L'immagine può contenere: il seguente testo "INNOVAZIONE TRADIZIONE SOLARI UN PO' PAZZI ITALIA GIANPEOPLE"

Ah, il Passeig de Colom al tramonto! Il porto in lontananza, le auto in fuga verso il sole che incendia Montjuïc, la poca gente che corre nel gelo nitido del tardo pomeriggio, e saltella in attesa al semaforo…

“Ho parlato con la tettona!”

Queste parole di colore oscuro (ma proferite con un certo entusiasmo) mi si disegnano davanti in un afflato fantozziano, tagliando l’aria fredda. Stavo attraversando in direzione del mio molo preferito, ma mi giro subito verso i due stilnovisti, che vanno in senso contrario al mio. Scorgo due figure minute e brune, entrambe con un cappello che, intuisco, nasconde quello che Luciana Littizzetto chiama la merlite: la tendenza degli uomini nostrani a trasformarsi anatomicamente in merli man mano che l’età avanza.

In passato, va da sé, ho catturato per strada frasi pronunciate in altre lingue, che pure stonavano in una bella passeggiata. Ma sapete che vi dico? Erano diverse. Un tizio del posto, su Plaça Urquinaona, insinuò che stessi guardando il culo al suo amico, chino sul marciapiede a sistemare qualcosa. “Eh, però l’occhio l’ha buttato…” diceva di me. Erano molti anni fa, e anche nella sgradevolezza mi sembrò una cosa stranissima: il povero cristo mi attribuiva una soggettività sessuale, invece di fare un commento sul mio fisico o chiamarmi direttamente zoccola. Ecco che il female gaze, a Barcellona, mi veniva riconosciuto perfino da un bulletto da due soldi, e per i motivi sbagliati! In realtà ero incuriosita da cosa stesse facendo l’amico chino sul marciapiede, e confesso che manco ci ho fatto caso al didietro in vista, forse perché allora guardavo più i pettorali. Però, pensai, questo posto è più avanzato persino nel sessismo.

Scusate la digressione, torniamo ai nostri gianpeople sul Passeig de Colom. Nel posto in cui sono nata avrei dovuto liquidare quell’epiteto che fa un po’ sineddoche (“la tettona”), con un sospiro, e magari sperare che la diretta interessata se lo fosse aggiudicato non sul lavoro, ma su Tinder, a seguito della pubblicazione di una foto seducente. Da inesperta in materia di tette grandi, ho avuto spesso modo di constatare con parenti e amiche procaci che la questione volume è spesso vista come motivo d’imbarazzo, almeno quando diventa l’unica caratteristica che, letteralmente, salti agli occhi. Mi sono poi resa conto con mio grande orrore che, se lancio un’occhiata alla scollatura di una (magari per decidere se quella maglia a me cadrebbe sulle costole), la diretta interessata ha quasi sempre il riflesso condizionato di coprirsi lì, e io mi sento una criminale per aver suscitato quel meccanismo indotto. Insomma, sono misteri di un mondo pettoruto che non ho avuto modo di esplorare: di fatto invito le sue abitanti a raccontarcelo, se ne hanno voglia, e stavolta a beneficio di altre donne!

Nel caso dei miei due “merli da attraversamento” (giacché amano gli epiteti…), in Italia avrei dovuto concludere che questo passava il convento, e che magari quei due erano dei tranquilloni. Ma adesso non mi basta più, accontentarmi di un esercito di giancosi e pieralberti che, per socializzare tra loro, debbano affibbiare etichette al resto del mondo. Anche perché, spesso e volentieri, questi lo sessualizzano, il mondo, facendo perdere il gusto di una delle attività umane (il sesso) che sono divertenti finché non diventano un’ossessione. Quelli che ne sono ossessionati, e gli uomini italiani hanno questa fama internazionale, formulano giudizi estetici senza aver mai l’esigenza di guardarsi allo specchio e farsi due conti: tanto, nel resto del mondo, chi è più alto o atletico di loro è “ricchione” (se biondo), o assume connotazioni degne di barzellette dal sapore littorio (se più scuro). Le donne invece sono “la tettona”, “la vecchia”, “il cesso a pedali”, ordinate in una classifica che va dalla più alla meno pisellabile.

