La vita è fatta di priorità, e ieri c’era la polenta.

Quella che “la ragazza della porta accanto” (letteralmente) avrebbe preparato per me e l’altro inquilino, con del sugo fatto di fiocchi di soia macerati e ripassati con un soffritto di carote insieme a tofu, salsa di pomodoro e un gocc… vabbe’, con del ragù vegano, gente: così facciamo prima, e le vostre coronarie reggeranno, ve lo assicuro. Un’alunna ha ordinato davanti a me una pizza all’ananas, e sono qui a raccontarlo.

Il mio sugo preferito è quello d’avena, ma questa fanciulla che manco è veg mi ha umiliata prima con un trionfo di bontà, e poi con una telefonata in giapponese perfetto in cui diceva al quarto convitato di rimettersi presto, e alla prossima. Roba che io, dopo un anno di Duolingo, ho capito solo “ciao” e la sua presentazione.

Dopo, mentre la povera chef scappava al lavoro, ho avuto modo di parlare finalmente con l’inquilino fantasma: l’uomo che come unico segno della sua presenza aveva la bicicletta in corridoio, e che mi mandava messaggi tipo “Scusa se non ti ho riconosciuta in ascensore, ero sbronzo!”, al che dovevo rassicurarlo: “Tranquillo, non ero io”.

Adesso ho scoperto tante cose: prima di tutto, che riesce a scolarsi la vodka che io uso, letteralmente, solo per i brufoli; poi, che assumere la menzionata vodka per via orale mi ubriaca all’istante in qualsiasi posologia (ok, era un’unghia, e non è proprio una novità); infine, che lui aveva deciso di affittare l’appartamento nello spazio di due ore perché si era separato da poco, dopo una relazione ultradecennale. Quindi non è che beveva solo perché era scozzese!

Tanti mesi a vederci doppio in ascensore (lui) e a rimuginare da sola su rinunce importanti (io), e non abbiamo mai bussato l’uno alla porta dell’altra.

Insomma, questo e altro è successo ieri nella nostra umile dimora (roba che manco Amélie), quindi non mi dispiace troppo di essermi persa il vermut letterario con Bel Olid, autrice tra le altre cose di Follem?, che in catalano un po’ bastardo vuol dire “Scopiamo?”.

Un libro sul piacere e il modo in cui ci viene “insegnato”. Perché sì, viene insegnato, e più per omissioni che in lezioni vere e proprie, purtroppo. E l’autrice, che guardava sia le tette della prof. di matematica che il culo del prof. di educazione fisica (sic) ha avuto più problemi nella vita delle persone cis etero (tipo me), ma anche più possibilità di “uscire dal copione”: quello degli amplessi televisivi, spesso etero, coincidenti col coito, e sfocianti in un improbabilissimo orgasmo simultaneo, sperimentato nel giro di qualche secondo. A.I. di Spielberg è stato stroncato per molto meno!

Insomma, di libri come il suo ne ho letti un po’, da queste parti. Ma mi piace la freschezza con cui dipinge certe situazioni, e soprattutto la libertà che sente nell’inventarsi il piacere. Che per lei è, prima di tutto, “uno scambio”. Di pelle, o anche di messaggi a distanza.

Vi estrapolo e adatto un po’ le frasi più interessanti lette finora, così intanto digerisco la polenta (e la vodka!).

Tutti gli studi indicano che la maggioranza di persone fornite di clitoride arrivano all’orgasmo con pratiche diverse dal coito, e che di solito implicano un contatto col glande della clitoride. Il cosiddetto orgasmo vaginale è in realtà un orgasmo clitorideo, in cui si stimolano altre parti non visibili (ma molto presenti) della clitoride.

Il nostro desiderio viene penalizzato senz’ombra di dubbio da quello che crediamo dovremmo desiderare.

Noi persone dotate di vulva, cresciute per essere donne, siccome possiamo riprodurci senza provare desiderio, siamo state le grandi escluse dal parco d’attrazioni che è la sessualità ricreativa.

L’omosessualità viene presentata come accettabile solo nella misura in cui si accettano le altre norme: monogamia e volontà di “formare una famiglia”.

Ogni volta che vai in strada con una persona con cui hai una relazione sessoaffettiva e hai voglia di baciarla, devi decidere se è un ambiente sicuro o meno, perché finché non la baci ti protegge (o ti opprime in parti uguali) la presunzione di eterosessualità.

