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Da cityvisitguide.com

Confesso il mio disagio.

(Era ora, direte voi).

No, il mio disagio su Barcellona e la sua gente. Mi hanno sorpreso, non avevo capito niente. Anche ora che tornano dissidi e polemiche, mi ha sorpreso la solidarietà che ho visto in queste ore, la capacità di mettere da parte qualsiasi considerazione su problemi pur urgenti e reali (turismo di massa, gentrificazione, spersonalizzazione degli spazi comuni) per fare quadrato.

Non c’è turismofobia che tenga, quando morti e feriti sono pianti come se fossero tutti della stessa città, e in qualche modo lo sono. E da ogni parte si parla di una città libera, aperta, multietnica, cosmopolita.

Adesso è il momento di non rendere tutto questo proprio inutile e pensarci bene, alla Barcellona che vogliamo.

Di ridefinirla anche quando questa tragedia sparirà dai riflettori e avrà preso posto accanto alle altre, a tutte quelle che Barcellona ha sopportato nei secoli dei secoli, uscendone abbattuta, incenerita, ma sempre in piedi anche quando la bombardavano. Perché questa Barcellona l’avevo lasciata il primo agosto (priva del soffitto in bagno e derubata del portafogli, ma vabbe’) con la sensazione che, come altre città che ho vissuto di meno, diventasse sempre di più a compartimenti stagni.

Ovviamente ci sono eccezioni, ma la mia sensazione è: ciascuno per sé. I catalani coi catalani, troppo presi dai progetti politici e dal fatto di perdere casa e lavoro, per considerare l’apporto degli stranieri al di là di un generico orgoglio cosmopolita. Fatto sta che in tanti ai loro occhi sembrano restare “guiris“, eterni turisti perlopiù occidentali.

Non nego che alcuni di questi guiris siano a loro volta rinchiusi in una loro torre d’avorio, capaci di vivere 10 anni a Barcellona con due parole in croce di spagnolo, e nessuna di catalano.

E quelli che sono solo di passaggio, come spesso accade in questi casi, non sempre si rendono conto di ciò che succede a un metro dai baretti di birra economica.

Insomma, mentre volavo verso Parigi intravedevo dall’alto le due, tre Barcellone sovrapposte: una città di mojitos che i turisti sono capaci di percorrere scambiandola per quella degli autoctoni; una città degli autoctoni in cui il negozio della nonna, o il Bar Manolo, viene sempre più spesso sostituito da un’ingombrante e costosa catena di bibite preconfezionate, senza che si trovi una terza via.

E poi c’è la Barcellona di mezzo, quella in cui ci si lamenta della supremazia dello spagnolo, ma si risponde in spagnolo agli stranieri che parlano catalano. Quella in cui vivaddio i rifugiati sono benvenuti, ma guiris go home. E i “paki” sono parte dello scenario, ma guai a togliere guadagni ai vicini “veri” in una festa de barri.

È questa la Barcellona di chi si crede catalana perché si sta scordando la lingua d’origine, e che prima o poi, quanto ci scommettiamo?, si sentirà dire da qualcuno “Torna al teu país”. Ma non perché sono razzisti, anzi, solo perché gli stronzi sono dappertutto.

È questa la Barcellona in cui la sacrosanta lotta per restare a casa propria, senza doverla cedere a chi paga di più, si confonde con la retorica del barri digne, e a qualche Consell de barri la richiesta di più polizia ottiene il pienone dei voti, soppiantando totalmente quella di più asili.

Ecco, queste Barcellone non dialogano abbastanza, secondo me, ed è un peccato che ci voglia una tragedia per ricordarci di quanto dobbiamo essere orgogliosi della città che ci ha dato i natali, o ospitati per qualche giorno, o accolti come se già fossimo un po’ suoi.

Allora perché sparare a zero sui catalani, se quello che ci rode è che loro qua ci sono nati e noi siamo gli stranieri?

