“Scusa, mi faresti da albero di Natale?”.

Il tipo di TEDx mi guarda speranzoso, prima di cominciare a spiegarci come si faccia il perfetto discorso motivazionale. Rassegnata mi alzo, e succede questo:

  • il mio corpo (il fusto) diventa il messaggio del discorso;
  • le braccia (i rami e le decorazioni) diventano lo stile, gli aneddoti e gli esempi con cui lo veicolo;
  • i piedi (le basi/radici) diventano il contatto col pubblico;
  • il puntale (ebbene sì, sono finita con una stella di carta in testa) diventa lo spunto finale di riflessione.

Cicerone da qualche parte sorride, anche se non aveva un albero di Natale. Dopo mi fanno anche i complimenti per come sia stata al gioco, e qualcuno da allora mi chiama “Christmas Tree”. È in questi momenti che ripenso agli amici che mi chiedono chi me lo fa fare, ad andare a incontri del genere.

Potrei rispondere: la curiosità, che fa figo ed è vero, anche ora che ho più o meno tolto dalla mia vita le indigestioni d’irrazionalità che mi sono concessa negli anni passati. Ormai sono persuasa che, se c’è un disegno “dietro tutto questo”, somiglierà a uno di quelli che facevo da piccola, con la gente che aveva le spade al posto delle mani perché le dita mi sembravano “antiestetiche”.

Però ho imparato che la logica comunemente intesa non sempre risolve tutto, che l’intuizione è solo la sua figlia “frettolosa”, e che la glorificazione del pessimismo fa tanto vecchio qualunquista in cerca di… piccole fans (lo spagnolo ha la definizione perfetta: pollavieja).

Quindi mi sono divertita a fare l’albero, e mi sono goduta i complimenti del tipo carino che era seduto troppo lontano da me per interagirci. Peccato che se ne andasse prima del gioco finale, che è quello che mi è piaciuto di più.

Il pubblico era diviso in due cerchi concentrici, fatti in modo che ci guardassimo negli occhi, e noi della circonferenza esterna dovevamo spiegare al compagno di fronte quale fosse la nostra miglior qualità. L’altro, a sua volta, doveva spiegarci come questa qualità potesse “cambiare il mondo” (ma andava bene anche la palazzina).

Io sono andata per: “Credo di essere brava a risolvere i problemi pratici della gente, quando me li confida”.

È semplice: sto qui da undici anni, se qualcuno cerca casa conosco spesso altri che la offrono, se cercano lavoro magari mi hanno proposto qualcosa di recente, se vanno a Napoli conosco B&B autorizzati, ecc. A volte ti sbatti tanto per aiutare qualcuno nei suoi problemi esistenziali, e poi ti accorgi che la cosa migliore che potessi fare era trovargli un lavoro.

I “cerchi umani” ruotavano, così ho ricevuto ben tre commenti entusiasti su come potessi cambiare il mondo (o la palazzina). Un avvocato sottolineava che risolvere problemi pratici era di per sé complicato, un ecologista poliglotta mi nominava addirittura “presidentessa del mondo”, perché il solo fatto di ascoltare le persone è un gran pregio.

Ma quella che mi ha veramente stupito è stata l’olandese venuta al seguito dei TEDx – la più alta della stanza, quindi dovevamo sembrare davvero una coppia fantastica. Lei ha ribaltato la questione: risolvere i problemi non è la fine, è l’inizio. È una volta risolti i problemi che la gente comincia a vivere sul serio. La mia qualità, quindi, aiuta la gente a (ri)cominciare.

Adesso no, non illudetevi che vi sappia risolvere la vita, ma il resto è vero. Di solito abbiamo tanti di quei problemi, o “pochi ma buoni”, che crediamo sul serio che senza quelli sarebbe il paradiso. E invece no: senza quelli restiamo noi con la nostra vita in mano, e spesso, parlo per esperienza, la sensazione di non sapere più che farcene. Come chi va in pensione dopo un lavoro usurante. O le donne che si sanno pensare solo come ausiliatrici e quando, per motivi luttuosi o anche allegri (come il matrimonio dei figli), si trovano la vita davanti, e vivono una vera e propria crisi d’identità.

