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Immagine correlata  Mi scoccia un po’ la narrativa del “ci vuole coraggio a restare”. So che chi parte se ne costruisce spesso una uguale e contraria, stile “il mondo è di chi se lo piglia” + massima a caso di Steve Jobs. Ma questa del coraggio di chi resta sta ricorrendo un po’ troppo nelle costruzioni identitarie di collettivi che altrimenti ammiro.

Vi prevengo: mi sono chiesta se a muovere il mio fastidio non sia il senso di colpa che dicono di avere altri… “fuggitivi“. Ma non credo sia così, per due motivi.

Prima di tutto, l’Erasmus e altre esperienze all’estero mi hanno fatto costruire un’identità “transnazionale”: insomma, nostra patria è il mondo intero, per restare in tema di narrative seducenti.

E poi, credo che la cosa più utile che io possa fare, alla luce dei fatti, sia costruire ponti (altro cliché affascinante): confrontare le mie esperienze estere con quelle di chi resta. Continuo a pensarlo anche ora che mi hanno fatto sentire paranoica perché mi preoccupo della gentrificazione a Napoli (“Ma no, è il salumiere che si rifà il negozio per piacere ai turisti!”), nonostante lo sfruttamento dei lavoratori nel settore turistico e l’evidente aumento del costo della vita. D’altronde vivo in una città che, di tutte le critiche mai mosse alla sindaca, non ne ha mai avanzato nessuna contro il termine “sindaca“. So che dalle nostre parti c’è qualcuno che ancora liquida queste cose come quisquilie che distolgono dai “veri problemi”: i suoi.

Specie in tempo di elezioni, poi,  alla narrativa del “se ne sono fuggiti” si alterna il “sono stati costretti a fuggire”: in un caso o in un altro, la nostra volontà di scelta va a farsi benedire. Non possiamo proprio decidere per motivi vari di voler fare una nuova esperienza altrove. Lo so, lo so, il buon vecchio Fëdor mi aveva messo in guardia sul rapporto difficile tra essere umano e libero arbitrio: ma qui si degenera.

Allora con un sorrisetto antipatico mi viene da guardare qualcuno che si senta “eroe” per il fatto di essere rimasto (o qualche eroina, che sono anche di più), e chiedere: “Neh, ma siete proprio sicuri che riuscireste a fuggire?”.

Perché non è affatto scontato, eh. È vero, la stagione a Londra e Barcellona se la fanno un sacco di diciottenni senza molti studi, che puntano subito ai lavori più umili “finché non imparano la lingua” (e, paradossalmente, dopo un po’ finiscono a parlare solo italiano nei call center).

Ma… Sicuro che riuscirebbero a restarci, fuori? E che sarebbe una fuga piacevole? Ricordo che mi avvicinavo ormai ai trenta, quando ho letto i primi messaggi disperati di coetanee in vacanza che chiedessero “come funziona la lavatrice”. E continuo a sospettare che non pochi coetanei maschi moriranno prima di scoprirlo.

Sicuro che ci andrebbe tanto di farci sfruttare dietro un bancone da qualche connazionale che approfitta della nostra scarsa padronanza della lingua locale per sottopagarci? Sicuro che ci andrà bene vedercela con agenzie e padroni di casa, e farlo in una lingua straniera? E no, lo spagnolo non è italiano con le “s” alla fine, i francesi se non arrotiamo le “r” non capiscono, e potreste diventare vecchi prima di dire l’unica frase d’inglese (o giù di lì) imparata a scuola: “the book is on the table” (io sto ancora aspettando questo momento). Spassionatamente: guardiamoci sempre Netflix coi sottotitoli in inglese, e forse non tenteremo il suicidio la nostra prima sera a Manchester.

Proviamo poi a farci degli amici che non siano quelli d’infanzia, o di scuola, o del lavoro fisso a cui avrebbe potuto aspirare nostro padre. Magari conosceremo più gente alla festa d’addio di un collega in partenza (evento frequentissimo nelle metropoli), che tra i vicini del nostro stesso palazzo.

