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Grazie a Paolo Campagna per la “resa grafica” della situazione

PRIMA

Nella serie The Crown c’è un’immagine della regina Elisabetta, ragazzina, che si arrampica sugli alberi in giardino, mentre in casa suo zio e suo padre decidono che lei un giorno sarà regina.

Io, che al massimo sono stata reginetta di Forcella 2006 per i cappottini hipster, mentre cadeva il muro di Berlino guardavo i cartoni. O così mi accusò la maestra il giorno dopo, visto che non mi ero accorta di niente. Peccato, devo riconoscere a distanza di decenni: quell’evento ha deciso buona parte del mio futuro.

Scrivo queste idee confuse pochi minuti prima che si pubblichi la lettera di Puigdemont che può determinare indirettamente una parte del mio destino. La scelta del coinquilino, per esempio, visto che qualcuno in casa potrebbe mettersi in testa di scendere “a difendere il Parlament” (e scatta subito Stanis travestito da Fini). Per fortuna l’Austin Powers catalano è troppo democristiano per questo, ma ormai non mi sorprendo più di niente.

Riflettevo solo sulla scarsa influenza che hanno gli esseri umani nelle vicende che li riguardano, e come sempre mi chiedevo esattamente a quanto ammontasse il nostro potere decisionale. A nulla, dicono i pessimisti. Fatto sta che il mio migliore amico, che ne sa a pacchi, mi dice che i cuochi americani a Pearl Harbor si risparmiarono qualche anno di terapia lanciando patate agli aerei giapponesi che li bombardavano.

E comunque ho visto gli Indignados diventare la Pah, la Colau diventare sindaca, gli amici del mio ragazzo decidere che io sono di Podemos: anche le entità che detestano questi attori politici, quelle che lasceranno il Parlamento se Puigdemont non dichiara definitivamente l’indipendenza, si autogestiscono con metodi simili a quelli che adottavamo nelle piazze di Barcellona, ormai sei anni fa.

Quindi do per buona l’ipotesi che people have the power (almeno un pochetto) e lancio le mie patate.

Ma per noi, come individui, cosa rimane da fare? Mentre andavo all’università, il fallimento di una specie di Monopoli per soli miliardari ha prodotto una crisi economica che mi ha tolto quasi ogni sbocco accademico, e ha rovinato l’esistenza di quegli amici che credevano di poter guadagnare abbastanza da fare le stesse scelte dei genitori, se avessero voluto.

E invece eccoci qua a chiederci, coi quaranta che si avvicinano, come soddisfare o eludere standard sociali che cambiano molto più lentamente dell’economia che li ha generati.

È qui che scatta la seconda parte. Per dirla con i libri di self-help: come reagire a quello che sta succedendo?

Alcune strategie sono vecchie quanto il mondo: bustarelle, nepotismi, raccomandazioni di ogni genere. Altre, pure antichissime, vengono reinventate: investire nel mattone può diventare ospitare turisti in nero. Va anche detto che gli unici amici miei che sono riusciti a comprare un appartamento a Barcellona senza “l’aiuto da casa” sono un ingegnere, un medico, e una russa che ha fatto un mutuo trentennale per pagarsi un immobile da cinquantamila euro a Badalona.

Insomma, questa seconda parte “strategica” e “individuale” è più creativa dell’altra: cosa facciamo della nostra vita in tempi avversi? Io quando ho visto che all’università non c’era verso, e nel settore turistico licenziavano dipartimenti interi, ho preso il diploma per insegnare italiano. Adesso scopro che col mio certificato IELTS, se pago bene il corso previsto dall’Università di Cambridge, potrei insegnare inglese.

Soprattutto, devo constatare che i miei fallimenti più rovinosi hanno riguardato le “pezze a colori”, cioè le alternative e scorciatoie rispetto a quello che desideravo fare davvero della mia vita. Tanto vale, ho deciso, aspirare proprio a quello che voglio.

Ma sto delirando e ormai è stata pubblicata la lettera. Visto che mi riguarda, la voglio proprio leggere.

DOPO

La lettera non dice un cazzo, cvd.

Io sono fiduciosa da quando ho visto che i carri armati non arrivavano subito. Però è avvilente, sul serio, che la mia esistenza possa essere decisa da funamboli verbali a cui è sfuggito il gioco di mano.

 

 

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El cant cada vegada era més alt, més segur, Asturias, patria querida, cantaven tots i també la Natàlia, Asturias, patria querida, la Rambla s’omplí del seu cant, cada vegada més alt, cada vegada més fort, era un cant alegre […]. La Natàlia no cridava contra aquella massa burella que els havia colpejats, ni contra els jeeps, ni contra els tancs d’aigua, no cridava contra els gossos deixats anar que tustaven sense saber per què, la Natàlia cridava contra el seu passat, contra les ires del seu pare, contra el que ella havia estat. I no tenia por.

Montserrat Roig, El temps de les cireres

Ore 8.00

Irene

Una goccia.

Dove sei?

Due gocce.

Mi stai pensando?

Tre gocce.

Sei al sicuro?

Quattro gocce.

Stanno arrivando.

Irene scaglia a terra il suo caffè. Il rubinetto che perde in cucina la esaspera, e Pau non si decide a chiamare l’idraulico. D’altronde si rifiuta anche di comprare le tazzine da espresso italiano, così i frantumi della grande scodella presa dai cinesi si spargono per tutto il salón.

Irene non sarebbe arrivata a tanto se non avesse avuto gli occhi stanchi, se non si fosse svegliata alle quattro del mattino per salutare Pau che andava al seggio, mentre la sveglia digitale che lui aveva spento subito segnava la data che entrambi, per motivi diversi, aspettavano da giorni.

1 d’Octubre.

1-O.

Il Giorno dell’Indipendenza.

Almeno per Pau, che cercando le pantofole nel buio si lamentava di essere già in ritardo.

Per Irene, invece, cominciava il Giorno dell’Attesa.

“Lo so che lì alla scuola occupata avete da mangiare, ma ti ho fatto dei panini. Li trovi in frigo” era riuscita a farfugliargli prima di tornarsene a letto, troppo stanca anche per supplicarlo ancora di restare a casa.

