Tommy Hilfiger Vestido de cuello redondo para mujer
Una versione quasi “pastello” dell’abito di cui parlo nel post: l’originale vi avrebbe creato problemi alla vista.

“Allora ricordo bene, che sei italiana!” mi fa il cameriere.

Il Buenas Migas è una catena che vuol essere un connubio tra gastronomia italiana e inglese (sì, avete letto bene). Ci vado ogni tanto col compagno di quarantena, perché ci sembra il modo migliore per punirci a vicenda. Per esempio, io ordino un tè Earl Grey ghiacciato con pezzi di mela, e al compagno di quarantena dichiaro: “Questa è la vendetta per il frappuccino!”. Lui risponde ordinando un caffè con otto litri di latte dentro.

Adesso il cameriere mi ha riconosciuta dopo avermi vista solo un’altra volta, nonostante la nutrita clientela del locale. La mia prima reazione è stata lisciarmi i capelli con fare suadente e dirmi: “Eh, il mio fascino senza tempo mi rende indimenticabile!”.

Poi mi sono resa conto che, sia stavolta che nella mia visita precedente al locale, indossavo un vestito di colore viola, arancione, rosa shocking, fucsia e giallo. Con mascherina rosa shocking abbinata. Diciamo che almeno su un particolare avevo ragione: ero impossibile da dimenticare.

La parte ironica è stata che al tavolo, insieme al compagno di quarantena, mi aspettava il portatile aperto su una lezione del corso di Buddismo e Psicologia evoluzionistica dell’Università di Princeton: la nostra mente, per interpretare ciò che ci capita, tende sempre a trovare la spiegazione più lusinghiera per noi. Insomma, ci abbiamo i bias (una parola che va di moda), e a volte abbiamo pure i bias sui bias.

Devo dire, però, che in un’occasione mi andò anche peggio (oppure meglio?) con una collega di questo cameriere “abbagliato” dalla mia persona. Con la ragazza, pure italiana, al momento di pagare ci fu un malinteso sulla consegna del resto: la mia genuina confusione sui soldi che mi spettassero mi fruttò un’occhiata ambigua, e la sensazione di essere stata scambiata per una furbacchiona che volesse intascare di più…

E invece no! Di lì a poco la tizia, dopo avermi riconosciuta su un gruppo Facebook di italiani, mi aggiunse ai suoi contatti. Visto? Ok, magari si illudeva che come veterana a Barcellona (particolare che si evinceva dai miei post), potessi esserle utile… Oppure chissà, forse le stavo davvero simpatica!

Ebbene sì, il nostro cervello giunge a conclusioni affrettate e non sempre realistiche, in un senso o nell’altro. La soluzione sarà davvero il buddismo, come suggerisce il corso che sto seguendo? Ci ritornerò.

Intanto confesso di non esserne troppo convinta, ma mi sa che anche quello è un mio bias.

(Vabbè, a mali estremi…)

Caffè al bar: come riconoscerne la qualità | Goglio Packaging System

A Barcellona ritornano i mercatini!

Alla chetichella e perlopiù all’aperto, o con accesso limitato/percorso fisso stabilito da alcune frecce. Ma tornano.

C’è la Fiera Vegana, sponsorizzata per l’occasione dal distretto in cui si tiene. C’è questo mercato, che ha il primato di vendere solo quelli che le mie amicizie, in omaggio a me, chiamano”vestiti Maria” (cioè, a fiori e sul vaporoso andante), ma i modelli mi hanno sempre fatto schifo: la coerenza innanzitutto!

E poi c’è un mercatino che non taggo, perché per me segna un anniversario importante: quello di uno dei più grandi bidoni della mia vita! Cominciato, appunto, mentre mi aggiravo tra le bancarelle in cerca di “vestiti Maria” (ma belli), e avevo finito per trovare una ragazza che mi stava pure simpatica, e mi aveva offerto un caffè. Con altra gente di sua conoscenza. Per parlare di “un certo progetto”.

Devo dire che in quel preciso momento mi era rimbombato nelle orecchie il lacerante “Run!” di Tom Yorke in Creep: ma le casse del mercatino trasmettevano solo pop spagnolo, quindi dev’essere stato il mio stomaco che mi mandava il primo segnale. Il secondo segnale era stato… di fumo, letteralmente: il caffè offerto dall’amica era troppo caldo, ed ero sicura che fosse bruciato. Perché non andavamo in un certo bar là vicino, che offrivo io?

