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 Prima di raccontarvi il mio trasloco – che ovviamente è stato tragicomico – vorrei accennare a quello di Fatima e Anna, passate da un quadernone sballottato tra una casa e l’altra a un ebook che racconta la loro storia, in attesa che venga stampata.

Anche se almeno Fatima ci è abituata (vedi titolo), non è stato carino da parte mia trascurarle così a lungo: ma oggi è un anno dal referendum catalano, e in questi mesi la mia energia è andata tutta a tre italianini che, stavolta in un documento Word, hanno avuto la sfiga di ritrovarsi davanti a un seggio caricato dalla polizia, e la fortuna di salvare un’anima bella. A quanto pare, però, a loro è più difficile affezionarsi: sono troppo “politici” e parlano tanto. Spero di riuscire a rimediare almeno sulla loquacità.

Fatima e Anna neanche scherzano, eh, anzi: i loro litigi sono la parte che più mi diverte, della loro convivenza improvvisata. Perché anch’io vorrei, in circostanze più amene di un lutto in famiglia, conoscere l’altra me: quella che sarei diventata se a quel bivio avessi preso un’altra strada, o se i casi della vita non mi avessero piazzata in quella situazione speciale. O tragica, come nel caso delle donne meravigliose che mi hanno aiutato a dare vita ad Anna.

Se scrivete vi sarà capitato questo: di finire un testo e non ricordare cosa abbiate raccontato, come se non fosse opera vostra. Ecco, quando mi succede so di aver fatto la cosa più importante: di aver smesso di parlare di me, di aver dato ai miei personaggi la libertà di abbandonarmi.

Lo faccio anche ora con queste stralunate compagne di viaggio, sperando arrivino dove non riesco io.

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leggings-animalier-asos Avete presente l’articolo di Lata Mani e Ruth Frankenberg sulla teoria postcoloniale? Ovvio che no, perché dovreste? Sta roba la studio solo io!

Ma se lo trovate in giro a meno di 33 euro (è che rosico, ce l’ho fotocopiato da qualche parte dai tempi del master inglese), dategli un’occhiata. Dice che in qualsiasi discorso sociale si incrociano diversi assi: quello etnico, quello di genere, quello economico…

Insomma, c’è una molteplicità di prospettive, in ogni analisi sociale che possiamo fare. E il discorso vrenzole sembra comprenderle tutte.

Nel disprezzo di questa figura terminologicamente recente, ma vecchia come il cucco (dona, de classe baixa i nació oprimida, avrebbe detto una poetessa catalana), ci mettiamo tutto quello che non vogliamo essere.

Jo songo ‘o specchio addo’ nun te vulisse maje guarda’, cantano gli Almamegretta in una canzone che secondo i cliché la vrenzola non ascolterebbe, perché lei sente solo Alessio (“Ancora noi!”) e Rosario Miraggio.

Però mi sembra perfetta per le vrenzole, almeno a giudicare dalle pagine che le sfottono.

Per esempio questa, che seguo volentieri per i deliranti strascini virtuali, ma che ogni tanto pubblica anche foto di signore piuttosto carnose, che circolano in leggings leopardati e capelli color cioccolato bianco, con evidente ricrescita corvina.

Credo che, più delle immagini pubblicate per sfottere un essere umano, la parte più interessante della pagina siano i commenti. Non quelli delle vittime che minacciano denunce, spalleggiate da amiche convocate apposta.

Mi riferisco alle persone che le sfottono. Specie le donne. Gli uomini sono poco originali, in genere: qualche disgustoso insulto sessista sulla scarsa moralità o avvenenza della fotografata, che nasconde in tanti casi una malcelata fascinazione.

Le donne, in particolare, nel criticare offrono il più affascinante elenco di quanto sia becero, ipocrita, noioso, conformista, privo di fantasia, il nostro ceto medio.

Ci sono due tipologie di commenti che meriterebbero intere tesi di antropologia culturale.

Primo tipo:

  • “Ma non si è depilata?!” (epica la risposta di una vittima, che si immortalò dall’estetista dopo l’oltraggio collettivo).
  • “Ma non si vergogna, questo, ad andare vestito come una donna?”.
  • “Come può non coprirsi il sedere, grassa com’è? Io non mi permetterei mai di fare altrettanto”.
  • Le già citate osservazioni sulla moralità delle fotografate, ree di scoprire troppo delle loro grazie.

Ma i migliori commenti sono quelli del secondo tipo. Si riassumono in 4 parole: “Questo non è vrenzolo”. Riferiti a vestiti animalier con inserti arcobaleno. Vuol dire che il re è nudo, e questo ceto medio perbenista e moraleggiante è sempre più vrenzolo.

Da quando Cavalli ha sdoganato la tamarra nazionale, pure la vrenzola ha ottime possibilità!

E allora questi criticoni della domenica vanno in giro anche loro con variopinti abiti estivi, con l’animalier spinto… Ma fatto da loro, va bene. Sdoganato nel quartiere sbagliato, magari a prezzo di bancarella, è vrenzolo.

Da qualche parte Bourdieu sorride, con le sue politiche del gusto che decidono cosa sia di classe e cosa no.

Da qualche altra parte, con un paternalismo che non risparmia neanche me, provo fascinazione per questo mondo di ciucciotti falsi griffati, copricitofoni ricamati a mano e sgrammaticate minacce di strascini (d’altronde la loro lingua ufficiale non la possono scrivere perché è deprezzata da oltre 150 anni, e le criticone hanno assimilato bene la consegna di odiarla).

