Lemon Fantasy kombucha

Cri se ne va domani.

Cri è un omone catalano di un metro e novanta, di probabile origine gitana: i servizi sociali me l’hanno mandato al posto della rifugiata afgana che mi aspettavo da un programma che si chiamasse “città rifugio“. Poco male: Cri aveva figli, aveva perso il lavoro ed era rimasto in strada, e qui non si bada al passaporto (sperando però che chi non ha il “passaporto giusto” pure trovi l’assistenza adeguata).

Cri, a dirla tutta, mi stava un po’ sui nervi. C’era il problema di non potergli confessare che fosse ospite non pagante, nella mia dépendance, o l’entità che me lo mandava avrebbe avuto problemi con gli altri utenti. Così lui mi credeva la sua padrona di casa e non finiva di chiedermi cose, per quanto piccole. Una volta che era saltata la luce in tutta la strada (dunque, non potevamo farci nulla) mi aveva domandato se volessi parlare io con l’amministratore, o preferivo che ci andasse lui! In ogni caso, aveva aggiunto, che fine aveva fatto lo stendipanni in corridoio?

Va detto che Cri, oltre a chiedermi cose, me ne offriva altrettante. Dopo aver usato il mio secchio per i pavimenti (aveva snobbato quello “artigianale” ricavato da mezza tanica di plastica), mi offriva l’acqua sporca, che secondo lui si poteva riutilizzare. Ringraziavo e buttavo l’acqua nel mio water. Al momento di installarsi nella dépendance, mi aveva “restituito” una serie di cose degli ex occupanti che lui non avrebbe utilizzato, e che io non avevo mai visto in vita mia: qualche grammo di caffè solubile, misteriose vitamine in polvere… A un certo punto mi aveva messo in mano una bottiglietta ancora frizzante di kombucha, confessandomi con aria desolata: “Non so cos’è ‘sta roba”.

Mi era venuto da sorridere: a me cosa fosse il kombucha l’aveva spiegato uno scrittore finlandese di mezza età che viveva a Sitges, era sposato con un filippino ventenne e si produceva da sé quel “succo di funghi”, per usare la definizione di un comico che adoro.

Ieri sera Cri mi ha fatto cercare apposta via telefono dall’assistente sociale, perché non riusciva a parlarmi. Sono accorsa nella dépendance che ero fresca di doccia, con i capelli avvolti in un telo fradicio, per sentirmi elencare i tesori che lui mi lasciava:

  1. tre dita d’olio (che comunque costava un euro al discount, mi ha assicurato);
  2. un rotolo di carta da cucina inutilizzato;
  3. quello che restava del detersivo per piatti;
  4. due o tre cosette che rimanevano in frigo.

Allora ho capito. Ho visualizzato l’abisso di privilegio che mi faceva sbuffare di fronte a un’altra convocazione, a ulteriori offerte di acqua sporca o di tè hipster, o a un’altra serie di domande sulla paccottiglia parcheggiata in corridoio, che per l’amico robivecchi di Cri avrebbe significato qualche euro in più di guadagno. A quel punto mi è dispiaciuto non aver fatto di più: che so, fargli la spesa più spesso, o almeno spiegargli cosa fosse il kombucha.

Dice che Cri si trasferisce in un’altra casa, con altri che vogliono ricominciare. A volte ricominciare insieme è un obbligo, e condividere una necessità. Ma lui sembra farlo benissimo, mentre io non ci riuscirei.

Insomma, lui speriamo che se la cava. Ma credo proprio di sì.

Villa San Michele: la panoramica più bella di Capri - Mappimondo
Da mappimondo.it

C’era una sfinge che non mi guardava.

Era in una bella casa, che visitavo ogni tanto. Per quanto mi arrampicassi al parapetto del suo balcone (e mamma già mi vedeva sfracellata giù), la sfinge ignorava me e guardava il mare. Mare Nostrum. Male Nostrum, scherzavano le pubblicità progresso in funicolare, mostrandoci tutti i rifiuti gettati dalle crociere. Ma era sempre il Mediterraneo.