Quindi brava, signora olandese: ci identifichiamo nei nostri problemi, e ci sembra così complicato risolverli che lo vediamo come un traguardo.

E invece è solo il “via”.

 

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E l’alloro che c’entra? C’entra, c’entra (da YouTube).

Facciamo un gioco.

È un indovinello, che ha a che vedere con quello che tra una risata e un link musicale cerco spesso sul blog, cioè: il rapporto tra identità e identificazione. E chemminchia è?!

Le storie, gente. Le storie.

Quelle che ci risuonano dentro come esseri umani nati con un certo tipo di genitali – a cui diamo un certo tipo di significato –  in una certa parte del mondo, da una famiglia con una determinata posizione sociale.

Possiamo raccontare la nostra storia in mille modi, alcuni utili, altri controproducenti o addirittura letali. Non siamo quasi mai noi a sceglierci le storie, o il modo di guardarle, ma quasi sempre possiamo ribaltarle e farle nostre.

Adesso vi presento una donna che racconta la sua storia, e quella della sua terra. Ve la taglio nei punti che si ripetono o vi aiuterebbero troppo a indovinare, e lo faccio ahimè con violenza sintattica, con qualche corsivo mio e senza faticosi puntini sospensivi: alla fine, solo dopo che avrete fatto il gioco, vi metto il link originale da cui godervela tutta.

Il gioco, si diceva, è un indovinello.

Secondo voi, di dov’è questa donna? Di quale terra sta parlando?

Via!

“Ah, se vengo lì e lo trovo io…!” dicevano le nostre madri quando perdevamo quel capo d’abbigliamento e chiedevamo con fare tiranno che venissero loro a cercarlo… Non le vedevamo, perché non abbiamo mai visto niente di quello che facevano. Il loro lavoro era reso completamente invisibile, e neanche ora che siamo “femministe formate” riusciamo ad aprire gli occhi e guardare alle nostre radici da un punto di vista intersezionale, che evidenzi le nostre origini e la nostra cultura: il sud che smacchiava le vergogne del nord, e che sopravvive trascinandosi in silenzio la sua discriminazione storica.

Quanto alla sua negazione storica… Non più.

Questo progetto è una sfida: un tentativo di riscattare questa intersezionalità nei nostri sguardi. È la base per cominciare a vederla e smettere di silenziarla. Perché niente è uguale qui. Neanche il femminismo… Vogliamo riscattare anche la potenza delle nostre radici che tante volte è ridicolizzata in altri luoghi: quella delle nostre nonne, delle nostre antenate, delle nostre poetesse… il ritmo meraviglioso dei nostri accenti.  Vogliamo convivere con la convinzione che dare un altro significato – per noi –  pure è possibile.

Vogliamo rompere il tabù delle violenze che ci opprimono ogni giorno come la mancanza di ammirazione e di riconoscimento per il fatto di parlare così. Vogliamo cacciare dalle nostre vite quel commento tanto snervante, “Che accento simpatico!” quando stai esponendo la tua posizione politica in assemblee di altri luoghi. Vogliamo cacciare dalle nostre vite questi commenti che ci giudicano, ci squalificano, ci tolgono il potere, e ci invitano a cambiare il nostro modo di gesticolare e i nostri linguaggi per adottare le forme egemoniche.

Questo è il nostro modo di parlare e di esprimerci, e ci va bene così. Fatevene una ragione!

Vogliamo rivendicare la nostra forza e potere e cominciare a parlare delle personalità della nostra terra che, nel corso della storia, sfidarono con la loro arte, i loro scritti, le loro parole… le norme di genere. Il mondo ha molto da imparare dai nostri linguaggi e dalle nostre posizioni di fronte alla vita. Vogliamo riscattare le figure storiche sconosciute che – con la loro ribellione – ci hanno lasciato una grande eredità. Non erano solo folcloristiche e, se lo erano, ci piace anche questo di loro. Perché credete che non abbiano niente da dire?

