Ieri ho chiacchierato su Instagram con Gabriela Cistino, alias @Unaelle, di qualcosa che mi chiedo da ormai tredici anni: perché?

Perché lo Stato spagnolo sembra decisamente più avanti dell’Italia, quanto a politiche di genere? Gli stessi dibattiti all’ultimo sangue sulla legge trans, o sui permessi equiparati di paternità e maternità, dimostrano che, qui dove vivo, vengono proposte soluzioni a problemi che spesso, in Italia, neanche si cominciano a individuare. Come argomenta Unaelle, la mia terra d’adozione non è l’Olanda, e molti problemi restano terribili e urgenti: mi viene da pensare alle amiche madri che si lamentano della scarsità di asili e scuole pubbliche, in un paese che privatizza molto su sanità e istruzione. Oppure ricordo la consigliera barcellonese che andò a denunciare un episodio di molestia, e si vide chiedere se, oltre che palpata, fosse stata anche derubata: quel particolare avrebbe velocizzato l’intera procedura. Nonostante tutti i limiti, certe questioni che ormai do per scontate non lo sono in Italia.

A riprova che, come sospetta Unaelle, l’educazione gioca un ruolo fondamentale nella differenza, l’aspetto più divertente è che nella comunità italiana si ripropongono le stesse dinamiche della madrepatria. Come se un anno, due, trent’anni trascorsi qui non servissero a scrollarsi di dosso l’odore di chiesa, e l’idea che la famiglia sia una degna sostituta del welfare. Qui dove vivo, che so, vado alla riunione “politica” di un movimento italiano spazzato via dalla pandemia (posso scrivere “per fortuna”?), e un tizio mi fa impunemente mansplaining (per gli autarchici: minchiarimento). Allora, una conoscente che ha assistito alla scena mi fa poi osservare che il minchiaritore “avrebbe fatto così anche con un uomo”: stes-sa co-sa, proprio, e stesse dinamiche di potere. A riunione finita, l’organizzatore dell’incontro si vede offrire da un altro italiano, stavolta un attivista nei movimenti locali, i protocolli antisessisti che si usano in Catalogna, ma cade dal pero. Proprio non capisce di cosa stia parlando quel punkabbestia lì: l’intera faccenda non andava forse derubricata come un mio momento d’isteria?

Mi lamento di tutto questo con dei vecchi compagni di associazione, e uno di loro mi dichiara di aver subito womansplaining (sic). Allora mi chiedo: ma io, perché dovrei frequentare ‘sta gente?

Il tempo è prezioso per chiunque, non vedo perché sprecare il mio a discutere con persone che non vogliono vedere, mentre tante realtà autoctone sono sensibili ai diritti, e vanno come treni

Gabriela, invece, non si arrende. Crede che il femminismo possa attecchire nell’intera società, anche nella terra stivaliforme che ha generato tutto il disagio di cui sopra. In ogno caso, secondo lei bisogna provarci. E allora ci proviamo. Perché ammiro la dedizione della compañera, o companya. E poi perché, da questa crisi qui, ho deciso di condividere sempre le cose belle che imparo.

Il risultato, potete seguirlo qui sotto.

Salut advierte de que la Semana Santa es un "interrogante" y no descarta  una cuarta ola
Da: https://www.elperiodico.com/es/sanidad/20210314/catalunya-coronavirus-semana-santa-cuarta-oleada-11578331

Doveva andare così.

Saranno state le feste pasquali, poi le restrizioni di mobilità che ci hanno relegato alla nostra comarca di residenza. Senz’altro avranno contribuito i rari giorni di sole che regala l’aprile barcellonese, che per una misteriosa legge della natura è così freddo e piovoso, da far letteralmente schifo agli inglesi. Fatto sta che già non bastano le mie passeggiate in solitaria, per farmi smaltire le tonnellate di comfort food che precedono la consegna di un manoscritto, ma poi ci si mettono pure coloro che, con un’improbabile fusione tra le mie lingue preferite, chiamo: The “Coccosa?”! Da leggere con l’enfasi che adotterebbe Pippo Baudo nel presentare i Doors (scusate l’immagine).

L’articolo inglese non richiede troppe spiegazioni: i soggetti di questa specie sembrano una banda musicale dai componenti che non finiscono più, manco fossero i Chumbawamba o l’Orchestra italiana.

Invece, “Coccosa?” significa letteralmente “Qualcosa?”, e viene usato in napoletano per chiedere (*sguardo alla De Niro tassista*): “Hai qualche problema?”. Di solito si rivolge a una persona che sta esprimendo giudizi negativi nei nostri confronti, fosse anche con lo sguardo, oppure sta commettendo un reato gravissimo: addirittura, pretendere un po’ di rispetto!

Ecco, io quando le strade del centro di Barcellona si affollano con la primavera (specie se a percorrerle non sono turisti, come in questi frangenti), dopo tredici anni accuso ancora lo shock culturale di trovarmi in mezzo a una masnada di scustumati, come direbbe Gianfranco Marziano, che contravvengono a una delle leggi sacre della classe media partenopea: non abbuffare la ualler… ehm, non disturbare il prossimo. Quando ti insegnano fin dall’infanzia che tu e la tua famiglia siete l’ultimo baluardo di civiltà, e che la vostra casa è un fortino inerme, circondato dalla fauna selvaggia (designata anche con termini per niente razzisti, tipo zulù o mao mao), diventa un segno di distinzione sociale scostarsi dal centro della strada se si va lenti, e fare estrema attenzione a non urtare altri passanti (anche perché le nostre mamme hanno sempre questa paranoia che parta una coltellata a caso, così de botto e senza senso). Neanche vi descrivo la frenesia nel fare presto e bene alla cassa del supermercato, con l’aiuto di una dipendente che si trasforma in Super Saiyan per non perdere il posto (ma questo è un capitolo sciagurato a parte). Per farla breve, quella che dovrebbe essere semplice educazione può diventare uno status symbol: la prova che fai parte dell’esclusiva (e privilegiatissima) schiatta della gente perbene.

Qui dove vivo, invece, non si fanno tutti ‘sti problemi. E non penso neanche alle famiglie che per passeggiare occupano un’intera stradina del Gotico: genitori al centro con la carrozzina o con l’ultimo nato a tracolla, e intorno due marmocchi sul metro e dieci che ciondolano in attesa di avvistare una gelateria troppo cara. In casi del genere, la faccia mia sotto i loro piedi! Io non so gestire l’irrigazione di un cactus, figurarsi una domenica pomeriggio con tre bambini al seguito… Un applauso anche alla coppia che si sarà sposata quando Franco aveva vent’anni e mezzo, e ancora resiste mano nella mano, con bastoni da passeggio e mascherine sollevate quasi fino agli occhi.