L’altro giorno un’amica mi ha parlato di un summit mondiale su un bene primario, tipo l’acqua, e del fatto che la sua organizzazione, prima di andarci, si sarebbe riunita “con gli altri paesi del Mediterraneo”, per mettere sul piatto le questioni comuni. Ho ripensato all’amico meridionalista che sognava una lega dei paesi mediterranei, che forse, nella mia terra d’origine, sarebbe stata più “sentita” e vicina dell’Europa. Poi mi sono ricordata dei miei incontri col centro euro-arabo, dove l’ora della riunione è sempre indicativa e se arrivi con venti minuti di ritardo ti anticipi di molto. Allora, scherzando, mi sono detta no, meglio mescolarci, che ormai siamo molte cose insieme: Mediterraneo, Europa, mondo. E per quanto non ci piaccia siamo anche Google, che, trent’anni dopo le mie maldestre arrampicate su una ringhiera, mi ha permesso di guardare in faccia la sfinge che mi preferiva il mare.

È che la sfinge, adesso, sono io. Che vi aspetto. Che mi sono soltanto spostata su un’altra sponda del Mediterraneo, e non sento l’esigenza di essere in Italia per partecipare delle cose italiane. Per venirmi a trovare, voi dall’Italia, dovrete pure cambiare paese, per quello che vale, ma non avrete cambiato mare. O continente, nonostante tutto.

Mediterraneo, Europa. Concetti che sono cambiati nel tempo, ma aleggiano sulle acque più sfigate del mondo: le nostre. Che dovrebbero essere quelle di tutti, di tutte, di tutto.

Ecco. Facciamo che siano le acque di tutto.

Ricetta Pane pugliese

Ti voglio, per decidere ogni giorno della nostra vita se il pane lo compro io o ci pensi tu.

Oppure: vuoi passare il resto della tua vita a decidere con me chi deve pulire il bagno?

Queste erano le dichiarazioni d’amore che mi sono venute in mente dopo aver visto la serie di Zerocalcare. Purtroppo lui ha vissuto sulla propria pelle qualcosa che io ho solo descritto in un vecchio racconto: fanciulla viene a mancare (nel mio racconto era pura sfiga), amico va al funerale, amico scopre che lei lo ha sempre amato, o qualcosa del genere.

Il problema di questo genere di storie è che non ci rendiamo conto di una cosa: se si fossero realizzate, sarebbe stato bellissimo, emozionante, meraviglioso, e… quotidiano. Nel senso che, come direbbe Zero, poi ce le dobbiamo accolla’.

Me lo ricordo soprattutto adesso che pubblicherò Sam. Rispetto a un romanzo, la vita va avanti. E la vita è fatta di sbalzi, litigi, o anche di momenti bellissimi, ma tutti più prosaici di un addio.

Non ci può essere paragone tra le storie d’amore come le immaginiamo oggi (spoiler: sono perlopiù storie d’innamoramento), e quello che succede in caso quell’amore non corrisposto o taciuto a lungo si dovesse realizzare. Non a caso le favole finiscono lì, perché è lì che inizia il lavoro.

Forse, se con quella persona le cose fossero andate bene, avremmo trovato un modo fantastico di dividerci l’acquisto del pane e la pulizia del bagno, meglio di quanto avremmo fatto con altre. Ma il lieto fine, anche con quella persona lì, sarebbe stato solo l’inizio. Poi sarebbe venuto il bello, o il brutto. O il “così così”.

Quindi, vi auguro di comprare il pane insieme alla persona che avevate desiderato da sempre.

Altrimenti, pazienza. Sarà bello croccante lo stesso, basta aspettare la nuova infornata.

Amazon.com: The final page in a childrens fairy tale book Illustration from  the childrens book Stories that Never Grow Old by Piper Watty with art by  George Hauman (died 1961) and Doris

Intendevo questo.