Se fossi arrivata ai quindici anni con una relazione sessoaffettiva ragionevole, non avrei dovuto chiedermi niente quando mi sono sentita attratta da persone del mio stesso genere, né avrei confuso per tanto tempo l’attrazione sessuale con l’interesse amichevole.

Tutta la società dà per scontato che in un certo momento della vita sentirai desiderio, e sarà per persone dell'”altro” genere (con cui, peraltro, non è previsto che coltivi amicizie profonde).

Come donna cis posso portare i capelli corti o non truccarmi senza nessuna discriminazione evidente, però invece donne trans che decidono di non portare i capelli lunghi e non truccarsi hanno molte più difficoltà a essere riconosciute come donne.

Moltissime persone sperimentano desiderio per persone di diversi generi in momenti diversi della loro vita.

La conquista dei diritti non è stata ottenuta per tutti gli individui del collettivo LGBTQI+. Le lesbiche migranti che non hanno la documentazione che esige lo stato, non hanno questo diritto [quello al matrimonio] garantito.

[C’è l’idea che] sia sesso “vero” solo se c’è un coito, e basta che ci sia un coito perché sia sesso.

In questa visione pneumatica del sesso, tutto inizia quando c’è un pene in erezione, e tutto finisce quando finisce l’erezione. Se la deflazione è perché il proprietario cis del pene ha avuto un orgasmo, si considera un rapporto sessuale pieno. Se è per altri motivi, si considera un rapporto sessuale fallito.

Credo che non arriverò a vedere il mondo che vorrei […]. Sarebbe un mondo in cui non sarebbe necessario uscire dall’armadio, perché non ci ficcherebbero proprio lì, quando nasciamo.

Il mio portamonete gigante. Sono troppo fashion.

Questa storia è a metà tra la figura di merda epocale e il mio solito pippone sull’intersezionalità tra genere e classe sociale.

Perché l’altro giorno ero in metro ed è entrato in vagone questo mendicante: un anziano corpulento con una gran barba, e con una malattia alla pelle che mostrava a tutti attraverso gli abiti, estivi per l’occasione.

Per la verità si è presentato anche con un pezzo di pane in bocca, che masticava prima di riprendere la questua. La mia impressione è stata che dicesse: la mia pelle parla per me, che aspettate a darmi qualcosa? In effetti, la sua pelle parlava per lui.

La sua tattica, ammesso che fosse programmata, era puntare qualcuno fisso, e avvicinargli con insistenza il bicchierino con le monete, come se l’altra persona gliele dovesse – il che, a livello più sociale che individuale, non era del tutto campato in aria.

Indovinate a chi è toccato.

Ebbene sì: alla biondina con la borsa a forma di portamonete gigante (che ho comprato da Humana, quando ci ho accompagnato un’amica, contravvenendo alla mia abituale politica di boicottaggio).

Il questuante era un uomo davvero grosso, si reggeva su una stampella. Mi guardava severo, assentiva come per incoraggiarmi: apri questo borsellino gigante e dammi qualcosa.

Ho avuto la sensazione che quest’uomo fosse convinto di potermi dare ordini: di essere in diritto di farlo. E pure quella che mi separavano da lui vari abissi di privilegio.

Ho fatto cenno di no con la testa, mantenendo un’espressione ferma, e un accenno di sorriso che era più una smorfia.

Anni fa ho passato diverse domeniche pomeriggio a preparare panini per i senzatetto: una ventina alla volta, e solo formaggio e insalata, perché quasi tutti in strada potessero mangiarne. Li accettavano e ringraziavano, ma sospiravano anche un poco. Qualcuno si faceva coraggio e chiedeva: “Non è che avete un po’ di riso? Questa roba la mangio ogni giorno!”. Le mie compagne dell’associazione tornavano a casa soddisfatte e convinte di essere brave persone.

Io pensavo che qualcuno, in un ufficio con fuori uno stemma istituzionale, non si preoccupava proprio di questa parte della popolazione: tanto c’era il volontariato, e poi i mendicanti mica votano. Ci pensava la polizia a scacciare questa gente dal centro, almeno dai Bancomat al chiuso, dove loro avrebbero potuto dormire al caldo, ma poi i turisti non prelevavano.

Per questo sono diventata critica verso la beneficenza, dagli abissi, si diceva, del mio privilegio.