Per non parlare delle difficoltà di “fuggire” verso una terra che, checché se ne dica, non è messa proprio benissimo, rispetto all’Italia: a Barcellona non ce la farà mammà, la nottata a Sant Cugat del Vallès per prendersi il Nie, che danno senza appuntamento solo ai primi quindici in fila. È vero che qualche mamma o papà s’iscrive di stramacchio sulle pagine d’italiani all’estero, per aiutare la prole a trovare casa anche a distanza. Ma è una parola lo stesso! La mia padrona di casa potrebbe dirmi all’improvviso, come altri proprietari nel quartiere, che devo lasciarle l’appartamento per “motivi familiari”: in tal caso, posso sospettare legittimamente che in realtà voglia affittarlo per soggiorni brevi al 50% in più del prezzo. Ormai, considerando che 1000 euro a Barcellona sono uno stipendio non disprezzabile, oltre il 50% di quanto guadagniamo serve a pagarci l’affitto.

Morale della favola: tanta gente che “fugge” non resiste tre mesi. Arriva a settembre, dopo un mese ancora non ha i documenti per lavorare e approfitta delle vacanze di Natale per tornare alla chetichella.

Spero che chi “non se la sente di fuggire” sia in grado di fare meglio!

Perché tutti quanti ci costruiamo un’autonarrazione, e l’indulgenza verso noi stessi deve sempre occuparvi un ruolo da protagonista.

Basta che non diventi un racconto consolatorio che impedisca di partire a chi starebbe meglio altrove, e di tornare a chi ha scoperto che non basta un altrove, per stare meglio.

Perché c’è un piccolo particolare da cui non riusciremo a scappare mai: il fatto che le cose, malgrado tutti i nostri sforzi, possano andarci male sia in Italia che in Papuasia citeriore.

Proviamo quindi a esercitare quel poco di scelta che abbiamo senza pregiudicarci nulla, che sia un trasferimento, un ritorno, o la sacrosanta voglia (che dovrebbe essere un diritto) di non muoverci proprio.

A volte ci vuole coraggio a partire, altre volte ce ne vuole a restare.

In tutti i casi, basta trovare il coraggio.

https://www.captiongenerator.com/183232/Hitler-e-il-NIE

 

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Da https://www.express.co.uk/news/uk/758128/Beer-price-UK-pubs-goes-up-6p-pint

Attenzione: la seguente riflessione è così “volemose bene” da risultare quasi natalizia.

Sono passati cinque anni da quando una me più giovane, e infinitamente più melodrammatica, scriveva questo post: parlava di un amico che, nel corso di un’innocua uscita pomeridiana, mi annunciava all’improvviso che il giorno dopo sarebbe partito “per sempre”.

Ok, anche se non vi sciroppate il blog da tutto ‘sto tempo avrete capito che l’amico in questione non mi dispiaceva affatto, nonostante la timidezza e le… barriere linguistiche: diciamo che, se avesse voluto la separazione della sua terra per motivi linguistici, io gliel’avrei appoggiata.

Quell’antico addio “a tradimento” era quindi entrato a far parte della struggente narrativa dei miei primi anni a Barcellona, e delle illusioni (diciamo anche delle “pippe mentali”) che mi facevo allora.

Fino a ieri sera.

Perché secondo voi chi c’era al pub quiz domenicale, seduto a un tavolo di amici comuni? Esatto, lui! Io lo dico sempre, che ci ho i lettori intelligenti.

Quasi non lo riconoscevo, col nuovo taglio, così come lui quasi non riconosceva il pezzo di donna che intanto sono diventata (e solo una delle due affermazioni precedenti è falsa!).

Giocavamo in squadre diverse e nessuno di noi due ha vinto il quiz, anche se il mio gruppo si è aggiudicato a pari merito il premio per l’haiku più creativo (una scatola di biscotti non proprio a prova di vegano).