Questo è ciò che volevo dire quando parlavo di trarre il miglior finale possibile da una storia demmerda: nel romanzo che pubblicherò l’anno prossimo, ho mischiato vicende mie con fatti altrui o di pura fantasia. Le vicende mie erano state pesanti: colpi di scena, litigi, attese. Soprattutto le attese, lunghe giorni, mentre una persona a me cara, con problemi gravi, finiva nelle grinfie di chi la voleva curare con i “rituali indigeni” (sic). “E che sono indigeno, io?” direbbe Totò.

Io invece mi sono curata così, dopo l’esperienza: ho scritto tutto. Avrei potuto dire “amen” e tirare avanti, se lo sapete fare vi invidio e approvo. Intanto che mi svelate la vostra tecnica, la mia è quella di trarre il miglior finale possibile da una brutta storia. E vale per tutto, eh, compreso il panino “vegetale al tonno“, ossimoro che infesta le vetrinette dei bar iberici: la prima volta leggiamo solo “vegetale”, diamo un morso… Poi decidiamo se ingaggiare una lotta con l’ignara cameriera, o cedere il panino alla collega che non ha pranzato, né ha tempo per comprarsi qualcosa.

Io se becco la, ehm, “curandera indigena” (che poi era italianissima) le farò comunque uno strascino che non si dimenticherà. Ma ho deciso che questa brutta storia finisce qua: due anni dopo quelle antiche attese, e qualche istante prima del soiotutto che ora mi dice che in Italia non si legge, che se non pubblichi con la casa editrice Stocazzo non sei nessuno, ecc.

Se vi convinco che la salute mentale è patrimonio pubblico, che per ottenerla non basta scimmiottare i riti altrui, la mia è una storia a lieto fine.

(Non so voi, ma io voglio vedere questo finale!)


BUONO SOCIALE 
MIRATO AL SOSTEGNO DEL LAVORO DI CURA
 PRESTATO DA ASSISTENTI FAMILIARI (badanti)

E volevo aggiungere un’altra cosa.

Dopo il discorsetto sul privilegio di scrivere, sono tornata in paese a… scrivere, per l’appunto. C’erano le bozze da correggere, prima di mandarle in casa editrice. Ho lavorato benissimo, sapete perché?

Perché mia madre pensava a tutto il resto. Non parlo solo di cucinare, rassettare prima ancora che me ne accorgessi, o pianificare le spedizioni puLitive della colf (come diceva Marco Balzano alla cerimonia, l’emancipazione di molte famiglie avviene sulle spalle di donne che lasciano i loro figli per curare quelli altrui). Parlo proprio delle piccole cose, i biscotti per la colazione, la coperta in più ai piedi del letto, il filo interdentale, che mi ritrovavo davanti prima ancora di accorgermi di averne bisogno.

Niente di che, direbbe mia madre, come lo dicevamo noi dopo aver imparato ad andare in bicicletta. Dimentichiamo in fretta il tempo che ci vuole a imparare qualcosa così bene, che poi la fai in automatico.

La cura si impara. Quando sono tornata a Barcellona sono stata una giornata intera a vomitare (labirintite da viaggio aereo?). Ebbene, il compagno di quarantena non ha conosciuto grandi esempi di lavoro di cura, così ci ha messo qualche ora a passare da “Ti serve qualcosa ora che esco?” (mi serve che tu non esca, avrebbe detto mia madre), a “Ti leggo un capitolo di quel romanzo sdolcinato che piace solo a me?”, fino ad assestarsi su un più efficace: “Uh, ti manca il bicchiere d’acqua sul comodino”.

A dirla tutta me ne sarei uscita pure io, con lui allettato, a meno che non mi chiedesse di restare, e non avrei mai ammesso di aver bisogno di assistenza h24. Dico solo che ci vuole allenamento: pensare al posto di qualcun altro non è qualcosa che si impara subito. Dare per scontato che sia solo una categoria a farlo non è esaltare l’istinto materno, ma ignorare la pressione sociale che lo spaccia per spontaneo.

Adesso avviso mamma che sono ancora viva, prima che mi mandi un’ambulanza.