Tendo a dare un euro o due per volta, ogni tanto. Ho sempre la sensazione di star facendo poco e niente per chi me li chiede, e la mia sfiga cronica mi ha messo in situazioni in cui quelle monete mi avrebbero risparmiato bei grattacapi: una volta, a Roma, stavo perdendo il treno perché il giorno prima avevo dato dei soldi a un tipo che mi stava seguendo, e non trovavo più il biglietto della metro che mi aveva regalato mio fratello. Avevo cinquanta euro, e letteralmente un minuto per cambiarli. Alla fine avevo comprato una borsa da mare rosa shocking in un bazar cinese – “Può darmi qualche moneta, col resto?” – e avevo preso il treno per un pelo.

Questa e altre cose mi hanno fatto pensare a quanto poco possiamo fare con la nostra elemosina – il che non significa che dobbiamo smettere di farne – e quanto siano complicate le miserie umane che nessuno vuole sanare davvero.

Il metodo del tipo con la malattia alla pelle funzionava: mentre mi guardava severo, e io ricambiavo serena, la gente intorno a lui gli dava monete. Ora ero io la cattiva che non ubbidiva alla sua richiesta.

Alla fine, il mio avversario in quella battaglia di sguardi se n’è andato dedicandomi un insulto sdegnato, in una lingua che non conoscevo. Potevo, però, immaginarne la natura.

“Gracias” gli ho risposto, a bassa voce.

Lì per lì non ci ho pensato molto su, è solo una storia che mi è capitata.

Le persone in metro, ammesso che si siano prese il disturbo di pensare qualcosa di me, mi avranno considerata un’egoista, ingrata con la vita. Disumana, magari. E loro saranno i buoni.

Che vi devo dire.

Fare la buona a comando è da un po’ che mi riesce male.

“Ragazza!”.

Ora, quante probabilità ho che mi succeda di nuovo, di girarmi e scoprire che ce l’hanno con me?

Quindi mi sono voltata verso la parte di Sant Pere Més Baix che mi stavo lasciando alle spalle, e ho scoperto che era il cantante.

Quello che alla Festa del Marocco ci ha fatto intonare un ritornello in arabo che ho ripetuto sulla fiducia, e i Menas presenti erano entusiasti: Menores Extranjeros No Acompañados. Quelli che Vox accusa di essere il male del paese.

“Sono il futuro della Catalogna!” ha detto invece Med, presentandomeli. E mi ha spiegato, da bravo organizzatore dell’evento, che a rubare non è che l’1% di loro, ma i pregiudizi sono duri a morire.

“Ciccio, io sono di Napoli” gli ho ricordato.

I ragazzi non sapevano bene cosa intendessi, e dove fosse Napoli. Allora Med, passando all’arabo, ha pronunciato la fatidica parola: mafia. Niente, manco una criminalità “a parte” ci riconoscono. È un po’ come quando mi consigliano “una bella pizza croccante” in quel ristorante pisano, ho presente?

I ragazzi sono stati gentili: mi volevano dare due coche invece di una, e l’autrice del couscous più buono della mia vita – in opzione veg su richiesta dell’organizzazione – mi ha offerto un piatto delizioso, anche se meno abbondante di altri. Forse credeva che questa blanquita presentatasi con un vestito sopra il ginocchio avrebbe mangiato come un uccellino.

“Allora, tornate a ballare o state ancora divorando il couscous con frijoles?” scherzava il cantante, confondendo apposta il piatto maghrebino col riso e fagioli latino.

Per lui ero cilena: “¿De dónde sos?” mi ha chiesto – che poi “sos” invece di “eres” lo associo più all’Argentina, e gli argentini mi chiamano “tana“, o al massimo “tanita”. Poi ha detto che gli piaceva la tarantella.

“Tu di quanti posti sei?” ho replicato, per ricambiare.

Marocchino d’origine, ma culturalmente era “del mondo”. Più di preciso, di Sant Pere, quartiere in cui Marocco e Caribe convivono nelle stesse palazzine popolari: infatti il suo concerto comprendeva reggae, salsa, reggaeton e questi ritmi arabi i cui ritornelli imparavo a fatica. Il suo giovane pubblico, intanto, si era impossessato del microfono rimasto acceso: una ragazza con i capelli raccolti in un foulard color sabbia cantava pop arabo e latino; due Menas si alternavano, con tanto di base presa dal cellulare; un bimbo s’intrufolava ogni tanto con lo stesso rap: “Se viene la polizia la uccidiamo, se c’è una spia la accoppiamo…”.

