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Qual è la legge del contrappasso per una femminista? Avere un compagno che rivendichi il diritto di capovolgere anche lui gli stereotipi di genere, magari cacciando urletti quando vede video di gattini che si buttano vicendevolmente giù da un davanzale, o accogliendoli su facebook, quando glieli mando, con un cuoricino di apprezzamento.

Lo so, è dura anche per me. Niente della nostra educazione, neanche quella dei più aperti al cambiamento, ci ha preparati per uno scenario simile senza pensare “è gay”, oppure “è scemo” (e per qualcuno, ancora nel 2016, non c’è differenza). A me è successo di avere un ragazzo, quando vivevo ancora in Italia, che mi regalasse solo trousse e astucci a fiori, quando chiunque mi conoscesse appena sapeva che anelassi libri. Ne abbiamo riso col senno di poi, con lui, considerando quanto volesse ridurmi alla sua rassicurante idea di femminilità.

Ma l’operazione inversa, accettare che un uomo possa essere gattaro e felice, non ha l’allure di secoli di battaglie per il diritto al voto, o di pantaloni indossati come un guanto di sfida in una società di gonne sotto al ginocchio.

Mi piace pensare che le mie personali remore siano dovute a un ribrezzo spontaneo per tutto quanto trovi lezioso (tante cose), che ho cominciato a coltivare addirittura da quando ero leziosa io, con tanto di maniche a sbuffo, vestitini a fiori e calzini bianchi ricamati (ho le foto). Sì, ma io bacetti e micetti mai.

Però non la do a bere a nessuno: ricordo un ex bassetto quanto me che si applicava ogni mattina una crema antirughe sul viso, con piccoli movimenti esperti delle manine abituate a suonare. Quello che vedevo era lontano anni luce da qualsiasi idea di mascolinità avessi assimilato, a partire dai principi della Disney che, col senno di poi, mi sembrano usciti dall’annuncio di una chat per soli uomini.

Ma siccome sono una rivoluzionaria rispetto a commenti che leggo in Internet di donne che vogliono “l’uomo vero”, a me pare che i ruoli di genere siano ancora più blindati per gli uomini che per le donne.

E i motivi per cui ignoriamo questo dato sono gli stessi che dovrebbero spingerci a dedicargli la massima attenzione:

  • il fatto che gli uomini, nella nostra società, godano ancora di vantaggi socioeconomici, per cui facciamo fatica a vederli come “vittime” (e in effetti non è questo il punto);
  • l’idea che esista una parte geneticamente determinata che ci faccia uomini o donne, e se deviamo da quella “qualcosa è andato storto”;
  •  l‘equivoco opposto: nella lotta agli stereotipi di genere tutta l’appropriazione di cliché altrui sarebbe una conquista, e non semplicemente una possibilità.

Per cui gente che condannava Sex & the City per la scia di consumismo che spandeva insieme ai suoi profumi cari difende il diritto degli uomini a diventare schiavi della moda.

Che mi ricorda il curioso fenomeno per cui, ultimamente, l’infedeltà femminile sia indice di coraggio e quella maschile, rovesciando i cliché, sia indice di quanto siano porci gli uomini.

Sì, porci quanto vuoi, ma ci piacciono così, vero? Che ci conquistino. Siate uomini, perdio, scrive la Lucarelli, e tutte a metterle mi piace. La classica pagina per nostalgici fa una retrospettiva di Terence di Candy Candy, e tutte a vantarsi di aver sempre preferito il bad boy al mieloso Anthony.

Io che preferivo Anthony ne ho avuti un po’, di Terence, nella mia vita, e in genere una volta eliminato il fattore irraggiungibilità era finita là: erano uomini come tanti, meno interessanti di altri che non ricorressero a una cappa di mistero per coprire la loro inesorabile normalità.

E sapete perché è un peccato, sta storia dei generi blindati?

Perché forse farebbe bene alla causa dell’emancipazione femminile guardare al grande insieme. A tutte le fonti di discriminazione cui siamo soggetti come esseri umani sessuati, appartenenti a una certa etnia e a un determinato ceto sociale.

