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Image result for 'nu jeans e 'na magliettaSto cercando di capire: ‘sto caos generale, che “mi rappresenta”?

Alla lettera, proprio: che volto ha per me?

Perché ieri, a uno scambio linguistico, una giovane avvocatessa catalana mi faceva notare: “Anche in Spagna, il governo è un casino”. Ok, e che dovrebbero dire gli amici emigrati in Inghilterra? Però, riguardo la nostra telenovela parlamentare, perfino un’amica politologa, interpellata sull’autogol di Salvini, replicava: “Sarà stata la droga”.

Quindi, prima d’incontrare l’avvocatessa, cercavo un riscontro privato che avrei fissato nella memoria come esempio di questi tempi confusi e (ben poco) felici. Devo dire che non ci è voluto molto.

Un’oretta prima dello scambio linguistico, avevo abbandonato il gruppo di una pagina Facebook in fondo simpatica, di nostalgici di un momento della TV della mia infanzia, pieno di caschetti biondi, di “cunfiette” (cioè di sparatorie), di bomboli con le salsicce che si freddavano al ritmo di canzoni molto nasali.

Da piccola una coppia di zii, amanti del jazz, mi aveva detto che un giorno avrei capito cosa c’era che non andasse, in quella roba lì, e tanto tempo dopo continuo a vederci un problema solo: il possibile rinchiudercisi come se fosse l’unico mondo possibile, un ricordo nostalgico di gioventù a cui ci afferriamo citazione dopo citazione, rimpiangendo soprattutto il programma erotico che tagliava le “inquadrature sporche” (dico spesso che di Rocco ho visto sempre e solo la faccia!). Il nome somiglia molto a quello della chat del gruppo che aveva stuprato una turista inglese a Sorrento, ma il programma, che aveva parodie fantastiche, sostituiva ben altri… programmi: quelli scolastici. Infatti costituiva tutta l’educazione sessuale che fornissero alla nostra generazione – a parte qualche frettolosa spiegazione della prof. di Biologia per metterci in guardia dall’AIDS.

In ogni caso, non accuso certo quello se un amministratore della pagina, e non un utente, ha postato un meme con una presentatrice modello Barbie, capelli gialli inclusi, immortalata accanto a un tizio con una capigliatura simile, e la barba scura. Il meme, in un napoletano senza vocali, recitava: “La ragazza che mi piace” (sotto la Barbie), “La ragazza che mi chiavo” (sotto la barba). Cinquantacinque like, finché non ho smesso di contare, per una narrazione che sì, ho ascoltato in altre lingue, ma mai così pervasiva: in questi gruppi impazza la presentazione come male necessario dei “purpi”, versione ittica dei “cessi” nazionali. Ragazze considerate brutte, che i poveretti della situazione sono tenuti a portarsi a quelle serate in cui si entra solo in coppia. Anzi, come suggerisce il meme, sono addirittura “costretti a chiavarsele”, forse per prescrizione medica, o perché schiavi della loro “prorompente virilità” (scusate l’ossimoro). In tempi meno magri si sarebbero limitati ad abbatterle a colpi di sfottò, magari seguendo gli stessi standard hollywoodiani che non sarebbero generosissimi coi tanti di loro che sono alti un metro e una vigorsol, sfoggiano stempiature precoci, e hanno perlopiù il fisico estivo delle braciole tenute troppo tempo a soffriggere.

Fatto sta che qualcosa della loro educazione (in realtà, tutto) gli ha fatto credere che anche così potessero giudicare ragazze pronte ad affermare di “amare gli uomini con un po’ di pancetta”, oppure “soprattutto simpatici”, da tenere a bada con un controllo ferreo del cellulare: d’altronde, uno stipendio di commessa in certe zone può anche non superare i 600 euro, e questo passa il convento.

Credo esibisse una biondina nella foto profilo quello che, commentando il meme di cui sopra, si chiedeva sempre senza vocali: “È meglio una pecora nera, o una nera a pecora?”. O forse la biondina la vantava il tizio che gli rispondeva che lui non aveva dubbi sulla risposta, ma i sardi magari non sarebbero stati d’accordo.

Prima di uscire dal gruppo li ho invitati a sfogarsi piuttosto con una pastiera, che la torta di mele mi sembrava un po’ esterofila, oppure ad accettare una volta per tutte il noto invito di un filosofo di Gomorra.

