Archivi per la categoria: e comunque…
Potrebbe essere un'immagine raffigurante una o più persone, persone in piedi, libro e attività all'aperto

Della foto qui sopra farei notare tre dettagli:

  • il libro: voi lo conoscevate, io no. O meglio, se avete avuto la bontà di prenderne una copia, ne sapevate più di me, che non l’avevo mai visto prima d’ora! Alla casa editrice avevo dato il mio indirizzo italiano, e mi rifiutavo di imporre ai miei una fila alla posta in piena pandemia, per una spedizione del genere… Però mercoledì scorso, al ritorno da una passeggiata in spiaggia, il compagno dello scambio linguistico italiano-francese mi aveva chiesto “se gli firmavo la sua copia”. Credevo che si riferisse al primo libro, e invece, mentre cercavo invano una penna nello zaino, mi ero vista mettere davanti, per la prima volta, il mio “fillol” catalano!
  • il lembo di pelle che la mia maglia lascia scoperto: allora, un po’ ci si è messa la pandemia, a farmi abbuffare senza ritegno, né rimorsi peraltro. Fanno la loro parte pure i leggings della mia ex marca preferita di vestiti: “ex” perché adesso hanno stravolto le taglie, e la loro M andrebbe stretta a Dolce Memole. In ogni caso, una maglia che non mi arrivi proprio ai piedi può creare questo effetto non voluto, specie se tolgo la giacca per farmi scattare una foto! Ma niente paura, perché un solerte ragazzo gay, col cappellino da baseball e un corteo di amici al seguito, ha pensato bene di avvertirmi ad alta voce che mi si vedeva un po’ “la hucha”, che sarebbe il salvadanaio… Ora, se il simpaticone voleva aiutarmi davvero, è stato un bel po’ indelicato a farlo ad alta voce, davanti a tutti, e con un tono beffardo che mi aveva fatto pensare alla buoncostume. Il sospetto, però, è che l’esteta volesse soprattutto sfottermi davanti agli amici, così l’ho ringraziato caldamente con altrettanta ironia, ed è finita che ci alzavamo il medio a vicenda, con in più il tocco americano: lui che si posava le dita davanti alla fronte, per formare la L di “Loser”. Nessuno dei suoi amici, compresa la biondina che si scompisciava a mie spese, gli ha spiegato che non stava andando esattamente a Malibù, ma a Barceloneta Beach.
  • il braccialetto: no, perché mi stavo cominciando a irritare sia per quel simpatico guardiano della buoncostume, che per il fatto che era il mio primo vero incidente con un ragazzo gay. E dire che avevo passato mesi a smentire amici attivisti (anche uomini) che mi dicevano che il problema “erano gli uomini cis”, a prescindere dall’orientamento sessuale. Poi mi ero guardata il polso. Quel braccialetto di perline mi era stato regalato all’improvviso, in spiaggia, da un venditore di pareo. Ci eravamo riconosciuti, solo che lui non ricordava i dettagli e io sì: lo incontravo ogni sera, mentre tornavo nella mia prima casa del Raval. Stiamo parlando di una decina di anni fa. Lui, un signore pakistano di mezza età, era sempre piazzato all’angolo tra la mia strada e la Ronda de Sant Antoni, e non capivo cosa vendesse, o forse preferivo non indagare: il tipo mi offriva sempre delle caramelle! “Per te gratis”, diceva. Non accettavo caramelle dagli sconosciuti, ma ringraziavo ogni volta e, quando avevo tempo, scambiavo anche due chiacchiere. Quel pomeriggio in spiaggia, il redivivo mi aveva fatto un sacco di feste: prima mi aveva regalato il bracciale, poi si era offerto, pensate, di prestarmi uno dei pareo che stava vendendo, perché mi ci sdraiassi. L’avrebbe recuperato al ritorno dal suo giro verso l’Hotel Vela! Insomma, dopo una tale prova di generosità, che me ne fregava dell’agente della buoncostume che si credeva a Malibù?

Dunque, questa foto resta qui a imperitura memoria, a ricordarmi qualcosa che a Malibù capirebbero subito: you gotta pick your battles. Scegliti bene le tue battaglie.

Infatti continuo a scrivere, e in italiano, nonostante la crescente alienazione che sento rispetto alla mia lingua e alla mia cultura. Il braccialetto di perline è ancora qui, davanti a me, poggiato accanto al pc. Se mi porta fortuna, il prossimo libro riuscirò a stringerlo in mano prima di voi.

Non chiamiamolo pomodorino pachino! | Pepe Rosso in Cucina

Sono giorni che penso a questo aneddoto che mi raccontava la mia prozia. Quando lei era giovane, e in Italia cominciavano i concorsi di bellezza, una ragazzina in paese dichiarava a gran voce che voleva diventare “miss”.

“Seh, Miss Pummarole!” la sfotterono una volta, con il sarcasmo feroce delle nostre parti.

Devo dire che io, ieri mattina, più che Miss Pummarole mi sentivo la principessa sul pisello, quando mi sono svegliata: tutto mi infastidiva, e sapete perché? C’era un cambio della guardia tra gli inquilini, e mi toccava preparare le apposite scartoffie. La mia abilità con le scartoffie è a questi livelli: solo ieri mi sono accorta che, per due anni, ho fatto firmare un contratto d’affitto in cui dichiaravo di avere una casa con due bagni e cinque stanze da letto! E dove vivo, io, a Beverly Hills?

Dunque, capirete che ieri mattina mi infastidiva ogni cosa, anche perché intanto il citofono suonava a ripetizione, e l’inquilino uscente smistava pacchi da trasferire: in queste condizioni, ripassavo lettera per lettera il cognome ucraino da riportare sul nuovo contratto, e consultavo Google in continuazione per scrivere in spagnolo corretto le cifre pattuite.