Per esempio, ‘sta canzone non mi ha mai convinto. Ma come diceva quello a Masterchef, “so che a voi piace”.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 15 persone e persone in piedi

Sì, il discorso l’avevo ripassato a casa. Più volte, mentre lavavo i piatti o mi sottraevo agli artigli di Archie.

Non perché pensassi di vincere, giuro. Il manoscritto che presentavo al Premio Clara Sereni era un esperimento, lontano dai miei soliti scritti incasinati.

Il mio piano diabolico era quello di approfittare del primo microfono che mi passasse davanti: ma che fosse un passaggio spontaneo, eh. Data la mia modesta altezza, per sottrarre il microfono alla brava presentatrice mi ci sarebbe voluta una scala!

Per fortuna, un microfono mi è stato offerto senza capitolazioni: allora, com’è ovvio, mi sono incartata. Ci ho messo un po’ a tornare in carreggiata. Se non avete capito bene le mie parole confuse, ribadisco qui ciò che volevo dire:

  1. Ho avuto il privilegio di essere una donna bianca, di classe media, con una famiglia comprensiva alle spalle. Così ho potuto dedicarmi alla scrittura. Ci sono scrittrici migliori di me che non possono fare altrettanto, perché troppo impegnate a farsi sfruttare per due soldi, o intente in un lavoro fondamentale e disprezzato, come quello di cura.
  2. La persona che mi ha ispirato il protagonista del romanzo si sta curando grazie alla generosità di chi gli offre una psicoterapia gratuita (ben due persone). Dunque, il mio Sam ha avuto fortuna. La salute mentale non dev’essere questione di fortuna. Dev’essere accessibile a prescindere dal reddito, dal passaporto, dalla lingua parlata. Per chi non può permettersi il (legittimo) onorario del/la terapeuta, un “pigliate ‘sta pastiglia” non può essere l’unica soluzione.

Tutto qua. Se volete sentirmelo dire a voce, cliccate qui sotto, a vostro rischio e pericolo. Io sembro la rana dalla bocca larga, con una scopa di saggina in testa. Ma la cerimonia merita tutta.

Un concorso in cui la gente si commuove dopo averti consegnato un premio, in cui una perfetta sconosciuta viene messa davanti a un microfono, è qualcosa di prezioso, da coltivare sempre.

fusilli, lenticchie rosse – Seeed.it - Energia, equilibrio, eccellenza

Dio, ma siete irritanti!

Voi e la vostra mania di avere una vita. Adesso che, come s’è detto, faccio una toccata e fuga in Italia, mi state coinvolgendo (bontà vostra) in attività di ogni genere: e quello ha la bambina che compie un anno, e sua sorella ha scoperto un nuovo dolce che vuole farci provare… Quell’altra va addirittura a correre la mattina, e accetta proseliti!

Ma io sono agnostica e, soprattutto, asociale.

E vi confesso un’altra cosa: faccio tanto la figa, ma non ho il coraggio di mandarvi a quel paese. Come voi non avete il coraggio di farlo con me (vivibbì!). E allora, come la mettiamo? Mi tocca davvero fare cose, vedere gente?

Ci pensavo mentre scolavo i fusilli di lenticchie: li vendono in pacchi da 250 grammi (maledeeetti!), dunque ogni volta li cucino tutti, e ogni volta mi dimentico che la mia padella da sugo è troppo piccola per poterceli saltare. Così li scolo, li verso nel sugo, e solo dopo mi rendo conto che è impossibile mescolare, o i fusilli cadranno. E quelli di lenticchie, specie in una padella non nuovissima, non hanno una consistenza che dia tempo di prendere mestoli, tentare lenti travasi… Allora impreco, afferro una presina (il compagno di quarantena ha giubilato il manico della padella), e provo a rovesciare di nuovo i fusilli nella pentola in cui li ho cotti. Anche lì, mission impossible: la padella è tonda e non ha un beccuccio come il bollilatte, quindi i fusilli cadranno, in quantità indefinite.

