A history of the Diet Coke break hunks | HELLO!

Sentite, io odio avere i panni addosso. Va bene?

La mia è proprio insofferenza ai tre o quattro strati di tessuto che rischio di sentirmi sulla pelle negli inverni barcellonesi. (L’idea che siano tiepidi è un’interpretazione polentona, change my mind!)

Capirete, quindi, che l’esperimento dell’altro giorno è stato per me una rivelazione, specie perché io sto alla montagna quanto Trump alla Ragion di stato: dunque non avevo mai sperimentato le meraviglie che fanno due strati soli, ben assestati, di tessuto termoisolante. Sorpresona! Mettevo piede in Plaça Catalunya vestita di una giacchetta che pareva una fioriera (i miei gusti discutibili non cambiano per così poco) e ci stavo bene anche a gennaio. Oddio, forse ci sarebbe voluto giusto un cappotto leggero per coprire meglio le braccia, o addirittura uno scialletto: una cosa stile “Lucia Mondella in escursione sul Resegone”. Ma al massimo si trattava di essere l’insopportabile Lucia, piuttosto che la triste parodia di Anna Karenina che rappresento nel mio cappotto canadese! Peraltro ho investito nei saldi di una marca costosetta ma di qualità, quindi ho trovato paradossale farmi strada, tornando verso casa, tra la solita fila che si stagliava fuori al Decathlon: sospetto che, attirate da certi prezzi stracciati, le persone lì rischiano di ritrovarsi nella stessa posizione l’anno dopo, per acquistare lo stesso prodotto.

Ma quello sui “soldi ben spesi” e gli acquisti di seconda mano è un argomento che toccherò in seguito. Adesso, lasciatemi dire, capisco benissimo se non vi ho impressionato con la mia storiella, ma questi esperimenti scemi sono la conseguenza visibile di tutta una serie di riflessioni, figlie della pandemia e della curiosa circostanza di non avere niente di concreto da fare fuori casa, tranne la spesa. A dirla tutta, c’entrerebbe qualcosa anche il fatto che compio quarant’anni tra qualche settimana, ma vabbè, la conclusione principale a cui giungo è: sono contenta del mondo in cui vivo, nonostante tutto. Bum! Intuite quanto privilegio ci voglia, a fare un’affermazione del genere?

Sì, perché bisogna ottenere il giusto mix di capitale economico e capitale culturale, oltre che una fortuita impermeabilità alla pandemia, per godersi un tempo in cui, per qualcuno, il fatto di stare meno da schifo che in altre epoche già significa che si stia bene. Ma quello che noto soprattutto nella mia esperienza, il privilegio per me più importante, è che ho avuto tutto il tempo e l’agio di vivere due vite.

La prima è durata vent’anni. È stata paesana e un po’ ribelle, ma le sue regole restavano tali anche quando si trattava di trasgredirle. La gente, alle elezioni, votava i conoscenti, non i programmi: tutt’era votare, invece, i programmi, e rassegnarsi a perdere le elezioni. La TV doveva fare irrimediabilmente schifo: tutt’era guardare Rai 3, e fingere che fosse tanto meglio. Gli uomini femministi (oggi avrei detto “alleati”) erano pochi e introvabili: tanto valeva educare quelli che passava il convento. Infine, va da sé, per il bagno a mare bisognava aspettare: un’ora sola magari (il vantaggio di avere un padre medico), ma bisognava comunque aspettare. E depilarsi col rasoio rendeva i peli più duri.

Poi boh, poi c’è stato Internet, con le tanto vituperate legioni d’imbecilli, e quelle più interessanti di gente valida, ma senza gli agganci giusti per arrivare chissà dove. Questa gente, per fortuna, ora può farsi sentire. Ovviamente sono successi altri fatti, intanto, e i prezzi dei biglietti aerei sono scesi, a volte per i motivi sbagliati. Ne ho usufruito spesso, e ho fatto scoperte curiose: in uno dei pochi viaggi fatti in compagnia, come la seconda visita a Barcellona, il mio accompagnatore dava per scontato che gli autoctoni mangiassero pasta quasi ogni giorno. Succedeva da noi, dunque succedeva dappertutto.

Adesso, il mio hobby preferito negli ultimi tempi è stato quello di vedere quante cose credevo andassero in un modo, e invece… Barcellona vive solo di turismo! (L’85% della popolazione no, secondo un documentario che sto cercando di ripescare.) Le disuguaglianze di genere si combattono con la parità dei salari! (Cerrrto, ma il lavoro di cura non è lavoro?) Chi lavora più tempo produce di più! (Ehm…) Non mi dilungo sulle conseguenze di vivere in un posto in cui i tuoi genitori possono comunque accusarti di non votare per il loro stesso partito, ma non perché lì ci sia un cugino candidato, bensì perché “non ami la tua terra” (è successo davvero a un’ex collega indipendentista, che aveva osato votare più a sinistra di Convergència).

Vi risparmio scoperte ed esperimenti su questioni considerate più frivole: vi basti dire che mi sono affidata sempre più alla tecnologia, man mano che ne avevo la possibilità. Ma non ci vuole chissà che tecnologia per scoprire i piumoni separati degli svedesi o, già che ci sono, le camere separate, se la casa lo consente. L’idea di coppia simbiotica che potevano avere i miei genitori, e i nonni prima di loro, faceva spazio al concetto di tempo di qualità: non mi sorprende trovare diverse pagine in italiano che sfottano il concetto in nome della solita rete di affetti che risulti asfissiante e, magari, disfunzionale. Tanti auguri. Tanto per me la famiglia, o l’idea che potevo averne, si è allargata in ogni senso possibile.

Per concludere: no, non ci vogliono tre ore per fare il bagno, o tre strati addosso per sconfiggere il freddo. E sì, sulle soglie dei quaranta sto vivendo un’ulteriore vita che non smentisce le precedenti, ma le adatta a me: alla “ciucciona vecchia” (cit. mia madre) che sono diventata. Consiglio l’esperienza a chiunque abbia il culo di poter fare altrettanto! È per questo che ieri pomeriggio ho adorato una passeggiata in cui non solo andavo “troppo freschettina” (come pure mi rimproverava mamma, quando scoprivo gambe e ombelico a quindici anni), ma in fin dei conti “freschettina” non ci stavo affatto.

Che ci accompagni sempre la curiosità di nuove scoperte. Sono una benedizione. Soprattutto in tempi come questi, perché sapremo farne buon uso.

(La Garota de Furcela… ehm, de Ipanema, cantata da una femminista che la odiava.)

Scommettiamo che voi avreste fatto lo stesso?

Scommettiamo. Io ho solo chiamato la polizia, e poi un amico marocchino per una traduzione al volo, perché tre ubriaconi spagnoli avevano attaccato un senzatetto arabo. Mia nonna lo avrebbe chiamato “fare la metà del proprio dovere”, no? Invece, un altro po’ e mi danno il passaporto marocchino. Perché? Come in una versione marocchina dei “dieci giusti” invocati da Abramo, l’amico che ho interpellato al telefono mi ha detto che “basterebbero cinque persone che agissero come me”. La mia ipotesi è: queste persone esistono eccome, solo che le loro storie non ci arrivano. Forse non sono in contatto anche loro con associazioni che si occupano di diritti umani, come quella che ha aiutato Ahmed giovedì sera.