Ssst, mi aveva fatto lei: la riunione era già iniziata. Oddio, “riunione” era una parola grossa: l’idea delle altre persone sedute al tavolo era mettere su un progetto di volontariato, a metà tra cultura e beneficenza, ma senza la politica di mezzo… Insomma, il classico progetto campato in aria che piace sempre un sacco, e di solito non serve a una ceppa. Magari l’organizzatore principale, mi suggeriva il solito stomaco impudente, aveva pure qualche secondo fine, tipo arrivare a certi fondi pubblici, o a qualche contatto politico

“Che ne dici, Maria? Sei dei nostri?” mi aveva chiesto l’amica a nel bel mezzo della riunione.

“Beh” avevo abbozzato per non fare la guastafeste “se ho tempo e non mi prende più di un’ora a settimana…”

Non l’avessi mai fatto! L’ora a settimana è diventata un’ora al giorno, poi anche due: ma a poco a poco, eh, come per la storia della rana nella pentola. Il resto del gruppo? Uccel di bosco: uno stormo intero, a ben vedere. L’interesse nascosto? Sfidare un’organizzazione rivale, su cui, sia messo agli atti, io non avevo niente da ridire.

Ma non vi racconto tutto questo per ammorbarvi con le mie disavventure ai mercatini. La vera domanda è: avete notato il particolare più importante della storia?

Armiamoci di cronomentro. Quanto ci avevo messo a dire la frase con cui accettavo di collaborare? Ebbene sì, l’ho calcolato davvero: 3 secondi e 96 centesimi. Quanto ci avrei messo a dire un no educato, fosse anche possibilista? Qualcosa tipo: “Adesso non posso, e non voglio fare false promesse, però chiamatemi per progetti specifici!”. Rullo di tamburi… Avrei impiegato ben 8 secondi e 77 centesimi! Troppo, eh? Un vero e proprio spreco di tempo!

Mi seguite fin qui? Adesso, pensate a quanti mesi e anni ho sprecato, per non pronunciare quella frase che richiedeva meno di nove secondi.

“Ma è stato tutto tempo sprecato?” mi chiederete. Ottima domanda! Quand’è che sopravvalutiamo il cosiddetto istinto?

  • Quando, per “istinto”, indichiamo solo un insieme di paure e pregiudizi, che ci precludono anche belle esperienze.
  • Quando entriamo nel tunnel delle profezie autoavverantesi: cioè, iniziamo un progetto pensando sia tutto sbagliato, e usiamo ogni minima difficoltà per rafforzare la nostra convinzione, finendo davvero per sbagliare tutto.

Quand’è che, invece, l’istinto è utilissimo?

  • Quando per quello intendiamo la parte irrazionale che accompagna qualsiasi decisione, e che si chiede: “È tutto molto bello, ma io voglio fare davvero questa cosa?”: e la volontà ha una cattiva fama nei processi decisionali, ma è importantissima.
  • Quando si tratta soprattutto di intuizione, cioè della capacità di compilare dati e informazioni seguendo percorsi mentali più rapidi della logica comune.

Per tutto il resto, ho una confessione da farvi: considerando che ogni scelta è una rinuncia a qualcos’altro, devo ammettere che a dire di no mi sarei risparmiata molti casini, ma mi sarei anche persa momenti belli: la festa a sorpresa per un organizzatore redivivo, il momento di solidarietà che non mi aspettavo…

Però, sapete qual è il grande assente, in considerazioni del genere? Tutto. Il. Resto. Tutto ciò che avremmo potuto fare non ficcandoci in un progetto che prometteva qualche bel momento, e un indicibile spreco di tempo ed energia. Perché non pensiamo mai a quello che ci perdiamo, quando prendiamo decisioni affrettate? Per puro buonsenso, o così crediamo: Martin Seligman sostiene che al giorno d’oggi “pensare al futuro” è quasi una maledizione, anche la psicoterapia moderna si sofferma o sul passato, o sul presente a tutti i costi.

E invece io, quando ho cominciato a credere nel “tempo che vorrei“, mi sono migliorata la vita un bel po’. Anche perché questo tempo in realtà è uno spazio: un posticino che ci apriamo giorno per giorno, per metterci dentro qualcosa che vogliamo sul serio, e che nella peggiore delle ipotesi non riusciremo a ottenere. Non so voi, ma io preferisco “fallire” in qualcosa che mi piaccia, piuttosto che in un’attività che non mi interessa nemmeno, così da non godermi neanche il percorso!

Dai, concedetevi questo spazio anche voi, se ancora non lo fate.

A volte ci vogliono davvero nove secondi per darsi l’autorizzazione, e in palio ci sono giorni, mesi, anni di reale serenità.

E non so voi, ma io con la serenità prenderei volentieri un caffè: magari, stavolta, uno che non sia bruciato.