“È tuo, questo bambino?” mi ha chiesto poi il fotografo, indicandomi il piccolo afrolatino che riprendeva il compagnello rapper (“¡Vaya canción que has cantado, loco!”).

“Magari” ho risposto, dubbiosa all’idea di riuscire a generare dei ricci così fitti, o anche la pelle caffelatte della bimba accanto a me, che chiedeva a una pallida zia di “fer un monyo” (fare uno chignon, in catalano) a una brunetta che mi pareva gitana.

“Mi è nato un figlio da quattro mesi” mi ha confessato invece il cantante, dopo avermi chiamato “ragazza” sulla strada della metro. Per questo è passato da quel micromondo arabo-caraibico all’Hospitalet charnego (che è come dire “terrone”) della sua fidanzata, che ha i genitori andalusi. Beh, è un posto tranquillo, lo confortavo io.

“Sì. Ma sai cos’è?” ha sospirato. “Lì sembra proprio di essere in Spagna!”.

E vi giuro che a Barcellona, invece, è una sensazione rara, quella di essere in un posto preciso del mondo: lo ammettono anche il resto dei catalani.

“Qui, invece, è Europa” ha concluso infatti il ragazzo.

Europa. Quella mattina ero stata alla formazione di Mediterranea Saving Humans, e avevo scoperto un’Unione Europea impotente, incapace di far fronte a invasioni solo presunte, e più che disposta ad appaltare le soluzioni a terzi, perlopiù bastardi dentro.

Intorno a noi, invece, il Sant Pere mezzo gentrificato diventava via Laietana – con le transenne di stagione fuori la Policía Nacional –  e poi Plaça Urquinaona: ma io già attraversavo il carrer Comtal, dopo aver dato due baci napoletani al “marocchino del mondo”.

Lui mi ha ricordato che sabato prossimo c’è un evento simile, con altra musica, e che ho una promessa da mantenere: a quel karaoke improvvisato dopo il concerto, uno dei ragazzi più grandi mi chiedeva di continuo di prendere il microfono, e gli ho garantito che sabato prossimo, se lui canta in arabo, anche io faccio la mia parte.

E questa è la canzone che ho da offrire all’Europa.

 

Oggi il post lo scrive l’amico che, nottetempo, mi mandava questa riflessione:

C’è un ragionamento che ho fatto su di te, non so se te l’ho mai detto: a un certo punto, tutto il discorso che facevi a vent’anni sul tuo amore non corrisposto è stato una telenovela per molti di noi, o almeno per me, che ti ascoltavo con interesse e partecipazione.

Però a un certo punto mi sono chiesto: ma lei non ha mai pensato che questa cosa non può essere, e punto? Non si realizzerà, e niente più. In certi frangenti mi sembravi ostinata, vedevo che questa tua concezione dell’amore andava talmente oltre che poi ti accecava, nei ragionamenti e nei modi di fare.

Forse da più giovane tendevo a pensare così, in modo spiccio: quella persona mi piace ma non è interessata, o è già fidanzata, o non staremmo bene, e allora non se ne fa nulla… Adesso invece c’è una parte più poetica di me, che dice: e perché no? Non poteva succedere, per la mia amica? O per me?

Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’, e siccome sei molto lontano… No, vabbe’, la pianto. E comincio dalla fine, cioè, dalla domanda: non poteva succedere?

Sì. Di fatto, a un certo punto sembrava proprio che stesse succedendo. E cosa ho fatto, quando si stava realizzando l’ammore contrastato dei vent’anni, il tempo fare quel viaggetto veloce?

Non sono tornata più.

Perché? Beh, difficile dirlo. In ogni caso, quando “stava per succedere” non è stato per opera mia. I miei sforzi e i miei discorsi ultraromantici hanno fatto poco e niente, rispetto a una serie di circostanze propizie e contingenti: cambiamenti di vita o di lavoro che aprivano nuove strade. Se però c’è una cosa che non riusciamo ad accettare, o almeno fatico io, è che a volte non possiamo “fare” niente: tutt’al più possiamo aspettare che qualcosa succeda, e intanto, per favore, dedicarci ad altro. Per favore.