Insomma, come le “cugine” spagnole choni, le cosiddette vrenzole mi fanno capire tanto dell’ipocrisia che costruisce la nostra società. Una società nata su una storia lacerata, che porta a paradossi ed esagerazioni. La prima tra tutte è quella di disprezzare la propria cultura o inventarsene una versione “perbene”, in cui decidiamo chi possa entrare e chi debba restare fuori d’ ‘a cartulina.

Non so, di fronte a questo ho come l’impressione che le vrenzole abbiano una funzione sociale. Ci mettono davanti uno specchio che rivela tutto quello che fingiamo di non essere, e invece siamo.

Siamo talmente spaventati da cosa penseranno di noi, come ci giudicheranno ecc., che ci dimentichiamo perfino di fregarcene.

 

mariarca1La voce alle mie spalle è la stessa della ragazza dei baretti di Telegaribaldi, mi aspetto da un momento all’altro che dica alla sua accompagnatrice “che intalliata!”.

E invece si lamentano dell’aereo che potrebbe non partire.

Ma come? Siamo già tutti in fila all’Aeroport del Prat, sul display è scritto sempre Nàpols 11.45, con la benedizione della Vueling… Io, poi, ho una certa esperienza in fatto di voli annullati, quindi mi preparo già a chiedere lumi, quando una delle due ragazze bisbiglia:

– Guarda, delle vrenzole!

Cerco l’oggetto dell’avvistamento e intravedo solo un cappotto fucsia a metà fila, che riesce a essere più sgargiante del mio. Accanto, una testa leonina con varie ciocche frisé.

– Non c’è niente da fare, le vrenzole si riconoscono subito.

– Eh, torniamo in Tarzania.

A questo punto mi giro. Approfitto del fatto che non abbiano capito l’annuncio, né in spagnolo né in catalano: passano prima i passeggeri delle file 16-31.

Scopro che sono grigie. E con rara inclemenza mi dico che è un autogol discriminare una perché “vrenzola”, se con gli stessi criteri spietati ti possono giudicare direttamente racchia.

Le vrenzole, invece, l’annuncio l’hanno capito eccome.

E sono tutt’altro che racchie, constato attraversando con loro il corridoio che porta all’aereo. La biondina ha raggiunto le cinquanta sfumature di fucsia, ombretti compresi, e sua sorella maggiore ha delle unghie in ceramica che io romperei appena uscita dall’estetista. Prendono bonariamente in giro la madre che soffre di claustrofobia, rispondono senza complessi in napoletano a un signore che cerca di confortarla, in una situazione simile al castellano-català locale. Poi chiedono in perfetto spagnolo alla hostess se una delle due può restare un momento fuori con la genitrice impaurita.

Mo’ te dammo ‘n’ ata pastiglia, mammà – ridono, contagiose.

Due ore dopo, aspettando i bagagli, parlo anch’io la mia prima lingua senza complessi, chiedendo in italiano alla maggiore se la signora sta bene.

Stavolta è lei a passare all’italiano, con me, lo stesso che mi succedeva a Forcella, quando ci vivevo da fuorisede.

– Eh, abbastanza bene, solo che si è sentita un poco male nel… comme se dice?… nel tunnel.

L’idea di un tunnel nei cieli mi fa pensare mio malgrado al “poligamo industriale” di una choni spagnola. Un tempo credevo che choni traducesse genericamente tamarra, poi ho scoperto che aveva una connotazione regionale (andalusa e derivati) che sapeva molto del nostro “terrona”.

yosoylajuaniLe choni restano quelle che vanno a donare gli ovuli, a mille euro alla volta, nelle cliniche di fecondazione eterologa a Barcellona, e vengono “nascoste” nei sotterranei o in un altro padiglione. Così le raffinate quarantenni francesi e italiane che ricorrono alla provetta credono che i loro figli abbiano il DNA di una studentessa universitaria, come promesso loro dal dépliant. E perfino un’amica colta e sensibile si chiedeva quanto potesse “contaminarli” geneticamente una simile madre naturale.

Ma credo che questo classismo a Napoli sia vero e proprio razzismo, una separazione quasi etnica, come dissi a un incontro a Barcellona con Antonietta De Lillo, regista de Il resto di niente. Tra il ceto medio napoletano e la maggioranza della popolazione c’era la stessa distinzione linguistica e presa di distanza che trovavo ora nel Raval di Barcellona, tra gli immigrati e l’assente popolazione locale. La regista mi rispose che il mondo si stava napoletanizzando, purtroppo, e non solo nel bene.

Resta il fatto che, parlando con gente di tutto il mondo, ho notato fenomeni simili solo in Messico (“i poveri sono poveri perché vogliono esserlo”) e in Brasile (“bombardiamo le favelas, lì c’è solo gente criminale”). Insomma, in contesti di grande povertà e magari differenziazione linguistica (tra una lingua nazionale imposta e svariate lingue locali), in cui per emergere devi prendere le distanze da chi sia rimasto “in basso”, che, abbandonato a se stesso dalle istituzioni, continua a sprofondare.

Mi domando se il mio gusto per il trash sia altrettanto razzista. Non lo confondo mai con la spocchia di certi gruppi facebook, presto abbandonati, che con la scusa di postare errori grammaticali divertenti fanno lezioni sul “parlar bene” (leggi “parlare italiano”). E mi conforta che Nino D’Angelo, ad esempio, ci marci eccome, su questo suo revival. Comunque a me piace sfottere tutti, specie chi ne ha più bisogno. Me, per esempio.

E i chiattilli, a cui somiglio sempre più, sono così noiosi da sfottere.

(per documentarsi sul tema)

(per documentarsi sulla questione spagnola)