My Tasty Pork Stir Fry Noodles & Pineapple. 😀 Recipe by Maureen 😀 -  Cookpad
Da cookpad.com. Anche in Cina mettono l’ananas in posti insospettabili…

Ieri sera, con il compagno di quarantena, mi sono seduta ai tavolini all’aperto del peggior cinese a Chinatown.

Sul serio: si mangia da favola in tutti gli altri locali dei dintorni, che vantano una nutrita (è il caso di dirlo) clientela cinese. Che ci facevamo, noi, al peggior cinese di Chinatown?

Beh, era l’unico con i tavolini all’aperto. L’unico “storico”, almeno. E in quel momento la nostra priorità non era mangiare bene. Il compagno di quarantena voleva un posto con un po’ di verde, e vicino a noi c’era un albero. Io non disdegnavo di prendere il fresco, e volevo mettere giusto qualcosa sotto i denti: erano le dieci. La vita è fatta di priorità.

E proprio di questo vi volevo parlare. Con l’arrivo dell’autunno, in casa mia ci chiediamo cosa fare.

Il compagno di quarantena è tornato deluso dall’ennesimo camino de Santiago: dormire all’addiaccio non gli dà le soddisfazioni di una volta. Sarà il cambiamento climatico?

Io, invece, sono già stanca del mondo editoriale italiano. Scrivo perché è quello che voglio, ma a certe condizioni ci tengo poi tanto a pubblicare?

Quanto ad Archie, sta escogitando nuovi trucchi per sgattaiolare fuori casa (campa cavallo).

Parliamoci chiaro: io adoro scrivere, il compagno di quarantena adora pellegrinare, e Archie, beh, adora le porte aperte. Ma qualche volta sarà venuto anche per voi, anche se avete il lavoro del secolo e una vita perfetta, il momento di chiedervi: cui prodest? O anche: chi m’ ‘o fa fa’?

A quel punto, ciò che amiamo in assoluto (e che è sempre bene tener presente) può passare in secondo piano rispetto ad altri fattori.

Ieri sera, la folla del peggior cinese di Chinatown non aveva dubbi: era gente del posto, a caccia di tavolini all’aperto e birra economica. Rispetto alle bravas bisunte, saziavano di più gli “spaghetti cinesi saltati”. Erano anche più economici dei mien che, proprio dietro l’angolo, scomparivano a vassoiate nelle salette prenotate da comitive cinesi, accorse per la loro versione della “mangiata di pesce”.

A noi, invece, toccavano spaghetti intrugliati di soia e una zuppa acquosetta. Quando sono entrata a pagarli, un tizio del posto chiedeva alla proprietaria a che ora chiudesse la terraza (cioè, i tavoli all’aperto). A mezzanotte, ha spiegato lei. Il tizio era quasi angosciato.

“Si può restare anche più tardi, vero?”

La proprietaria ha riso. Ce la vedevo, a spiegare a due agenti catalani che lei deve per forza chiudere all’una: in fondo, il suo è l’unico cinese orientato a una clientela locale, che preferisca la birra alle melanzane al profumo di pesce (che sono l’equivalente cinese delle vongole fujute).

Come dicevo, la vita è fatta di priorità: cambiano non solo a seconda della persona, ma anche a seconda del momento.

A volte, con i migliori mien del mondo dietro l’angolo, preferisci un tavolino all’aperto, una birra fresca, il venticello di fine settembre.

Comprar Red Flags

Ma non quelle che pensate voi.

Non vi stupirà scoprire (se non lo sapevate ancora) che le red flags inglesi hanno poco a che vedere con la politica. Come le bandiere rosse del divieto di balneazione, sono i segnali che ci svettano nella testolina quando una persona va evitata: tipo “una frase sciocca, un volgare doppio senso”, o almeno così cantava uno. Di solito l’espressione si riferisce alle relazioni in fieri, ma io la uso pure per scegliermi l’idraulico.