Insomma, non c’è modo di fare le cose alla perfezione. L’unica è non provarci nemmeno, e sacrificare un fusillo: se la traiettoria è precisa e non mi tremano le vene e i polsi, riesco a immolare un solo fusillo alla causa del mio pranzo. Il reietto cadrà sul piano cottura o nel lavandino, e a quel punto, se proprio gli va bene, finirà nelle fauci di Archie (che tanto fa merenda con la stoffa del materasso…). Capi’? Se non sacrifico un fusillo, perdo metà pranzo!

Allora sono così soddisfatta che ripenso addirittura a un canto semidimenticato dell’Odissea: a quando Ulisse, per poter viaggiare tranquillo, accetta il sacrificio di non ricordo quanti uomini (che ci teneva, quel Nettuno!).

Anche per il mio viaggio in Italia, sacrificherò un fusillo: un pomeriggio di foto in giro per Napoli, immolato sull’altare di una rimpatriata con dolce non vegano (“Ma come mai non sei solo vegetariana?”). Mezz’ora di corsa con l’amica sportiva, prima di deviare verso la cornetteria di sempre (“Avete cornetti vegani?”). Un’intera giornata a fingermi morta se viene l’amica di famiglia che mi incita ad avere figli “prima che sia troppo tardi” (mi sa che lo è già, signo’).

Si tratta di sacrificare un fusillo, in attesa di decidermi a buttar via la padella senza manico.

Se poi avete il coraggio di venire voi ad assaggiare i miei fusilli, giuro che non mi fingo morta.

Dio, torno in Italia qualche giorno. Devo. E non so cosa mettermi!

No, scherzo, butterò due gonne e tre calze nello zaino. Ma riassumevo il mio shock post-lockdown, che mi porta a girare con i capelli lunghissimi perché mi scoccio di trascorrere anche mezz’ora dalla parrucchiera. E vado addirittura con i pantaloni della tuta (chi mi conosce sa che è inaudito!).

Specie fino a poco fa, le donne che “si curavano poco” (espressione che odio, “curarsi” per me è fare il ca’ che ti pare) erano spesso tacciate di pigrizia.

Invece, una scrittrice come Zadie Smith ha dichiarato che a sua figlia concede solo un quarto d’ora da passare davanti allo specchio: il fratellino non è sottoposto alla stessa pressione estetica per uscire di casa tutto caruccio, così ha il tempo di fare altro.

Tipo? Beh, io, la sera che ho smesso di documentarmi sulla gloriosa lotta ai punti neri, ho visto un documentario su Mayakovski.

Dite che sono meglio i punti neri? De gustibus! Io ho la sensazione che il lockdown ci abbia confermato qualcosa che sospettavano in tante, senza mai articolarla: se andiamo in giro nature, non si ferma il mondo. Nonostante i vari meme scimpatici su come sarebbero state pelose le donne a fine quarantena. Nonostante gli inviti della giornalista boomer madrilena, che si faceva un punto d’onore di mettersi il reggiseno anche per lavorare in casa (e varie ventenni le hanno fatto ciaone con il no bra movement, di cui sono seguitrice inconsapevole da anni).

Sì, già vi vedo: “Ci voleva il lockdown”. Non lo dite a me! Intanto, è la prima volta in vita mia che, quando osservo le vetrine sul Portal de l’Àngel, devo controllare il nome del negozio per accertarmi che sia Benetton e non Oysho! Il “look pigiama” introduce nuovi orizzonti.

Però (apro parentesi sociale), non posso prevedere grandi cambiamenti di costume se l’economia non si muove di un millimetro, se il lockdown ha fatto perdere il lavoro a un’incredibile quantità di donne: allora, la dipendenza economica può spingere una a rendersi il più indispensabile possibile (anche rinforzando gli stereotipi di genere), per non finire in mezzo a una via. Io dico scherzando che la maggior emancipazione che in Catalogna è dovuta alla crisi economica, che ha costretto tante coppie giovani ad avanzare verso la parità: la mattina lavora il papà, il pomeriggio la mamma, e i soldi per l’asilo non ci sono, quiiindiii… Sul serio, al mio arrivo ero stupita da quanti papà vedessi in giro coi figli nel marsupietto, o come si chiama.