Personalmente non vedo degli uomini in giro con la frusta a sottomettere donne incapaci di difendersi, non ce n’è bisogno. Vedo donne e uomini educati secondo determinati cliché che ne condizionano gusti e scelte, e vengono chiamati naturali. Quanto c’è di naturale in questi? Non lo so, non lo sa nessuno nonostante le garanzie di Focus. Possiamo solo sospettare col sociologo australiano Bob Connell che nella migliore delle ipotesi il bilancio tra natura e cultura sia mutevole e soggettivo.

E allora, per un uomo che provi sgomento per la mia depilazione approssimativa (non amo i peli per tutti i generi, ma spesso mi scoccio di togliermeli), c’è chi comincia a difendere la scelta delle donne di non depilarsi. Invece, in tante rabbrividiscono davanti a un uomo depilato, o che semplicemente non sia il machoman che hanno insegnato loro a sognare da piccole.

Non fraintendetemi, non c’è niente di male a volere donne froufrou e uomini che non debbano chiedere mai. È solo una delle opzioni possibili.

E negare che possiamo scegliere di essere quello che vogliamo, indipendentemente da chi ci abbiano insegnato a essere, non ci porterà tanto lontano.

 

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Lo confesso: nonostante i buoni propositi, il telo da spiaggia per il dopo-lezione me lo sono portato una volta sola. A metà settembre. Con un cielo non proprio terso e una brezzolina che mi faceva accapponare la pelle. Così ho desistito e sono entrata, udite udite, da Starbucks, la cui soglia a Barcellona avevo varcato una volta sola, almeno per restarci.

Ma m’incuriosiva una serie di bibite reclamizzate come Pumpkin Spicequalcosa (ho sempre creduto nell’uso della zucca nei dolci). Anche se ora non ricordavo, delle bevande raffigurate all’entrata, quale volessi provare. Pumpkin Spice Cappuccino? Boh, affare fatto. Che poi affare per modo di dire, quattro euro e qualcosa un cappuccino?! Mi sono seduta a uno di quei banconi per avventori non accompagnati, con sei sedie disposte una accanto all’altra. Al di là del vetro che mi separava dalla strada, il retro dell’insegna che avevo letto all’ingresso pubblicizzava un Pumpkin Spice Latte. Ecco cosa volevo. Ecco.

Ed eccomi seduta davanti a una Barcellona quasi autunnale, con in borsa un telo da mare stropicciato solo dalla ricerca di un libro che, al contrario del cappuccino, trangugiavo avidamente. Il tempo che mancava alla partita del Napoli mi suggeriva che fosse già troppo buio, per le due ore legali spagnole. Insomma, sembrava un pomeriggio vero. Di quelli in cui la spiaggia non è un’opzione, la gente torna dal lavoro, i bambini dal doposcuola, e tutti pensano all’estate, invece di starci ancora immersi.

Allora ho formulato due riflessioni, una su settembre e un’altra sul Pumpkin Spice Cappuccino.

Quest’ultimo, è doloroso ammetterlo, pareggia quasi quelli del mio bar hipster preferito, con le stesse polverine magiche che si trasformano in tè spumoso. Devo rassegnarmi al fatto che se non vado dallo spartano Sirvent (“gelatai dal 300 a.C.”) non saprò mai “cos’ho nel bicchiere”. Comunque il bancone a cui ero appoggiata era appiccicaticcio.

Con settembre, invece, ci ho fatto pace. Ho ammesso che le nostre incomprensioni fossero dettate dalle mie aspettative su di lui, dalla mia ostinazione a vederci quello che non era più (agosto), invece di quello che potesse diventare (primi buoni propositi e ultimi gelati).

È come confrontare la vostra nuova fiamma col vostro ex. O, peggio, paragonare la vostra relazione reale con una immaginaria, che coltivate da secoli con qualcuno che non vi si fili proprio.

Mentre ad agosto perdoniamo tutto, dal caldo affollato ai fruttivendoli chiusi, di settembre ignoriamo il piacevole fresco, le gite meno sudate, le “pizzate” del post-vacanze, e guardiamo solo all’anticamera del freddo e del lavoro (anche se spesso, di questi tempi, o non l’abbiamo mai interrotto, o non l’abbiamo neanche iniziato).

