Risultati immagini per marriage life funny   Conosciamoci al contrario, dico io. Tra innamorati, intendo.

Conosciamoci quando non stiamo dando “il meglio di noi” e lo sappiamo, quando abbiamo abbassato la guardia perché pensiamo di stare a casa nostra, liberi di dividerci le doppie punte davanti a Netflix e a quella tazza di surrogato del caffè che in Italia ci costerebbe l’esilio (ma abbiamo già provveduto da noi).

Mettiamoci fissi nella stessa casa, con calosce pelusciose ai piedi e occhi pesti, col bagno in disordine e tante, tante cose da dire su dove l’altro riponga le tovaglie per i pasti quotidiani (sempre troppo vicine a quelle delle occasioni speciali).

Insomma, scopriamoci nelle situazioni più quotidiane, e non quando siamo belli e impomatati, e pronti per uscire insieme un sabato sera, col solito rituale del paga lui, la prima sera al massimo un bacio, vediamo chi chiama per primo.

Che ve ne pare, della mia idea?

Lo so, penserete che sarebbe un disastro.

In realtà, più che altro, non è fattibile: prima di metterci una persona “estranea” in casa, la dobbiamo, appunto, conoscere!

Ma se l’amore dev’essere basato su un’idealizzazione dell’altro, sul corteggiamento più stereotipato e la visita obbligatoria dall’estetista, preferisco i calzini bianchi sul pigiama. Certa che tra quelli e la tutina da casa firmata Calvin Klein ci siano tante, bellissime vie di mezzo.

Si dice anche che gli amanti trasformati in partner fissi siano un disastro per questo, perché ci piacevano proprio per la scappatoia alla routine che ci offrissero.

Quando diventano essi stessi routine, che ce ne facciamo?

Boh, magari proviamo a tollerarli in questo loro aspetto “pantofolaio” e vediamo se ci piacciono anche così.

L’amore romantico uccide, dicono da queste parti. Nella maggior parte dei casi, più che altro, delude.

Io guarderei con sospetto a tutto quello che somigli a un protocollo con ruoli ben distribuiti, e che suonino come un prendere o lasciare.

Ecco, quella roba lì è più pericolosa della verdurina tra i denti.

Annunci

Da http://www.siporcuba.it/mir-68.htm

A volte le parole hanno vita propria, e lo rispetto. Continuo a dire “ambaradan” nonostante il termine nasca da una strage in Etiopia, di quelle che gli italiani brava gente sono stati così veloci a dimenticare. Così come dico “in bocca al lupo” e, se lo augurano a me, rispondo “crepi”. Una napoletana non si fa fessa, sulle espressioni apotropaiche: l’Accademia della crusca mi ha confermato che il significato iniziale era scaramantico. Confesso che se finissi in bocca a un lupo mi ritroverei a desiderare, in effetti, che crepasse.

Però ci sono espressioni, tic linguistici, o anche solo modalità di formulazione delle frasi, che mi sembrano inopportune. Pazienza se il mondo le usa, io non lo farò.

Per esempio, ultimamente mi sono imbattuta in varie occasioni nel luogo comune per cui, per “rimorchiare” una ragazza di sinistra, devi citare questo o quel filosofo o, in epoche letterariamente più modeste, qualche cantante indie italiano. A un seminario, un giovane ricercatore greco spiegava che a fine anni ’60, tra l’opposizione studentesca alla Grecia dei colonnelli, si diceva che chi non avesse letto Marcuse non avrebbe mai conquistato una donna. Gli Hipster Democratici scrivevano una cosa simile sulla loro pagina a proposito di qualche complesso indie che mi sto disgraziatamente perdendo (mi bastano Pa-pa-pa-pamplona e le sue – sempre più scheletriche – ballerine).

A Savastano la perdono, la frase “S’acchiappa malamente con quest’indie”. Per il resto, invece, badate bene: anche in piena area “zecche”, che immagine emerge delle donne? Vagine ambulanti che devi attirare in una rete, come il lepidottero che evocano, con qualsiasi mezzo. Perfino la citazione filosofica, o musicale. A giudicare da un documentario che ho visto, se ne lamentavano le stesse lettrici di Marcuse negli anni ’60, quando intervistate dicevano: “Qua se non la dai a tutti sei una borghese retrograda”.