Le “bandiere rosse” rivelano il nostro strano rapporto con passato e futuro. Ci flagelliamo su ciò che abbiamo fatto male, ma non ci beiamo dei fossi scansati. Adesso direte: che ne sappiamo di come sarebbe andata? Qui vi volevo! Ci sembra intelligente il catastrofismo irrazionale, ma non una valutazione ottimista sui disastri che abbiamo evitato.

L’altro giorno mi ha scritto un amico da Milano: sai chi ho in azienda, come nuova arrivata? Il nome non mi diceva niente, poi ho ricordato: l’alloro in bocca! Due anni fa, una tizia atterrata da poco a Barcellona mi aveva chiesto consigli su come muoversi. L’avevo inserita in un gruppo di cucina italiana, e lei aveva montato una polemica con una poveraccia, rea di non mettere l’alloro in non so che piatto. “Noi della Campania Felix troviamo alloro un po’ dappertutto”. Come no: in Campania il mattino ha l’alloro in bocca. Scusate, eh: cent’anni fa, nel mio paesone, circolavano i tram.

Ma non è tutto alloro quello che luccica (ok, la smetto): c’è anche l’olio. I suoi nonni, si beava la tipa, avevano un frantoio secolare. Ce l’avete, voi, il frantoio secolare? Non siete nessuno. La tipa mi aveva chiesto di prenderci un caffè. Uno autentico, ovviamente. Purtroppo, proprio quella sera, dovevo asciugare gli scogli della Barceloneta. No, sul serio: mi mancava proprio l’energia per conoscere una che, per sentirsi più sicura come straniera, avesse bisogno di avvolgersi nella bandiera col giglio borbonico.

Non ero andata troppo lontano dalla realtà.

“È un personaggio particolare” ha esitato l’amico che la teneva in ufficio. In pratica, era una verruca sul popò. “Sai? Credo sia indipendentista.”

“Catalana?”

“No. Delle due Sicilie.”

“Auguri.”

Perché io coi neoborbonici ci parlo, specie se partiamo dal punto comune che la storia, così come veniva insegnata fino a pochi anni fa, vada decostruita. Poi fuggo a gambe levate dall’ingegnere paesano che mi chiede il numero dopo un nanosecondo e vuole insegnare la storia a me, che ho la laurea specialistica (ma “il mondo accademico è complice nell’inganno”). Ed è uno che ho incontrato per caso. Figuriamoci se frequento apposta una che sembra la versione non divertente di Casa Surace (dunque, sembra Casa Surace).

Sì, i miei sono pregiudizi. Ed esperienza, anche. Una volta mi sono fatta entrare in casa (letteralmente) una tizia francese che prometteva grane, ma mi ero data della paranoica per pensarlo. Questa fingeva di capire come collegarsi a Internet (non c’era ancora il wifi) e poi mi esauriva il credito. Faceva irruzione nel cesso di casa e richiedeva un’ambulanza: quando si faceva le canne diventava paranoica. Se n’è andata con tre mesi di ritardo, facendo scappare potenziali inquilini. Avevo previsto tutto: mi mancavano solo i dettagli.

Sono sicura che vi è successo lo stesso. E sono sicura che anche voi sapete scostarvi il prosciutto dagli occhi, per riconoscere le “bandiere rosse”.

A volte, non sempre ma a volte, conviene fidarci di noi.

Nessuna descrizione disponibile.

Mo’ non voglio fare la zia gattara che parla solo di nipoti e micetti. Ma Archie, a due mesi suonati, ha cominciato a miagolare davanti alle porte chiuse. Tipo quella della mia camera da letto.

Dire che ho il sonno leggero è l’eufemismo del secolo, ed è il motivo ufficiale per cui il compagno di quarantena e io dormiamo in camere separate (quello ufficioso è che, se ce n’è la possibilità, le camere separate salvano le relazioni: provare per credere!). Così, in quest’ultimo mese, sono riuscita a difendere con le unghie e coi denti questo mozzico di spazio che ancora mi ritagliavo per me… Ma le unghie e i denti di un gatto sono sempre più micidiali. E poi ci crediamo la specie dominante!

