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https://flic.kr/p/wtjmX9 | Metro Vallcarca, Barcelona - Josep Ramon

Di Josep Ramon

C’è questa fermata di metro a Barcellona, con cui ho avuto per anni un rapporto particolare.

Lontanuccia dal centro, ma vicina ad altre attrazioni turistiche, ha sempre unito lo stile sonnacchioso dei quartieri residenziali catalani al caos delle orde di turisti. Che però qui si disperdono. Sparuti sulle scale mobili che ne facilitano l’arrampicata, si fanno fotografare sorridenti in cima ai muretti con su scritto “Tourist go home“. Detto fra noi, in questo quartiere non sempre mi sono sentita al sicuro, o mi ci sono sentita molto meno che nel Raval. Non per la possibilità di uno scippo, che quello mi è successo sotto casa nel tranquillissimo Montjuïc, ma perché tra tante scritte contro i blanquitos temevo che i miei capelli schiariti dalla camomilla potessero attirarmi sguardi obliqui (per fortuna non pervenuti).

E poi, vabbe’, c’è stato quello che c’è stato.

ll lungo anno di tragitti di metro che mi sembravano sempre molto lunghi, per visitare una casa in particolare, di cui nessuno sapeva o doveva sapere niente. Un anno passato a svegliarmi tanto più presto di chi mi ronfava accanto, al suono di auto che per il mio Raval non passavano, e a chiedermi se lasciare o meno, giacché ritornavo sempre, lo spazzolino, magari mimetizzato tra gli altri in bagno. Alla fine, con un’intuizione insolita per i tempi, lo rimisi in borsa esattamente l’ultima mattina che passai in quella casa.

Dopo fu davvero difficile, per me, tornare a quella fermata, uscire dalla parte giusta e dedicarmi a pubbliche relazioni con gente che non sempre doveva sapermi esperta, nel mio piccolo, della zona. Una ragazza lo notò, la prima volta che ebbi il coraggio di ritornare per una festa primaverile: “Sei a disagio, vero?”.

In quell’occasione scoprii che il bar all’angolo di quella strada piena di auto, la mattina, faceva lo shakerato alla nocciola. Tanti mesi a combattere con l’insonnia e lo spazzolino, e non me n’ero neanche accorta.

Mi sono accorta l’altro giorno, invece, che questa fermata della metro adesso la percorro in fretta, spensierata (o pensando ad altro) e contenta. Perché è molto bello, fuori, mi accorgo finalmente. Ci sono murales, strade vecchie, una sorta di antico magazzino riabilitato che mi piacerebbe vedere aperto, prima o poi.

Ma tanto non mi ci soffermo troppo, perché ho altro da fare: raggiungo i miei nuovi posti, col passo veloce di chi si prepara a una bella scalata. E di chi è già in ritardo. E al ritorno mi perdo in strade che non percorrevo da tempo, col naso in su ad ammirare i balconcini antichi.

Insomma, tutto il melodrammone pucciniano che mi ha tenuta prima sospesa e poi lontana, è sparito, nel nulla. Come se non ci fosse mai stato.

È per questo, che vi scrivo. Perché, in questo presente che fa dell’ansia una medaglia al valore, e dell’amore un’eterna montagna russa (come a distoglierci ad arte dalla sua parte di fatica), so quanto sia facile affezionarsi a certi drammi.

So quanto sia forte la tentazione di non passare mai per un quartiere, una città, a volte perfino uno stato, perché lì ci viveva una persona che una volta ci ha respinti, o che abbiamo adorato il tempo giusto per non stancarcene. So quanto sia facile, per quanto sia facile il dolore, affezionarsi al ricordo orribile di chi si è ormai dileguato, piuttosto che vedersi ogni giorno con qualcuno, accettare la fine del brivido, la possibile noia, la responsabilità di vederci così come siamo.

