PREPOSITIONS 1 - Cuestionario

Stavolta c’eravamo quasi.

Nell’A.D. 2003, esasperata dall’inglese parlato a Manchester, ho un’illuminazione improvvisa sul vero scopo della mia vita: poter pronunciare in circostanze non forzate le parole “The book is on the table”. E che cavolo, ai miei tempi quella era l’unica frase di senso compiuto che insegnasse la scuola italiana! O giù di lì.

Nell’A.D. 2021, in particolare sabato scorso, metto insieme tutto il mio inglese per fare il più scrauso dei test: quello di Duolingo! In barba alla dittatura IELTS, alla mia nuova università pezzotta va bene pure quello. Regole del test: 1) non spostarsi dalla webcam, 2) non parlare con nessuno, 3) non muovere il cursore dalla casella delle prove. Se entra qualcuno nella stanza, il test è annullato. Ovvio che, intanto che vado avanti con le prove, il caro gattino Archie: 1) si sveglia, 2) salta sul tavolo, 3) beve con soddisfazione dal mio bicchiere d’acqua, 4) mi salta in grembo, 5) mi morde il cavallo dei pantaloni, 6) si dispone tronfio a dormirmi sulle gambe. Il tutto, senza che io possa battere ciglio. Chissà i risultati del test, adesso.

La sera sono già a letto a mezzanotte, quando mi accorgo che manca qualcosa: il mio ebook! Sto leggendo il romanzone di Hilary Mantel sulla Rivoluzione francese. Come sta andando? Diciamo che adoro, ma mi concilia il sonno. E mi sono dimenticata di riporlo sul comodino. Per fortuna, il compagno di quarantena è rimasto sveglio a placare quella belva di Archie.

“Per favore” grido in inglese, “mi prendi il romanzo di Mantel? L’ebook è sul…”.

Indovinate dov’era l’ebook.

E sì, sabato scorso avrei dovuto dire “l’ereader“, ma degli oltre cento libri che ho sul Kobo volevo leggere proprio quello di Mantel. E sì, davanti alla sospirata parola book c’era quella maledetta “e”. Ma ormai, per problemi di spazio e per la difficoltà a trovare libri non tradotti, sono quasi costretta ad andare di ebook: dunque, il mio sogno di usare la parola “libro” è sfumato, forse per sempre.

Che dire? Questa è la prova più cretina e lampante di ciò che predico da secoli: bisogna adattare i nostri sogni ai cambiamenti della vita!

Come quando i test di fertilità mi suggeriscono che sia meglio adottare, e a quel punto i salti mortali per fare la scrittrice parassita risultano meno allettanti di uno stipendio, almeno agli occhi di chi dirige un orfanotrofio.

Come quando dovevo diventare Claudia Schiffer, ma poi capirete, ho deciso di non privarvi di questo fantastico blog.

Come quando dovevo sposarmi con Kim Rossi Stuart, ma lui ha scelto un’altra (cos’avrà lei che io non ho?), e allora ho formato la famiglia più improbabile di Barcellona: The MArvians! Dalla crasi dei cognomi Marchese-Servian, featuring la “Ar” di Archie. Kardashians, chi?

Così me ne resto qua al computer, disputandomi un atroce caffè solubile con Archie che vuole assaggiare, mentre il compagno di quarantena fa colazione con dei capellini cotti nel microonde, su cui ha schiaffato una scatoletta di tonno: il tutto, a un millimetro dal mio ebook.

Perché l’ebook, ovviamente, è sul tavolo.

(I miei nuovi miti di sempre!)

Ice Age: El gran cataclismo', hundimiento total

Anni fa, un adorabile bugiardo mi diceva che ero bella anche appena alzata. E sottolineo “anche”.

Oggi ho scoperto che invece, secondo il compagno di quarantena, al mattino sembro uscita dall’era glaciale.

Mentre spunto dalle coperte con i capelli sconvolti, pare che abbia viaggiato ventimila anni, e mi stia adattando in fretta a molti cambiamenti. Toh, una lampadina. Ehi, un gatto senza zannoni. Wow, un trentenne con tutti i denti!

Sapete cosa ci è rimasto davvero dell’era glaciale? Il cervello.

Forse ve l’ho già detto, ma i corsi che ho seguito quest’anno raccontavano la stessa storia sull’umanità: siamo la specie che si concentra sulle cattive notizie perché ventimila anni fa, quando dovevamo distinguere tra il frusciare di foglie e lo strisciare di un serpente, era meglio prepararci al peggio. Il worst-case scenario come metodo di sopravvivenza!

