da mostracatalognabombardata.it

L’altra sera ero a quest’incontro tra un movimento catalano e la comunità italiana, e dovevo rappresentare la mia associazione. L’argomento bombardamenti nella Guerra Civil era coperto da gente più esperta, così avevo deciso di parlare non degli italiani che radevano al suolo Barcellona in nome di Mussolini, ma di quelli che adesso si svegliano alle quattro del mattino per fare la fila per il Nie a Sant Cugat (comunicazione di servizio: non lo fate, adesso anche lì vanno solo per appuntamento).

Alla fine il pubblico aveva gradito e gli organizzatori mi avevano citata un paio di volte, magari un po’ a sproposito perché, quando ho detto che non possiamo votare alle politiche, non stavo raccontando un aneddoto, ma segnalando un’ingiustizia. Però ok.

In particolare mi ha citata un ragazzo che non si poteva certo accusare di guardare solo al passato, visto che gestisce la piattaforma che cerca di salvare il suo quartiere dagli speculatori. Stavolta però non parlava di investitori esteri e gentrificazione, ma di due ragazzi di ottant’anni fa.

Non ricordo bene la storia, ma lei suonava il piano e studiava, prima che una bomba italiana cadesse sulla sua casa e le togliesse quella e il padre, e le insegnasse il significato letterale di “guadagnarsi il pane”.

Anche lui, narrativa simile: la giovinezza con problemi e speranze, poi la guerra, poi la nostra bomba, e l’atrocità di ricominciare daccapo senza affetti e denari.

Questi due si erano incontrati e sposati, e anni dopo, parlandone, avevano scoperto che la loro vita era cambiata lo stesso giorno, per le stesse bombe. Avevano avuto tre figli alla faccia di quel pilota italiano, che magari un giorno sarebbe stato condecorato in Parlamento.

“Questi due” aveva concluso il ragazzo, “erano i miei nonni. E io da ragazzo ho studiato in Italia, e ho scoperto che non era solo il ‘paese della bomba’, ma una terra bellissima. E sono contento di quest’incontro, stasera, con la comunità italiana”.

E allora si era commosso, e anche io, che ascoltavo, mi ero chiesta quanto potesse essere opportuno irrompere sul palco in nome di quei due grammi di rappresentatività che potessi avere come italiana, e abbracciarlo e dirgli “mi dispiace”.

Perché ‘sta storia che siamo brava gente ci ha privati di questa possibilità: del diritto, oltre che del dovere, di dire “mi dispiace”. Pensiamo sempre che non sono fatti nostri, che lo facevano tutti, che ‘sta bomba poteva averla lanciata un tedesco o un franchista (spoiler: no, impossibile) ma era la stessa cosa…

Io poi avrò anche fatto le elementari con Garibaldi, spiritosoni, ma per l’inverno del ’38 ho un alibi di ferro, visto che mio nonno allora aveva diciannove anni.

Però sentite, non regge ‘sta storia che “noi italiani” siamo santi, poeti e navigatori, ma chi lanciava bombe erano “i fascisti”. Noi al massimo eravamo nelle Brigate Internazionali. Eppure i tedeschi si tengono Einstein e Goebbels, Freud e Himmler, Marx e Hitler (ah, no, quello era austriaco, come Conchita Wurst). Si prendono la responsabilità del bene, e del male. È così difficile fare la stessa operazione?

Alla fine ho abbracciato in privato il nipote dei bombardati e il “mi dispiace” mi è rimasto qua, ma nel corso della serata uno più bravo di me aveva già detto: se non possiamo fare giustizia, facciamo memoria.

E credetemi, non c’è nulla di retorico in questo.

 

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L'immagine può contenere: sMS La lezione su San Valentino e San Faustino era inevitabile, un 15 febbraio in cui il libro di testo mi dava un’unità sull’anima gemella.

Allora sono andata di meme, con i più cinici trovati su San Valentino, poi ho dedicato al rivale Faustino la lettura di un articolo “indignato” di Famiglia Cristiana: ‘sto povero ragazzo, a ben vedere, non è “single” neanche sul calendario, visto che è sempre accompagnato dal fratello Giovita. Io poi ho pensato a lungo che quest’ultimo fosse una donna, quindi champagne!

Alla voce “svantaggi della vita di coppia” ne ho dovuto aggiungere uno io:

“Non aprire subito agli ospiti per occultare in ripostiglio uno stenditoio pieno di jeans XL”.