È come se il melodramma, l’ansia, la friendzone e tutti questi surrogati di una vita sbagliabile, ci facessero propendere per una vita sbagliata. Di bassa manutenzione, piena di monumenti funebri dedicati a quello che avrebbe potuto essere.

Come la mia fermata della metro.

Che da quando ci passo senza neanche accorgermi mi ha regalato molte più cose.

Perché il problema è quello: cosa si fa, una volta che si accetta di vivere sul serio? Di amare qualcuno che ce lo voglia, il nostro spazzolino in bagno? Di mettere da parte la cosiddetta ansia e deciderci a sbagliare per mano nostra?

Si osserva il paesaggio.

E si scopre che era sempre stato lì, per chi avesse avuto il coraggio di alzare la testa.

 

Risultati immagini per ariel brushing her hair with a fork In un post di qualche tempo fa vi spiegavo come distruggervi la casa e la dieta in poche mosse, con la scusa di essere in ritardo.

Adesso vi racconto come rovino il mio aspetto giusto un istante prima di uscire! Quando ho solo cinque secondi per scendere, intendo. Se no il lavoro di distruzione sarebbe più meticoloso.

Siete consapevoli, ovviamente, che sia tutto un gioco? Che andate benissimo così? E allora possiamo cominciare!

  1. Usciamo come stiamo in casa! Senza complessi. Voglio dire: ho incontrato Viggo Mortensen mentre ero in tuta e bustona di uova al seguito… Ok, specifichiamo: in casa preferisco indossare qualcosa che mi piaccia, sempre che sia anche comodo! Mi cambia proprio l’umore, rispetto al mettermi cose spaiate e a brandelli. Che so, pantajazz neri d’inverno e vestitino smesso d’estate: se con questa roba devo uscirci all’improvviso (e lo faccio) non mi trovano meno scippata del solito.
  2. Il trucco c’è? Non so se avete presente il no-makeup makeup: portatelo alle estreme conseguenze e otterrete ME! Ormai uso solo la mia crema al caffè, resa semieterna dal conservante, e poi vado di… ditate: una di correttore ottenuto mescolando vecchie tonalità con aloe vera e ossido di zinco, e due dell’ombretto che uso anche come rossetto ed eventualmente phard (cliccate qui per una ricetta più professionale). Va bene anche un qualsiasi ombretto in crema, eh! Magari preceduto da un velo di cipria lì dove lo volete applicare.
  3. Chi ha detto capelli? Sentite, io per i tagli elaborati vado sempre da una professionista, ma quando la festa è proprio tra un’ora e le mie doppie punte sono diventate i rami della Foresta Incantata, uso il CreaClip. Ah, e fino a cinque minuti prima dello shampoo (ma meglio anticiparsi), faccio una passata di dita imbevute in acqua e olio di cocco. Da aprile a ottobre vietato il phon, lo uso solo per farmi la piega. Se ho almeno un’ora di tempo e li voglio un po’ mossi, li fisso bagnati nella classica “cofana”, con un asciugamani.
  4. Strega chiama colore! La strega sono io, quando coi capelli scippati di cui sopra mi accorgo che non ho roba pulita che sia anche assortita cromaticamente. Come faccio? Una sola parola: sciarpette! Che posso usare in due modi: a) Intorno al collo! (Ma va’). Nel senso che metto su il più noioso dei completi (‘nu jeans e ‘na maglietta, oppure tinta unita) e ci schiaffo sopra un foulard policromo; b) Intorno alla borsa! Le mie sciarpette colorate, anche autoprodotte, annodate ai manici della borsa me la rendono abbinabile pure nelle situazioni disperate. E se siete proprio folli come me…
  5. Fatevi la borsa! I miei sandali estivi sono un caso disperato da abbinare: rosa shocking, puffo transgenico… Ebbene, ho investito 5 euro in fettuccia per farmi una borsa così, facilissima e abbinata alle scarpe estive che uso più spesso. Da afferrare un istante prima di uscire senza pensare ai colori. A farla ci ho messo giusto tre sere davanti a Netflix, e solo perché intanto mangiavo pure! Se poi avete una spilla da balia, ci applicate di volta in volta un fiorellino abbinato agli altri sandali impossibili che avete, e state a posto tutta l’estate.