No, mi riferisco piuttosto a donne, uomini, comitive di persone giovani o al massimo di mezza età, senza problemi di deambulazione e/o con un solo figlio al seguito, che semplicemente devono:

1) occupare l’intero manto stradale, magari sparpagliandosi come soldati in missione per coprire tutto il territorio. Per questi corpi speciali, qualsiasi bambino richiamato nell’atto di sodomizzarti con una spada giocattolo rimarrà traumatizzato a vita, e anche di venerdì sera, al Portal de l’Àngel, le coppie di mezza età devono tenDersi obbligatoriamente la mano (cioè, se la tengono, ma estendendo tutto il braccio come se ballassero il sirtaki): separarle comporterebbe il divorzio immediato, quindi mettiamoci noi la mano sul cuore;

2) procedere con la velocità di Dumbo appiedato sotto acidi: dopotutto, oh, stanno passeggiando, che gliene frega se tu vai di fretta perché hai lasciato le patate sul fuoco?

3) fermarsi di botto in qualsiasi occasione non lo permetta, e non schiodarsi finché non hanno deciso dove andare a prendere una birra sfiatata o delle bravas ultrafritte (scusate, vivo sempre nel Gotico): per l’alto rischio di incorrere in queste evenienze, si consiglia di portarsi dietro un opportuno sgabello pieghevole, o un machete.

E cosa dire della fila alle casse del supermercato? Ho sviluppato una selettività al limite del razzismo, tipo George Clooney con i controlli aeroportuali: davanti a una cassa ci sono cinque persone di diversa nazionalità, e in un’altra già svuota il carrello una sola persona anziana, autoctona? Mi metto in fila! Cielo, ho avuto l’apparente fortuna di sgamare uno dei pochi supermercati del Gotico che abbia una clientela “di quartiere”, invece di essere orientato ai turisti: ebbene, ci sono andata massimo quattro volte. La prima c’era una signora elegante che voleva restituire due pere, perché non godevano dello sconto che credeva lei, e allora il commesso non teneva la cassa né aperta, né chiusa, perché la tipa andava e veniva e aveva lasciato la sua roba lì. In quel caso, come mi è capitato in situazioni analoghe, mi sarebbe piaciuto farmi avanti e mettere io quei cazzo di dieci centesimi di differenza, con in più una moneta da due euro, e la raccomandazione in catalano: “Signo’, accattateve ‘na camumilla”. Poi mi ricordo che, qui, la camomilla si prende per il mal di stomaco, e non per calmarsi, quindi tutt’al più dovrei bermela io. La seconda volta nel supermercato in questione, un tizio sembrava aver scavalcato la fila (un commesso, però, sosteneva che il suo fosse un errore giustificato) e un’altra cliente sulla cinquantina gli aveva fatto i complimenti a gran voce, per poi concludere cinque minuti di esternazioni passivo-aggressive con la canzoncina: “Pu-to machi-rulo”. Cioè: maschilista di merda. E come sapete, io so’ femminista così, ma in quel frangente ho rimpianto assai il machete di cui sopra. Commento della cassiera: “E dicevano che da questa situazione saremmo usciti migliori…”. Io intanto sono uscita e basta, con la promessa di andare per sempre al Coaliment, con gli altri guiris: non escludo di essere stata solo sfigata, ma non sono pronta a rischiare psicodrammi una volta sì e una no, per un chilo di banane delle Canarie (con dieci centesimi di sconto, mi raccomando!).

E sapete qual è il bello? Che so di esagerare. Ne ho parlato con una psicologa autoctona, e quella mi ha snocciolato tutta una sua teoria sull’attaccamento insicuro che deve avermi caratterizzata nella prima infanzia, e sarebbe questa meraviglia qua. Anche io le voglio bene. A detta sua la mia forma mentis, tutta sintonizzata sul “non stracciare le gonadi al prossimo e pretendere lo stesso trattamento”, sarebbe sì una questione culturale, ma anche un’antica strategia di sopravvivenza. “‘Ndimeno?” ho risposto, sempre nel misterioso catalano che vi sto insegnando dall’inizio del post.

Però confesso che questa odiosa tendenza al “Coccosa?” mi ha insegnato molto: per esempio, che non è detto che il mio prossimo debba essere sempre una priorità! Spesso, nelle “buone maniere” che ci insegnano sul suolo patrio, tale priorità è solo di facciata. E non credete a me, ma a Manzoni: mo’ vi ripesco addirittura il Conte zio che dà la precedenza al padre provinciale, dopo averlo costretto letteralmente a mandare Fra Cristoforo a quel paese (cioè, a trasferirlo).

In secondo luogo, cambiare mentalità aiuta sia noi che gli altri a evitare i terribili problemi di comunicazione che ancora registro tra i miei educatissimi amici rimasti in patria: di solito, da queste parti “non le mandano a dire”. Io continuo a pensare che ci sia modo e modo di esprimersi, rispetto a un “tant de bo et fotessin un petard al cul” (che sospetto non abbia bisogno di traduzione), ma sono anche contenta di aver assimilato un pizzico di questa sincerità, piuttosto che continuare a ossessionarmi su come la prenderà la persona con cui sto a problemi.

So già cosa direte: ma scegliere di volta in volta, no? Purtroppo certi sistemi di pensiero arrivano in scomode formule “tutto incluso”, per cui all’inizio sembra che si debba prendere tutto il pacchetto. Poi, però, qualcosa cambia. Nei miei primi tempi all’estero, a vent’anni, mi si aprì un mondo quando un amico inglese chiamò “ipocrisia” ciò che mi era stato venduto come “saper vivere“. Però, una volta a Barcellona, sono stata sempre felice di offrire caffè a destra e a manca, in barba alla tendenza locale di dividere il conto fino all’ultimo centesimo. “Io sto provando a imitarti, ma i miei amici non ricambiano!” si lamentava una collega barcellonese all’università. Poi spiegai alla stessa collega che un compagno di corso un po’ insistente, e molto più grande di me, mi aveva riaccompagnata a piedi per chilometri, la sera tardi, e una volta sotto casa mi ero sentita obbligata a raccontargli una scusa per non invitarlo a salire. “Perché mai?” era insorta l’amica. “Non volevi farlo salire, dunque: arrivederci e grazie”.

Dunque, aggiungo io, si può spizzicare eccome, tra modi di vivere e culture diverse: anzi, un’opportuna scrematura migliora la vita. Adesso continuo ad accostarmi al muro se passeggio lenta, ma non intrattengo rapporti sociali che non mi interessano, ed evito a priori che a uno venga anche solo in testa di proporsi come accompagnatore, se non apprezzo il gesto.

“Sei diventata stronza!” commentò, dopo la mia seduta di dottorato a Napoli, una zia a cui avevo spiegato che non avrei preso un treno regionale e camminato mezz’ora a piedi (o rischiato una gravidanza indesiderata in un R2) apposta per augurare un buon ritorno a casa alla mia tutor catalana: la profe stessa mi aveva esentata, prima di tutto perché non concepiva proprio l’idea, e poi perché sarebbe andata all’aeroporto dopo una bella passeggiata con un altro collega in trasferta.

Quindi sì, quando ci vuole sono stronza forte, e vi consiglio di fare altrettanto.

Ve lo assicuro: non è mai troppo tardi per un po’ di sana stronzaggine.