So che il proprietario di tali indumenti potrebbe aggiungere nella sezione svantaggi “Non avere mai più ordine in casa”, al che avrei replicato “Io almeno so usare una pentola a pressione” e il conflitto sarebbe andato avanti “per sempre”, come in una favola al contrario.

Va detto che, nei miei vent’anni ribelli, festeggiare San Faustino era il mio modo stupido di contrastare l’aut/aut tra monogamia e ascetismo, ancora sdoganato nella provincia denuclearizzata pre-Tinder. Avrei scoperto solo dopo che l’amore romantico uccide: per allora mi limitavo a dire che mi sfracellava le gonadi.

Adesso so che le soluzioni dei dilemmi esistenziali non si vendono all’ingrosso, ma sono fatte su misura. E anche così, non sempre… “soluzionano”, come diciamo noi italiani a Barcellona che abbiamo dimenticato la lingua natia (posto che la conoscessimo).

Perché a certe persone la vita di coppia fa bene, o è preferibile a una vita da single, e altra gente in coppia proprio non ci vuole stare. Poi c’è chi si trova bene in tutte e due le condizioni, e chi come me sta un amore da single, ma ha deciso di dare una chance alla coperta tirata da un lato solo (il mio). Mi spiace che chi se ne sta per conto suo venga sempre definito un “cuore solitario” alla ricerca dell’anima gemella: ribellatevi, non siete gemelli di nessuno!

Per tutta la lezione di ieri non riuscivo a non pensare a Irene e Tati, due ragazze che non conoscete perché le ho inventate io, in un romanzo che è la cosa più vicina a un figlio che abbia avuto finora. Irene ha scambiato un idillio da Erasmus per le basi di una convivenza, e Tati, che la sa lunga, le spiega che non può costruire la sua vita attorno a un uomo. Poi la costruisce lei intorno a una donna. Finisce che Irene che voleva partire resta, e Tati che voleva restare parte. Raccontato così fa cagare, e magari è vero, ma posso dirvi che Tati aveva le sue buone ragioni (rimettersi in gioco con un viaggio, un nuovo patto raggiunto con l’amata…), come d’altronde Irene aveva le sue (reinventarsi da sola, imparare dai suoi errori…).

Vale anche per la gente in carne e ossa: si tratta di vedere, fatta salva l’incolumità fisica e psicologica degli individui, quale scelta vada bene per noi.

Già sapete, c’è chi per amore finisce a prendere la Bastiglia. E non sempre va benissimo.

 

 

 

L'immagine può contenere: 3 persone, folla, sMS e spazio all'aperto

Dalla pagina Facebook di Csa Sisma

È il mio compleanno, mi fate un regalo? Lasciatemi sfogare!

Perché è stata una settimana movimentata per me e per l’Italia, e in questi casi pullulano le persone che nello stato spagnolo si chiamano amargados, o amargadas.

Esportate questo termine urbi et orbi! Deriva da amargo, cioè amaro, e designa una condizione dell’anima, uno stato di continua insoddisfazione, che la persona interessata tende a rovesciare a badilate sul prossimo.

Un misto tra amareggiato e acido, insomma. Ma in forma cronica.

Io credo che l’amarezza sia tipica, e perfino comprensibile, nei nostri tempi di precarietà lavorativa, discriminazioni etniche e di genere, minacce terroristiche… Il problema è quando chi ne è affetto scambia la malattia per la cura, come se scaricare i propri problemi sul mondo risolvesse anche i problemi del mondo.

Esempio. La mia improvvisa spedizione a Napoli mi ha portato ad apprezzare il Sanremo di quest’anno, a parte il tristo “omaggio alle donne” che d’altronde mi ha ricordato l’unico video brutto dei Jackal: in un paese in cui l’8 marzo significa spogliarelli, temo che manchi proprio l’ABC per ripensare le donne al di là dei figli e del lavoro domestico non retribuito.

Su Facebook però ho trovato una tizia che considerava Sanremo propaganda e i manifestanti di Macerata dei coglioni: si sentiva molto figa per questo suo “non farsi abbindolare”, poi tutto quello che ha saputo dire della questione catalana è stato “sono come la Lega“, e ho smesso di leggere. Questa qui sapeva sputare solo rabbia e frasi fatte, a un certo punto mi sono chiesta che problemi avesse e mi ha fatto davvero pena. Ovvio che è una tra i tanti.