Poi, va da sé, c’è questo “ripensamento” sulle romanticherie passate che possiamo avere con i quaranta alle porte, e la paura di essere diventati più cinici, meno sognatori: allora rispolveriamo l’amore di gggioventù, come se con quello tornasse anche la gioventù (“avere cent’anni dentro” mode on). Per come la vedo io, se invece che cinici riusciamo a essere solo pratici, siamo a cavallo. Devo citare un bell’intervento sul mio caso umano, nel forum universitario in cui provavamo a sbrogliare le nostre telenovelas:

All’ *assenza* puoi dare qualsiasi forma..qualsiasi odore..soprattutto quello agrodolce dei ricordi.
Il vuoto può contenere tutto, un po’ come il buio che può nascondere qualsiasi cosa, anche ciò che non potrebbe esserci.

Ed è così facile, al buio, dirsi che sarebbe stato meglio se fosse andata diversamente. Che ne sappiamo, noi? Intanto restano le altre vicende, quelle che succedono alla luce del sole. Quelle che richiedono costanza, impegno… ripetizione, insomma: questo modo un po’ noioso che abbiamo noi esseri umani d’imparare a campare.

Capisco che il fascino di un eterno ammore contrastato, che ho sentito tutto sulla mia pelle e non mi farò lo sgarbo di negare, è questa sua inafferrabilità che nuove circostanze – la distanza, altre persone, altre vicende – mi hanno aiutato a preservare, a salvare dalla noia dei giorni.

Ho sentito di “amori impossibili” finiti bene, che hanno fatto giri nello spazio e nel tempo per diventare storie… terrene, fatte anche di mutui e figli da mandare a scuola. Spesso ho avuto l’impressione che, più che la tenacia degli antichi amanti o la volontà del Fato, avesse potuto ancora una volta una congiuntura favorevole – un tornare liberi allo stesso tempo, un ritrovarsi nello stesso luogo, e in un momento difficile per entrambi…

Per cui, le nostre storie infinite e mai… finite – in un letto, o in un rapporto concreto… – sono state una buona palestra per quello che nella società di oggi ci viene richiesto: immaginazione, sempre che restiamo nei ranghi. E l’aspirazione a qualcosa d’inafferrabile.

Ciò che in teoria è ineffabile si compra di più, e si vende meglio: la crema che ci farà approssimare all’ideale di bellezza che vogliamo, l’auto che ci darà la sensazione di potenza che vorremmo ispirare. L’importante è non raggiungere mai l’obiettivo e continuare a comprare tutto, anche i sogni.

Questo sogno romantico, venduto in comode rate che non liquidiamo da duecento anni, è carino per un po’, poi ci accorgiamo di una cosa: non è che crei “false aspettative“, come dicono tante che lo decostruiscono. Piuttosto, crea falsi bisogni.

Che bisogno ho io di concentrarmi su qualcuno che non mi si fila, per quanto possa essere straordinario? Perché ho “bisogno” che si concentri su di me? Soprattutto: il giorno che – per circostanze che non controllo del tutto – dovesse farlo, sarò pronta a renderlo uno scambio quotidiano di libere umanità? Oppure avrò raggiunto il mio obiettivo e, come per magia, tutto questo sfumerà?

Il buio può contenere tutto: le paure, le idee.

Quello che non ce la fa a racchiudere, è il resto di noi.

 

L'immagine può contenere: 1 persona Un caro amico mi disse una volta che quello che distingue un adulto da un bambino è la capacità di aspettare, per soddisfare i propri bisogni.

Io ho ricambiato spiegandogli che l’amore non è meritocratico, e credo abbiamo passato quel che restava della nostra gioventù a dimostrarci, tra le altre cose, le rispettive teorie.

Ieri ho pensato alla sua, davanti alla tabella di marcia che mi aspettava questa domenica. Poi ci ho ripensato dopo, a domenica passata. Perché ho fatto tante cose, è vero, e mi sono piaciute quasi tutte: sono stata al gruppo di scrittura, e in fondo mi ha fatto bene. Ho pure confortato una finlandese che sta per pubblicare un libro, e che non ne può più di tutte le scartoffie che le stanno dando per firmare… Le ho detto che, anche se le cose dovessero andare a schifio, passerà tutto quando vedrà il suo libro bell’e fatto. Mi sono resa conto dopo, con estremo imbarazzo, di dove abbia già sentito affermazioni del genere. Di solito, ai compleanni dei bambini.