(In fondo, Tom Yorke riprende il concetto napoletano di: “Fuje sempe tu!”).

Scrittura a mano: Milano, 25-26 novembre 2016 - Il blog di Adriana Paolini

Breve storia triste: devo fare i compiti!

Mi sono iscritta al corso di scrittura creativa di Coursera, offerto dalla Wesleyan University. Il bello è che lo impartisce gente che i romanzi li scrive davvero (e ne vende a migliaia), piuttosto che la terapeuta olistica che vede un simbolo fallico dietro ogni carota che descrivi. Il brutto è che c’è l’assegno.

“Scrivi una scena con almeno dieci frasi che esprimano un’azione crescente”.

“Riscrivi la scena di un romanzo che hai letto, inserendoci un personaggio inventato da te”.

Ovvio che i testi vanno presentati in inglese, e a correggerli, giusto per abbassare la tensione, ci pensa il resto della classe.

Allora mi sono detta: “Almeno approfittiamone!”. Quindi ho riscritto, stravolgendola un po’, la scena di un romanzo su cui lavoro in questi giorni. Una ventenne italiana, appena arrivata a Barcellona, si riposa nella camera che ha affittato da cinque minuti. Due persone (un ragazzo e una ragazza) irrompono nella stanza e litigano con l’italiana, ma lei si allea con il ragazzo e butta fuori casa la ragazza. Semplice, no?

Il problema è l’oggetto del contendere: l’italiana ha appena pagato 320 euro d’affitto, e altrettanti di caparra. Il ragazzo che le irrompe in camera è l’ex occupante della stanza, che pagava 370 euro d’affitto e ne aveva versati altrettanti di caparra. Secondo le regole dell’appartamento, chi prende la stanza restituisce la caparra a chi la lascia, dunque l’ex inquilino si ritrova con 50 euro in meno. Se ancora non state ronfando, ditemi: come faccio a spiegare una roba così pallosa in un capitolo che vuole essere frenetico e, a tratti, inquietante?

L’ho chiesto proprio al resto della classe! Come previsto nella consegna, a fine testo ho inserito due domande, riassumibili con: “Avete capito una ceppa sul motivo del litigio?”.

Sì, è stato l’inaspettato responso: tutta la manfrina della caparra è chiarissima. Quello che non si capisce bene è… l’identità dei personaggi! Per esempio: il ragazzo che irrompe nella stanza è l’ex inquilino, o è il padrone di casa, che pure viene nominato nel testo? Dio santo! Un problema del genere ha la soluzione più cretina che possiate immaginare: basta riportare il nome di tutti i personaggi, ed è fatta.

Come mi è sfuggita questa omissione da temino delle medie? Elementare, Wesleyan: ero troppo concentrata su quello che era il problema principale per me.

A voi succede mai? Magari vi fissate con quello che ritenete un ostacolo insormontabile, e intanto vi lasciate scivolare via le questioni importanti, che sono anche quelle facili da risolvere, per chi si degna di notarle.

È la paura, gente: l’idea di non essere all’altezza. La lasciamo prevalere, e perdiamo di vista ciò che dovrebbe interessarci davvero.

Ormai sono lanciatissima: nella prossima consegna, mi intrufolo alla corte di Enrico VIII, per salvare Anna Bolena!

Non vi preoccupate, però: questa scena qui ve la risparmio.

(La prossima volta chiedo a lui di aiutarmi coi compiti).

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona
Foto di Foschini Libraio, che ha avverato il sogno di una vita!

La faccia che fa la gente.

Ieri, intanto che cercavamo un Veggie Garden non troppo affollato, abbiamo incontrato degli amici per strada. A un certo punto si parlava di azioni in borsa, e il compagno di quarantena si è lasciato scappare che era laureato in economia. Panico generale: com’è possibile? Come può avere una laurea in economia, questo tipo con un arbusto rosso al posto dei capelli e uno zaino sempre in spalla, con cui ogni tanto piglia e sparisce per mesi?

Beh, risponde lui di solito, mi sono laureato in quello perché sembrava la cosa più sensata da fare. Non quella giusta, la più sensata: per lui la facoltà di economia era la naturale continuazione del college fighetto da cui aveva ricavato solo bullismo, e un’infarinatura di Shakespeare che consisteva nel guardare Romeo + Juliet insieme alla sua classe di piccoli milionari.

Di cosa ci sorprendiamo, poi? È laureato in psicologia il ragazzetto che dorme sotto il mio palazzo e, ogni tanto, mi chiede una coca cola con ghiaccio e limone, salvo offrirmi lui un caffè se passo per di là il giorno dopo (e passo sempre troppo tardi, quindi non lo trovo mai). Ecco, quella è una storia diversa: magari lui voleva laurearsi proprio in quello, ma la maniera ossessiva con cui parla mi fa pensare che, oltre alla teoria, gli ci voleva anche la pratica, sotto forma di una terapia gratuita ed efficace.