“Con la capresse?” aveva chiesto lui, speranzoso.

Lei aveva scosso la testa:

“Butifarra d’ou e insalata mezclum. Se vuoi la Catalogna, mangia catalano”.

E aveva sbattuto la porta.

D’altronde, prima di coricarsi gli aveva detto con dispetto:

“Stanno scendendo”.

Lui non riusciva a dormire e le aveva pure chiesto:

“Chi?”.

“Loro” aveva risposto perfida. “Dalla nave di Titti”.

Arrivavano gli agenti della polizia nazionale mandati dal Gobierno. Alloggiavano da giorni in una nave italiana con sopra un’immagine di Piolín. Titti. Sui social era partito l’hashtag #FreePiolín.

Pau dopo la notizia aveva ripreso a dormire, o aveva fatto finta. Lei era rimasta con il cuscino sollevato sulla parete: non avevano neanche la spalliera per il letto, in quella topaia con angolo cottura in soggiorno, un bagnetto grande quanto una cabina telefonica e la doccia sospesa sul balconcino, dietro una vetrata che i due tortolitos si erano dovuti montare da soli al loro arrivo.

Non era quello che Irene si aspettava, quando aveva lasciato tutto per seguire quell’Erasmus catalano conosciuto a Roma. Si era abbandonata alle spalle l’Italia per la Barcellona degli affitti che aumentavano di giorno in giorno.

“Ringrazia il cielo di avere un fidanzato catalano” le diceva Marco, un compaesano arrivato da poco, che lei aveva piazzato nel bar di un amico olandese. Secondo lui, se Pau non avesse avuto amici di famiglia che affittassero pateras come quella, avrebbero pagato ben più dei settecento euro di adesso. Anche così ci buttavano quasi metà stipendio.

E quello lì pensava all’indipendenza.

“Nella repubblica catalana” le prometteva spesso in un italiano zoppicante, imparato nei loro mesi insieme a Roma, “gli speculatori stranieri che comprano i nostri palazzi avranno il fatto loro”.

Il salone puzza di caffè anche dopo che Irene ci ha passato lo straccio con la candeggina. I cocci della scodella bucano la busta di plastica che per il momento lei ha appeso alla porta del balcone.

Adesso, almeno, ha una scusa per uscire, quando prenderà coraggio.

Deve andare a buttare l’immondizia, sí senyora.

Adesso sa anche in quale bidone.

Quello a due passi dalla scuola occupata in cui Pau difende con altri il suo “diritto a decidere”.

Pepita

Il pane è caldo di forno e il caffè appena fatto. Mi basteranno due termos? Doncs no passa res, se non portano caffè le altre del Circolo della Sardana torno a casa apposta. Ma ora voglio dare il cambio a mia figlia, è rimasta lì dentro tutta la notte mentre il marito era a casa con la bambina. Meglio che torna a casa a riposare. Sono fiera di lei.

Ho cantato ogni giorno della mia vita di bimba Cara al Sol. Ho aspettato questa mattina per quarant’anni. Mamá era andalusa, ma io sono catalana. Non scrivo bene nella mia lingua, Franco non voleva che la imparassi, ma la parlerò fino alla morte solo per fargli un dispetto, al Cara Garbanzo.

A tomar por culillo (e Visca la terra)!

 

Ore 10.00

Marco

Guardi, la cacerolada mi ha svegliato alle 22.15, dodici ore fa.

Quelli finiscono di battere sulle pentole, e io mi sveglio troppo rincoglionito per spignattare qui al bar. Anche se per aprire sono andato a letto con le galline. Tipico, mi creda.

Ieri sera mi hanno pure scritto Fernando e gli argentini, amici conosciuti in ostello quando sono arrivato. Alla fine ci sono andati, al Moog, a sentire un DJ latino.

Mi hano mandato una foto col culo di una: aveva i pantaloncini così corti che all’inizio li ho presi per mutande. Questo però non lo metta nell’articolo, per favore, che sembrerò un pervertito. Per quale giornale ha detto che lavora, in Italia? Ah, ok. Non lo conosco, scusi, ma tanto i giornali non li leggo. Scrivete solo stronzate, permetta che glielo dica.

Ieri volevano intervistarmi per Rete 4, ma che gli dicevo? E poi il sabato sera il bar è pieno. Quelli insistevano, erano una giornalista e un cameraman: stai vicino a uno dei seggi principali del quartiere, dicevano, non puoi non aver visto niente.

Io non so perché perdete tempo con me, davvero. Qua a Barcellona ci sono venuto per lavorare. Se no me ne restavo a casa mia, che oggi è domenica e mia nonna… Lo so che è un cliché, ma fa il miglior ragù del mondo. Mi manca mia nonna, lo sa? È quella che mi manca di più.

Come, che lavoro voglio fare? Qualsiasi, no? Va bene anche questo bar. Sto qua da tre mesi, sto imparando lo spagnolo, estoy apprendiendo castigliano. O ci vuole “el”, davanti a castellano? Non ci faccia caso, alla fine col tipo di clienti che mi ritrovo parlo giusto quelle due parole d’inglese, sempre le stesse.

Se arriva l’ispezione, via il grembiule: è che non ho il Nie, che è come il codice fiscale, ma più difficile da ottenere. Sono il cugino del proprietario. Considerando che il proprietario è olandese, non so proprio quanto mi crederanno.

Ok, torniamo a noi. Cosa ne penso di quello che sta succedendo in queste ore, mi chiedeva.

E che vuole che ne pensi? Sono pazzi. Tutti! Sono come la Lega Nord, ha presente? Certo che ha presente, lei vive in Italia, quindi adesso se li sciroppa lei. E io che pensavo di essermeli lasciati alle spalle!

Dico io, venite a Napoli, prima di lamentarvi! Venite a fare la fame come me laureato a ventiquattro anni con 105, e in sei anni non ho trovato uno straccio di lavoro. Che cavolo! E non posso fare chissà cosa neanche qua, finché non imparo lo spagnolo. Il catalano no, mi scoccio, francamente. C’è chi dice che non lo impara per una questione politica, “per rispetto alla Spagna che ci ospita”. Io no, mi scoccio e basta.