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All’inizio eravamo solo fidanzati. Che volete, certe cose non si capiscono subito. A volte il destino ti fa fare giri inaspettati, prima di portarti alle mete che contano.

Il guaio era che venivamo entrambi da due relazioni mai nate, e ci eravamo lasciati depistare da quella caratteristica comune, che avevamo risolto con un semplice amore. Però, col tempo, c’eravamo resi conto che mancava qualcosa. Che poteva esserci molto di più della convivenza che avevamo iniziato, dei progetti di famiglia, dell’idea di comprare una casa… Provavamo ancora a ingannarci, perché a volte i sentimenti fanno paura, e allora ti racconti tante di quelle bugie, pur di non affrontarli.

Fu lui a prendere il coraggio a due mani: inutile far finta di nulla per non rovinare il rapporto. La nostra, santi numi, era amicizia! Fu l’inizio del sogno.

Adesso ci vediamo un paio di volte a settimana, e ci divertiamo tantissimo! Quando non cuciniamo (il bastardo fa risotti buonissimi), lui prende piatti da asporto in un locale che gli piace vicino casa mia, e ascoltiamo del reggae atroce che conosce solo lui, anche se ogni tanto gli piazzo a tradimento gli Smiths. A volte guardiamo qualche film, anche se devo stare attenta. Gli piace tantissimo il cinema basco, quello surreale in cui a un certo punto appare il diavolo, o addirittura un’attrice si presenta con una frangetta tagliata dritta: filmare un’acconciatura che fosse in voga meno di vent’anni fa è chiedere troppo, ma lui non vuole ammetterlo, e magari litighiamo e scatta una battaglia di cuscini. Il mio compagno ci sente da camera sua e si chiede se ci stiamo scannando, ma capisce che certe cose seguono un loro ordine naturale, e non c’è paragone tra l’amicizia e l’amore! Voglio dire, qual è il sentimento che dura di più, che cambia la vita, che ti accompagna per sempre? Appunto. Lo diceva anche Platone, nel mito degli amici squartati a metà. Mi meraviglio che, su quello, non ci abbiano ancora girato su un film basco!

E sì, scusate, avrei dovuto specificare nel titolo che per “storia” intendevo storia d’amicizia, ma tanto nel linguaggio comune le storie quello sono, no? D’altronde, se è così un motivo ci sarà.

(Vi abbiamo trasmesso: “Se parlassimo dell’amicizia come facciamo con l’amore romantico“.

Per i miti legati all’amore romantico, tra cui quello pericoloso che “ci si completa a vicenda”, cliccate qui e soprattutto qui.

Per un articolo – mio e di un amico! – che si occupa della gerarchizzazione dei rapporti insita nelle relazioni attuali, cliccate qui.

E adesso andate a casa dei vostri amici, delle vostre amiche, fate loro una carezza, e dite pure che questa carezza gliela manda il basilico!)

Una chirigota enseña a piropear a los "machitos de turno"

Non ci credo, che sto scrivendo ‘sto post. Ma insomma, in Italia si è acceso il dibattito sulla molestia da strada e, per dare idea di come afferriamo subito i concetti, c’è chi ne fa solo un problema linguistico: mamma mia, il catcalling! Come osiamo sporcare la nostra bella lingua? In ginocchio sui ceci, Pater Ave e Gloria.

Io rispondo che “molestia da strada” mi va benissimo, ma gli anglosassoni dicono ancora “fettuccine”, no? Magari ne sbagliano il gender!11! e le chiamano fettuccini, ma vabbè. Perché lo fanno? Perché gli italiani hanno inventato le fettuccine, e le fanno decisamente meglio di loro. Cosa fanno uno schifo gli italiani? Il gender!11! E per analizzarlo, scusate, si parla soprattutto inglese. Prendiamo il grande dibattito di questi giorni: perfino su pagine femministe italiane ho letto biasimi alle donne che difendono la pratica (ovvio che il problema sono loro!), e qualcuno, con le migliori intenzioni del mondo, si è messo a scrivere che la molestia da strada è una responsabilità “di uomini e donne”. Quanto a quest’ultima osservazione, la trovo fantastica, perché crea la vittima di Schrödinger: se non reagisce, “se l’è cercata” perché non fa niente per impedire la cosa; se reagisce, “se l’è cercata” perché il molestatore si incazza e chissà che succede.

Quanto alle donne che difendono la molestia da strada, io ne ho incontrate personalmente due, che sono tra gli esseri umani con cui più abbia avuto problemi in vita mia. Una tiranneggiava su di me e un altro coinquilino, che aveva 34 anni ed era alto un metro e ottantaquattro, ma comunque temeva come la sottoscritta di rivolgere la parola a questa impicciona. Un’altra, che conoscevo a stento, mi mise a fare di punto in bianco il riso per sua figlia piccola, che aveva 37,2 di febbre: lei doveva coricarsi nel letto con la bambina, che però dormiva! Disse poi all’ex che era con me che il suo problema era che lui si metteva “sempre con femministe” (orrore!). Entrambe le perle viventi di cui sopra affermavano che, quando un muratore spiegava loro quanto fossero belle, loro sorridevano e ringraziavano.

Auguri! E, soprattutto, buona vita (lontano da me). A quelli che… “Hai visto? Due che apprezzano le hai conosciute anche tu!”, dedico il seguente meme, che spero non ci sia bisogno di tradurre, sul fatto che agli uomini bianchi piaccia molto fare gli avvocati del diavolo. Infatti sminuiscono con questioni marginali ed eccezioni stupide i problemi che non li riguardano in prima persona (e che dunque, a starli a sentire, sono irrilevanti).

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e il seguente testo "Kyle @KylePlantEmoji.16h White dudes (and speaking from experience) playing believe testing the limits of an ideology be as valuable a discourse as discussing consequences "Can say the word at home, alone?" Why do you care, Trevor? 138 73,119 31.1K Kyle @KylePlantEmoji Murdering children is bad were "What if, hypothetically, an evil child Shut the fuck up. Shut the fuck up. What you think is nuance is actually a distraction from a broader and you should shut the fuck up."