Ma funziona così, lo sappiamo: tu scegli di fare qualcosa nella vita, poi chissà come andrà. Tanto vale, scusatemi, scegliere qualcosa che ti piace sul serio. Ve lo dice una che a vent’anni ha accantonato la scrittura per la ricerca, e poi si è ritrovata a fare i conti con la crisi economica e i tagli all’università. Per fortuna, i corsi di counselling che sto seguendo ora insegnano a distinguere tra il nostro “io ideale” e l'”io imposto” (traduzione mia di Ought Self).

Un esempio della differenza tra i due? Mia nonna mi diceva sempre che avrei vinto il Premio Nobel. Adesso il Nobel lo vince Bob Dylan, e io… Sono una tipa da Nobel, io? Ammesso che fosse possibile accontentare la buonanima di nonna, se mi sbattessi a scrivere libri “pesi” nella speranza di conoscere il re di Svezia, sarei un’infelice a vita.

E invece, altro che Nobel! Non faccio per vantarmi (ok, mi sto proprio vantando!), ma il mio primo romanzo ha ricevuto un biasimo dal Beato Bartolomeo Camaldolese, mentre il secondo è finito in bella mostra nella libreria storica del paesello, insieme al capolavoro di Tony Tammaro.

Ecco, il mio Io ideale si sente arrivato! Controllate un po’ cosa vuole il vostro: magari è roba che ha già ottenuto, ma non se n’è neanche reso conto perché era troppo occupato a raggiungere gli obiettivi di qualcun altro.

Adesso, nella vita, non mi resta che un solo obiettivo: lottare perché il Nobel se lo aggiudichi Tony Tammaro!

(Sentite che poesia… Nobel subito!)

Archivo:Anne boleyn.jpg - Wikipedia, la enciclopedia libre

Invidiatemi: mentre scrivo ci sono ventiquattro gradi.

So che anche in Italia si sta meglio, in quanto ad afa, però qui c’erano ventiquattro gradi anche la settimana scorsa, al massimo ventisei. Quindi non mi sciolgo al sole e riesco a fare cose un po’ autunnali, tipo leggere un best-seller sull’epoca Tudor. Magari al posto del tè bevo un succo freddo, ma insomma, stiamo lì.

Adoro l’epoca Tudor. E non mi riferisco alla serie “truzza ma bella”, con Henry Cavill che faceva il migliore amico di Enricone VIII, ma proprio all’epoca in sé, così come la racconta la fondatrice della Anne Boleyn Files and Tudor Society.

Già, Anna Bolena. Ve ne parlo perché l’altro giorno mi ha dato una lezione, suo malgrado. Hilary Mantel, l’autrice del libro che sto leggendo, descrive Anne come una profumiera e un’arrampicatrice sociale. Ma ha anche dei difetti, insomma. Sapete perché mi dispiace? Perché non abbiamo idea di come fosse in realtà Ms. Boleyn, e quanto fosse libera di dire di no a uno che bolliva viva la gente. D’altronde, niente potrà mai smentire del tutto le accuse che le piovvero addosso quando non produsse un erede maschio, e il mondo dovette accontentarsi di… Elisabetta I. Le accuse ci andavano piano, eh: Anne, che aveva le damigelle attaccate alle gonne anche la notte, aveva trovato il modo di dormire con ben cinque uomini, tra cui suo fratello. Excuse me?

Interpellati dalla BBC, gli storici e la stessa Mantel si dividono. C’è chi fa notare che l’unico reo confesso, un povero musicista di corte che era stato torturato, non ritrattò la sua confessione neanche in punto di morte. Philippa Gregory difende la teoria del suo libro (ma conoscerete perlopiù il pessimo film): siccome ‘sto bambino col re non veniva fuori, Anne aveva preferito l’incesto alla rovina sicura per sé e sua figlia.

Poi arriva lei: questa giovane storica che invidio per le capacità divulgative, e i ricci perfetti. Senza muovere un capello (è il caso di dirlo), la studiosa fa una semplice osservazione: le date e i luoghi dei “tradimenti” di Anne, così come sono riportati negli atti di tribunale, non quadrano in tre quarti dei casi. Anne, o gli accusati, si trovavano di sicuro altrove. Nient’altro da aggiungere, signori della corte.