Resto convinta che sia la pressione sociale ad avere l’ultima parola, ma il software che abbiamo ereditato dall’era glaciale è come l’InstaPot primigenia di quando ancora cucinavo. L’avrò anche accantonata per cibarmi di hummus e pane di Baluard, ma i suoi richiami ancestrali sono sempre lì, a suggerirmi che ogni tanto due legumi potrei anche cucinarmeli, invece di buttarla sempre sulla pasta di lenticchie!

Esempi scemi a parte, non dobbiamo rassegnarci per forza al cervello cavernicolo.

Prendiamo l’umore nefasto da risveglio: una jattura universale. Eppure, sapete cosa? Se pensiamo che sarà una giornata demmerda, abbiamo ragione. Se pensiamo che andrà bene, abbiamo ragione. E non nel senso del pensiero positivo. Sono poche le piaghe oggettive, come la formula panino al salame + caffelatte dei bar locali. Il resto è più spesso una questione di interpretazione, che dipende da tanti fattori: non ultimo, il nostro atteggiamento. Prendete la mia prof. di storia al liceo! Alla prima interrogazione le parlai del connubio stato-chiesa in non so che periodo medievale: lei assentì tutta contenta. Per quando eravamo arrivate alla seconda interrogazione, l’esimia già mi schifava: quando ripetei il concetto, mi informò disgustata che nell’epoca in questione non c’era alcun connubio stato-chiesa. Ecco un primo pensiero positivo: nessuno di noi è la mia prof di storia al liceo. Noi abbiamo una vita.

Senza scomodare il sistema scolastico italiano, basta un dettaglio minimo a cambiare l’umore e, spesso, la giornata! Stamattina mi sento vispa per pura cazzimma: ronfavo al punto che ho registrato i miagolii di Archie quando questi erano già cessati. E vai! Non me ne vogliate, è che anche il piccoletto miagola per cazzimma, visto che non tollera che io dorma quando è sveglio lui. Da lì è stata tutta una catena di sorrisi, che mi stanno facendo digerire pure l’idea dell’esame di inglese che devo dare oggi su Duolingo (giuro!). Che rottura di gonadi, ma almeno non devo prenotare in anticipo e sganciare 220 euro come per l’IELTS. Che vada bene pure la poracciata Duolingo è un altro lato positivo di aver scelto un’università non proprio facoltosa per il sospirato master in psicologia, anche se, come motivazione, la retta bassina (per il Regno Unito) resta in pole!

Non prometto niente: domani magari mi chiedete di Archie e dell’esame, e io vi mangio a colazione.

Ma oggi mi sono ricordata che dovremmo piantarla con la mania del pessimismo e fastidio a prescindere: pensiamo ci protegga da “ogni evenienza”, e invece l’evenienza si presenta solo una volta ogni tanto, come il serpente che il nostro bis-bis-bis doveva distinguere da una foglia secca. Solo che lo stress, oggi, ammazza più dei serpenti, dunque il rapporto costi-benefici del nostro pessimismo ancestrale non è proprio grandioso, ma è più simile a quello di un’ingombrante pentola elettrica che abbiamo smesso di usare. Va’ che oggi, se il buon umore continua, mi preparo un pranzo come si deve…

Uhm, no, per quello ci vediamo tra altri ventimila anni.

Nessuna descrizione della foto disponibile.
La mia cena, dal Facebook di The Green Spot

Detesto uscire il sabato, ma tant’era.

Il compagno di quarantena doveva aggiornarmi su una questione di famiglia, non avevamo la testa per cucinare.

Forse odiare il sabato è la quintessenza del privilegio, perché comporta la possibilità di uscire altri giorni, o anche solo di uscire. Devo dire che passavo il week-end a casa anche quando insegnavo italiano a quindici euro l’ora. Preferivo cenare fuori il mercoledì, a costo di tornare a casa a un orario che, in confronto, Cenerentola faceva la DJ.

L’altra sera, in una Barcellona di nuovo affollata, l’idea era riprovare con una catena hipster che dopo le otto presentava due vantaggi: parte della clientela nordica era già altrove a ubriacarsi; metà menù era già plant-based (cioè, vegano per gente insicura), risparmiandomi trattative con una cameriera che mi chiedesse: “Ma tu sei senza glutine?”.

Una volta dentro, però, il mio accompagnatore ha assunto l’espressione di quando desidera stare in una foresta del neolitico, piuttosto che in fila davanti a una cassa, con la musica a palla. Ah, i bei tempi in cui gli uomini andavano a caccia di felafel, mentre le donne raccoglievano chips di kale! Stavolta ero d’accordo almeno su una cosa: conversare lì dentro sarebbe stata una tortura.