Perché considerare gli stranieri occidentali tutti “guiris”? Va bene difendere la propria identità dalle minacce, ma non lasciamo fuori anche le nuove risorse.

E perché insultare la nostra intelligenza e ridurre una città incredibile a una sbronza nel Gotico?

Barcellona è questo e altro, ci mancherebbe.

E se delude chi ci vede solo la capitale della Catalogna, o solo la città cosmopolita, o solo un posto in cui ubriacarsi, è perché non può dare quello che non ha: un’identità piatta, stagnante.

Però può dare tutto il resto.

Prendiamocelo.

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Si scherza, eh…

Riassunto delle puntate precedenti: derubata di portafogli e documenti proprio sul predellino della navetta per l’Aeroport del Prat, la nostra antieroina diretta a Parigi scopre un quartiere multietnico e relativamente poco turistico, mentre, intrattenuta da incontri inaspettati, attende l’arrivo di passaporto e (nuova) carta di credito.

Lo ammetto, lo scoglio principale è stato l’impotenza. Il fatto che niente al mondo, neanche l’intervento di Mago Mariano, avrebbe portato qualcuno a entrare in casa mia e avviare le pratiche necessarie a recuperare il maltolto. Ho dovuto aspettare il ritorno del mio ragazzo, e adesso, dal balcone, tengo d’occhio il cancello sperando di scorgere il postino.

In ogni caso, mi è andata bene: coi soldi sfuggiti alla mia ladra preferita ho un budget di circa 12 euro al giorno. Considerando che l’alloggio è pagato ed è in un appartamento con cucina, non sono affatto pochi. Anche per questo ho rifiutato le offerte di genitori e amici impietositi, che ringrazio qui ufficialmente!

Ricambio condividendo gli accorgimenti che ho adottato finora per restare con qualcosa in tasca fino all’ultimo giorno.