Vogliamo generare un femminismo e un transfemminismo della nostra terra, senza tabù né complessi.

Non vogliamo ridurre il femminismo della nostra terra a una sola cosa, però crediamo che è necessario cominciare a parlare delle nostre origini e di tutte quelle violenze che riceviamo per quelle. Dobbiamo cominciare a vedere la trasgressione e la sovversione nelle nostre stesse radici, recuperare il nostro passato di lotta e parlare di questo tra noi, nella comunità… recuperando anche gli spazi di vicinato, di quartiere, che ci caratterizzavano.

Inoltre crediamo che non ci sia maggiore invisibilità di quella imposta dietro un simulacro di uguaglianza che è falsa, non è reale. Non ci considerano “uguali” in altri luoghi, la situazione economica di questa parte del territorio nazionale è deplorevole, continuiamo a essere vittime di stereotipi costanti e le nostre scelte di vita sono ingabbiate sempre all’interno di questi.

Abbamo svolto il lavoro di cura per buona parte delle generazioni di questo stato, per anni e anni: puliamo le vostre case, accudiamo la vostra prole in condizioni di precariato che neanche vengono riconosciute.

La maggioranza di donne della nostra terra ha costruito la storia con le ginocchia conficcate nel suolo. Siamo orgogliose di loro e non vogliamo disprezzare il loro lavoro come sempre è stato fatto; però vogliamo “vendicarle” e dare un nuovo significato al lavoro di cura.

Questa dinamica del sud in cui le vicine sono le nostre potenziali compagne di vita: rompere le pareti che ci separano e convivere tutte sotto lo stesso alloro. Vogliamo rompere la tradizione del dolore nelle nostre case.

Credi che non esista un “transfemminismo” nella nostra terra? Be’, trema perché…

“Se vengo lì e lo trovo io…”

… Indovinato? La risposta in 10… 9… 8… 7…

Vabbe’, ho barato: eccovi subito Mar Gallego, che a dispetto del nome è andalusa, andalusa, andalusa, ed è pure autrice del Manifiesto “Como vaya yo y lo encuentre”. Feminismo andaluz.

Però il testo vi risultava familiare, vero? Anche perché i privilegi sono una brutta bestia, dappertutto.

Infatti vi svelo un segreto di cui non vado proprio arcifiera: pensando a chi di voi non parla lo spagnolo, per un nanosecondo mi sono detta “E ringraziate che ‘sto manifesto andaluso dovete solo leggerlo, e non ascoltarlo!”.

Visto?

I pregiudizi sono proprio dappertutto.

 

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Da internations.org

Anche alla festa di ieri è venuto l’ubriacone.

Si presenta sempre a questo genere di eventi, organizzati da un’associazione sul terrazzo di un hotel, e una ragazza appena iscritta ci ha passato un brutto quarto d’ora. Quando è toccato a me, l’ubriacone andava distribuendo degli stuzzichini che aveva rubato alla cameriera.

“Dai, adesso è vuoto” gli ho sottratto con delicatezza il vassoio dopo avergli consegnato l’ultimo stuzzicadenti. “Dallo a me, che vado a posarlo”. E ho fatto cenno alla neoiscritta di accompagnarmi, se voleva svignarsela a sua volta.

“Wow, sei stata veloce ed efficace! Mi hai insegnato come ci si comporta in questi casi!” si è complimentata con un pizzico di amarezza: era avvilita per non aver trovato subito lei una via d’uscita. “Io mi limito ad arrabbiarmi” ha aggiunto infatti.