Poi mi sono chiesta cosa m’innervosisse tanto: quella gente m’interessa? Mi sembra interessante sotto un qualunque profilo, intellettuale o fisico o almeno umoristico?

No, mi sono risposta, in realtà sticazzi.

E allora cosa mi turba dell’episodio?

Beh, che nessuno dicesse niente. Che nemmeno per il commento sulla nera a pecora e sui sardi ci fossero rimostranze di qualsiasi tipo, almeno per un quarto d’ora, e non parlo certo di un intervento dell’illuminato amministratore che aveva postato il meme iniziale. E sì, queste cose si verificano anche nelle pagine più caciare in altre lingue: ma lì, come anche in pagine nazionali con più iscritte, una persona o due finiscono per intervenire, fosse anche per denunciare un sentore di obsoleto, stantio. Immobile.

E so che eppur si muove, e meno male: sempre più spesso ci rendiamo conto che dagli anni dei cunfietti sono successe tante cose. Perlopiù brutte, secondo i più nostalgici, ma sono successe.

Godiamoci pure i caschetti biondi, anche quando i loro proprietari imbiancano bene e senza tradirsi, ma teniamo presente che da allora le tinture sono migliorate assai.

E non solo quelle.

(Il mio medley preferito di tutti i tempi, scusa Freddie)

 

 

 

 

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MUCEM. La mia parte preferita di Marsiglia, dopo quella delle foto precedenti!

Per esempio paragono spesso le città a Napoli, per vedere quanto ci mettono ad arrivarci!

Tempo fa una ricevitoria di Barcellona proponeva: “Giocati il numero che hai sognato!”. Ci siamo quasi, ho pensato, adesso si tratta solo di capire che non è necessario sognarsi proprio il numero: basta ricavare un numero dal sogno!

A Marsiglia, invece, trovavo un sacco di gente seduta fuori alle scale del mio palazzo, e di quelli limitrofi: fantastico! Ora ripetete l’operazione, ma portandovi dietro una sedia e facendo capannello.

Scherzi a parte, il confronto dell’esercizio creativo di domenica scorsa non era tra città: già, perché durante il mio soggiorno a Marsiglia il club di scrittura ha continuato le operazioni, mentre io seguivo a distanza. Di cosa si trattava? Dopo tutta ‘sta premessa, forse avrete indovinato: di fare paragoni a cazzo di cane!

La consegna, in effetti, era di andare all’appuntamento domenicale con un oggetto importante per noi, che avesse un valore sentimentale notevole, o giù di lì (e io in valigia avevo giusto la camicia da notte estiva di mia nonna). Per i primi cinque minuti avremmo dovuto pensare al solito problema annoso che ci tormentava, e descriverlo per iscritto secondo le cinque W del giornalismo anglosassone, messe anche in ordine sparso: di che si tratta, chi coinvolge, quando, dove e perché. Poi dovevamo fare una lunga pausa, magari prendere un caffè, e tornando a scrivere dovevamo concentrarci sull’oggetto prescelto: per cinque minuti, avremmo dovuto fare una lista di “fatti” sull’oggetto. Cos’è, perché è importante per noi, che ne pensano altri ecc. Ehi, che fate lì impalati? Problema, oggetto e lista subito!

(NB: Uso il condizionale per le consegne sull’esercizio, perché come sapete io le sbaglio, ma mi viene bene lo stesso!)

Una volta ottenuti la descrizione del problema e la lista dell’oggetto, si procedeva al bello del gioco: la comparazione! Sì, con la solita metodologia René Ferretti: si trattava di riprendere gli appunti sul problema e paragonarli con ogni punto della lista relativa all’oggetto. Eeeh? Eh, lo so, come termini di paragone non hanno niente a che vedere! Ma questo è il bello. Si scopre ad esempio che la camicia da notte della nonna è antica ma tiene fresche, e l’idea di una famiglia… Pure è antica, ma fresche fresche proprio non tiene!

Insomma, per quanto siano improbabili i paragoni, vi portano qualcosa di nuovo alla visione del problema? No? Allora cambiate oggetto: per il creatore dell’esercizio si tratta di ripeterlo finché non serve a qualcosa. A me, però, è stato utile da subito, e infatti, nell’ultima parte dell’operazione (“Buttate giù in cinque minuti cosa avete imparato dal paragone di prima”), ho scritto: “In un certo momento della mia vita ho fatto determinati progetti a cui mi sono attaccata come una cozza allo scoglio. Adesso si tratta di vedere in questo momento se ce ne siano altri, più adeguati”. Non farò certo la volpe e l’uva, ma è vero che, quando ci fossilizziamo su un’idea di futuro, ci perdiamo tutti gli stimoli del presente che ci porterebbero altrove.