Ok, ve la dico tutta: io senza vergogna uso, sia sulla borsa che sui capelli, uno dei miei fermagli strategici. Essenzialmente sono policromi, per esempio ho dei fiori di legno con un colore per petalo. Che diamine, almeno un petalo si abbinerà al resto!

Ci vediamo al Red Carpet, allora! E se vi chiedono chi vi ha conciato per le feste, fate pure il mio nome. Sperando che non mi vengano a menare sotto casa.

 

Risultati immagini per rose bud Giovedì scorso sono andata a un incontro per ricordare Katia, regista e attrice italiana che viveva a Barcellona ed è venuta a mancare all’improvviso, lasciando tantissima gente costernata e incredula, ma con la voglia di ricordarla ridendo. Sì, perché nel corso dell’affollato pomeriggio sono state rievocate la sua ostinata passione per l’uvetta nelle verdure, o le sviste come quella di non togliere il cartellino del prezzo all’abito da sposa di una cugina, o l’indifferenza al mondo del calcio che la portava magari a fissare gli spettacoli il giorno di Napoli-Juve

Sapete come vanno queste cose: tra una risata e l’altra ci si asciugava la lacrima o la si lasciava lì, a piacere, in attesa che cominciasse il piccolo video commemorativo dei ragazzi della Compagnia teatrale.

Io conoscevo poco Katia, abbastanza da apprezzarne energia e dedizione. L’ho rivista nel volto del fratello che, in particolare, ha fatto un discorso timido e conciso, che difficilmente dimenticherò. Ringraziando gli astanti per il sostegno ricevuto nei difficili giorni passati a Barcellona, ha detto più o meno così:

“Come vedete sono più avanti negli anni, eppure sono qui io a ricordare mia sorella, e non viceversa. È una cosa che va contro natura. Ma il tavolo dove avvengono queste negoziazioni nessuno sa dove sia, e non ho avuto occasione di parteciparvi e dire la mia”.

Ecco, il tavolo dei negoziati per trattare chi viene e chi va, e quando, e come. Che bella immagine. Sembrava presa dal libro di Queneau che il fratello di Katia stringeva in mano senza mai aprirlo, consegnatogli da una cugina (quella dell’abito da sposa) che vi aveva letto un brano prima di dover scappare in aeroporto.

Non servivano libri per quelle poche parole che mi hanno “risolto” una riflessione ben più astratta, frullatami in testa un pomeriggio che tornavo a casa pensando al terribile mestiere di mio padre (curare bambini leucemici), e mi si era parato davanti un ragazzino minuscolo, cicciotto, pieno di salute, la corsetta resa barcollante dal piacere di giocare.

Forse, avevo pensato allora, dovremmo farlo al contrario. Invece di pretendere di mettere tutto il tempo possibile tra noi e il ritorno al nulla, forse dovremmo ricordarci di quanta strada abbiamo fatto dall’essere nulla a essere noi. Di quanto ci sia voluto perché fossimo lì a respirare, camminare, riflettere su quello che stiamo facendo, e capire che, letteralmente, già è tanto che lo stiamo facendo.

Se ci riesce di continuare per cent’anni, tanto di guadagnato. Ma il tavolo dei negoziati in cui possiamo pretenderlo non ha un indirizzo rintracciabile su Google. Quello che possiamo fare è usare questo regalo strano, spesso sgradito, che ci troviamo tra le mani, e ricavarne il meglio che possiamo. Provare a farlo.

E riuscirci.

Per quanto sta in noi.

