8 marzo 2017/VOGLIAMO LA LUNA! | Coordinamenta femminista e lesbica di  collettivi e singole – Roma
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Conosco diversi uomini che hanno un grande privilegio: quello di non sapere cosa vogliono dalla vita.

Sì, conosco diverse donne con la stessa caratteristica, d’altronde vivo nella Barcellona da bere in cui quasi ti conviene non parlare una ceppa di spagnolo e catalano, e lavorare nel call center di una multinazionale per 1200 euro (di cui spenderai la metà in affitto, se ti va bene).

La questione è che, nel caso delle donne, “sapere di non sapere” è un problema più che per gli uomini.

Perché so che “non sapere cosa vuoi dalla vita” può essere anche un modo elegante, di questi tempi, per dirsi che qualsiasi cosa sia, non la potremmo ottenere: tanto vale fare i maledetti zaino in spalla, e scrivere su Tinder che ci piace viaggiare.

Però, se c’è una cosa buona di questo mondo precario e pandemico (le disgrazie non vengono mai da sole) è che possiamo anche affermare con una certa serenità, a genitori preoccupati a morte per le nostre pensioni, che piuttosto che sposarci a venticinque anni e accendere un mutuo intanto che sforniamo tre marmocchi, prendiamo il primo aereo per Timbuctù, magari dopo esserci cucite le tube di Falloppio con un simpatico nodo alla marinara (o col punto croce, così nonna è contenta). Nel senso: per qualcuno può essere ancora una prospettiva allettante, e in tal caso massimo rispetto e buona fortuna, ma sta di fatto che non è più l’unica possibilità. Per fortuna esistono diverse nozioni di famiglia. Per fortuna sempre più persone hanno il privilegio (che resta tale, eh, dico solo che è più esteso) di viaggiare sul serio, imparare lingue e scoprire altri stili di vita.

Sì, ma l’elefante nella stanza se ne resta buono nel suo angolino: anche se volessimo la vita di cui sopra, quella che molti di noi conoscevano prima della crisi del 2008, non ci sarebbe modo di ottenerla, tra contratti e contrattini sotto i mille euro e il non sapere dove lavoreremo l’anno prossimo.

Sarà anche per questo che il “non sapere cosa fare nella vita” è così in auge. E, anche nella precarietà, non possiamo permettercelo tutti.

Il compagno di quarantena ce l’ha molto, questa cosa: vagare di qua e di là, interrogarsi sull’idea di settle down, sistemarsi o no. Intanto che lo fa, però, il lavoro gli viene lanciato dietro con la fionda, anche perché ha il vantaggio indiscutibile di essere di madrelingua inglese: così il posto al call center lo rimedia anche se fa cose tipo non presentarsi al lavoro per una settimana, in piena pandemia almeno. E poi, che ve lo dico a fare, se a cinquant’anni decide che vuole fermarsi da qualche parte e trovarsi una trentenne per metter su famiglia, non sarà un problema eccessivo: non con tante ragazze tirate su a pane e amore romantico, che arriva col suo corredo di soffitti di cristallo e pavimenti appiccicosi. Diciamo che un atletico suddito di Sua Maestà britannica, con il giusto capitale culturale, non tarda troppo a procurarsi anche il capitale economico: neanche di questi tempi.

Conosco diverse donne che dicono la stessa cosa sua, che non sanno se “sistemarsi” o no, e hanno tra i trenta e i quarant’anni: alcune cambiano nazione ogni anno, per aggiungere il nome di un’altra multinazionale ai loro curriculum chilometrici, mentre altre lavorano nel mondo dello spettacolo, inteso non nel senso del Bagaglino, ma di film indipendenti e collaborazioni con nomi noti soprattutto alle giurie di qualità.