  1. Organizziamoci! Leggo tanti post su Facebook, tipo: “Siamo rimasti senza stanza, aiuto, dove possiamo andare a dormire?”. Insomma, qualcuno deve aver preso un aereo (magari last minute) per Barcellona o Parigi, pensando di trovare stanza sul posto. Se ci va male, però, al terzo giorno passato all’addiaccio finiamo per pagare una fortuna l’unica stanza libera in pieno centro, e addio risparmio. Partiamo almeno con un piano B (una mappa dei campeggi, per esempio, o l’indirizzo dell’amico di un amico disposto a farsi “usare” come ultima ratio).
  2. Spendiamo soldi! Ma solo quando ne vale la pena. Siamo al terzo panino preso al volo accanto alla Torre Eiffel o sotto la Sagrada? Con gli stessi soldi mangiamo un menù fisso giornaliero a Barcellona, e almeno un piatto a Parigi. Per uno spuntino salutare, meglio comprare una forma di pane intera, e del companatico in un negozio di alimentari di qualità: ci avanzerà qualcosa per domani. E pensiamoci due volte, prima di razziare i negozi di souvenir tutti uguali. Non è meglio comprare in un supermercato una salsa romesco o della senape all’antica? O biscotti e altre specialità locali. Una dritta, poi, sulle immagini di tori in rappresentanza di Barcellona: ma anche, proprio, davvero, no.
  3. Spendiamo molti soldi! Ma solo all’inizio. I primissimi giorni, specie se abbiamo il “lusso” di una cucina, meglio investire in alimenti e utensili che potrebbero aiutarci tutta la vacanza: contenitori tupperware, stagnola, legumi, verdure fresche prese in mercati non turistici… Non facciamo come i ragazzetti appena atterrati che investono mezzo budget in salsette Knorr o “beicon” in vaschetta, per un’unica carbonara insapore. E i succhi e frullati fatti da noi surclasseranno gli “smoothie” a 4 o 6 euro, magari ottenuti inserendo una zucchina in un estrattore a freddo.
  4. … Ma la parola d’ordine è: multifunzione! Non avete idea delle tagliatelle che sto facendo con una bottiglia vuota di limoncello al posto del mattarello! Senza eccedere in spilorceria, se un oggetto si può rimpiazzare del tutto, inutile comprare. Per esempio, pensiamo davvero che la differenza tra rasoi per lui e per lei giustifichi la differenza di prezzo?
  5. Scopriamo quante cose sono gratis! Senza scadere nell’ovvio (tramonti, passeggiate in riva al mare ecc.), pensiamo alle spiagge sui moli di Parigi, ai festival di cinema al parco… A Barcellona troviamo proiezioni sia al mare che… in montagna, senza dimenticare le feste di quartiere. E con tutta questa confusione sul roaming, non vi dico l’utilità strategica del Wifi nei luoghi pubblici! Quando ci capita, facciamo screenshot a volontà e avremo la mappa della città tutto il tempo.
  6. Oculatezza! Meglio un frullatorino cinese a 17 euro oggi, o cercare un grande magazzino domani? Io ho scelto la seconda e ho risparmiato 7 euro. Stessa ratio per la sciarpetta che ho preso spinta dai 15 gradi di sabato scorso: meglio puntare 10 euro su un nero pesante e passepartout, col foulard di lino ricamato da 17 euro ci vediamo quando mi arriva la carta! Non dico di restarcene lì tenendo lo spazzolino tipo teschio di Amleto, a chiederci “Comprare o non comprare?”, ma a volte meglio pazientare un po’ e superare i luoghi comuni: alla fine ho speso meno spostandomi nel costoso centro di Parigi! E a proposito…
  7. Ma ‘ndo vai? Attenzione a non spendere il doppio in spostamenti, credendo di risparmiare. E non parlo della T10 barcellonese, che non ha limiti temporali e, specie se si è almeno in due, si rivela sempre utile. Ma ci conviene davvero investire nei costosi biglietti a tempo limitato? Dipende! A seconda dei nostri ritmi e percorsi preferiti, finiamo per scoprire che i posti che vogliamo vedere sono a breve distanza l’uno dall’altro, o non visiteremo tutto nel periodo previsto dalla nostra offerta. Insomma, disegniamo la vacanza intorno a noi, e non viceversa.
  8. Diamoci alla pazza gioia! Almeno una volta. Come chi fa la dieta e un giorno a settimana può mangiare quello che vuole, ci meritiamo il nostro momento “senza badare a spese”. Che non significa dare fondo al portafogli: per limitare i danni, nell’uscire portiamoci l’esatto importo che possiamo sperperare in minchiate, senza rischiare di non poterci neanche comprare il biglietto della navetta per il ritorno.

Sperando che la prossima vacanza non ce la facciamo più con le pezze a culo!

E scusate il francese, eh.

(Continua)

 

(Mai come stavolta… La Bohème :p )

 

quai-de-seine Sulle coincidenze dovrei scrivere due post a parte.

Uno sulle due cifre segrete che continuava a chiedermi al telefono uno sgarbatissimo operatore della mia banca, fresca di fusione con un altro gruppo bancario e, dunque, di nuovi codici. Ebbene, i due numeri che mi richiedeva lo zotico erano gli unici che avessero in comune i due codici papabili. Fiuuu.

Ma ci vorrebbero due romanzi per descrivere il momento in cui, in procinto di attraversare la strada all’altezza del canale sotto casa, ho sentito gridare il mio nome. E con accento italianissimo.

Amico di Barcellona, residente a Parigi per anni. Lo credevo nella sua Sardegna, non sapevo fosse tornato in Francia. Lui, a sua volta, ignorava la mia presenza nel suo quartiere… Ed eccolo lì, che sfrecciava per caso in bici tornando dal lavoro proprio mentre passavo io.

Un minuto dopo, mi sono ritrovata seduta a cassetta tipo anni ’50, aggrappata al sellino in un impeto di terrore (“Giuro che non ti sto molestando apposta, Gavino!”, “Dicono tutti così!”), fino a uno di quei bar carinissimi (e cari) che, capirete, specie senza carta di credito non tanto sto frequentando.