Ogni tanto, i fatti sono fatti. Con tanti saluti alle pippe mentali che ci facciamo quando non abbiamo abbastanza informazioni, ma cerchiamo comunque una spiegazione esauriente. Un esempio più recente? Non vi dico il numero di italiani in Inghilterra che ha notato ostilità nei conoscenti locali da lunedì a oggi: ok, magari la sconfitta agli Europei rode. Però, in quella nota terra di zuzzurelloni, se la vicina non ti saluta con entusiasmo potrebbe anche star pensando al mutuo, o a una promozione mancata, o al semplice fatto che in casa le sia rimasto solo tè Earl Grey, che per tutti, tranne me e l’attuale regina, sa di detersivo per i piatti. Vabbè, io se è per questo mi sono bevuta pure la teoria sull’incesto di cui sopra. E invece, cosa sia successo davvero non lo sapremo mai né io né te, cara Hilary Mantel: come si dice in inglese, stacce.

Dovremmo “stacce” anche noi, e non solo con i truculenti pettegolezzi storici: quando le nostre sorti sono incerte, perdiamo tempo ed energie a cercare spiegazioni, invece di esercitare quel po’ di controllo che ci tocca in sorte (che di solito ammonta a “scegliere come reagire”). Ma non abbiamo niente di meglio da fare?

Abbiamo tante cose, credetemi: un altro mondo è possibile, anche senza disagio.

(L’insopportabile Anne Boleyn di Hilary Mantel, interpretata da Claire Foy)

Potrebbe essere un'immagine raffigurante attività all'aperto
La lungimiranza dei negozianti pakistani sotto casa

A proposito di prendere il meglio dell’Italia, di cui parlavo la settimana scorsa.

Su via Laietana ci sono due locali, a pochi metri l’uno dall’altro. Uno è un bar della catena Cappuccino, fa angolo con una strada stretta ma importante, e ieri sera era pieno di gggioventù italiana. L’altro è un pub irlandese, poco affollato per la vicinanza con Dunne e l’enorme George Payne, e ieri sera ospitava la tifoseria inglese: la marmorea buttafuori e il suo collega, bruno ma longilineo, avevano pure fatto lo sforzo di dipingersi il tricolore sulle guance, ma diciamo che non risultavano molto convincenti.

Io passavo di là perché l’amico scozzese dell’altro post mi aveva dato buca. Anche l’inglesissimo compagno di quarantena, da che fantasticavamo di metterci in fila al George Payne e tifare lui Italia e io Inghilterra, non si era sentito molto bene e se n’era andato a spasso per fatti suoi.

Così, lungo la passeggiata che avevo programmato in alternativa al “tifo incrociato”, ho sgamato questa situazione Cappuccino vs Pinta, e sono rimasta a vedere almeno gli inni nazionali. La tifoseria italiana era sparsa per tutto il bar, che in assenza di aria condizionata aveva i vetri spalancati. Davanti a uno schermo ruffiano, decorato sia dalla bandiera inglese che da quella italiana (la versione con le repubbliche marinare!), l’intero locale è saltato in piedi per cantare l’inno di Mameli: devo dire che pronunciavano bene pure “stringiamci a coorte”.

Al momento del God Save the Queen, sono corsa fuori al pub, sperando di assistere a qualcosa di altrettanto spettacolare. Ma il locale aveva i vetri doppi e oscurati: intravedevo solo delle braccia bianchissime, e la chioma afro del tipico ragazzo che potrebbe essere di qualunque posto del mondo, quindi è di Londra (l’avevo sentito parlare mentre fumava la sigaretta pre-partita).

Ho poi sentito i caroselli, la cui rumorosità mi dava più di un indizio sulla squadra vincitrice, ma ho scoperto il risultato solo grazie al compagno di quarantena, che mi è tornato a casa tutto esaltato dopo la mezzanotte: “Scusa, ero a festeggiare un paese fantastico e pieno di bella gente!”. Era l’Italia, raccontata da uno che non l’ha mai vista. L’insospettabile tifoso era finito nel pub in cui un tempo lavorava, e nonostante la maggioranza inglese aveva tifato imperterrito per l’altra squadra. Stava rivalutando pure il motivetto di Seven Nation Army, che di solito non ama: dice che la versione ultrà italiana è “più elettronica”, e ho preferito non indagare.

Gli ho chiesto, piuttosto, perché ci tenesse tanto all’Italia, e lui ha capito che era arrivato il momento di scoccarmi uno sguardo appassionato: “Beh, per ovvi motivi”. Ma non mi illudevo, dopo un po’ ha vuotato il sacco. Lungo il cammino di Santiago, in un momento in cui era triste e pure in bolletta, era stato invitato a pranzo da una turista italiana, che poi l’aveva abbracciato con fare materno. Niente a che vedere con la sua fredda Oxford, e il collegio antidiluviano in cui era stato rinchiuso per otto anni.

