Non sono neanche andata a sentire Arundhati Roy al CCCB. È vero che ho lasciato Il Dio delle piccole cose intorno a pagina cento, quando era ormai chiaro come sarebbe finito (più o meno, male). Ma insomma, quella di lunedì era una presentazione camuffata da dibattito sulle rivoluzioni, e poteva essere interessante.

Macché, ho saltato l’appuntamento con la stessa costanza con cui sto rimandando la lavatrice.

Chi aveva tempo? L’indepe di casa è andato da poco a consegnare gilet e cartellino di osservatore dei diritti umani. Facebook mi regala simpatiche foto di carri armati che procedono accanto a un Lidl un po’ fuori mano rispetto a Barcellona, al grido di “Arriva la cavalleria!”.

Domani è il giorno in cui saprò se ci ha azzeccato la mia previsione: la finanza non vuole l’indipendenza, ergo l’indipendenza non sarà mai effettiva. Ed è anche il giorno in cui mi deciderò a lavare un po’ per terra, mi sa.

Perché tra le fratture nei collettivi, le discussioni animate col mio ragazzo, e le lacreme napulitane di chi si preoccupa per me, mi sono accorta troppo tardi che la giacca afferrata al volo per uscire mi sapeva ancora del profumo messo il giorno del mini intervento in Rai. Per lo stupore, quasi scivolavo su una macchia d’olio per il corpo, spalmato troppo in fretta mentre mi lavavo i denti.

È pericoloso quando mi scordo delle piccole cose. In senso letterale, oltre che letterario. Perché non c’è niente di peggio, quando si è nervosi, stressati, persi in un futuro incerto e poco accattivante, che ritrovarsi anche con una casa a pezzi, e un frigo che, lungi dal riempirsi a dismisura come mi raccomandano dall’Italia, esibisce un’unica confezione da asporto di una tavola calda cinese per cui non passavo da quattro anni – ma almeno allora ero in piena crisi d’inappetenza!

E quindi, che si fa? Ci ha pensato l’osservatore dei diritti umani, ormai privo del suo gilet, che dopo avermi annunciato che alla prossima magari gli danno un giubbotto antiproiettile, mi ha proposto speranzoso:

“Oggi mangiamo pasta e patate?”.

Risultati immagini per pasta e patate

Da lacucinaitaliana.it 

Lui non la prepara mai, ha paura di sbagliare i tempi della pasta ammescata. E così mi attivo io. Sbuccio le patate mentre imbiondisce la cipolla, le taglio con la svogliatezza di chi prepara una tortilla, dal coltello alla pentola senza passare per il tagliere. Seleziono la pasta avanzata nelle confezioni già aperte, scegliendola tra quella piccola, media e lunga, da spezzare. Faccio attenzione a sporcare il meno possibile, quando cucino io lava i piatti lui.

Intanto canticchio un misto di classici napoletani e flamenco, e per par condicio ci piazzo una canzone catalana un po’ sdolcinata ma d’effetto. Penso al peccato di non essere più così convinta che ci sia un senso, in tutto questo. Proprio non mi figuro una divinità delle piccole cose, o anche delle grandi, un essere superiore che nonostante la cazzimma abbia una soluzione agrodolce per tutti.

Non mi resta che raccomandarmi al dio della pasta e patate, e sperare che la spunti almeno lui.

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