Come? Cosa penso della Catalogna? Che potrebbe anche continuare come ha fatto per tre mesi a darmi una casa e un lavoro, invece di mettersi a fare la stronza come l’Italia!

Prendiamo il mio contatto qui, quella che mi ha aiutato a trovare lavoro: Irene Morelli, la sorella di un mio amico.

Lei ha conosciuto a Roma il fidanzato, un fanatico indipendentista di quelli “visca” di qua e “visca” di là. Lui era in Erasmus e lei alla Sapienza a studiare giornalismo.

Ha lasciato tutto per seguirlo, capisce? Vabbe’, diceva che l’Italia non le dava sbocchi, e avrà anche ragione. Ma adesso lavora come una pazza da matrimoni.com, che la sede sta pure a Sant Cugat, deve prendere il treno. Ha lasciato tutto per mettersi in questo casino, cazzo! Era veramente brava, capito? Già scriveva ogni tanto in giornali buoni: se glieli nomino, che lei è del mestiere…

Scusi un attimo, c’è una cliente.

Ciao, Tati! Il macchiato di sempre, vero? Ah, siete in tre, oggi… È vero, fai l’osservatrice per i diritti umani, per il referendum. Me l’hai detto pure, che capa fresca che tieni. Tranquilla, a te lo faccio corto de café, mica ci beviamo il piscio di questi qua…

Ehi, adesso non ti arrabbiare, che questo signore è della stampa italiana! La guardi bene, signore, questa sì che è un’indepe convinta. Da dove viene, secondo lei, con questo gilet fosforescente e la frangetta a metà fronte?

Da Como, viene! Dal ramo del lago eccetera. Ci crede, lei?

Neanche io. È conciata così perché fa l’osservatrice dei diritti umani, va a difendere il seggio di chi può votare: lei da italiana non potrebbe nemmeno!

Sei una bella ragazza, Tati, e sei ancora in tempo. Salvati da questi pazzi!

Ok, ok, sto zitto.

Fanno tre euro e cinquanta in tutto, i tre caffè.

E pure a lei, signore, sono tre euro il caffè e los bollos… volevo dire, le paste. Le faccio uno sconto ma non è che la stampa consumi gratis, qua.

Con tutte le stronzate che scrivete.

Adesso parlate pure tra voi mentre mi assento un attimo. Mi sono finiti i ceci e i clienti fighetti vogliono l’hummus a colazione. Il magazzino sta pure vicino al seggio, speriamo che non mi succede niente. Appena viene il proprietario a sostituirmi esco un attimo. Ah, eccolo.

Tati

E poi vai un attimo a prendere il caffè per tutti e succede questo. Il giornalista italiano che ti vede il gilet di osservatrice dei diritti umani e vuole il sangue.

Nel senso che ti chiede: hai visto la polizia caricare? E la gente che faceva?

Ma tu ancora non hai visto nulla, e speri di continuare così fino a stasera. Sono due giorni che non dormi per la paura e vorresti credere che stai solo sognando: adesso apri gli occhi e sei a casa tua, in una Catalogna libera, accanto a Virginia.

Pobreta, le sbagliano tutti il nome. Padre andaluso e madre dell’Estremadura, ma è nata qui, è la Virginia, con l’articolo davanti come si fa in Catalogna, e anche dalle tue parti. Se non pronunci dolce la “g”, alla catalana, non si gira. Non che le faccia schifo la pronuncia spagnola, che è quella di sua mamma. È che non ci si riconosce.

Ti ha fatto capire lei cosa significhi volere una nazione nuova senza essere razzisti, capitalisti, o stronzi.

Virginia un po’ ti ha salvato la vita e lo sai: ci hai lavorato tanto tu, un po’ da sola e un po’ al collettivo, ma è stata lei a scrollarti di dosso una volta per tutte l’Italia del “Perché non ci provi, almeno, con gli uomini?”, “Magari non hai ancora incontrato quello giusto”, “Ai bambini servono una mamma e un papà. I ruoli!”.

Quando tutto questo sarà finito chiederai a Virginia di sposarti, lo farete nella chiesa sconsacrata che avete visto in quell’escursione col gruppo di Senderisme, e avrete un bambino. Se i tuoi non vogliono venire, gli manderai la bomboniera. La farai apposta per mandarla a loro, coi colori della bandiera catalana e in più la stella anarchica.

Adesso, però, ti tocca prendere i tre caffè e tornare ai seggi, che la giornata è lunga e ve ne mancano tanti da ispezionare.

Inutile parlare con questo giornalista, che crede di aver già capito tutto, di sapere che quelli a votare lì fuori sono leghisti un po’ più civilizzati che non vogliono pagare più tasse.

Vabbe’, che l’Italia si faccia l’opinione che vuole.

L’Italia è finita, da un pezzo.

Per te ormai esiste solo la Catalogna libera. E prima ancora, la Virginia.

Pepita

Quanta gente. Più di quanti me ne aspettassi. Ci sono perfino gli italianini dell’appartamento vicino, quelli che una volta si sono lamentati con me per la cassolada che facevo ogni sera. Da che pulpito, ma mi fa piacere vederli. Allora non servono solo a fare schiamazzi il sabato sera.

Il caffè è finito ma non so se andare o restare. Dai messaggi ai cellulari dicono che stanno arrivando los nacionales. Mia figlia mi ha chiamato terrorizzata. “Mando Marc a prenderti, anche la bambina chiede di te!”.

Se lei fosse qua, resterebbe dove sto io. Seduta a terra davanti a scuola ad aspettarli.

Io difatti non mi muovo neanche morta.

Per tutte le botte che ha preso Carles mentre cantavamo insieme Asturias, patria querida, sulla Rambla, nel ’62.

Per l’aborto che ho dovuto fare a Londra, con lui senza cojones per seguirmi. Si è sposato una del suo paese, una brava ragazza cattolica della Sección Femenina della Falange.

