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Da tuttosuigatti.it

Ho sfottuto tanto il mio migliore amico, risoluto per anni a viaggiare in nave dopo un atterraggio “tempestoso”, e invece lo sto facendo anch’io: dopo aver ballato il twist con le nuvole all’arrivo a Granada (con applauso collettivo al pilota nonostante fossi l’unica italiana a bordo), prima mi sono documentata sui più clamorosi disastri aerei, e poi ho sorpreso me stessa a sbirciare gli orari dei treni… Improponibili, comunque. Tra l’altro già vi vedo, statistiche alla mano, a ricordarmi perché l’aereo sia il mezzo più sicuro del mondo.

Tutt’è stabilire cosa consideriamo una minaccia.

Una volta una persona che ama molto i gatti mi mostrò una foto con uno dei felini che aveva visto crescere. Poi mi spiegò che, poco dopo la foto, il gattino l’aveva “percepito come una minaccia” e l’aveva graffiato. A me rimase questo senso d’ingiustizia, no? Sta’ a vedere che pure io mi devo beccare un graffio senza che stia facendo niente di male. Solo perché ‘sta pallina di pelo ha deciso che non è così.

Adesso mi chiedo: come ho fatto a non accorgermene prima? Se è quello che succede tutto il tempo! Percepire come una minaccia ciò che non lo è poi tanto. Come me con l’aereo, il gatto col “gattaro”, e una buona fetta del mio mondo con… Me. Un mio ex catalano mi disse sul serio qualcosa come: “La tua personalità si è mangiata a poco a poco la mia, quindi meglio non vederci più!”. E giuro che a quei tempi, a colazione, mangiavo ancora latte e biscotti, non personalità umane! Dunque potrei anche chiedere scusa per la sfuriata di quando sono stata appesa per “una serata con gli amici a cui non puoi partecipare, non ti conoscono bene”: era pure il mio primo anno a Barcellona, e non ero abituata alla locale “franchezza di cerimonie” che dalle mie parti passerebbe per maleducazione…

Però non posso, e non devo, scusarmi per ciò che sono.

Se sono donna e pretendo di lavorare “in età fertile”, beh, dovrebbero chiedermi scusa i datori di lavoro, se mi scartano o licenziano nonostante sia perfetta per il posto.

Se qualcuno si sente insicuro perché la mia dieta è diversa dalla sua, il problema non è mio.

Se degli amargaos sospettosamente aggressivi con chi non la pensa come loro mi considerano podemita, senza che conosca il programma di Podemos (e poi come lo schifo, a Pablo Iglesias…), spero proprio che abbiano di meglio da fare, piuttosto che venire a farmi la lotta di classe sotto casa. O che almeno, tra le barricate, mi lascino lo spazio per andare a fare la spesa.

Per chi infine mi vede come un problema perché sono felice, o almeno serena, e so cosa voglio: io lo so che questo, tra i tormentati europei in fuga da se stessi, può essere preso per mancanza di “personalità”, con buona pace dell’ex a cui la stavo “mangiando”… Il problema è che la felicità non si cura.

Quindi domenica guarderò con occhi più benevoli l’aereo “sicurissimo” che, negli ultimi giorni, avevo trasformato nella mia nemesi.

Quando tutto va male, che devo di’, aididit maiuei.

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Quali Nuvole sono Pericolose per gli Aerei?

Da: https://www.aviationcoaching.com/it/quali-nuvole-pericolose-gli-aerei/

Immaginate di essere in aereo, posto finestrino. Il pilota ha appena annunciato che comincia la discesa verso l’aeroporto di destinazione, proprio adesso che siete incappati in una nuvolaglia nera che non promette niente di buono. Infatti il velivolo si trasforma subito in tagadà, e pure il signore al vostro fianco comincia a urlare, in coro con tutti gli altri. Tratto da una storia così vera che quella notte non tanto mi veniva il sonno.

In questi casi, comunque, il ventaglio di scelte è commovente: pregare (o imprecare), fidarsi del pilota e del velivolo, fare entrambe le cose.