Ci sono relazioni che si sono rotte per molto meno, progetti mandati alle ortiche da un cocktail similare di false aspettative e scarso senso della realtà.

Allora mi sono ripromessa di guardare anche settembre, e perfino Starbucks, con gli occhi giusti. E, dopo aver cercato invano di buttare il mio bicchiere monouso (ma almeno riciclano?), ho raggiunto un Bar Blau reso ancora abbordabile dagli ultimi assenti, e dalla nutrita concorrenza che trasmette la Champions. Ho riconosciuto i lunghi capelli delle napoletane, ancora raccolti in una cipolla anticaldo. Ho ammirato le abbronzature ramate a me interdette da una bisavola altoatesina, e lo sguardo color caffè di chi alle mie cortesie di sconosciuta risponde “gracias”, con l’espressione di mia madre che i miei occhi chiari non sanno imitare.

E niente, abbiamo pure vinto.

 

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Non sapevo neanche se l’avrei pubblicato, questo post.

Diciamo che l’ho scritto per chiarire due cose a me stessa.

Quando si diffuse il video di cui tutti stanno parlando in queste ore non sapevo se, come ipotizzavano i giornali che ora piangono, fosse la trovata pubblicitaria di una escort. Col senno di poi mi faccio qualche domanda sulle loro fonti, ma allora speravo avessero ragione, perché quel filmino lo stavano guardando davvero in tanti. Come studiosa di genere ero anche combattuta su un quesito che mi pongo spesso: per meglio capire la società in cui vivo, devo guardare anche quello che non mi va, se suscita reazioni collettive così forti?

Allora come oggi, mi sono risposta “anche no”. Per me il criterio di decisione è questo: guardare aggiungerebbe qualcosa alle mie informazioni sull’accaduto? Ho bisogno di vedere un video su una fellatio per capire perché stiano sfottendo la donna che vi compare? Ho bisogno di assistere a una decapitazione pubblica dello Stato Islamico per sapere che fanno schifo? No, vero? E allora non lo faccio.

Qui sotto, invece, rifletto su alcune questioni che secondo me dovremmo affrontare più seriamente:

  • il rapporto con la morte. Secondo me togliamo al suicidio la sua enorme parte di coraggio, trasformando chi lo compie in una vittima “costretta” dai fatti. Credo che ci si possa limitare a dire che quella pressione sociale, la suicida, non doveva subirla;
  • il rapporto con le questioni di genere. Demonizzare il GENDER ha il suo prezzo. Noto un certo bipolarismo nel trattare questioni come libertà sessuale, poliamore, fedeltà e tradimento, in una società come la nostra che cambia lentamente e in modo contraddittorio. C’è chi sta trasformando una ragazza ripresa durante un rapporto sessuale in una sorta di simbolo della libertà femminile, minacciata dai maschi. Non da quello che ne ha tradito la fiducia, ma dai maschi in generale. Come se il video fosse stato guardato solo da loro. Prossimamente rifletterò un po’ sulla pia illusione che il sessismo sia appannaggio unico degli uomini etero. Credo anche che non sia del tutto vero che un uomo nella stessa situazione venga incensato e diventi un eroe. Lo diventerebbe per una buona parte del pubblico, certo, ma quante donne lo stigmatizzerebbero per aver “tradito la compagna”, rivelandosi “il solito porco”? Ecco, nonostante le tentazioni di rivalsa sul doppio standard che ancora ci affligge, mi piacerebbe che il “fatti i fatti tuoi” fosse bilaterale. Perché una non ha bisogno di diventare un’eroina da dopo morta perché si dica che, semplicemente, fosse una donna come tante, che non doveva subire questo trattamento;
  • il rapporto con la nostra cultura. Purtroppo casi del genere non avvengono solo in Italia, d’altronde l’espressione slut shaming non è stata partorita dal bizzarro inglese di Renzi. Un’icona pop (mi pare di capire che lo sia) come Selvaggia Lucarelli ha postato un caso emblematico di bullismo mediatico avvenuto ad altre latitudini, anche se in circostanze molto diverse da queste. Secondo me inscrivere l’Italia in questo fenomeno mondiale, invece di soffermarci su una possibile anomalia nostrana, ci aiuta a capire meglio il problema, piuttosto che lanciare accuse generiche alla nostra ipocrisia, o alla Chiesa cattolica che ci domina ancora: tutto vero, ma andiamo oltre questa critica, esiste un’Italia che si muove (anche fuori dai suoi confini fisici), che lotta per i diritti civili, per la libertà sessuale. Iniziamo da quella;
  • il rapporto con la coppia. Mi permetto una riflessione generale. Tempo fa, sulla pagina facebook L’ISIS minaccia c’era una frase che mi ha colpito:”Diremo alle vostre donne in quale motel giocate a calcetto ogni giovedì alle 19″. O qualcosa del genere, non trovo il post. Fiumi di like, commenti scherzosi ambosessi che implorassero pietà. Di recente è uscito Perfetti sconosciuti, un film in cui Kasia Smutniak invita tutti i partecipanti a una cena tra amici a posare il loro telefonino al centro tavola, e a leggere ad alta voce qualunque messaggio arrivi. Il fatto che un mio coetaneo rimasto in Italia possa rabbrividire a questo pensiero mi ha davvero, ingenuamente, sorpreso. Ecco, per me se dobbiamo arrivare a mentire su grande scala ai nostri partner per fare quello che vogliamo dei nostri genitali, forse dovremmo ripensare la nostra idea di relazione. Non ho una soluzione, ma all’ambiguità intuisco di preferire il famoso “nessuno è di nessuno” che ora mi ripete il mio ragazzo, e che professavo anch’io, alla sua età. Sono certa che si possa declinare nel modo che più ci sia congeniale;
  • il rapporto con la colpa. Le autodenunce degli uomini in queste circostanze (“siamo fatti così, ammettiamolo, siamo bastardi” ecc.) mi ricordano altre assunzioni di responsabilità collettive. Penso al “noi occidentali”, che crea un fantomatico Oriente omogeneo, sottomesso e totalmente dipendente dalle nostre vicende. O alle pur comprensibili accuse al genere umano come “peggior specie vivente”, da parte di benintenzionati colleghi vegetariani che però non riservano la stessa arbitrarietà agli altri animali. Nonostante le buone intenzioni, temo che queste operazioni finiscano per portarci fuori strada. Prima di tutto perché hanno un pericoloso valore catartico: chi si autoaccusa pensa spesso di essere autorizzato a proseguire nei suoi errori, come se “confessare” portasse l’assoluzione (vogliamo forse ispirarci alla Chiesa?). E poi secondo me colpevolizzarsi anche per chi fa quello che noi cerchiamo a tutti i costi di evitare (se non lo facciamo è un’altra storia) è controproducente. Prendersi delle responsabilità, sì che aiuta. Aiuta cominciare (o continuare) a non fare noi quello che ci renderebbe oppressori. E fare tutto il possibile (che è poco, purtroppo) per non diventare oppressi;
  • il rapporto tra le nostre convinzioni e la nostra storia personale. Un episodio come il suicidio di questa donna, purtroppo, rischia di diventare una sorta di specchio, in cui ciascuno vede riflesso ciò che più gli preme trovarci. Chi odia i social (però li usa) tuona contro il potenziale distruttivo della rete e rimpiange il “riserbo di una volta”. Chi ha avuto brutte esperienze con gli uomini approfitta di un problema culturale reale (la disuguaglianza di genere) per attaccare l’intera categoria. Chi ne ha avute con le donne, che ve lo dico a fare. Chi ha problemi col femminismo denuncia la colpevolizzazione di tutti gli uomini (e come si è visto sopra sono d’accordo, ma vedo troppa confusione su cosa sia femminismo). Quelli del “se l’è cercata“, poi, ora si attestano su un prudente “è stata ingenua”.

A proposito di andarsela a cercare, riguardo a un altro episodio terribile una ragazza su facebook commentava più o meno: “In un mondo in cui non posso essere me stessa, non voglio vivere”.