Oggi il piagnucolio si è manifestato alle cinque del mattino, complice una mia puntatina in bagno (mai bere acqua dopo le dieci di sera!). Intanto che Archie mi attaccava i capelli, poi la schiena, per passare infine alle lucine intorno al letto, sono caduta in un dormiveglia pieno di sogni stranissimi, da cui è emersa la parola che vedete nel titolo: consoluzioni. Mi piace un sacco! Un incrocio tra consolazioni e soluzioni, che è un po’ la mia regola di vita: trasformare l’inferno in paradiso, come cantava Elisa ai tempi di Pappagone (cioè, vent’anni fa).

Ecco qualche esempio di sfide assortite e rispettive consoluzioni.

  • Invece di una profuga afgana, i servizi sociali mi hanno mandato nell’appartamentino libero un macellaio disoccupato, che deve ignorare tassativamente che “no paga affitto” (cit.). Dunque continua a chiedermi cose come se fossi la sua padrona di casa: la ceneriera, lo stenditoio, il secchio per i pavimenti. Per caso ho la candeggina? Potrei sgomberargli gli scaffali? A proposito, che minchia è il kombucha? Consoluzione: io ho quattro mesi per capire cosa fare di quell’appartamentino, che è complicato da affittare a lungo termine, e il nuovo inquilino ne ha altrettanti per frequentare (giuro) corsi di cucina vegana! Così troverà presto un’altra casa, e un lavoro in un ristorante. E scommetto che avrà il kombucha nel menù.
  • Il comune mi ha tolto la residenza barcellonese, perché non mi sono presentata di nuovo a confermare che vivo nella mia casa di proprietà. L’ultima volta mi avevano detto che era un’incombenza riservata a chi stesse in affitto: avrebbero rettificato l’errore. Invece no. Dopotutto, come faccio io a essere proprietaria? Sono straniera! Al massimo posso dare in affitto la casa a millemila euro, per andare adddrogarmi a Berlino. Consoluzione: almeno ho usato la firma digitale per la prima volta! Mi credevo troppo impedita per ricordarmi le istruzioni. L’ho usata per mandare di nuovo la richiesta di residenza, che sarebbe l’unica soluzione possibile. E poi, sì, sono una straniera. Con la casa in centro. Le impiegate del comune lo troveranno inconcepibile, invece è un’esperienza molto più appagante di quanto non credessi. Stacce, Montse.

Ok, basta con questi “bullet points”, o al comune decidono che sono troppo hipster per riprendermi la residenza.

Passo alla mia consoluzione preferita: prima del dormiveglia, ho approfittato delle vessazioni di Archie per leggere. E mi sa che piangerò. Hilary Mantel ha decapitato la Storia, facendomi affezionare a uno come Thomas Cromwell, e adesso che l’autrice deve decapitare proprio Cromwell vorrei che la trilogia non finisse mai. Invece mi mancano solo cento pagine per terminare uno dei testi più belli di sempre. Consoluzione: ho la conferma che quella in generi è una divisione fittizia, e che ormai in letteratura è come su Netflix. Se voglio della filosofia fatta bene, meglio scegliere un thriller.

Al mio risveglio Archie aveva smesso di torturare cose, neanche fosse in epoca Tudor. Ho sentito la pelliccia nera solleticarmi il polpaccio, scambiato per un cuscino.

Sarò anche una zia gattara, ma è stata questa la consoluzione più grande.

Apri foto

Ho impiegato le ultime due settimane nel mio passatempo preferito: sentirmi invasa.

Devo dire che sono stata molto aiutata dalle seguenti circostanze:

  1. Archie ha deciso che produco latte dai vestiti, e si fa le poppate come un lattante, ma con gli artigli;
  2. per mettere le reti alle finestre (Archie voleva anche inaugurare la carriera di kamikaze), ci sono volute quattro visite del tecnico. Quattro;
  3. il comune, a cui avevo scritto per accogliere persone rifugiate, mi ha proposto nell’ordine:
  • migranti minorenni da tenere come in famiglia (preciso che offrivo una dépendance di 25 mq, piuttosto oscura e con una sola camera da letto);
  • una famiglia già inserita, con un bambino piccolo (rileggete le caratteristiche della casa);
  • una famiglia monoparentale con tre bambini, uno in sedia a rotelle (la proposta che ha vinto tutto);
  • un macellaio catalano che ha perso il lavoro.