Katia ci ha potuto provare per poco tempo, e non per sua scelta. Ma avreste dovuto vedere quanta gente ci fosse a spiegare quanto avesse lasciato dietro, quanta energia, quanta ispirazione.

Mi sa che ci è riuscita, no?

Risultati immagini per bored cat E che du’ palle! Quante volte me lo sono detta, in periodi meno ameni di questo?

Credo sia una sensazione comune, specie nei momenti in cui ci sembra che tutto quello che stiamo facendo si riduca alla parola manutenzione.

Stiamo evitando alla casa di cadere a pezzi, alla relazione d’infrangersi contro la monotonia, al lavoro di essere un’esperienza del tutto sgradevole.

E allora ci chiediamo: ma che cavolo facevo, prima? Quando mi andava tutto male e non avevo né un lavoro, né una relazione, né una casa decente di cui parlare?

Beh, hai detto niente. Ci andava tutto male.

Il #mainagioia è il migliore dei passatempi, il più epico.

E non scherzo. Nell’anno abbondante post-crisi che ho trascorso solo a rimettermi in forze, a “fare progressi”, riscoprire la vita, non mi sono annoiata un momento.

Avevo quest’epica tanto cara ai nostri giorni, quella del passo dopo passo, verso la vittoria, che ultimamente accompagna sia la fondazione di una ONG che il primo giorno di dieta.

Quindi i periodi schifosi ci risparmiano un problema importante: quello di fare i conti con la realtà. O almeno col suo lato meno epico: le inevitabili minutaglie.

La realtà, nei periodi neri, ce la possiamo solo immaginare durante la “convalescenza”, passeggiando in un parco che comincia a odorare di primavera, chiedendoci se tornerà mai quello lì nella nostra vita, oppure dove saremo da lì a un anno… Tutte domande che non includono quisquilie come il piatto doccia da lavare, o i primi, solitari venerdì sera in una città di sconosciuti.

La manutenzione è una delle necessità umane, la meno sponsorizzata nelle grandi manovre della felicità.

Quindi ho smesso di chiedermi perché tutta sta noia non mi toccasse uno, due, tre anni fa.

E ho imparato a godermi i periodi di bonaccia, in attesa del brivido delle novità future.

Sempre meglio che la risoluzione di sbagliare sempre e comunque, solo per evitare il fastidio di rimettere insieme i cocci.

 

Risultati immagini per mary poppin cleaning up In spagnolo e in catalano si dice “andare di culo” (“voy de culo”, “vaig de cul”) espressione emblematica di come ci sentiamo quando dovremmo stare già da cinque minuti nel posto in cui ci aspettano, o tra un minuto busseranno alla porta e casa nostra sembra quella post-tornado di Dorothy.

Non so voi ma, nonostante i miei amici siano abituati al mio proverbiale caos, quando tutto ciò mi succede entro in una pericolosa fase di apnea, di conseguenza non ragiono e, dulcis in fundo, scopro che le mie mani hanno perso ogni prensilità.

Ecco un assaggio di quello che un’imbranata come me, dunque, mette in atto per scongiurare disastri in corner.