In tempi meno impegnati c’è sempre la carta “nipotino”. Uno degli esseri più infelici a cui mi sono accompagnata, ed è una gara degna di finire alle Olimpiadi, mi ripeteva come un mantra che quell’estate sarebbe andato ad “acchiappare” in spiaggia con suo nipote in braccio. Eravamo in quella linea d’ombra tra relazione stabile e scopamicizia che mi fa quasi riconsiderare i matrimoni combinati. Ed era uno scherzo, il suo, ma è curioso che si senta ancora l’esigenza di scherzare sulle donne come se fossero bambine da attirare con dei dolciumi.

Per non parlare di un motto che ho ascoltato nelle mie rare incursioni nella cosiddetta Napoli bene: “mai con la sorella di un amico”. Perché? Beh, per rispetto all’amico e alla sorella (in quest’ordine). D’altronde, “Salutame a soreta” è un insulto d’annata. Allora andare con una equivale a non rispettarla? Il sesso è ancora visto come un modo di degradare la donna? Le sorelle sono ancora “proprietà” dell’amico e baluardo del suo onore? Ma che davero?

Che vuoi farci, obietterete. Mezzo mondo usa queste espressioni, dal significato ben più evidente di “ambaradan” o “in bocca al lupo”, e magari con più leggerezza che convinzione. Non sarai tu a farle rimuovere, mi dirette.

Ok, ma non sarò neanche io a usarle. Non considererei mai un uomo come un cavallo da attirare con uno zuccherino, e se un uomo non facesse altrettanto con me non m’interesserebbe nemmeno. So che amore e sesso ci rendono incredibilmente insicuri, ma se guardiamo all’attrazione e al desiderio come appetiti da soddisfare a qualsiasi costo, li rendiamo sempre più “cari” e meno piacevoli.

Sarà che vivo in un posto che dà molto peso a tutti gli aspetti della questione di genere, linguaggio incluso, e su questo argomento sta facendo un lavoro fantastico.

Ma possiamo arrivarci anche noi, eccome se possiamo.

 

Risultati immagini per finestra sole Stamattina mi ha svegliato… No, non il silenzio, come a Marcovaldo, ma il trapano. Alle 8.20. Domani sveglia alle 6.45, che vado a insegnare fuori città. Oggi invece toccava il trapano, per gli eterni lavori nella palazzina dove sto in affitto.

Il mio pigiama di pile era umidiccio, e allora l’ho steso un po’ fuori alla finestra, sui fili più lontani dai piccioni: a lavarli ogni due giorni, i pigiami si restringono, e i miei già starebbero stretti a Memole. Intanto i fagioli sul fuoco cominciavano a borbottare all’unisono coi termosifoni, che per un’agghiacciante decina di minuti non sembravano disposti ad accendersi. Bastava cambiare le pile alla centralina del termostato (ed è subito Jackal).

Solo dopo aver fatto tutto questo mi sono potuta sedere al pc a scrivere ‘sta palla di post, anche se ogni tanto mi devo alzare a girare i fagioli.

Lo so, faccio una vita noiosa, triviale, volgarotta nelle sue manifestazioni quotidiane. Però mi piace. Mentre stendevo il pigiama c’era un solicello che mi faceva perdonare sia gli otto gradi su Montjuïc, che le piantine già pronte a darmi oggi la mia allergia quotidiana. Il rosmarino che ho messo nei fagioli sta diffondendo un discreto aroma, piacevole quanto il tepore lasciato da quest’oretta quotidiana di termosifoni che rende abitabile la casa.

Me l’aspettavo così, la mia vita, da piccola? La sognavo così quando mi rivestivo di asciugamani per simulare il mio matrimonio? O la comunione, che per me era lo stesso. Ricordo anche quando ho scandalizzato le compagne di classe, in terza elementare, dichiarando che i figli li avrei voluti fare “da vecchia”. Diciamo a 25 anni.

Certo che non me l’immaginavo così. Ma la parte più complicata di tutto il gioco sono sempre le aspettative che ci siamo fatti in altre epoche, e che possiamo evitare alle nostre bambine, ai nostri bambini.

Peraltro quelle erano epoche ottimiste. La Famiglia del Mulino Bianco ci diceva che convivere sotto un tetto era facile, la signorina Boccasana doveva fare un lavoro proprio figo, ai suoi vent’anni scarsi, e sotto sotto pensavamo tutti che things can only get better.

E invece si dimenticavano di comunicarci che non è vero che si può solo migliorare. È possibile che una generazione possa essere più precaria di quella che l’ha preceduta. Viziata? A volte. Bambocciona? Argomentazione sopravvalutata. Precaria sì, quello è un fatto.

E poi c’era la trappola di sempre, quella che consiste nel non dire. O nel dire solo quello che basti a credere nella favola borghese, e a spendere soldi per realizzarla.