Per tutto quello che credevate di farmi, e che non mi ha impedito di stare qua, oggi, a dirvi che merde siete.

Ore 11.00

L’incontro

Arrivano quando nessuno li aspetta più, preceduti da tre falsi allarmi. “Vanno verso Laietana”. “No, verso il seggio dell’Institut del Teatre”. “Macché, non sono stati neanche avvistati”.

E invece arrivano.

Arrivano all’improvviso e tutti insieme, prima lenti e poi, davanti ai corpi barricati sulle scale della scuola, sempre più decisi. Gli anfibi neri pestano ginocchia che si ritirano per il dolore, calciano mani che anche tra le grida crocchiano di un rumore sinistro. Finché non calano i manganelli su chi ha ancora il sangue freddo per non spostarsi, o semplicemente non può più muoversi.

È la fine di tutto, è l’inizio.

Se ne accorge perfino Irene, che ci ha messo ore a vincere la paura di uscire, ma prima dell’irruzione della Policía Nacional ha buttato la busta coi resti della sua colazione, e non sapeva se farsi largo o no tra la fila di ombrelli in attesa del voto e chiedere di Pau, sempre che fosse ancora là.

Quando vede l’assalto si precipita verso il seggio mentre chiama al cellulare. Nessuna risposta. Si accascia in un angolo della piazza, non vede più niente e non è per la pioggia, che ormai le inzuppa i capelli e la felpa.

La scorge Marco, incamminato verso il magazzino.

“Irene!”.

La trascina via gridando, prima ancora che lei lo veda.

Si divincola, chiede solo dov’è Pau, dov’è Pau.

“Forse l’ha visto Tati, dev’essere qui in giro, chiama lei” le soffia nell’orecchio quando finalmente la porta al riparo, dietro l’angolo.

Non risponde neanche Tati.

Irene si accascia sul suolo bagnato per la seconda volta in quel giorno.

La sua vita diventa il grigio della pioggia in un angolo di strada che sa di umido e bidoni troppo pieni.

Il primo a individuare il gilet è Marco: lo vede tra la folla disordinata che accorre all’ingresso ormai sfondato. Ma è addosso a una ragazza troppo alta per essere la loro amica.

Tati però è lì accanto, nel cordone che gli assediati hanno formato per impedire almeno l’accesso ai rinforzi.

Non ha resistito, nonostante le regole d’ingaggio da osservatrice. Anche lei vuole mettersi tra i manganelli e il seggio, come gli altri appena accorsi.

E come gli altri sparisce subito, cancellata dai corpi estranei in casco nero, ingoiata dalla massa di bandiere e maglie di tutti i tipi che ondeggiano nel corpo a corpo dell’assedio.

Riemerge con una donna, ferita, che sanguina dalla testa. Per non perdere l’equilibrio punta dritta verso i due italiani che si sbracciano man mano che le due si avvicinano.

Quello che non è chiaro è se la donna ferita, capelli bianchi, esile, cammina sulle sue gambe, o è il braccio robusto della ragazza a sostenerla come un peso morto.

“Nonna!” grida Marco, prima ancora di accorgersi di aver aperto la bocca.

“Che cazzo dici?” Irene piange, cerca di mettere insieme il respiro per muoversi.

Marco non risponde, corre verso la donna.

La sostiene tra le braccia nude nell’aria fredda di pioggia. Sembra sorprendersi un momento, tastarla bene per controllare che non sia sua nonna, che sia stato un miraggio della foschia e della concitazione. Ma l’abbraccia lo stesso, col pudore dei ragazzi ormai adulti verso le loro parenti vecchie. Le porta un braccio sulla sua spalla e fa per muoversi, per controllare se la regge bene, se può camminare. Sì, cammina.

“C’è un’ambulanza sul Paral·lel, portala lì” grida Tati, l’occhio di nuovo alla folla che urla alle sue spalle. Arrivano ancora vicini, la polizia forse non riuscirà a requisire le urne.

“Tati, dov’è Pau?” grida Irene, quando la raggiungono.

“Al seggio dell’Institut del Teatre, l’ho visto lì alle sette, credo mancassero scrutatori” Tati abbassa gli occhi, disgustata suo malgrado dal sollievo egoista dell’amica. Irene se ne accorge, e torna buona.

“Adesso vieni con me a casa” le intima, con aria preoccupata.

Tati la guarda con commiserazione e torna indietro. Non si chiede più niente, neanche dov’è Virginia. Ovunque sia, l’unico modo per difenderla è difendere quelli lì, che stanno facendo lo stesso che fa lei.

Marco si allontana con la signora. Pepita, si chiama, così ha detto nella voce confusa e un po’ infantile dei feriti sopraffatti dal dolore. I ceci lo aspetteranno in magazzino, quando avrà finito di soccorrerla. Tanto sono scaduti.

Irene resta sola, nel suo angolo di pioggia. Tra poco tornerà a prendere il telefono, a provare a raggiungere Pau. Ma non ci riuscirà, le viene da pensare. Non ci riuscirà mai.

Prima d’immergersi nella schermata del WhatsApp, si scopre addosso un’ultima volta gli occhi di Marco e Tati.

Un solo sguardo per tutti e tre.

Poi ritornano ciascuno alle sue cose.

Pepita sussurra a Marco, ridendo nervosa sotto il sangue che le cola sul viso, che è la prima volta che gli italianini si rendono utili nella sua vita.

Ma lo dice in catalano e a bassa voce, Marco non capisce e si limita a spiegarle in un misto di lingue che già intravede l’ambulanza, che è vicina, che manca poco.

Pepita annuisce e ripete: manca poco.

 

 

  Non sono neanche andata a sentire Arundhati Roy al CCCB. È vero che ho lasciato Il Dio delle piccole cose intorno a pagina cento, quando era ormai chiaro come sarebbe finito (più o meno, male). Ma insomma, quella di lunedì era una presentazione camuffata da dibattito sulle rivoluzioni, e poteva essere interessante.

Macché, ho saltato l’appuntamento con la stessa costanza con cui sto rimandando la lavatrice.