E se vi ha fatto orrore questo post in ing… in ingl… in ingles… insomma, nella lingua del demonio (Pater, Ave e Gloria), passiamo alla lingua di Torquemada! Che, rispetto alla Controriforma italiana, ne ha fatta di strada. Infatti, in spagnolo la molestia da strada si chiama piropo callejero, cioè “complimento da strada”, ma viene riconosciuta da tempo come molestia, con tanto di pagine che se ne occupano, e di quiz da somministrare ai molestatori! È questa l’iniziativa più antica che ricordi nello Stato spagnolo: le attiviste sottoponevano ai molestatori un vero e proprio questionario in cartaceo. “Salve, visto che si è preso il disturbo di arricchirmi con un suo apprezzamento non richiesto, potrebbe rispondere ad alcune domande? Scriva qui sotto la frase o il verso che ha utilizzato nei miei confronti: _________. Adesso, mi dica: cosa intendeva ottenere esplicitando questa sua osservazione? Ha mai raggiunto lo scopo che si prefiggeva, con me o con altre?”. E così via, con tanto di video girati ad hoc. Ricordo un tipo anziano, con la faccia oscurata, che diceva: “Estás loca, ¿no?”. Ho una notizia per lei, egregio signore: non ci crederà, ma Franco ha muerto. E la popolazione se n’è accorta, al contrario di quanto sia successo in altri posti che hanno appeso i loro dittatori qualche decennio prima…

Non mi credete? Allora concludo in bellezza con una chirigota, cioè un’esibizione canora tradizionale di Cadice, legata al famoso Carnevale della città. Una serie di ragazzi, che personalmente trovo molto belli, spiegano al “machito” di turno cosa provocano i suoi commenti e fischi in strada. Traduco il testo qui sotto:

“Ascolta un momento / e stai un po’ zitto / vediamo se capisci / maschietto di turno / cos’è un complimento. / Perché anche se credi / che le fai impazzire / provano solo schifo / per ogni sozzeria / che caccia la tua bocca.

Ascolta un momento, maschietto di turno / il mondo è cambiato / e ti tocca tacere. / Far complimenti / è afferrare le mani bianche di tua madre / e senza accorgertene scoprire / che ti scappa un ti amo. / Far complimenti / è recitare / le coplas che escono dall’anima / e cantarle a Cadice / davanti al tuo popolo. / Un complimento è il poema / che in un tovagliolo / ogni sabato il nonno / con errori e cancellature / scrive alla sua nipotina. / Complimenti a letto / arresi ed estasiati / quando ammaina il desiderio / e contemplo la dea / che riposa al mio fianco. /

Alle tue parole manca / l’amore, la tenerezza, / la passione, l’affetto / e manca il rispetto. / Manca la decenza / mancano le buone maniere / e il consenso. / Mancano tante di quelle cose / che più che un complimento / è solo ripugnanza. / È ora che tu capisca / che quando il tuo mormorare / le assalta di notte / le loro gambe tremano / e la paura le invade / e correndo a casa loro / l’unica cosa a cui pensano / è a non essere un’altra / nella lista dei nomi / di quelle che non tornano più.”

The End Handwritten On Old Vintage Paper Stock Photo - Download Image Now -  iStock

Bella, eh, la Pasqua di Ricomincio da capo? L’anno scorso aveva quasi una sua nobiltà, il restare chiusi in casa ma “vicini col cuore”, cantando dai balconi che ci saremmo abbracciati presto (quando non si cantava l’inno italiano anche a Napoli!). Adesso, come suggerisce il buon Zerocalcare, è la ripetizione che fa strano.

Cioè, le storie sono strane per conto loro, spesso e volentieri, specie quando sono tristi o angoscianti come quelle dell’ultimo anno. Però, mentre guardo il plotoncino di conterrOnei che hanno sfidato la zona rossa per farsi Pasqua proprio sotto casa mia, ripenso a un ragionamento che faccio da tempo.

Dove finisce una storia? E mi riferisco a una storia di qualsiasi tipo. C’è l’evento principale, che so: io che prendo una multa. Quello di solito è fatto e finito, e lo subiamo, nel bene e nel male, anche quando siamo noi a provocarlo: non controlliamo che una piccola parte della situazione. La storia della multa può finire con me che la straccio, e dieci anni dopo ne sto ancora a pagare le conseguenze. Oppure con me che vado dall’amico avvocato, che per evitarmela si fa invitare a cena per il resto dei suoi giorni, e a quel punto era meglio pagarla. Oppure con me che vado alla posta a pagare la multa, e incontro un’amica d’infanzia che adesso insegna presso un carcere minorile, così tra noi inizia una collaborazione fantastica… Quand’è che do la storia per finita, e su quale dei finali mi voglio concentrare?

È per questo che non arrivo mai a terminare un manoscritto, e l’anno scorso proponevo correzioni anche quando il libro era in stampa!

Non so mai quando finisce una storia, quando è il caso di dare per concluso l’evento in sé (e di solito è facile) insieme a tutte le sue conseguenze (e quest’ultima è un’operazione difficilissima, se consideriamo quanto tutto sia collegato e quanto durino certe conseguenze nel tempo). Allora, con le storie che finiscono male o promettono di farlo ho questo mio metodo, che a volte diventa un po’ una mania, ma di solito funziona: non la faccio finire lì. Ciò non significa ripudiare il “lasciala andare come va” di una Irene Grandi d’annata, ma comporta piuttosto la determinazione a tirarci su qualcosa di buono.

Questa crisi per me devastante, che mi fece entrare per qualche mese in un paio di jeans taglia 38 (miracolo!), poteva finire col tizio che mi mollava senza dirmelo per una che, sapevo già, sarebbe durata tre mesi (e no, la cosa non mi consolava affatto). Ma è stata per me l’occasione per dare una svolta alla mia vita, che mi cambiasse sul serio in meglio. Ancora oggi, più di sette anni dopo, sto pensando di usare in qualche modo le conoscenze che ho acquisito in quel periodo di crescita, magari sistemando un’antica bozza di manuale di self-help per impedite come me, o diventando la figura professionale che manca al mondo: la counsellor cinica. Eh, lo so, già vi vedo a dire: “Non ci serve niente, grazie!”, oppure “Stavamo scarsi!”. Però io sarei quella che non ti vende la stronzata che volere è potere, ma ti cita Camus e ti ricorda che la vita probabilmente non ha senso, tanto vale che gliene trovi uno tu. Lo so, avrò clienti a frotte! E le amiche psicologhe, spesso private dal counselling di pazienti che avrebbero bisogno solo di “uno bravo”, dormiranno sonni tranquilli. Scherzi a parte, visto che sono finita a parlare come sempre di storie d’ammmore, dove potrei far finire le mie? Al preciso momento in cui voglio ridurre il mio ex a polvere di stelle, e spedirlo su Marte a cercare acqua? Oppure a quando risolvo i nostri conflitti interni e torno a sentirlo ogni tanto? O a quando, finalmente più tranquilli, riusciamo a diventare anche amici sul serio? Con alcuni mi sono fermata al primo stadio, con altri al secondo. Il terzo è complicato e richiede molte energie, spesso non ne vale la pena: quando succede, però, è fantastico. Oh, il nostro tempo è solo nostro, possiamo lavorare a un numero limitato di cose alla volta. Che siano quelle buone!

Quindi, vi chiedo: dove finiscono le vostre storie? Familiari, lavorative… di ogni tipo. Se terminano con l’evento in sé, amen, gente, a volte bisogna solo mettere il punto, e magari a voi riesce meglio che a me. Ma provate il mio gioco: far finire una storia quando ne avrete ricavato qualcosa di veramente buono.

Ricordo ancora la madre che, al mio paese, perse il figlio in un modo assurdo e terribile, e anche se aveva tutto il diritto di starsene in casa a maledire il mondo fino alla fine dei suoi giorni, intitolò al ragazzo un premio culturale. Una volta, una ragazza ormai prossima alla trentina si beneficiò di questo premio, e tornò ad avere un po’ di speranza nell’umanità.