I tre bulli di cui sopra, che venivano dal Paral·lel, non stavano inseguendo un tizio a caso, lungo Creu dels Molers: volevano la sua birra, che lui, per motivi a loro incomprensibili, non voleva cedere. Il primo manrovescio era partito (con la rincorsa) al grido di “¿Pero qué pasa con los árabes?”. Il secondo colpo era accompagnato da accuse assortite di pedofilia e amenità varie: soprattutto, aveva steso il marocchino a terra. Era accorsa della gente a mettere pace, ma mi dava fastidio che trattassero la cosa come se fosse una semplice lite tra ubriachi, e non un episodio razzista con una vittima ben identificabile. Così, quando i tre energumeni se ne sono andati una prima volta, ho chiesto al ferito (che aveva una cinquantina d’anni, ma piangeva col moccio al naso), se potessi fare qualcosa: “Chiama la polizia” mi ha chiesto lui, che aveva un vistoso bernoccolo sulla fronte. Non ricordavo il numero: me l’ha dato uno di quelli che erano intervenuti a scacciare gli assalitori, ma il ragazzo in questione dubitava fosse quello giusto, perché era di “Urgències”. Come no, volevo dirgli, il fatto non era per niente urgente: ci avevano pure raggiunti di nuovo i “Tre tre”! Quando hanno visto che telefonavo, da che volevano già “tagliarmi le mani” perché credevano li stessi riprendendo, mi hanno informato che ero “muy chula”. Tradotto: a mettere il ditino sul telefono erano buoni tutti. Prima di tutto è un’accusa fantastica, formulata da un gigante di due metri che ha appena atterrato “un moro” in quanto tale. In secondo luogo, se avevo scrupoli a chiamare, la mia era proprio paura per il gigante in questione. Io sono contro la pena di morte, e non sono passati troppi anni dalla sera in cui ci siamo resi conto che, a Barcellona, tale pena si può comminare per direttissima: anzi, senza processo.

Ma l’agente della Guardia Urbana che, poco dopo, è sceso da una volante per parlare con me, era gentile, mentre quello che provava a decifrare i rantoli della vittima andava per le spicce: tanto, le istruzioni erano le stesse di un caso di stupro. Prima vai all’ospedale per il referto e poi, con quello, vai a sporgere denuncia. Se ti hanno rubato qualcosa, come insisteva a chiedere la guardia urbana, ti viene fatta giustizia più rapidamente (e sì, vale anche in caso di stupro). L’agente che spiegava tutto ciò mostrava una certa insofferenza per il marocchino e la sua scarsa padronanza della lingua spagnola. In effetti, quando siamo rimasti di nuovo soli io e Ahmed (intanto avevamo fatto le presentazioni), a mia volta non ci stavo a capi’ più niente. Lui, però, sembrava volermi chiedere cose abbastanza urgenti, quindi ho chiamato per una traduzione rapida l’amico marocchino di cui sopra: per fortuna, si trattava di un esponente di Euro-Àrab.

È stato lì che la questione è diventata interessante, da un punto di vista della solidarietà: in mezz’oretta si è mossa una macchinaria che mi ha stupita assai, e che mi piacerebbe vedere anche nella comunità italiana, per non dire “dappertutto”. Per prima cosa, è stato allertato subito questo giornalista: aveva appena terminato delle riprese a Plaça Espanya, a cinque minuti da dov’eravamo, per poter prendere il treno in tempo (il coprifuoco è sempre alle 22.00), ma è tornato indietro per dare una mano. Nell’attesa mi telefonava un legale sarawi esperto in materia di immigrazione. Poco dopo, altre persone si interessavano al caso, tra messaggi WhatsApp e commenti ai video che il giornalista, una volta convinto Ahmed che doveva passare la notte al sicuro, ha girato insieme a me. Il mio livello di arabo è da lezione 3 di Duolingo, dunque ero convinta di star ascoltando una denuncia vibrante del razzismo diffuso. Invece mi sono scoperta eroina del giorno e santa subito (santa… musulmana, insomma, o laica tipo). Dopo un dibattito sul da farsi, il giornalista ha accompagnato un rinfrancato Ahmed (che con sette gradi di temperatura indossava una felpa di cotonina, e ci avrebbe dormito all’addiaccio), in un apposito rifugio dalle parti di Plaça Espanya.

Non è mancato il momento comico in questa situazione grottesca. Mentre l’amico euro-arabo (quello che ho chiamato) convinceva al telefono Ahmed a incontrare il giornalista, io venivo “posteggiata” da un senzatetto nigeriano che mi vedeva impalata sulla strada di Plaça Espanya. Avevo finito per prendermi io il suo numero: il ragazzo nigeriano non voleva dormire in strada (non crediate che sia scontato!), ma non conosceva la Fondazione Arrels, e io, beh, avevo un po’ da fare per stargli a spiegare i dettagli!

Mentre a cose fatte correvo a casa, che avevamo sforato il coprifuoco di cinque minuti, ho capito che tutto questo entusiasmo per una telefonata alle guardie poteva servire almeno a sensibilizzare sulla questione dei senzatetto, che sono abbandonati spesso al volontariato ed esposti all’ipotermia (entrambi i morti a Barcellona durante il passaggio di Filomena erano marocchini). Ho chiesto dunque consiglio al mio ex clochard preferito, e “muso ispiratore” dell’ultimo romanzo che sto sistemando: cosa avrei potuto proporre, nelle interviste che dovrei dare tra qualche giorno, per migliorare le condizioni di chi vive in strada? In risposta mi è arrivato un messaggio che vi traduco qua sotto:

I problemi sono tanti e complessi. Credo che, sul lungo periodo, l’obiettivo più importante sia prevenire le cause. Tuttavia, le piccole cose possono fare la differenza: come avere un posto in cui puoi lasciare della roba, così non te la devi portare dietro dappertutto. Servono anche posti in cui puoi fare la doccia e lavare i panni. Qualsiasi cosa che renda meno evidente lo stigma quotidiano può aiutare.

Ok, a dirla tutta il messaggio finiva con un anatema al lockdown: il diretto interessato l’ha sempre visto come una misura crudele, soprattutto con i senzatetto. Questo è un discorso complesso e sensibile, ma sul resto siamo d’accordo, vero?

E se lo siamo, perché c’è bisogno della white savior, o del beau geste di un angelo biondo (sic)?

Che poi, come sappiamo, la mia ultima tinta non è andata troppo bene.

L'immagine può contenere: il seguente testo "INNOVAZIONE TRADIZIONE SOLARI UN PO' PAZZI ITALIA GIANPEOPLE"

Ah, il Passeig de Colom al tramonto! Il porto in lontananza, le auto in fuga verso il sole che incendia Montjuïc, la poca gente che corre nel gelo nitido del tardo pomeriggio, e saltella in attesa al semaforo…

“Ho parlato con la tettona!”

Queste parole di colore oscuro (ma proferite con un certo entusiasmo) mi si disegnano davanti in un afflato fantozziano, tagliando l’aria fredda. Stavo attraversando in direzione del mio molo preferito, ma mi giro subito verso i due stilnovisti, che vanno in senso contrario al mio. Scorgo due figure minute e brune, entrambe con un cappello che, intuisco, nasconde quello che Luciana Littizzetto chiama la merlite: la tendenza degli uomini nostrani a trasformarsi anatomicamente in merli man mano che l’età avanza.

In passato, va da sé, ho catturato per strada frasi pronunciate in altre lingue, che pure stonavano in una bella passeggiata. Ma sapete che vi dico? Erano diverse. Un tizio del posto, su Plaça Urquinaona, insinuò che stessi guardando il culo al suo amico, chino sul marciapiede a sistemare qualcosa. “Eh, però l’occhio l’ha buttato…” diceva di me. Erano molti anni fa, e anche nella sgradevolezza mi sembrò una cosa stranissima: il povero cristo mi attribuiva una soggettività sessuale, invece di fare un commento sul mio fisico o chiamarmi direttamente zoccola. Ecco che il female gaze, a Barcellona, mi veniva riconosciuto perfino da un bulletto da due soldi, e per i motivi sbagliati! In realtà ero incuriosita da cosa stesse facendo l’amico chino sul marciapiede, e confesso che manco ci ho fatto caso al didietro in vista, forse perché allora guardavo più i pettorali. Però, pensai, questo posto è più avanzato persino nel sessismo.