L’ho rassicurata dicendole che la sua reazione, che ho adottato tempo fa a Parigi, era anche meglio della mia “diplomatica”, e le ho sciorinato il curriculum di scappatoie che ho dovuto inventare con uomini molesti, quando ancora vivevo in Italia: dal fingere di bussare a un citofono al continuare a studiare imperterrita, su una panchina della stazione, col braccio di uno sconosciuto sulla spalla.

La ragazza, allora, mi ha raccontato le allucinanti esperienze che ha avuto con italiani, compreso uno che l’aveva prima fissata a lungo in modo imbarazzante, e poi trattata con maleducazione quando era stata lei a rompere il ghiaccio. Un altro la stava per schiaffeggiare perché lei aveva rifiutato le sue avances. “Ma che problema hanno?” mi ha chiesto, curiosa.

Le ho mostrato i cartelloni dedicati al Pride, stile “Più gay = più patata per noi”, e i commenti divertiti di amici più o meno quarantenni, che sdrammatizzavano. Le ho spiegato che incominciamo da poco ad aprire la mente, al di fuori dei soliti circoli, e questo è quello che ci tocca nella prossima decade, con tanto di inviti a “essere comprensive invece di lapidare” (fatti da chi si aspetta una medaglia anche solo per non mettere mani sul culo).

A beneficio di chi si chiede “E allora alle donne non possiamo dire più niente?” (qui un interessante prontuario in merito) voglio raccontare un altro aneddoto sulla serata di ieri, perché la più grande sorpresa non è stata l’ubriacone.

È stata il tizio che mi aveva fermata per strada.

Che due mesi fa era qui “di passaggio”, e invece a sorpresa era ieri alla festa.

Quando questo qui mi aveva fermata per strada, una sera d’inizio aprile, non mi ero offesa né niente: non mi stava trattando come una che credeva di poter chiamare “Bbbeibe” su due piedi, quando magari avrebbe impiegato venti “Excuse me” e trentacinque “Sorry” solo per chiedere l’ora a un uomo. Era stato franco: aspettava un amico e mi aveva vista, mi aveva trovata carina e si era chiesto se fossi disposta a fare due chiacchiere, o prendere un caffè con lui. Preferiva gli incontri in carne e ossa a Tinder, e devo dire che con me sfondava una porta aperta. Era anche divertente, così gli avevo sottoposto il test che faccio in questi casi: gli avevo dato il mio nome completo, pronunciato due volte in italiano senza nessun “aiutino”, e gli avevo detto: “Trovami su Facebook”.

Non mi aveva trovata. L’aneddoto sarebbe rimasto incastonato nelle memorie di questa primavera bizzarra, se non fosse stato per l’incontro di ieri sera, e la scoperta: “l’intrepido” era di una timidezza incredibile.

“Come ha fatto a fermarti per strada uno che manco stacca gli occhi da terra?” si è chiesta la neoiscritta, messa a parte della situazione.

Be’, adesso ho un’informazione in più, che forse c’entra e forse no. L’amico che era con lui, un assiduo di queste feste, fa il counsellor specializzato in questioni amorose. Conosco poco questo genere di trattamento, ma mi pare di capire che preveda esercizi ad hoc, del tipo, che so: “Vai in giro e invita la prima che ti capita a prendere un caffè”.

Coincidenze?

Boh. Forse è vero che del resto del mondo non sapremo mai abbastanza.

 

La colonna sonora della festa – brano non proprio “estivo”, ma c’era vento…

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Un momento della mia conversione, dopo il biasimo di Padre Metelli (feat. Guido Cagnacci)

Stamattina, nel dormiveglia, ho visto una chiesa.

Mi era familiare, doveva essere una delle tante del quartiere: dalle parti di casa nuova, il Gotico cambia faccia. Nel dormiveglia mi sono chiesta come facessi a tornare da questa chiesa a casa mia: già ero pronta a studiarmi un percorso, che immaginavo come una linea rossa stile Google Maps (so che lì è blu, ma la mia era rossa, vabbuo’?).

Poi mi sono resa conto che a casa c’ero già.