Chi aveva tempo? L’indepe di casa è andato da poco a consegnare gilet e cartellino di osservatore dei diritti umani. Facebook mi regala simpatiche foto di carri armati che procedono accanto a un Lidl un po’ fuori mano rispetto a Barcellona, al grido di “Arriva la cavalleria!”.

Domani è il giorno in cui saprò se ci ha azzeccato la mia previsione: la finanza non vuole l’indipendenza, ergo l’indipendenza non sarà mai effettiva. Ed è anche il giorno in cui mi deciderò a lavare un po’ per terra, mi sa.

Perché tra le fratture nei collettivi, le discussioni animate col mio ragazzo, e le lacreme napulitane di chi si preoccupa per me, mi sono accorta troppo tardi che la giacca afferrata al volo per uscire mi sapeva ancora del profumo messo il giorno del mini intervento in Rai. Per lo stupore, quasi scivolavo su una macchia d’olio per il corpo, spalmato troppo in fretta mentre mi lavavo i denti.

È pericoloso quando mi scordo delle piccole cose. In senso letterale, oltre che letterario. Perché non c’è niente di peggio, quando si è nervosi, stressati, persi in un futuro incerto e poco accattivante, che ritrovarsi anche con una casa a pezzi, e un frigo che, lungi dal riempirsi a dismisura come mi raccomandano dall’Italia, esibisce un’unica confezione da asporto di una tavola calda cinese per cui non passavo da quattro anni – ma almeno allora ero in piena crisi d’inappetenza!

E quindi, che si fa? Ci ha pensato l’osservatore dei diritti umani, ormai privo del suo gilet, che dopo avermi annunciato che alla prossima magari gli danno un giubbotto antiproiettile, mi ha proposto speranzoso:

“Oggi mangiamo pasta e patate?”.

Risultati immagini per pasta e patate

Da lacucinaitaliana.it 

Lui non la prepara mai, ha paura di sbagliare i tempi della pasta ammescata. E così mi attivo io. Sbuccio le patate mentre imbiondisce la cipolla, le taglio con la svogliatezza di chi prepara una tortilla, dal coltello alla pentola senza passare per il tagliere. Seleziono la pasta avanzata nelle confezioni già aperte, scegliendola tra quella piccola, media e lunga, da spezzare. Faccio attenzione a sporcare il meno possibile, quando cucino io lava i piatti lui.

Intanto canticchio un misto di classici napoletani e flamenco, e per par condicio ci piazzo una canzone catalana un po’ sdolcinata ma d’effetto. Penso al peccato di non essere più così convinta che ci sia un senso, in tutto questo. Proprio non mi figuro una divinità delle piccole cose, o anche delle grandi, un essere superiore che nonostante la cazzimma abbia una soluzione agrodolce per tutti.

Non mi resta che raccomandarmi al dio della pasta e patate, e sperare che la spunti almeno lui.

Considerando l’ottima fama di cui godono gli indipendentisti catalani in Italia, ho pensato che, alla fine, dispongo di informazioni di prima mano da parte di una fonte a me molto vicina: il mio ragazzo! Così io, che non sono indipendentista, gli ho fatto quest’intervista a tradimento. Che espone, beninteso, un punto di vista che non troverete nei partiti più in vista del procès per l’indipendenza, ma che è condiviso dai movimenti per me più interessanti. Se come coppia “di fede diversa” siamo sopravvissuti alle manganellate del primo ottobre, e allo sciopero generale del tre, supereremo anche queste domande un po’ provocatorie. Vero?

Boh. Vediamo.

D: Ciao! Che ci fai a casa mia?

R: Bella domanda. In effetti dovrei andarmene…

D: Sono d’accordo! Ma volevo dire: cosa ci fai qui, a Barcellona?

R: Ho “terminato di terminare” [evidente spagnolismo, NdR] una tesi di dottorato, e sto cercando lavoro. Non che mi ci stia mettendo d’impegno, ma diciamo che sono stato un po’ sopraffatto dagli eventi.

D: Lavativo! A proposito degli, ehm, eventi… Come ti è venuto in mente di farti “indepe”? Mica sei catalano, tu!

R: Non è che mi sia “venuto in mente”! Sono marchigiano, mi sono formato in spazi collettivi come quelli dei disobbedienti. A livello personale, mi sono sempre focalizzato sull’anarchismo collettivista. Hai presente Malatesta, Kropotkin… [Mi sciorina un’altra decina di nomi, annuisco con aria intelligente]. All’inizio non ero interessato alla tematica indipendentista. Per me il concetto di nazione era borghese, chiuso, frutto di una tradizione inventata…

D: Quindi andavi per la retta via! E poi, che è successo? Scherzo, dai, ma sappiamo come va: spesso diventi indepe perché lo è la tua comitiva, il tuo collettivo, il tuo compagno o la compagna… Anche se noto che, ahimè, non funziona al contrario…

R: Volgari insinuazioni. Ho scoperto semplicemente che esiste qualcosa che va più in là di ciò che, anche in Italia, concettualizziamo come nazionalismo. Le ricerche condotte per la mia tesi di dottorato sulla comunità italiana in Croazia mi hanno aiutato nella scoperta di un tipo di identificazione inclusiva: cooperazione alla pari e senza esclusività con altri gruppi, in un territorio misto. L’indipendentismo è una scelta strategica, non è un fine ultimo. Non è l’orizzonte, ma l’obiettivo a medio termine. È una strategia per strutturare la vita politica quotidiana. [Mi cita un’altra sfilza di riferimenti bibliografici, di cui capisco solo “Öcalan”].

D: Ho capito, mi stai discutendo in diretta la tesi di dottorato. Dimmi, piuttosto: la Spagna, cos’ha che non va? Ci sarà pure una realtà politica spagnola che ti piaccia!

R: Cosa intendi per “spagnola”? Ti riferisci allo Stato spagnolo? Certo! Ti posso nominare tantissime realtà politiche interessanti, dai Paesi Baschi all’Andalusia. [Me le nomina davvero. Tutte]. Il giogo dello Stato spagnolo opprime tanti. Se invece parliamo di struttura statale di tale stato, la mia domanda è: perché dovremmo preservarla?