C’era un’alternativa, lì vicino, ma… Come spiego qui, è quella che divide la comunità vegana, a seconda della provenienza geografica e del potere d’acquisto. Sì, ma, quando siamo arrivati (e il compagno di quarantena ha fatto la faccia spaventata), la prima cosa che ci ha colpito è stata la quiete: lume di candela, musica appena udibile, la sala mezza piena di un ristorante “impegnativo”, almeno per gli standard locali.

Il tavolo alla nostra destra era occupato da una coppia elegante “che festeggiava qualcosa”, come ripeteva lui a una cameriera paziente: lui era più anziano, diceva Game of Thrones con l’accento di chi di solito lo chiama Juego de Tronos. Durante i suoi raptus più audaci, sedeva accanto alla sua bella, piantandomi quasi il mocassino sul ginocchio. La coppia alla nostra sinistra era immersa nella lettura dell’oroscopo di lui: lei spiegava a manetta la questione delle case, lui si limitava a cacciare un “Sí, claro” ogni tanto. Mi sa che ci avevano Saturno contro.

Direte voi: ma eri lì per farti i caxxi degli altri? No, ma la musica bassa ha i suoi svantaggi! Di buono c’era che, mocassino sul ginocchio permettendo, mi sono goduta sia il tempeh artigianale che il dialogo col compagno di quarantena.

Insomma, è stata una serata impagabile. Perché la cena è costata il doppio del previsto (ho offerto io, malpensanti!), ma per tre portate deliziose e un’atmosfera gradevole. La catena hipster si sarebbe presa comunque quindici euro per due felafel e un contorno, da consumare in una stanza affollata. Per le circostanze (era sabato) e le esigenze che avevamo (parlare), non avrei risparmiato quindici euro, ma ne avrei persi quindici. Giusto quelli che guadagnavo insegnando italiano.

Ai tempi, arrivai alla risoluzione di uscire giusto un paio di volte al mese, ma farlo bene.

“Risparmio”, in napoletano, si dice sparagno. A volte crediamo di sparagnare su noi stessi, e ci stiamo solo svendendo.

Come si dice? ‘O sparagno nun è maje guadagno.

Il Nie. Da: https://www.lawants.it/come-ottenere-il-nie-senza-contratto-di-lavoro-in-spagna/

Ripetiamo insieme: trovare lavoro a Barcellona non è difficile. Più che altro, è una questione di culo.

Non so voi, ma io preferirei che fosse solo difficile.

Ve lo dico perché un po’ di gente, ora che si circola un po’ di più, mi chiede cosa fare per lavorare qui. Stanno mandando curriculum a distanza, ma non ricevono risposta. Stanno chiedendo di affittare una casa, giurando che verrebbero apposta a visitarla dall’Italia, ma non ricevono risposta.

Strano, eh?

Strano che proprio a Barcellona ci sia un sacco di gente alla ricerca delle stesse cose, ma con un curriculum chilometrico, un contratto di lavoro e lo stramaledetto Nie, senza aerei da prendere.

Non sapere tutto questo non è una colpa. Non immaginarselo nemmeno, è un buon segno per la vostra salute mentale: significa che non vivete in un mondo in cui un leggendario smanettone pakistano vi spunta l’appuntamento per il Nie a soli 15 euro, e un’agenzia che suscita meno scandalo lo fa al doppio del prezzo. Sì, ma poi ce l’avete, il precontratto di lavoro? Sempre che non vogliate pagare qualcuno con la partita IVA per fingere di assumervi. I posti in azienda ci sono, ma chi ci lavora già chiama le amiche, il vicino disoccupato, il tizio che se assunto ti fa spuntare un bonus per aver indicato una persona valida…

Per questo dico: magari a voi va di culo. Le variabili si combinano tra loro nella formula perfetta: la vostra nuova coinquilina vi indirizza nella sua azienda, dove si è liberato un posto; vi accampate alle tre di notte nell’ultimo villaggio del Penedès (ci sono villaggi, nel Penedès?) che ancora rilascia il Nie senza obbligo di residenza, e senza precontratto. Se poi vi mettete con qualcuno del posto, potrete figliare senza tornare in Italia! (Sul serio, sarò io, ma non conosco coppie etero 100% straniere che non siano volate via, quando lei è rimasta incinta). Ma, appunto, sono botte di culo.

E, ribadisco, io preferirei sapere che un’impresa sia difficile, piuttosto che pensare che può andarmi benissimo o una schifezza, come al casinò. Vabbè, in effetti esagero: ci sono tutte le sfumature di grigio che mi farebbero resistere tre mesi, a caccia di appuntamenti in commissariato e aziende che mi facciano i giochini psicologici di gruppo, per capire se sono un buon acquisto… Magari mi eclisserei per sempre con la scusa delle vacanze di Natale, magari no.