E la storia continua.

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La prima volta fu spaventoso.

La città era deserta. Mentre correvo, i grandi palazzi di via Laietana quasi mi rovinavano addosso, svuotati dal confinamiento di marzo. Senza gli uffici aperti, le loro merlature moderniste già dovevano sembrare assurde di giorno, come i fronzoli antiquati di un vecchio salotto. Ma la sera che mi illusi di trovare ancora aperto questo ristorante (che pure effettuava consegne a domicilio), ero indecisa su cosa stessi guardando: un De Chirico in notturna? La scena di un film apocalittico? Magari quello era lo sfondo di un videogioco, visto che le uniche luci che si muovevano nel buio erano quelle della Guardia Urbana, che pattugliava le strade: a quel punto io, che non avevo nessun ramen da asporto da offrire alla vista degli agenti, rischiavo come minimo una reprimenda.

Era l’oscurità a colpirmi: le luci erano smorzate sul serio, o mi stavo impressionando per niente? Il compagno di quarantena aveva odiato quelle luci, quando gli avevano fatto da soffitto, ma nel buio il palazzo della mia banca, che durante le manifestazioni era circondato da centinaia di persone urlanti, mi aveva dato proprio l’idea di una carcassa inutile, senza più altra funzione che ingombrare un angolo di strada.

Nessuna descrizione disponibile.

Un anno dopo, devo dire che va meglio. Le luci sono di nuovo lì, con buona pace del compagno di quarantena, e raramente mi ritrovo a contemplarle cinque minuti prima che scatti il coprifuoco, alle dieci di sera. Se succede, come lunedì scorso, è perché torno da una cena gradita, non da una spedizione frustrata in cerca di qualche locale aperto. A dire il vero, di solito è l’ex inquilino a venire a cena da me, magari portando il cibo da fuori, come in un film di Totò: in quel caso è lui a trattenersi meno di due ore, dalle otto alle dieci meno venti, e filar via giusto in tempo per tornarsene di corsa nella sua nuova casa. Il coprifuoco è riuscito a farmi cenare presto, roba che a suo tempo neanche l’Inghilterra, con tutti i suoi riti quotidiani spostati in avanti.

Quando invece tocca a me percorrere le strade che restano deserte, o vengono attraversate giusto da runner che sfrecciano, non ho più la sensazione che il mondo stia crollando, anzi, più che altro indovino quell’altro mondo, quello che poteva esistere sulle stesse strade, sotto quelle stesse luci, se avessimo fatto le cose in modo diverso. Se la gente che adesso si mette in fila in mascherina per entrare da Zara o H&M, di nuovo aperti, avesse capito che un anno più tardi avrebbe rifatto le stesse file, per comprare capi quasi uguali, che pure si sarebbero logorati presto. Se non ci fosse voluta una pandemia, per regolare al ribasso i prezzi delle case, così che amici che guadagnassero sui 1000 euro potessero uscire dai loro ripostigli con accesso alla cucina (ma non al freezer, riservato a chi pagava di più) o dai monolocali “interiores” che ti facevano venir voglia di scappare appena rientravi a casa. E sto parlando, ovviamente, di quelli fortunati che non si sono ritrovati in strada, al contrario di altri.

Così mi attraversa quest’altro mondo, mentre io attraverso lui. E mi viene voglia di conoscerlo, schifarlo un po’ se necessario, pur di scoprirlo possibile.

Un anno fa dicevamo che ne saremmo usciti soltanto insieme. So che ora è più difficile crederci, ma cerchiamo di non smettere.

Cacciaguida - Gustave Dore - WikiArt.org
Caro Cacciaguida, magari sapesse di sale “lo pane altrui”!

Sì, sono una persona noiosa, perché Dante l’ho portato perfino all’esame di Italiano 1 (“Ma sei pazza?”), quando tutti, per intenderci, optavano per la premiata ditta Machiavelli & Verga. Eppure, del Sommo mi restano i due colpi di fulmine iniziali:

  1. Francesca da Rimini che legge del “disiato riso” mentre viene baciato da “cotanto amante”, e Lancillotto e Ginevra devono essere bellissimi sulla carta preziosa del manoscritto; ma Francesca e suo cognato Paolo sono fatti di carne e ossa, e allora lui invece del riso le bacia “la bocca”, e lo fa pure “tutto tremante”! Galeotto il libro e chi lo scrisse, e tutti i libri che ci hanno messi in guardia dal pericolo di rifugiarci in un mondo alternativo, sperando così di “scappottarci” quello reale. Ma hanno voglia ad avvertirci, le castellane riminesi, o i cavalieri erranti che lottano contro i mulini a vento, e perfino le casalinghe ottocentesche della campagna francese… Il fatto è che noi ci caschiamo sempre. E noi abbiamo le storie, “quelli di là” hanno le armi. Dunque, scusate se me la immagino sempre con una punta di napoletanissima cazzimma, la romagnola Francesca, mentre conclude: “Caina attende chi a vita ci spense”. E salutame a Satana.
  2. A proposito… Il momento più esilarante di tutti, nel mio rapporto con la Commedia, risale addirittura alla manovra circense che Dante fa in groppa a Virgilio, una volta che saltano su Lucifero. Il poeta latino scende lungo i fianchi del demone, poi si gira, si aggrappa al pelo delle gambe e… “Vede che anche Lucifero indossa scarpe Nike!”. Questa era del mio compagno di banco, e sparata così in classe, alla terza ora, mi costò un principio di soffocamento per non scoppiare a ridere, e finire in quella Natural Burella che era l’ufficio del preside.

Ma chi voglio prendere in giro? Forse avete indovinato dal tenore filosofico di certi miei post, che il verso (e mezzo) che mi ha accompagnato di più nella mia permanenza all’estero è stato quel famoso “Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui”, che Cacciaguida profetizza a Dante. Soprattutto perché quella profezia è una balla mostruosa per una che, invece del pane toscano, è stata allevata a botta di pane cafone.

Ergo, per me è stata una tragedia, fin dal pane inglese imbustato che in Italia chiamavo pan carré, ma che un fidanzato troppo scrupoloso mi portava “fresco” dal supermercato di suo padre: voleva dire solo che la data di scadenza slittava di qualche settimana! A Barcellona, invece, la baguette deludeva sia me che gli amici francesi (ma va’), e la prima volta che mi sono decisa a comprare il pa de pagès, che tradotto era tipo “pane cafone” (ma comunque più insipido), la commessa me lo stava per mettere automaticamente nell’affettatrice. “No!” sono insorta. Come potevo spiegarle il sublime concetto di cuzzetiello, la tendenza a staccare con le dita l’angolino esterno della pagnotta?

Tant’è vero che ho accarezzato per anni l’idea di scrivere una raccolta di racconti dal titolo “Lo pane altrui”, con dentro storie italiane all’estero che fossero imbottite di baguette, pagnotte, mezzelune, pite, e le nuove panificazioni a cui ci siamo dovuti abituare noi “cervelli in fuga” (qualsiasi cosa voglia dire). Avevo anche cominciato a raccogliere storie, pensate un po’!