Allora sono stata contenta che il Belpaese, per lui, abbia avuto il volto di una che capisse fino in fondo le parole di Elsa Morante: “La frase d’amore, l’unica, è: hai mangiato?”.

Ed ecco cosa intendo per prendere il meglio dell’Italia.

Di Carlos Delgado – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=36236931

Ieri, con un amico scozzese, abbiamo scherzato sull’opportunità di guardare insieme la finale degli europei: lui avrebbe tifato Italia, io Inghilterra.

Visto? Non si tratta di gufare, ma di sostenere la squadra che sentiamo più vicina! Ok, l’amico sostiene che “proprio non può tifare Inghilterra”, anche se questa, per lui, è la formazione più difficile da schifare di sempre. Quanto a me, devo molto a Manchester, dai Take That in poi, e soprattutto sono rimasta disgustata dalla soluzione democristiana al “dilemma” di inginocchiarsi: sintomo di un paese dispostissimo ad avere il prosciutto sugli occhi, purché sia San Daniele.

In generale, il calcio mi rievoca al massimo una lontana partita in pineta con amici di famiglia, in cui un terzino quarantenne sollevava da terra mio fratello di otto anni, per rubargli la palla! Un po’ poco per farmi amare il tifo, che è anche una questione di identità: non vi dico le pagine di italiani all’estero, come si stanno fomentando in queste ore! In un posto in cui diventi all’improvviso minoranza, certe insicurezze si affrontano in due modi:

  • lavorandoci su ogni giorno;
  • facendo quadrato e sfottendo il resto del mondo.

Indovinate qual è la soluzione più facile? In fondo anche il mio insulto preferito a questo genere di espatriati, che per la cronaca è “fasciobeghini”, fa parte di una strategia identitaria: mi prendo il meglio di ciò che per me è stata l’Italia, e me lo godo nella mia nuova casa.

Lo so, la nazionale pretende di unire “tutti”, e vi auguro che sia così! Al momento unisce di sicuro le mascolinità fragili che, giorni addietro, hanno bombardato la pagina di un attivista che si limitava a chiedersi: quanto è facile, per gli uomini cis etero, occupare spazi pubblici per festeggiare? Siamo proprio all’ABC del concetto di privilegio: non è una colpa, tuttavia continua a offendere identità scolpite nella roccia, ma piuttosto soggette a sgretolarsi alla prima scossetta.

Vabbè. Domenica, se l’amico scozzese mi dà buca, mi farò una passeggiata rilassante anche per questi qua.

(L’unico calcio che aunisce la paranza!)

Inventato il "cerotto intelligente" che cura le ferite | JustNews.it

Mica era per il vaccino in sé.

Se sono andata con un pizzico di timore all’appuntamento col signor Janssen (per gli amici, Johnson & Johnson), è stato per tutte le secce che mi avete tirato! (Per chi ci seguisse da fuori Napoli: “per tutta la sfiga che mi avete portato”).

Perché, oh, nel momento in cui ho comunicato in famiglia il vaccino che mi toccava, apriti cielo. Mio padre, che a suo tempo mi aveva rilasciato questa intervista sui vaccini, era passato da: “Otto casi avversi su sette milioni dimostrano che ne vale la pena!”, al dubbio: “E se tra quegli otto casi ci fosse proprio mia figlia?”. Che è un po’ il punto debole di certi… burionici idoli delle masse. In realtà, papà mi ricordava solo che Astra Zeneca e Johnson erano sconsigliati alle donne sotto i 60, quindi perché non rimandavo la vaccinazione? Peccato che, per spuntare anche un solo appuntamento a Barcellona, avevo dovuto tentare alle due di notte, ubriaca di tè alla menta e mezza stordita dalla shisha!

Quando poi ho spiegato le perplessità di mio padre su una pagina di italiani, il commento più incoraggiante che ho letto è stato: “Sei coraggiosa ad andare lo stesso”.

E vabbè, come direbbe Einstein: “Aglie e fravaglie, e fattura ca nun quaglia”, che è una formula matematica in tedesco. Con quella come amuleto, sono approdata alla Fira de Barcelona cinque minuti prima, come raccomandavano nella prenotazione, per poi scoprire che mi dovevo fare mezzo chilometro a piedi, perché si entrava dal retro. Dopo che la guardia mi credeva l’accompagnatrice di una signora anziana (e io lì a pensare che fosse perché non dimostravo quarant’anni…) mi sono resa pure conto che dovevo mostrare il mio codice di prenotazione. Meno male che avevo fatto uno screenshot: scaltra come una faina!