E qui non è zona di guerra, e per leggermi in questo momento avrete pure il passaporto giusto per risparmiarvi dieci ore di lavoro a 400 al mese, catapecchie coi tubi a vista, la minaccia del rimpatrio immediato.

Però sul serio, preferirei pensare “è difficile”, nel senso che ci vorrà pazienza e buona volontà ma potrebbe andare bene, piuttosto che pensare che sia una questione di culo.

Se voi amate le lotterie, invece, avanti tutta!

Raccolta rifiuti, vietati i sacchi neri. “Multe fino a 1000 euro”

Mariecondarsi, v. r. [da Marie Kondo]. Atto di sparire come oggetti indesiderati dalla vita di una persona. Coniato da me medesima a proposito dell’associazionismo italiano a Barcellona, nell’enunciato: smetti di smazzarti, e la gente si marieconda da sola. Nel senso che sparisce e non ti rompe più con le sue pretese assurde.

E invece no! Se c’è da chiedere l’autorizzazione per una flash mob, chi è ancora la responsabile legale dell’unica entità registrata? Esatto. Devo dire che i veri organizzatori non mi hanno chiesto altro: se ti arrivano mail di conferma, passale a noi. A ‘sto punto sono andata anche io all’evento per Mimmo Lucano: hai visto mai che bruciavano un bidone, e la polizia lo voleva da me… Macché: l’unico “bidone” era il fatto che ci siamo presentati giusto in quaranta, e non sapevamo bene che fare. D’altronde era sabato ed erano le 11: chi aveva organizzato l’evento ci aveva la partita da guardare più tardi.

Io, però, ho imparato dalla pandemia il sacro fuoco dello sticazzi, nell’accezione romana del termine. Mi sono presentata in tenuta sticazzi (pantalacci, t-shirt e crema solare). Ho ascoltato con espressione sticazzi la gente che sfotteva la mia associazione, senza sapere chi fossi. Ho visto comparire un megafono, che è finito in mano a chi aveva voglia di parlare.

Discorso: tac. Foto: tac. Birra: taaac. (Si nota la prevalenza nordica nel pubblico?)

Tutto è andato da sé. Pure l’arte di sgamare due tavoli all’aperto, e di far sedere a turno una ventina di noi, cu’ tutte ‘e bambine. Ho guardato con tenerezza la pugliese che pregava un catalano di cedere il tavolino accanto al nostro, visto che se n’era liberato un altro a pochi metri. Ho visto il catalano rifiutare con grande aplomb, e qualche altro terrone lamentarsi della scarsa collaborazione locale. Ma perché? Il tipo aveva la birra, aveva il sole in faccia… Era in modalità sticazzi pure lui.

Alla fine il tavolo a pochi metri l’hanno occupato le varie mamme e un papà (ho già detto che l’evento era italiano?), con le pappe pronte in borsa. Quanto a me, uno dei vantaggi della maternità frustrata è che devi badare solo a riempire il tuo bicchiere. Reggendo quello (era un analcolico, che credevate?) ho ascoltato bonaria le chiacchiere che sono andate avanti da sole, sul green pass e la moglie di un amico che schiavizzerebbe troppo il marito (ho già detto che l’evento era italiano?).

Insomma, stavolta ho fatto solo quello che mi è stato richiesto, e la cosa è filata da sé. L’affanno di organizzare tutto scoraggia l’iniziativa altrui, senza per questo ottenere risultati migliori. Scommetto che la truppa è stata molto più contenta questo sabato, che a quei pranzi sociali in cui mi ritrovavo da sola a cucinare per quaranta, e la prima pentolata di pasta riusciva così scotta che dovevo sbolognarla alla famiglia catalana del cantante (“Squisita!”).

Invece, quando “mariecondi” le gente giusta, a cucinare ci pensano in quattro o cinque. E a organizzare, pure. Sì, il verbo mariecondare può essere anche transitivo.

Alla prossima mi mariecondo pure io, e non se ne parla più.

Nessuna descrizione disponibile.

Eccolo che viene per la poppata mattutina.

Intuirete che la frase mal si applica ai cuccioli umani, a meno che non siano personaggi di Trono di Spade!

Ma il gattino ha deciso che produco latte, dal pareo. Da tutti e tre i parei che porto in casa: quello lilla (vedi foto), quello arancio sgargiante, e il “veterano” fantasia del 1997, ormai distrutto da un colpo d’artiglio. Per Archie, svezzato troppo presto, queste stoffe dozzinali sono fonti di nutrimento.