Per la precisione ero in un letto di casa – non il solito, sono giorni che faccio e disfo letti in cui non sarò io a dormire – e non avevo bisogno di tracciare nessun percorso per tornarci. Amen.

Insomma, dopo anni di Jung, massime zen, e discorsi sulla felicità che è ben nascosta nel cuore degli uomini, l’unica domanda è: perché mi sbatto a trovare la strada di casa, se a casa ci sono già?

E devo dire che, senza filosofare troppo, si applica a molti campi.

Per esempio, d’ora in avanti il re di Svezia smettesse di rincorrermi con ‘sto Nobel per la letteratura! Ormai l’apice della mia carriera letteraria l’ho raggiunto: La bambina scartata è stata stroncata da Padre Aldo Metelli! Come, chi? Quello che biasima i peccatori, per conto dell’Associazione “Beato Bartolomeo Camaldolese”.

Vi lascio col momento più importante della mia vita di scrittrice:

 

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Ue’, ue’!

Una volta mi regalarono uno spray antistupro al peperoncino.

Qualche coinquilino qui a Barcellona scherzò sull’opportunità di condirci la pasta, e il più svitato degli amici olandesi se lo spruzzò davvero sul naso, per vedere “di che odorasse”: non vi dico gli effetti.

A parte quest’episodio, non l’ho mai usato. Ma ce l’avevo.

Anni dopo, ho sentito alla radio quello che è l’unico principio che conosca tuttora di difesa personale: “A volte è più pericoloso non fare niente, che agire”. Fosse anche per blandire un potenziale assalitore, prima di cercare un mezzo valido per allontanarsi dalla situazione di rischio.

Quest’idea che sia più pericoloso non fare niente mi è rimasta impressa, la uso anche per cose che non sono più emergenze, perché ormai sono la quotidianità.

Il primo maggio Fotografie segnanti  ha postato una foto di Piazza Plebiscito vuota (“tutti i lavoratori napoletani festeggiano”), e ho segnalato il post. Quella di fannullaggine è sempre stata patetica, come accusa, ma diventava particolarmente grottesca in  un momento che vede tanta gggioventù ingannata e molestata dai datori di lavoro, o pagata una miseria nei bar, perché tanto ci sono “le mance degli americani” (ma il turismo porta ricchezza, eh). Quando non si muore per pochi spicci. 

Dalle reazioni di altri ho notato, però, che intanto mi ero persa qualcosa. Al “sì ma il bidet” che anch’io mi sono scocciata di leggere si contrapponevano due o tre commenti di conterrOnei, magari col sospirato titolo di persona molto attiva, che scherzavano sulla loro pigrizia ineguagliabile. Che non si dicesse che non stavano al gioco.

Quest’atteggiamento generale all’insegna del “sì, ma so ridere, vogliatemi bene” l’ho notato già con la Costa Concordia, con la gara all’ultimo sghignazzo sulle vittime e gli scogli, ed è proseguito quando abbiamo fatto quella figura di merda mondiale con Emily “mozzarellona” Ratajkowsky: ma le donne che “non te la daranno mai” non contano (ed è subito Jerry Calà e trenino Tropicana).

Adesso a quanto pare non si può neanche chiamare cialtrone chi se la prende con un’intera popolazione, sicuro che la maggioranza del suo pubblico riderà con lui.

Un “Te la sei preeesa” aspetta chiunque faccia notare che no, non va bene: non va mai bene prendere per buoni dei cliché e applicarli a un’intera categoria, che siate voi o altri.

Non serve, non illumina, e soprattutto non fa ridere.

Se per ridere avete bisogno di svilire un’intera popolazione, che vi includa o meno, mi dispiace davvero tanto, ma sono sicura che ne uscirete, perché vivo in una città in cui il diritto a indignarsi ha fatto molta strada: anche se non condivido sempre i motivi dell’indignazione.