Che esperienza incredibile, starcene in fila in centinaia in un cortile, lungo una serpentina di transenne. Lo so, ci vaccinano perché non collassi il paese, ma mi si inumidivano gli occhi (o forse era il sudore?) a vedere gente di ogni origine e nazionalità, di ogni età e costituzione fisica, in fila gratis per salvare la pelle. Ovvio che dovrebbe essere sempre così: altrimenti scatta un’altra pandemia e poi ci tocca “fare ‘uh’ e ‘ah'”, che è l’espressione magnifica che mia madre usa al posto di “piangere sul latte versato”.

Confesso che è stato poco incoraggiante, vedere la scritta “Ricoveri urgenti” proprio sotto il padiglione che mi era stato assegnato! Ma la puntura in sé è durata un secondo: l’infermiera è stata gentilissima e mi ha applicato il famoso cerotto, che mi pare di capire vada di moda. Io me lo sono stretta al braccio per il quarto d’ora di prammatica, seduta sulla seggiola di una nuova anticamera: tutt’intorno, gente che avevo già visto in fila attendeva con me, facendo scongiuri, eventuali reazioni negative. Nessun incidente, per fortuna! Adesso la vera domanda era: come avrei trascorso quello che per tanti secciatori (vedi sopra) era l’ultimo giorno della mia vita?

Innanzitutto, bando alla metro! Dietro alla Fira c’era il Poble-Sec, il quartiere che amo! Mi sono goduta le sue strade scoscese e assolate, senza capire subito perché mi sembrassero così diverse… Ah, già: stavolta ero senza mascherina! Godevo perfino a respirare le stesse piante profumate che, quando vivevo lì, mi ammazzavano di allergia.

E poi il carrer del Parlament, le ombre lunghe degli alberi tra il mio bar preferito e il mitico supermercato di prodotti italiani: ho ricordato Mubarak, alla cassa, che per miracolo mi faceva uno sconto di venti centesimi. Un mio collega siciliano, in fila per pagare, s’era messo a protestare: “E che, bisogna essere di Napoli per avere uno sconto qua dentro?” (sorrisetto insinuante). Ehm, frate’, io eviterei certi scherzi, visto che sei di Palermo…

Aveva un suo perché addirittura la piattaforma dell’ex mercato in Ronda de Sant Antoni, tra i monopattini dei bambini e il mercatino delle pulci più pezzente di sempre: era una scarpa sola, quella che un ambulante stava esponendo sulla sua tovaglia? Prima di scoprirlo sono tornata al Gotico, il mio nuovo quartiere. Lo detestavo soprattutto all’inizio, ma in quel momento ho apprezzato la promessa infinita delle sue strade, il loro essere tutto e niente: falso Medioevo e passerella per turisti, con accanto almeno tre linee della metro per andare subito altrove.

Quella possibilità, al momento, non m’interessava. L’ultimo giorno della mia vita me lo sono vissuto nel “qui e ora”, come predicano certi guru della spiritualità.

E il giorno dopo, guarda un po’, ero ancora lì.

All’improvviso, mentre sto facendo colazione nella veranda del Buenas Migas, le casse del locale anglo-italiano passano una canzone che conosco bene, per usare un eufemismo.

Era un mio tormentone. Era il tormentone. Lo era diventato anche per i miei amici, che un po’ mi schifavano per questo. Prendete il commento tipico del mio migliore amico: “‘A gente fa primma a se scurda’ ‘e muorte!“. Per chi ci legge da fuori Napoli, “Le persone tardano meno a obliare i cari estinti”.

Perché la canzone parlava di un amore che sconfiggeva pioggia e sole, e che sopravviveva a tutto, specie al tempo. Credevo (più che altro, temevo) che sarebbe successo a me con un tizio che, inso’, forse un pochetto mi piaceva. Ma giusto un po’.

Oggi ho preso la canzone come un regalo inaspettato, e mentre la canticchiavo per la gioia dell’unico spettatore (un catalano filiforme che sorbiva un frappuccino con la cannuccia), mi sono divertita a vedere come i rumori di Barcellona partecipassero a modo loro al mio “momento nostalgia”:

Pioggia e sole abbaiano e mordono (wrooom!)

ma lasciano (din don) lasciano il tempo che trovano (din don, ripetuto altre otto volte)

E il vero amore può (“Bueno, acompánala en este proceso desde el amor.”) nascondersi, confondersi (“Nadie es eterno.”)

ma non può perdersi mai… (“Ahora te dejo que tengo que desayunar”)…

Nonostante le campane e i clacson, mi sono resa conto di una cosa: la canzone aveva ragione. Quando la ascoltavo spesso, ero troppo giovane e scema per capire che l’amore si trasforma, cambia qualità e funzione, e pure intensità. Forse l’unico modo che ha di sconfiggere il tempo è trasformarsi.