Per fortuna ha offerto lui e abbiamo chiacchierato tanto, di come si stia a Parigi, dei prezzi delle case, della gentrificazione… Mi ha colpito una cosa, in particolare.

Lui afferma allo stesso tempo di adorare Parigi e di non sapere se abbia fatto la scelta giusta, lasciando Barcellona e i suoi ritmi più rilassati.

“È che qui a Parigi costa tutto caro, ma se sai fare qualcosa, e la sai fare bene, alla fine trovi lavoro, casa, e vieni pagato come si deve. A Barcellona, invece…”.

Vecchia storia, antico dibattito. Lo leggo ogni giorno sulla pagina che modero. “Ciao, sono Immacolata, vivo a Londra con una famiglia meravigliosa, guadagniamo un sacco e abbiamo tutti i comfort, ma piove sempre! E se ci trasferissimo a Barcellona?”. Risposta frequente: “Qua c’è il sole, ma non guadagni un cazzo e gli affitti sono schizzati alle stelle. Resta dove sei”.

Perché non sono pochi, tra i girovaghi vissuti in più paesi, a dire che Barcellona diventa un parcheggio eterno, in cui approdi a 20 anni e ti ritrovi a 40 a fare la stessa vita precaria, coi soliti due soldi in tasca per permetterti giusto la stanzetta e la sbronza il sabato. Ovviamente non succede a tutti così, ma non è una situazione infrequente.

È un argomento sensibile di cui ho discusso anche col mio ragazzo.

E perché dovresti adeguarti, chiede lui, a quello che qualcun altro ha categorizzato come “maturità”? Casa di proprietà, famiglia e stipendio fisso sono l’unico obiettivo possibile?

Non necessariamente, rispondo io, però ho la sensazione che in tanti vorrebbero anche fare qualcosa di diverso che la stessa vita da 20 anni. Ma non hanno il coraggio di uscire dal loop in cui sono finiti.

Senza più un posto in Italia, né abbastanza energie per andare altrove o per inventarsi una Barcellona diversa. Le coppie di amici miei stranieri, quando si sono sposate, hanno lasciato la città. Per tornarsene al paese di uno dei due. O tentare la fortuna più a nord. È come se Barcellona, per loro, non potesse essere altro che la città che hanno conosciuto ubriachi. Quella fatta di cartapesta e mojitos.

Parigi, invece, è una città per davvero? Ci scherzavo tra me ieri, dopo aver ascoltato l’unica coppia di artisti di strada che abbia trovato in una settimana, belli che piazzati sul gazebo ai giardinetti di fronte al canale. Così rari che si è formato un capannello (di parigini) per applaudire.

Ma credo che di base, per capire quale città sia “per davvero”, per noi, dovremmo rispondere a una e una sola domanda, che ultimamente risulta chic liquidare con un “non so”.

“Cosa voglio, per davvero, io?”.

Se la città in cui mi trovo mi aiuta a ottenerlo, è la mia città. Altrimenti è un parcheggio dorato. A volte voglio cose diverse, ok. Ma quale prevale e dove la troverei più facilmente?

Non tutti emigrano, ad esempio, per migliorare la situazione economica, e chi lo fa dovrebbe pensarci due volte, prima di sbarcare a Barcellona. Non tutti emigrano per sottrarsi alla tombola paesana del mettere la testa a posto, e allora ci sono città che aiutano meglio a farlo “a modo nostro”.

Io mi rendo conto che in ogni città, più che altro, mi serve una stanza per davvero, che mi dia riparo e tempo per lavorare, riflettere, fare quello che voglio.

Se trovo quella, ciò che mi aspetta fuori andrà bene lo stesso. Più o meno.

(Continua)

Immagine correlata Indiano lui, tunisina lei.

Ci compro i legumi e il riso che mi semplificheranno i prossimi giorni senza carta di credito. È la seconda volta che entro nel loro negozio di alimentari, mi considerano una cliente fissa.