E come scaturiscono certe riflessioni, direte voi, dal confronto con una camicia da notte?

Beh, proprio perché il confronto è improbabile, ci costringiamo a vedere le cose da una prospettiva del tutto inedita, a cui non saremmo mai arrivati seguendo le vie della logica comune. Ahò, non guardate me: relata refero.

E poi ho trovato l’esercizio uno dei pochi momenti costruttivi in una settimana che mi ha dato un’unica, utilissima informazione: Marsiglia non fa per me. Mi piace sotto molti aspetti, ma, parlando di progetti iniziali che si modificano, la persona che sono diventata ha bisogno sì di un ambiente variegato, ma vuole anche la parvenza di ordine di Barcellona, del suo simulacro di efficienza in salsa mediterranea.

I paragoni a volte sono un mezzo ingrato per accorgerci di certe cose: ad esempio, ci rendiamo conto dell’importanza di una casa, di un lavoro, di una persona, quando i nuovi progetti più glamour che li hanno rimpiazzati non si rivelano altrettanto accoglienti.

È anche vero che tendiamo a idealizzare quello che non abbiamo più, dimenticandoci dei motivi per cui non ce l’abbiamo. Ma tutto è relativo, e dalla comparazione nasce tutto.

A questo punto, darei una chance anche a una vecchia camicia da notte.

 

Lunedì dopo il post mi sono arresa: a casa non resisto più di due ore, al pc.

A trent’anni vivere da sola è stato emancipatore, a trentotto è stato contingente. Continua a piacermi, specie la parte in cui leggo a letto e mangio all’ora che voglio, ma c’è una certa differenza.

Così lunedì ho preso il mio Lenovo, le cui dimensioni devono essere un omaggio a “2001” di Kubrick, e me ne sono andata in quel posto hipsterissimo che avevo giurato a me stessa di frequentare solo in caso d’emergenza.

Ho cambiato idea per motivi nobili, cioè l’aria condizionata e un Rodilla davanti ai lunghi tavoli dall’aria finto-rustica, che peraltro presentavano la seguente situazione: due ragazze con pc enormi, e pezzenti quasi quanto il mio, fiancheggiate da svariati ragazzi col Mac.

Stavolta ho vinto la tentazione di trarne complicate conclusioni sociologiche, e sono stata premiata a scapito di una ragazzetta nervosa. Che a un tratto s’è seduta di fronte a me proprio con un Mac, ma rovesciato, e prima che capissi che succedeva mi ha scroccato una chiamata. A un fisso, ha precisato pure.

Guardinga ma poco propensa a credere in un fantomatico “trucco del Mac scassato” (anche se i ladri di Barcellona ne sanno una più del diavolo), l’ho ascoltata lamentarsi con suo padre perché “Una cinese mi ha rovesciato il caffè sul computer!”, e non si accendeva, era disperata, non sapeva che fare, “papà aiutami”.

Stavo già per fare la quarantenne sfigata che inveisce sulla drammaticità dei Millennials, quando mi sono ricordata che il mio pc costava un terzo del suo, e ho visto il mio vicino di tavolo, pure giovincello, suggerire a chiamata finita: “Vai all’Apple Store qui vicino, hanno un rimedio per questo tipo di incidenti”.

Mancava poco alla chiusura del negozio in questione, ma la ragazza pensava solo alla necessità di “chiedere i documenti alla cinese”, che intanto era entrata in scena solo per infilare la porta con un amico ancora più scocciato di lei: era convinta che il problema fosse risolto.

La ragazza del pc l’ha fermata in tempo per annunciarle che così non era, e scoprire che l’altra girava senza documenti.

Allora ho provato a proporre in spagnolo che andassero da Apple insieme.

L’ “assassina di computer” non capiva un’acca di spagnolo, ma ha proposto in buon inglese: “Andiamo da Apple insieme”.

Il ragazzo vicino a me non capiva un’acca di quell’inglese corretto, e ha proposto nel suo, zoppicante: “Andate da Apple insieme”. Al che l’amico scocciato della colpevole, che non capiva quell’inglese zoppicante, ha chiesto nel suo, corretto: “Puoi ripetere?”.