D: Pensa che la mia è: perché no? Cioè, i movimenti spagnoli sono così menomati che solo i catalani saprebbero fare ‘sta repubblica? 

R: I movimenti all’interno del territorio spagnolo sono tanti, e anche efficaci. Ma non puoi farmi questa domanda adesso! L’altra sera, il capo dello Stato spagnolo ha affermato che la polizia il primo ottobre ha agito nel massimo rispetto della legalità. D’accordo, cosa ci si può aspettare da uno che sta lì perché l’antico dittatore ci ha piazzato suo padre?

D: E vabbe’, sono pure passati quarant’anni, dalla morte di Franco e dal ritorno dei Borbone… [Questa era solo per provocare, mi dissocio da me stessa!]

R: E intanto, la maggior parte dei voti catalani va a partiti non monarchici, come succede anche nei Paesi Baschi. Nel resto dello Stato spagnolo, il PSOE ha dichiarato la sua fedeltà alla monarchia. Pedro Sánchez vede se stesso come una sorta di prosecuzione di Zapatero, mentre Felipe González è il signore e padrone dell’Andalusia. Non c’è alcuna prospettiva di trovare una soluzione democratica e repubblicana a tutto questo.

D: Però il centrodestra indepe catalano fa un po’ Lega Nord, hanno detto. Ha motivazioni economiche e identitarie, non si sa in che ordine…

R: La questione economica è molto minoritaria, nella trattazione del fenomeno. Comunque sia, tra gli aspetti rivendicativi è il più discutibile, perché in effetti presume una concettualizzazione razzista dello Stato spagnolo. Ma, ripeto, non stiamo parlando di quello. La questione identitaria è diversa. È stato Jordi Pujol, il fondatore di Convergència, a dire che “catalano è chi vive e lavora in Catalogna”. Scompare quindi il concetto di nazione a cui siamo abituati anche in Italia. Vengono destrutturate tutte quelle boiate ottocentesche schilleriane [sic] su cosa sia una nazione, e si crea una nuova identità, basata sull’identificazione personale.

D: Quindi ‘sta definizione l’ha data il fondatore di Convergència! Annamo bene! Allora, scusami, ma “dall’altra parte della barricata” come vi libererete di questo centrodestra, una volta creata la repubblica catalana?

R: Per tante vie. Alcune pacifiche. La sinistra indipendentista è arrivata in Catalogna a ottenere un’influenza importante. Perché pensi che Carme Forcadell, presidentessa del Parlament catalano, dichiari che la repubblica catalana sarà femminista? Perché ci crede lei? Speriamo! Ma se il femminismo è diventato una parola d’ordine nella politica catalana, si deve ad anni di lotte dei movimenti. Quindi si tratta di questo: conquistarsi degli spazi egemonici!

D: E ci credi veramente?

R [sguardo ironico]: Se c’è chi crede veramente che Pedro Sánchez farà fuori Felipe González, farà cadere il Governo Rajoy con una mano sola, vincerà le elezioni, convocherà l’Assemblea Costituente, costituirà la Repubblica Popolare di Spagna… Penso che la mia alternativa sia più che plausibile.

D: In effetti è molto più facile affrontare i carri armati sulla Diagonal, creare la Repubblica, portare il Chiapas in Catalogna come auspica la CUP, ed eventualmente imbracciare le armi (mamma d’ ‘o carmene!) contro i dissidenti capitalisti…

R: Hai detto bene: portare il Chiapas in Catalogna! Ben venga, se l’obiettivo è la creazione di istituzioni orizzontali basate sul confederalismo democratico. Il fine ultimo, se ci pensi, è il socialismo. È dare un contesto di economia collettivista basata sul motto bakuniano: “Da ognuno secondo le sue forze, a ognuno secondo i suoi bisogni”. [Ha poi ammesso che per una volta avevo ragione io: era Marx. Ma figurati se la frase non gli era arrivata la prima volta attraverso Bakunin].

D: Tutto questo nella Barcellona da bere? Quella dei mojitos a cinque euro?

R: Il mojito a cinque euro si può ostacolare in vari modi…

D: Col Tourist Go Home?

R: No, ma vedi a cosa sono arrivate le politiche liberiste nella città? Pensa all’aumento incredibile degli affitti…

D: Eh, appunto. Ma chi si è ribellato alla proposta di stabilire un tetto massimo sugli affitti? Solo il PP? Anche Junts pel Sí, amalgama di partiti che stanno insieme solo per ottenere l’indipendenza! Come li affrontate, questi qua? Sei proprio sicuro che ci mettiate meno tempo e sforzi che a fare una Spagna repubblicana?

R: In questo momento… perché la situazione cambia di giorno in giorno, eh… sì, ne sono sicuro. [Mentre parliamo sorvola le nostre teste un elicottero della Policía Nacional].

D: Ok, ma… Dopo tutto quello che mi hai detto, com’è il tuo rapporto coi non indepe?

R: Dipende dai non indepe! Con alcuni posso anche averci una relazione. [Lo fulmino con lo sguardo]. Se invece sono delle teste di cazzo che cantano Cara al Sol e dichiarano che il sangue dei manifestanti picchiati dalla polizia sia finto…

D: Ma con quelli non ce la farei neanch’io! Vabbe’, ultima domanda: se dovessi lanciare un messaggio agli italiani che associano indipendentisti e Lega Nord, e vedono i catalani come dei polentoni antipatici che vogliono pagare meno tasse…

R [si erge nel suo metro e novanta]: Che devo dire? Voi avete le vostre convinzioni, perché l’Italia è notoriamente un paese di dottori di ricerca in relazioni internazionali almeno quanto lo è di commissari tecnici… Voi sapete già tutto, ed è inutile che vi dica qualcosa in più. Tenetevi le vostre certezze date da supposizioni assurde, e da una conoscenza del contesto catalano che definire superficiale è ottimistico, e continuate così. Ciao!

D: Ciao!

