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cruzar_las_aguasHo tanti amici che dicono che “ci vanno coi piedi di piombo”, nei loro nuovi progetti. Io la trovo più che azzeccata, quest’espressione, nel caso di progetti lavorativi, di decisioni importanti che riguardino la famiglia, di politica (e non sempre manco in quella)…

Il campo che nella mia esperienza è il meno adatto, per i piedi di piombo, è l’amore.

Per un motivo molto pratico: le paure che abbiamo in questo settore si avverano proprio se le assecondiamo.

Magari vediamo questa persona da un mese, ne conosciamo ogni centimetro di pelle ma non sappiamo che faccia abbia quando è triste. E vogliamo scoprirlo, e in generale approfondire la conoscenza, ma abbiamo pure paura di soffrire. La cosa più stupida che possiamo fare, a mio parere, è assecondare questa paura e soffocare ogni spinta in un eccesso di precauzioni.

Perché per evitare di soffrire boicotteremo qualsiasi possibilità che abbia questa storia di nascere, ma pure di morire, se è meglio così, e finiremo per stare da cani.

Perché cominceremo a usare le strategie:

– a negarci al telefono, o a non mandare il WhatsApp dopo l’uscita, perché poi penserà che siamo troppo prese (così si metterà in guardia a sua volta e ci sembrerà troppo poco preso);

– a evitare quegli argomenti di conversazione su cui potremmo dissentire (così esploderanno tutti insieme e sfoceranno in un litigio epocale);

– a negare i nostri bisogni, per evitare che l’altra persona si senta oppressa (certo che ci dispiace che non venisse a cena da noi per andare a fare le treccine al gatto, e abbiamo tutto il diritto di dirglielo);

– a non dirci in faccia che le cose non vanno bene (così la questione salterà fuori dopo mesi e mesi a fingere che stiamo ottenendo esattamente quello che vogliamo);

– a essere ambigui sui nostri reali desideri (eh, se va bene voglio una storia seria, ma va bene anche così, eh… No, non credo che stiamo bene insieme, ma forse mi sbaglio…).

Tutto questo perché lo facciamo? Per non soffrire. E finora cosa ci ha portato? Sofferenza. Chiamatela come volete: ambiguità, tristezza, malinconia, lutti da elaborare. È sofferenza. Nostra e altrui.

Quindi capisco tutto quello che volete, sull’andarci piano a cominciare una storia, e anche ad ammettere con se stessi che una storia, per quanto ci si piaccia, non può cominciare.

Ma se non troviamo un equilibrio tra cautela e vigliaccheria, non potrà mai nascere niente.

Perché l’entusiasmo è contagioso, inutile nasconderlo se l’altro è titubante per esperienze pregresse. Io almeno ne sono stata travolta e ho finito per sposarlo (l’entusiasmo, dico!).

Perché “gli uomini fuggono se dico che voglio una storia seria” è una verità incompleta: fuggono proprio gli uomini (e le donne, eh!) che dovresti scartare a priori perché non ti daranno la storia seria che vuoi.

Perché “posso benissimo gestire una scopamicizia anche se sono innamorato” è una grande verità finché non viene qualcuno di cui s’innamori lei e ti trovi, per dirla in francese, con le pacche nell’acqua.

Perché il coraggio non deve per forza diventare spericolatezza, né la sincerità oppressione, e coraggio e sincerità insieme garantiscono quasi sempre il migliore degli esiti possibili alla peggiore delle situazioni.

L’altra strada, quella dei sotterfugi e della vigliaccheria mascherata da cautela, l’abbiamo già imboccata. Che ne dite di vedere dove sfocia questa?

Specie se intanto c’è un intero panorama da ammirare, e ce lo costruiamo noi.

cioccolatoE poi c’è quello. Non so come chiamarlo altrimenti. Ne avevo avuto sentore tanti anni fa, leggendo Metello di Pratolini e apprendendo di quel languore tra due amanti che l’atto sessuale sarebbe la cosa più naturale a soddisfare. Oppure, in tempi più recenti, quando baciando qualcuno ebbi la curiosa sensazione che la sua barba fosse anche mia.

Ma non l’ho provato davvero che poco, pochissimo tempo fa.

È il momento in cui vorresti fonderti con l’altra persona e sai che non è possibile. E no, signor Pratolini, è diverso anche dal sesso, anche se “fisicamente” sarebbe il modo più vicino di arrivare alla fusione. Ma qui si parla di un fenomeno che può succedere dappertutto, in un bar mentre parlate o in metro, o improvvisamente, mentre state facendo tutt’altro e vi accorgete che non v’interessa tanto cosa dica l’altra persona, ma come si muovono le sue labbra.

Allora, anche se non ci stiamo neanche sfiorando, ci sentiamo una cosa sola con lei. Diabete a mille, vero? Ma succede, ed è qualcosa che come tutte quelle che riguardano gli umani sembra facile provare a razionalizzare. Ci chiediamo se non sia l’istinto che ci porta a creare un ambiente accogliente per figliare, facendoci sentire effettivamente l’esigenza di “manifestare” questa sensazione in un coito. Ma credo sia davvero di più, e non so cosa l’origini, ma so che è bello, infinitamente, e che è meglio che resti un mistero. E come tutti i misteri che sono anche belli porta con sé una punta di pericolo.