Io invece non voglio vivere in un mondo in cui, a essere se stesse, si rischi o la pubblica gogna o l’idealizzazione, solo perché nessuno sa farsi i cazzi suoi.

 

Risultati immagini per separazione casa  Nell’elenco dei pomeriggi strani della mia vita posso includere anche quello di ieri: nel giro di mezz’ora ho incontrato due ragazzi che si erano appena lasciati, dopo aver tentato di vivere insieme per un po’.

Con uno ho un rapporto di lavoro, quindi abbiamo parlato poco. Con l’altro abbiamo preso un caffè con sfogo annesso.

Il primo era mezzo accampato in un appartamento di quelli di transito, eleganti perché non ospitano gente per più di un mese e devono valere il loro prezzo. Era dimagrito, timido come sempre, e non mi ha detto niente, si è messo al lavoro.

L’altro pure era magro, forse per questo aveva gli occhi che sembravano più grandi, più umidi, fissi. Mi ha spiegato tante cose, che se non fossi appena tornata dall’altra tristezza avrei accettato più di buon grado.

Non occorre dire che quando ti lasci con qualcuno, e non proprio in termini amichevoli, non dai esattamente il meglio di te. O non sempre. Potresti diventare una persona ultrasensibile, consapevole delle proprie responsabilità, indulgente su quelle altrui, ma la tentazione di dire “quello stronzo” c’è sempre, com’è umano che sia.

Però è difficile credersi le teorie autoassolutorie ed eterocolpevolizzanti (antonimo appena inventato) se hai avuto modo di ascoltare le due campane, o nel mio caso di osservare quello che parla più delle parole: un volto improvvisamente invecchiato, un corpo che chiede cibo e riposo. Gli saranno accordati, e presto, ma intanto c’è un dolore simile, declinato solo in modi diversi.

Lo “sfrattato” è uno tranquillo, pratico, più dedito all’azione che al pensiero: tra noi non funziona, me ne vado io, passerà.

L’altro è intenso, riflette molto. Si lascia invadere dalle emozioni e ci si trova a suo agio: e allora scandaglia ogni momento, ogni parola. Ma comincia a capire che tanti pensieri non gli restituiranno quel tempo che già non crede di aver perso, perché ha imparato tante cose.

Mi ha colpito il fatto che scambi il diverso modo di soffrire dell’altro per mancanza di profondità. Non glielo dite, ma sospetto non sia vero.

E due persone che soffrano in forme così differenti hanno due possibilità: o si completano, in un modo che conservi la loro integrità e la trasformi in una pace condivisa, o stanno lì come distribuiti a casaccio in un posto che non è il loro. In attesa che qualsiasi cosa li abbia uniti lasci spazio alla scoperta di essere troppo diversi per volersi a lungo, troppo uguali nella sincerità per continuare a ingannarsi.

Sono esperienze che fanno tutti, sono solo le prove ed errori di cui è fatto l’apprendimento umano.

Spero che entrambi soffrano presto tutto quello che devono, non un grammo di più ma neanche un grammo di meno, che in queste cose gli sconti sono pericolosi.

Così decideranno prima di cosa vorranno gioire ancora.

cangrejos Passeggiando vicino casa, ho scoperto che un ristorante a me noto esibisce un numero notevole di granchi, in un acquario installato da poco all’ingresso.

Ho scattato la foto che vedete e l’ho pubblicata su una pagina di vegetariani e vegani a Barcellona: volevo sapere se il rapporto tra dimensioni della vasca e numero occupanti fosse legale e sapevo di rivolgermi a persone interessate a tali questioni.

Nell’intento di aiutarmi, un utente ha rigirato la mia domanda a un gruppo che definisco impropriamente “generalista”, uno di quelli cioè che uniscono la gente in base non a interessi comuni o affinità specifiche, ma a parametri più casuali come la loro provenienza geografica, o la città di residenza (e la pagina in questione unisce entrambi).

Volevo condividere con voi i risultati di questo sondaggio. Non perché pretenda che vi stia a cuore la sorte dei granchi schiaffati negli acquari barcellonesi (anche se lo auspicherei), ma perché temo che qualsiasi questione vagamente specifica di vostro interesse godrebbe di un’accoglienza simile.