Non gli ho fatto la domanda cruciale: sarà mai possibile, specie in questi giorni di paura e conflitto, la convivenza tra gente con idee così diverse?

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Chissà cosa avrebbe risposto.

 

L'immagine può contenere: sMS  Sono stati i dieci giorni più lunghi della mia vita, dopo quelli con la varicella e le vacanze senza TV, mentre su Odeon ridavano tutto Ransie la Strega.

Sono stati giorni in cui ho sentito gente dall’Italia dire che i catalani erano come i leghisti, e intanto passavo ogni mattina accanto ai manifestini pro-referendum in arabo e in urdu. In questo pasticcio di referendum non potevamo votare né io né, mettiamo, uno di Valencia, ma almeno una pakistana con cittadinanza spagnola sì.

Sono state sere passate a spiegare che non occorre essere del Sud, per vivere delle forti disuguaglianze sociali. Qui gli antisistema detestano i liberali catalani quanto quelli spagnoli. Li credevo ingenui, pensavo che rischiassero la vita per dei politici indegni che li stavano solo usando per rosicchiare qualche vantaggio. Mi sono resa conto invece che i movimenti dal basso hanno un’altra agenda, confusa e sgangherata, magari: ma ridurre tutto a una manipolazione significa non rispettare la loro realtà. E non devono chiedere scusa a nessuno per essere nati in una regione ricca e “antipatica” (sarebbe anche interessante confrontare i due razzismi, quello anticatalano è molto forte).

Sono stati giorni di dibattito coi compagni d’associazione: tutti d’accordo nel condannare la repressione, ma ciascuno voleva farlo in modo diverso. Ne siamo usciti con gli animi accesi e qualche abbraccio postumo, convinti di averle viste tutte. Finché non ci siamo sentiti chiedere “che ci voleva a dire qualcosa”.

Non c’è stato il tempo di riderci su, che già ero in giro con italiani venuti apposta per capire cosa stesse accadendo, confusi davanti alla loro prima cassolada. Ventenni che, complice forse il buio che ormai cala presto, mi chiedevano “cosa volessi fare dopo il dottorato”. Già dato, avrei voluto rispondere, ho fatto quello che farete voi: lavoretti precari senza possibilità di sapere quando finirà. Mi è piaciuto il durum felafel mangiato discutendo sui gradini della piazza nel mio vecchio Raval, e poi il saluto frettoloso: “Non fate i bravi, ma state attenti”.

E mi è piaciuto un altro saluto strano, sulla soglia di casa, alle quattro del mattino. Io in pigiama e lui pronto ad andare al seggio, il primo dei tanti che gli toccava ispezionare. Il fatto che uno alle quattro del mattino mi dica “Ti voglio bene”, a mo’ di promemoria urgente, rende l’idea che qualcosa sta accadendo, qualcosa accadrà. E che lui ci sta andando incontro insonne ma determinato, mentre io torno a dormire.

Non per molto, però. Pur non condividendo la causa per cui si votasse, un giro sotto l’ombrello l’ho fatto, per vedere altri ombrelli disposti in file più o meno ordinate, a pochi metri dai berretti zuppi, e fermi, dei mossos.

Ho sentito scrutatori gridare che non si respirava dalla folla che c’era, invitare tutti a tenersi in disparte. Ho visto ombrelli fradici poggiati ai pilastri di un teatro occupato, accanto a rose di carta.

Quando sono tornata a casa io, sono arrivati i nazionali. Ce l’ho dai tempi degli indignados, questo talento vigliacco di riuscire ad andarmene mezz’ora prima. Sono arrivati un po’ dappertutto, a macchia d’olio.

Mentre scrivo questo post, il WhatsApp funziona bene, l’indipendentista mattiniero mi manda messaggi tranquilli dai seggi. Anche mio padre si è convinto che i mossos e gli inviati di Rajoy non verranno troppo ai ferri corti, e scende la pioggia sulle prime ferite dei caricati in giro. Lontani. Sempre troppi.

Preferisco fermarmi qui, in questo momento perfetto in cui non so ancora niente, so che non ho il potere di decidere niente.

Ma ammiro chi, nonostante tutto, ha preteso di decidere con tanta forza che, per un lungo istante, l’ha fatto credere anche a me.

 

L’appuntamento era alle 19, col Comitè de defensa del barri. In Plaça del Sortidor, almeno stasera. Io però alle 18.30 sto ancora in tuta, finisco gli ultimi esercizi coi pesi, che prolungo all’infinito manco fossi Schwarzenegger.

I miei amici, ovviamente, sono già preparati in tutti i sensi, pronti a prendere nota di quanto si deciderà all’assemblea per il referendum del primo ottobre: se bisognerà occupare i seggi elettorali, se si dovrà creare un gruppo WhatsApp per aggiornarsi su eventuali incursioni della polizia (nazionale o catalana, poco importa).

Arrivo quindi con un ritardo spaventoso e li vedo da lontano: sono così tanti che mi spavento. Poi scoprirò che al centro della folla c’è un circolo di sedie, un microfono, e ritorna dolce il ricordo degli indignados. Me li rievoca ora anche la signora che prende la parola, per auspicare una repubblica che dia lavoro ai giovani, che non meritano quello che gli sta succedendo e “mica si drogano tutti”. Riceve gli applausi anche dei “drogati” di mia conoscenza, felicemente iscritti ai loro club cannabici. Questa città è straordinaria e non perde occasione per ricordarmelo.

Ma succederà qualcosa, il primo ottobre, coi seggi occupati e i turni per portare da mangiare agli occupanti, i manifestini distribuiti in metro e affissi negli androni dei palazzi, i gruppi WhatsApp divisi in “logistica” e “diffusione”. Non mi ci aggiungo, e quando gira il barattolo non do soldi a una causa che non condivido (quella indipendentista): sono lì per dare solidarietà contro una causa che condivido ancora meno (quella delle armi in risposta alle urne). Metto però il numero di un amico, impegnato in una lunga telefonata.