Sono la donna a cui appiopparono la maternità! Anche se felina. Come a dire: fai attenzione a ciò che desideri, perché potrebbe avverarsi.

Invece no. Dopo settimane di attesa immobile, mentre Archie leccava a velocità supersonica una frangia di stoffa lilla o arancione, mi sono resa conto che mi bastava sfilare il pareo e svignarmela, come in uno sketch di Benny Hill! Archie non si scompone, purché possa proseguire le attività poppatorie. Come si dice? Tutti sono necessari e nessuno è indispensabile.

Confesso che all’inizio sono stata sul punto di recriminare al poppante: “Per te sono solo un pareo!”. E invece, meglio così.

Sentirci indispensabili può conferire una sicurezza a cui sacrifichiamo tanto, perché i vantaggi sono evidenti. Se abbiamo l’autostima della lettiera di Archie (che, vi assicuro, deve essere molto bassa), è facile credere che il prossimo non ci si fila, a meno che non ci possa “usare” per qualcosa. Secondo una teoria mal infocata, ma interessante, molte donne si rendono indispensabili nel lavoro di cura come reazione alla loro dipendenza economica: senza di me, chi ti stira le camicie a mezzanotte?

Pensiamo a una figura che spero (e dispero) appartenga al passato: la “zia di casa”. Quella che non si era sposata né aveva potuto apprendere un mestiere, quindi cucinava, rammendava e badava alla prole delle sorelle, con la premessa implicita che dovesse essere a disposizione sempre. Dopotutto, il resto della famiglia le “dava da mangiare”. L’unica Zia Tula che ho conosciuto io ci teneva molto a sottolineare i “sacrifici” che faceva per noi: un modo tutto suo per dire “non lasciatemi sola”.

Ma mi sto allontanando molto dalle frange del pareo, e senza neanche sfilarmelo di dosso! Allora lasciatemelo dire un’ultima volta: che sollievo, non essere indispensabili. Cedendo il pareo, io faccio le mie cose e Archie è contento lo stesso. Se mi cerca è perché vuole giocare, non perché crede di aver bisogno di me.

Che diamine, sono molto più di un pareo: sono anche un paio di gambe da graffiare!

E comunque lui, tra me e il pareo, sceglie quasi sempre me.

Nostalgic cat Stock Photo - Alamy

Perfino Barcellona si è rassegnata all’autunno.

Voglio dire, è passata la Mercè, Puigdemont è stato preso e liberato nello spazio di una giornata, e perfino gli uffici che avevano iniziato a spopolarsi a giugno non sanno più che inventarsi per non riprendere le attività.

Sono iniziate anche le confidenze della mia amica, che è rimasta a Napoli perché un lavoro ce l’ha. Un lavoro e un fidanzato, con cui c’è un tira e molla da una decina d’anni. Per fortuna i due sono di paeselli diversi, altrimenti sarebbero al secondo figlio e alla terza tresca, da consumare nei motel rosati che fioriscono da quelle parti: figli anch’essi dell’amore romantico, e dei sotterfugi su cui a volte si regge.

Ma no, a ‘sti due tocca prendersi e lasciarsi. Conoscersi a vent’anni non significa che sarete le stesse persone a trenta, e non è detto che nel frattempo cresciate insieme. Ma che fai, ti lasci dopo tanto tempo? Non sia mai! Infatti quel gran genio della mia amica si è “fatta lasciare”: un’opzione che vanta tutto un filone di ricerca su Google, con perle come questa.

D’altronde, lui si è pentito quasi subito del momento di determinazione. Gliel’ha detto? Macché. Ha adottato la seguente tabella di marcia. I numeri dell’elenco indicano i giorni di esecuzione del piano.

  1. Il tipo passa a salutare il portiere dell’ufficio di lei. I due giocavano al fantacalcio insieme, ma non si vedevano da un po’. Come ho preso la rottura? Bene, figurati. Volevo solo dirvi che per gli amici in comune (?) ci sono sempre. So che la signorina oggi è in riunione, ma ditele che sono passato. La “signorina”, beneducata, gli manda un messaggino.
  2. Il tipo risponde al messaggino con una foto del suo gatto. Ritratto accanto a lui, in una posa che sembra malinconica. Ricorda “il cane che non dorme più”, nella canzone che posto alla fine del testo. Il gatto ti è affezionato, scrive lui. Non sparire, che gli manchi. Capito? È al gatto, che lei manca.
  3. La fregatura di un gatto a cui manchi è che devi andare tu a trovare lui. La mia amica orchestra una visita-lampo, munita dei croccantini preferiti del gatto. Che fai, protesta lui, non resti a cena? Lei un po’ va in sollucchero: lui non se la filava così dai tempi della prima fedina. Niente cena, ci mancherebbe. Però un aperitivo sì.
  4. Ah, senti, informa lui durante l’aperitivo, ci sono questi miei amici che vorrebbero uscire con noi. Gli manchi, come al gatto. I tuoi amici, invece, non mi hanno mandato neanche un messaggio per sapere come stessi. La tua amica che sta a Barcellona, non la sento da una vita.