A un certo punto è suonato di nuovo il citofono, ma la casa s’era fatta silenziosa. Facendo piovere giù mezzo Paradiso, e tre quarti di Valhalla, sono andata ad aprire io, e mi ha risposto l’eterno farfugliare di chi si vive Barcellona solo in inglese: “Hola, a-quí es-tá…?”. Ho aperto sulla fiducia, e ho dato una voce in corridoio: l’inquilino uscente non rispondeva ai richiami. Sono andata a bussare alla sua porta, e nessuno mi ha aperto, anche se la luce in casa era accesa. Allora ho bussato e gridato insieme: niente ancora. Nei brevi momenti che ci ha messo l’ospite a salire (che mi sono parsi ere geologiche: ho l’ascensore più lento del mondo!) sono arrivata alle seguenti conclusioni:

  • il coinquilino uscente era ubriaco, o morto, o un fantasma;
  • intanto, però, mettendomi uno sconosciuto alla porta stava abusando della mia (impareggiabile) disponibilità;
  • a ben vedere, l’intero incidente era una cospirazione del mondo ai miei danni;
  • io ero l’anticristo.

E invece no, ero solo Miss Pummarole: una che, per un abbaglio, si era convinta per cinque secondi di avere addosso le luci della ribalta, in un mondo fatto apposta per ruotare intorno a lei.

Appena salito, l’ospite mi ha spiegato in inglese che lo scomparso aveva un alibi di ferro: l’appuntamento tra loro due era fissato per mezzogiorno, ed erano ancora le undici e cinquantasette. Ah, beh. Cose da britannici.

In effetti, a mezzogiorno in punto, ho sentito la porta d’ingresso aprirsi, e ho ricevuto per l’ennesima volta la conferma che avevo peccato di quella distorsione cognitiva per cui crediamo sul serio di essere al centro del mondo. Di converso, il vicino che sparisce per tre minuti sta abusando della nostra pazienza; quel commento che la collega ci ha fatto due settimane fa era finalizzato a screditarci; a ben vedere capitano tutte a noi, che siamo geni incompresi e martiri professionali.

Invece, certe nostre paranoie non hanno niente a che vedere con le persone che le provocano (come l’inquilino e il suo amico troppo puntuale), e hanno molto a che vedere, invece, con il nostro stato d’animo del momento (vedi il mio sommo fastidio per le scartoffie).

Devo ripetermi: il fatto che il mondo non giri intorno a noi, a me è sempre parso una buona notizia.

Giuro che mi sono proprio scordata.

Ci credereste? Leggevo la data sul calendario, sapevo benissimo che fosse lunedì, e non mi rendevo conto che avrei dovuto scrivere qualcosa sul blog. Sono anni che aggiorno il blog di lunedì e di venerdì, ma stavolta questo dettaglio non mi veniva proprio in mente.

Due riflessioni al volo:

  • il mondo è andato avanti lo stesso. Anzi, lunedì vi è venuto in mente di controllare il mio blog? Naaa. Ecco un buon promemoria per quando crediamo che ciò che facciamo freghi a qualcuno. (E vi assicuro che non lo scrivo con amarezza, ma con sollievo!)
  • Mi sono dimenticata del blog perché sono troppo assorbita da attività che mi piacciono un sacco!

Sì, perché, a parte i mille manoscritti che mando a concorsi e a case editrici (campa cavallo), mi sono iscritta a un sacco di corsi su Coursera: sto approfondendo le tematiche di psicologia che vi illustravo, ma in una prospettiva solo junghiana, quando avevo quella mia crisi globbbale totale che mi stava trasformando in una santona del self-help. Ora, se seguite il blog da quei tempi lì, conferitevi pure una medaglia al valore, e sappiate che ammiro la vostra tenacia. A un po’ di voi, tra l’altro, quegli appunti confusi sull’Ombra, e sul dolore che era una stanza, e sui cuori spezzati, hanno fatto più bene che male, almeno a giudicare da due o tre commenti che mi hanno commossa assai.

Insomma, per farla breve: ciò che crediamo di “dover” fare, spesso non frega a nessuno, e non cambia le sorti del mondo.

Quello che ci piace fare, invece, cambia la vita a noi, che è la cosa più importante. Poi ogni tanto, con santa pazienza e un po’ culo, migliora anche un pochetto la vita altrui.

Fate un po’ voi.

Su, vi lascio con Hegel, che ogni tanto ci azzeccava.

Nessuna descrizione disponibile.

“Buon Sant Jordi, dolcizza! (sic)

Grazi (sic) per il libro. Tu non troverai niente al risveglio, ma… in un luogo fresco, in cui a volte si conservano elastici e caramelle, scoprirai cose belle e rinfrescanti.”

Il frigorifero. La soluzione all’enigma inviato per WhatsApp era “il frigorifero”: ogni tanto, il compagno di quarantena ci nasconde le sorpresine più assurde. Certo, non uguaglierà mai il suo connazionale Kit Harington, che ha fatto trovare all’attuale moglie una testa mozzata, infilata tra un’arancia e il vasetto del burro. Ma quello era un pesce d’aprile, mentre oggi è Sant Jordi: dunque, oggi mi toccavano un libro e una rosa.

Mi spiace pure un po’: la rosa gli sarà costata più del libro (che già aveva, l’ho riconosciuto!), ma dev’essere sceso in fretta a comprarla stamane, quando ha visto che, sullo zaino con cui esce al mattino, gli avevo lasciato la versione inglese del Piccolo Principe. Chi minchia regala Il Piccolo Principe a un trentenne inglese? Appunto. L’ho fatto proprio perché voleva essere un simbolo, visto che lui mi aveva confessato di non aver mai letto l’opera: era giusto per non far passare inosservata la ricorrenza.

Già, perché questo è il secondo Sant Jordi “strano”: mai come quello dell’anno scorso, che si è tenuto a luglio, ma comunque… Vi ho già spiegato le mille variabili del vero San Valentino catalano: fanculo al libro per gli uomini e la rosa per le donne, facciamolo al contrario, anzi, facciamo entrambi i regali a chiunque! Oppure, fanculo alla leggenda di San Giorgio che ammazza il drago per liberare la principessa: in realtà è stata la principessa a stecchire ‘sto santo inopportuno, magari per salvare il povero draghetto. Anzi, Sant Jordi in realtà era Santa Jordina. Macché, facciamo così: stanca di principi azzurri stinti, la principessa si avvicinò al drago e gli chiese, “Hai da accendere?“. E vissero felici e mangiarono pernici… anzi, no, mangiarono ceci! La tipica rima iberica che conclude le fiabe è stata stravolta così, proprio oggi, da una pagina vegana.

Perché vivo in un posto in cui, nonostante gli alti e bassi e i problemi enormi, il finale si può sempre riscrivere. Buone notizie: è una caratteristica esportabile.