Scusate la digressione, torniamo ai nostri gianpeople sul Passeig de Colom. Nel posto in cui sono nata avrei dovuto liquidare quell’epiteto che fa un po’ sineddoche (“la tettona”), con un sospiro, e magari sperare che la diretta interessata se lo fosse aggiudicato non sul lavoro, ma su Tinder, a seguito della pubblicazione di una foto seducente. Da inesperta in materia di tette grandi, ho avuto spesso modo di constatare con parenti e amiche procaci che la questione volume è spesso vista come motivo d’imbarazzo, almeno quando diventa l’unica caratteristica che, letteralmente, salti agli occhi. Mi sono poi resa conto con mio grande orrore che, se lancio un’occhiata alla scollatura di una (magari per decidere se quella maglia a me cadrebbe sulle costole), la diretta interessata ha quasi sempre il riflesso condizionato di coprirsi lì, e io mi sento una criminale per aver suscitato quel meccanismo indotto. Insomma, sono misteri di un mondo pettoruto che non ho avuto modo di esplorare: di fatto invito le sue abitanti a raccontarcelo, se ne hanno voglia, e stavolta a beneficio di altre donne!

Nel caso dei miei due “merli da attraversamento” (giacché amano gli epiteti…), in Italia avrei dovuto concludere che questo passava il convento, e che magari quei due erano dei tranquilloni. Ma adesso non mi basta più, accontentarmi di un esercito di giancosi e pieralberti che, per socializzare tra loro, debbano affibbiare etichette al resto del mondo. Anche perché, spesso e volentieri, questi lo sessualizzano, il mondo, facendo perdere il gusto di una delle attività umane (il sesso) che sono divertenti finché non diventano un’ossessione. Quelli che ne sono ossessionati, e gli uomini italiani hanno questa fama internazionale, formulano giudizi estetici senza aver mai l’esigenza di guardarsi allo specchio e farsi due conti: tanto, nel resto del mondo, chi è più alto o atletico di loro è “ricchione” (se biondo), o assume connotazioni degne di barzellette dal sapore littorio (se più scuro). Le donne invece sono “la tettona”, “la vecchia”, “il cesso a pedali”, ordinate in una classifica che va dalla più alla meno pisellabile.

Sapete una cosa? Mo’ ho preso quest’aneddoto per descrivervi il mio problema con i giancosi, che fa parte di un discorso più esteso sulla mia presente alienazione verso l’Italia. Ma di quella ne riparleremo. Intanto vi confido un segreto: questi che insieme alla burrata vogliono esportare il concetto di “donne a loro disposizione“, io li vedo vagare per locali e cene eleganti con la polo, o i maglioncini sulle spalle, intenti a conoscere il più alto numero possibile di cavallone (sic), biondone ecc.

Ma quelli che ho avuto modo di seguire nel corso degli anni finiscono perlopiù con ragazze latine, che presentano tratti culturali molto simili rispetto a quelle del paese loro. Oppure, se si tratta di giangi di classe più alta (quotatissimi i bocconiani che lavorano nelle corporation), finiscono con una “slava atipica”, qualsiasi cosa sia, o con un’araba di un paese laico o a maggioranza cristiana, che abbia il pallino per la medicina tradizionale. Cioè: esotiche, feeega, ma non troppo. Di tutte le culture possibili, sembrano letteralmente sposarne un’altra che abbia punti in comune con la parte più conservatrice della loro (perché ce ne sono di donne che si ribellano, a tutte le latitudini). Insomma, il giancoso si sente più sicuro di sé accanto a una donna che ami il piedistallo su cui è stato educato a metterla (ma solo lei, sua madre e sua sorella), e che in cambio lo coccoli come faceva mammà. Scontato? Sì. In effetti il giancoso è un cliché ambulante, e un po’ gli fa pure comodo integrarsi nel suo ambiente di lavoro come l’italiano medio. Le vie dell’adattamento sono infinite.

Mica parlo solo di Barcellona! Una volta recuperai su Facebook un antico “amichetto del mare”, e seppi che si trasferiva a Berlino, per lavorare in una multinazionale. In patria, e nelle nostre serate di gggiovani in spiaggia, il tipo faceva molto latin lover, fin dall’adolescenza. Allora, con la confidenza che a volte caratterizza chi si conosce da sempre, vaticinai all’emigrante berlinese che se la sarebbe spassata qualche tempo con delle teutoniche simili alle turiste che, più grandicelli, incontravamo al nostro lido del cuore. Poi, però, sarebbe finito con un’esponente della numerosa comunità turca locale. Come lo sapevo? Beh, a suo tempo era stato l’amico stesso, ormai ventenne, a raccontarmi mangiando un Magnum di essere rimasto spiazzato da alcune cavallone (epiteto ricorrente, in una nazione di bassotti) che l’avevano (de)rubricato come “la sveltina tra il gioco-aperitivo e la festa in spiaggia”. Memore di questo, ero sicura che l’amico si sarebbe divertito solo per un tempo limitato, nel sentirsi circondato da tizie così destabilizzanti per i suoi standard.

Ci credereste? Non solo è successo quello che dicevo, ma è stata quella lontana fidanzata turco-tedesca, che è durata molto più delle altre, a trovargli un lavoro in un’azienda migliore. Adesso che ha superato i quaranta (dunque gli do altri due anni, e poi regalerà un nipotino a mammà), l’amico è passato al classico dei classici: la stagista ventenne. Confesso che ci ho inciuciato sopra con un altro amico che veniva al mare con noi, e che, essendo gay, mal sopportava certi atteggiamenti “testosteronici” del Berliner. L’amico gay ha commentato:

“Sai che c’è, tesoro? Quello lì mi sembrava il classico tizio che faceva tanto lo splendido, ma si cacava sotto. Infatti, quasi sempre finiva dietro a ragazze minute e gentili che lui non percepiva come una minaccia, perché gli facevano fare il suo piccolo numero di maschio alfa. Non per niente, tesoro, a un certo punto andava pure dietro a te!”

Grazie, amico mio, anche io ti stimo molto.

Meno male che i tramonti sul Passeig de Colom continuano a deliziare i miei pomeriggi. I giancosi che passano per di là non sono più un problema mio.

“Con due bombaramenti da paura”, o: i grandi vati della nostra televisione.

Filumena Marturano - Biblioteca de Catalunya - Teatro Barcelona
Non trovando immagini barcellonesi d’impatto sulla tempesta Filomena, beccatevi questa locandina di Filumena Marturano, recitata in català!

In realtà è come dice il vicino scozzese. A Barcellona, il cattivo tempo è cattivo e basta. Niente neve, poco vin brulé, pochissime tisanine accanto al fuoco (o almeno accanto alla stufetta kitsch che riproduce l’effetto di un focolare). Solo vento gelido, al massimo nevischio, e tu che provi comunque a sedere ai tavolini all’aperto riscaldati male, visto che con le restrizioni questo passa il convento.

Che poi io i nomi di tempeste e uragani li avevo sentiti e “risentiti”, anche nel senso che mi offende il fatto che siano tutti femminili! “Filomena”, però, mi mancava. Va detto che la tempesta che sta provocando morti in giro per la penisola iberica (i primi colpiti, indovinate un po’, sono i senzatetto), a Barcellona si è limitata a fare il miracolo di lasciare tutti a casa, coi saldi in corso.