  1. Prima di tutto… I movimenti giusti! Una volta ho ascoltato due persone in stazione parlare di un’amica che “non è che sia veloce, fa solo i movimenti giusti”. Mi si è aperto un mondo, l’ho preso come gioco: intanto che vado in cucina a prendermi la maionese, perché non mi porto dietro la tazzina vuota e la lavo pure? E già che ci sono, mentre passo in corridoio non posso fare una puntatina in credenza a prendere un asciugamani pulito per il bagno? Preso bene e in maniera non ossessiva diventa una sfida divertente, un’ottimizzazione di tempo e movimenti che mi permette di dedicare energie a quello che m’interessa davvero. E non avete idea di quanti minuti si risparmino!
  2. Metto il couscous nella vaporiera! No, davvero, avete cucinato meno del previsto? Avete veramente 15 minuti per mangiare? In vaporiera il couscous cuoce praticamente all’istante! Non fraintendetemi, di solito per prepararlo ci metto le tre ore della mamma del mio vecchio panettiere, ma quando il tempo stringe, signora Rashida, pensate a cosa chiamate pizza voi e lasciatemi sta’.
  3. Legumi secchi? Sì, anch’io mi scordo di metterli a bagno! Ok, se manca comunque qualche ora al pranzo li verso in acqua fredda, li porto a ebollizione per circa cinque minuti e poi spengo la fiamma, lasciandoli così almeno tre ore. Attenzione: cottura non ottimale, ma se il vostro pranzo dipendeva da quello, se po’ fa’.
  4. Buonanotte al secchio! A furia di cucinare per gli amici ci resta solo mezz’ora per rassettare? Prendiamo i secchi puliti e le bacinelle per i panni, riempiamoli di tutte le cianfrusaglie che non ci serviranno per la serata e dimentichiamoli per una notte in una stanza in cui entreremo solo noi. Di buono c’è anche che avremo tutta sta roba accumulata nello stesso posto, quando finalmente ci decideremo a metterla in ordine!
  5. Cocktail di candeggina! Siccome la mia incapacità cronica con le faccende domestiche sfiora la leggenda, mi sono sentita molto furba quando ho capito che a diluire acqua e candeggina direttamente in uno spruzzino risparmiavo tempo e soldi. Ideale per far sparire quelle macchie gialle in bagno e cucina che sembrano impronte aliene.
  6. Lavo il bagno con la doccia! Questo si può ribattezzare “metodo S. “, iniziale della coinquilina che mi ha inflitto questo sistema: questa folle saliva sulla vasca armata della manopola della doccia e irrorava l’intero bagno, mentre io nelle vicinanze raccoglievo l’acqua che cadeva. Ovviamente lo userei solo per le emergenze. Inoltre, spruzzando prima il composto di cui al punto 5, ci permette di restarcene almeno per qualche giorno lontani da scope e strofinacci.

A presto con un elenco di cose che faccio quando ho dieci nanosecondi per prepararmi a uscire.

Oh, se volete ritorno ai post seri!

Ah, mi pareva.

Risultati immagini per vignette ciniche sull'amore No, ragazzi, grazie della fiducia! Mi spiace che adesso, nel seguito a questo post, pensiate davvero che scriva qualcosa di ragionevole e sensato. Io mi limiterei a riprendere il discorso sull’amore in crisi, sui motivi facilmente confessabili (un trasferimento, un cambiamento di vita) e su quello più difficile da ammettere (non siamo più presi come all’inizio). La soluzione più facile? Si diceva, dare per buono il motivo confessabile, colpevolizzare chi dei due lo abbia generato e filare via alla ricerca del vero ammmore, il cui ideale immacolato, con questo escamotage, rimane intatto.

La mia soluzione forse vi deluderà, ma è allo stesso tempo la più semplice e la più difficile: affrontare la parte inconfessabile! Sì, ammettere che anche il più “indistruttibile” degli amori si possa distruggere col tempo.

Sento di aver vinto in una sola frase diversi premi G. A. C., quindi lasciatemi specificare: bisogna valutare in tutta onestà se il nostro amore non giustifica più gli sforzi per coltivarlo. Scusate il linguaggio materialista, ma credo che quasi tutti coloro che siano andati oltre i tre mesi di adorazione reciproca (e in case separate) sappiano che tali sforzi sono tanti. Solo dopo questo lavoro di sincerità potremo capire se il problema confessabile non sia, in realtà, un alibi.

Appurato che non lo sia, che l’altra persona ci ami ma voglia davvero trasferirsi, lasciare tutto per rinchiudersi in monastero in Nepal, farsi asportare i genitali piuttosto che figliare, allora sì che si tratta di decidere.