A proposito di pagine vegane, infatti, leggo solo oggi che Carlotta di Cucina Botanica, la mia spacciatrice di ricette vegetali in italiano, festeggia il mezzo milione di utenti che la seguono. Solo due anni fa, ricorda lei, la sfottevano in paranza per la sua scelta etica. Adesso, invece, è la più seguita in Italia nel suo genere! E, se ho capito bene, lei viene dal mondo della moda: che modo fantastico di riscriversi!

E voi, avete in mente qualche colpo di scena per la vostra vita? Magari uno che sia più felice di quelli imposti da una pandemia. Sant Jordi si è dovuto reinventare in continuazione: durante il franchismo è stato privato di libri in catalano, e il primo anno di pandemia è stato posticipato alla stagione delle ciliegie. Quest’anno festeggeremo in mascherina, ma il nostro santo preferito è ancora qui ad aspettare un’altra riscrittura, un nuovo finale. Mentre scrivo queste righe, là fuori stanno acquistando per l’ennesima volta il romanzo di Montse Roig che mi ha ispirato il personaggio di Pepita, e che racconta di quando le spagnole dovevano andare ad abortire a Londra. E noi lo leggiamo ancora, il 23 aprile del 2021, per assicurarci che non succeda mai più. Né in Catalogna, né in Italia. Ma non guardiamo solo alle cose brutte: qui vanno forte anche i libri di Noemí Casquet! Perfino a me, che sono monogama di fatto, sembra interessante valutare il poliamore come alternativa al ritrito “ancora non ho trovato la persona giusta“, specie se non ci viene spontaneo vivere una relazione senza abbuffare di corna il prossimo!

Ho intravisto anche un libro che mette a confronto l’indipendentismo catalano e quello scozzese, ma non oso regalarlo a nessuno, o alla prossima occasione mondana (prima o poi ce ne sarà pure una!) voleranno bicchieri di Brugal o di Macallan, che costa pure assai. Di fatto, però, questa e altre questioni sono sempre sul piatto, nella mia terra d’adozione: una terra, ripeto, in cui ho trovato lo stimolo costante a riscrivere la mia vita, a cambiarla quando mi è sembrato necessario. Senza le paure che avrei avuto altrove, dove i condizionamenti sociali sono più forti.

Riscriviamoci, dunque, se ci sembra utile e giusto. Rifiutiamo una volta per tutte di liquidare il cambiamento con un trito: si è sempre fatto così.

Sì, è vero, si è sempre fatto così. Fino al giorno in cui non si è fatto più.

Ieri mi è successo un fatto curioso, che vi voglio raccontare.

Devo fare, però, una premessa un po’ lunga. Il compagno di quarantena sta scrivendo delle memorie personali molto difficili, dati i contenuti, e il modo più divertente che ha trovato per sfogare lo stress (gli altri non li rivelo, perché mi ci sto giocando i numeri) sono le sue spedizioni in spiaggia, ogni fine settimana.

Con tenacia ammirevole, il Nostro si spinge fin dove è presente, almeno a riva, un’abbondante quantità di sassolini, che comincia a disporre tracciando diverse figure. L’iniziativa sta riscuotendo un buon successo di pubblico: perlopiù villeggianti che approfittano della chiusura comarcale per passare la giornata in spiaggia. Non contento, il nuovo astro dell’arte barcellonese lascia una sua particolare firma: sotto alcuni sassi più grandi, che dispone a poca distanza dall’opera, fissa dei foglietti contenenti certe sue riflessioni sul mondo, e sul retro riporta il suo indirizzo Instagram. Indovinate chi gli ha suggerito la storia dell’indirizzo… Comunque, ogni tanto qualcuno visita davvero la sua pagina, e ieri pomeriggio una comitiva di “latines” (definizione loro, in spagnolo inclusivo) gli ha addirittura mandato un video di ringraziamento: alcune delle ragazze leggevano le frasi e commentavano “¡Qué bonito!”. Dovevate vedere il Nostro, come si ringalluzziva…

A quel punto (e veniamo a noi), gli ho chiesto per l’ennesima volta dove minchia si piazzasse con i suoi sassolini: per due o tre domeniche ho girato a vuoto tra un tratto di mare e l’altro, ma nisba. Andiamoci insieme, ha proposto lui a sorpresa, e così abbiamo fatto. Almeno ho capito l’errore: nel corso delle mie ricerche balneari, evitavo una piattaforma in cemento piena di tizi nerboruti, che passavano la giornata a fare attrezzi e a fomentarsi a vicenda. Ovviamente, l’artista de noantri si metteva proprio lì vicino! E non era l’unico: non vi dico l’emozione quando, all’arrivo, abbiamo trovato accanto all’opera due signore autoctone di mezza età, che si palleggiavano una macchina fotografica e a turno si buttavano sulla sabbia con tutti i vestiti. Quindi si immortalavano a vicenda davanti alle ramificazioni dei sassolini. L’autore e io non sapevamo se avvicinarci o meno, e temevamo che le tizie (restie a schiodarsi) si portassero dietro qualche “souvenir”… Ho sofferto in silenzio, pensando ai personaggi dei miei romanzi: a quelli che io adoravo e non piacevano a nessuno, a quelli che detestavo e che invece suscitavano interesse… Senza nesso apparente, mi sono ricordata dell’addetta ai lavori che, in uno stralcio d’opera che le avevo mandato, aveva scambiato una mia stagista precaria per un’Erasmus, che in quanto Erasmus “non aveva niente da fare” e, dunque, si metteva addirittura a pensare all’indipendentismo! A parte il fatto che Irene è spagnolista, temo che la retorica di chi “non scappa dalla sua terra” concepisca solo ruoli stereotipati per chi, invece, la sua terra l’ha trovata altrove.

Sì, lo so, mi stavo appropriando di un momento di gloria dell’artista al mio fianco per fare considerazioni mie. Però, com’era che diceva quel mio pomposo professore di latino, all’università? L’opera non è più di chi la crea, ma di chi ne fruisce. Per questo mi venivano in mente le strane associazioni con le mie scritture.