Ora (chiudo parentesi sociale), conveniamo che la parità ottenuta con le pezze a culo non è l’ideale. Però è importante trarre qualsiasi lezione legittima dal periodo demmerda che stiamo trascorrendo. Una è che il “Lo faccio per me stessa” non sempre sta in piedi, se riferito ai soldi e al tempo che crediamo di dover investire per renderci accettabili (visto che, così come siamo, non andiamo mai bene…).

Quando mi tornerà lo sfizio, riprenderò a truccarmi gli occhi, perché mi diverte giocare coi colori, e in strada avvisto molti più ragazzi che si cimentano.

Speriamo che, un giorno, la mia nipotina nata nel 2020 possa uscire in pigiama o addobbata come un lampadario, o senza niente addosso: come più le gira di fare.

funny-communication-meme | Rusher Rogers

Avete presente quando vi ordino di rinunciare a voler controllare tutto?

Ebbene, sono incappata in una situazione in cui il controllo ce l’avevo, o quasi. Quello che mi mancava erano informazioni.

Sto delirando? No, è che non posso dare troppi dettagli: mica so’ Dagospia! Diciamo che, tre giorni fa, una persona con cui stavo svolgendo un piccolo lavoro ha cambiato umore in un nanosecondo. Quindi ha cominciato a evitarmi, sabotando il lavoro stesso.

Rimasta sola, dopo aver citato più volte gli Squallor, mi sono detta che sapevo di avere a che fare con un personaggione umorale, e che era inutile farsi domande. Meglio andare per la mia strada, accettare le cose che non posso cambiare, ecc.

Quando sono riuscita a ottenere un cavolo di confronto, a cui mi sono presentata dopo svariate pere di camomilla, ho scoperto che il problema era stato qualcosa che avevo detto: uno scherzo generico sulla sciatteria, che era stato interpretato come una critica personale. Il bello era che la parte di lavoro svolta dall’altra persona mi sembrava troppo “leccata”, altro che sciatta! Forse era l’altra persona a sentirsi sciatta di suo (il che spiegava l’approccio “leccato” al lavoro).

Ho ripensato a quella rimpatriata che organizzavo anni fa in chat. Visto che una sola amica (che chiameremo Lucia) aveva proposto delle date per vederci, avevo commentato con: “Grazie, Lucia! Però voglio incontrare anche gli altri, eh!”. Lucia mi aveva scritto in privato: “Questa te la potevi risparmiare! Io ti dico in che giorni sono disponibile, e mi snobbi così?”. Quando le avevo spiegato cosa intendessi, lei aveva provato a buttarla sul “Vabbè, abbiamo sbagliato tutte e due: tu a esprimerti, io a interpretare”.

No, Luci’. Se tu hai problemi di autostima, o di paranoia, la colpa forse non sarà tua, ma di certo non è mia. E meno male che era un equivoco scemo. Mi è capitato invece un interlocutore molto ansioso, che si appigliava a ogni parola che gli avessi detto o scritto per vederci un attacco personale: forse ci trovava solo l’incarnazione delle sue paure.

Almeno, la persona di cui parlavo all’inizio del post ha ammesso che il nostro era un equivoco “alla Lucia”: io non c’entravo niente con le sue insicurezze. Le avevo solo subite!

Due conclusioni.

1. Vi rendete conto di quante energie ci avrebbe risparmiato un confronto immediato, che scattasse subito dopo la frase “offensiva”? Quella volta che abbiamo il controllo di una situazione, non sprechiamolo.

2. Parafrasando Thais Gibson: se vi dico venti volte che siete l’orco delle favole, non vi convincerò mai, a meno che… A meno che non crediate voi di essere l’orco delle favole!

Quindi non credeteci.

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Ok, c’era ‘sto tipo.