Prima che entrasse pure Bella Figheira e la scena non finisse più, io che capivo tutto – tranne le bestemmie in cinese – ho mandato il terzetto a cagare da Apple, visto che non c’era un minuto da perdere.

Poi ho fatto un sorriso ironico al vicino di tavolo, che sulla strafottenza dei due amici “incriminati” mi ha fatto notare: “Sì, però che propongano loro stessi di andare insieme in negozio è la cosa giusta da fare, e non è da tutti, di questi tempi”.

Mi sono resa conto che aveva ragione. Purtroppo, fare cose giuste non è troppo scontato. Dunque, ispirandomi a quel tipo che ancora vagiva mentre io guardavo Pollon, ho commiserato il troll che, dei centocinquanta naufraghi nel Mediterraneo, scriveva che “potevano affondare tutti, se li prendesse l’Europa“: ho segnalato il commento e invitato altre persone raccapricciate a fare altrettanto senza perdere tempo, che “a quello ci aveva pensato la vita”.

Ho poi accolto con un sorriso serafico, alla festicciola che mi sono ritrovata sulla strada del ritorno, i vari connazionali stile “Ma davvero sei vegana?”, “Ma come fai!”, “Carbonaraaa!”. Ma sono abituata alle reazioni che scatena la mia sola presenza  tra carnivori particolarmente insicuri, e di fronte all’immancabile scusa: “Non è per te, è che certi vegani…”, ho fatto solo notare che gli unici che mi abbiano mai rotto anni fa sulla questione erano del team “il latte è veleno” (e questi, scava scava, quasi sempre mangiano pesce). Invece, il numero di sfigati che rompe in nome di “certi vegani” è secondo solo a quelli che fanno le faccette scandalizzate quando si comincia a parlare dei furti a Napoli.

Indovinate di cosa si è parlato dopo.

“Non vi rendete conto che Barcellona è al primo posto in Europa per furti di cellulare?” si lamentava un israeliano che a Napoli ci aveva vissuto. “Vedete, nell’indice delle nazionalità felici, le prime posizioni sono occupate dai paesi scandinavi…”.

“Ma lì si suicidano!”.

Lo statistico e io ci siamo guardati con un sorriso di commiserazione, poi ho deciso che potevo chiudere lì la serata, e tornare alla mia trista cena senza carbonara, nell’appartamento vuoto e rovente che, a conti fatti, non era poi il posto più brutto in cui stare.

La vita è quella cosa che nello stesso pomeriggio ti dimostra che vale la pena uscire, e che in fondo casa tua non è poi così male.

 

 

L'immagine può contenere: 6 persone, persone sedute e spazio all'aperto

SUBBACQUI!1! (Dal Facebook di Mediterranea BCN)

Adesso, dire “Io c’ero” è un parolone.

In una scena degna di Benny Hill mi sono messa a inseguire il corteo di Open Arms dal Passeig de Gràcia, a un incrocio di distanza, quando mi sono accorta che stava andando in direzione opposta rispetto a me, ancora diretta verso il punto di partenza (un Consolato a caso…).

Si vede che è stato il Karma. O l’Universo. O qualsiasi lettura semplificata di filosofie orientali vi venga in mente: solo per dire che l’altro giorno ho espresso un desiderio, e nel giro di ventiquattr’ore si è avverato.

Mi sono detta che la mia asocialità di fatto faceva che da anni, ormai, non mi sedessi a un tavolino all’aperto con un’allegra brigata, per restarci ore come si fa da queste parti (lo so, anche da noi, ma qui di più, giuro). Il pensiero mi è dispiaciuto.

Ed ecco che nell’arco di ventiquattr’ore, subito dopo la manifestazione per la libertà di soccorrere vite in mare, ero seduta con una ventina di persone di Mediterranea, e tutta la paranza che si era tirata dietro: avevamo invaso l’esterno di un bar di fronte al cosiddetto Museu del Born, col sant’uomo del cameriere che si affannava a trovarci sedie. Le terrazas, cioè i tavolini all’aperto, devono avere un numero limitato di posti a sedere.

Visto? Basta chiedere al destino!