Le due fans hanno levato le tende, ma sono state subito rimpiazzate: il mio neo-artista preferito ha mantenuto un aplomb impeccabile (e grazie, direte voi: è inglese!) quando, subito dopo, si sono avvicinati due ragazzini. Lì ho temuto il peggio: ho pensato all’emulazione che portava certi miei coetanei, quando ero ragazzina io, a distruggere qualunque cosa perché sì, e per dimostrare agli altri che ne erano capaci. Si cominciava con le sculture e si finiva con le donne, tranne “le madri e le sorelle” (forse). Ma continuo a pensare che sono approdata in una terra meno arrabbiata, nonostante gli exploit, o con meno motivi per esserlo. Uno dei ragazzini si è piantato al centro dell'”occhio” formato dai sassi. Prima ha scimmiottato un “om” a mani giunte, poi ha eseguito qualche figura plastica, stile Shaolin Soccer. L’artista fremeva, immaginando i sassolini scricchiolare sotto quei piedi nudi taglia 36, e io tornavo con la mente a un’altra addetta ai lavori, che in una bozza di romanzo mi aveva bocciato la descrizione di un seminario catalano: “Il mito della svedese nell’immaginario franchista”. Del tutto irrilevante, aveva scritto questa nuova “impavida-che-è-rimasta-nella-sua-terra”, e so bene che, a tante di queste impavide, del femminismo “fottesega” (per dirla in catalano). Sono anche sicura che Mary Nash, che ha cambiato la storia degli Studi di Genere in Catalogna, non si offenderà dell’ennesima detrattrice. Però la protagonista del mio romanzo sbava dietro a uno svedese, e durante il seminario riflette su una possibile inversione di ruoli (il biondone che si fa oggetto, e la mediterranea che, appunto, sbava). Dunque, qualche rilevanza in quel contesto dovrà pur esistere, no? Le gambe del ragazzino tremavano sui sassi instabili, mentre io concludevo ancora una volta che ormai, con i miei connazionali, ho in comune solo la lingua in cui mi esprimo. Una delle lingue.

I bambini si sono allontanati, e siamo accorsi noi. Il danno era minore del previsto: l’ordine con cui erano state disposte le pietre centrali si era un po’ incrinato, ma in fin dei conti l’opera ci guadagnava, perché era stata “vissuta”. Come quelle tazze giapponesi che si rompono ecc. ecc.

Ho chiesto all’artista se accanto al suo occhio di sassi non volesse posare anche lui, a beneficio del fan club (le “latines”, le due signore autoctone, i monelli del posto, e una graziosa studentessa col velo che ormai è una fan incallita…). No, ha detto lui. Fotografa solo l’occhio, come lo chiami tu. È quello, che conta.

Meno male: la pensiamo uguale. Noi non c’entriamo niente, l’importante è la trama. Che sia una disposizione di sassi, o di parole. Il racconto ci deve comprendere, è vero, ma poi ci deve superare, oppure non funziona. Il racconto dev’essere meglio di noi. Con buona pace della retorica di chi parte, e di chi resta.

Ci siamo allontanati. Dopo una decina di metri mi sono girata di nuovo, per vedere se c’erano ulteriori curiosi, ma si stava facendo tardi. Le coppie scacciavano via la sabbia dai teli comprati agli ambulanti, le comitive con la chitarrina cantavano a mezza voce, le reti di pallavolo erano scosse da schiacciate sempre più mosce.

Per oggi, ho pensato allora, l’occhio di sassi ha smesso di guardare, e farsi guardare. Domani, chissà.

Ieri ho chiacchierato su Instagram con Gabriela Cistino, alias @Unaelle, di qualcosa che mi chiedo da ormai tredici anni: perché?

Perché lo Stato spagnolo sembra decisamente più avanti dell’Italia, quanto a politiche di genere? Gli stessi dibattiti all’ultimo sangue sulla legge trans, o sui permessi equiparati di paternità e maternità, dimostrano che, qui dove vivo, vengono proposte soluzioni a problemi che spesso, in Italia, neanche si cominciano a individuare. Come argomenta Unaelle, la mia terra d’adozione non è l’Olanda, e molti problemi restano terribili e urgenti: mi viene da pensare alle amiche madri che si lamentano della scarsità di asili e scuole pubbliche, in un paese che privatizza molto su sanità e istruzione. Oppure ricordo la consigliera barcellonese che andò a denunciare un episodio di molestia, e si vide chiedere se, oltre che palpata, fosse stata anche derubata: quel particolare avrebbe velocizzato l’intera procedura. Nonostante tutti i limiti, certe questioni che ormai do per scontate non lo sono in Italia.

A riprova che, come sospetta Unaelle, l’educazione gioca un ruolo fondamentale nella differenza, l’aspetto più divertente è che nella comunità italiana si ripropongono le stesse dinamiche della madrepatria. Come se un anno, due, trent’anni trascorsi qui non servissero a scrollarsi di dosso l’odore di chiesa, e l’idea che la famiglia sia una degna sostituta del welfare. Qui dove vivo, che so, vado alla riunione “politica” di un movimento italiano spazzato via dalla pandemia (posso scrivere “per fortuna”?), e un tizio mi fa impunemente mansplaining (per gli autarchici: minchiarimento). Allora, una conoscente che ha assistito alla scena mi fa poi osservare che il minchiaritore “avrebbe fatto così anche con un uomo”: stes-sa co-sa, proprio, e stesse dinamiche di potere. A riunione finita, l’organizzatore dell’incontro si vede offrire da un altro italiano, stavolta un attivista nei movimenti locali, i protocolli antisessisti che si usano in Catalogna, ma cade dal pero. Proprio non capisce di cosa stia parlando quel punkabbestia lì: l’intera faccenda non andava forse derubricata come un mio momento d’isteria?

Mi lamento di tutto questo con dei vecchi compagni di associazione, e uno di loro mi dichiara di aver subito womansplaining (sic). Allora mi chiedo: ma io, perché dovrei frequentare ‘sta gente?

Il tempo è prezioso per chiunque, non vedo perché sprecare il mio a discutere con persone che non vogliono vedere, mentre tante realtà autoctone sono sensibili ai diritti, e vanno come treni

Gabriela, invece, non si arrende. Crede che il femminismo possa attecchire nell’intera società, anche nella terra stivaliforme che ha generato tutto il disagio di cui sopra. In ogno caso, secondo lei bisogna provarci. E allora ci proviamo. Perché ammiro la dedizione della compañera, o companya. E poi perché, da questa crisi qui, ho deciso di condividere sempre le cose belle che imparo.