I più viziati di noi l’hanno scoperto solo andandosene di casa, che i letti non si rifanno da soli. Il fatto che provvedesse nostra madre, o una donna meno abbiente che le risparmiasse quel lavoro, non significa che sia uno scherzo spostare un materasso, specie quello di un matromoniale. Così come è un casino stare dietro alle bollette, quando si ha la sacrosanta fortuna, per nulla scontata, di poterle pagare.

Ma no, noi educhiamo i nostri bambini a essere supereroi e principesse, in un mondo in cui la colazione si prepara da sola, i fagioli precotti sono delicatessen e, per dirne un’altra, è un vero piacere sacrificare la propria carriera alla maternità. Strano che gli uomini non vogliano fare altrettanto, sarà l’ “istinto materno” o la constatazione che, guadagnando generalmente di più, non se lo possano permettere.

Forse, se ci insegnassero a prevedere il pigiama sudato, i tempi di cottura dei fagioli, i lavori precari che dovremo sobbarcarci perché i termosifoni si accendano, potremmo goderci meglio il sole, il profumo di rosmarino, e la gioia che sono convinta possa regalare crescere un altro essere umano. Specie se lo cresciamo più consapevole e preparato a diventare una persona felice, invece che un altro illuso.

E ora scusatemi, devo girare i fagioli sul fuoco.

Risultati immagini per intuition funny Ciao, sto ancora cercando di salvare capra e cavoli delle massicce dosi d’irrazionalità che mi sono permessa negli ultimi anni.

Sarà che sabato, a un mercatino di beneficenza, ho preso uno di quei libri di self-help che ho messo da parte di nuovo per leggere romanzi. Tanto era offerta a piacere.

Sarà che, per la gioia di Gennaro d’Auria, uso i tarocchi in classe per ripassare i tempi verbali (passato prossimo, stare + gerundio e futuro semplice), e ogni tanto indovino cosette facilmente prevedibili: ho un alunno che mi evita.

Sarà che guardavo un po’ a distanza le foto su Facebook del prof. di un’amica, e le ho chiesto all’improvviso: “Qui era al matrimonio della sorella?”. “Sì, c’è scritto sotto! Come hai fatto a indovinare?!”. Elementare, Watson: elegante, ma non abbastanza da essere lo sposo. Vent’anni di meno, quanti doveva averne una napoletana di mezza età al momento del matrimonio.

Insomma, l’intuizione sempre per il cervello passa, è ovvio. La questione è che segue percorsi più immediati rispetto a quelli che percorriamo per ragionare nel senso comune del termine.

Non è così irragionevole neanche ricordare un amico proprio mentre mi chiama, se entrambi abbiamo pensato a una ricorrenza, o visto qualcosa (specie ora, coi Social Network) che abbiamo associato all’altro. Delle migliaia di pensieri che abbiamo in un giorno, saprà il nostro cervello quali ci sia più utile collegare. E questo, a mio parere, è più magico di Maga Rowena. È come ai tempi antichi, quando andavamo a consultare un oracolo e una sacerdotessa sotto acidi ci diceva parole più oscure di un testo in inglese di Tiziano Ferro. L’interpretazione che davamo era la più “conveniente” per noi.

Una delle coincidenze più gustose che mi siano successe è stata in metro, in una bella giornata di novembre. Ero entrata in vagone pensando, tra le altre cose, a un amico che ripartiva per l’Italia con moglie e figlia, al desiderio di fargli una festa d’addio. Ebbene, me lo sono ritrovata nella stessa carrozza, a qualche porta di distanza. Ne ho riconosciuto la voce, parlava al cellulare.

Magari in un altro momento non me ne sarei neanche accorta, solo che avevo appena pensato a lui ed ero più “sensibile” alla sua voce.

Fatto sta che l’ho invitato con l’inganno a una banale uscita tra amici, che si è poi rivelata una festa a sorpresa per lui e famiglia.

Comunque arriviamo alle nostre “magie” quotidiane, la cosa più importante è farne buon uso.

Risultati immagini per cucchiarella Avete presente quando mammà prendeva la cucchiarella “per il nostro bene”? Ecco che la storia si ripete, come farsa ovviamente, nell’età adulta.

Ho sentito diversi compaesani affermare che se non studiamo a scuola le nostre lingue regionali (lasciamo perdere la disputa lingua-dialetto), è per il bene delle lingue stesse, perché non vengano cristallizzate in delle forme fisse.