Perché non durerà per sempre, intuisco, ma forse durerà la sensazione illusoria che l’altra persona sia parte di noi, proprio fisicamente. E non lo sarà mai, su questo potete mettere la mano sul fuoco.

Sarà sempre se stessa, con esigenze e aspirazioni che non combaceranno mai del tutto con le nostre. E a un certo punto, è quasi inevitabile, soffriremo per questo. Soffriremo per la voglia che abbiamo di vederla quel giorno, o di parlarle di un problema sul lavoro, mentre lei ha avuto un’altra giornata e ha un’altra testa, rispetto alla nostra, che in questo momento le fa pure male, e non è disposta ad ascoltarci o lo fa con malcelata impazienza.

E noi ci sentiremo quasi defraudati: ma, amore, tu e io non eravamo un tutt’uno?

No, tesoro, quella era un’illusione, una fantastica illusione. Che dobbiamo portare con noi nel suo indissolubile mistero: la voglia improvvisa e puntuale di essere una cosa sola, insieme alla dolce sofferenza di non poterlo essere mai.

Ed è allora che impariamo a essere due, ad andare avanti con la nostra testa e le ambizioni altrui, per cui faremo il tifo fino alla fine, coi nostri progetti che con un po’ di culo e un certo lavoro di coordinazione potranno diventare anche suoi.

Il tutto in nome di quell’attimo fantastico e illusorio che ci ha fatto credere di essere davvero una cosa sola, e per fortuna ci ha aperti a questa nuova scoperta che è vivere in due corpi, ma con la stessa voglia di andare avanti, di condividere, di imparare la vita insieme.

wakeupNo, non voglio fare come le vostre amiche, e dirvi di trovarvene un altro. Non voglio fare come chi ogni tanto vi butti lì il celebre “Chiodo scaccia chiodo…”.

So che dovete arrivare alla vostra soluzione, coi vostri tempi.

So che, in barba a qulasiasi manuale sulle relazioni sane (?) e qualsiasi dichiarazione d’intenti contro la dipendenza sentimentale, mi sarei tenuta la mia infelicità a vita, e sarebbe stata una decisione solo mia.

Volevo solo confermarvi quello che già sapete e che forse vi fa paura, e che magari legittimamente non volete, perché si può legittimamente non voler essere felici.

Ebbene sì, se sapeste com’è nell’altro modo, la versione lieto fine (non quello che vi aspettavate voi, che forse neanche lo è), non sareste più ancorati a quello che avete ora. E non vorreste più tornare indietro.

Ma non riuscite neanche a immaginarvelo, forse, un amore in cui tutto il lavoro di conquistare, sedurre, convincere l’altro che valete qualcosa nonostante voi stessi pensiate di non valere niente, diventa inutile, perché l’altro lo sa a priori, quanto valete. E, quel che è peggio, vi dimostra di saperlo, ogni giorno. Dalle piccole premure alle grandi prove d’affetto.

La lotta, allora, diventa ancora più inquietante: non si tratta più di convincere, ma di mantenersi, in questa convinzione, di non dare per scontato che sia sempre così bello e ringraziare ogni giorno per la fortuna che avete avuto.

E, vi assicuro, è molto più complicato delle manfrine da inizio storia, dal “te la faccio odorare ma intanto faccio la preziosa”, al “ti corteggio ma intanto faccio il bel tenebroso”. Dei ruoli che per qualche sciocco motivo ci hanno insegnato far parte dell’amore, e ci portano a storie ipocrite in cui impariamo, prima di tutto, a nascondere i nostri bisogni.

Tutto questo diventa fuffa quando trovate l’originale, la gioia vera che si costruisce giorno per giorno.

E sparisce pure quella barzelletta in cui vivevate prima, e magari vivete ancora, quel continuo osservare il cellulare per vedere se “quello lì” e “quella là”, questi fantasmi tutti uguali in cui si trasformano i nostri amori frustrati, vi ha mandato un messaggio, come se la vostra vita dipendesse da quello.

Se lo sapeste, se lo sperimentaste coi vostri occhi e la vostra pelle, questo piano B che si chiama amore felice, ora non stareste lì a dirvi che potete benissimo portare avanti una relazione solo sessuale con una persona che amate, o che prima o poi si accorgerà di voi (e magari lo farà, eh, ma vale la pena aspettare?).

Ma il paradosso è questo: per saperlo, dovete permettervi di scoprirlo.

Dovete decidere voi di essere abbastanza curiosi da voler vedere com’è quest’altro tipo di amore, consapevoli che potreste non riconoscerlo subito, ma che poi la vostra pelle stessa vi saprà dire sì, era questo, era questo di cui ti parlavo mentre eri troppo occupata ad ascoltare la tua mente, la tua ossessione, per darmi fiducia.

Allora, fate il vostro processo, fino ad ammettere che la voglia di amare ed essere amati supera quella di amare quella persona che non può, non vuole corrispondervi.

Quando l’avrete fatto, verrà il resto.

E allora saprete.

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