Anche perché mica è un concetto semplice: per me il pane barcellonese è stato più che altro il naan del Raval, quartiere d’immigrazione in cui quella sorta di pita fumante, fatta sul momento da Bismillah in un apposito forno, era molto meglio della baguette precotta che mi forniva “l’alunno di posteggia”, cioè il panettiere marocchino sotto casa. In compenso, alle maldestre avances dell’alunno di cui sopra, che era diciottenne, contrapponevo le risposte ben assestate della mia adolescenza napoletana.

“Eccoti la baguette, bella come te!”

“Mi stai paragonando a una pagnotta?”

“Vabbè, è bionda come te, però!”

Stavo per cominciare a scrivere di questa, e altre pagnotte, quando mi sono resa conto di qualcosa: sarebbe ancora più divertente se, invece di scrivere tutto io, lo facessimo insieme. Insomma, facciamoci i pani nostri, ciascuna o ciascuno parli per sé!

Che ne pensate? Lo scriviamo, ‘sto capolavoro?

Fatemi sapere, raccontatemi le vostre storie… E Cacciaguida, muto!

A mali estremi…

Howards End - Emma Thompson and Vanessa Redgrave | Emma thompson, Vanessa  redgrave, British actresses

Finalmente ho capito perché non dormo! Sento freddo. Cioè, a volte caldo e a volte freddo. Ieri notte, ad esempio, avevo il letto gelato: cose di mezzi tempi.

Però il dormiveglia di queste notti strane mi sta regalando delle chicche che neanche sotto acidi.

Ieri, per esempio, mi sono svegliata pensando: Barcellona è Wickham Place. Adesso, se vi piace come scrive E. M. Forster, o come recita Emma Thompson, mi avrete dato comunque per causa persa: il gelo delle lenzuola mi è arrivato direttamente alla testa. Se invece non sapete manco di cosa io stia parlando, Wickham Place è la casa vittoriana in cui vivono le due sorelle di Casa Howard, col loro fratello Tibby che, per me e il compagno di quarantena, è il vero eroe della storia! In ogni caso, il cognome dei tre fratelli è Schlegel, ma viene pronunciato all’inglese, con la prima “e” che diventa “i”, e non alla tedesca come avrebbe fatto il loro padre, omonimo e connazionale di un grande filosofo tedesco. Gli Schlegel londinesi, invece, sono un po’ cittadini del mondo: devono lasciare la loro casa di sempre, e se ne fregano. Per Margaret, la sorella maggiore, una casa vale l’altra e Wickham Place non è né meglio, né peggio di altri posti. Ecco, per me Barcellona è un po’ così: una casa in cui sto comoda, come ce ne sono tante. Dico scherzando che ci resto per inerzia, perché farei lo stesso tipo di vita in altri posti che mi piacciono o mi incuriosiscono, ma sono più freddi. Quindi mi tengo il mare e la primavera un po’ folle, senza mettermi a piangere se circostanze non tragiche mi spingessero ad andare altrove.

A dirla tutta, per me anche l’Italia era un po’ Wickham Place: quando una connazionale mi chiede proprio da Londra “se penso mai di tornare in Italia”, non è che io arricci il naso e risponda subito di no. Mi rendo conto, piuttosto, di non averci mai pensato. Perché dovrei? La vita da mezza asociale la posso fare dappertutto, semmai mi piace sentirmi parte di una comunità internazionale: quindi forse mi troverei benino a Milano, ma s’era detto che non disdegno sole e mare.

Per questo, svegliandomi ieri dopo l’ennesima nottata di sonno scarso, pensavo all'”apolidia” spietata delle nostre sorelle Schlegel, intellettuali benestanti e suffragette di default, più che per passione. Nel loro caso, però, viene in soccorso la mitica Mrs. Wilcox: una signora anziana che sarà pure sposata a un arido uomo d’affari, avrà anche tre figli uno più “moderno” e scemo dell’altro, ma è nata a Casa Howard, anzi, “Howards End”: il nome originale suona tipo “la fine degli Howard”. È una casa rurale dall’aspetto antico: il signor Wilcox l’ha deturpata con un garage, ovviamente, ma c’è ancora un albero secolare che vanta nel tronco dei denti di maiale! Una superstizione contadina, per curare il mal di denti. È per questo che Mrs. Wilcox non ci può proprio pensare, quando scopre che la sua nuova amica Margaret Schlegel deve lasciare casa sua. La abbraccia, la compatisce, e poi fa la cosa più strana di tutte: le lascia Casa Howard! Sì, gliela intesta all’ultimo momento in barba al marito arido e ai figli scemi, che poi tanto scemi non sono, perché bruciano il bigliettino scritto dalla mamma in punto di morte: tanto non ha valore legale. Ma ci sono cose, suggerisce l’autore in quella sua prosa disinvolta, che la legge non controlla.

A me piace un sacco questa storia di prestare a qualcuno le proprie radici. Mi ricorda gli immigrati italiani che a inizio Novecento si portavano dietro i tralci delle viti di casa, poi facevano il vino e lo offrivano con compiaciuta fanfaronaggine alla nuova comunità, forse anche a John Fante. In un romanzo che non so se pubblicherò mai, anche perché ha la genesi difficile ed era nato come opera “a quattro mani”, un insegnante precario di Napoli ripudia il nome di famiglia perché non se ne sente degno, quindi fantastica sull’idea di prestarlo a un altro personaggio: uno straniero ancora più “perduto”, tanto è vero che ha smarrito il suo nome o, comunque, se lo tiene per sé. Verrebbe da dire al protagonista (e all’autrice): come fai a prestare il tuo nome agli altri, se non lo vuoi neanche tu? Mrs. Wilcox invece è tutt’uno con la sua casa, con le sue radici, che “presta” a Margaret solo quando le tocca lasciare questo mondo, e condividere la fine degli Howard per cedere letteralmente il terreno a un nuovo inizio.

Ma tanto, Casa Howard è un capolavoro del 1910, epoca, come ricorderete, di grandi cambiamenti. Il mio romanzo fetecchia l’ho cominciato a scrivere a inizio 2019: altra epoca che quanto a cambiamenti non scherzava. In entrambi i casi, ciò che avrebbe fatto seguito sarebbe stato ancora più “clamoroso”, per usare un eufemismo, ma i cambiamenti clamorosi inducono spesso a riflettere sul prima.

Che la porti avanti un grande scrittore, o una sfigata insonne senza radici, la questione sopravvive nel tempo: cos’è l’identità? È fissa, è fluida, ne ho bisogno? Per fortuna non c’è una risposta definitiva, e non so se ci sarà mai.

Non so nemmeno se ci sia in agguato anche per me una Mrs. Wilcox, pronta a prestarmi le sue radici intestandomi una bella casa di campagna.

In tal caso, sapesse fin da ora che non mi offendo mica, thank you very much.