Capisco il dubbio: un’amica sarda affermava che alcuni bambini algheresi, a scuola, stessero studiando il catalano standard, non quello locale. Commentava quindi: “Vediamo se le istituzioni riescono a far scomparire quello che si è mantenuto intatto per secoli”. Rischi simili, però, mi sembrano più correlati a una metodologia didattica che a una reale salvaguardia del “dialetto”: non credo proprio che lo si preservi di più non insegnandolo, per rispettarne la ricchezza. Se obietti che si sta perdendo proprio per la sua assimilazione all’italiano, rispondono che “è la naturale deriva di una lingua”. Spero che valga anche per gli anglicismi e i prestiti vari che fanno gridare allo scandalo tanti amanti dell’italiano!

Quest’idea della lingua “del popolo” (un popolo odiato e amato, ma sempre “altro”) è un mito frequente nel ceto medio meridionale a cui appartengo, che da circa un secolo e mezzo prova a sentirsi normale, anzi, per usare un termine sempre in voga, perbene. Uno dei fattori della sua “rieducazione”, a un certo punto, è stato un rapporto di amore/odio con la lingua dei nonni, che nella migliore delle ipotesi è sfociato nella diglossia, cioè nell’uso privato del cosiddetto dialetto, e nella peggiore nella rimozione totale.

Questo processo porterebbe a formulare una conclusione a mio avviso più sincera: “Sappiamo che, quando si è trattato di ‘fare gli italiani’, abbiamo perso un patrimonio culturale importante, ma ormai è fatta e non sentiamo l’esigenza di recuperarlo, o certo non vogliamo si faccia a scuola”. Severo ma giusto, come si suol dire oggi. Più che giusto, onesto. Ma quella tra onestà e umanità è una falsa rima: ci piace infiorare le cose. Trovare un motivo nobile per mantenerci nelle nostre convinzioni.

E il motivo più nobile a cui possiamo pensare è spesso: “Lo faccio per il tuo bene”.

Sicuro sicuro?

Mi viene in mente il cartello nella chiesa di Sant Pau che spiega che l’aborto vada condannato “per il bene delle ragazze”, perché per loro è un trauma ecc. Lì la domanda sorge spontanea: ma che davero? Per il bene delle ragazze o delle “vite” che credete di salvare?

So che qui non vi troverò d’accordo, ma trovo che accada qualcosa di simile con la questione dell’utero in affitto, che secondo molti andrebbe proibito “per il bene delle madri”: non ci soffermiamo su come prevenire gli episodi di possibile sfruttamento, ma bolliamo tutto il fenomeno come un torto fatto a povere donne indifese, che noi ci sentiamo assolutamente in diritto di dirigere verso dei valori sani. I nostri. Sarà che, spesso, sono valori inculcati con la cucchiarella da genitori che di per sé non dovevano avere un gran rapporto con la sincerità.

Come loro, noi facciamo tutto per il bene degli altri e non sempre siamo sinceri con noi stessi.

A volte abbiamo bisogno di trasformarci in critici cinematografici, per apprezzare un film di guerra senza sembrare meno intellettuali. O dovevamo aspettare un “ignoto” cantante napoletano con video ben fatti, per ascoltare musica che, in un’altra lingua, avremmo definito forse mainstream.

Sarà la ricchezza spontanea del nostro “dialetto”.

Risultati immagini per maggiordomo

Presto nelle nostre case, se facciamo domanda all’Ajuntament :p

Lo so, lo so, la strada più breve tra due punti è una retta. Se tanti italiani a Barcellona protestano per la cacerolada delle 22.00, è perché non ne sopportano il rumore.

Così come non imparano il catalano perché si scocciano, e perché per farsi capire basta lo spagnolo. Legittimo, specie quando non adducono motivazioni più creative.

Però niente da fare, provo sempre a guardare a monte, a individuare le predisposizioni mentali dietro proteste all’apparenza innocue come quella per gli “schiamazzi notturni”. Mi resta il sospetto che in tanti abbiano lo stesso problema che avevo io, da bambina, a trovare il Nord: pensavo che tutto quello che fosse davanti a me fosse Nord. Giuro!

Insomma, ero la bussola del mondo.

Poi sono cresciuta, o almeno spero, perché è un processo complicato che non sempre riesce.

Infatti ricordo gli italiani all’estero intervistati da Claudia Cucchiarato, che affermavano spesso: “Quando sono andato a vivere a Londra/Barcellona/Berlino volevo proprio vedere come mi avrebbe accolto la città”.