E non è necessario, per farlo, lanciarsi in una crociata in difesa delle innovazioni ferroviarie d’annata, o dei reperti igienici poco diffusi altrove (che poi sono una grande fautrice della doccetta accanto al water). Capisco anche che il razzismo introiettato si fondi su un classismo d’annata, per cui pensiamo che non criticano mai davvero “noi”, addestrati fin da piccoli a tenere a distanza i “loro” sfaticati, mafiosi, volgari.

Ma è triste insinuare che un’intera categoria fa schifo a prescindere, solo perché il pubblico è dalla tua. Lo penso per il popolo gitano, quello cinese, e per il mio, forse ormai senza reali preferenze. Pensarlo non nasconde problemi sociali e “difetti” (?) legati a quel popolo: questa è un’altra argomentazione fallace di chi non ottiene l’approvazione sperata con le sue critiche.

Dunque, perché non lo capiamo anche noi che dal razzismo simpatico non guadagniamo neanche una manciata di ascolti in più, o l’illusione di trombare almeno stavolta?

Credo sia per tre cose: 1) quieto vivere; 2) “la colpa è della vittima”; 3) rassegnazione.

Il primo caso per me è legittimo, anche se passa per la già menzionata illusione che “non stanno criticando noi”: vedrete invece come il classismo assimilato fin dall’infanzia non ci servirà a evitarci i cliché, appena l’accento rivelerà la nostra origine.

Del secondo caso ho un esempio triste: le persone bianche che dicono a quelle nere che “devono avere più autostima”. Se l’avessero, le discriminerebbero meno. Quest’articolo si chiede appunto come l’autostima possa risolvere conflitti sociali e discriminazioni. Ammesso che lo faccia, sarebbe una lotta lunga e contraddittoria che certo non spetta alla vittima intraprendere. Può farlo, ammesso che manchi effettivamente di autostima, ma non deve.

Quanto alla rassegnazione, per quella ho un esempio stupido: la gente che, a Trono di Spade finito, cerca per forza di trovare un senso alla deriva di certi personaggi. Non mi fraintendete: vi è piaciuta la fine? Capisco. Non vi è piaciuta ma ci volete trovare per forza un senso? Ripetete con me: “Fa. Cagare”. Sono solo due parole, e passate avanti.

Per tornare all’argomento iniziale (non lo spray antistupro, il razzismo!) vorrei ricordare che i cliché non sono sempre negativi, ma servirci di quelli “positivi” (?) può essere un’arma a doppio taglio.

Concludo infatti con questa definizione che piace tanto su Napoli, fatta da un borghese settentrionale che sapeva di esserlo. Per la verità parlava nel 1975, ma siccome siamo fuori dalla storia…

I napoletani oggi sono una grande tribù che anziché vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg o i Beja, vive nel ventre di una grande città di mare.

Questa tribù ha deciso – in quanto tale, senza rispondere delle proprie possibili mutazioni coatte – di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamiamo la storia o altrimenti la modernità. La stessa cosa fanno nel deserto i Tuareg o nella savana i Beja (o fanno anche, da secoli, gli zingari): è un rifiuto, sorto dal cuore della collettività (si sa anche di suicidi collettivi di mandrie di animali); una negazione fatale contro cui non c’è niente da fare. Essa dà una profonda malinconia, come tutte le tragedie che si compiono lentamente; ma anche una profonda consolazione, perchè questo rifiuto, questa negazione alla storia, è giusto, è sacrosanto.

Veramente a casa tutti bene, grazie.

Credo anche dai Tuareg, ma per una volta chiedetelo a loro.

 

 

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Da Feudalesimo e Libertà

Non siamo gli unici.

Una settimana fa, in questo seminario, una brava professoressa di Politica Comparata a Reading ci ha dimostrato che è l’economia, e non il razzismo, la reale partita su cui si gioca il consenso dei populismi in Europa. Un prof. in pensione nel pubblico voleva accaparrarsi le sue conclusioni, a cui lui sarebbe giunto in una ricerca sull’America Latina del 1989. È stato messo a posto in due parole: stiamo parlando di qui e ora, ha precisato la Nostra, e il qui e ora hanno una loro interconnessa, globalizzata peculiarità.