L’amica che sta a Barcellona si è messa a sventolare a distanza un’enorme bandiera rossa: questo, ha detto alla Giulietta de noantri, sta usando tutte le strategie possibili per tornare con te. Tranne quella di dirti: “Voglio tornare con te”. Il giorno che non rispondi alle sue esche come vorrebbe lui, ti rinfaccerà di “averlo illuso”.

Lo so, questi giochetti non li facciamo solo dalle mie parti. Ma, la prima volta che mi hanno convinta che l’onestà è l’unica strategia possibile, lo hanno fatto in spagnolo.

In italiano ho sentito cose tipo: “se lei voleva davvero che ci sposassimo, mi avrebbe costretto”, “un po’ di gelosia fa bene, vuol dire che ci tiene”. Soprattutto, “se due si vogliono davvero, un modo per stare insieme lo trovano”: discorso che prende le frenesie della luna di miele e le estende a un rapporto in cui l’incompatibilità è ormai evidente, oppure le distanze non sono vissute bene da entrambi i membri, e anche lì è questione di compatibilità. Vivendo all’estero, vedo che c’è chi si fa bastare la settimana di fuochi d’artificio ogni tre mesi, e chi vuole meno pirotecnia e più “Compri tu il pane, al ritorno?”.

Forse c’è un problema di fondo, nelle strategie: l’idea che non poter realizzare i propri desideri con quella persona sia una sconfitta. Eppure, i sentimenti altrui non li controlliamo, e i nostri desideri, quelli sono. Il no di chi non può aiutarci a realizzarli fa spazio ad altre persone che potrebbero. Forse non si è mai trattato di volere quella persona lì, quanto di dimostrarci che potevamo averla.

Secondo i pronostici, la mia amica ha un mese di tempo per tornare col tizio e sentirsi al centro delle sue attenzioni, prima che lui, ormai rassicurato, torni a trascurarla. A quel punto, visto che ‘sti due si butterebbero a mare piuttosto che parlare chiaro, spero si lascino una volta per tutte.

Comincio a contare i giorni.

My Tasty Pork Stir Fry Noodles & Pineapple. 😀 Recipe by Maureen 😀 -  Cookpad
Da cookpad.com. Anche in Cina mettono l’ananas in posti insospettabili…

Ieri sera, con il compagno di quarantena, mi sono seduta ai tavolini all’aperto del peggior cinese a Chinatown.

Sul serio: si mangia da favola in tutti gli altri locali dei dintorni, che vantano una nutrita (è il caso di dirlo) clientela cinese. Che ci facevamo, noi, al peggior cinese di Chinatown?

Beh, era l’unico con i tavolini all’aperto. L’unico “storico”, almeno. E in quel momento la nostra priorità non era mangiare bene. Il compagno di quarantena voleva un posto con un po’ di verde, e vicino a noi c’era un albero. Io non disdegnavo di prendere il fresco, e volevo mettere giusto qualcosa sotto i denti: erano le dieci. La vita è fatta di priorità.

E proprio di questo vi volevo parlare. Con l’arrivo dell’autunno, in casa mia ci chiediamo cosa fare.

Il compagno di quarantena è tornato deluso dall’ennesimo camino de Santiago: dormire all’addiaccio non gli dà le soddisfazioni di una volta. Sarà il cambiamento climatico?

Io, invece, sono già stanca del mondo editoriale italiano. Scrivo perché è quello che voglio, ma a certe condizioni ci tengo poi tanto a pubblicare?

Quanto ad Archie, sta escogitando nuovi trucchi per sgattaiolare fuori casa (campa cavallo).

Parliamoci chiaro: io adoro scrivere, il compagno di quarantena adora pellegrinare, e Archie, beh, adora le porte aperte. Ma qualche volta sarà venuto anche per voi, anche se avete il lavoro del secolo e una vita perfetta, il momento di chiedervi: cui prodest? O anche: chi m’ ‘o fa fa’?

A quel punto, ciò che amiamo in assoluto (e che è sempre bene tener presente) può passare in secondo piano rispetto ad altri fattori.