Negli altri casi della vita, una scelta c’è quasi sempre. Ok, magari le opzioni fanno cag… ehm, non erano quelle che auspicavamo. Diciamo anche che a tanti di noi non piace scegliere, vedi il mio primo ragazzo, che ammetteva: “Voglio essere organizzato”. Nel senso della forma passiva del verbo organizzare.

A me, invece, scegliere piace assai, e nei momenti difficili mi aiuta molto pensare che un minimo di scelta resti sempre, fosse anche tra merda secca e merda umida.

Per esempio, penso con affetto a quando mi ponevo il problema “part-time o tempo pieno all’università?”, mentre la vera scelta era “scrivere o meno mentre faccio il part-time forzato come prof. d’italiano?”. Anche se la crisi ha scelto per me, è anche vero che ho scartato lavori d’ufficio e improbabili concorsi pubblici, quindi alla fine qualcosa ho scelto. Non tra le opzioni che avrei voluto, ma ho scelto.

Sui figli, si diceva, purtroppo non conosco nessun uomo, a prescindere da età e condizione sociale, che ne voglia sul serio senza averceli già. Anche qui, non ho scelto io questa situazione, ma ho una serie di opzioni, certo un po’ complicate, che vanno fino al bell’amico gay che sono dieci anni, che si offre, nonostante la mia antica gaffe: “Pensa se viene fuori con il mio fisico e la tua intelligenza!” (mi rispose: “Sarebbe comunque una creatura splendida, tesoro”, ma solo perché è un signore).

Quello che ho notato è che, quando comincio a scendere nella nuvolaglia nera, bestemmio il pilota, i passeggeri che gridano e il fermacapelli che mi cade. Poi considero la situazione: cielo grigio su, tremarella giù. Posso fare qualcosa? Una: aspettare. Che è la scelta più difficile, visto che non lo è affatto: con le attese, la vera scelta è consentirci di vedere quando non possiamo fare altro.

Una volta accettata la situazione, e superato il fatto che no, le cose non andranno come avevamo previsto, possiamo giocarci le carte che ci rimangono. Poche o molte che siano.

Se ce lo permettiamo, ovvio. Se no il problema rimarrà e ne verremo semplicemente travolti.

Quindi, scegliamo di permettercelo.

L'immagine può contenere: cielo, oceano, spazio all'aperto, acqua e natura Che ci crediate o no, sto scrivendo un libro, un po’ “memorie” e un po’ self-help (!), sul periodo in cui pubblicavo post come questo.

La frase del titolo era il tormentone dell’epoca, segnata ahimè da eventi che con il merito avevano poco a che fare. Peccato, perché purtroppo crediamo che la constatazione di cui sopra basti e avanzi a risparmiarci grane, anche quando, appunto, non c’entra niente con quello che sta succedendo.

Non “merito” di certo una tempesta mattutina che ritardi tutti gli aerei di Barcellona, ma tanto si è verificata lo stesso: vallo spiegare alla mia testolina appoggiata per un’ora, in attesa, al sedile di un aereo già chiuso.

Però la frase, devo dire, accomuna quell’epoca assurda cui accennavo a queste mie vacanze surreali, fatte d’imprevisti, d’improvvisi cambi di programma, e della sensazione sgradevole di non essere sempre ben accetta, ovunque vada.

La differenza è una e fondamentale: ai tempi della mia crisi, quel grido era l’unica, insufficiente difesa tra me e il mondo, e adesso è la mia unica guida.

Cioè, ora non mi accontento di gridarlo ai quattro venti, sperando che la semplice constatazione che “non me lo meriti” risolva la questione. Adesso me lo tengo per me, perlopiù in silenzio, come una certezza. E con quello affronto ogni imprevisto e ne traggo le conseguenze.

Forse prima un po’ credevo di meritarmele, le cose brutte che mi accadevano. E ora so che non è vero.

Vi consiglio di giungere alla stessa, preziosa conclusione: guiderà anche voi tra le folate di vento di quest’estate di sole e pioggia, e pensieri spettinati.

(Questo è per Giggino Di Maio da Napoli, con un abbraccio circolare a razzisti e no vax.)