Ecco, a queste qui non verrà offerto tanto facilmente il contrattino in call center, sia adesso che restano in età “fertile” (anche se, nelle convinzioni generali, a 29 anni e mezzo è quasi menopausa) che tra qualche anno, quando saranno comunque considerate troppo vecchie per lavorare (se dimentichiamo le vittorie di Pirro), a meno di non essere molto specializzate. Per loro, poi, la famiglia è fuori discussione, o almeno è molto difficile: nell’immaginario collettivo le milf e cougar (posso dire che odio questi termini?), possono al massimo aspirare al sesso sfrenato con giovinetti quasi imberbi, come suggerisce anche questo dialogo di una serie che vi è piaciuta molto, e che io ho abbandonato al terzo episodio. Ma se le loro aspirazioni andassero sulla stabilità degli affetti, starebbero fresche: anzi, fresche no, che per la società in cui viviamo sono già scadute da un pezzo.

Quindi no, due trentenni che adesso fanno i vaghi su cosa vogliono fare nella vita non avranno le stesse possibilità, se appartengono a generi diversi. E mi sono soffermata, per conoscenza diretta, solo sulla questione cis etero, figuratevi il resto!

Per questo è importante sottolineare che il mondo del lavoro, così com’è disegnato, è obsoleto, pensato per gente che avesse otto ore della sua vita da dedicare ad attività retribuite, mentre qualcuno a casa pensava al lavoro di cura.

E poi ci sono io che ho un sogno del cuore: una maternità riconosciuta come un lavoro fondamentale e da tutelare sul serio, anche pagandolo come suggerisce Federici, senza dare per scontato che una madre sacrifichi tutto il resto della sua vita alla cura dei figli. E senza dare per scontato che tale madre non lo voglia fare, come rivendicano certi collettivi femministi.

Per quanto mi riguarda, poi, il mio sogno prende derive quasi utopiche, e insisto per il “quasi”, quando penso che la maternità dovrebbe essere indipendente dal tuo tipo di relazione: l’inseminazione dovrebbe essere gratuita e accessibile a un numero sempre maggiore di donne, senza le file chilometriche previste oggi per un tentativo solo. L’idea che è “meglio adottare” mi ricorda chi alle polemiche sul prezzo degli assorbenti rispondeva “meglio la coppetta“. Ma va’. Intanto però ho il diritto di decidere come voglio risolvere una questione che tu non hai, genio incompreso.

Troppo spesso la maternità diventa soggetta alla dipendenza economica da un uomo e soprattutto dalla volontà di quest’ultimo.

Io per motivi estranei alla mia, di volontà, sono stata emotivamente instabile fino ai trentatré anni: poi mi sono curata, ma capirete che l’età era già critica per trovare un lavoro salariato stabile (per mia fortuna avevo il privilegio di potermi dedicare alla scrittura), e avrei dovuto puntare in fretta e senza margine di errore su una relazione duratura per avere una famiglia “naturale”. Invece, in almeno due casi, uomini che si dichiaravano entusiasti o non restii ad avere figli, e che non avevano fretta di trovarsi “il posto fisso”, hanno cambiato idea com’è loro diritto, e hanno fatto altro delle loro vite. Io però sono rimasta senza figli, con un paio di primi incontri orrendi in cliniche di fecondazione assistita (“embrioni in offerta, con ecografia in omaggio!”) e la crescente sensazione che pensare “meno male” sia sempre meno un caso eclatante de “la volpe e l’uva” e sempre più un’amara riflessione sulle madri coraggio che conosco: lasciate sole da compagni che abusavano perfino del permesso di paternità, o costrette a badare a un neonato sulla soglia dei quaranta intanto che, per il tipo di lavoro che svolge il marito, il loro impiego a distanza diventa anche l’unica fonte di reddito della famiglia. E allora giù di tiralatte e sostanze che le mantengano sveglie nel corso del tempo. A loro va la mia solidarietà e l’amara conclusione: questo non è un mondo per madri.

Allora, ricordiamo una cosa: privilegio non è colpa. Non voglio affatto togliere agli uomini il diritto di non sapere che fare della loro vita. Lo voglio estendere anche alle donne.

Lo si fa con una flessibilizzazione generale dell’orario di lavoro, un cambio di mentalità che deve partire dalle scuole, e un accesso alla maternità libero, gratuito e indipendente. dagli. uomini.

Se c’è una cosa che ho imparato da quando so cosa voglio dalla vita, è questa: cominciamo a chiedere tutto, poi si vede.