C’è gente che ha scritto unicamente per ironizzare. E di questi, lo so, è pieno il web. Messaggio di fondo? Che i problemi sono BEN ALTRI. Non ho controllato se i commentatori di questo genere fossero già iscritti all’evento in solidarietà con i terremotati, con oltre 500 interessati e 200 partecipanti, che ho contribuito a organizzare. Spero di sì.

Qualcuno scriveva roba tipo “E allora i passeggeri stipati in metro?”, qualcun altro “E le sardine?”. Roba che Vanessa Incontrada medita di tornare a Barcellona per aprire la succursale di Zelig.

Ci sono stati poi quelli pratici, per la serie “tanto anna muri’ “. Premetto che la gente non dev’essere vegetariana per pretendere un trattamento etico per gli animali. Anche perché ci sono leggi, contraddittorie quanto si vuole, che lo garantiscono fino alla macellazione. Ci sono campagne a cui aderiscono anche non animalisti.

Ma è una considerazione che non sembra tangere i commentatori, anche fuori dal gruppo. Il più arguto consolava un membro appena bannato ponendogli come esempio il mio post (pazienza se, come si diceva, non fosse davvero “mio” ma una condivisione), e ironizzava su quest’ “anima pia” preoccupata per granchi che “nel giro di due minuti” sarebbero stati cotti e mangiati.

Un’altra più lungimirante ha previsto, per la cottura, due giorni.

Questa è stata la parte che mi ha lasciata più perplessa: il curioso cocktail di disinformazione, unita alla pretesa di parlare lo stesso.

Ora, io so di non sapere. Sospetto, ed è un’illazione, che i granchi siano destinati soprattutto a una più rara clientela cinese, e che comunque la polpa in scatola usata in dosi omeopatiche risulti più economica e salvaguardi l’acquario come attrazione del locale.

Ma appunto sospetto, ipotizzo, dubito. Le persone che commentavano erano invece SICURE di quello che dicessero, basandosi su informazioni nulle.

Insomma, so di aver fatto la scoperta dell’acqua calda, ma non avevo mai avuto l’occasione di verificare: appellandosi involontariamente al “grande pubblico” (il gruppo ha circa 16.500 iscritti) si ottiene spesso un chiacchiericcio inutile, con qualche occasionale informazione interessante.

Io non ho avuto tanta fortuna: una sola domanda, decontestualizzata, ha ricevuto decine di commenti ironici e benaltristi e nessuna, sottolineo nessuna, informazione utile.

Devo concludere postumamente con Umberto Eco che Internet ha il torto di dar voce ai cretini? No, quella posizione continua a sembrarmi un’evocazione di lesa maestà al diritto di parola degli intellettuali (quella del cretino che ha la stessa voce in capitolo di un Premio Nobel è grandiosa).

Il rischio di dare un microfono virtuale a tutti è anche questo, un inutile accumulo di opinioni al posto d’informazioni valide.

Ma quando finalmente mi sono rivolta al gruppo animalista più grande di Barcellona, non ci hanno messo niente (considerata la notte di mezzo) a indirizzarmi a un’associazione che potesse rispondermi.

Visto? Basta rivolgersi alla gente giusta.

Internet, sparando alla cieca, coglie anche quella.

balcone La questione è che mi dovevo buttare di sotto.

Cioè, non che dovessi, ma per una lunga frazione di secondo non ho capito bene cosa ci facessi, appena piombata sul balcone, coi lucciconi agli occhi e la voglia di vivere di Leopardi con l’influenza.

Non credo fossi corsa a controllare la crescita del ficus accanto a me. Che poi l’inquilino che mi è subentrato mi ha informato che non è manco un ficus.

Più che la volontà di testare la mia abilità coi tuffi, insomma, avevo la sensazione di non essere del tutto padrona delle mie azioni.

Per fortuna queste cose durano, in genere, una frazione di secondo. Il tempo di cedere alla parte di noi che è ostinata a sopravvivere a qualsiasi circostanza. Specie a quelle che non abbiano a che vedere con disastri naturali, bombardamenti e compagnia bella.