 

ChiaraFamiglia Mala tempora currunt, e allora ho chiesto a Chiara, 37 anni, futura mamma italiana residente a Barcellona, di parlarmi della famiglia che sta costruendo con sua moglie Sara, il nascituro Noah, ed Ebony, la gatta fantastica che vedete in foto col resto della truppa. Mi hanno regalato anche un messaggio per Noah adulto, che potrete leggere a fine intervista, e una canzone da dedicargli. Fossi in voi, diffonderei :p .

1) Innanzitutto, auguri! Un amico, nel tentativo di… curarmi dalla “follia” di avere figli, mi ha chiesto: “Perché ne vuoi?”. Gli ho risposto: “Perché ne voglio!”. Tu e tua moglie avete una risposta migliore? Come avete preso la decisione?

Io ho desiderio di essere madre da ben più di un decennio (ora di anni ne ho 37). Le cose della vita non me lo hanno permesso. Poi un giorno ho conosciuto Sara, a cui mai ho nascosto questo mio pensiero, ma sulla quale non ho mai voluto esercitare alcuna pressione, anche perché la nostra condizione finanziaria era a dir poco precaria. Dopo due matrimoni, tanta strada e fatica (sotto ogni punto di vista possibile) e quasi cinque anni dopo, un giorno lei mi ha guardato e mi ha detto: “Desidero un figlio insieme a te” e da lì sono io che mi sono messa in moto. Circa un anno dopo, tra screening, controlli e quant’altro con lei sempre al mio fianco, stiamo realizzando questo desiderio di entrambe.
Credo ogni gravidanza sia un atto di egoismo, MA al di sopra e al di là di questo, un progetto di vita e di amore davvero immenso.

2) Per il nuovo Ministro della Famiglia e disabilità (sic), non esistete. In realtà ha detto che le cosiddette famiglie arcobaleno “per la legge in questo momento non esistono”. Secondo te, perché è così?

Il diverso incute sempre timore nelle menti chiuse. Lo vediamo tutti i giorni: un diverso colore, un diverso orientamento sessuale o religione… Tutto viene guardato con sospetto, nel migliore dei casi.
Quando, parlando di famiglie omogenitoriali, non riescono ad appellarsi alla religione, perché si obietta che lo Stato italiano è o dovrebbe essere laico, allora ecco che interpellano la natura, come se, a tutti gli effetti, la famiglia come oggi è intesa in parte del mondo occidentale (visto che di fatto con “famiglia” in altre parti del mondo si intendono insiemi di persone differenti da “mamma, papà, bambino”) non fosse in realtà un costrutto sociale, quindi per definizione artificiale e mutabile (e già grandemente peraltro mutato rispetto al recente passato).
Quindi tradizione, timore di ciò che non si conosce e religione stanno alla base di tutto e entrano nei luoghi in cui l’uguaglianza e i pari diritti dei cittadini dovrebbero avere precedenza sulle proprie e personali ideologie.
Tralasciamo poi l’ipocrisia di chi difende la “famiglia naturale” avendone di fatto più d’una, e dei tanti omofobi di mestiere che, da una parte, lucrano sull’odio che sono in grado di diffondere (e che importa se a farne le spese siano anche giovani ragazzi senza gli strumenti adatti per difendersi), e dall’altra, molto più spesso di quanto si immagini, finiscono per subire outing (quindi, in realtà dimostrano che il rifiuto più che dell’altro fosse proprio verso sé stessi)…
Famiglia è progettualità, responsabilità e amore. Il resto sono baggianate che di cristiano hanno davvero poco: prima lo capiranno, prima l’Italia progredirà.

3) Il fatto che viviate nello Stato spagnolo complica delle cose (una sola parola: “Consolato”!) e ne avvantaggia altre: per esempio, nessuno dalle istituzioni viene a dirvi che “non esistete”! Quali sono gli aspetti burocratici più complicati del lieto evento?

