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Ok, non col piumone, ma la sua felpa è uguale!

Giuro che, quando ho visto il quaderno, mi sono quasi commossa.

L’aveva trovato alla tabaccheria dove compra le sigarette, già che si allungava verso il Veritas: il Coaliment di fronte alla nostra strada ha perfino la farina e il riso, ormai rari quanto l’araba fenice, ma è – era – un negozio per turisti, di qualità varia e prezzi maggiorati.

Va anche detto che, ieri, la sola lista della spesa sembrava un’improbabile battaglia navale Italia-Inghilterra, da disputarsi su qualche scogliera artificiale della Barceloneta, che rivedremo chissà quando: se andava al Coaliment, la pasta lunga doveva essere solo Barilla, e solo capellini, tra i pochi formati che tollero di quella marca… “Se non è Barilla, desisti”.

Lui scrutava la mia grafia sul retro della tovaglietta Sandwichez scovata tra le sue cianfrusaglie, visto che non ero disposta a cedere neanche un pezzetto di carta.

“E la trovo, questa marca al Veritas?” mi aveva chiesto infine.

“No! Al Veritas puoi prendere la pasta lunga che vuoi, magari non proprio quella che costa tre euro… però la qualità è superiore“.

“Ma sempre capellini? E poi che significa ‘passata di pomodoro’? Cos’è un pomodoro?”.

Gli stavo per fare un disegnino: se mi avessero detto che un giorno avrei difeso l’acquisto della Barilla, mi sarei messa a piangere. Ma le alternative al Coaliment sono la Gallo e poco altro, chi vive da queste parti sa e capisce. Avessi un po’ di semola di grano duro, altro che farina introvabile!

È finita che è tornato con le bavette Barilla, il latte d’avena e non di soia (ma la marca era Yosoy, che ne sapeva?), e i pomodori da pa amb tomàquet, ma lì è colpa mia: do per scontato che tutti li prendano di default del tipo che serve a fare le pellecchie. Poi, però, c’era il quaderno.

Io i racconti preferisco scriverli su carta. Se il racconto deve vincere per knock out, voglio pestare i quadretti con le mie penne a punta retrattile, finché le parole non fanno quello che dico io.

Sto facendo il classico errore di produrre cattiva letteratura su qualcosa che sta succedendo in questo preciso momento: roba che la gente non vuole leggere per anni, neanche se sfornata da grandi penne (non quelle lisce, dico in senso metaforico). Se Primo Levi non trovava un editore con il bel popò che gli era successo, figuriamoci io, che devo solo starmene a casa e ho il privilegio di starci pure bene, intenta come sono a leggere, scrivere e far di conto… o meglio, farmi due conti.

Non voglio cadere nell’errore di magnificare la vita che ho lasciato, ricordo che c’erano cose che volevo correggere ed ero in una fase di cambiamento. Certo che rimpiango l’uscita del pomeriggio, dopo la mattinata passata a scrivere, ma non al punto di magnificare il mio percorso ozioso tra Fnac e Cafè Costa, in cerca di un bar in cui prendere appunti su quanto avrei scritto il giorno dopo. Sono anche meno concentrata sulle ultime bozze del libro che doveva uscire ad aprile, e ora chissà.

Non importa. Ho ritrovato qualcosa che spesso si dimentica, quando si ha il privilegio di trasformare la propria passione in attività quotidiana: il perché. Come mai ci muove proprio quella passione? Quale piacere ci regalava prima dell’ansia, metti caso, di spostare quella virgola risolutiva? O prima dei dubbi su quanto le descrizioni – di cui non mi è mai fregata una ceppa neanche come lettrice – convinceranno l’editor, l’amica scrittrice, e tutto quello stuolo di gente che si può risentire se accosto due parole che iniziano uguale.

Anche questa può essere una distorsione di quanto accadesse prima: quando sarà tutto finito potrebbe tornare la mia ansia da prestazione, anzi, da descrizione. Ma se la realtà è diventata quest’alternarsi continuo di giornate, cos’è che ci definisce davvero? Forse, quello che nonostante tutto riusciamo ad amare, in tutte le sue rappresentazioni.

Fosse anche un quaderno dalla copertina verde transgenico, che a giudicare dalle dimensioni non mi basterà a scrivere la metà dei racconti che ho in mente.