Ma ho rinunciato al mio progetto di rientrare presto per fare due chiacchiere col redivivo, e constatare che, dopo svariate puntate di Outlander, riesco a capire quasi tutto quello che dice. Forse ci vediamo in settimana per una birra con gli altri, o forse no. In ogni caso sono rientrata contenta anche senza aver vinto il jackpot (impresa quasi impossibile, con quel nerd del mio ragazzo in Italia!).

Tutto questo per dire: era molto più “ad effetto” il finale di cinque anni fa. I poeti romantici suoi conterranei avrebbero sorriso da lassù, se quello di allora fosse stato l’ultimo abbraccio, seguito da un mio crollo sulle scale di casa che Eleonora Duse in confronto è la protagonista di The Lady (erano pure cinque piani senza ascensore…).

Ma sapete che vi dico? Che mi è piaciuto molto di più così.

È stato bello non credere ai miei occhi, cacciare un urletto di svariati decibel e fare due chiacchiere da vecchi amici davanti a una birra (lui) e a un… ginger ale, visto che la mia resistenza all’alcool non è cambiata, intanto.

Insomma, mi è venuto da pensare nientepopodimeno che alla differenza tra vita e illusione.

Solo per concludere, insieme a Calvino, che “se la vita è sempre varia e imprevista e cangiante, l’illusione è monotona, batte e ribatte sempre sullo stesso chiodo”.

Nel dubbio, adesso so quale scegliere.

Anche se è un tweet, scrivo dove l’ho trovato: http://www.giornalettismo.com/archives/2642237/tutti-meme-della-pubblicita-pandora

Ho visto cose che voi umani… Ho visto un tizio alto un metro e una vigorsol, con quello che Alessandro Siani definirebbe senza indugio ” ‘o fisico d’ ‘a tracchiulella“, che faceva notare alla sua ragazza di essere “piuttosto ingrassata” o “forte di fianchi”.

Ricordo inoltre un tizio a una serata che, mentre sedevo al tavolo dopo una visitina in bagno, mi ha guardato con aria allarmata e chiesto: “E le tette?!”, con la voce di chi stesse segnalando un furto. Dovevano essermi cadute dove lui aveva perso l’umorismo.

Per non parlare delle situazioni in cui la più brillante, e magari la più giovane, è lei: mettiamoci anche un po’ di “differenza sociale”, ancora così importante per qualcuno, e davvero, armatevi di cuffiette o mettetevi a giocare al cellulare, perché uscire con una coppia così significa assistere a un costante dispiegamento di sarcasmo distruttivo, con lei che si limita a sorridere. Perché si sa, se ti permetti di dire “a” arriva subito l’esortazione: “E fatti una risata!”.

Momenti di grande simpatia, lo so, ma è questo lo sfottò selvaggio che scandisce la mia forma primitiva di relazionarmi (e gli amici di altre provenienze, o anche del paesello limitrofo, si offendevano pure, quando lo facevo con loro). Non m’illudo affatto che sia una caratteristica delle parti mie, ma diciamo che lo zelo che dedichiamo noialtri all’impresa facilita lo studio del fenomeno. Trovo che questo continuo denigrare “per scherzo” riveli una costante, e a tutte le latitudini: l’idea di dover sempre “dimostrare” all’altro che è stato fortunato a incontrarci.

Dovrebbe anzi ringraziarci, per due motivi principali:

  1. non avrebbe trovato nessun altro “tanto generoso” da accettarne i difetti (e so che non è l’intenzione iniziale, ma tanti scherzi sembrano andare a parare lì);
  2. siamo delle perle rare: il “bravo ragazzo” che pensa di meritarsi amore eterno solo perché non ti ha chiamato “befana” al primo appuntamento; la “ragazza seria” che al contrario delle altre che “si truccano e siliconano” crede ancora nei vecchi valori. Peccato che gli uomini siano “intimiditi” da ragazze così, e si cerchino sempre le “gattemorte”, come sosteneva anche una nota scrittrice con tante belle parole. Poi si lamentano perché l’inglese è una lingua concisa: in effetti, “slut shaming” si dice in un attimo.