Mi sono presa il macellaio. Sono vegana: era troppo paradossale perché dicessi di no. Tanto più che C., accompagnato dai servizi sociali, sta frequentando i corsi di cucina vegana del Veritas. Almeno qualcuno, a casa mia, sta svoltando.

Io corteggio i corsi di coaching, e continuo a scrivere nella lingua sbagliata. Non mi decido a passare all’inglese. Soprattutto, mi sento spompata a settembre, che è un mese che adoro. Nei momenti indefiniti succede questo: ripensiamo a quando avevamo una tabella di marcia. Che fosse figlia di circostanze diverse, è un’altra storia.

Ieri mi sono imbattuta in questo articolo: avere figli non procura di per sé la felicità, come non la procurano una casa di proprietà o un lavoro redditizio. Questi fattori sono felici o meno a seconda delle circostanze (nel caso dei figli, ahimè, inciderebbe ancora molto il reddito dei genitori). Il problema è che, come già mi informava questo corso di Yale, noi esseri umani facciamo schifo a prevedere cosa ci farà felici sul lungo termine.

Però mi è piaciuta la conclusione dell’articolo, che traduco a sentimento:

Invece di fossilizzarti con l’immagine di come dovrebbe essere una vita felice in confronto con quella attuale, potresti permettere alla vita di riservarti momenti inaspettati di felicità. Ciò che ci impedisce di sperimentare la felicità non è ciò che la vita ci offre, ma ciò che crediamo ci debba offrire.

Lo so. Felicità in italiano sembra una parolaccia, o un concetto che fa paura evocare. Io invece me la auguro: che sia la prossima intrusa a invadermi casa. Quel che è peggio è che auguro lo stesso a voi.

File:Earthlights 2002.jpg
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Earthlights_2002.jpg

Da oltre un decennio, frequento corsi di scrittura in varie lingue. Ecco un bilancio, a seconda della nazionalità del corpo docenti. Comincio con la Spagna, per liquidarla subito: i corsi che ho seguito erano molto concreti, finalizzati a pubblicare in fretta o scrivere romanzi che accattivassero il pubblico. Erano tenuti o da editor di altissimo livello, che però non avevano mai finito un romanzo proprio, o da prof. che avessero pubblicato con piccole case editrici.

In Italia, invece, mi sono giovata di finaliste a premi famosi e di “Quelli che… Baricco” (cioè, gente uscita da qui).

Per gli USA: autrici di best-seller, vincitori del PEN.

Passiamo agli insegnamenti: per esempio, come affrontare le descrizioni.

Italia: eh? Non mi fai una planimetria della casa della protagonista, compresa di numero catastale e inventario dei mobili? Cosa direbbe Marguerite Duras?

USA: descrivi solo ciò che ti è necessario alla trama. Vedi, una volta Mark Twain

Ok, un altro aneddoto su Twain e mi ammazzo. Piuttosto, cosa devo raccontare del passato dei personaggi?

Italia: tutto! Altrimenti cosa scrivi, una brutta serie americana? Come si chiamava la zia di terzo grado della protagonista? Che numero di scarpe portava la sua compagna di banco alle medie? Non quella che se ne andò a metà quadrimestre, ma la brunetta che le fregava la merenda.

USA: show, don’t tell.

Grazie. Come affrontare i monologhi interiori?

Italia: più introspezioneee! Dov’è il flusso di coscienza di quaranta pagine dopo che la protagonista si è rotta un tacco? Le liste di azioni lasciamole a Umberto Eco, che non era mica uno scrittore.

USA: show, don’t tell.

Vabbè, ma in generale, cosa è meglio spiegare e cosa no?