Oppure basta muovere il culetto: andare alla manifestazione; cercare l’organizzazione italiana che non si rassegna a come il suo governo stia trattando la questione migranti; resistere fino ai comunicati finali, gracchiati dal megafono giocattolo (a dispetto dei finanziamenti di Soros, sic, i potenti mezzi sono quelli). E poi è fatta, anche perché il coefficiente siculo del gruppo aveva fatto estendere l’invito alla birretta anche a me e agli altri due che si erano accollati.

Di fatto, che il nostro tavolo post-manifestazione fosse tricolore (o meglio, ehm, “trinacrio”) era svelato da un particolare: invece del tipico quadretto locale di birre vuote a centrotavola, con un corrispettivo di panini nella stagnola ammacchiati sottobanco, sulle nostre due panche unite sono fioccati crocchette, patatine, curiosi intingoli al sapore di mare… Non si finiva più di mangiare! E di parlare di cibo, ovvio. “Riusciamo sempre a parlare di cibo!” piagnucolava una veneta.

Ma per una volta, queste idiosincrasie nazionali non mi dispiacevano: l’Universo mi aveva ascoltata, o meglio avevo alzato il culo.

Un po’ come l’oggetto della manifestazione, no? Non è che preghi “per le anime di chi non tocca mai più terra” (quando non auguri affondamenti assortiti). Ti metti in mare e vedi cosa puoi fare, capendo che l’affondamento di un barcone non ti trova un lavoro, ma ti distrae dal nulla che sta facendo chi dovrebbe garantirtelo.

Perché questi si stanno aiutando a casa loro, senza chiedere permesso a nessuno.

E noi, quando ci aiutiamo a casa nostra?

 

(Immagini della manifestazione. Non vi perdete uno sfavillante “Salbini Mussolini”, sic, e mettete like, che hanno fatto prima gli amargaos)

 

 

 

Related image In certi giri che frequento ogni tanto, più “pane e puparuole” di quelli soliti, mi sono imbattuta spesso in un tipo carino, pieno di allegria, e buon conversatore finché non gli ho detto in cosa consistesse il mio dottorato, e cosa fosse il GENDER!11!1!

A quel punto ho scoperto grazie a lui che le femministe sono una banda di matte piene di odio, traduco testualmente, che non hanno idea di ciò che dicono.

Siccome il discorso proseguiva su toni simili via messaggio, ho fatto l’unica cosa possibile: ho risposto “Ok”, e ho mandato una faccina sorridente.

È da tempo che ho imparato a scegliere bene le mie battaglie.

Soprattutto, ho scoperto che raccogliere la spazzatura emotiva altrui non beneficia nessuno, e sporca tutti.

La regola vale soprattutto sui social: capisco la rabbia e lo stress, ma si scrive “Disattiva le notifiche” e si legge “Strada per il Paradiso”.

Quando il problema non sono i commenti ma i post, di solito segnalo e amen. E se si tratta di giuste cause, mi chiedo cosa si possa fare di concreto invece che accapigliarsi.

Ieri da ignorante in diritto internazionale chiedevo su questa pagina se nel caso di Carola Rackete potessimo fare qualcosa “dal basso”: a quanto pare a stare in difetto è l’Italia, e non la Capitana. Anche se i soldi che ti spillano in giro per convalidarti il titolo di Dottorato Europeo mi hanno insegnato che ogni stato fa il cazzo che gli pare, in barba alle norme comuni.

Però, in casi più urgenti dal punto di vista della sopravvivenza, si può sperare nell’attenzione che colpevolmente manca al resto.

Intanto che aspettavo pareri autorevoli, una tizia aveva avuto il tempo di commentare cose tipo: “Perché non li ha portati in Olanda, fanno quello che vogliono in casa nostra, non capisco come ragionate…”. Invidio quelli, admin compresi, che si sono presi la briga di risponderle nel merito. Io ho dichiarato che avevamo una cosa in comune, cioè il “Non capisco come ragionate”, e che continuavo ad aspettare “il parere di un esperto”. Che finalmente ha battuto un colpo:

Un ricorso Cedu da parte di gruppi di “cittadini” o associazioni sarebbe molto probabilmente dichiarato inammissibile; il sistema della Convenzione Edu e della Corte Edu prevede la possibilità del ricorso individuale di un soggetto (uno o più soggetti) che sia vittima di una violazione di un diritto protetto dalla Convenzione. Bisogna quindi essere vittima diretta, indiretta, potenziale o futura affinché il ricorso possa essere preso in esame. Discorso diverso merita invece il Comitato dei Diritti Umani delle Nazioni Unite di Ginevra che ammette la segnalazione da parte anche di NGO che abbiano conoscenza diretta dei fatti (e non solo in base a quanto riportato dai mass media)…

Adesso ci tocca capire che farcene di tutto questo.