Di buono c’era che si abbinava alla felpa di chi me l’aveva scovato: allora ho deciso che in tabaccheria l’aveva servito una commessa, annoiata come tante dipendenti che non possono permettersi di essere spaventate e basta. La ragazza aveva visto come gli stesse bene quel cappuccio verde ancora odoroso di lavanderia a gettoni, alzato sui riccioli rossi che si riprendono il loro spazio, e gli aveva scelto proprio quella copertina lì.

E invece, ho saputo poi, alla cassa c’era un tizio di mezza età, che gli ha sbattuto sul bancone il primo quaderno che ha trovato sullo scaffale.

Almeno mi sono ricordata perché mi piace inventare storie.

 

Un coltissimo utilizzatore finale del reperto in questione

Un po’ ve l’ho raccontata, la storia del mio sofà.

Però ci ho ripensato all’incontro di scrittura terapeutica, che come immaginerete sta proseguendo online, a partire da… ieri mattina.

Una mattina speciale, tra l’altro: un biglietto aereo datato 22 dicembre mi obbliga a ricordare che col mio compagno di quarantena festeggiamo… tre mesi, e non di quarantena. Lui ha onorato la ricorrenza spezzandosi con la forchetta i capellini nel piatto (vi giuro, se le ambulanze non servissero a ben altro…) e non cogliendo uno scherzo molto partenopeo sul fatto che, in caso mi contagiasse, gli apparirei in sogno per dargli tutti numeri sbagliati di una cifra. “Allora non mi resterebbe che correggerli per difetto!” ha concluso con aplomb, che è una parola che usa sul serio. Incredibile, vero? Quando in tre mesi si bruciano tappe che manco nei fitanzamenti in casa (e più in casa di così…), o in convivenze meno improvvisate: addirittura il fatidico “Non andiamo più da nessuna parte”, che le circostanze attuali rendono non un rimprovero, ma un’ovvia constatazione.

A dirla tutta, questa storia qui è cominciata proprio perché un divano ancora non ce l’avevo: ci si arrangiava su una poltrona senza braccioli, che potevo condividere solo in compagnia di ospiti con cui avevo confidenza, o con cui ne volevo avere. Con quello là, albionico per giunta, non si poteva stare ancora troppo vicini, così dal mio angolino ero stata sul punto di cadere: lui mi aveva afferrata per il braccio all’ultimo istante, ed era scattato un momento che definirei da Via col vento, se non fosse che lo schizzinoso odia l’accento americano.

E il sofà che c’entra, in tutto questo? Un momento, ci arrivo. L’esercizio di ieri, nel gruppo di scrittura, prevedeva di completare delle frasi sulle nostre emozioni (“Mi sento felice quando…”, “Mi sento ignorata quando…”) e trovare similitudini tra i pensieri così espressi: ne avevo concluso, come altri, che quasi tutte le situazioni per cui provavo rabbia o tristezza erano dovute a decisioni altrui, di cui avevo pagato le conseguenze. Le anglosassoni in videoconferenza avevano ripiegato sul loro mantra, piuttosto attuale peraltro: “A volte non possiamo decidere ciò che ci accade, ma possiamo scegliere come reagire“.

Io però avevo l’asso nella manica, cioè il divano che ha rimpiazzato nell’ultimo mese la poltrona “galeotta”, e che, senza volerlo, mi ha insegnato un’altra tecnica di SSM (Superamento Situazioni di Merda): provare a trasformarle in un trionfo.

E veniamo a dove ho preso ‘stu bellu mobile, e perché mi ha aiutato tanto.

Per la verità è stato un “regalino” dell’ex inquilino francese, anzi, l’esatto contrario di un regalo: in una discussione piuttosto sgradevole, avvenuta davanti all’ascensore già pieno delle sue cose, il tipo se l’era fatto scontare intero dall’ultimo affitto (e fortuna che erano “solo” 80 euro), anche se l’aveva comprato di sua iniziativa e l’idea era di fare a metà. Secondo lui, adesso che traslocava, i suoi quaranta euro me li doveva rimborsare l’ignara nuova inquilina, che per la verità avrebbe barattato volentieri quell’arnese ingombrante con una poltrona mia a dondolo.

Allora, invece di cimentarmi nel mio scarso turpiloquio in francese, e solo per recuperare quaranta euro, ho stipulato con l’inquilina un Patto Dash: io ti offro le due poltrone mie – ti raccomando quella senza braccioli – e tu, in cambio, mi cedi l’oggetto del contendere. Ok? Ok.