Da allora sono passati tre anni e ho preso nuove cantonate, fatto altre figure di merda, vinto quacche cosa. Ho quasi sempre notato che le persone intorno a me reagivano con più trasporto di quanto facessi io, nel bene e nel male.

Io invece, dal giorno del balcone (il #balconyday), sono stata soprattutto curiosa. Voglio vedere come andrà a finire. Anche se la vita, come nei film porno, non riserva troppe sorprese sul finale. Ma è come i remake di film famosi, l’importante è la trama.

Allora mi scopro spesso a fare da protagonista e insieme da spettatrice, in genere divertita, in ogni esperienza. Anche a una giornata di fiera senza troppi clienti, ma con concerto di tango e claque di vecchietti annessa. O alla mia proclamazione, col voto altino che mi sarebbe andato benissimo se tutti non mi avessero detto “peccato, avresti preso il massimo se solo…”. Non significa che non mi farò i miei conti, che non deciderò se riprovarci o meno. Vuol dire che, già che sono ancora qui, voglio tutto il pacchetto, i fallimenti e le vittorie che poi, in un certo senso, si equivalgono.

Insomma, la mia vita doveva finire quel giorno sotto un balcone, magari sui calzini bianchi di un turista di passaggio.

Tutto il resto è tanto di guadagnato, che faccia schifo o meno. È un extra, come le salsine sulle patate fritte.

Se sono abbastanza croccanti, va bene pure la mostarda del discount.

vignettaspinoza Siccome il primo settembre pare che dobbiamo infilarci un cappello di lana, iscriverci in palestra e postare i Green Day, ieri ho deciso che la mia passeggiata serale sarebbe stata dedicata a un barrio più autunnale: Sants.

È un quartiere bello intenso, non del tutto ucciso dall’affluenza di turisti intorno alla sua stazione. Mi sa di progetti che durano, anche all’imbrunire dell’ultim’ora legale. Roba che i tavolini in piazza, in certi mesi, li ritirano anche prima delle 10, ma poi intorno alla ferrovia ci sono sempre ristorantini aperti (raccomandiamo il palestinese), per chi cerca a tutti i costi la Barcellona da bere.

Questo è stato il mio saluto all’estate, sudato e luminoso come ci si potrebbe aspettare dal primo settembre se non fossero tutti intenti a farne l’anticamera dell’inverno.

È che io sono di nuovo in una di quelle fasi in cui non si capisce quale sarà il mio destino, da qui a un mese. E non per colpa mia, ammesso sia una colpa. Alunni che cambiano città, scuole che aprono, scuole che chiudono, università non pervenute, centri di formazione che si rivelano case carute. E l’incognita di dove abitare, quella sempre (mentre scrivo, due muratori cercano di arginarmi la pioggia in ripostiglio). Barcellona, cercai di spiegare a suo tempo in un romanzo che nessuno mi pubblica, fa questo: dà e toglie, tutto in una volta. E lo fa veloce, prima che una se ne accorga.

Allora, mentre tutti formulano i loro buoni propositi, il mio sarà quello di saper scivolare.

Verbo che può evocare il classico triplo salto carpiato in pubblico da buccia di banana o, nel mio caso, il turno per usare lo scivolo, ai giardinetti di fronte scuola. Una volta che il nonno difendeva pacatamente il mio diritto di precedenza con concorrenti di 5 anni, una bambina spiegò all’amica:

– Aspetta, deve andare prima Maria.

– E chi è? – s’informò l’altra.

– Questa stronza – precisò la prima, indicandomi.

Adesso, nessuno mi aveva comunicato che la vita fosse piena di episodi come questo, con diritti concessi a denti stretti e insulti un po’ a caso. Quindi, ci rimasi malissimo. Ma l’idea di lasciarsi cadere con fiducia, tanto prima o poi i miei piedi toccheranno terra, mi è rimasta.

Mi chiedo dove siano, ora, queste concittadine ormai donne, e se sullo scivolo, come nelle migliori commedie romantiche e canzoni di Doris Day, ci vadano i loro figli.