No, perché venerdì sera dovevate esserci, per il Portal de l’Àngel: delle file che non terminavano più, e per entrare da Bershka! Ma che davero? Io, che all’improvviso m’ero trovata un gradito ospite a cena, ero corsa per un curry da asporto fino al Govinda: secondo il sito web, e il cartello adocchiato tempo fa all’ingresso, il primo ristorante indiano & vegetariano di Barcellona apriva a cena solo il fine settimana, dalle otto in poi. E invece, ancora alle 19.57, il locale era buio e deserto, e io ero l’unica figura antropomorfa nei paraggi che non fosse in fila per il vicino Decathlon!

Sabato, invece, il silenzio.

Per strada circolavano al massimo due o tre persone infreddolite. Le saracinesche mi si abbassavano sotto il naso, alle sei di sera. Cartelli stampati in fretta informavano della chiusura temporanea di questo o quel negozio. Ho controllato meglio le restrizioni del giorno, sulla strada infangata da un nevischio caduto ancor prima di formarsi. Niente: quei negozi o dovevano chiudere verso le otto, diciamo, o a questo punto non dovevano proprio aprire. Che Doña Filomena (la tempesta, insomma) avesse causato l’allerta meteo pure in città? Va bene che ho il telefonino dei puffi, ma a spulciare i giornali online non trovavo nessuna informazione in merito.

A quel punto, per liquidare la situazione e pensare ad altro, ho deciso che avevano chiuso per mancanza di clientela, tanto stavano tutti tappati in casa per il combo lockdown-meteo. A questo punto poteva pure scattare la battuta: vabbè, ma se vivi nel centro storico hai più freddo in casa che fuori! Purtroppo non c’era niente da ridere: io ho dovuto rompere il porcellino salvadanaio per procurarmi tre finestre isolanti, e chi non ha il privilegio di poterlo fare rischia di morire per uno scherzo della bombola, o un corto circuito. Stava succedendo l’altro giorno in carrer Robadors: strada di filmoteche, prostitute organizzate e allacci alla corrente finiti in fumo.

In Avinguda de la Catedral, però, mi si è presentato davanti un siparietto curioso. Un gruppo di ragazzi sulla ventina, muniti di mascherine e giacconi pesanti, scendevano a grandi balzi gli scaloni della cattedrale, e intanto cantavano “Happy Birthday“, ma in catalano. “Moltes felicitats! Moltes felicitats!”. Cavoli, meno male che sembravano comunque entusiasti, pieni di vita! Se no che tristezza, un compleanno festeggiato così: in strada, senza potersi fermare a bere, senza fare troppo tardi a casa di qualcuno, dove comunque non si potrebbe brindare in più di sei persone. A me non dispiace passarmi i quaranta in questo modo, il mese prossimo, ma un tipo così giovane…

Moltes felicitats! Moltes felicitats!”

Poi, alle mie spalle, è successo. “Parabéns pra você…” ha attaccato un ragazzo bassino e di carnagione scura, che camminava accanto alla fidanzata. Il brasiliano ha continuato a cantare anche quando il festeggiato e i suoi amici non potevano più sentirlo: era come se volesse ripassarsi la canzone per sé. Da quant’era che non la intonava? L’aveva fatto almeno su Zoom, in tempi recenti, a beneficio di un qualche nipotino che non sta vedendo crescere?

A quel punto, senza neanche accorgermene, ho cominciato anche io sotto la mascherina: “Tanti auguri a te…”, ma proprio alla Johnny Dorelli. Poi sono andata in crisi al secondo verso. Dai, lo sapete perché. È la più scema delle battute che si fanno ai compleanni dei bambini, però in quel momento, nello spiazzo deserto e buio e coi piedi nella fanghiglia, veniva proprio da proseguire la canzoncina con la consueta minaccia: “… e la torta a me…”.

In realtà, nel mio caso è la quiche. Per i miei quaranta sarà una torta salata, di quelle alla francese. Era l’unica cosa che mi mancava di ciò che mangiavo prima della svolta vegana, specie adesso che ho provato anche le costatelle del Vegan Junk Food (e pure delle originali mi mancava più che altro la salsetta olio e limone di mamma). Ho scoperto da poco che fanno quiche vegane su ordinazione in un negozio dalle parti del Paral·lel, pensato più per la clientela locale che per i fan salutisti dell’avocado. Chissà come andrà la mia festicciola. Febbraio è un mese strano, imprevedibile: a volte fa schifo e a volte no. Voglio dire, aprile a Barcellona è una garanzia, per esempio: viene con un freddo e un maltempo da far schifo perfino ai britannici (tipo lo scozzese di cui parlavo a inizio post), e ho detto tutto. Febbraio, invece, ogni tanto sorprende.

E se Doña Filomena dovesse tornare tra un mese, aggiungiamo un posto a tavola pure se siamo già in sei.

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Le mie feste sono finite, in una botta di tempismo, con l’ultima puntata di Bridgerton.

Come già aveva previsto Ken Loach, il sontuoso drammone mi ha confortata con la sua finta nostalgia: cioè, mi ha consolata del ritardo di tredici giorni che, in qualche modo, mi ha regalato una sindrome premestruale di tre settimane. Al contrario del Duca e della Duchessa di Hastings, non avevo particolare motivo di credere che ciò che mi stesse succedendo fosse altro da un rave di prostaglandine: altrimenti, per onorare un’antica barzelletta sessista, avrei chiamato un eventuale pupo Mandrake.

Devo dire che ci ho messo tipo quarantotto ore ad andare oltre i primi quindici minuti della serie, visto che la storia mi sembrava inventata dalla cugina vrenzola di Jane Austen (al secolo, Julia Quinn). Poi, però, in barba a una prevedibilità che ti fa indovinare quasi tutto, compresa l’identità di Lady Whistledown, ho apprezzato i dialoghi scritti bene, i costumi pacchiani come piacciono a me, e la bravura del cast: tutti particolari che, a maggior ragione, mi hanno fatto soffrire per i tanti difetti della trama.

Cominciamo da una cosuccia da niente: la scena di violenza sessuale dell’episodio 6. Premesso che mettere gli attori “meno scuri” nei ruoli principali non sembra poi così colour blind (vedete il minuto 3:15 di questo video), cosa succede quando è soprattutto la voglia di fare cassa, che ti spinge a creare un cast multietnico? Che la prima scena di abuso di una donna su un uomo, almeno la prima che io ricordi dai tempi di questo film horror, vede una protagonista bianca che non si ferma quando il partner nero glielo chiede più volte. “Come se non fosse già successo prima” twittava qualcuno, e qui mi mangio il cappellino a fiori per la storia mai scritta degli abusi delle padrone in tempi di schiavitù (ma va’ a trovare le fonti!). Ovviamente la scena viene fatta passare per un’investigazione un po’ sui generis della diretta interessata, che viene presentata come vittima della situazione: e credetemi, il suo desiderio di maternità ha tutta la mia simpatia. Come forse avrete notato, io non ho avuto modo di diventare madre anche perché mi sono fidata di uomini che possono permettersi di cambiare idea quelle due o tre volte sui figli, e hanno finito per decidere al posto mio. Quindi spero di essere al di sopra di ogni sospetto se dico che ho un’enorme empatia per il diritto alla maternità, che a mio avviso dovrebbe prescindere dalla volontà maschile. Per questo sono diventata perfino più empatica verso quelle che “lo fanno succedere”, fosse anche martellando allo sfinimento un compagno a dir poco riluttante. Però, da qui a far passare sotto silenzio un rapporto sessuale non consenziente… Anche no. Specie se consideriamo che nel caso del bel Simon il problema non è se vuole figli o meno, ma è perché dichiara di non “poterne” avere.