Senza saperlo, ho fatto la fortuna mia! Innanzitutto, le manovre di trasporto sono state esilaranti: alza qui, abbassa là, e ci passa per la porta? Tirate fuori il goniometro… Poi è finita a tarallucci e vino, per recuperare le forze perdute. Infine, ne ha guadagnato anche la casa: con la quarantena mi sono ritrovata un angolo in più per leggere e scrivere, ora che dobbiamo centellinare ogni metro, in attesa di poter invitare di nuovo ospiti il cui spazio vitale rispetterei con più facilità – e senza rischiare rovinose cadute.

Sono convinta che l’operazione divano – che consiste nel trasformare una disavventura in una cosa buona – sia estendibile a tante situazioni di merda che ci sono capitate, ma che, rispetto a certe tragedie sotto i nostri occhi, possono davvero trasformarsi in opportunità.

Non sempre, eh. La prossima forchetta che si abbatte su dei capellini innocenti verrà punita con una diretta integrale di Gigione.

A ben vedere, è un’opportunità anche quella.

 

(La scena di spostamento del divano.)

 

E così ho deciso di mandare a quel paese i progetti non riusciti, e organizzare una cena.

La prima tra amici, da quando mi sono trasferita a casa mia: a pensarci bene, la prima cena in casa da anni, se si eccettuano gli ospiti in visita dall’Italia e una cosetta con gli inquilini, prima che entrassimo davvero in rapporti. Chi viveva prima con me non amava “avere gente in casa”.

Io ancora devo decidere se mi piaccia o no: però, se popolo di voci umane ‘ste quattro mura di cartongesso, le rendo un po’ più casa, ecco.

Quello che mi è piaciuto di più non è stato scoprire che mi erano venuti al dente sia gli spaghetti che i fusilli, che ho condito con pesto fatto in casa, oppure rendermi conto che il famoso sjug era stato un successo con gli invitati. Mi ha inorgoglito il fatto di sentirmi dire dalla nuova arrivata, che di mestiere fa la guaritrice, che “non percepiva tensioni” tra i convitati, nonostante i casi della vita ci avessero messi gli uni contro gli altri più di una volta: come ex o come colleghi, e in qualche caso come “coinquilini per forza”.

Sono felice di aver stabilito relazioni in cui il dolore che ci si possa arrecare, che secondo qualche terapeuta Gestalt è inevitabile, non possa nulla contro il lavoro quotidiano per stabilire fiducia reciproca, sincerità, e la disposizione – per me così difficile – ad ascoltare, invece di parlare sempre io.

Il cammino non è esente da pericoli: per esempio, quello di intraprendere questa faticata solo per dirsi “quanto so’ bella, quanto so’ brava”. Ricordo a vent’anni qualche amica orgogliosa di organizzare uscite col proprio ragazzo, con l’ex, con la nuova dell’ex, con l’ex dell’ex… Per loro era tutto un aneddoto, da sciorinare a chi non le conoscesse: guarda, li perdono tutti, e tutti li raccolgo attorno a me. Così, però, ci soffermiamo su noi stessi e non sulla relazione, e questo diventa un problema. I rapporti d’amicizia, di amore o di lavoro si rompono perfino quando tutto fila liscio, figurarsi quando ci mettiamo a fare le primedonne.

Invece mi è piaciuto questo filo intessuto ieri tra gli elementi consolidati della mia vita, quelli che si vanno stabilizzando, e quelli che vi fanno la loro prima comparsa, per restare non si sa quanto.

Mi è capitato di chiedermi pure se questo concetto di armonia si possa estendere a un livello sociale più ampio, con le modifiche del caso.

L’altro giorno, infatti, andavo alla formazione di Mediterranea, costeggiando i ragazzetti di origine marocchina che si intrattengono fuori al Palau Alós, e mandavo un messaggio vocale ai miei. Ce l’ho ancora registrato: a un certo punto m’interrompevo, perché un tizio alle mie spalle – un adulto – aveva cominciato a gridare.”Non toccarmi, o chiamo la polizia!”. Era un cinquantenne che camminava con una busta della spesa, credo che un ragazzo gli si fosse avvicinato, o comunque avessero avuto una sorta di collisione. Non escludo che i monelli stessero sfottendo il tizio. Ma perché chiamare la polizia per un ragazzino che ti si avvicina, in una strada affollata, senza la reale possibilità di farti del male?