Sapete una cosa? Mo’ ho preso quest’aneddoto per descrivervi il mio problema con i giancosi, che fa parte di un discorso più esteso sulla mia presente alienazione verso l’Italia. Ma di quella ne riparleremo. Intanto vi confido un segreto: questi che insieme alla burrata vogliono esportare il concetto di “donne a loro disposizione“, io li vedo vagare per locali e cene eleganti con la polo, o i maglioncini sulle spalle, intenti a conoscere il più alto numero possibile di cavallone (sic), biondone ecc.

Ma quelli che ho avuto modo di seguire nel corso degli anni finiscono perlopiù con ragazze latine, che presentano tratti culturali molto simili rispetto a quelle del paese loro. Oppure, se si tratta di giangi di classe più alta (quotatissimi i bocconiani che lavorano nelle corporation), finiscono con una “slava atipica”, qualsiasi cosa sia, o con un’araba di un paese laico o a maggioranza cristiana, che abbia il pallino per la medicina tradizionale. Cioè: esotiche, feeega, ma non troppo. Di tutte le culture possibili, sembrano letteralmente sposarne un’altra che abbia punti in comune con la parte più conservatrice della loro (perché ce ne sono di donne che si ribellano, a tutte le latitudini). Insomma, il giancoso si sente più sicuro di sé accanto a una donna che ami il piedistallo su cui è stato educato a metterla (ma solo lei, sua madre e sua sorella), e che in cambio lo coccoli come faceva mammà. Scontato? Sì. In effetti il giancoso è un cliché ambulante, e un po’ gli fa pure comodo integrarsi nel suo ambiente di lavoro come l’italiano medio. Le vie dell’adattamento sono infinite.

Mica parlo solo di Barcellona! Una volta recuperai su Facebook un antico “amichetto del mare”, e seppi che si trasferiva a Berlino, per lavorare in una multinazionale. In patria, e nelle nostre serate di gggiovani in spiaggia, il tipo faceva molto latin lover, fin dall’adolescenza. Allora, con la confidenza che a volte caratterizza chi si conosce da sempre, vaticinai all’emigrante berlinese che se la sarebbe spassata qualche tempo con delle teutoniche simili alle turiste che, più grandicelli, incontravamo al nostro lido del cuore. Poi, però, sarebbe finito con un’esponente della numerosa comunità turca locale. Come lo sapevo? Beh, a suo tempo era stato l’amico stesso, ormai ventenne, a raccontarmi mangiando un Magnum di essere rimasto spiazzato da alcune cavallone (epiteto ricorrente, in una nazione di bassotti) che l’avevano (de)rubricato come “la sveltina tra il gioco-aperitivo e la festa in spiaggia”. Memore di questo, ero sicura che l’amico si sarebbe divertito solo per un tempo limitato, nel sentirsi circondato da tizie così destabilizzanti per i suoi standard.

Ci credereste? Non solo è successo quello che dicevo, ma è stata quella lontana fidanzata turco-tedesca, che è durata molto più delle altre, a trovargli un lavoro in un’azienda migliore. Adesso che ha superato i quaranta (dunque gli do altri due anni, e poi regalerà un nipotino a mammà), l’amico è passato al classico dei classici: la stagista ventenne. Confesso che ci ho inciuciato sopra con un altro amico che veniva al mare con noi, e che, essendo gay, mal sopportava certi atteggiamenti “testosteronici” del Berliner. L’amico gay ha commentato:

“Sai che c’è, tesoro? Quello lì mi sembrava il classico tizio che faceva tanto lo splendido, ma si cacava sotto. Infatti, quasi sempre finiva dietro a ragazze minute e gentili che lui non percepiva come una minaccia, perché gli facevano fare il suo piccolo numero di maschio alfa. Non per niente, tesoro, a un certo punto andava pure dietro a te!”

Grazie, amico mio, anche io ti stimo molto.

Meno male che i tramonti sul Passeig de Colom continuano a deliziare i miei pomeriggi. I giancosi che passano per di là non sono più un problema mio.

“Con due bombaramenti da paura”, o: i grandi vati della nostra televisione.