Ieri, invece, era il Profeta a compiere gli anni: me l’ha spiegato alla festa – mormorando una serie di lodi dopo la parola “Profeta” – la presidentessa delle Donne arabe in Catalogna, che mi ha raccontato anche di quanto le sia piaciuta Assisi, dov’è stata con la Comunità di Sant’Egidio. In realtà non sapevo niente della ricorrenza perché a quell’evento mi ci aveva invitato un latino, suppongo ateo, che gestisce questo centro culturale, e voleva solo raccogliere un po’ di soldi per i ragazzi arabi che dormono nel parco vicino alla Chiesa di Sant Pau, e che di miracoloso hanno questo: ogni tanto viene la polizia, li sgombera, e problema risolto. Magia! Poi qualcuno si suicida prima ancora di finirci, al parco. Oppure va Vox fuori al centro per minori a spiegare con dati farlocchi che rubano e stuprano più di tutti.

Stavolta invece erano allineati e coperti, nell’Ágora Juan Andrés… Oddio, “coperti” non tanto, che questo gioiellino del Raval è all’aperto, e la mia accompagnatrice se n’è andata insieme a me per il freddo. Per chi restava, si prospettava un buon pranzo a base di spezzatino, taboulé e insalata. Queste due cose avrei anche potuto mangiarle, come mi hanno ricordato più volte le organizzatrici, ma ho preferito lasciare la mia offerta e andarmene a una trionfale Fiera Vegana, con l’organizzatore che, stavolta, aveva venduto quasi tutto – il penultimo tiramisù gliel’ho preso io.

Poi però ho anche studiato un po’ le gigantesse sulle cui spalle provo a stare in equilibrio precario, quando scrivo: l’ho fatto nel co-working gratuito che ha sempre le saracinesche abbassate da un mese, da quando è iniziato “l’autunno caldo” indepe.

Cavolo di domenica, insomma! Posso dirmi soddisfatta. Ho anche fatto delle scuse ironiche (perché quelle vere so che non potrò farle mai) a un ragazzo nero che ci si è seduto accanto alla festa di compleanno di cui sopra, e mi ha detto che qui in quattro mesi si è preso un permesso di tre anni, mentre in cinque anni in Italia non ha cavato un ragno dal buco, a “Bergàmo“. Lo pronunciava come certi francofoni che se gli togli l’accento sull’ultima vanno in crisi. Ma “Salvini“, ve lo assicuro, lo sapeva dire benissimo. Allora gli ho insegnato il concetto di “vergüenza ajena”, che significa “vergognarsi al posto di qualcun altro” (che a Napoli esiste, altrove nella penisola non saprei).

E allora che c’è che non va nella mia fantastica domenica?

È una specie di fame. Mi prende quando le cose si fanno prevedibili, quando le traduzioni in spagnolo procedono e così i nuovi manoscritti, e anche il caos degli ultimi tempi torna calmo.

Allora una parte di me si ribella alla vita ordinata che le ho imposto – quella di chi sa cosa vuole, e ha deciso che è tutto lì – e scalpita per andare altrove, per spaziare. E così, questa me bambina che fa ancora i capricci non tanto si rallegra perché l’ormai mitico guru del gruppo di scrittura l’ha invitata “a lavorare insieme in biblioteca”, e con un altro scrittore simpatico, ma piuttosto si rammarica per non aver parlato di più col nuovo acquisto, che arriva pieno di belle frasi, ma sempre assonnato, e si sospetta che dorma in strada. Questa parte fa progetti da adulta, tipo ipotecare la casa per scapparsene dal centro, poi guarda due annunci e dice: “Uuuh, un terrazzone sgarrupato! Fanculo al bilocale d’occasione!”. Meglio un bilocale economico che sembra fatto in serie, o una terrazza sgarrupata al sole? Meglio un ruolo di comparsa in guerra, o una parte da leader in gabbia?

Mi dicono che la differenza tra un adulto e un bambino è che l’adulto ha la capacità di aspettare, per soddisfare i propri bisogni.

Ma a questa, di bimba, difficilmente dirò di stare buona.

Ogni volta che ci ho provato, ha fatto peggio.