Adesso, a Barcellona una forte percentuale di ladri di telefonini – miei e altrui – è marocchina, che è come dire povera, senza speranze di un impiego o di una reale assimilazione al tessuto sociale. Come mi facevano notare, mesi fa, quelli del Centro euro-arabo, è l’1% della comunità a rubare, eppure le colpe ricadono su tutti. A suo tempo, se ricordate, ho replicato che non dovessero dirlo a me: sono napoletana.

Non pensavo però che dovessi ricordarmene così presto, quando ieri si sono avvicendate tre notizie: un tentativo di rapina, forse un eccesso di legittima difesa, di certo un quindicenne morto, e un pronto soccorso chiuso per la furia distruttrice dei parenti.

Ho chiesto a uno degli invitati alla cena – quello che il giorno dopo era ancora a casa mia – quale delle tre notizie, secondo lui, fosse finita in prima pagina, e lui con buonsenso britannico ha chiesto: “La morte del ragazzino?”.

Proprio quella, invece, è stata accolta dai social con commenti tipo: “Uno in meno”, “E che voleva, l’applauso?”. Ci si legge, sì, la frustrazione della cosiddetta gente perbene (espressione gettonatissima, dalle mie parti) di fronte alle rapine che la tengono sotto scacco, ne limitano gli spostamenti, e abbondano, in un posto in cui il lavoro non c’è, e pure la lingua che parli a casa determina spesso il tipo di vita che farai, il lavoro che sceglierai, l’età in cui avrai dei bambini.

Io, dalle bande di ragazzini nel centro storico di Napoli, ho avuto manrovesci sul mento nell’ilarità generale (il cappottino a pois denunciava la mia estraneità al quartiere), e mani tra le cosce, seguite dall’intimazione: “Fa’ ‘o cess’!”. Più o meno, “Taci”. Le madri di ragazzine di poco più grandi, bocciate al classico, dichiaravano orgogliose: “I servizi sociali non ci fanno paura, perché siamo una famiglia unita!”.

Io sulla mia famiglia ci scherzo spesso, lo sapete, ma so di aver avuto una fortuna sfacciata ad avercela unitissima, a prova di servizi sociali, e disposta a fare del suo meglio.

A volte non serve altro, a volte sì.

In entrambi i casi, si tratta di lavorare ogni giorno.

 

 

Tutto mi sarei aspettato dalla ragazza, tranne che mi parlasse del sjug.

Oppure zhoug, o סחוג, o anche سَحاوِق. Insomma, quella salsetta di coriandolo e peperoncini verdi che dieci giorni fa ho finito per comprare alla Fiera vegana, quella volta che ci facevo la commessa per caso. Aiutavo un amico, quando un tipo israeliano che conoscevo da un esperimento fallito di socializzazione si era fermato davanti a me, meravigliato di vedermi. Io, d’altronde, ero stupefatta: che ci faceva lui, in mezzo alla gente erbivora?

“Sono venuto a trovare il ragazzo della bancarella in fondo, lo vedi? Vende una salsa che mi piace molto”.

Era tornato da me, il tempo di farmi venire l’acquolina in bocca, col barattolo dal contenuto verde e la scritta “sjug”, che lui pronunciava senza la j.

“Come il sugo italiano!” avevo provato a dire.

Lui, che aveva vissuto molto tempo in Italia, mi aveva fatto un sorriso di commiserazione ed era sparito. In effetti quella sera, a casa, dopo aver intinto un pezzetto di pane in quel laghetto smeraldo, avevo cominciato a sputare fuoco e fiamme. Neanche certi sughi calabresi arrivano a quei livelli! (E poi, a dirla tutta, questa cremina piccante viene considerata il pesto mediorientale, mentre un cugino più evidente della salsa di pomodoro è il “tuco” argentino!)

L’altro ieri, dunque, alla cena egiziana di Abrazo Cultural, la donna della coppia di invitati californiani – lui bianco e allampanato, lei bassina e con la pelle ambrata, forse di origine indiana – mi ha chiesto proprio se alla fiera, che avevo appena nominato, avessi notato il tipo che vende il sjug. Anche lei, che su Netflix segue una roba che si chiama Taco Chronicles, all’evento ci va un po’ perché è vegano il marito, e un po’ per comprare l’ormai mitico sugo. Al che mi sono detta: vuoi vedere che sono l’unica che ne abbia ignorato l’esistenza fino ad ora? Sia del bancarellaro, che della salsa.