Sono dunque costretta a ripetermi: quanto sarebbe bello se prima di buttarci anima e corpo in una causa risolvessimo i nostri problemi personali? Lo dico da femminista che ha cominciato da bimba per rabbia e continua da adulta per consapevolezza. Perché una cosa è dissentire, indignarsi, arrabbiarsi pure, e un’altra odiare, con tutte le forze e con una rabbia che acceca tutto il resto. Nel secondo caso è molto probabile che i problemi li abbiamo con noi stessi, e li sfoghiamo sulla causa che ci siamo scelti. Per questo gli psicologi dovrebbe passarli sempre la mutua! E in mancanza di quelli, un lavoro serio su se stessi porterebbe a un risultato brillante: continuare a lottare per le stesse cose, ma con l’energia di chi non ha più niente da prendere e tutto da dare.

E quando questo succede, credetemi, possiamo davvero cominciare a parlare di “giusta causa”!

 

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Da fromthegrapevine.com

Ok, lo confesso: ieri è stata una giornata complessa e innaffiata di limoncello, quindi non ho le idee lucidissime.

Però mi è successo lo stesso che in quella puntata di Black Mirror col sensore che ti ritrasmette i ricordi: solo che nel mio caso è bastata una telecamera.

Ero alla premiazione di un concorso letterario all’aeroporto di Capodichino, e dal posto comodissimo che avevo trovato non vedevo la faccia del ben noto presidente della giuria. Mi giungeva smorzata la sua voce che faceva un po’ Pino Daniele, e che a un certo punto mi era sembrata dire:

“Il racconto che ha vinto non è mica bello, ma è quello che meglio rispondeva agli scopi del concorso”.

“Ua’, a questo punto non voglio essere la vincitrice!” ho sibilato all’amico seduto al mio fianco.

Immaginerete cosa sia successo subito dopo.

A dirla tutta tutta, non avevo capito nemmeno di aver vinto: pensavo fosse tipo Miss Italia, che annunciassero prima il terzo posto. Con impeccabile aplomb mi ero avvicinata alla giuria, decisa a vedere che succedesse e agire di conseguenza. Allora mi era piombata in mano una carta d’imbarco gigante con il posto 26B, che è il tipico asiento trasero esposto a ogni perturbazione che mi assegna la Vueling.

Già che ero lì, ho chiesto al giudice indicazioni per migliorare la scrittura, e lui ha esordito con: “Ti taglio le mani!”. Promettente premessa per una bella scoperta: ero “colpevole” di scelte stilistiche suggeritemi da amici più esperti, e adottate a malincuore. Vatte a fida’ d’ ‘a gente!

Svariate ore e diversi bicchieri di limoncello dopo, ero ancora convinta di aver vinto “nonostante il mio racconto non fosse manco ‘a chiaveca”, parafrasando. Quando i potenti mezzi della tecnologia (il mio Lenovo collegato al sito di Capodichino) mi hanno riproposto il discorso del giudice, ho scoperto di non averci capito una ceppa.

Il che mi porta a pensare: quante volte non abbiamo capito una ceppa e coviamo rancore per tanto tempo? O ci resta una brutta impressione di qualcuno che in realtà era del tutto innocente.

Ho scoperto molti anni dopo che un’amica non intervenuta a una mia festa aveva subito un brutto incidente proprio quel giorno, e non me ne aveva parlato per delicatezza.

Così come è uno spasso pensare di aver fatto colpo su qualcuno per bellezza o simpatia, e scoprire che invece quella persona sta sparlando di noi.

Suppongo che l’indicazione generale sia sempre quella: inutile sprecare tempo ed energie in ricordi che non siano belli o almeno utili. Anche perché quello che capiamo noi è una parte infinitesimale di ciò che accade.

A proposito: io ancora non sto capendo cosa accada in Italia. Ma che davero uno spara per strada a persone immigrate e non è razzismo ma “il gesto di un folle”? Allora non lo fate solo col femminicidio! (Scusate il termine, eh).

Quindi mi permetto di saltare di palo in frasca (lo so, che novità) e tradurre dal catalano le conclusioni di quest’articolo, scritto da un maceratese che non ci sta a vedere la propria città utilizzata come sinonimo di una tentata strage fascista. Manifestate anche per me!