Il più complicato in assoluto? La trascrizione dell’atto di nascita, dove, di fatto le istituzioni italiane entreranno eccome. Ad oggi vari sindaci hanno con coraggio preso la decisione autonoma e non supportata da una legge statale, di accogliere le trascrizioni dei bimbi nati da coppie dello stesso sesso, ma dal nuovo Governo arrivano le voci di chi già pensa di sanzionarli. Quanti avranno ancora il coraggio di remare contro? Quando quest’onda positiva potrà ancora continuare? Ci sono mamme che hanno atteso ANNI prima di avere un documento per il proprio figlio, apolide fino ad allora, e solo con avvocati, spese ingenti (immagino) e tanto lottare ce l’hanno fatta. Quello che so è che non mi piegherò mai a dichiararmi madre single per poter ottenere l’agognato passaporto: Noah ha due mamme, e questo è e sarà un dato di fatto immutabile e irrinunciabile.
Quindi è questo il mio più grande timore: non poter avere ciò che a nostro figlio spetta di diritto (una trascrizione su cui compaiano i nomi di entrambi i suoi genitori e un passaporto italiano con il suo nome completo) senza lotte, estrema fatica e, chissà, coinvolgimenti dell’UE. E solo perché c’è chi dichiara di voler “difendere i bambini”, quando in realtà desidera solo difenderne alcuni, lasciandone migliaia di altri in un limbo burocratico.
4) Vostro figlio vivrà a Barcellona, che (per fortuna) è un crocevia di culture diverse. Cosa gli racconterete del vostro paese? Pensi che, un po’, sarà anche il suo?

Abbiamo deciso di non nascondergli mai nulla (compatibilmente con la sua età e le tappe della sua vita). Gli racconteremo il bene e il male del nostro malandato Paese per come lo vediamo noi, sperando però di riuscire a dargli gli strumenti per crearsi una sua visione dell’Italia (come del mondo) che sarà anche il suo Paese, solo se lo vorrà. Lì avrà parte della sua famiglia: i suoi nonni e una marea di zii, zie e cugini che lo amano tantissimo fin da ora, ed è questa la cosa più importante di tutte.

5) Domanda da un milione di dollari: secondo te, in che modo si potrebbero instaurare, in Italia, gli stessi diritti che lo Stato spagnolo riconosce a tutti i tipi di famiglie?

Tempo fa pensavo (o mi illudevo) che certe chiusure fossero appannaggio di una minoranza rumorosa. Dopo gli ultimi risultati elettorali devo dire che ho seriamente iniziato a pensare che l’Italia sia in realtà in balia di una maggioranza di persone che, pur di difendere il proprio orticello e non essere obbligate a guardare al di là del proprio naso, sono disposte a tutto.
Credo davvero che la nostra salvezza possa arrivare solo dall’Europa e dai suoi solleciti e sanzioni (se non decideranno improvvidamente di voltarle le spalle prima).

6) In Catalogna c’è una grandissima attenzione all’infanzia, e a quello che in Italia bollano come “GENDER!1!1”: anche l’educazione infantile porta allo sviluppo di una personalità senza pregiudizi e costrizioni, dalla scelta dei giocattoli a quella delle future professioni. Hai già pensato a che educazione vorresti per tuo figlio?

Mi sono guardata attorno e ho indagato e letto tanto sui vari metodi di insegnamento disponibili nelle scuole di Barcellona (molte di esse private), ma più per curiosità che altro. Non siamo una famiglia abbiente, e nostro figlio frequenterà la scuola pubblica. Quello che desidero è che possa inserirsi in un ambiente accogliente, in cui ci sia rispetto verso le necessità diverse di ogni bambino e dove le attitudini possano essere valorizzate, senza troppe pressioni o aspettative logoranti.
In casa speriamo di riuscire a passargli serenità, rispetto per ogni tipo di diversità (che è sempre ricchezza) e senso di umiltà, fra le altre cose.  Desideriamo tanto che possa essere un bambino indipendente e felice e che possa seguire la sua natura, qualsiasi essa sia, senza stigmi. Crescere un bambino “gender neutral” anche qui credo sia abbastanza complicato, ma penso anche non sia fondamentale: credo che fintanto che saremo in suo profondo ascolto tutto verrà comunque da sé.