Io ero un’adolescente in vacanza con la famiglia, e lui uno più grandicello che diceva le parole giuste, o il giusto numero di parole perché risultasse “un mistero”. Come persona, dico: le sue opinioni su tutto erano talmente poetiche e fumose che potevano significare ogni cosa, e il suo contrario. Era un po’ troppo perché un’adolescente fricchettona, che amasse sentirsi la pecora nera della situazione, non fosse almeno intrigata dal tipo.

Rimasi indietro il giorno della partenza: gli adulti sarebbero andati a fare l’ultima gita (che palle!), e io avrei esplorato un posto mai visto con questo concentrato di carisma e sintomatico mistero… Un posto un po’ isolato e molto romantico: pure troppo. Infatti io, teenager timidona, per calmarmi feci una battutaccia: “Dai, chissà quante ne porti qui!”. Flagellatemi pure, ma inso’, ero alle prime armi, e giuro che, da brava nerd, stavo più o meno citando un film con Gastone Moschin.

Apriti cielo. Il tipo si risentì tantissimo, mi schifò all’istante e mi riportò indietro. Adesso, spero che siamo più o meno d’accordo su questo: siccome lui non aveva mostrato chissà che segni d’amore appassionato, quella mia battuta per sdrammatizzare poteva essere infelice, non imperdonabile. Ma spiegatelo a un’adolescente complessata, prontissima ad addossarsi le colpe di tutto. Diciamo che quell’episodio spiacevole influì un bel po’ sulle mie scaltre scelte sentimentali degli anni a venire.

Ebbene, ieri su LinkedIn ho ribeccato il fenomeno. Stando ai suoi commenti su varie pagine (*indossa il cappotto da ispettore Clouseau*), lui è convinto delle seguenti verità:

  • i vaccini servono per inoculare un nanochip che, tra le altre cose, ti fa prendere Radio Maria;
  • c’è un complotto in atto per farci morire di cancro;
  • il complotto vale solo per la popolazione bianca: quella nera pensa a rubare e a dormire negli hotel a 5 stelle (e gli italiani finiscono in strada!1!1!!);
  • ci vuole un bel colpo di stato (dichiarazione seguita, giuro, da un preventivo step-by-step).

Magari il tipo non è sempre stato così. Magari i suoi discorsi fumosi q.b. avrebbero portato a qualcosa di diverso, anche se dopo l’incidente della battuta avevo già indagato con la “comitiva del mare” (esistevano ancora le lettere!), e scoperto che il Nostro aveva guai con la giustizia (poi rientrati), e delle simpatie politiche che, per intenderci, prevedevano pose da giuramento degli Orazi… Alla luce di ciò che ho letto ieri, mi è difficile non pensare che questo qui era, diciamo, un caso perso già allora. Così vedo sotto altri occhi quella reazione inconsulta davanti alla mia battuta, così poco normativa per una pulzella da corteggiare alla vecchia maniera.

Non è la prima volta che mi succede, di spiegarmi il passato con informazioni che arrivano a distanza di decenni. Il precedente più triste riguarda una compagna di università che mi lasciò sola a fare una presentazione che avevamo scritto insieme, dividendoci le diapositive da esporre in classe. Solo anni dopo, a una rimpatriata, scoprii che la poveraccia, proprio in quel periodo, era invischiata in una relazione violenta: forse il giorno della presentazione non aveva davvero le forze per presentarsi in classe.

La vita è una narrazione che abbiamo ricavato da informazioni parziali, anche nel senso di “un po’ di parte”. Capire i perché delle cose non è risolutivo, ma aiuta. Ci permette di scoprire come sarebbe andata se avessimo interpretato lo stesso fatto in modo diverso. Non ottimistico, o positivo a tutti i costi: diverso.

E voi, avete un episodio fumoso che vi ha cambiato la vita, o almeno la media universitaria? Potete giurarci, che le cose siano andate proprio come ve le raccontate?

Pensateci un po’, e se vi va fatemi sapere.

(Dell’estate col tipo “peculiare” mi è rimasta questa bella canzone, che mi ispirò il titolo per il mio primo romanzo!)