Chi davvero sta esprimendo una forte condanna dell’accaduto è l’antifascismo cittadino, con a capo il centro sociale autogestito della città, il Sisma. All’indomani dei fatti, domenica 4, ha avuto luogo una flash-mob antirazzista spontanea senza sigle politiche. Il Sisma sta lanciando anche un appello a una manifestazione nazionale a Macerata per il prossimo sabato 10 febbraio. Nel comunicato del centro sociale sull’accaduto, si evidenziano la definizione del gesto di Traini come “terrorismo fascista” e le prove della continuità ideologica rispetto al discorso politico incentrato sulla “sicurezza”, che il Sisma indica come predominante in Italia. Ovviamente troviamo l’invito a tutte le forze antifasciste del paese a partecipare alla manifestazione del 10.

 

 

Risultati immagini per topolino storie a bivi Non avevo dubbi che nel piccolo gruppo maceratese che frequento a Barcellona ci fosse qualche conoscente dell’attentatore: finora era stata una gara al compagno di scuola più disagiato, con picchi che anche prima raggiungevano la tragedia. Da napoletana ipotizzo che non sia questione di un posto concreto, di una fabbrica di mostri sbattuta ogni tanto in prima pagina.

Fatto sta che a domanda “Che tipo era, a scuola?” mi è giunta la laconica risposta:

“Era l’ultimo in tutto“.

Allora la mia mente, che lavora molto per associazioni istantanee e veri e propri flash d’immagini, mi ha riproposto davanti agli occhi un altro che poi è diventato fascio. Ma non me l’ha ricordato com’è adesso, da adulto che nega l’Olocausto oppure parla di sostituzione etnica. Me l’ha fatto rivedere bambino, a scuola, con la testa sempre abbassata e l’incapacità cronica di spiccicare due parole in croce, tanto che si era parlato davanti agli altri alunni di “mandarlo da uno specialista”, con l’erronea noncuranza di chi crede che i bambini non capiscano niente.

Non tutti i bambini così finiscono a sparare alla gente per strada, ed è importante ricordarlo prima di usare nevrosi e disagi come “tana libera tutti”, se le vittime sono straniere e in tanti pensano che il carnefice abbia fatto bene, “magari avessero tutti lo stesso coraggio!”.

Io infatti vivo a contatto costante con persone che da quel disagio hanno creato nuove realtà, un po’ per culo e un po’ per tigna, e sempre da napoletana credo sia importante anche questo: ricordare che sia possibile, non sei spacciato solo perché vieni da quell’ambiente là, per quanto lo possa credere chi ha più soldi o meno accento di te.

Temo che certe realtà non ci lascino mai del tutto, così come io non sarò mai libera, né intendo esserlo, dalla “provincia denuclearizzata” in cui i figli dei professionisti finiscono nelle migliori sezioni e si ritrovano trent’anni dopo in consiglio comunale, o nelle stesse posizioni di comando occupate dai genitori.

Però riuscire a farne qualcos’altro, decidere che “noi non finiamo lì“, credo sia l’unica parte importante che possiamo giocare nella nostra esistenza.

E se c’è bisogno di chiamare più spesso “uno specialista”, per aiutarci nel processo, ben venga. Se qualcuno o qualcosa può fare la differenza tra un giovane emarginato e uno in pace, mai come oggi sappiamo che ignorare ci costa più che agire. Come abbiamo scoperto anche a Barcellona un 17 agosto, non sempre ci vuole la sfera di cristallo per capire che certi disagi non porteranno a nulla di buono.

Topolino ci ha ingannati, con le sue storie a bivi: non sempre si può scegliere quale strada prendere.

Ma quella volta che si può, facciamolo.

Risultati immagini per votantonio votantonio Fino all’ultimo volevo chiamare questo post “Autoinganni”, in riferimento alle maniere molto sottili che abbiamo di “girare la frittata”, di convincerci che il mondo va come diciamo noi, solo che non se n’è ancora accorto.

Faccio spesso l’esempio dell’Orlando friendzonato (girato quando Ariosto ha venduto i diritti a Netflix), che capita in un boschetto di alberi vandalizzati da Angelica e Medoro. Leggendo le iscrizioni lasciate dai due innamorati (e meno male che non c’erano ancora i lucchetti!) il Nostro decide che in realtà la ragazza volesse dichiarare il suo amore a LUI, ma che per dissimulare gli avesse dato un soprannome. Come direbbe Veronika, la televenditrice interpretata da Lucia Ocone: “Seh, e allora io so’ vergine e incensurata!”.

Ma siamo tutti un po’ Orlando, quando ci mettiamo. Riporto qui alcuni casi che trovo emblematici, aspettando i vostri.