7) Qualcuno in Italia sdrammatizza: un bambino con due mamme avrà “due lasagne!” (Casa Surace). E la sua dolce metà avrà “due suocere”… Ho visto qualche coppia di mamme che sta al gioco. A te l’hanno già detto? È un umorismo che aiuta o che rafforza stereotipi?

Ancora non è capitato 🙂 .
Credo però che un po’ di sano umorismo non guasti e che la distinzione tra questa ironia e le battute sgradevoli, offensive e gli stereotipi che feriscono sia sempre piuttosto chiara. Guai a farsi portare via anche l’ironia! Sarebbe un vero disastro.

8) Domanda aperta: scrivi (o scrivete!) un messaggio per tuo figlio, qualcosa che vorresti leggergli quando compirà 18 anni.

Proprio in questi giorni, mentre nuoti ancora beato nella mia pancia, hai iniziato a farti sentire forte e chiaro sia da me che dalla tua mamma Sara. La tua determinazione e la tua volontà di esistere ci sono state incredibilmente evidenti dal primo istante in cui abbiamo scoperto che eri in arrivo, quell’istante in cui, con il test di gravidanza ancora in mano, non smettevamo più di sorridere per la gioia immensa che ci aveva investito.
Ora sei grande. Spero che l’adolescenza non ti abbia lasciato segni troppo profondi e mi auguro di non essere stata troppo pesante o apprensiva (Sara è molto più brava di me in questo).
Figlio mio, per il tuo futuro ti auguro prima di tutto serenità, quella serenità che arriva dalla coerenza verso sé stessi e verso ciò in cui si crede, quella serenità che ti dona sonni tranquilli e ti permette, anche nelle difficoltà che purtroppo la vita sempre riserva, di guardare al domani con speranza.
Spero che i valori che ti abbiamo insegnato siano il timone che ti aiuterà a solcare i giorni a venire.
Continua a non tacere mai di fronte alle ingiustizie e a seguire i tuoi sogni con forza e determinazione. Ricorda che avrai in noi sempre due alleate, a volte severe, ma il cui cuore batte solo per vederti felice.
Mi auguro, se sarà quello che vorrai, che tu possa trovare qualcuno che possa amarti come si amano le tue mamme, che si prenda cura del tuo grande cuore, e che ti rispetti e ti accompagni nel tuo futuro, dovunque esso ti porti. Mi auguro che tu faccia altrettanto e che non smetta mai di lasciare che chi ti è accanto scorga la meraviglia che sei e che nulla ti impedisca di esprimere sempre ciò che provi, perché, come mille volte ci hai sentito dire, la libertà di poter esprimere ciò che si prova non è mai e poi mai una debolezza.
Nessuno ci insegna come fare i genitori. Tanti provano a farlo, come se ci fosse una formula universale, applicabile uguale per ogni esperienza e ogni nuova famiglia, ma non funziona così. Spero entrambe le tue mamme siano riuscite a fare un buon lavoro, e spero che tu possa perdonare le nostre eventuali mancanze, leggerezze e incomprensioni: mai, in nessun momento, con nessuno dei nostri “no” abbiamo avuto intenzione di ostacolarti o ferirti. Tutto ciò che fino ad oggi e che in futuro faremo è e sarà guidato dall’infinito amore che abbiamo per te, Noah, nostro figlio, il regalo più grande che la vita ci abbia offerto. Buon compleanno, piccolo grande uomo! Le tue mamme Chiara e Sara ti amano tantissimo.

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Il mio pranzo di Pasquetta, da vitadonna.it

Io poi me lo scordo, che vivo in un universo parallelo.

Quello in cui, mentre la mamma di Casa Surace perpetua il cliché delle terrone schiave-dei-fornelli, io esco all’una della domenica di Pasqua, con i fornelli spenti e una tuta così inguardabile, ma così inguardabile, che tre giovinastri in tenuta hip-hop e stereo cominciano a farmi pssst pssst.