Italia: mai dare per scontate le informazioni. Chi ti legge che ne sa, se una che sbatte porte e distrugge mobili è arrabbiata?

USA: show, don’t tell.

Scherzi a parte, mi piace l’idea ‘mericana di non trattare il pubblico con condiscendenza. Ciò che non afferreranno al primo colpo, verrà spiegato meglio nei paragrafi successivi. Stavolta il modello non è Mark Twain, ma Naipaul.

Però in che lingua scrivo? In italiano. Della mia alienazione dalle cosiddette radici ho già parlato qui.

Quindi cosa so fare, io? So fare l’Europa. Qualsiasi cosa significhi, d’altronde il prof. americano dice che non devo essere condiscendente. Allora mi capite, se vi dico che so fare l’Europa? Sono italiana, ma sono anche altro. Forse sono più “altro”, adesso. Lascio i libri italiani a metà, sospesi al monologo interiore della protagonista su quanto rifarsi le tette al liceo le avrebbe potuto aprire le porte dell’amore.

Adoro Hilary Mantel. La storica fallita in me la detesta, per come tratta le fonti, ma come scrittrice è grandiosa. Meglio mille romanzi storici che di storico non abbiano niente, che l’ultimo sproloquio dell’ex sessantottino che crede ancora in Freud, ma non nell’asterisco.

Cos’è questa Europa, al di là delle frontiere chiuse? È privilegio, e pure libertà, se hai il passaporto giusto.

E nonostante tutto sono felice di abitarla, di spiegarvela un po’.

Magari un giorno lo farò senza che nessuno pretenda di insegnarmi come.

Ramen With Cheese Taste Test: Korean Dish Is Perfect Comfort Food

Carboidrati! Il mio corpo premestruale ha un sussulto. Come un gamberetto, arretro di due passi per piazzarmi di nuovo davanti allo scaffale del negozio cinese, che tra l’altro sta per chiudere. Ma che importa? Io ho fame! E questa confezione di tagliolini dorati, su sfondo dorato, mi sembra la fonte di ogni felicità.

Poi osservo meglio: noodles istantanei. Cerco le istruzioni per la cottura, e trovo un’elaborata procedura che consiste per lo più nello spacchettare strati di plastica, e bollirne il contenuto insieme a una polverina. No, grazie. Mia madre, prima di ripartire, mi ha comprato i fedelini De Cecco: applausi in piedi, per favore!

Ma il punto è che vediamo solo ciò che stiamo già cercando. Ne parlavo con il compagno di quarantena, mentre optavamo per una bibita da Anduriña (che pure stava chiudendo, come il negozio cinese). Per dimostrare questa affermazione a lui, che era scettico, avevo tirato fuori:

  • le lezioni di fisica che seguo su Coursera: se non hai neanche una teoria su cosa ci fosse prima del Big Bang, non sai nemmeno cosa tu stia cercando;
  • John Locke: non possiamo immaginare cose che non conosciamo già. Anche il concetto di angelo è una combinazione di esperienze che già possediamo, perché è un essere umano a cui abbiamo appioppato le ali;
  • soprattutto, le canzoni travisate e la pareidolia! Lascia entrare Ascanio (vedete sotto), oppure Benny Lava per chi capisce l’inglese. Se non leggi i sottotitoli, ti rendi conto subito che sono canzoni in una lingua che non conosci.

È l’eterna difficoltà di pensare fuori dagli schemi. “Hai mai avuto la sensazione di non avere nessuna scelta?” mi ha chiesto, a sproposito ma non troppo, il compagno di quarantena. Io: “Sì, da adolescente”. Sarà stata colpa di Verga, oppure di Sciascia cento anni più tardi, ma avevo la sensazione che dalle mie parti, come diceva ‘n antro, “tutto deve cambiare perché tutto resti come prima”.