Ma quello che mi è dispiaciuto di più è stato il messaggio finale: puoi scegliere di amare una persona ogni giorno, non importa quanto questa persona sia segnata dalla vita. È pericoloso pensare che l’amore sia una scelta. Si sceglie di portare avanti il duro lavoro che lo preserva, e che con un po’ di culo può aggiustare perfino una relazione compromessa. Però non si può scegliere di amare. E non si può fare per il motivo meno romantico possibile: nell’impulso iniziale che avvicina le persone interessate c’è sempre una componente a cazzo di cane. Si presume sia un cocktail di coincidenze vitali e di predisposizione affettiva, miste a una sorta di imprinting amoroso che abbiamo ricevuto nei primi tempi della nostra vita. In ogni caso tutto questo, ahimè, non si suscita, non si evoca, in definitiva non si “sceglie” di provarlo. C’è chi non lo prova affatto. Attribuire responsabilità personale al fatto di provare amore o meno è fuorviante e pericoloso: nel caso probabilissimo della fine di una relazione, getta la colpa sui singoli individui pur di non ammettere che certe cose sfuggono al nostro controllo. Così funziona l’amore romantico: devi credere che sia eterno ed esclusivo e totalizzante, oppure hai sbagliato persona. Avanti il prossimo.

Ma, tra i miti dell’amore romantico promossi dalla serie, il messaggio forse più pernicioso è: l’amore vince tutto. Non è così, al contrario di quanto insinuerebbe qualche pettegolo latino. Mai come dopo queste feste posso assicurarvi che l’amore non vince, per esempio, lo stress post-traumatico, oppure l’alterazione delle percezioni sensoriali e qualsiasi malattia la possa causare. Va bene che un conflitto interno di natura psicologica sia più conveniente per la trama di una serie, ma un Duca che se ne vuole restare da solo potrebbe davvero essere aromantico, cioè membro di una categoria che si vede rappresentata solo nella forma di bisbetiche domate (magari femministe) e di misogini trasformati dalla donna giusta. Il fatto è che questo lo capisco perfino io, che ho il dente avvelenato: un tipo che non vuole figli potrebbe non volerceli e basta. Non va “convertito” con un atto sessuale che diventi non consenziente in corso d’opera. Né i figli sono la cura, né lo è l’amore.

Però ho una buona notizia: se l’amore non vince tutto, è anche vero che “tutto” non vince l’amore. Cioè, il gigantesco complesso di sfighe che può abbattersi sulle migliori intenzioni del mondo potrebbe non riuscire a separare per sempre due persone che, a un certo punto della loro vita, si sono ritrovate nello stesso posto allo stesso tempo, e vogliono provare a restare insieme finché rimarrà una buona idea (o almeno si spera).

Possono continuare anche quando si scopre, come sopra, che questo condividere spazi e pezzi di vita potrebbe non proseguire nelle modalità che entrambi auspicavano. Una pessima relazione può diventare un’ottima amicizia, o un rapporto di lavoro molto remunerativo. Un’ottima amicizia può diventare una buona relazione, o anche una cogenitorialità. Ma tutto ciò, ammesso che si voglia, succederà a un solo patto: bisognerà accettare il cambiamento. Accettare che il sentimento si trasformerà, drasticamente o meno, e che se succede non c’è niente di strano. Per esempio, si può star bene insieme e allo stesso tempo non stare insieme, o non come si credeva.

Forse il problema con la finta nostalgia, e le serie che la promuovono, è che pur di incollarci a uno schermo ci dicono esattamente quello che vogliamo sentire, perché quello che succede più spesso è noioso e già lo conosciamo.

Però, e ne parlavo oggi con un’amica: ci sottovalutiamo. Pensiamo spesso che non potremmo reggere un mondo in cui non stiamo tutto il tempo a prenderci per il culo da sole/i, invece di affrontare le cose come stanno, e partire da quelle per trovare una felicità reale.

Quindi smettiamola di girarci intorno, fosse anche a ritmo di valzer: l’amore non vince tutto. Però, una volta che si accetta il suo volto umano e cangiante, non basta tutto a vincere l’amore.

E adesso tornate pure a fare il casché.

4 Truths You Need To Know About 'Sale' Items

Sono spacciata. M’ero dimenticata che qui a Barcellona la ricorrenza più importante è l’arrivo dei Magi: in molte case i regali si fanno il 6 gennaio, più che il 25 dicembre. Ergo, sono spacciata. Fuori casa ho le file che si snodano per cento metri, per comprare indumenti da grande magazzino che dureranno un anno esatto, oppure oggetti di elettronica che, comunque, tra un anno verranno sostituiti dalla nuova versione. Poi cominceranno i saldi.

Quanto a quelli, però, non ci serve niente, grazie: vengo già scontata. Nel senso che, specie durante le feste, il mio parco amici mi dà spesso per tale, tra allarmi rossi e appuntamenti annullati!

E vi assicuro che mi sento lusingata, in un certo senso: vuol dire che, scontata o meno, vengo percepita come un prodotto di qualità. Una… solida realtà, direbbe quella di Immobildream! Sono scontata nel senso che mi sono accorta che, nel “casa mia o casa tua” che quest’anno accompagnava non appuntamenti galanti, ma feste molto casalinghe da passare con famiglie meno tradizionali, quello con me era un incontro che si poteva “rimandare in un altro momento”, se un’urgenza chiamava altrove. Ribadisco: è una cosa buona almeno in un aspetto. La mia famiglia d’adozione mi percepisce come una roccia (e questo particolare la dice lunga sulla solidità degli altri membri…) e quindi sa che sarò ragionevole se una vicina dei diretti interessati ha la mamma col covid e vorrebbe sostegno proprio in Nochevieja (cioè, il 31), o se l’amica che voleva passeggiare a caccia di luminarie carine decide di avere troppo freddo per arrischiarsi a mettere il naso fuori.

Soprattutto, sanno tutti che io sono un’orsa, che è un modo divertente di porre la cosa: un altro più realistico (spero) è che me ne sto molto bene per conto mio. Quindi, se mi salta un appuntamento oppure ho passato un pomeriggio a sostenere un’amica in crisi, mi faccio due risate con l’horror paesano di Alex de la Iglesia e mi sento bene di nuovo.

Sì, il mio status di “persona scontata nella vita dei miei affetti” è una lusinga, ma allo stesso tempo è allarmante. Non tanto per me (che appunto so’ orsa) ma per gli affetti. Innanzitutto, perché dà ancora un’idea delle gerarchie presenti nei nostri vincoli. Non essendo io poliamorosa e non avendo parenti a Barcellona, sto parlando soprattutto di legami di amicizia. E nonostante i buoni propositi sull’abbattimento delle gerarchie relazionali, le “urgenze” si verificano soprattutto in relazioni amorose di vario tipo. Dunque in questi casi si corre a risolvere il problema e si parcheggia l’amica, “che tanto capirà”.

In secondo luogo, appunto: tutte ‘ste urgenze, sicuro che ne valgano la pena? Per quale motivo le montagne russe ci interessano più di una serata tranquilla tipo cena-musica-due chiacchiere, con una persona che amiamo? E non facciamo i banali, non sempre il giretto al luna park delle famose montagne russe prevede attività sessuali! Sarà che le iniezioni di adrenalina sono una droga che sembriamo disposti a spararci senza limiti, e il privilegio di rilassarsi e godersi una cenetta tranquilla, farcela “bastare” come se non potesse essere il massimo, è tutt’altro che scontato: anzi, ce lo godiamo solo quando ci diamo il permesso di farlo. Ma questo permesso, a volte, è più arduo da ottenere delle licenze abitative a Barcellona centro!