Quando riattacca spiega: “Mi hanno chiesto di fare l’osservatore per i diritti umani. Significa che non mi toccheranno”. E penso che, tutto sommato, è un compromesso ragionevole tra la tentazione di chiudere i miei cari in casa, come fecero il 2 giugno del ’46 col mio bisnonno socialista repubblicano (solo che io ci avrei chiuso il resto, monarchico, della famiglia), e accettare che tanto usciranno comunque, con gli altri compagni che saranno venuti apposta da Valencia. Difenderanno il diritto al voto degli altri: loro, come stranieri, non ce l’hanno nemmeno.

Qualcosa accadrà, insomma. Meno di quanto tema, magari, come spesso succede.

Ma sapete qual è il peggio, in questo momento e sempre, per tutte le vicende di cui non conosciamo l’esito? Non saperlo.

Ora che non è ancora successo niente mi viene da pensare che preferirei poter dire con certezza che le centinaia di agenti ormeggiati nella nave di Titti usciranno tutti insieme armati fino ai denti, piuttosto che non sapere cosa accadrà.

Come sempre è l’impotenza, a farla da padrona. È accorgersi di quanto piccoli siamo, quanto insignificanti le nostre idee, quanto facili da rompere i nostri corpi se un gruppo di “difensori armati della democrazia” ci si mette proprio d’impegno a dimostrarcelo.

Però è vero che, nonostante non condivida la causa, quelle persone in piazza hanno trovato il miglior modo di affrontare l’impotenza: riderle in faccia e andare avanti con le proprie idee. Con la stessa pazienza e determinazione dei loro bambini, che intanto formavano complicate torri umane  di castellers, anche se l’ente che coordina la disciplina si è appena visto bloccare il conto corrente.

Come ve lo spiego, questo?

Forse l’unico modo di capirlo è credere che sia possibile, e che, magari per cause che mi stiano più a cuore, possiamo arrivarci tutti.

Spero che facciamo lo sforzo.

 

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#soffritemi!

Sulla pagina che modero eravamo cinquemila un anno fa. Per la fine di questo ottobre, invece, prevedo che arriveremo a quindicimila.

All’inizio andava tutto bene: qualsiasi richiesta di informazioni da parte di italiani ancora in Italia veniva o ignorata o accolta da quelli che davvero volessero aiutare. Man mano che aumentava il numero degli iscritti è successo ciò che già capitava da tempo in gruppi più numerosi: gli sfottò a ogni domanda già fatta, i consigli scoraggianti, i commenti razzisti o sessisti. Non mancano infatti i simpaticoni che se la prendono con la “moderatrice-maestrina” perché si permette di cancellargli commenti tipo “Sei troppo brutta per dividere la stanza con te” (che pretese).

Tutto questo perché? Se avete guardato The Experiment lo sapete. Gioco di ruoli, immedesimazione.

Senza dover per forza citare sempre gli “imbecilli” di Umberto Eco e i “webeti” di Mentana, ci sono fior di studi su come il web mostri il nostro lato peggiore. Resta il sospetto che, anche a spegnere pc e cellulari, il materiale umano quello è.

Quello abbiamo, quello esportiamo.

Non solo in Italia.

Anzi, è interessante vedere cosa succede negli altri paesi, o almeno sulle loro bacheche (che, per quanto non amiamo ammetterlo, sono parte integrante della quotidianità di tanti). Ho scoperto un post contro il consumo di alcool, scritto da una bella ragazza statunitense: nei commenti una donna si dimostrava purtroppo intimidita dalla sua avvenenza e le garantiva che, se sei madre, bere è l’unico rimedio al carico fisico e mentale costituito dai figli. E giù centinaia di like, mamme che commentavano entusiaste facendo a gara a chi bevesse di più. Scenario diverso, quindi, dalle nostre mamme pancine, ma ecco il rapporto tra maternità e alcolismo nel mondo anglosassone, spiegato in un solo post.

Oppure, una dichiarazione di Anne Hathaway sul congedo retribuito di maternità e paternità riceveva il commento di una repubblicana: “Non devo pagare io per le decisioni altrui. Quando voglio fare beneficenza faccio volontariato”.

Ripeto: il materiale umano quello è. E somiglia paurosamente ai suoi politici.

Scrivo “paurosamente” perché, secondo me, la paura è la chiave. La paura di essere attaccati come maschi alfa nel proprio diritto a sindacare sulla bellezza delle donne. O la paura di non essere accettate se a un certo punto proviamo a condividere le attività di cura con il nostro compagno, e allora meglio bere e difendersi dalla pressione estetica attaccando quelle che ci intimidiscono.

L’umanità ha una paura esagerata che ne mina le potenzialità, e questo si riflette su tutti i fronti. Come affrontare quella e i suoi derivati (disinformazione, ignoranza, intolleranza…)? Vedo poche strade, ma ci sono.

  • L’istruzione, che comporta sempre il rischio di piegare gli alunni all’ideologia dominante di chi formula i programmi scolastici: ma che, se punta a “insegnare a pensare” come fanno tanti amici docenti, può portare in sé gli anticorpi al suo stesso morbo.
  • La cultura nel senso più ampio possibile, che qui a Barcellona diventa spesso partecipazione: nelle numerose associazioni culturali e nei centri civici c’è gente che considera “più polizia” una priorità rispetto a “più asili”. Ma c’è anche chi discute, decostruisce, rispedisce i pregiudizi al mittente. Correggersi a vicenda è una buona alternativa all’aizzarsi a vicenda, e, a quanto visto, è un’alternativa possibile.
  • E poi l’esempio, che lo dico a fare. Come il falso Gandhi, no? Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo. Ammesso che lo voglia, difficilmente convincerò qualcuno a farsi femminista o vegano, o tifoso del Napoli. Almeno non a parole. Allora parlo il meno possibile e tratto le persone come meritano, sperimento ricette a modo mio, e canto Maria Nazionale fuori al Bar Azzurro di qua. Ok, penserete che quest’ultimo sia un autogol, ma solo perché non mi avete mai sentita.

Insomma, ci tocca lavorare col materiale che abbiamo, e vale anche per noi stessi, con le nostre paure e limitazioni.

Ma va fatto, e presto, quindi… Che aspettiamo?