Avete qualche idea? Soprattutto, conoscete gente addetta ai lavori che ne abbia?

Perché vedete, io ho dovuto aspettare vent’anni di studi, lauree master dottorati e articoli scientifici, per scoprire da un parere esperto che ero solo una pazza piena d’odio.

 

 

“Scusa, mi faresti da albero di Natale?”.

Il tipo di TEDx mi guarda speranzoso, prima di cominciare a spiegarci come si faccia il perfetto discorso motivazionale. Rassegnata mi alzo, e succede questo:

  • il mio corpo (il fusto) diventa il messaggio del discorso;
  • le braccia (i rami e le decorazioni) diventano lo stile, gli aneddoti e gli esempi con cui lo veicolo;
  • i piedi (le basi/radici) diventano il contatto col pubblico;
  • il puntale (ebbene sì, sono finita con una stella di carta in testa) diventa lo spunto finale di riflessione.

Cicerone da qualche parte sorride, anche se non aveva un albero di Natale. Dopo mi fanno anche i complimenti per come sia stata al gioco, e qualcuno da allora mi chiama “Christmas Tree”. È in questi momenti che ripenso agli amici che mi chiedono chi me lo fa fare, ad andare a incontri del genere.

Potrei rispondere: la curiosità, che fa figo ed è vero, anche ora che ho più o meno tolto dalla mia vita le indigestioni d’irrazionalità che mi sono concessa negli anni passati. Ormai sono persuasa che, se c’è un disegno “dietro tutto questo”, somiglierà a uno di quelli che facevo da piccola, con la gente che aveva le spade al posto delle mani perché le dita mi sembravano “antiestetiche”.

Però ho imparato che la logica comunemente intesa non sempre risolve tutto, che l’intuizione è solo la sua figlia “frettolosa”, e che la glorificazione del pessimismo fa tanto vecchio qualunquista in cerca di… piccole fans (lo spagnolo ha la definizione perfetta: pollavieja).

Quindi mi sono divertita a fare l’albero, e mi sono goduta i complimenti del tipo carino che era seduto troppo lontano da me per interagirci. Peccato che se ne andasse prima del gioco finale, che è quello che mi è piaciuto di più.

Il pubblico era diviso in due cerchi concentrici, fatti in modo che ci guardassimo negli occhi, e noi della circonferenza esterna dovevamo spiegare al compagno di fronte quale fosse la nostra miglior qualità. L’altro, a sua volta, doveva spiegarci come questa qualità potesse “cambiare il mondo” (ma andava bene anche la palazzina).

Io sono andata per: “Credo di essere brava a risolvere i problemi pratici della gente, quando me li confida”.

È semplice: sto qui da undici anni, se qualcuno cerca casa conosco spesso altri che la offrono, se cercano lavoro magari mi hanno proposto qualcosa di recente, se vanno a Napoli conosco B&B autorizzati, ecc. A volte ti sbatti tanto per aiutare qualcuno nei suoi problemi esistenziali, e poi ti accorgi che la cosa migliore che potessi fare era trovargli un lavoro.

I “cerchi umani” ruotavano, così ho ricevuto ben tre commenti entusiasti su come potessi cambiare il mondo (o la palazzina). Un avvocato sottolineava che risolvere problemi pratici era di per sé complicato, un ecologista poliglotta mi nominava addirittura “presidentessa del mondo”, perché il solo fatto di ascoltare le persone è un gran pregio.

Ma quella che mi ha veramente stupito è stata l’olandese venuta al seguito dei TEDx – la più alta della stanza, quindi dovevamo sembrare davvero una coppia fantastica. Lei ha ribaltato la questione: risolvere i problemi non è la fine, è l’inizio. È una volta risolti i problemi che la gente comincia a vivere sul serio. La mia qualità, quindi, aiuta la gente a (ri)cominciare.