Nipponica #272 – Lady Oscar 40 (12): episodi 25-26 Antonio Genna Blog
Cioè, questa viene cresciuta come un uomo per volere del padre, si veste da donna per piacere a uno… Oooh, usciamo dal loop!

Nelle puntate precedenti, oltre a scoprire che sono Claudia Schiffer con la simpatia di Jennifer Lawrence, abbiamo lasciato le ragazze dell’entroterra campano, nell’A. D. duemilaequalcosa, separate come in due blocchi: quelle che, per ottenere rispetto, accettavano più o meno consciamente di entrare nel recinto delle ragazze, e magari ricorrevano a mille strategie per scavalcarlo senza farsi troppo male; quelle che si tuffavano a sacco di patate negli spazi tradizionalmente maschili, rinunciando ai vantaggi del recinto senza acquisire del tutto quelli dell’arena.

Cos’è successo dopo, secondo voi? Beh, tanto per cominciare è successo che siamo cresciute.

E ogni tanto le riconosco, “quelle dell’arena”: le ex ragazze che sono entrate in mondi popolati soprattutto da uomini, a patto di accettarne certe regole. E ne sono orgogliose: ti credo, è una faticaccia immane! La soddisfazione? Essere l’unica. Non sarai mai al vertice di tutto, ma cristo, sei l’unica! L’unico direttore con i capelli lunghi e biondi, l’unico ingegnere che tratta a tu per tu con gli operai anche dopo aver ricevuto il titolo ufficiale di Miss Culo del cantiere (tratto da una storia vera). Ma oh, almeno ti sei scappottata l’alternativa di essere considerata un cocktail esplosivo di ormoni, o una sfornapupi a orologeria. Fino al giorno in cui ti metti di traverso, oppure un pupo lo vuoi sfornare davvero.

Ma difendere la propria postazione, e tirarsela, è una tentazione che un sacco di ex ragazze che “sono state le prime/le uniche/tra le pochissime” sentono forte, proprio perché ci hanno buttato il sangue. Si sono sentite sminuite, derise, o sottovalutate perché nella radiolina a transistor che era l’identità di genere (vedi la seconda puntata), loro viaggiavano su frequenze diverse da quelle che si aspettavano i più. Per un compagno che mi osservava alla sbarra durante l’ora di ginnastica, io avevo “un fisico di merda”, però lo stesso compagno mi considerava una minaccia (benché meno di altri) nella sua triste gara annuale a chi avesse la media più alta. Perché sì, “andavo molto bene a scuola”, anche se per fortuna solo in italiano: la letteratura era comunque roba da donne. Quelle brave in scienze erano fottute, o erano salve da certi energumeni: come l’aspirante ingegnere che mi trovava preferibile a una studentessa di biologia, perché i ruoli ci vogliono. Ai nostri eventuali figli chi spiegava la matematica, la mamma?! Allora che speranze aveva un papà di farsi rispettare, visto che già non cucinava lui e non cambiava pannolini? A. D. 2004, signore e signori.

Dunque, sì: se fossi stata brava in scienze avrei avuto un diavolo per capello, altro che il gel profumato e gli occhialoni a piattaforma di atterraggio di Quelle che… il recinto.

Per fortuna o purtroppo, la cosa più stupida è sfottere queste ultime (che spesso io stessa, ahimé, trovavo ottuse o fifone) e sentirsi speciale perché tu sei nell’arena. La questione andrebbe piuttosto spostata su una domanda fondamentale: che ci fa, qui, quel recinto? Che bisogno ne abbiamo per sentirci protette?

Già vi sento: “Vabbè, sei la solita estremista! La sorella di mio cognato è bellissima e laureata in ingegneria aerospaziale, fa politica e sta con un compagno di movimento…”. Sì, avete ragione, e meno male. Si spera che in quasi vent’anni le cose siano migliorate molto. Però io ho migliorato la mia vita solo migrando, e conosco tante, qui a Barcellona, che magari si lamentano degli autoctoni che non saprebbero corteggiare (mentre io godo), ma poi sono felici di poter andare conciate come vogliono, oppure di passeggiare con un maggiore senso di sicurezza rispetto al posto in cui, come ammetteva un mio compagno di università, “se i miei vicini sono in strada con me e passa una, a volte mi sento giudicato male se non lancio uno sguardo malato anch’io”. Solo migrando mi sono resa conto appieno che questa terra di mezzo, in cui mi ero arruolata come non-uomo, era sì una soluzione alle restrizioni ancora imposte al mio genere, ma comunque non era una scelta molto sana per me. Per esempio, pure se ho molte riserve sull’umorismo iberico, di buono c’è che qui lo sfottò è solo uno dei tanti modi di scherzare, e non valica quasi mai i limiti della stronzaggine: se fanno commenti sul tuo fisico non la devi prendere sempre bene, col ricatto che “chi si offende scemo è” o con la possibilità di ricambiare lo sfottò (come se la pressione estetica fosse la stessa su donne e uomini). Qui è scemo chi offende, di solito, e questo fa tutta la differenza.

Vedete, la cool girl (o ragazza fica) ha un problema: non vince mai. Almeno non vince quella che per me è la battaglia più importante: l’equilibrio tra essere te stessa ed essere rispettata. La cool girl guadagna terreno, conquista spazi e si prende il diritto di parola, ma in cambio è chiamata a sacrificare, che lo voglia o no, i vantaggi di chi quegli spazi non se li prende e preferisce ripiegare su quella specie di aura sacrale che vede le donne come “il diverso“. Un diverso che nelle fantasie è “intoccabile” in più di un senso, perché toccare può essere ancora sinonimo di mancare di rispetto (pensate a “non starei mai con la sorella di un amico”). Le “vere donne” sono intelligenti, certo, ma proprio perché lo sono “non si perdono in battaglie inutili” (cioè, in quelle che non convengono al fidanzato). Sono quelle che possono sottoporti a delle “prove“, per sincerarsi del tuo interesse, e magari proibirti pure di avere delle amiche (ciao, sono la tipica “amica segreta” di compagni storici e colleghi di università). Peccato che lo facciano anche perché sono quelle che sanno che prima o poi rischiano le corna, in una società monogama in cui l’amore è possesso, ma gli uomini sono visti come queste bestie indomabili e, oh, “sappiamo come sono fatti”. A volte non si tratta neanche di cornificarle, le donne, ma di “tradirle” con una serata in pizzeria insieme ai “compagni”, magari con la partecipazione straordinaria di quella che ti lascia dire pucchiacca in sua presenza.