E no, il mal comune non è sempre mezzo gaudio.

Da Apostrofare Catilina in Senato facendogli sapere che ha rotto il cazzo

Come dicevo nell’ultimo post: ad affondare nei barconi non sono gli elettori, quindi non è un problema loro. O meglio: i più non lo sentono tale. Vogliono lavoro e sicurezza, qualunque cosa significhi, e sebbene la Lega non gli ha dato niente del genere in un anno, non tornavano a chiederle al PD del Jobs Act e degli accordi con la Libia, di cui Calenda in non so che trasmissione (quando torno in Italia mi becco sempre il peggio) aveva anche il coraggio di vantarsi.

Oggi mi ripeto molto, ma questo romanzo sulla Brexit mi ha spiegato un po’ di cose, anche se difende il muscoloso maschio 100% della working class, e ci va pesante sulla documentarista “radical chic”, qualunque cosa significhi. Da collega rc – e buonista, pure! – devo dire che ci sono volute molte circostanze favorevoli perché io accumulassi titoli universitari inutili, mentre certe mie coetanee lavoravano a due euro l’ora nella vicina fabbrica clandestina di vestiti (prima di sposarsi con un uomo che guadagnasse anche per loro). Nel mio caso: vogliamo chiamarli priv… privil… Quello, insomma? Non mi sembra una parolaccia: come diceva questa grande ce li abbiamo un po’ tutti in qualcosa, chi più chi meno.

Ribadisco: secondo me la sfida si gioca su quelli.

 

 

 

 

 

 

Io che trovo una soluzione “pratica” al disordine in casa

Il fatto che scriva alle sette meno un quarto (e no, la bambina non ha vomitato) è indicativo del periodo che sto vivendo. Un’insonnia di qua, una citofonata imprevista di là, e va a finire che uno zombie riposa più di me.

I motivi? Tempo fa avrei cercato una spiegazione molto filosofica in questo mio ritorno a una vita da sola, o in una casa che tengo più o meno come Approdo del Re dopo la penultima puntata di Trono di Spade, dove passo le mie giornate a scrivere come se non ci fosse un domani. Tanto domani si ripete la stessa cosa, sempre che l’inquilino francese non mi ponga davanti all’importante busillis di voler cambiare il materasso, e di non sapere che farsene del vecchio.

Ma no, io non dormo così per i materassi dell’inquilino. Dopo un po’ che mi lambiccavo il cervello, mi sono messa a vedere a che ora sorge il sole: più o meno, appunto, alle sette meno un quarto. A che ora sorgeva il mese scorso? Alle otto meno un quarto. Fantastico, perché ho la persiana che lascerebbe filtrare il barlume di una lucciola che si fa i fatti suoi a Cadaquès, e sono molto, mooolto fotosensibile. Mistero risolto.

Non scarto le ipotesi precedenti sul mio stato d’animo: i cambiamenti sono quelli che sono. Però, tra tanto dibattere sulle questioni più disparate, mi sembra che a volte dimentichiamo quella componente “materiale”, pratica, dei perché. E non dico che spiega tutto, ma a non sottovalutarla capiamo molto meglio.

Volete vedere? Altri esempi che mi vengono in mente:

  • Anno Domini 2004, esame di Storia della Lingua: preparata ma non al meglio di me (vivo in due nazioni diverse), affermo che alla fine si è conservato “ficatum” rispetto a “hepar”,  o “bonellus” (bello) rispetto a “pulcher” perché, riassumendo, restano più impressi del latino letterario (sic). Il professore, magnanimo, mi concede pure l’ipotesi, ma poi mi fa notare: “Se erano chiuse le scuole che insegnavano ‘hepar’ e ‘pulcher’, ovvio che nessuno le usava più”. Risultato: 28, e mi ha trattata.
  • Quattordici anni e cinque titoli inutili dopo: devo metter su un volume accademico su amore romantico e relativa decostruzione. Posso infilarci in ordine sparso Disney, Judith Butler e le canzoni di Nek, ma la collega cilena mi annuncia che, quanto a lei, scriverà un articolo sul welfare. Sul welfare?! Certo, conferma: se il lavoro di cura è relegato del tutto alle donne, risparmiando bei soldi alle istituzioni, ovvio che conviene “vendere” l’amore come un sinonimo di abnegazione ed esclusività – da una parte sola almeno. In effetti, qualche mese prima avevo scoperto che, a Napoli, il lavoro a tempo pieno di una commessa di Calzedonia sarebbe pagato sui 4-500 al mese. Il che trasforma più che mai gli uomini in breadwinner e, senza nulla togliere alle questioni psicologiche legate alla coppia, mi spiega un pochetto anche le rime baciate di Alessio.
  • Già che siamo in argomento ammore, sono anni che leggo disquisizioni sulla disparità degli orgasmi tra uomini e donne, e spopola l’idea che queste ultime hanno bisogno di una connessione emotiva se no ti saluto, e comunque “l’organo più erotico è il cervello”. Ok, ma a ben vedere gli uomini traggono il massimo piacere da quello che in Arancia Meccanica viene chiamato “su e giù”, e le donne da una stimolazione che va sopratutto di sfregamenti, con mezzi assortiti. Indovinate intorno a quale tipo di piacere è costruito il rapporto sessuale etero! Almeno così com’è concepito oggi: cinque minuti di “preliminari” (?), cinque di su e giù (e vi ho trattati), sigarettina. Ce ne siamo convinti grazie ai porno o a Top Girl (scusate la ridondanza): se lei non viene, o è lui che non ci sa fare, o è un peccato, ma è nell’ordine naturale delle cose. Magari cambiare “l’ordine”, e non solo delle cose? Un articolo riassunto qui della American Association of University Women ha una soluzione praticissima: bisogna dare lo stesso valore a penetrazione e stimolazione clitoridea. Apriti cielo! “Eh, ma la biologia, i bambini si concepiscono con…”. Sì, vabbe’: piuttosto che procreare, la stragrande maggioranza degli uomini che conosco si metterebbe in modalità Theon Greyjoy con le sue stesse mani, e la biologia me la tirano fuori proprio adesso? Ma andate a fare in… Ah, no.
  • Già che sto citando molto Trono di Spade (no, non mi rassegno!): quante informazioni mi mancano per sapere cosa sia successo con quel pastrocchio di stagione finale? Magari trovo in quelle, se non una scusa, almeno una spiegazione, e qui adotto a fiducia quella di mio cugino ingegnere: “Alla fine è il problema di tutte le serie drammatiche ad alto budget, il cui numero di stagioni non è prefissato dall’inizio. Appena gli ascolti calano o gli stipendi degli attori non rendono più conveniente l’investimento, in automatico fanno un’ultima stagione arrabattata con un numero minore di puntate giusto per chiudere trame e sottotrame”. Come si vede che non l’ho pensato io, eh? Ha quasi senso!
  • L’ultimo esempio è triste: alla gggente non gliene frega niente delle morti in mare, o delle torture libiche. E non mi lambiccherei il cervello a cercare il perché: non succede a loro, quindi sticazzi. A cosa pensa gggente così? A trovare un lavoro per sé o per la prole, e ad avere il culo coperto (pensioni, sanità, ecc.). Io credo che le nullità che ci governano cadranno sull’incapacità di procurare questo, e su questo mi giocherei la battaglia. Tanto s’è capito che no, non restano umani.

Per il resto, sto cercando una spiegazione filosofica alla mia capacità di devastare un appartamento, che in confronto Drogon è una lucertola scazzata. Devo concludere che: non me ne tiene. O pago qualcuno per rigovernare al posto mio, o mi prendo un’infezione.

Forse la cosa più pratica è prendere mocho e secchio. Forse.