“Che paese?” mi chiede lui.

Bello capirsi tra gente che non sa parlare la stessa lingua.

“Italia”.

Ci pensa, come un bambino interrogato in geografia. Poi s’illumina.

“Ah! Sonia Gandhi! La conosce? È italiana!”.

Bisogna vedere se Sonia Gandhi sia d’accordo, a questo punto.

E non saprei come dire al mio ex pakistano che gli “odiati” indiani fanno il suo stesso e identico gesto con le mani, una sorta di OK convinto, per dire: “È proprio la meglio femmina del pianeta!”.

La moglie fa di più: mi ringrazia nell’italiano che ha imparato seguendo Antonella Clerici ne La prova del cuoco. E poi:

“Conosce Sofia Loren? In Tunisia è famosissima. Aveva pure una casa, nel paese. Oh, Sofia…”.

E fa anche lei un suo gesto, come per dire: “Divina”.

“Sì, ho presente” sorrido.

Non sono le uniche cose curiose, che mi sono capitate in una settimana a Parigi. C’è il tipo arabo che mi ha chiesto informazioni in inglese, per poi cacciare un perfetto accento palermitano e dire: “Io sono di Sicilia“.

C’è la signora che mi ha gridato addosso perché sbocconcellavo una baguette per strada.

Mi accorgo inoltre che i soldi li do in modo strano, seguendo i complicati calcoli matematici dei numeri francesi. Se mi dicono 70 centesimi (soixante-dix), ma ho una moneta da 50 e un’altra da 20, vado in crisi.

Poi ho scoperto che “Belle et naturelle” sarebbe un complimento, nell’intenzione dei provoloni da strada che non mi ritengano “magnifique”, “ravissante” o semplicemente “jolie”. In mancanza d’altro, posso contare tipo scalpi indiani il numero dei “la” dedicatimi in “Oh la la la la la la”. Un giorno spiegherò meglio perché mi aspettassi qualcosa di più, dal paese di Simone de Beauvoir.

Poi ho notato due cose: non me ne frega niente, stavolta, di Montmartre, Quartiere Latino ecc. Li ho visti e rivisti. Voglio vivere il bel quartiere in cui sto come vivrei Barcellona, ma fuori contesto. Per vedere quanto di me sia determinato dai mobili che mi circondano, le abitudini, le ore fisse a cui uscire e rientrare.

Quante cose mi definiscono solo per la routine che ho organizzato intorno alla mia vita di sempre?

Facciamo insieme quest’esercizio: scopriamolo.

Scopriamo se si può vivere fuori dalla nostra zona di conforto, e farlo pienamente, invece che spaventati, preoccupati, aggrappati al nostro mondo di sempre come se fosse l’unico possibile.

Quando passerete dal kebabbaro sotto da me, non ve la prendete se lui passerà subito all’inglese, ascoltando la vostra pronuncia di “pain”. Tanto “moutarde” lo capirà, vi metterà quella sulle patatine, al posto della maionese.

Io alla commessa che mi chiede scusa per un qualcosa che non capisco risponderò comunque: “C’est pas grave”.

E, nove su dieci, avrò anche ragione.

(Continua)

Risultati immagini per diddle invito Circola il post di una moglie arrabbiata perché suo marito sia stato invitato a una festa senza di lei.

Ai tempi della mia adolescenza, nelle feste tra amici si usava molto il “+1”: se invitavi qualcuno a una festa, dovevi includere anche la sua “dolce metà”. O tutto il pacchetto o niente. Erano una cosa sola. Sopra la busta dell’invito campeggiavano questi due segni aritmetici che, in qualche occasione, diventavano te.

“Questa saresti tu” mi spiegò infatti il mio primo ragazzo, mostrandomeli in occasione della prima festa insieme.