Il risultato, potete seguirlo qui sotto.

Salut advierte de que la Semana Santa es un "interrogante" y no descarta  una cuarta ola
Da: https://www.elperiodico.com/es/sanidad/20210314/catalunya-coronavirus-semana-santa-cuarta-oleada-11578331

Doveva andare così.

Saranno state le feste pasquali, poi le restrizioni di mobilità che ci hanno relegato alla nostra comarca di residenza. Senz’altro avranno contribuito i rari giorni di sole che regala l’aprile barcellonese, che per una misteriosa legge della natura è così freddo e piovoso, da far letteralmente schifo agli inglesi. Fatto sta che già non bastano le mie passeggiate in solitaria, per farmi smaltire le tonnellate di comfort food che precedono la consegna di un manoscritto, ma poi ci si mettono pure coloro che, con un’improbabile fusione tra le mie lingue preferite, chiamo: The “Coccosa?”! Da leggere con l’enfasi che adotterebbe Pippo Baudo nel presentare i Doors (scusate l’immagine).

L’articolo inglese non richiede troppe spiegazioni: i soggetti di questa specie sembrano una banda musicale dai componenti che non finiscono più, manco fossero i Chumbawamba o l’Orchestra italiana.

Invece, “Coccosa?” significa letteralmente “Qualcosa?”, e viene usato in napoletano per chiedere (*sguardo alla De Niro tassista*): “Hai qualche problema?”. Di solito si rivolge a una persona che sta esprimendo giudizi negativi nei nostri confronti, fosse anche con lo sguardo, oppure sta commettendo un reato gravissimo: addirittura, pretendere un po’ di rispetto!

Ecco, io quando le strade del centro di Barcellona si affollano con la primavera (specie se a percorrerle non sono turisti, come in questi frangenti), dopo tredici anni accuso ancora lo shock culturale di trovarmi in mezzo a una masnada di scustumati, come direbbe Gianfranco Marziano, che contravvengono a una delle leggi sacre della classe media partenopea: non abbuffare la ualler… ehm, non disturbare il prossimo. Quando ti insegnano fin dall’infanzia che tu e la tua famiglia siete l’ultimo baluardo di civiltà, e che la vostra casa è un fortino inerme, circondato dalla fauna selvaggia (designata anche con termini per niente razzisti, tipo zulù o mao mao), diventa un segno di distinzione sociale scostarsi dal centro della strada se si va lenti, e fare estrema attenzione a non urtare altri passanti (anche perché le nostre mamme hanno sempre questa paranoia che parta una coltellata a caso, così de botto e senza senso). Neanche vi descrivo la frenesia nel fare presto e bene alla cassa del supermercato, con l’aiuto di una dipendente che si trasforma in Super Saiyan per non perdere il posto (ma questo è un capitolo sciagurato a parte). Per farla breve, quella che dovrebbe essere semplice educazione può diventare uno status symbol: la prova che fai parte dell’esclusiva (e privilegiatissima) schiatta della gente perbene.

Qui dove vivo, invece, non si fanno tutti ‘sti problemi. E non penso neanche alle famiglie che per passeggiare occupano un’intera stradina del Gotico: genitori al centro con la carrozzina o con l’ultimo nato a tracolla, e intorno due marmocchi sul metro e dieci che ciondolano in attesa di avvistare una gelateria troppo cara. In casi del genere, la faccia mia sotto i loro piedi! Io non so gestire l’irrigazione di un cactus, figurarsi una domenica pomeriggio con tre bambini al seguito… Un applauso anche alla coppia che si sarà sposata quando Franco aveva vent’anni e mezzo, e ancora resiste mano nella mano, con bastoni da passeggio e mascherine sollevate quasi fino agli occhi.

No, mi riferisco piuttosto a donne, uomini, comitive di persone giovani o al massimo di mezza età, senza problemi di deambulazione e/o con un solo figlio al seguito, che semplicemente devono:

1) occupare l’intero manto stradale, magari sparpagliandosi come soldati in missione per coprire tutto il territorio. Per questi corpi speciali, qualsiasi bambino richiamato nell’atto di sodomizzarti con una spada giocattolo rimarrà traumatizzato a vita, e anche di venerdì sera, al Portal de l’Àngel, le coppie di mezza età devono tenDersi obbligatoriamente la mano (cioè, se la tengono, ma estendendo tutto il braccio come se ballassero il sirtaki): separarle comporterebbe il divorzio immediato, quindi mettiamoci noi la mano sul cuore;

2) procedere con la velocità di Dumbo appiedato sotto acidi: dopotutto, oh, stanno passeggiando, che gliene frega se tu vai di fretta perché hai lasciato le patate sul fuoco?

3) fermarsi di botto in qualsiasi occasione non lo permetta, e non schiodarsi finché non hanno deciso dove andare a prendere una birra sfiatata o delle bravas ultrafritte (scusate, vivo sempre nel Gotico): per l’alto rischio di incorrere in queste evenienze, si consiglia di portarsi dietro un opportuno sgabello pieghevole, o un machete.

E cosa dire della fila alle casse del supermercato? Ho sviluppato una selettività al limite del razzismo, tipo George Clooney con i controlli aeroportuali: davanti a una cassa ci sono cinque persone di diversa nazionalità, e in un’altra già svuota il carrello una sola persona anziana, autoctona? Mi metto in fila! Cielo, ho avuto l’apparente fortuna di sgamare uno dei pochi supermercati del Gotico che abbia una clientela “di quartiere”, invece di essere orientato ai turisti: ebbene, ci sono andata massimo quattro volte. La prima c’era una signora elegante che voleva restituire due pere, perché non godevano dello sconto che credeva lei, e allora il commesso non teneva la cassa né aperta, né chiusa, perché la tipa andava e veniva e aveva lasciato la sua roba lì. In quel caso, come mi è capitato in situazioni analoghe, mi sarebbe piaciuto farmi avanti e mettere io quei cazzo di dieci centesimi di differenza, con in più una moneta da due euro, e la raccomandazione in catalano: “Signo’, accattateve ‘na camumilla”. Poi mi ricordo che, qui, la camomilla si prende per il mal di stomaco, e non per calmarsi, quindi tutt’al più dovrei bermela io. La seconda volta nel supermercato in questione, un tizio sembrava aver scavalcato la fila (un commesso, però, sosteneva che il suo fosse un errore giustificato) e un’altra cliente sulla cinquantina gli aveva fatto i complimenti a gran voce, per poi concludere cinque minuti di esternazioni passivo-aggressive con la canzoncina: “Pu-to machi-rulo”. Cioè: maschilista di merda. E come sapete, io so’ femminista così, ma in quel frangente ho rimpianto assai il machete di cui sopra. Commento della cassiera: “E dicevano che da questa situazione saremmo usciti migliori…”. Io intanto sono uscita e basta, con la promessa di andare per sempre al Coaliment, con gli altri guiris: non escludo di essere stata solo sfigata, ma non sono pronta a rischiare psicodrammi una volta sì e una no, per un chilo di banane delle Canarie (con dieci centesimi di sconto, mi raccomando!).