“E invece la soluzione era andarsene” ha sorriso lui con aria furba. Uhm, non è così semplice, ho risposto. Nel mio caso specifico, però, trasferirsi altrove era parte della soluzione. Il fatto è che, come per i nove punti di Watzlawick, ci costa una fatica terribile uscire da certi schemi: quelli che il nostro contesto di appartenenza, o la sindrome premestruale, ci rendono difficile eludere.

Però oh, su una cosa io e il compagno abbiamo concordato: una scelta c’è quasi sempre. Io, per esempio, posso leggere meglio la confezione dei tagliolini cinesi bramati dai miei estrogeni, e scoprire che a casa ho molto di meglio! Alzare gli standard non è sempre una cattiva idea, anzi.

E pure Ascanio, ogni tanto, evitiamo di lasciarlo entrare.

Archie cadde sul divano e si guardò intorno. Sembrava sorpreso da casa mia, e come una scema pensai subito al disordine. Poi capii che non era quello.

In fondo, anche io ero sorpresa dalla presenza di Archie. L’idea era farlo venire solo se avesse bisogno, un’eventualità che, fino a quella mattina, era tutta da verificare.

Lui non sembrava entusiasta, ma era gentile. Nero con gli occhi azzurri, anzi cobalto, come avevo notato di sfuggita. Ma non volevo essere maleducata, così continuai a offrirgli cose. Un po’ d’acqua: il viaggio l’aveva provato. Uno spuntino, magari? Lui accettò volentieri, e solo dopo essersi rifocillato sembrò rilassarsi, e concentrarsi su di me. Cavolo, la vita di entrambi era cambiata in poche ore, con conseguenze che neanche immaginavamo.

Quella mattina ero così contenta di essere padrona del mio tempo, della mia casa, di me. Mi riabituavo a possedere. Con la telefonata era sparito tutto, ed ero diventata solo azione: bisognava procurarsi questo e quello, magari incontrarsi a metà strada… Non c’era tempo di chiedermi se fossi sicura. Aveva ragione questo corso: le decisioni si prendono valutando pro e contro, ma poi c’è una parte irrazionale che, spesso, ha l’ultima parola.

Chissà se anche Archie pensava qualcosa del genere. Le sue lamentele, ormai, si sopivano. Eccomi in casa con lui, e con il compito di preparare la pasta e ceci: avevo scoperto come la faceva mia nonna, la madre di mio padre, e volevo fare una sorpresa sia a lui, sia a questa nonna mai incontrata, che mi aveva donato un nome noioso e la terminazione rotonda del naso, di cui mi ero sbarazzata senza troppi rimpianti.

La pasta e ceci, però, potevamo condividerla. Condividere era tutto ciò che ci restava da fare, al mondo.

Archie non si dispiacque troppo del mio passaggio in cucina. Mi seguì con una certa curiosità.

Mi osservò con gli occhi socchiusi mentre armeggiavo ai fornelli, con la wok cinese al posto della caccavella e i ceci in tetrapak, perché non c’era tempo di cuocerli.

Infine Archie si grattò un po’ un orecchio, si leccò i baffi, e decise che il mio piede sinistro era un gatto come lui, così gli si accucciò accanto.

Cuando la ensalada te cuenta chistes meme - Español Memes

´”Guarda, Maria, secondo me dovresti fare una bella dieta…”

“E tu, papà, dovresti fare meno body-shaming“.

“Che?”

Gli spiego cosa significhi, e allora lui:

“Ma è il mio lavoro di medico, segnalare quando ci sono quei tre o quattro chili di troppo…”

“Il salutismo è stato confutato da tempo, come scusa per la grassofobia.”

“Eh?!”

“Le femministe millennials stanno appizzatissime, papà” passo al napoletano “avite fernuto ‘e fa’”.

No, scherzi a parte: qualche mese fa, un paio di persone mi hanno creduta incinta, con tutti i connotati emotivi che per me può assumere la cosa. Ne ho parlato con un medico (non mio padre) che mi ha spiegato il problema: mi sono messa a fare addominali e plank senza prima perdere i chili accumulati durante la quarantena. Risultato: sul grasso si è formato uno strato di muscoli, così sembro più o meno magra, ma con la panza. Adesso che perdo peso spontaneamente, perché sono tornata al solito moto pre-lockdown, la cosa si va ridimensionando, ma a poco a poco.

