Genio e regolatezza: le passioni matematiche di Salvador Dalí | Maddmaths!

Il mio problema con le esposizioni surrealiste come quella del CaixaForum è:

  1. Non amo musei ed esposizioni in generale, e non sono l’unica: c’è un dibattito quasi secolare su obsolescenze e arbitrarietà di questo modo di far cultura, e il tanto demonizzato selfie agli Uffizi mi sembra solo espressione di un turismo che consuma Dalí come lo farebbe con la crema catalana;
  2. a casa mia, una ruota di bicicletta fissata a uno sgabello è tutt’altro che surrealista: in effetti è la quotidianità (nel mio corridoio, ad esempio, espongo “bicicletta scozzese parcheggiata accanto a resti di sedia IKEA in finto legno”);
  3. dopo la visita all’esposizione, mentre ero seduta a una panchina, un tizio con un cartellino arancione appuntato alla maglia si è fermato accanto a me, ha posato lo zaino a terra, ha eseguito l’intera coreografia di Billie Jean (tra dominicani esultanti in monopattino), poi ha raccolto lo zaino ed è andato via.

Sull’ultimo punto il mio migliore amico, interpellato a distanza, ha trovato l’unica spiegazione possibile: il tizio in questione era parte integrante dell’esposizione, c’era rimasto male perché non l’avevo notato e mi aveva inseguito apposta per rimediare. Un servizio impeccabile, al CaixaForum!

Scherzi a parte, il termine surrealista, in spagnolo e ufficiosamente in catalano, è sinonimo di “surreale”, ed è stato un aggettivo che un’amica di Barcellona mi ha contagiato come un raffreddore. Secondo l’amica, tutto ciò che mi capitava era fortemente surrealista. Una volta, sulla Rambla del Raval che di per sé è surrealista forte, ci si accostò un tipo stranissimo che cominciò a vaneggiare in italiano. Allora l’amica dichiarò alla gente che ci accompagnava che era normale che ci stesse succedendo quella cosa: c’ero lì io, e a me succedevano sempre incidenti del genere.

Va detto che per un po’ il surrealismo mi ha divertito, ha fatto punteggio nel mio curriculum di “strana” (che, sia messo agli atti, non capisce perché lo sarebbe), e mi ha accompagnato in giornate di precariato o, al contrario, di noioso lavoro d’ufficio. Ma col tempo questo stile di vita ha cominciato a stancarmi. Lo ha fatto quando il termine “tossico“, peraltro molto in voga, ha cominciato a designare non tanto una persona dipendente dalle droghe (ed era ora che la smettessimo), ma qualsiasi fattore rovinasse la nostra aura, i nostri chakra, il nostro… [inserire fuffa orientalista a piacere]. Le persone tossiche, secondo la vulgata del momento, ce le attiravamo come calamite, e purtroppo la definizione di victim blaming non era diffusa tanto quanto quella di tossicità, quindi avete indovinato: se mi circondavo di surrealismo manco fossi un collezionista d’arte degli anni ’30 (con la differenza che però non ci guadagnavo un centesimo) era pure colpa mia!

La questione, come sappiamo oggi, è che non si tratta di “attirare” persone tossiche: quelle si attaccano a chiunque come cozze allo scoglio. C’è da chiedersi, piuttosto, perché i più si rendono subito conto del pericolo e alcuni di noi, invece, lasciano loro le porte aperte. Me lo sono chiesta in quelle due o tre occasioni in cui, a un incontro culturale nei miei giri, lo stesso tizio piuttosto brillante, ma evidentemente problematico, si accostava a parlare alla persona seduta al mio fianco: poi il tipo se ne andava, la persona al mio fianco mi osservava con un’aria tra il sorpreso e il divertito e faceva una battuta tipo “Seh, ma dove si avvia…”. Peccato che il tizio in questione fosse tipo un mio ex, “mai uscito dall’armadio” in quanto tale.

Allora ci si mettono le scuole di pensiero, anzi, le scuole di vita: le persone che vivono nel caos lo fanno perché sono state abituate a quello fin dall’infanzia. Siccome non cerchiamo ciò che ci fa bene, ma piuttosto ciò che ci è familiare… Sì, vabbè. Sarà per questo che a un certo punto, per cominciare a rendermi familiare ciò che mi faceva bene, ero diventata quello che un tempo si definiva, con una punta di snobismo, un’impiegata del catasto: convivenza tranquilla in zona tranquilla, lavoro rispettabile da cui mi riposavo con il sedere sul divano nel fine settimana… insomma, avevo l’eccesso di zelo dei neofiti privilegiati (avevo pur sempre lasciato a un inquilino la casa di proprietà per incompatibilità coi vicini, e così mi ci pagavo l’affitto) che scimmiottano “la gente comune”. E i Pulp da qualche parte sorridono.

Ma il problema degli eccessi di zelo è che quello che lasci fuori dalla porta ti entra dalla finestra: così eccomi qui, due anni dopo il mio ultimo tentativo di sfuggire al surrealismo, intenta a scrivere un articolo sul poliamore con il mio ex, che ne sa a pacchi (e che, si diceva, è tornato a stare da me per un po’) e alle prese con il ritorno del compagno di quarantena: che, dopo due mesi di vagabondaggio saccopelista in Galizia, si è presentato con una conchiglia per me, accompagnata a tre mini-liquori (che non bevo, e due liquori su tre non sono vegani), e con la dichiarazione di “avermi pensato tanto”. Seguita dall’annuncio che adesso se ne va a spaccare legna per qualche settimana in Aragona.

Allora adotto una strategia che ho perfezionato negli ultimi due anni: accetto, con riserva. Che non è l’accettazione zen, né il cristiano abbracciare la croce, ma una voglia di fluire con quello che la vita mi dà in questo momento.

Così incasso i “complimenti per l’articolo sulla monogamia” degli addetti ai lavori, più che propensi a pubblicarcelo, e mi ritaglio momenti per godermi la beata solitudine che ho ritrovato nella mia tranquilla estate di pandemia. Poi va da sé, sposto lo stenditoio piazzato giusto al centro del salotto (pieno di boxer, con un solo asciugamano mio), per fare strada al sacco a pelo in cui il compagno di quarantena ama dormire, a terra, anche in casa.

Se gli faccio una foto mentre dorme (“natura morta in salotto con stenditoio”) chissà quanti milioni tiro su.