Una volta a casa, metto su la zuppona vegetale che sconvolge tanti mangiatori italiani di agnello al forno (pietanza che ho sempre schifato anche quando divoravo costatelle). Peraltro mi rimane un dubbio: il castiga-vegani medio si esprime a grugniti per omaggiare il suo piatto preferito, o per coinvolgere nel linciaggio anche l’odiato Dante Alighieri? Miii, è il caso di dire “due piccioni con una fava”!

A fine pasto, arrivo a chiedermi se non esagero a mangiare ben due quadrati di cioccolato fondente (non per la dieta, per il mal di pancia): poi vi immagino combattuti tra la terza fetta di casatiello e la quarta di pastiera e mi dico vabbe’, sopravviverò anch’io.

Anche oggi che è Pasquetta, continua per me l’Operazione Sepolcro: quello lì è risorto, io ancora no. Ho pure finito quasi tutte le provviste, e non voglio entrare in un esercizio commerciale a Pasqua, che in Catalogna si festeggia oggi: in forno ho il pane appena fatto (no, non è lievito madre, sticazzi anche quello), e per il companatico andrò di lenticchie pardinas e Instant Pot.

Perché se non si è credenti dovrebbe essere normale, secondo me, scegliere liberamente se seguire il calendario e abbuffarsi coi parenti, o prendersi la pausa che vogliamo, quando la vogliamo. Non lo dice anche il proverbio? Natale con i tuoi… Tanto a Barcellona due giorni di ferie, ci danno: il venerdì santo e il lunedì di Pasqua. Certi ponti sono più lunghi!

Purtroppo non toccherò mai i livelli della vicina nordica, che se ne sta in bikini a prendere il sole con una temperatura che varia dagli 11 gradi ai 15. Qui siamo assuefatti anche a questo, e non mi dispiace: i miei amici italiani in visita hanno un bel rifarsi gli occhi, davanti all’ondata improvvisa di giovani seminude di tutto il mondo, ma dopo un po’ capisci che il nudo è una cosa “wow wow wow” solo per chi è stato sempre abituato a reprimersi. Come quei coetanei “gentiluomini” di mio padre che si sentono gran signori a “guardare altrove”, senza rendersi conto che stanno trasformando un corpo in un problema.

È stato dunque con rammarico che ho dovuto contraddire il grande Tony Tammaro, in quella zona libera da amargados che è stata il suo concerto a Barcellona (vista l’assenza di chi lo disprezzava senza conoscerlo).

Quando il Maestro ha attaccato il consueto rock tamarro di Pasquetta, ci ha fatto la domanda di rito:

“Si nun tenimme ‘o custume, comme ce facimme ‘o bagno?”.

Al che ho dovuto gridare:

“Senza niente ‘n cuollo!”.

Ma, oggi e solo oggi, “C’ ‘a mutanda!”, Tony.

Perché oggi ricorre l’unica data del calendario che rispetto ciecamente: il momento di acchiappare a Peppe.

 

 

IMG_20180308_200650“La taglia 34 mi stringe la patata, la taglia 36 mi stringe la clitoride, la taglia 38 mi stringe la figa!”.

E in catalano e spagnolo, per dire, le frasi precedenti sono a rima baciata! (Tranne la prima, che è un’assonanza.)

Per me questo coro allegro fuori al Corte Inglés di Plaça Catalunya è stato il momento più alto della manifestazione di 200.000 persone (secondo la Guardia Urbana, eh!) che ha coronato lo sciopero generale in Catalogna. Mai così riuscita, nonostante i successi precedenti: pensate che i miei, in visita per l’occasione, hanno aspettato due ore, con la suspense del caso, che il loro aereo partisse!

Non sono mancate critiche: sul mansplaining ha detto già tutto Zerocalcare. Invece, alcune donne che legittimamente hanno deciso di non scioperare ci hanno deliziate con frasi tipo “tu fai sciopero e intanto ti serve il caffè una donna che lavora / una donna ripulisce i manifesti che butti a terra”. Adesso, c’è chi non ha ben chiaro cosa sia uno sciopero generale, o inzacchera inutilmente le strade (già abbiamo visto, peraltro, che le fioriere contano più delle persone). Ma vedere solo questi casi, rispetto alla stragrande maggioranza, fa troppo televisione italiana alle manifestazioni antifasciste! Insicurezza? Coda di paglia? Rammarico (a volte) per non aver avuto il coraggio di scioperare? Quando io non ho scioperato per i “prigionieri politici”, l’anno scorso, non ho né dato spiegazioni, né fracassato le gonadi al prossimo.