La monogamia seriale è questo, no? Passare da un giro di montagne russe a un altro, quando l’adrenalina iniziale lascia il posto al combo pizza-cinema, anche se in versione covid. Così come, se ti ritrovi per un tempo prolungato a parcheggiare un’amicizia (tanto è scontata…), forse non ti stai facendo un grande favore: la tua vita è uno stato di tensione continua, a volte piacevole e a volte no.

Come proposito di anno nuovo, quindi, direi che ci stia benissimo l’idea di dare per scontato che

  • gli affetti si coltivano, tutti;
  • da un po’ di tempo abbiamo già abbastanza stati di allarme per dovercene creare altri;
  • gli allarmi continui potrebbero indicarci che certi affetti non ne valgono la pena.

E comunque, quando vediamo che in una relazione di qualsiasi tipo ci resta più amarezza e tensione che altro, c’è una possibilità incredibile, inedita, originalissima: parcheggiare la relazione. Oppure trasformarla in una versione innocua, senza accanirci sull’esito che avremmo voluto e non si sta verificando.

Se non la date troppo per scontata (che a nessuno piace svendersi!), l’amica vi attende con una cenetta alla buona, una playlist di vostro gradimento, e una spalla su cui piangere. Anche se lei preferirebbe che su quella spalla vi ci addormentaste, magari dopo aver visto insieme l’ultimo episodio di Cobra Kai.

(Adesso sembra incredibile, ma nel 2020 succedeva anche questo. Curioso quanto nelle canzoni della parata ricorra la parola “il·lusió“.)

Nessuna descrizione disponibile.
Il teatro del crimine: gente che passeggia sulla Rambla, mantenendo le distanze!

Il nuovo anno si è preannunciato col botto fin dai suoni strani che provenivano dalla tromba dell’ascensore. Riti orgiastici di oscura tradizione, perfetti per questo nuovo mondo alla rovescia e scanditi da orazioni il cui senso mi era ignoto:

“Oh le le, oh la la / faccela vede’ / faccela tocca’!”

Che belli, i miei nuovi vicini italiani: per niente vistosi, rumorosi o rispondenti alla macchietta che tanto onore ci fa nel mondo. Ho risposto all’antico richiamo con altrettante formule, rivolte in particolare ai loro antepassati: ma a questo punto le mie parole sono risultate ostiche all’ex compagno di quarantena. D’altronde, a proposito di riti insoliti, lui per l’occasione mi ha regalato una pianta: il famoso regalo di fine anno! Una piantina grassa, che simboleggerebbe la prosperità. Mi ha fatto piacere avere un regalo così insolito, quando meno me l’aspettavo.

Al momento del conto alla rovescia, però, ero sola e in preda al panico, e non stavo contando per i motivi che credete. Avevo una missione speciale. Dovevo mandare a mezzanotte precisa un manoscritto a questa agenzia letteraria, che, in perfetta sintonia con questa fine anno un po’ misterica che mi è toccata, accetta solo i primi tre manoscritti mandati il primo di ogni mese a partire dalla mezzanotte. Pensavano di essersi liberati di me solo perché era Capodanno? D’altronde mi hanno commossa perché, stando al loro web, rispondono alle missive solo se interessati alla proposta editoriale, e nel mio caso si sono presi sette mesi solo per farmi sapere che non erano interessati! Però mandassi pure altra roba, mi hanno incoraggiata: i poveretti non sapevano che li avrei presi alla lettera.

Quando spedisco un nuovo manoscritto, cioè ogni mese, di solito premo “Invio” alle 23:59:59, ma questa volta volevo andare anche a sentire le campanadas, o almeno sorprendere ancora qualcuno a strozzarsi con i dodici chicchi d’uva del rituale iberico: uno per ogni rintocco, sempre per buon augurio. Così, quando ormai avevo già la mail pronta, ma anche la mascherina sul mento e il cappotto canadese su una spalla sola, col tempismo delle 23.57 ho pensato di fare pipì, dopo che col compagno di quarantena mi ero concessa ben tre dita di cava per brindare (e dunque, per i miei standard, ero prossima al coma etilico). Non torno in salone giusto alle 23.59? E nel panico non sono riuscita ad attivare sul cellulare la conta dei secondi! Quale impedita non riesce a innescare un conto alla rovescia a Capodanno? Insomma, ho mandato il manoscritto verso le 00:00:10, in ritardo rispetto agli altri sfigati che stavano passando il primo dell’anno nello stesso modo. Peccato: qualche secondo prima e avrei certo innescato la reazione a catena che mi avrebbe portata al Nobel!

Ma tanto ero in ritardo pure per le campanadas: la gente radunata in Plaça Catalunya, pochetti e distanziati, stava semplicemente bevendo del cava. Meno male che, invece, ero arrivata in tempo per farmi investire sulla Rambla dalla Guardia Urbana!

Perché all’improvviso, mentre mi concedevo un’ultima passeggiata prima del coprifuoco all’una, ho visto tre volanti, tra cui una camionetta, irrompere a velocità supersonica e dividersi proprio sulla Rambla, mentre io pensavo bene di tornare indietro. La camionetta, però, mi si è messa alle costole facendosi un tour panoramico del noto boulevard barcellonese: solo che lo ha fatto a una velocità che Hamilton scansati. Poi si è piantata lì, tra i passanti esterrefatti che non stavano facendo niente, e ha pensato bene di scendere dalla Rambla in direzione di Plaça Catalunya, tagliando la strada a un taxi che sopraggiungeva. Scusate, non sono abituata a queste situazioni: sono bianca. A ben vedere, ero tra le poche bianche in quel momento sulla Rambla, e l’unica da sola, a parte una che attraversava in fretta. Che fosse un falso allarme? O era un metodo mooolto originale per evitare assembramenti? Non lo sapremo mai. Posso solo dire che credevo che gli investimenti risolvessero il problema dell’occupazione, mica quello dell’affollamento! Ma si vede che in questo mondo alla rovescia bisogna essere creativi. Non mi sembra una grande novità di inizio anno, invece, il fatto che le uniche persone che in quel momento attentassero alla mia salute non erano i “terribili immigrati” che mi circondavano.

A quel punto ho guardato l’orologio di un palazzo modernista che di solito ignoro (il palazzo, dico) e stavolta mi è sembrato bellissimo, così chiuso e deserto: era mezzanotte e un quarto, e già avevo rischiato la vita!

E dire che l’anno appena passato mi ha insegnato, per i motivi sbagliati, a essere la giusta me stessa: forte per forza, orsa per vocazione, strega per ammore.

Chissà quali macumbe dovremo mettere in atto ancora in questo nuovo anno col mondo alla rovescia.

Per il momento, arripigliamoci dal cava, o champagne, o spumante.

Per arripigliarsi e basta c’è tempo. Buon anno!

(… prospero año y felicidad!)

Levi's 501 - "Three Guys from the Backside"
Rara immagine di guaglioni in jeans che fanno lo “struscio” sul corso del mio paese: purtroppo dovevano aver finito il gel per la tradizionale leccata di vacca

Io vi schifo, vabbuo’?

No, scherzo dai, alla fine chi vi conosce! Ok, adesso sono seria: se quest’anno ha fatto qualcosa di buono per me è stato legittimare la mia asocialità cronica.

Per esempio, mi avete insegnato cos’è il Grinch, un nome che ho registrato tanto tempo fa e che ho subito rimosso. Sì, forse il Grinch sono io, and I think it’s beautiful.