Ma la denigrazione costante verso le donne è un fenomeno particolarmente curioso, che  in spagnolo rientrerebbe in parte nel concetto di “presión estética“: ma come, hai i peli sulle gambe? Ma come, non ti trucchi? Passa l’idea per cui, così come siamo, non saremmo degne neanche di uscire di casa. Da qui i push-up, e il tacco 12 (o giù di lì) per cui vanno pazze le ventenni di Casa Surace, mentre le trentenni si comprano la batteria di pentole (…). Se sono scelte nostre fantastico, specie perché moriamo tutte dalla voglia di automozzarci il respiro, o di trasformare sei metri reali di marciapiede in dodici “percepiti” di marcia sui trampoli. Ma quanto possiamo scegliere, se ci riteniamo cessi a pedali senza nessun’altra caratteristica che possa compensare questa terribile mancanza iniziale?

Alcune relazioni sono dei costanti dialoghi con noi stesse in cui ci chiediamo se siamo “degne” di esistere. Nell’unica forma che alcune di noi conoscono: cercare qualcuno che ce lo dica. Uno che, per esempio, non ci regali un ferro da stiro o un grembiule, ma riconosca la bellezza come parte integrante della nostra femminilità, e con un astuccio portagioielli studiatamente minimal risponda: “Sì, dai, puoi andare”.

Qui mi sento di farvi uno spoiler quanto una casa: finché non rispondete “sì” voi, non ci crederete. Spero lo sappiate già, ma hai visto mai. Ve lo potranno scrivere in cielo con un aereo, ma non ci crederete.

Anzi, vi circonderete di tizi che sembreranno nati apposta per dirvi “no, non vali niente, ringrazia il cielo che ci sia io con te”.

La questione va al contrario: prima vi date l’autorizzazione di esistere, e poi, se proprio vi va, trovate qualcuno (o qualcuna) che sia felice di esistere insieme a voi.

Insieme, non al posto vostro.

E se tra tutti e due avete sessanta euro da spendere, ascoltate una cretina: “mangiateveli”!

Oppure compratevi un essiccatore.

Ah, farebbe felice solo me?

Oh, de gustibus.

 

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Tema

L’espressione della tua cultura che ti rimuoveresti chirurgicamente dal cervello

Svolgimento:

“Pare brutto”.

Ah, devo anche “motivare la mia risposta”? E che c’è da spiegare? È la quintessenza dell’ipocrisia: non è che sia brutto, è che pare, brutto. E questo basta a complicarci la vita.

Lo vediamo soprattutto col sopraggiungere del Natale. Pare brutto non mandare gli auguri a chi detestiamo, pare brutto non fingerci entusiasti di un regalo che ci fa schifo… Pare brutto mostrare un’onesta indifferenza verso chi vorremmo spedire su Marte senza l’ausilio del Galaxy Express.

Devo dire che Barcellona è stata una bella scuola di “sana” strafottenza, poiché mi ha insegnato a distinguere l’ipocrisia dalla “bona crianza”, la buona educazione. Così, se mi accompagnate a casa, state certi che vi invito a salire solo se mi fa piacere davvero. E non vi chiederò più “favorite” anche per mettermi una cicca in bocca. Il giorno dopo la discussione della mia tesi di dottorato, che tra una cosa e l’altra mi ha tenuta impegnata fino a mezzanotte, ho evitato di riprendere il treno solo per andare a salutare cinque minuti la mia prof. catalana, che peraltro si recava a Capodichino accompagnata da un collega. “Sei diventata stronza!” ha commentato un’amica del paese. “Finalmente!” le ho risposto.