 

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“Restituiteci Ayoub, lasciateci vivere in pace” (da segre.com)

Vi stavo vedendo. In migliaia a Bologna manifestavano per la democrazia, e dopo dieci anni è arrivata la condanna degli assassini di Cucchi.

Sono cose che fanno bene, fanno sperare. E alla fine il principino in TV non vendeva politica, stavolta, ma vestiti: ci sarebbe da chiedersi quale sarebbe il confine tra la libertà di parola, e lo sberleffo impune a certe decisioni d’annata del popolo italiano.

Lo dico anche perché ora vivo in uno stato in cui s’era votato per la repubblica, e una quarantina d’anni dopo il dittatore morente ha deciso: “Perché no? Tornasse la monarchia!”.

Su questo, ribadisco, c’è la forte impressione che con l’indipendentismo di sinistra vediamo gli stessi problemi, ma abbiamo una fiducia diversa nelle possibili soluzioni: era di martedì scorso la notizia di Anonymous Catalonia per cui cui era stata respinta nel parlamento catalano la “mozione presentata dalla CUP che ingiunge al Governo della Generaltat a mettere fine, tra le altre cose, alla repressione contro le mobilitazioni popolari, per 71 voti contro (JxCat, ERC e PSC) e 11 voti a favore (Cup e Comú-Podem)”. Forte constatare che Cup e il movimento di Colau, accusato di non schierarsi nettamente sulla questione indipendenza, erano “soli contro tutti” anche quando s’è trattato di provare a mettere un tetto massimo agli affitti pazzi di Barcellona. A volte gli avversari aiutano più degli alleati.

Invece, c’è qualcosa che accomuna tutti, che percorre dinamiche simili tra i paesi, e si traduce nella stessa violenza istituzionale.

Ieri ero a fare una visita guidata nel Raval, questo quartiere così bistrattato che mi ha preso il cor, per dirlo alla vecchia, e ho ricordato un particolare: il mio ex “ravalistano” mi raccontava che, se un imbecille scassava un telefono pubblico (ce n’era ancora qualcuno, ai tempi!), e lui stava lì vicino, la polizia accusava automaticamente lui, che co-gestiva tre negozi di frutta e voleva tornare alla pallavolo professionale.

Memore di questo, diffondo il comunicato con cui diversi collettivi catalani – tra cui Tanquem els Cies e i CDR – chiedono la liberazione del giovane Ayoub, catturato durante i disturbi del 18 Ottobre a Lleida “mentre aspettava la sua compagna” (per Publico, la sua coinquilina) e tradotto a Madrid, dov’è in attesa del decreto di espulsione.

L'immagine può contenere: testo

Per chi non capisse lo spagnolo, ho abbozzato qui sotto una traduzione sommaria:

Fermiamo la deportazione di Ayoub

Ayoub è residente in Catalogna dal 2017. Lo scorso 18 ottobre, mentre stava aspettando la sua compagna, con cui viveva, è stato detenuto a Lleida dai mossos d’esquadra, nel corso delle proteste per la sentenza del Procés. Tale detenzione ubbidiva alla pratica poliziesca, abituale, della detenzione per motivi razziali. Vista la sua situa situazione amministrativa, per Ayoub è stato attivato un procedimento di espulsione prioritaria, è stato privato della sua libertà e internato nel Centro d’Internamento per Stranieri (CIE) di Barcellona, con la minaccia di essere espulso dal territorio spagnolo.

Stanno trasferendo Ayoub a Madrid con l’obiettivo di deportarlo in tempi brevissimi.

La criminalizzazione da parte della polizia, la detenzione, la privazione di libertà e il processo di deportazione forzata come sanzione prevista dalla Ley de Extranjería, fanno parte di un sistema politico, sociale e giudiziario che rivela l’ottima salute del razzismo nello Stato spagnolo, in corrispondenza con tutte le sue istituzioni.

A sua volta, il razzismo di stato si costruisce e si alimenta della disumanizzazione dei collettivi che segrega. Le pratiche razziste istituzionalizzate convivono all’interno delle logiche democratiche di questo paese e sono responsabili della riproduzione del razzismo sociale e dei suoi agenti.

Per tutto questo, denunciamo la persistenza di un sistema razzista in questa società, che discrimina, rende illegale ed espelle parte della sua popolazione.

Esigiamo che si arresti il processo di deportazione e che Ayoub venga immediatamente liberato.