Non dico per forza scegliere, come si sceglie in un aut aut, tipo “o resti/ci riproduciamo/torni ateo o ci lasciamo”, ma almeno decidere. Avere il coraggio di dirci:

  1. “Tu vorresti affrontare un rapporto a distanza, o è meglio lasciarci?”. (“Sì/No/Forse”).
  2. “Piuttosto che avere figli mi castro. Ti va bene o preferisci cercare qualcuno che ne voglia?”. (“Sì/No/Forse”).
  3. Nam myōhō renge kyō” (e qui si potrebbe rispondere con “Afammocc’ “, noto mantra napoletano).

Decidere! Dio mio, che brutta parola.

Non è più facile dirci che, se i suoi progetti sono cambiati nel tempo, vuol dire che non ci amava abbastanza da continuare quelli iniziati con noi? In altre parole, non è meglio perdere un amore, piuttosto che perdere l‘amore?

Peccato che non sia possibile perdere qualcosa che, così come ce l’immaginiamo, non è mai esistito.

Non fraintendetemi: esiste l’amore.

Ma l’amore eterno che si alimenta da solo e non conosce crisi, soprattutto quello che sopravvive senza problemi alla nostra paura di decidere, mi sa che non è mai esistito.

Se esiste, si nasconde così bene che non vale la pena cercarlo. Perché lui non cerca noi.

E come avrebbe detto nostra nonna: “Chi ti vuole, ti cerca”.

Risultati immagini per vignette amore cinico Ok, siete in crisi.

Lo siete per una serie di ragioni che potete individuare facilmente, e per un’altra motivazione che non tanto avete il coraggio, invece, di dichiarare.

Vediamo prima le ragioni indicabili:

  1.  Uno dei due deve trasferirsi per lavoro.
  2. Uno vuole figli in tempi diversi rispetto a quelli preventivati dall’altro (che pensava di averne più o meno tra due reincarnazioni).
  3. Uno ha fatto qualche scelta di vita che all’inizio della relazione non era prevista (che so, è diventato raeliano), e che l’altro non tanto regge.
  4. Non vi dico, poi, quando si mettono in mezzo le famiglie.

Veniamo adesso a quella brutta da dichiarare: non siete più “presi” come una volta. Adesso dipende da cosa intendiate per “preso”, ovviamente. Il cocktail di ormoni ed emozioni soggettive che chiamiamo innamoramento, pare proprio che duri pochetto, e o si trasformi o sparisca insieme al presunto sentimento. Però, se è subentrato qualcosa di meno eccitante ma più costante e profondo, stiamo bene e banco. Vero?

No, non sempre.

Adesso che il quadro è completo, domandina facile facile: qual è la maniera più semplice di risolvere la questione?

Io un’idea ce l’avrei: quello che ha avanzato il problema “dichiarabile” ha la delicatezza di prendersi tutta la colpa. Di dire: “Sono io che ho cambiato rotta, preso un’altra via, sono incorreggibile, mi dispiace”. Capite? Lascia pure all’altro la consolazione di non entrarci niente, con la crisi! Così uno dei due se ne va, pronto a flagellarsi per essere “lo stronzo di turno”, e l’altro può leccarsi le ferite dicendo “Uh, che palle, possibile che nella vita mi capitino solo stronzi?”.

Tutti contenti, l’amore è salvo. Non quell‘amore, ma l’idea di amore romantico. Quello eterno che si può dare solo con una persona, quello che è  tendenzialmente eterosessuale, monogamo, e soprattutto indistruttibile. L’altro, in fin dei conti, non era la persona giusta.

Unica controindicazione: questo sistema, con rispetto parlando, fa cagare. E i suoi problemi tendono a essere pure ripetitivi. Si presenteranno in ogni relazione, non importa la durata.

Che fare, allora?

Un paio di idee ce le avrei.

Ma ho già scritto così tanto che ve le dico venerdì.