La questione esilarante è che in paese, invece, mi trovavano troppo magra. Come ho già scritto qui, l’ideale di bellezza paesano si assestava ancora sulle maggiorate anni ’50, con variazioni sul tema che diventano consistenti solo oggi. In Catalogna, invece, e soprattutto a Barcellona, una donna cis etero che porti la 44 può essere tranquillamente percepita come obesa. Questi si mangiano l’insalata come primo piatto, fate voi.

Mi fa ridere, ad esempio, il tizio in strada che provava a molestare una mia amica, e reagiva così davanti al mio intervento: “Ma io voglio scoparmi lei, mica te, che sei grassa!”. Mi fa ridere un po’ perché me lo comunicava come se dovessi dispiacermene, e un po’ perché in paese, da adolescente, ero intervenuta in circostanze analoghe contro un tipo che infastidiva mia cugina, e quello per tutta risposta mi aveva chiamata “Uosse ‘e prune”: osso di prugna, stecchino.

Ieri un altro tipo che mi camminava proprio dietro ha cominciato a gridare: “Gordita! Gordis!”. Che è come dire, cicciottella. Mi ero girata per vedere se ce l’avesse con me, e l’avevo sgamato a parlare da solo, guardando fisso davanti a sé. Ma era credibile che l’insulto fosse rivolto proprio a me, e che, ahimè, fosse un insulto.

E mio padre, classe ’48, è un medico di quella generazione che crede tantissimo nelle diete: non solo quelle necessarie a pazienti che devono evitare sul serio certi tipi di cibo. Siccome è un pediatra e non un dietologo, gli ho consigliato di leggere le teorie più moderne di Silvia Goggi, ma non sarò io a fargli cambiare la sua ossessione con il peso-forma.

Però, vedete? Uosse ‘e prune, gordita… È fantastico come uomini di ogni età e origine si credano in diritto di spiegarti come dovresti essere fatta. Magari, come mio padre, credono di farlo “per il tuo bene”.

Silvia Goggi scrive che, più che una dieta, ci serve un’anti-dieta, cioè una corretta educazione alimentare. Sono d’accordo con lei.

E perdonatemi la frase boomer (in omaggio a mio padre!), ma a certa gente, invece, servirebbe una buona educazione e basta.

Sto martellando i miei perché comprino casa a Barcellona. Qualcosa di piccolo, giusto per passare la stagione estiva (tutta) in modo molto più confortevole di quanto potrebbero fare da me. Il resto dell’anno potrebbero affittarla con regolare contratto a studenti o gente di passaggio.

Ho chiamato l’amico agente immobiliare, che ci ha mostrato un paio di opzioni. Anche se i miei sono scettici (mi stanno solo assecondando, lo so) io ho imparato un po’ di cose.

Anzi, più che una lezione ho avuto una conferma: indietro si torna, eccome. Molte situazioni o scelte che crediamo irreversibili non lo sono affatto, o sono le nostre convinzioni a renderle tali. La seconda casa che ci ha mostrato l’amico agente era sfiziosa, moderna, in un palazzo all’avanguardia. Era piccola, sì, ma la proprietaria non l’aveva comprata con l’idea di restarci tutto l’anno. Voleva avere “un piede a Barcellona”, città a cui era legata per motivi vari, mentre per lavoro doveva risiedere perlopiù altrove. Adesso la situazione era cambiata, così vendeva la casa a un prezzo che era pure contenuto, per questa città di speculazioni selvagge.

Ascoltando la storia che mi snocciolava l’amico agente, non ho potuto fare a meno di pensare alla conferenzina di Internations sul mercato immobiliare (in realtà, una marchetta a un’agenzia sponsorizzata dall’associazione), in cui una cinquantenne del posto aveva dichiarato: “Questa è la mia unica occasione per comprare bene. Se la perdo, è la fine”.