Vabbe’, mi consolo con un’immagine che mi è tornata in mente ieri: l’incontro con una donna che ho conosciuto in Italia, molti anni fa.

La prima cosa che ho visto di lei è stata… il suo accompagnatore, perché in realtà volevo uscirci io, e da un bel po’. Anzi, mi rimase a lungo la fantasia che, arrivando cinque minuti prima all’appuntamento, avrei cambiato il mio destino. E invece li ho trovati lì soli (era il primo incontro anche per loro), e si capiva subito che non sarebbe finita lì. Che anzi sarebbe stata una fiamma dura a spegnersi, e avrei dovuto aspettare paziente che lo facesse, perché alle nostre tre vite potesse applicarsi l’unica soluzione possibile: la mia.

Quanto tempo perdiamo, noialtre, ad aspettare.

Ovvio che la mia soluzione non si è affatto realizzata, ma almeno sono sopravvissuta all’amore romantico.

Lo ha fatto anche questa donna, che ora ha la sua vita, e dei successi degni di lei.

E io?

Come al solito, io speriamo che me la cavo.

(Canzone gettonatissima fuori al Corte Inglés.)

 

È il mio compleanno, mi fate un regalo? Lasciatemi sfogare!

Perché è stata una settimana movimentata per me e per l’Italia, e in questi casi pullulano le persone che nello stato spagnolo si chiamano amargados, o amargadas.

Esportate questo termine urbi et orbi! Deriva da amargo, cioè amaro, e designa una condizione dell’anima, uno stato di continua insoddisfazione, che la persona interessata tende a rovesciare a badilate sul prossimo.

Un misto tra amareggiato e acido, insomma. Ma in forma cronica.

Io credo che l’amarezza sia tipica, e perfino comprensibile, nei nostri tempi di precarietà lavorativa, discriminazioni etniche e di genere, minacce terroristiche… Il problema è quando chi ne è affetto scambia la malattia per la cura, come se scaricare i propri problemi sul mondo risolvesse anche i problemi del mondo.

Esempio. La mia improvvisa spedizione a Napoli mi ha portato ad apprezzare il Sanremo di quest’anno, a parte il tristo “omaggio alle donne” che d’altronde mi ha ricordato l’unico video brutto dei Jackal: in un paese in cui l’8 marzo significa spogliarelli, temo che manchi proprio l’ABC per ripensare le donne al di là dei figli e del lavoro domestico non retribuito.

Su Facebook però ho trovato una tizia che considerava Sanremo propaganda e i manifestanti di Macerata dei coglioni: si sentiva molto figa per questo suo “non farsi abbindolare”, poi tutto quello che ha saputo dire della questione catalana è stato “sono come la Lega“, e ho smesso di leggere. Questa qui sapeva sputare solo rabbia e frasi fatte, a un certo punto mi sono chiesta che problemi avesse e mi ha fatto davvero pena. Ovvio che è una tra i tanti.

Sono dunque costretta a ripetermi: quanto sarebbe bello se prima di buttarci anima e corpo in una causa risolvessimo i nostri problemi personali? Lo dico da femminista che ha cominciato da bimba per rabbia e continua da adulta per consapevolezza. Perché una cosa è dissentire, indignarsi, arrabbiarsi pure, e un’altra odiare, con tutte le forze e con una rabbia che acceca tutto il resto. Nel secondo caso è molto probabile che i problemi li abbiamo con noi stessi, e li sfoghiamo sulla causa che ci siamo scelti. Per questo gli psicologi dovrebbe passarli sempre la mutua! E in mancanza di quelli, un lavoro serio su se stessi porterebbe a un risultato brillante: continuare a lottare per le stesse cose, ma con l’energia di chi non ha più niente da prendere e tutto da dare.

E quando questo succede, credetemi, possiamo davvero cominciare a parlare di “giusta causa”!