Ieri sera, la folla del peggior cinese di Chinatown non aveva dubbi: era gente del posto, a caccia di tavolini all’aperto e birra economica. Rispetto alle bravas bisunte, saziavano di più gli “spaghetti cinesi saltati”. Erano anche più economici dei mien che, proprio dietro l’angolo, scomparivano a vassoiate nelle salette prenotate da comitive cinesi, accorse per la loro versione della “mangiata di pesce”.

A noi, invece, toccavano spaghetti intrugliati di soia e una zuppa acquosetta. Quando sono entrata a pagarli, un tizio del posto chiedeva alla proprietaria a che ora chiudesse la terraza (cioè, i tavoli all’aperto). A mezzanotte, ha spiegato lei. Il tizio era quasi angosciato.

“Si può restare anche più tardi, vero?”

La proprietaria ha riso. Ce la vedevo, a spiegare a due agenti catalani che lei deve per forza chiudere all’una: in fondo, il suo è l’unico cinese orientato a una clientela locale, che preferisca la birra alle melanzane al profumo di pesce (che sono l’equivalente cinese delle vongole fujute).

Come dicevo, la vita è fatta di priorità: cambiano non solo a seconda della persona, ma anche a seconda del momento.

A volte, con i migliori mien del mondo dietro l’angolo, preferisci un tavolino all’aperto, una birra fresca, il venticello di fine settembre.

Comprar Red Flags

Ma non quelle che pensate voi.

Non vi stupirà scoprire (se non lo sapevate ancora) che le red flags inglesi hanno poco a che vedere con la politica. Come le bandiere rosse del divieto di balneazione, sono i segnali che ci svettano nella testolina quando una persona va evitata: tipo “una frase sciocca, un volgare doppio senso”, o almeno così cantava uno. Di solito l’espressione si riferisce alle relazioni in fieri, ma io la uso pure per scegliermi l’idraulico.

Le “bandiere rosse” rivelano il nostro strano rapporto con passato e futuro. Ci flagelliamo su ciò che abbiamo fatto male, ma non ci beiamo dei fossi scansati. Adesso direte: che ne sappiamo di come sarebbe andata? Qui vi volevo! Ci sembra intelligente il catastrofismo irrazionale, ma non una valutazione ottimista sui disastri che abbiamo evitato.

L’altro giorno mi ha scritto un amico da Milano: sai chi ho in azienda, come nuova arrivata? Il nome non mi diceva niente, poi ho ricordato: l’alloro in bocca! Due anni fa, una tizia atterrata da poco a Barcellona mi aveva chiesto consigli su come muoversi. L’avevo inserita in un gruppo di cucina italiana, e lei aveva montato una polemica con una poveraccia, rea di non mettere l’alloro in non so che piatto. “Noi della Campania Felix troviamo alloro un po’ dappertutto”. Come no: in Campania il mattino ha l’alloro in bocca. Scusate, eh: cent’anni fa, nel mio paesone, circolavano i tram.

Ma non è tutto alloro quello che luccica (ok, la smetto): c’è anche l’olio. I suoi nonni, si beava la tipa, avevano un frantoio secolare. Ce l’avete, voi, il frantoio secolare? Non siete nessuno. La tipa mi aveva chiesto di prenderci un caffè. Uno autentico, ovviamente. Purtroppo, proprio quella sera, dovevo asciugare gli scogli della Barceloneta. No, sul serio: mi mancava proprio l’energia per conoscere una che, per sentirsi più sicura come straniera, avesse bisogno di avvolgersi nella bandiera col giglio borbonico.

Non ero andata troppo lontano dalla realtà.

“È un personaggio particolare” ha esitato l’amico che la teneva in ufficio. In pratica, era una verruca sul popò. “Sai? Credo sia indipendentista.”

“Catalana?”

“No. Delle due Sicilie.”

“Auguri.”

Perché io coi neoborbonici ci parlo, specie se partiamo dal punto comune che la storia, così come veniva insegnata fino a pochi anni fa, vada decostruita. Poi fuggo a gambe levate dall’ingegnere paesano che mi chiede il numero dopo un nanosecondo e vuole insegnare la storia a me, che ho la laurea specialistica (ma “il mondo accademico è complice nell’inganno”). Ed è uno che ho incontrato per caso. Figuriamoci se frequento apposta una che sembra la versione non divertente di Casa Surace (dunque, sembra Casa Surace).

Sì, i miei sono pregiudizi. Ed esperienza, anche. Una volta mi sono fatta entrare in casa (letteralmente) una tizia francese che prometteva grane, ma mi ero data della paranoica per pensarlo. Questa fingeva di capire come collegarsi a Internet (non c’era ancora il wifi) e poi mi esauriva il credito. Faceva irruzione nel cesso di casa e richiedeva un’ambulanza: quando si faceva le canne diventava paranoica. Se n’è andata con tre mesi di ritardo, facendo scappare potenziali inquilini. Avevo previsto tutto: mi mancavano solo i dettagli.