E sapete qual è il bello? Che so di esagerare. Ne ho parlato con una psicologa autoctona, e quella mi ha snocciolato tutta una sua teoria sull’attaccamento insicuro che deve avermi caratterizzata nella prima infanzia, e sarebbe questa meraviglia qua. Anche io le voglio bene. A detta sua la mia forma mentis, tutta sintonizzata sul “non stracciare le gonadi al prossimo e pretendere lo stesso trattamento”, sarebbe sì una questione culturale, ma anche un’antica strategia di sopravvivenza. “‘Ndimeno?” ho risposto, sempre nel misterioso catalano che vi sto insegnando dall’inizio del post.

Però confesso che questa odiosa tendenza al “Coccosa?” mi ha insegnato molto: per esempio, che non è detto che il mio prossimo debba essere sempre una priorità! Spesso, nelle “buone maniere” che ci insegnano sul suolo patrio, tale priorità è solo di facciata. E non credete a me, ma a Manzoni: mo’ vi ripesco addirittura il Conte zio che dà la precedenza al padre provinciale, dopo averlo costretto letteralmente a mandare Fra Cristoforo a quel paese (cioè, a trasferirlo).

In secondo luogo, cambiare mentalità aiuta sia noi che gli altri a evitare i terribili problemi di comunicazione che ancora registro tra i miei educatissimi amici rimasti in patria: di solito, da queste parti “non le mandano a dire”. Io continuo a pensare che ci sia modo e modo di esprimersi, rispetto a un “tant de bo et fotessin un petard al cul” (che sospetto non abbia bisogno di traduzione), ma sono anche contenta di aver assimilato un pizzico di questa sincerità, piuttosto che continuare a ossessionarmi su come la prenderà la persona con cui sto a problemi.

So già cosa direte: ma scegliere di volta in volta, no? Purtroppo certi sistemi di pensiero arrivano in scomode formule “tutto incluso”, per cui all’inizio sembra che si debba prendere tutto il pacchetto. Poi, però, qualcosa cambia. Nei miei primi tempi all’estero, a vent’anni, mi si aprì un mondo quando un amico inglese chiamò “ipocrisia” ciò che mi era stato venduto come “saper vivere“. Però, una volta a Barcellona, sono stata sempre felice di offrire caffè a destra e a manca, in barba alla tendenza locale di dividere il conto fino all’ultimo centesimo. “Io sto provando a imitarti, ma i miei amici non ricambiano!” si lamentava una collega barcellonese all’università. Poi spiegai alla stessa collega che un compagno di corso un po’ insistente, e molto più grande di me, mi aveva riaccompagnata a piedi per chilometri, la sera tardi, e una volta sotto casa mi ero sentita obbligata a raccontargli una scusa per non invitarlo a salire. “Perché mai?” era insorta l’amica. “Non volevi farlo salire, dunque: arrivederci e grazie”.

Dunque, aggiungo io, si può spizzicare eccome, tra modi di vivere e culture diverse: anzi, un’opportuna scrematura migliora la vita. Adesso continuo ad accostarmi al muro se passeggio lenta, ma non intrattengo rapporti sociali che non mi interessano, ed evito a priori che a uno venga anche solo in testa di proporsi come accompagnatore, se non apprezzo il gesto.

“Sei diventata stronza!” commentò, dopo la mia seduta di dottorato a Napoli, una zia a cui avevo spiegato che non avrei preso un treno regionale e camminato mezz’ora a piedi (o rischiato una gravidanza indesiderata in un R2) apposta per augurare un buon ritorno a casa alla mia tutor catalana: la profe stessa mi aveva esentata, prima di tutto perché non concepiva proprio l’idea, e poi perché sarebbe andata all’aeroporto dopo una bella passeggiata con un altro collega in trasferta.

Quindi sì, quando ci vuole sono stronza forte, e vi consiglio di fare altrettanto.

Ve lo assicuro: non è mai troppo tardi per un po’ di sana stronzaggine.

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All’inizio eravamo solo fidanzati. Che volete, certe cose non si capiscono subito. A volte il destino ti fa fare giri inaspettati, prima di portarti alle mete che contano.

Il guaio era che venivamo entrambi da due relazioni mai nate, e ci eravamo lasciati depistare da quella caratteristica comune, che avevamo risolto con un semplice amore. Però, col tempo, c’eravamo resi conto che mancava qualcosa. Che poteva esserci molto di più della convivenza che avevamo iniziato, dei progetti di famiglia, dell’idea di comprare una casa… Provavamo ancora a ingannarci, perché a volte i sentimenti fanno paura, e allora ti racconti tante di quelle bugie, pur di non affrontarli.

Fu lui a prendere il coraggio a due mani: inutile far finta di nulla per non rovinare il rapporto. La nostra, santi numi, era amicizia! Fu l’inizio del sogno.

Adesso ci vediamo un paio di volte a settimana, e ci divertiamo tantissimo! Quando non cuciniamo (il bastardo fa risotti buonissimi), lui prende piatti da asporto in un locale che gli piace vicino casa mia, e ascoltiamo del reggae atroce che conosce solo lui, anche se ogni tanto gli piazzo a tradimento gli Smiths. A volte guardiamo qualche film, anche se devo stare attenta. Gli piace tantissimo il cinema basco, quello surreale in cui a un certo punto appare il diavolo, o addirittura un’attrice si presenta con una frangetta tagliata dritta: filmare un’acconciatura che fosse in voga meno di vent’anni fa è chiedere troppo, ma lui non vuole ammetterlo, e magari litighiamo e scatta una battaglia di cuscini. Il mio compagno ci sente da camera sua e si chiede se ci stiamo scannando, ma capisce che certe cose seguono un loro ordine naturale, e non c’è paragone tra l’amicizia e l’amore! Voglio dire, qual è il sentimento che dura di più, che cambia la vita, che ti accompagna per sempre? Appunto. Lo diceva anche Platone, nel mito degli amici squartati a metà. Mi meraviglio che, su quello, non ci abbiano ancora girato su un film basco!