Eppure qui in terra iberica esiste una cosa del genere: il “qué dirán”. Cosa diranno, gli altri? Come ci giudicheranno? Mi sembra comunque meno ipocrita del pare brutto, perché con questa frase stiamo esplicitamente dichiarando che quello che ci interessa è il giudizio altrui.

Ecco, io vorrei fare un mix tra le due espressioni e portare avanti un progetto molto ambizioso: prescindere da entrambe in maniera duratura. Come?

Propongo di dare una risposta sincera alla domanda retorica: “Ma alla fine, chemmenefooo’?”.

“Che ce ne fotte”, quindi?

Be’, da dove cominciamo.

  • Può piacerci il fatto di sentirci ancora parte di una comunità, e di una che da bambini era tutto il nostro mondo.
  • Se abbiamo la sensazione diffusa di star sbagliando tutto nella vita, non disdegniamo l’approvazione di chi, secondo infondate ma suggestive leggende metropolitane, esisterebbe solo per volerci bene.
  • Infine, non è male sentirci parte di un clan, anche a distanza, se ci troviamo in una condizione che renda particolarmente precaria la nostra identità, come ad esempio: vivere all’estero, essere uomini e non avere un lavoro, essere donne e non avere un figlio, e tutto ciò che la nostra società ci impone come una priorità per il nostro genere e la classe sociale.

Quindi, poche storie. Riconosciamo il fascino dell’approvazione altrui, se vogliamo prescindervi.

O non ce ne libereremo mai.

Anche perché, non so se avete notato, riscuotiamo più approvazione quando abbiamo smesso di preoccuparcene.

O almeno così succede con la gente che non ci “pare brutto” frequentare.

L'immagine può contenere: una o più persone, persone in piedi, occhiali e notte

Quando avevo l’età di Julien (gli occhiali pre-hipster sono finti!)

Il mercoledì era il mio giorno preferito, ma adesso lo schifo.

Il principio di “accumulare tutti gli impegni in una sola giornata” mi si è ritorto contro alla grande.

D’altronde l’imprevisto è il mio mestiere, visto che noi insegnanti d’italiano all’estero rientriamo nella categoria dei monitores, che è la stessa degli istruttori di palestra e di sci: ho pure provato a chiamare “collega” la scultorea istruttrice della mia ex palestra, ma non l’ha presa benissimo.

Insomma, tra corsi annullati e proposte di lavoro telefoniche, me ne andavo bella bella per carrer Ferran, con lavagnetta dei cinesi al seguito per illustrarci i misteri dell’articolo determinativo, quando ho incrociato un ragazzo armato di volantini.

Se siete venuti almeno una volta a Barcellona avrete visto questi giovani virgulti freschi d’aereo, che per accomodare i loro vent’anni in cinque metri quadri di ripostiglio nel Gotico fanno anche questo, tanto hanno pure i chupitos gratis.

Sono quasi sempre stranieri: i coetanei del posto qualcosa di meglio rimediano, e poi non sempre parlano quattro-cinque lingue. In compenso questi “volantinari” potrebbero parlare uno spagnolo approssimativo, ma vicino alla Rambla chi se ne accorge!

Questo qui almeno non aveva la tenuta da spiaggia di certi colleghi anglosassoni a novembre, il che lo camuffava abbastanza bene tra i passanti. Solo che, proprio mentre lo evitavo per passare, all’ultimissimo momento mi ha fermata.

“A me! A me che sono la catalanità in persona!” ho pensato con un sorriso, guardandomi la trapuntina grigia presa in saldi e le antiche Calzedonia nere che cominciavano a stingere. Cosa avevo sbagliato? Era per gli occhi truccati? I capelli senza frangetta?

A scanso d’equivoci, ho sventolato la bustona con la lavagna cinese, come a dire: “Guarda che vado a lavorare, non sono una turista”. Ma lui imperterrito mi ha chiesto qué tal.