Già che siamo poliglotti, stamane, il problema per me resta la leggenda metropolitana per cui io sarei una socialite (*inforca occhiali da sole che non possiedeva fino a un istante fa*): è un equivoco che nasce perché resisto a Barcellona da ben dodici anni! In realtà la mia parte compagnona e casinista, insomma la fan di Gigione che mi porto dentro, è frutto di un adattamento alle vite degli altri che ho avuto nel corso della prima adolescenza. A quei tempi m’ero stufata perfino io di essere l’impedita sociale che parlava a monosillabi, e ai compleanni si metteva a leggere i libri della festeggiata. In un mondo ideale sarei andata a parlare con la psicologa della scuola, le avrei detto cosa non mi piaceva della mia vita, e avrei ricevuto qualche indicazione su come cambiare senza smettere di rimanere me stessa. Invece, nella provincia denuclearizzata dei primi anni ’90, la soluzione migliore che ho trovato è stata: imitare il prossimo. Nella fattispecie, mi sono messa a copiare atteggiamenti ed espressioni di ragazzine che leggevano Cioè come se fosse la Bibbia, e si dedicavano ad attività misteriose tipo:

  1. Dichiarare a tutta la classe durante la pausa: “Ho comprato un jeans!”. Doveva essere una formula magica, perché generava prima il silenzio assoluto, poi una serie di domande a raffica sul modello, a cui la diretta interessata rispondeva letteralmente dando i numeri: 501, 511… È vero che come sequenza del lotto era un po’ strana, però mai che provassimo a giocarcela, oh!
  2. Entrare in classe correndo come per annunciare l’avvicinarsi di un meteorite, e invece gridare: “In cortile è caduto uno!”. Seguiva una scarica di risate che io boh: avessi visto la persona in questione fare un capitombolo, forse l’avrei anche trovato buffo. Ma a quel punto, a dirla tutta, si sarebbe trattato quasi sicuramente di me.

Immaginerete che la mia imitazione strepitosa mi conferì una vita sociale che avrebbe fatto impallidire il Grande Gatsby (a proposito: era vietato conoscere opere di narrativa che non fossero scritte da Jim Morrison, o al massimo da Claudio Baglioni). Quasi tutte le manovre delle compagne che copiavo sembravano peraltro finalizzate a piacere a dei tizi che giravano in motorino senza casco, perché si facevano la leccata di vacca col gel. Buone notizie! Io mi sarei dissociata almeno da quello, per dedicarmi subito alla mia grande specialità: i disagiati. Eh, sì, la mia abilità nel risolvere i miei problemi è stata eccelsa fin dagli albori.

Insomma, tutto questo per dire che io sono Legione, e mi sono dovuta implementare una seconda personalità per non andare in giro a dare i numeri (sbagliati, del lotto), mentre di base tendo a schifare qualsiasi entità che non abbia l’aspetto di una spaghettata con le pellecchie. Ma perfino io capisco che una cosa buona di questa pandemia, forse l’unica, è la consapevolezza crescente che qua o se ne esce insieme o non se ne esce proprio.

E non vi ho fatto leggere fin qui solo per ribadire lo stesso concetto di altri post: anche quest’articolo del Guardian afferma che la pandemia ha creato quantomeno una sinergia tra scienziati (con scivoloni inediti da parte di quelli in erba) che non sempre è stata mossa dagli interessi economici. Menzione speciale a Julia Gog, che confessa che è stato il coordinatore del suo nuovo gruppo di ricerca a creare la perfetta sintonia per ottenere risultati: “È molto collaborativo. Non si mette al centro, si concentra piuttosto su cosa possiamo fare come gruppo.”

Ecco, io a questo credo tantissimo. Se affidiamo la fiducia in noi stessi al giudizio altrui, possiamo pure prendere a schiaffoni il Covid in modalità Bud Spencer finché non lo spariamo su un’altra galassia: ci sentiremo comunque un fallimento ambulante. Invece, le migliori prodezze umane vengono fatte quando mettiamo da parte il nostro ego montante e ci concentriamo sul risultato. Semplice e… banale, più che geniale, ma spesso non ci arriviamo.

Insomma, forse non mi comprerò mai più un paio di Levi’s 501, o 511, o 512 (ed è subito terno sulla ruota di Napoli!), ma dal mio castellaccio da cui vi contemplo stile Innominato… vabbè, anche meno: dal balcone di casa mia, diciamo, mi compiaccio perché, in barba al pessimismo e fastidio imperante, un po’ di collaborazione la vedo.

E allora, avanti così!

Le migliori rivoluzioni sono state fatte senza mutande: figurarsi se ci fermerà un paio di jeans a vita bassa.

Jean Claude e Madre a Natale | Natale

Giuro che questo Natale non vi ho secciato io.

(Per chi ci segue da fuori Napoli: non sono stata io a portarvi sfiga.)

È vero, la mia aridità quando si parla delle feste è notoria e profonda, e neanche originale: siamo un po’ di noi a chiederci perché dobbiamo spendere un capitale in biglietti aerei e regali inutili per sentirci dire da zia Genoveffa che “Non capiamo niente della vita perché non siamo madri” (e a casa ancora non capiscono perché me la prenda tanto). Possiamo fare la stessa cosa un week-end di novembre, o in uno dei numerosi ponti della stagione autunnale, senza svenarci o scoprire che, paradossalmente, gli amici che volevamo vedere sono più impegnati ora che sono in ferie.

Ma tanto che ve lo dico a fare: quest’anno il Natale lo passerò a modo mio. Con una persona cara (una), preparando piatti vegani senza dover “cucinare a parte”, andando a dormire all’ora che mi va. Per l’occasione ho messo perfino una candela sul tavolo! Gli elfi di Babbo Natale ringraziano commossi per lo sforzo.

In tutto questo, riflettevo su due concetti. Uno si afferma da poco, un altro boh, spero di non inventarmelo io.

Il primo è amatonormatività: che etimologicamente fa schifo, ma, come dice la persona che trascorrerà la vigilia con me stasera, nei paesi in cui potremmo coniare neologismi decenti dal greco o dal latino stiamo ancora a discettare di aborto libero. È l’idea per cui la specie umana è naturalmente portata ad avere relazioni sentimentali, e già che si trova ad avercele monogame ed eterne (almeno nelle intenzioni iniziali). Ormai non sto più a dirvi che sempre più gente nel mondo commenta: “Ma anche no!”. Vi informo piuttosto che ci sono delle persone che non sperimentano neanche l’attrazione sessuale, e altre che non s’innamorano (semplificando il concetto). Certo, in Italia abbiamo rimosso la “A” dal collettivo LGBTQIA+, infatti di solito diciamo solo LGBT+, e il problema di includere gli aromantici e gli asessuali in un paese cattolico è che una delle priorità è ancora la lotta alla repressione e al moralismo, come ci ha insegnato la triste vicenda della maestra di Torino.

Beh, però che libertà vogliamo, allora? Parte della libertà sessuale o amorosa consiste anche nell’essere liberi di evitare le relazioni, se non ci vanno. Altrimenti, appunto, il nostro modo di relazionarci con qualcuno diventa una costrizione, un compitino da svolgere per dirci che siamo normali.

Vorrei partire da questo concetto per mandare un messaggio a un grande, anzi al più grande: Aristotele. E lo farò allo stile della mai dimenticata Mariarca (*prende fiato*): “ARISTOTELEEE! ‘E schiatta’! Ma che sei andato dicendo alla corte di Alessandro Magno? Che l’uomo è un animale sociale? Vattenne, che non è che perché sei peripatetico tu dobbiamo esserlo tutti quanti!”.