E sì, scusate, avrei dovuto specificare nel titolo che per “storia” intendevo storia d’amicizia, ma tanto nel linguaggio comune le storie quello sono, no? D’altronde, se è così un motivo ci sarà.

(Vi abbiamo trasmesso: “Se parlassimo dell’amicizia come facciamo con l’amore romantico“.

Per i miti legati all’amore romantico, tra cui quello pericoloso che “ci si completa a vicenda”, cliccate qui e soprattutto qui.

Per un articolo – mio e di un amico! – che si occupa della gerarchizzazione dei rapporti insita nelle relazioni attuali, cliccate qui.

E adesso andate a casa dei vostri amici, delle vostre amiche, fate loro una carezza, e dite pure che questa carezza gliela manda il basilico!)

Una chirigota enseña a piropear a los "machitos de turno"

Non ci credo, che sto scrivendo ‘sto post. Ma insomma, in Italia si è acceso il dibattito sulla molestia da strada e, per dare idea di come afferriamo subito i concetti, c’è chi ne fa solo un problema linguistico: mamma mia, il catcalling! Come osiamo sporcare la nostra bella lingua? In ginocchio sui ceci, Pater Ave e Gloria.

Io rispondo che “molestia da strada” mi va benissimo, ma gli anglosassoni dicono ancora “fettuccine”, no? Magari ne sbagliano il gender!11! e le chiamano fettuccini, ma vabbè. Perché lo fanno? Perché gli italiani hanno inventato le fettuccine, e le fanno decisamente meglio di loro. Cosa fanno uno schifo gli italiani? Il gender!11! E per analizzarlo, scusate, si parla soprattutto inglese. Prendiamo il grande dibattito di questi giorni: perfino su pagine femministe italiane ho letto biasimi alle donne che difendono la pratica (ovvio che il problema sono loro!), e qualcuno, con le migliori intenzioni del mondo, si è messo a scrivere che la molestia da strada è una responsabilità “di uomini e donne”. Quanto a quest’ultima osservazione, la trovo fantastica, perché crea la vittima di Schrödinger: se non reagisce, “se l’è cercata” perché non fa niente per impedire la cosa; se reagisce, “se l’è cercata” perché il molestatore si incazza e chissà che succede.

Quanto alle donne che difendono la molestia da strada, io ne ho incontrate personalmente due, che sono tra gli esseri umani con cui più abbia avuto problemi in vita mia. Una tiranneggiava su di me e un altro coinquilino, che aveva 34 anni ed era alto un metro e ottantaquattro, ma comunque temeva come la sottoscritta di rivolgere la parola a questa impicciona. Un’altra, che conoscevo a stento, mi mise a fare di punto in bianco il riso per sua figlia piccola, che aveva 37,2 di febbre: lei doveva coricarsi nel letto con la bambina, che però dormiva! Disse poi all’ex che era con me che il suo problema era che lui si metteva “sempre con femministe” (orrore!). Entrambe le perle viventi di cui sopra affermavano che, quando un muratore spiegava loro quanto fossero belle, loro sorridevano e ringraziavano.

Auguri! E, soprattutto, buona vita (lontano da me). A quelli che… “Hai visto? Due che apprezzano le hai conosciute anche tu!”, dedico il seguente meme, che spero non ci sia bisogno di tradurre, sul fatto che agli uomini bianchi piaccia molto fare gli avvocati del diavolo. Infatti sminuiscono con questioni marginali ed eccezioni stupide i problemi che non li riguardano in prima persona (e che dunque, a starli a sentire, sono irrilevanti).

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e il seguente testo "Kyle @KylePlantEmoji.16h White dudes (and speaking from experience) playing believe testing the limits of an ideology be as valuable a discourse as discussing consequences "Can say the word at home, alone?" Why do you care, Trevor? 138 73,119 31.1K Kyle @KylePlantEmoji Murdering children is bad were "What if, hypothetically, an evil child Shut the fuck up. Shut the fuck up. What you think is nuance is actually a distraction from a broader and you should shut the fuck up."

E se vi ha fatto orrore questo post in ing… in ingl… in ingles… insomma, nella lingua del demonio (Pater, Ave e Gloria), passiamo alla lingua di Torquemada! Che, rispetto alla Controriforma italiana, ne ha fatta di strada. Infatti, in spagnolo la molestia da strada si chiama piropo callejero, cioè “complimento da strada”, ma viene riconosciuta da tempo come molestia, con tanto di pagine che se ne occupano, e di quiz da somministrare ai molestatori! È questa l’iniziativa più antica che ricordi nello Stato spagnolo: le attiviste sottoponevano ai molestatori un vero e proprio questionario in cartaceo. “Salve, visto che si è preso il disturbo di arricchirmi con un suo apprezzamento non richiesto, potrebbe rispondere ad alcune domande? Scriva qui sotto la frase o il verso che ha utilizzato nei miei confronti: _________. Adesso, mi dica: cosa intendeva ottenere esplicitando questa sua osservazione? Ha mai raggiunto lo scopo che si prefiggeva, con me o con altre?”. E così via, con tanto di video girati ad hoc. Ricordo un tipo anziano, con la faccia oscurata, che diceva: “Estás loca, ¿no?”. Ho una notizia per lei, egregio signore: non ci crederà, ma Franco ha muerto. E la popolazione se n’è accorta, al contrario di quanto sia successo in altri posti che hanno appeso i loro dittatori qualche decennio prima…

Non mi credete? Allora concludo in bellezza con una chirigota, cioè un’esibizione canora tradizionale di Cadice, legata al famoso Carnevale della città. Una serie di ragazzi, che personalmente trovo molto belli, spiegano al “machito” di turno cosa provocano i suoi commenti e fischi in strada. Traduco il testo qui sotto:

“Ascolta un momento / e stai un po’ zitto / vediamo se capisci / maschietto di turno / cos’è un complimento. / Perché anche se credi / che le fai impazzire / provano solo schifo / per ogni sozzeria / che caccia la tua bocca.