#Ayoubrestaqui

Vi suona familiare, vero?

 

L'immagine può contenere: dessert e cibo

Dal Facebook dello Spice Cafè: era questa, ma 100% vegetale

Io non so niente, io portavo la torta.

Sabato, mentre plaça Universitat si riempiva di indepe, e i Comitati di Difesa della Repubblica (CDR) progettavano di “spostarsi altrove”, io andavo a ritirare un dolce che avrei portato a un compleanno, e per strada incontravo un amico italiano, che mi diceva a bassa voce:

“Sta’ a vedere che domani vincono le destre, per colpa di ‘sti stronzi”.

E i suoi occhi nocciola puntavano in direzione della strada che avevo percorso fino a quel momento.

Di solito, all’accusa di consegnare il paese in mano alla destra, “‘sti stronzi” rispondono: “Vero, ce la siamo cercata… Come ci permettiamo di volere una repubblica antifascista, in uno stato in cui appena la metti in mezzo votano fascio?”.

O almeno lo dicono quelli che poi, mentre tornavo indietro sollevando la torta, cominciavano a marciare… sì, avete indovinato: verso casa mia! O meglio, verso la piazza a due passi, con l’intenzione di scendere “un po’ più in giù”, verso la caserma della Policía Nacional – che, per l’appunto, è dietro casa mia.

La torta pesava. La pasticceria me l’aveva proposta di 25 centimetri di diametro, quindi me l’ero immaginata relativamente piccola, rispetto ai catafalchi che si offrono da me. Dimenticavo che fosse un negozio a vocazione ‘mericana, quindi me l’avevano fatta letteralmente di tre piani, calcolando anche l’abbondante farcitura.

“Dove ci vediamo?” chiedevo una volta a casa agli altri convenuti, via WhatsApp. La domanda, in realtà, era: “Posso uscire?”.

Perché, intanto che rientravo in attesa dell’appuntamento fuori da me – saremmo andati tutti insieme al locale – sentivo il rombo del solito elicottero, e avevo visto diverse camionette disposte sotto casa… Insomma, l’unica buona notizia era che, se rimanevo assediata lì, stavolta avevo di che mangiare.

In realtà, tempo venti minuti e l’ok per scendere arrivava, la serata andava bene e il dolce veniva apprezzato un po’ da tutti.

Certo, leggerissimo non era: lo stavo digerendo ancora il giorno dopo, quando, davanti a me, si apriva un video col leader di Vox, che fa un po’ Mastrolindo coi capelli, e che per festeggiare i 52 seggi (più del doppio di prima), esordiva con “¡Viva España!”.

“¡Viva!” approvava una folla piena di bandiere spagnole, a quanto pare entusiasta all’idea di:

  • difendere la patria dai “golpisti catalani che sequestrano i cittadini” (parafraso);
  •  proclamare l'”uguaglianza di tutti gli spagnoli” (leggi “il femminicidio non esiste”);
  • proteggere “le nostre frontiere” (…).

Mentre Salvini mi diventava al confronto una suffragetta (“in realtà lui è un cuñao“, avevo spiegato quella mattina a un astensionista basco), la folla prima restava in silenzio – per forza di cose – davanti all’inno spagnolo, e poi cantava entusiasta El novio de la muerte: io, più franchiste di quella, posso immaginare pochissime canzoni (qui l’intera questione dell’inno de la Legión, featuring Unamuno).

E in Catalogna? La destra è scesa un minimo, invece di salire alle stelle come altrove. E con buona pace di chi pensa che “sono come la Lega“, vince ERC, l’indipendentismo di centro-sinistra.

Intanto, Anonymous Catalonia mi dava la buonanotte con la promessa che si sarebbero messi dalle sette del mattino di oggi a seguire la giornata di proteste, che prevede, tra le strade tagliate, l’occupazione dell’AP-7 alla frontiera con la Francia.

Vi lascio con la traduzione dell’ultimo messaggio della piattaforma, rivolto a chi bloccava la strada con il proprio veicolo:

“Arrivano altre gru. Le ultime auto dovrebbero tenere i conducenti all’interno, perché così non se le possono portare. Quando saranno arrivate altre auto, quelli che restavano dentro potranno lasciare il veicolo, e quelli appena arrivati aspetteranno che ne vengano altri per poter andare a loro volta al presidio”.

Io dico che sono organizzati.