ho detto: visto? Da quando ti proponi di volere solo qualcuno che ti rispetti e che ti voglia bene sul serio, l’hai ottenuto. E lei mi ha sorriso dall’altra parte dello specchio.

Insomma, appurato che i nostri desideri, ridotti all’osso, sono ben lontani dal chiedere la luna, direi di andare a realizzare quelli. Cazzo ne so se mi pubblicheranno mai, intanto scrivo, che è quello che voglio. Se il posto fisso è un miraggio, meglio provare a far funzionare il mio negozietto online di saponi fatti a mano (come ha fatto una ragazza deliziosa che conosco) o rinunciarci per lavorare tre mesi a 500 euro al mese a mezz’ora di treno, per poi essere sostituita da un’altra “stagista”?

Allora, come proposito da tenere sotto l’albero direi di farlo: puntiamo esattamente a quello che ci serve.

  • Proviamo a fare il lavoro che vogliamo, dovessimo esercitarlo come hobby la domenica.
  • Quel paese che vogliamo visitare, possiamo vedercelo lo stesso zaino in spalla, se i soldi per l’Hilton al momento ci mancano.
  • Diciamoci: il prossimo che mi capita mi deve adorare.

A me tutto questo è successo e non ho niente in più a voi.

Fatevi due conti.

 

 

 

Flying-Balloons-Girl-by-BanksyVi avverto da mo’: sto per mettere nello stesso post Giordano Bruno e Rob Brezsny. Lo so, il primo, al pensiero, uscirebbe dalla tomba solo per tornare in Campo de’ Fiori con una tanica di benzina e darsi fuoco da solo, stavolta. D’altronde il “collega” Galileo faceva oroscopi (non ci azzeccava manco, peraltro) e io che ci devo fare, se mi hanno ispirato entrambi.

Cominciamo con Rob. Seguendo il link di un suo fan sfegatato, vado sulla pagina d’Internazionale e leggo: “Compiti per tutti. Sai quello che devi fare e quando farlo. Dimostrami che è vero”.

In effetti lo so, cosa devo fare. Ho davanti a me un certo ventaglio di possibilità: titoli di studio da sfruttare o aggiornare, eventi da organizzare con questo o quest’altro collaboratore, una casa che in inverno tornerà a regalarmi 10 gradi come temperatura massima. Ciò che devo fare è risolvere quello che posso e seguire la corrente, una volta create le premesse per farlo. Perché mi sembra vero che, a fondamenta gettate, una giornata, un anno, un’esistenza si costruiscano da sé, come per necessità.

E qui veniamo a Giordaniello di Nola. Dal libro di storia della filosofia che apro ogni tanto becco questa frase: “Per Bruno l’unica vera libertà che hanno gli uomini è quella di accettare il proprio destino”.

Parole grosse!, penso subito. Alla faccia dell’homo faber e del suo nipote yankee, il self-made man.

Però torno al ragionamento di cui sopra, su “ciò che dobbiamo fare” e penso: magari è vero, che dentro di noi abbiamo un seme, un’inclinazione spontanea, se non naturale, dettata dal carattere, dalle esperienze. Che, in modo meno rigoroso e inevitabile del “progetto fisico” che ci portiamo già nel DNA alla nascita, ci andiamo creando un altro tipo di progetto che, se lo seguiamo bene, è il più congeniale, quello che meglio si accorda a noi.

In questo senso, è come se intorno a noi si creassero delle circostanze che, riuscendo a seguirle appieno, farebbero la nostra fortuna. Ma tante volte abbiamo paura di dare il meglio di noi, o non è così semplice: sappiamo che ci converrebbe un lavoro meno remunerato ma più congeniale, e scegliamo l’approvazione sociale, la soddisfazione dei genitori. Sappiamo che vorremmo una relazione più piena, emotivamente, e scegliamo l’affetto ormai tranquillo del partner dei banchi di scuola.

E allora sì che pare che la scelta sia tra osare star bene e continuare per paura a stare a mezza botta. Forse è vero che non ci apriamo sul serio la nostra strada nella vita, ma andiamo un po’ dove ci sbattono le correnti in quel momento.

Ma visto così, non mi sembra una perdita di libertà, anzi. È come se stessimo ingaggiando una gara col vento prima di farcelo alleato, come se dovessimo imparare a cavalcarlo per sviluppare in tutto e per tutto il nostro essere. Ci vuole pazienza, intuizione, e lavoro, perché il miglior vento non funziona se non siamo pronti a saltargli su quando arriva.

Forse il cosiddetto destino non è che questo: il meglio che potremmo essere, se osiamo esserlo.

Non so se sia scritto una volta per tutte, quello che so è che io un’idea di dove mi porti ce l’avrei, e farò di tutto per seguirla.

Spero d’incontrarvi per strada.