Sono grata al mio nuovo paese per avermi dato l’opportunità di essere me stessa fino in fondo. Sì, sono sicura che avrei potuto essere così anche in Italia, solo che lì non mi è capitato. Credo che possiamo far sì che capiti più spesso, specie decostruendo certe dinamiche di sessismo benevolo, per cui le donne sono “l’alterità”: basta con gli psichiatri vecchio stampo che infestano le televisioni, e basta anche con quefta falfa divifione tra puttane e spose, come cantava un gettonatissimo guru dei miei tempi: ovvero, la distinzione corpo-mente che, invece di emancipare le donne, le frega. Si presenta con un altro ricatto da smontare: l’unica condizione per realizzarti da un punto di vista intellettuale, è far sì che gli uomini del tuo ambiente dimentichino che hai un corpo. E invece no! Loro sono autorizzati a coniugare corpo e mente, tu pure possiedi entrambi, quiiindiii…

La strada sarà lunga, ma meno di quanto immaginiamo: abbiamo visto come certe sensibilità cambiano nello spazio di pochi anni, come per ondate improvvise.

Cavalchiamo questa, di ondata: la freschezza dei cambiamenti, che pure ravviso qua e là, è l’unica cosa “cool” che voglio ancora nella mia vita.

Llega al mercado «La rosa de Versalles» el manga en el que se basaba la  famosa serie de animación «Lady Oscar» – SALA DE PELIGRO

Arieccoci! Nell’ultimo episodio abbiamo assodato che sono Claudia Schiffer con la simpatia di Jennifer Lawrence. Adesso, per spiegare perché la ragazza fica sia una risposta comprensibile ma sbagliata al maschilismo, vi racconto della volta che mi misi la cravatta.

Ero l’unica donna di un’associazione culturale, in un paesone vicino al mio. Ero finita lì per un motivo nobilissimo e disinteressato: mi piaceva il tizio che mi aveva inserita. Anche se sembrava poco disposto a fa’ carte. Vabbè, intanto mi ero affezionata agli altri, che però non sapevano come trattarmi: ero femminista dichiarata, cioè, non mi mettevo scuorno. E allora? Un pomeriggio che organizzavamo una pizza, uno dei membri dell’associazione mi annunciò che stavolta, in pizzeria, “mi avrebbe trattata come una donna”. Fino a quel momento mi aveva dedicato un misto di cameratismo e curiosità. Per l’occasione, mi fregai la cravatta buona di papà e la indossai su una minigonna, completando il look con degli stivali. Sì, scusate, avevo vent’anni, e poi volevo sfottere questo qui. Che appena mi vide mi scoccò due baci e cominciò a omaggiarmi di una gentilezza diversa, che includeva addirittura qualche casto complimento. Ricambiai con un baciamano. Cominciai a sospettare che la distinzione di genere fosse come una radiolina a transistor: ti sintonizzavi su “uomo”, o su “donna”, ed era sempre la solita musica. Ma era più difficile trovare la mia frequenza, che un caro amico definiva scherzosamente come: “non-uomo”.

Adesso, a me di quell’associazione non piaceva solo il tizio che non mi cacava proprio. Mi piaceva un aspetto importante: potermi rapportare con delle persone che avessero le mie stesse aspirazioni politiche, ma senza adottare fin da subito quella manfrina, semiobbligatoria per le donne, di doversi “dare un contegno”. Per la mia personalità frenetica, la forma di protezione che offriva il “contegno” mi stava così stretta, che all’inizio ne vedevo solo gli svantaggi. Anche perché i vantaggi si riducevano a uno solo, benché importante: gli uomini non ti sfracellavano troppo le gonadi. Spesso, tuttavia, il contegno in questione veniva scambiato per presunzione, o per il classico “tirarsela”: credetemi, il più delle volte è paura di sbagliare in situazioni in cui l’eventualità è altissima. Dai troppa confidenza, e quello che ti sta gentilmente riaccompagnando a casa si fa strane idee, con conseguenze imprevedibili. Ne dai poca e, appunto, te la tiri. A ogni buon conto, le fanciulle del paese dove si trovava l’associazione si mettevano ‘sti occhiali da sole che sembravano piste d’atterraggio, e con quelli riuscivano a camminare senza scomporsi tra idioti che urlavano loro la qualunque: roba che in confronto, nella mia cittadina non proprio all’avanguardia, eravamo tutti reduci da un comizio di Angela Davis. Io a volte mi fermavo a “pigliare questione”, cioè a litigare di brutto con i molestatori, ed ero più, ehm, eclettica nel look, come avrete intuito. A volte, nelle collaborazioni con altre associazioni, mi incocciavo perfino con ragazze che erano simili a me, però magari guardavano storto uno che desse loro la precedenza alla porta (io mi limitavo al balletto sulla soglia, poi, se l’altro rifiutava, passavo).

Come dicevo, questo territorio ibrido in cui mi trovavo mi dava il vantaggio di non dover stemperare una parte di me. Tuttavia, prima o poi è inevitabile scoprire che fare la ragazza fica comporta un sacco di svantaggi. Questo libro, ad esempio, ne riporta un bel po’. Nel mio caso, il problema principale era la rinuncia al diritto di veto. Che era come un diritto di voto, ma al contrario. Le ragazze che si fidanzavano con i miei compagni di associazione si presentavano due o tre volte agli incontri, annusavano la situazione, poi sparivano. Allora venivano usate come scusa da questo o quel compagno per non “fare serata” con noi: a quel punto, la loro presunta intransigenza nell’accaparrarsi tutta l’attenzione del fidanzato le trasformava in creature strane e capricciose, da “tenere a bada”. Sembrava che l’intero rapporto dei miei compagni con loro fosse basato su questo: tenerle a bada, visto che capirle era una missione impossibile. Erano esseri lontani e profumati e ineffabili, che non erano fatti per restare “nel nostro ambiente”. Mica erano come me, mi sentivo ripetere. Mi sentivo anche confessare che era stato necessario difendermi da “certi commenti” di collaboratori esterni all’associazione. Fortuna che, tra questi ultimi, uno non me la mandava a dire: “Io glielo ripeto sempre, ai ragazzi: voi una femmina tenete, là dentro, ed è così! Ehi, ma mica ti sei offesa, per caso?”. Era “un ragazzo dolcissimo”, mi assicuravano gli altri: a volte diceva cose un po’ particolari, ma poi era il primo a pentirsene. Ah, beh, allora. Allora, tutt’a un tratto, mi sembrava di capire le altre ragazze che si auto-recludevano, o almeno intuivo finalmente perché lo facessero.

Loro mi sembravano aver scelto la sponda opposta alla mia, nell’aut aut tra “femmina” e non-uomo: si chiudevano in un mondo in cui i loro passi erano letteralmente limitati (io ero l’unica che usasse l’auto anche di sera, per più di un motivo), ma in cui, “almeno”, venivano rispettate. Se ti metti da sola nel “recinto delle ragazze”, come lo chiama Vichi di Casapound, nessuno ti tocca.

Dai, mi fermo qui. In questa situazione fantastica in cui i compagnelli miei potevano spostarsi a piacimento, dire ciò che volevano e sintonizzarsi sulle donne a onde alterne, mentre le ragazze o stavano nel recinto dell’alterità o diventavano non-uomini: acquisivano cioè tutti gli oneri degli uomini, senza averne anche gli onori.

Riusciranno le nostre eroine a trovare una loro dimensione, invece di confrontarsi al di qua e al di là di una staccionata?

Lo scopriremo nell’ultima puntata!