Due ricordi sono affiorati nella mia mente: la sera dell’ultimo esame di catalano, quando il mio orgoglio si era infranto contro il menù mostratomi da un cameriere che mi chiedeva con finto accento inglese: “Paella? Sangría?”; la sera di Napoli-Verona in cui il barista dello Sports Bar mi aveva chiesto se fossi irlandese.

Stavolta ho dunque gettato la spugna e spiegato al ragazzo che andavo di fretta.

Quello non si è dato per vinto e mi ha chiesto di dove fossi. Gliel’ho spiegato. Lui? Francese.

“Mi chiamo Julián” ha dichiarato, con tanto di jota alla madrilena.

E qui mi ha fatto veramente pena. Perché una delle prime cose che perdiamo partendo è il nostro nome. Cosa c’è in un nome? Beh, quello che credevamo di essere fino a quel momento, fino a un minuto prima di diventare “l’italiana” o “il francese”.

Ci ho scritto pure un romanzo, che nessuno ha pubblicato. Ma in effetti faceva un po’ schifo, quasi quanto i mercoledì.

Allora ho deciso di fare un piccolo omaggio al ragazzo. Prima di filar via gli ho detto:

Julien“.

Con la “u” più a culo di gallina che mi venisse.

È rimasto contento, ma non avevo tempo per un patetico scambio di battute nel mio francese: ho incassato il suo bonne soirée e sono tornata ai miei articoli determinativi.

Però, ve lo confesso, per un secondo ho pensato di prendergli il volantino.

Allora avrei regalato lavagna e libro di testo al vagabondo seduto a terra con cinque bicchieri davanti (“cibo”, “fumo”,”LSD”…) e sarei entrata nel bar di Julien a intascare il mio chupito gratis.

Ci sarei entrata come se dall’ultima volta fosse passato un week-end, e non un decennio o giù di lì. Mi sarei messa a scherzare col francesino al bancone, anche se stavolta avrei tenuto bene a mente che mi avrebbe ceduta volentieri al suo amico, se ne avesse trovata un’altra “mejor”. Così come mi sarei guardata bene, stavolta, dallo spiegare al bellissimo barman di Liverpool che ho vissuto due anni a Manchester.

Avrei bevuto dimenticando di dover andare il giorno dopo in biblioteca, specie adesso che la biblioteca è diventata la scuola di lingue, la lezione a Sant Cugat, il colloquio occasionale per entrare nell’ennesimo gruppo di ricerca rimasto senza fondi.

Avrei bevuto alla salute di tutti e avrei dedicato l’ultimo chupito a Julien, che magari a fine serata sarebbe entrato a brindare con me.

Poi sarei tornata a casa col singhiozzo, mi sarei sentita male e mi sarei chiesta che cavolo stessi facendo con la mia vita.

Va detto che è una domanda a risposta multipla, eh, ciascuno trovasse la sua dove meglio crede: in fondo a un chupito di tequila (prima il sale, poi tracanni, poi il limone), o in quel vecchio progetto démodé del tetto sulla testa e del marmocchio da finanziare fino all’università. Tra le due opzioni ci sono anche tante vie di mezzo. Io è da un po’ che ho trovato la mia.

Così, anche questo mercoledì ho sollevato un po’ meglio la borsa che mi scivolava dalla trapuntina, ho stretto forte la busta che cadeva sotto il peso della lavagna cinese, e sono corsa ad ammazzare il resto del mercoledì.

Il mio vecchio mondo lo lascio a Julien.

 

Risultati immagini per funny memory loss Sto perdendo la memoria.

Dimentico quello che avevo detto fino a qualche istante prima, e non compio più le prodezze che mi erano valse la diffidenza e i tentativi di corruzione degli amici (che cercavano di comprare il mio silenzio su oscuri episodi di vent’anni prima).

E vabbe’, mi direte, l’età avanza e puoi campare senza.

Sarei anche d’accordo se non fosse per un problema: io “sono” la mia memoria. Sono “quella che ricordava tutto”. O così credevo fino a poco tempo fa.