Non vi dico, coi diciottesimi al liceo, il casino per organizzare i regali. In classe mia si era stabilito che i +1 non sborsassero nessuna quota (davano la loro cinquemila lire all’amato bene, che pensava a sganciare i diecimila delle grandi occasioni). Magari, però, se t’invitava qualcuno di un’altra classe, scoprivi che per quei fighetti dalle mani bucate dovevate pagare entrambi…

Immaginatevi cosa succedeva per gli inviti in pizzeria, considerando che noi terroni siamo soliti offrire a tutta la comitiva!

Una volta, però, niente +1. Me lo ricordo ancora. Era proprio un compleanno in pizzeria, di uno che, come si suol dire, era più amico mio che del mio tipo. Che ci rimase molto male. Per lui, andare ovunque fossi io era un diritto, per il semplice fatto che lui senza di me non volesse andare da nessuna parte.

“Io senza tuo padre non volevo uscire proprio” ammetteva anche mia madre, non giovando molto alla causa.

Insomma, ero la strega che a 16 anni, 17, 18, pretendeva di fare cose da sola.

Aveva ragione, il mio ragazzo, sull’invito in pizzeria? No. Il +1 è cortesia, è consuetudine, mai obbligo. A non rispettarlo si mancava forse di delicatezza, ma si aveva tutto il diritto di non voler pagare due pizze, invece di una sola.

In fondo era malato il sistema alla base di queste questioni d’etichetta: considerarti una sola carne con la persona che ti accompagnava in quel momento.

Quando infatti, intorno ai 20, rinunciai a sta storia del “fidanzato” ufficiale, misi in crisi la mia comitiva: come dovevano considerare eventuali “amici” a cui mi accompagnassi? Nel dubbio, fecero quello che avevano sempre fatto: considerarmi un tutt’uno con loro. Invitarmi insieme a loro. E i ragazzi che mi piacevano mi stavano alla larga, non solo per indifferenza alle mie (in)discutibili grazie. Credo fosse apparso anche un +1, su qualche invito.

Perché vi racconto tutto questo pippone? Perché le regole di umana convivenza sono così complicate che forse, per stabilire chi faccia torto a chi, servono più fattori.

Succede in tutto: in amore come al volante (concedi la precedenza a un’auto che venga da destra, ma in controsenso?), passando per gli affitti a Barcellona (puoi rivendicare i cinque giorni di tempo previsti per pagare, se sei in subaffitto?).

Quando il sistema di fondo si basa su premesse sbagliate (possesso, controllo, arroganza, ingordigia… paura, insomma) stai entrando in un campo minato in cui “fare la cosa giusta” non è così semplice.

Forse uno dei fattori da considerare, in questo guazzabuglio, è l’onestà. Facciamo quello che ci pare, ma mettendolo in chiaro fin dall’inizio. E andiamo pure da soli ai compleanni, anche se il nostro appiccicoso partner non lo farebbe.

Lo so, non sempre capiranno. Avranno grandi difficoltà.

Ma non volevamo fare la rivoluzione?

No, volevamo solo “trovare pace”.

Embe’, per quella certe battaglie ci vogliono.

Risultati immagini per una noche fuera de control cartel Camminavo verso plaça Espanya, in grave ritardo sulla mia passeggiatina serale, quando mi ha colpito un dettaglio del cartellone cinematografico che ultimamente mi nasconde la vista di chi aspetta l’autobus sul Paral·lel.

Stavolta a interessarmi non erano né Scarlett Johansson né le comprimarie alle prese con un improbabile addio al nubilato, ma il nome della regista e sceneggiatrice: Lucia Aniello.

E niente, ho pensato che, per vedere una Lucia Aniello su un manifesto di Hollywood ne sono passati, di piroscafi sull’Atlantico.

Perché per me, napoletana di ceto medio che a sua volta non si chiama proprio Jennifer, Lucia Aniello è un nome “con le mani”. Lo diceva ai primi del ‘900 il filosofo Eugeni d’Ors, a proposito di una Teresa che veniva, per lui, a rappresentare tutta la “razza” catalana. Invece una Lucia Aniello, nei pregiudizi delle parti mie, potrebbe evocare una mamma a tempo pieno in grado d’indovinare i tempi di cottura della pasta ammescata nei fagioli.