La mia, di figlia, non c’è ancora, non so se ci sarà, mi piacerebbe. Mi rendo conto che non sento l’esigenza di averla, solo il desiderio. Parte del mio scivolare comprende questo: dove approdo approdo, va bene. Ne ho già parlato. Quando cominciamo a star bene con noi stessi, le scelte di vita vanno bene tutte. Non dico che si equivalgano, che non ce ne siano di migliori di altre. Solo che vanno bene. Non esiste un solo lavoro ideale o il posto perfetto in cui vivere o un solo “principe azzurro”, ma più si è in contatto coi propri desideri e meglio si sceglie.

Per questo, riguardo alla polemica sul Fertility Day, senza parlare come in questo articolo di “una retorica di auto-vittimizzazione economica che non aiuta l’economia del desiderio”, credo sia un peccato fermarci a un pur comprensibile e legittimo “Non posso”.

Perché se fosse proprio impossibile lo sarebbe anche per Abdul, che scarica sacchi di basmati e aveva preso in affitto un mio appartamento di transito, nello stabile in cui l’avevo conosciuto. Cinquanta mq, due stanze, cucina di Barbie e bagno a L.

– E in quanti ci vivete? – gli avevo chiesto. Io lo dividevo con un coinquilino emiliano, quando venivano ospiti era un casino e dormivo nel divano letto all’ingresso.

– A casa siamo in 8 – aveva risposto Abdul.

Ah, ma lui e la moglie e i due figlioletti occupavano la stessa stanza. Quella piccola senza balcone. No, vabbe’.

A Fahim, dell’ultimo piano, era andata meglio: era riuscito a vivere negli stessi metri quadri, ma “solo in 5”, tanto il figliastro non sempre rimaneva con loro. Quando gli è nata una bambina ormai non vendeva più mobili raccolti dalla spazzatura ed è riuscito a traslocare.

Anche queste sono scelte, “libere” quanto quelle di chi crede che per figliare ci sia bisogno di poter togliere ai figli ogni sfizio, quanto quelle di chi proibisce il velo in nome della democrazia (!) e si crede libero o libera di depilarsi o truccarsi o portare un reggiseno. Quanto gli usi e costumi che cambiano a seconda della data e del luogo di nascita.

Infatti non bisogna essere pakistani o nordici dal welfare di ferro per potere anche non potendo: la strada da fare è lunga, ma perfino da queste parti, o entro questi confini, le famiglie si organizzano, istituiscono asili solidali (anche nei centri sociali), scoprono il coworking.

Io sono una fanatica delle scelte, proprio perché so che sono più limitate di quanto crediamo. Quello che non vorrei succedesse, e non solo coi figli, è che “Non posso” diventasse un modo di non chiedersi cosa vogliamo.

Se non vogliamo figli non dev’esserci pressione sociale che tenga. Non abbiamo bisogno di ricordare quanto sia precario il nostro lavoro. Se ne vogliamo, nessuno nega che in certe situazioni può essere proprio proibitivo, che i contratti di lavoro durino meno di una gravidanza o che non tutti i nonni vogliano/possano fare i baby-sitter. Solo che a volte confondiamo il benessere dei figli con la capacità di dar loro “tutto quello che vogliono”. Quello di cui hanno bisogno, per quanto impegnativo, costa molto meno.

Ed è interessante per me questa polemica venuta fuori proprio alla fine di un’estate che è iniziata piuttosto chiara, in quanto a progetti e appuntamenti autunnali, e che adesso se li sta portando tutti via, come i mulinelli di sabbia attraversati anche quest’anno una volta sola, nell’unica giornata di mare.

Ma non ne disdegno altre. Uno dei pochi vantaggi di restare senza lavoro (per il momento) è che un’ora per la spiaggia si trova sempre. Perfino le mie compagne con orari di ufficio e contratti più o meno solidi si fanno un punto d’onore di approfittare degli ultimi tramonti in spiaggia, quando smontano.

Chissà se vogliono avere figli, loro.

Creare delle necessità è uno dei trucchi che ci inchiodano a vite non scelte.