Spesso, in epoche precoci della nostra vita, di tutte le nostre capacità cogliamo una sola caratteristica (bellezza, intelligenza, generosità) e lasciamo che “diventi” noi.

Se fossi stata una modella, tanto per buttarla sulla fantascienza, mi avrebbe mandato in crisi la prima ruga. Non bisogna essere Naomi Campbell, e nemmeno un’indossatrice, e a ben vedere nemmeno donna, per rimanerci un po’ male quando la sgamiamo guardandoci allo specchio. Però, se un volto giovane e liscio era la cosa che più apprezzavamo di noi, la prendiamo ancora peggio di altri.

Perché finiamo per identificarci con la storia di noi che ci raccontiamo.

Che succede se perdiamo la caratteristica che ci definisce?

Be’, si esce dal copione che ci siamo scritti da soli e “si recita a soggetto”!

Non tutto il male viene per nuocere: quando le condizioni che ci definivano non si verificano più, approfittiamone per confessarci di essere molto di più, di quelle. Di non essere solo un bel volto o una memoria lucida, o un grande lavoratore prossimo alla pensione, o una madre che si ritrova con i figli ormai fuori casa e “non ha più niente da fare”.

Sostituiamo un sistema di pensiero con un altro, ma stavolta ampliamo gli orizzonti: per esempio, cosa sono io, rispetto alla ragazzina che ricordava quale giacca indossasse il suo primo amico quando lo ha conosciuto?

Piuttosto che pensare a cosa NON siamo più, soffermiamoci su cosa siamo ORA.

La cosa più assurda di tutta la vicenda, sapete qual è? Che dobbiamo liberarci di chi crediamo di essere, per scoprire chi siamo.

Fare i conti con la realtà è un vizio sottovalutato.

Risultati immagini per marriage life funny   Conosciamoci al contrario, dico io. Tra innamorati, intendo.

Conosciamoci quando non stiamo dando “il meglio di noi” e lo sappiamo, quando abbiamo abbassato la guardia perché pensiamo di stare a casa nostra, liberi di dividerci le doppie punte davanti a Netflix e a quella tazza di surrogato del caffè che in Italia ci costerebbe l’esilio (ma abbiamo già provveduto da noi).

Mettiamoci fissi nella stessa casa, con calosce pelusciose ai piedi e occhi pesti, col bagno in disordine e tante, tante cose da dire su dove l’altro riponga le tovaglie per i pasti quotidiani (sempre troppo vicine a quelle delle occasioni speciali).

Insomma, scopriamoci nelle situazioni più quotidiane, e non quando siamo belli e impomatati, e pronti per uscire insieme un sabato sera, col solito rituale del paga lui, la prima sera al massimo un bacio, vediamo chi chiama per primo.

Che ve ne pare, della mia idea?

Lo so, penserete che sarebbe un disastro.

In realtà, più che altro, non è fattibile: prima di metterci una persona “estranea” in casa, la dobbiamo, appunto, conoscere!

Ma se l’amore dev’essere basato su un’idealizzazione dell’altro, sul corteggiamento più stereotipato e la visita obbligatoria dall’estetista, preferisco i calzini bianchi sul pigiama. Certa che tra quelli e la tutina da casa firmata Calvin Klein ci siano tante, bellissime vie di mezzo.

Si dice anche che gli amanti trasformati in partner fissi siano un disastro per questo, perché ci piacevano proprio per la scappatoia alla routine che ci offrissero.

Quando diventano essi stessi routine, che ce ne facciamo?

Boh, magari proviamo a tollerarli in questo loro aspetto “pantofolaio” e vediamo se ci piacciono anche così.

L’amore romantico uccide, dicono da queste parti. Nella maggior parte dei casi, più che altro, delude.

Io guarderei con sospetto a tutto quello che somigli a un protocollo con ruoli ben distribuiti, e che suonino come un prendere o lasciare.

Ecco, quella roba lì è più pericolosa della verdurina tra i denti.