La capisco: i risparmi di una vita, puntati in un unico investimento. La pressione dev’essere enorme. Il fatto, però, è che io per esempio ho sbagliato, e non è stata la fine. Ho sbagliato a comprare la prima casa, o meglio, ho sopravvalutato il tempo che avrei resistito lì dentro: se era così economica, un motivo c’era! (Leggi: vicine stronze e palazzo che cadeva a pezzi). Cosa ho fatto per risolvere il problema? Niente di eroico o trascendentale: ho chiamato l’agente immobiliare di cui sopra, che ormai era diventato mio amico, e gli ho chiesto di vendere la casa, visto che me l’aveva fatta comprare lui! Così ho avuto la possibilità di acquistare il mio attuale appartamento, in cui sto molto meglio.

Indietro si torna un po’ con tutto: con il lavoro (a volte anche dopo una certà età), con le partenze e i ritorni (leggete i post in questo gruppo), con le relazioni.

La vita è già troppo piena di cose irreversibili, come i miei antichi look anni ’90 e l’ultima stagione di Trono di Spade. Non c’è bisogno che ce ne inventiamo anche di altre.

L’importante è sapere quando è ora di tornare indietro, o di trovare un’ulteriore strada a cui non avevamo pensato prima. Ma questo si impara, ed è come andare in bicicletta, o pronunciare la parola francese “rue” (solo io non ci riuscivo?).

Quando scopriamo come si fa, indietro non si torna.

(Scusate, ma a questo punto ci stava. Anche se preferisco la versione inglese, “Vincenzo”).

Cherry Merry Muffins - Home | Facebook

Nell’ordine:

  1. affittare per un mese una casa in Costa Brava, meglio se con piscina (“solo” 12.000 euro!);
  2. affittare un villino a La Floresta, magari da gente che partisse in ferie ad agosto;
  3. piazzare a tradimento il compagno di quarantena da un amico in partenza, che mi aveva chiesto di fargli da cat sitter.

Sono tutte le soluzioni che ho vagliato quando mi sono accorta che i miei erano lì lì per venire, come previsto, e il compagno di quarantena stava rimandando all’infinito la sua solita partenza per il Cammino di Santiago. Adesso, quattro persone in una cinquantina scarsa di metri quadrati non sono l’ideale. Specie ad agosto, specie se una delle due stanze da letto è una singola senza luce. Così, eccomi a cercare le soluzioni più strampalate!

Poi, però, è successo qualcosa: all’improvviso, uno dei due appartamentini che affitto in casa mia (che, ricordiamo, è divisa in tre casette indipendenti) è stato sgomberato nel giro di cinque giorni. La persona che lo occupava mi ha comunicato che, per una serie di ragioni, sarebbe stata meglio altrove. Meglio così, allora, e meglio fare buon viso a cattivo gioco: i miei hanno trovato ad accoglierli una camera da letto vera, invece del mio loculo con il materasso addossato alla parete! Nell’appartamentino vuoto è come se fossero in un residence: una camera con salottino e bagno, con la possibilità di entrare nella mia parte di casa quando vogliono. In questo modo, hanno anche a disposizione due cucine, e di converso le ho a disposizione anche io: troppa grazia, Sant Antoni!

Ok, i miei d’estate usano poco la cucina, perché preferiscono andare di insalate e frutta fresca, ma se seguite questo blog da tempo (la Madonna ve lo rende!) saprete pure che l’ho sempre detto, anche per questioni più importanti: inutile preoccuparsi per situazioni che sfuggono al nostro controllo. Se è vero che controlliamo solo il 40% di ciò che succede, vuol dire che non abbiamo mai tutti i dati per risolvere il problema. Che fare, allora? Beh, ci arrangiamo con quello che possiamo gestire, e ci prepariamo (con fiducia) a ogni evenienza.

È il caso di dire che si cucina con quello che si ha.

Quest’anno mi toccano ben due angoli cottura! Mi sa che scelgo comunque il mio, che c’è un po’ più di luce.