Sono sicura che vi è successo lo stesso. E sono sicura che anche voi sapete scostarvi il prosciutto dagli occhi, per riconoscere le “bandiere rosse”.

A volte, non sempre ma a volte, conviene fidarci di noi.

Nessuna descrizione disponibile.

Mo’ non voglio fare la zia gattara che parla solo di nipoti e micetti. Ma Archie, a due mesi suonati, ha cominciato a miagolare davanti alle porte chiuse. Tipo quella della mia camera da letto.

Dire che ho il sonno leggero è l’eufemismo del secolo, ed è il motivo ufficiale per cui il compagno di quarantena e io dormiamo in camere separate (quello ufficioso è che, se ce n’è la possibilità, le camere separate salvano le relazioni: provare per credere!). Così, in quest’ultimo mese, sono riuscita a difendere con le unghie e coi denti questo mozzico di spazio che ancora mi ritagliavo per me… Ma le unghie e i denti di un gatto sono sempre più micidiali. E poi ci crediamo la specie dominante!

Oggi il piagnucolio si è manifestato alle cinque del mattino, complice una mia puntatina in bagno (mai bere acqua dopo le dieci di sera!). Intanto che Archie mi attaccava i capelli, poi la schiena, per passare infine alle lucine intorno al letto, sono caduta in un dormiveglia pieno di sogni stranissimi, da cui è emersa la parola che vedete nel titolo: consoluzioni. Mi piace un sacco! Un incrocio tra consolazioni e soluzioni, che è un po’ la mia regola di vita: trasformare l’inferno in paradiso, come cantava Elisa ai tempi di Pappagone (cioè, vent’anni fa).

Ecco qualche esempio di sfide assortite e rispettive consoluzioni.

  • Invece di una profuga afgana, i servizi sociali mi hanno mandato nell’appartamentino libero un macellaio disoccupato, che deve ignorare tassativamente che “no paga affitto” (cit.). Dunque continua a chiedermi cose come se fossi la sua padrona di casa: la ceneriera, lo stenditoio, il secchio per i pavimenti. Per caso ho la candeggina? Potrei sgomberargli gli scaffali? A proposito, che minchia è il kombucha? Consoluzione: io ho quattro mesi per capire cosa fare di quell’appartamentino, che è complicato da affittare a lungo termine, e il nuovo inquilino ne ha altrettanti per frequentare (giuro) corsi di cucina vegana! Così troverà presto un’altra casa, e un lavoro in un ristorante. E scommetto che avrà il kombucha nel menù.
  • Il comune mi ha tolto la residenza barcellonese, perché non mi sono presentata di nuovo a confermare che vivo nella mia casa di proprietà. L’ultima volta mi avevano detto che era un’incombenza riservata a chi stesse in affitto: avrebbero rettificato l’errore. Invece no. Dopotutto, come faccio io a essere proprietaria? Sono straniera! Al massimo posso dare in affitto la casa a millemila euro, per andare adddrogarmi a Berlino. Consoluzione: almeno ho usato la firma digitale per la prima volta! Mi credevo troppo impedita per ricordarmi le istruzioni. L’ho usata per mandare di nuovo la richiesta di residenza, che sarebbe l’unica soluzione possibile. E poi, sì, sono una straniera. Con la casa in centro. Le impiegate del comune lo troveranno inconcepibile, invece è un’esperienza molto più appagante di quanto non credessi. Stacce, Montse.

Ok, basta con questi “bullet points”, o al comune decidono che sono troppo hipster per riprendermi la residenza.

Passo alla mia consoluzione preferita: prima del dormiveglia, ho approfittato delle vessazioni di Archie per leggere. E mi sa che piangerò. Hilary Mantel ha decapitato la Storia, facendomi affezionare a uno come Thomas Cromwell, e adesso che l’autrice deve decapitare proprio Cromwell vorrei che la trilogia non finisse mai. Invece mi mancano solo cento pagine per terminare uno dei testi più belli di sempre. Consoluzione: ho la conferma che quella in generi è una divisione fittizia, e che ormai in letteratura è come su Netflix. Se voglio della filosofia fatta bene, meglio scegliere un thriller.

Al mio risveglio Archie aveva smesso di torturare cose, neanche fosse in epoca Tudor. Ho sentito la pelliccia nera solleticarmi il polpaccio, scambiato per un cuscino.

Sarò anche una zia gattara, ma è stata questa la consoluzione più grande.