Per cominciare dovrò invocare la Musa delle periferie, la Calliope dell’enjambement alla Tiziano Ferro (puoi rima/nere…), la paladina della poesia pulp, molto pulp, pure troppo.

Che secondo me somiglia un po’ ad Ambra Angiolini, non quella di Ozpetek e Remedios linda pequeña chiquita, ma la pischella che di fronte al Principe Azzurro postmoderno che entrava in non so che negozio diceva: “Che fico, altro che i Take That!”.

La invoco perché mi aiuti a esporvi i miei dubbi sul linguaggio letterario degli scrittori italiani contemporanei, da lettrice incostante e trapiantata altrove.

Ho appena letto Acciao, di Silvia Avallone, e a parte le incredibili coincidenze e certi monologhi da Paninaro di Drive In, mi è piaciuto. Nonostante abbia aperto subito dopo La Storia di Elsa Morante, un’eco di questi personaggi livornesi fragili e (s)coinvolgenti si sovrappone ancora a quello dei passi di Gunther nella Roma del 1941.

Ma il linguaggio, nelle sue declinazioni più bimbeminkia, mi ha spaventata, proprio perché stavolta mi ha annoiata un po’. Eppure è la lingua di tante “novità editoriali”, quella profusione gratuita di cazzi che sembra il “fottuto” dei film tarantiniani, figlio dell’italiano artificiale del doppiaggio.

Ecco, pensavo al linguaggio di cui mi sono nutrita nella mia vita di lettrice, e a quello che vorrei adottare come aspirante scrittrice.

È da quando ho portato il postmoderno all’esame di Letteratura comparata che sospetto di avere una cultura da supermercato. Un pastiche costruito, si diceva, su film doppiati e su Jack Frusciante che esce dal gruppo, e mi lascia senza virgole 10 anni prima di conoscere Molly Bloom. Su un umorismo al femminile tra Bridget Jones e Zelig, di quelli che criticano i maschi, ma poi gli lavano i calzini e si dicono che in fondo, “lui almeno è reale”. Almeno. Che brutta parola.

Un imbroglio linguistico sporcato dalle lingue e dai viaggi, e dagli assegni di disoccupazione stranieri.
Destrutturato, sgrammaticato e contento, che plasma ad arte un vuoto incolmabile, perché non sai bene con che riempirlo.

E con questo linguaggio vorrei costruire libri. Ma come?

Leggendo il Vargas Llosa di Conversación en la Catedral, e l’Eduardo Mendoza del caso Savolta mi sono resa conto che stilisticamente parlando niente è più patetico di un linguaggio di rottura quando ormai si fa vecchierello.

E allora che alternativa propongo, un ritorno all’ordine? A un Canone riveduto e (s)corretto? Queste velleità si distruggono mettendo a confronto pedanti di paesi diversi. A un corso di scrittura a Gràcia, il classico nerd corpulento e occhialuto ci omaggiava della seguente metafora sulla buona letteratura:

– Una birra con un piatto di bravas è un delizioso spuntino, ma la gastronomia è un’altra cosa.

Per poi confessare che per lui la gastronomia (ovvero la Letteratura con la “l” maiuscola) era Baricco. Baricco! Quello che i suoi colleghi nerd italiani, davanti a una Peroni e un piatto di patatine fritte, avrebbero condannato senza pietà. Per poi incensare, magari, Zafón, che per gli spagnoli sarebbe le bravas.
D’altronde, peggio di richiamarsi a un imprecisato canone è scriverci rabbiosi contro, denunciando in ogni rigo, in ogni cazzo sparso la volontà (e l’incapacità) di chiamarsene fuori.

E allora, che stile adottare, per scrivere “bene”?

Non so voi, ma io ultimamente sono presa da una voglia di essenzialità. Sfrondo a ripetizione le mie frasi gonfie di immagini e azioni (troppe) fino a cercare un mondo delineato in due scippi,o due righe Times New Roman.

Niente di originale, ma è quello che voglio ora. Anche se con questo bazaar in testa che a casa mia si è chiamato cultura (o controcultura, a seconda della spocchia) non so quanto ci metterò.

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