Peccato che le città non “accolgano”. Possono rendere molto complicato trovare un alloggio, procurarsi i documenti per lavorare, ma non possono aspettarci con un cartello di benvenuto e un contratto di lavoro in mano.

Certo, possiamo sempre ergerci a bussole del mondo, esigere dalla città che ci tratti bene. Così, se mezzo vicinato si mette a sbattere pentole siamo indignatissimi, perché ci rovinano la visione della TV. Ovviamente è la punta dell’iceberg, di tutta una roba che non ci piace. Perché? Perché crediamo nell’unità di Spagna? Uhm. Perché fuori dall’Italia siamo diventati all’improvviso i difensori dell’ordine e della legalità? Magari! Ripenso alla storia della retta e azzardo: perché a noi non ce ne viene niente in tasca. Anzi, abbiamo paura di perdere tempo e soldi.

Si sa che Barcellona esiste solo per soddisfare i nostri desideri frustrati dall’Italia ormai “invivibile”. Quanto accadesse prima del nostro arrivo, Sagrada Familia a parte, non è importante perché non ci riguarda.

È vero, non siamo i “giovani che non vogliono lavorare” che si sono inventati i giornali. Ma di questa “ricerca della felicità” non ne facciamo un progetto sociale: la felicità spetta a noi perché siamo noi.

E gli altri? Gli altri dovrebbero essere a nostra disposizione.

Ci accorgiamo solo dopo che non è vero: mai troppo tardi, si capisce, ma già in ritardo per non poter più fare almeno un po’ di cose.

Forse però era quello che almeno alcuni di noi volevano: una vita da “eterni illusi” (o eterni sognatori, se preferiamo), in cui ogni cosa non riuscita è sempre per colpa di qualcos’altro, qualcun altro.

Qualcuno che non si è messo a disposizione.

Risultati immagini per castanyada cassolada

Da Nació Digital*

Ieri, mentre mezza Catalogna si mobilitava per l’arresto dei consiglieri, io lavoravo e muovevo i primi passi burocratici per vendere casa.

Risultato: l’alunna della prima lezione credeva che il plurale di “ragazzo” fosse “ragazzis”; un amico di Madrid trapiantato a Siviglia mi mandava un articolo che diceva “comprate casa, ma non vendete”, in sintonia con le bestemmie del mio agente immobiliare.

Dopo ho raggiunto i miei, venuti in visita per la castanyada, al Corte Inglés di Portal de l’Àngel: scimunivano un povero commesso, intento a spiegare a mio padre che  i suoi pantaloni XL erano stati presi nel reparto infantile.

Risultato: l’indepe e io abbiamo trascinato i miei in un vietnamita hipster (di solito andiamo ai cinesi sozzi), dove mio padre si è messo a sindacare sulla passione di certi asiatici per le zuppe. Gli ho ricordato che lui è l’uomo che mette il gazpacho in microonde.

All’uscita abbiamo colto gli ultimi cinque minuti della cacerolada (cassolada in català), e i miei si sono impressionati. L’indepe è andato via per un impegno, mio padre ha proposto di tornare a casa a piedi.

Risultato: in prossimità del Paral·lel, abbiamo sentito in stereofonia a un volume proibitivo l’inno spagnolo, salutato da fischi, bis di cassolada e urla tipo: “Feixistes!”, “Visca Catalunya!” (“Visca!”).

“Cambiamo strada” ha proposto papà.

“Proseguiamo” ho imposto io.

“Che succede?” ha chiesto mamma.

Sulle nostre teste, affacciata a un balcone che batteva ben due bandiere spagnole, c’era la coppia che aveva trasmesso l’inno, intenta a ribattere con veemenza agli insulti di vicini e passanti.

“Mi limiterei a denunciare per schiamazzi notturni, verrebbero pure agenti catalani” ho osservato io.

“Smettila di esporti” ha replicato papà, e si è girato a sollecitare mamma.

Lei intanto avanzava placida in quel profluvio di parolacce.

Quel suo incedere sereno, da dea olimpica, mi ha ricordato l’atteggiamento che mi piacerebbe assumere in questi giorni in cui, nello spettro dei sentimenti possibili, la malinconia è un lusso.

Poi ha confessato che non ci aveva capito niente, che credeva che l’inno provenisse da un bar e che tutta quella gente fosse unita nel criticarlo.

Anche lì vorrei prendere esempio e NON capirci più un’acca.

Per fortuna manca poco, mi sa.

 

*http://www.naciodigital.cat/noticia/77263/catalunya/tornara/ressonar/aquesta/nit/amb/altra/cassolada/contra/tc