Adesso no, non illudetevi che vi sappia risolvere la vita, ma il resto è vero. Di solito abbiamo tanti di quei problemi, o “pochi ma buoni”, che crediamo sul serio che senza quelli sarebbe il paradiso. E invece no: senza quelli restiamo noi con la nostra vita in mano, e spesso, parlo per esperienza, la sensazione di non sapere più che farcene. Come chi va in pensione dopo un lavoro usurante. O le donne che si sanno pensare solo come ausiliatrici e quando, per motivi luttuosi o anche allegri (come il matrimonio dei figli), si trovano la vita davanti, e vivono una vera e propria crisi d’identità.

Quindi brava, signora olandese: ci identifichiamo nei nostri problemi, e ci sembra così complicato risolverli che lo vediamo come un traguardo.

E invece è solo il “via”.

 

L'immagine può contenere: 5 persone, persone che sorridono, persone sedute, tabella e spazio al chiuso

Immensa Karlene Griffiths, di Black Lives Matter, dalla pagina fb di Non una di meno, Torino

Il ragazzo ghanese prende il microfono e dichiara in italiano che “la sorella” ha già detto tutto su razzismo e persone nere, ma già che c’è le chiede se conosce un suo compaesano che si è ribellato a tutto questo: Kunta Kinte, ha presente?

L’attivista di Black Lives Matter, che ha chiamato il figlio Lion e ha legittimato il giamaicano come lingua accademica, sorride prima alla traduttrice e poi al ragazzo: sì, qualche volta l’ha sentito nominare…

E niente, a Torino non mi ero neanche portata il caricatore del computer, per farvi capire come va in questi giorni.

Da qui la settimana di pausa del blog, che siccome avete una vita non avrete neanche notato. Di buono c’è che ho avuto qualche giorno in più per digerire questa nuova toccata e fuga in una città che mi piace sempre di più ogni volta che ci vado.

Stavolta mi ha regalato il brivido molto “fisico” della cioccolata di Grezzo, non più solo romana, quello meno eccitante di scoprire le tracce della gentrificazione (sì, c’entra un po’ anche Grezzo), e la curiosità di decifrare la lingua franca dei conterrOnei più anziani, quando ridono in siciliano-pugliese-torinese dalle parti di Porta Palazzo.

Lì vicino c’è anche una realtà fantastica come lo Spazio Popolare Neruda, dove ho avuto il piacere di conoscere Non una di meno (mi commuovete, ragazze) e questa reverenda statunitense di origine giamaicana che ha spiegato che, se non vengono tenuti in conto i loro immaginari, i loro problemi, i loro figli che non sopravvivono a povertà&polizia, non è un femminismo per nere. E infatti alcune di loro, seguaci di Alice Walker, parlano di Womanism. Ok, ci sono le figure a cui mi aggrappavo in quell’oceano d’informazioni nuove, volti familiari del mio antico master come bell hooks o Angela Davis: Black Feminists, fiere di esserlo. Ma Ms Griffith ha specificato che “for us to own it”, perché lo facciamo davvero nostro, il movimento dev’essere inclusivo e rispettoso delle differenze, non bastano due attiviste nere messe lì per contentino, mentre le bianche della Women’s March si fanno i selfie con gli stessi agenti che minacciano vite afroamericane.

Insomma, dopo l’incontro sono andata a cena già sazia: di parole più salutari rispetto al cinismo che mi stava prendendo in questi ultimi tempi, e che benedico nei suoi risvolti più pratici, come quello di trovare soluzioni rapide ai problemi. Però so che non può nutrirmi per sempre.

Mi resta l’idea di “own it”, farlo nostro, che mi consola anche degli arrivederci del caso.

Quelli a Torino, agli amici emigrati là, al solito concorso a cui partecipo invano tutti gli anni, e al vincitore dell’anno scorso, che invece di farsi offrire il caffè ha offerto a me acqua e suggerimenti preziosi, come il suo libro di memorie familiari.

Ho salutato anche gli scorci, l’aria rarefatta che a volte brucia sulla pelle e altre fa rabbrividire dal freddo, e perfino qualche bellezza in bicicletta, o a piedi, che mi sarebbe piaciuto avere più tempo di ammirare.

Ma appunto, per “fare mio” tutto questo ho deciso di non cascarci: non è Torino o non solo, non è quella conferenza, quel morso di farinata, quel ciuffo di ricci che mi sarebbe piaciuto sfiorare, per saggiarne la consistenza. È la sensazione che devo portarmi sempre dietro: un misto di curiosità, fiducia, e perché no, di gioia, che imparo o riscopro ogni volta che questa città mi lascia con la voglia di riappropriarmi di tutto.

Perfino di me.