  1. Il personaggio skomodo. C’è in tutti i gruppi Facebook d’italiani a Barcellona, e in tutti i gruppi e basta (di amici, colleghi…). Alcuni collettivi di espatriati sono proprio dedicati alla skomodità, come se non bastassero le nostre stanze 1 metro x 1 metro a soli 350 euro al mese (quando ci va bene)! Lo skomodo non rompe mai le gonadi, fa sempre e solo satira (specie quando non la fa). Al massimo dice, appunto, le verità skomode. Sua specialità è langiare una provogazzzione: che so, postare su Facebook un link che annunci la scoperta di un truffatore. Cliccandoci sopra approdi sul tuo profilo, scherzone stratosferico, e se ti lamenti con lui ti dà anche dell’imbecille, uno senza senso dell’umorismo. Perché lui è scomodo. Non gli frulla neanche per un attimo l’idea che, magari, potrebbe star dicendo davvero delle cagate pazzesche, o facendo scherzi idioti. Certa gente nasce con la camicia.
  2. La sottovalutata. O sottovalutato. Metto prima il caso femminile per fare autocritica: ha fatto comodo anche a me partire da un problema sociale reale (l’educazione femminile alla sottomissione),  per argomentare che “se gli uomini non sono interessati a me, è perché hanno paura di una donna che non sia sottomessa”. Ok, adesso lo ammetto: a volte non era nessuna paura, non mi si filavano e basta. Mi consolo pensando al mio equivalente maschile: quello che sostiene che “le donne vogliono uno coi soldi che le riempia di smancerie”, mentre lui è “orgogliosamente povero” e “purtroppo sincero”. Caro il mio zio Tom, se vinci al Superenalotto allora li dai a me? Già ti vedo lì a rispondermi: “se mi regali dei soldi non mi offendo, ma non mi ci vendo mica l’anima!”. Allora concludiamo insieme che la nostra società ha imposto per secoli certe regole di comportamento, difficili da eludere. Ciò non toglie che potremmo ritentare entrambi: scommetto che, cambiando un po’ le frequentazioni, saremo più fortunati.
  3. Incompreso. Non a caso è anche il titolo di un film strappalacrime  (tratto da un libro) su un bambino che deve lasciare questo mondo crudele, per farsi capire! Col protagonista il soggetto in questione ha in comune che non fa mai nulla di sbagliato: sono sempre gli altri. Che si offendono se fa domande troppo personali, o mette in dubbio la loro buona fede. È che il mondo è infame e lui ha il problema di essere “troppo buono”. Oppure, come il sottovalutato di cui sopra, è “troppo sincero”. Consigliamo la lettura di un fantastico articolo del Daily Mash che ‘ad sensum’ potremmo tradurre con: “Donna ‘troppo sincera’ si rivela essere semplicemente insopportabile”.
  4. L’esploratrice. Esiste anche al maschile, ma mi fischiano troppo le orecchie per non parlare innanzitutto di voi, eroine 2.0 che vi scegliete solo psicopatici e accettate che vadano e vengano dalla vostra vita, senza che si risolvano a fare né una cosa né l’altra. Siete davvero convinte che sotto sotto vi ami, ma non abbia gli strumenti o la serenità per capirlo. A questo punto devo confessare che il capolavoro me l’ha fatto un amico: gli avevo parlato del due di picche più celebre della mia onorata carriera. Il suo commento è stato: “Vabbe’, se uno dice che ‘ti vuole bene ma non ti ama’ devi saper leggere tra le righe”. Magari proviamo a considerare questa possibilità: se uno afferma ‘non ti amo’, vuole dire proprio quello. Saremo tristi per un po’, e poi potremo passare oltre.

Di recente vedo due categorie particolarmente afflitte dall’autoinganno: i politici trombati e i candidati respinti a un colloquio di lavoro. Ovvio che le idee esposte al comizio o al colloquio erano troppo “avanzate” per il pubblico, impreparato di fronte a tanta caparbietà e voglia di fare.

Nel caso dei candidati respinti, spero di cuore che valga il “ritenta, sarai più fortunato” del punto 2.