No, scherzacci a parte (e sex work is work): sono stata la prima, fin dall’inizio, a dire che ci salviamo solo insieme. Se non ci diamo una mano è la fine, e della storia dell’animale sociale accetto volentieri la solidarietà, la connessione con altri individui. Ma, come la lotta alla repressione sessuale non deve discriminare chi non prova impulsi sessuali, la lotta all’individualismo non comporta che le persone che adorano trascorrere mooolto tempo da sole (come me, anche se non mi credete) debbano per forza essere represse o traumatizzate, oppure “orse” e basta. Se mi piazzate in un festone di venticinquemila persone mi metto a ballare tanto e così male che vorrete fingere di non conoscermi. Invece, se questo Natale tocca restarmene nella mia stanza, con un buon libro e un po’ di musica, mi va bene anche così.

Ecco, magari questo. Che sia un Natale in cui, come sommo regalo, impariamo in paranza a ricordarci qual è il vero obiettivo: stare bene. Questo non vuol dire negare la tristezza che ci possa assalire in circostanze come questa della pandemia, né vuol essere un insulto per chi questo Natale piange una persona cara, un lavoro perduto, la prospettiva di rimandare di nuovo la realizzazione dei propri desideri. Allora aggiungo: l’obiettivo è star bene, se possiamo.

E a volte possiamo star bene solo se accettiamo che succederà in circostanze diverse da quelle che avremmo previsto, o auspicato per noi. L’esperienza m’insegna (*le spunta un cappello rosso in testa e le nevica in casa*) che questa è la via più breve per trovare cosa ci serve davvero, ed essere felici.

Buone feste.

(Io come Madre.)

L'immagine può contenere: una o più persone e primo piano

Ecco un elenco di scemenze che sono riuscita a fare in sette mesi con la mascherina:

  1. Provare a soffiarmi sulle mani infreddolite mentre indosso la ffp2.
  2. Provare a salutare un conoscente che non vedo da sette mesi e che non ha più idea di chi io sia, considerando che ormai ho pure la criniera del Re Leone.
  3. Provare a portarmi una bottiglia/una tazza di caffè alla bocca, anche in un bar.
  4. Provare a ordinare il Mate Cola a più di un negoziante pakistano del carrer Sant Pau (“¿Perdona?”), per poi rassegnarmi ad abbassare la mascherina un secondo: non avevano comunque idea di cosa stessi dicendo.
  5. Vomitarci in treno.

Ebbene sì, sono diventata una leggenda metropolitana! Il fatto è che, ve lo giuro, io schifo i treni della FGC: almeno la tratta che porta a Sabadell! La prima volta che mi ci sono sentita male, andavo a fare ricerche all’Archivio Nazionale di Sant Cugat, e stavo leggendo L’arte di amare di Fromm: un brano sui figli che mentono a sé stessi sui torti dei genitori. Pur di prendere aria stavo per uscirmene alla stazione sbagliata, così ho pensato che fosse chissà per quale trauma infantile rimosso. Macché: come mi sono accorta in viaggi successivi, tipo le lezioni d’italiano che impartivo a Sabadell, mi dà proprio la nausea il treno!

Sarà per il dondolio instabile (ma che rotaie sono?), o per l’aria viziata, oppure per quell’odore indefinibile che sempre mi assale su questi treni, come di aeratore non spolverato dai tempi della Guerra Civil… Fatto sta che, ogni volta che sono costretta a viaggiarci, nella migliore delle ipotesi mi gira la testa.

L’ultima volta avevo preso il treno per fare una passeggiata qui. Ma era estate, ero seduta nella stessa direzione del treno (accorgimento che devo prendere solo su questa tratta), ed ero circondata da sedili vuoti, davanti a un finestrino aperto.

Invece adesso ero reduce da questa conferenza, avevo un mal di testa atroce, e il cappotto canadese “di mezzi tempi” (che per il Canada equivarrebbero tipo a – 6) mi teneva un caldo boia. Tuttavia, temevo che iniziare le elaborate manovre per sfilarmelo mi sarebbe stato fatale, e m’ero rassegnata solo dopo due fermate all’urgenza di cimentarmi nell’impresa. Oddio, mi sentivo la mascherina appiccicata alla bocca. Oddio, mi mancava l’aria. La tipa seduta di fronte a me si è alzata una fermata prima di quella che aspettavo io, che poi era il capolinea. Per un momento ho pensato: che faccio, scendo anch’io? Mi ritroverei solo a un chilometro da casa: una bella passeggiata a piedi… E se poi mi gira la testa e butto i passanti per aria, come mio solito? Finisce che mi diventa la walk of shame di Cersei Lannister, anche se senza campanella e con un cappotto canadese a scongiurare il nudismo.

Alla fine mi sono solo seduta nello stesso senso di marcia, e ho atteso l’ultima fermata. Chi mi ammazza a me, ho pensato: alla fine stavo esagerando, ormai mancava solo qualche minuto e… E niente, è arrivato il rigurgito antifascista. Sarà che stavo pensando all’organizzatore della conferenza, che tempo fa mi aveva proposto di tenere un incontro semi-apologetico su Mussolini

Attenzione: altri dettagli pulp in arrivo (a parte Mussolini, dico). La mascherina non si è macchiata, perché mantenevo le guance gonfie in modalità otre finché non è arrivato il momento di scendere, e infilare le prime scale che mi portassero all’aria aperta. Ma quegli strani minuti passati col mio vomito in bocca come fosse una Big Babol, sono stati molto interessanti. Anche se avessi lanciato l’allarme, chi mi avrebbe aiutata? Di questi tempi, qual è il protocollo se una persona sta male in un luogo pubblico?

Vabbuo’. L’operazione di pulizia, complici un cestino dell’immondizia e un fazzoletto non usato del Buenas Migas, è stata meno “de classe” del previsto, ma credo vi abbiano assistito solo un paio di passanti, che staranno ancora vomitando a loro volta.

Mai avrei creduto di poter scrivere questa frase, ma… fortuna che non avevo mangiato! Nel primo pomeriggio si stava facendo tardino per il pranzo, e per essere sicura di arrivare alla conferenza dovevo prendere il treno alle quattro: così, dopo almeno due anni passati a far merenda coi patacones fritti del negozio latino, ho ripreso delle gallette di riso per tamponare, con l’idea di regalarmi, al ritorno a Barcellona, una sontuosa cena da asporto.

Ma dopo, ehm, l’incidente, chi la voleva più, la cena? Specie ora che i ristoranti chiudevano alle nove (e ormai erano le otto passate) e che le uniche opzioni vegane in giro erano il solito burger che un po’ sticazzi, o magari del riso saltato, se riuscivo a convincere il cuoco cinese che l’uovo non fosse esattamente un vegetale.

A questo punto sono andata a casa con lo stomaco sottosopra, e il pensiero che questo Natale strano mi regalerà almeno infiniti numeri, tutti da giocare.

Devo dire che stavolta, prima che prendessi il treno, l’organizzatore non mi aveva proposto una conferenza su Mussolini, ma si era congedato con una riflessione che fa un po’ “Buongiornissimo, caffettino?“, sul rapporto tra la conferenza che avevo appena dato (sull’industrializzazione, il progresso, la tecnologia Belle Époque) e l’affondamento del Titanic.

“Anche oggi, cosa credi?” aveva concluso questo settantanovenne, sistemandosi la mascherina. “Facciamo tanto gli splendidi, noi umani, e ancora nel 2020 ci manda in crisi un microbo.”

Ecco, mai sottovalutare troppo le riflessioni buongiornissime.