Ascolta un momento, maschietto di turno / il mondo è cambiato / e ti tocca tacere. / Far complimenti / è afferrare le mani bianche di tua madre / e senza accorgertene scoprire / che ti scappa un ti amo. / Far complimenti / è recitare / le coplas che escono dall’anima / e cantarle a Cadice / davanti al tuo popolo. / Un complimento è il poema / che in un tovagliolo / ogni sabato il nonno / con errori e cancellature / scrive alla sua nipotina. / Complimenti a letto / arresi ed estasiati / quando ammaina il desiderio / e contemplo la dea / che riposa al mio fianco. /

Alle tue parole manca / l’amore, la tenerezza, / la passione, l’affetto / e manca il rispetto. / Manca la decenza / mancano le buone maniere / e il consenso. / Mancano tante di quelle cose / che più che un complimento / è solo ripugnanza. / È ora che tu capisca / che quando il tuo mormorare / le assalta di notte / le loro gambe tremano / e la paura le invade / e correndo a casa loro / l’unica cosa a cui pensano / è a non essere un’altra / nella lista dei nomi / di quelle che non tornano più.”

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Bella, eh, la Pasqua di Ricomincio da capo? L’anno scorso aveva quasi una sua nobiltà, il restare chiusi in casa ma “vicini col cuore”, cantando dai balconi che ci saremmo abbracciati presto (quando non si cantava l’inno italiano anche a Napoli!). Adesso, come suggerisce il buon Zerocalcare, è la ripetizione che fa strano.

Cioè, le storie sono strane per conto loro, spesso e volentieri, specie quando sono tristi o angoscianti come quelle dell’ultimo anno. Però, mentre guardo il plotoncino di conterrOnei che hanno sfidato la zona rossa per farsi Pasqua proprio sotto casa mia, ripenso a un ragionamento che faccio da tempo.

Dove finisce una storia? E mi riferisco a una storia di qualsiasi tipo. C’è l’evento principale, che so: io che prendo una multa. Quello di solito è fatto e finito, e lo subiamo, nel bene e nel male, anche quando siamo noi a provocarlo: non controlliamo che una piccola parte della situazione. La storia della multa può finire con me che la straccio, e dieci anni dopo ne sto ancora a pagare le conseguenze. Oppure con me che vado dall’amico avvocato, che per evitarmela si fa invitare a cena per il resto dei suoi giorni, e a quel punto era meglio pagarla. Oppure con me che vado alla posta a pagare la multa, e incontro un’amica d’infanzia che adesso insegna presso un carcere minorile, così tra noi inizia una collaborazione fantastica… Quand’è che do la storia per finita, e su quale dei finali mi voglio concentrare?

È per questo che non arrivo mai a terminare un manoscritto, e l’anno scorso proponevo correzioni anche quando il libro era in stampa!

Non so mai quando finisce una storia, quando è il caso di dare per concluso l’evento in sé (e di solito è facile) insieme a tutte le sue conseguenze (e quest’ultima è un’operazione difficilissima, se consideriamo quanto tutto sia collegato e quanto durino certe conseguenze nel tempo). Allora, con le storie che finiscono male o promettono di farlo ho questo mio metodo, che a volte diventa un po’ una mania, ma di solito funziona: non la faccio finire lì. Ciò non significa ripudiare il “lasciala andare come va” di una Irene Grandi d’annata, ma comporta piuttosto la determinazione a tirarci su qualcosa di buono.

Questa crisi per me devastante, che mi fece entrare per qualche mese in un paio di jeans taglia 38 (miracolo!), poteva finire col tizio che mi mollava senza dirmelo per una che, sapevo già, sarebbe durata tre mesi (e no, la cosa non mi consolava affatto). Ma è stata per me l’occasione per dare una svolta alla mia vita, che mi cambiasse sul serio in meglio. Ancora oggi, più di sette anni dopo, sto pensando di usare in qualche modo le conoscenze che ho acquisito in quel periodo di crescita, magari sistemando un’antica bozza di manuale di self-help per impedite come me, o diventando la figura professionale che manca al mondo: la counsellor cinica. Eh, lo so, già vi vedo a dire: “Non ci serve niente, grazie!”, oppure “Stavamo scarsi!”. Però io sarei quella che non ti vende la stronzata che volere è potere, ma ti cita Camus e ti ricorda che la vita probabilmente non ha senso, tanto vale che gliene trovi uno tu. Lo so, avrò clienti a frotte! E le amiche psicologhe, spesso private dal counselling di pazienti che avrebbero bisogno solo di “uno bravo”, dormiranno sonni tranquilli. Scherzi a parte, visto che sono finita a parlare come sempre di storie d’ammmore, dove potrei far finire le mie? Al preciso momento in cui voglio ridurre il mio ex a polvere di stelle, e spedirlo su Marte a cercare acqua? Oppure a quando risolvo i nostri conflitti interni e torno a sentirlo ogni tanto? O a quando, finalmente più tranquilli, riusciamo a diventare anche amici sul serio? Con alcuni mi sono fermata al primo stadio, con altri al secondo. Il terzo è complicato e richiede molte energie, spesso non ne vale la pena: quando succede, però, è fantastico. Oh, il nostro tempo è solo nostro, possiamo lavorare a un numero limitato di cose alla volta. Che siano quelle buone!

Quindi, vi chiedo: dove finiscono le vostre storie? Familiari, lavorative… di ogni tipo. Se terminano con l’evento in sé, amen, gente, a volte bisogna solo mettere il punto, e magari a voi riesce meglio che a me. Ma provate il mio gioco: far finire una storia quando ne avrete ricavato qualcosa di veramente buono.

Ricordo ancora la madre che, al mio paese, perse il figlio in un modo assurdo e terribile, e anche se aveva tutto il diritto di starsene in casa a maledire il mondo fino alla fine dei suoi giorni, intitolò al ragazzo un premio culturale. Una volta, una ragazza ormai prossima alla trentina si beneficiò di questo premio, e tornò ad avere un po’ di speranza nell’umanità.

E la storia continua.