Quanto ai politici trombati, già sapete: votantonio votantonio votantonio…

Risultati immagini per stakanov Comincia con una scemenza: il regalino di fine anno alla maestra, l’addio al nubilato di nostra sorella. Non parliamo, poi, di qualche piano “dopolavoro” coi colleghi, o di un piccolo progetto di volontariato. Diamo la nostra disponibilità con riluttanza, ma anche con la fiducia che ci costerà poco e niente in termini di tempo ed energie: esattamente quello che prevede l’innocuo progetto iniziale.

E invece a organizzare ci si mette lui: Stakanòff. Così “napoletanizziamo” in famiglia il nome del leggendario lavoratore sovietico. Anche se lo S. di turno non è per forza un uomo, né dev’essere ucraino: è la persona più energica del gruppo, quella volitiva che, scava scava, scopriamo essere anche quella con tanto tempo a disposizione, o denaro da spendere. Alla prima riunione tra volontari sottolinea la necessità di “fare le cose per bene”. Le date tutti ragione, e più o meno le suggerite, per un misto di gentilezza e pigriza, che ha carta bianca. Vi prende in parola.

Allora il regalino alla maestra diventa una gondola in murano da andare a prendere direttamente a Venezia, che “di questi tempi chissà in che condizioni arriva per posta”; l’addio al nubilato finisce per prevedere biglietti aerei sui 200 euro e una sorta di rapimento della sposa, con tanto di spiegazioni da dare a un brigadiere poco convinto.

Non vi dico, poi, i progetti di volontariato: magari vi trovavate al bar quando S. ha buttato lì il discorso di “darsi da fare”, senza consultare entità più esperte, e una settimana dopo state impiegando due ore della vostra domenica a imbottire trenta panini. Li andate a consegnare sotto la pioggia a riluttanti senzatetto, e questi vi confessano di essere stanchi di quella roba sempre uguale: “Non è che avresti del riso?”. Tratto da una storia vera.

Insomma, offrite il proverbiale dito a qualche lavoratore indeFesso, e quello si prende tutto il braccio. Perché oh, “lui si sbatte per tutti quanti”. E se si sbatte lui, o lei, “il minimo che possiamo fare è dare il nostro piccolo contributo“.

Ci sono due problemi:

  1. il piccolo contributo non è affatto piccolo, è tutto quello che potevamo offrire;
  2.  il progetto non è nostro. Sarà bello e ci avrà anche convinto, ma non svolgiamo che una piccola parte dei piani pensati per noi da qualcun altro. Che grazie al ca’ che si sbatte di più, ha fatto tutto lui!

La vita è piena di progetti che iniziano in un modo e finiscono in un altro, e fin qui pace: il problema sorge quando questo finale inaspettato ci costa il doppio delle energie previste, con la metà della soddisfazione.

Allora che fare? Mollare tutto? Dipende: se a organizzare eravamo in tanti, la nostra ritirata crea problemi agli altri, e poi ci risulta difficile dimenticare che ci eravamo presi un impegno.

Ovviamente, se siamo del tutto contrari alla piega che hanno preso le cose, chiamiamocene fuori senza pensarci troppo.

Ma se ci interessava comunque questa riffa, questa serata di beneficenza, questa biblioteca di quartiere da portare avanti con le nostre forze, diamo il via alle trattative! In tre mosse.

  1. Protestiamo pure, fornendo prove e facendo esempi concreti di quanto siano cambiati i piani.
  2. Affrontiamo con serenità eventuali ricatti morali del Superorganizzatore o della Madre Teresa, che si confesseranno i primi delusi e finanche “truffati” da qualcosa in cui hanno “investito tanto”.
  3. Facciamo proposte: suggeriamo di coinvolgere più gente, di cambiare i turni di lavoro ecc. Qualsiasi soluzione possibile, mettiamola sul tavolo.

La quarta non la metto in lista, ma non è da sottovalutare: ricordiamoci che non siamo soli. Nove su dieci, quando con le migliori intenzioni ci rubano tempo ed energie il malcontento è comune. Non tutti hanno lo stesso coraggio di manifestarlo, per cui senza brigare consultiamo onestamente i compagni di sventura: non si tratta di “allearsi contro qualcuno”, ma essere il più onesti possibile, con noi e con l’altro.

Non siamo tenuti a rispondere di tutto quello che non funziona, possiamo solo fare ammenda per la nostra parte. Dopo questo “mea culpa” dovremmo sentire l’obbligo verso noi stessi di usare il nostro tempo come più ci fa bene.

Prima o poi capiremo che solo così potremo far bene anche agli altri.

E allora non dovremo più evitare certe trappole: saranno quelle a evitare noi.