Con la persona che associavo alla canzone ci sentiamo anche a distanza, e ci sosteniamo ancora nei momenti più epici, nel bene e nel male. Altrimenti, il mio mondo sarebbe stato orfano di un pezzo importante del suo passato, e del presente.

Se questa pandemia mi ha insegnato qualcosa, è che le distanze non cancellano tutto, e che a volte non vedersi non cambia niente. Ci si ritrova sempre lì. Sempre e per… tutto quello che si vuole ancora condividere, con gioia rinnovata e con una sola certezza.

Mi troverai.

Non si sa come, né dove, ma mi troverai.

Nooo, il Pride! Come ho fatto a scordarmene?

Eppure, durante la mia spedizione serale al supermercato, incrocio gente vestita stile bondage, o con t-shirt colorate che esibiscono simboli femministi… L’amico esperto in manifestazioni, che faccio per contattare subito, mi ha appena battuto sul tempo per raccontarmi con quali mirabolanti composizioni poliamorose sia riuscito ad approdare al Pride. Sta’ a vedere che solo io non ne sapevo niente!

Vabbè, sono su via Laietana: il comune, da sempre capolina del Pride, è a due passi. Il tempo di fare questa spesa velocissima, e… Ma chi trovo a monopolizzare l’unica cassa ancora aperta? La coppia di mezza età con la sporta della spesa! Che, a caccia costante di offerte speciali, occupa un girone a parte nel mio personale inferno barcellonese, specie se abbinata alla cassiera che si fa un punto d’onore di smentire i cliché sulla scarsa loquacità locale: una causa, peraltro, piuttosto comune alla sua categoria. La fila si è ormai triplicata quando la fanciulla smette il catalano, con cui scherzava senza fretta insieme alla coppia, e passa allo spagnolo, gentile ma spiccio, che riserva a noi hipster in fila con tre articoli a testa. All’uscita, la coppia è ancora intenta a studiarsi il chilometrico scontrino: avranno ricevuto lo sconto di quindici centesimi sulla botifarra d’ou? Eh? Eh? Ok, respiriamo: in fondo, il Veritas è l’unico supermercato in cui la confusione sugli articoli in offerta (spesso passati a prezzo pieno in cassa) assurge ai livelli di strategia di marketing.

Meno male che fuori al comune c’è ancora quello che rimane del corteo dell’Orgull, oppure Orgullo, come si chiama qui il Pride. Una ragazza è salita sulle spalle dell’amica per portare in trionfo la bandiera lesbica. Ci sono gruppetti che bivaccano a terra, e una musica unz-tunz assorda tutti nell’angolo tra la piazza e i lampioni storici del carrer Ferran. Fa strano vedere i volti delle persone, nel primo giorno senza mascherine obbligatorie (anche se qualcuno, nella calca, pensa bene di coprirsi la bocca). Così come mi sorprende sempre la pressione estetica a cui sembrano esposte le trans locali, spesso magre e piuttosto in tiro rispetto alle (di solito rilassate) concittadine cis. Sarà che per l’occasione esibisco io una trendiiissima gonnellona a fiori, e l’ematoma dell’ultimo trattamento alle occhiaie…

Ma sono soddisfatta. Sto imparando a non sentirmi una fallita solo perché mi perdo qualche data importante (di solito, sono compleanni…), o un evento a cui volevo partecipare. A conti fatti, sono più contenta di essere arrivata in extremis, e con l’ostacolo aggiunto della coppia di mezza età con la sporta della spesa, di quanto non lo sarei stata a presentarmi precisa e puntuale al corteo, finendo subito nel tratto di manifestazione non misto (che è una mia specialità).

Diamoci una tregua, ogni tanto. Ok?

Mi dispiace solo di non aver incrociato la bandiera aroace (aromantica-asessuale) che invece avrebbe avvistato l’amico poliamoroso: mi sarebbe piaciuto tanto interagire con gente che, al contrario di me, fosse sicura di trovarsi nello spettro aromantico. Ma anche lì, sono percorsi che si fanno piano, un passo alla volta.

Intediamoci: penso sempre che sono tutti lenti, col tempo degli altri (specie le coppie al supermercato…). Ma col nostro, di tempo, prendiamoci tutte le libertà possibili.

Video del Pride. Al minuto 8:45, uno striscione pretende una cosa che in Italia non tanto si osa chiedere: tutto.