E mai m’immaginerei di vederla su un manifesto di Hollywood.

Per tre motivi:

  1. è donna;
  2. è terrona;
  3. non chiamandosi Martina o Valentina o Simonetta, nomi in voga ultimamente dopo secoli di Mariegrazie e Immacolate, possiamo sospettare che sia “di umili origini”.

Perché una Lucia così finisca a Hollywood, questa matassa informe di pregiudizi che mi fa schifo pure scodellarvi si deve disfare e tornare a imbrogliare, si deve mescolare con altri grovigli di popoli e culture e deve sopravvivere pure a quelli, ai nuovi pregiudizi, ai nuovi immaginari.

Emigrare è anche questo: spostare immaginari, cambiarli di forma, rielaborarli. Reinventarsi.

Restare? Restare è combattere, secondo qualcuno. Contro i pregiudizi di classe, di genere, di etnia. Magari con l’aiuto di chi se n’è andato, ora che andarsene non significa farlo per sempre.

In attesa che una Lucia Aniello, donna e terrona come me, e pure povera, finisca dalle periferie ai manifesti di Ollivùd.

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Da https://www.youtube.com/watch?v=tokRybYT4Dg

Una volta condividevo un caotico appartamento ai confini del Raval. Pur di lasciarlo avevo bloccato un’intera casetta a due stanze, cedutami da un amico che andava sei mesi negli USA.

Ma le politiche dell’appartamento che volevo lasciare erano particolarmente cazzimmose: l’unico modo di recuperare la caparra era di trovarmi io un sostituto per la camera. Vi ho già detto che era un quinto piano senza ascensore?

Per fortuna, la satanica detentrice del contratto d’affitto risolse le sue contese con la padrona di casa autosfrattandosi, insieme a tutti noi. Non ci crederete, ma ero contenta!

Anzi, avevo talmente aspettato quel momento da arrivare a immaginarmi una vita fantastica fuori da lì. Ma al primo pranzo a casa nuova, osservando il salottino senza luce sul cui divano si era addormentato un compagno di università, mi ero resa conto che no, non avevo trovato il Graal della felicità. Per varie ragioni: 1) le questioni momentaneamente “cancellate” dalla priorità dell’appartamento ritornavano a bussare urgenti; 2) avevo solo sei mesi per cercarmi una casa nuova; 3) nello spazio di una notte, il discretissimo e timido coinquilino ereditato dal vecchio piso, aveva già installato in casa una fidanzata brontolona, e decisa a farci taaanta compagnia.

Allora mi sono ricordata dell’ovvio che ci sfugge sempre di mente: il compito più difficile dei sogni è sopravvivere a se stessi.

Insomma, una volta che il “sogno” si è avverato, ci tocca viverlo.

Superare la parte d’immaginazione, che prevedeva che fosse tutto rose e fiori se solo avessimo raggiunto l’obiettivo, per farla diventare vita reale, quotidianità, qualcosa che richieda manutenzione o una certa routine, come quasi tutte le attività umane.

Pensate a chi sogna di lasciare l’Italia per Barcellona, viene qui e si ritrova alle prese coi documenti da ottenere, il lavoro da cercarsi, le stanze dai prezzi assurdi…

Pensate a chi passa dallo sfogliare margherite sospirando il nome dell’amato bene a doverci davvero dividere il bagno e le bollette della luce. E, a giudicare dallo stress di tanti amici diventati genitori, sarebbe importante che la croce e delizia di mettere al mondo una nuova vita diventasse consapevolezza, informazione, e capacità di perdonarsi.

Questo lato prosaico non rovina la poesia. A patto che lo mettiamo in conto. A patto che invece di inseguire aspettative impossibili ci fermiamo un attimo, consideriamo lucidamente i pro e i contro e ci diciamo: “Voglio provarci lo stesso?”.

Se la risposta è sì, avanti tutta.