“Adesso sono confusa” ho confessato “di dov’è, ‘sto comesichiama?”.

Prima di rispondermi, la tipa si è consultata col marito su come si dicesse in spagnolo – la lingua che stavamo usando – quello che voleva esprimermi.

“È una domanda politica, la tua” ha replicato lui al posto suo.

“Qualcuno ti dirà che è palestinese” gli ha fatto eco lei “e qualcun altro, che è israeliano”.

Dunque, parallela alla guerra cruenta che già conosciamo, se ne stava sviluppando un’altra, sotterranea, sull’origine di vari piatti, tra cui il sjug. Avrei scoperto dopo che la pietanza è originaria dello Yemen, di cui ora conosciamo, o meglio ignoriamo, solo la recente guerra che condanna alla fame migliaia di bambini. Di tutto questo, io non sapevo un bel niente.

Eppure era politica l’intera cena egizia, pure vegana tra l’altro. Il giovanissimo cuoco, che vi ho già presentato qui, ci ha spiegato prima cosa significasse essere gay in Egitto – tra i nomi che ha fatto ne valga uno: Zaky –  poi si è esibito in un assortimento di legumi cucinati in vario modo: lenticchie stufate con carote, fave nel loro sughetto, e certe foglie che ricordavano gli spinaci, ma erano più saporite. Il tutto accompagnato da riso in bianco e succhi di frutta. Infine ci ha servito una sorta di budino con l’amido di mais, un dolcetto farinoso con disseminati sopra dei pistacchi, e del molto forte, che non mi avrebbe fatto dormire la notte successiva.

“Dovresti mettere anche tu una bancarella alla Fiera vegana!” ho proposto a Mahmood.

Ha detto che ci pensa, tanto il tempo non gli manca. Sta aspettando che lo Stato spagnolo gli conceda il diritto d’asilo nonostante gli accordi di Dublino, sulla base di una doppia discriminazione: in Egitto come omosessuale, e nel primo paese europeo d’accoglienza (la Romania) come “terrorista”. Proprio così. Gliel’hanno urlato un vecchietto in bus, e una professoressa di francese, mentre i primi amici che era riuscito a conoscere avevano deciso più diplomaticamente di evitarlo. Qui a Barcellona deve andare ogni sei mesi in commissariato, per vedere se è arrivato il sospirato vistiplau. Tra una visita e l’altra, manco a dirlo, vive una vita un po’ sospesa, come la sua richiesta d’accoglienza.

Degli aneddoti che mi ha raccontato, mi è piaciuto tanto quello della zia che durante il Ramadan, mentre lui pregava più per abitudine che per convinzione, si era messa a urlare perché gli aveva sgamato i WhatsApp del fidanzato: Rouhi, c’era scritto. Chi era quel ragazzo che chiamava suo nipote “Anima mia”?

Allora, visto che a quanto pare non puoi rivolgere la parola a uno che sta pregando, lui aveva cacciato una devozione infinita, e per un tempo spropositato! Dopodiché si era rassegnato a dare spiegazioni, e a casa l’avevano presa più o meno bene. Più o meno.

Dell’Egitto gli manca il dialetto, e le cene post-digiuno con piatti propri, diversi da quelli mediorientali: il sjug, per esempio, non è contemplato.

Devo abbinare questa salsa contesa a piatti miei, in una vera e propria cena “anema e sugo”, magari con quel pane buonissimo che Mahmood ha servito a tavola: quello che con nome greco chiamiamo pita, ma alla fine la mangiano in mezzo Mediterraneo. Per raccogliere il cibo ne stacchi un pezzetto e lo apri “a orecchio di gatto” (sic), così ti diventa una via di mezzo tra un cucchiaio e una vera e propria scarpetta di pane.

Vorrei essere più brava, in operazioni così.

A volte ci sono tante di quelle cose da raccogliere, che ne lasci sempre qualcuna dietro.

 

 

 

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“You what, mate?” (dichiarazioni a caldo del leader della band)

Del laboratorio di scrittura di ieri non vi dirò le cose belle, tante: gli esercizi a sorpresa, i confronti sulla struttura dei personaggi, gli abbracci finali e l’aperitivo improvvisato.

Vi dirò di quando a corso finito sono andata a fare pipì, e ho ricordato. Un annetto fa ero nella stessa posizione poco nobile, ma necessaria, e sempre nel bagno della Libreria italiana Le Nuvole. Solo che allora ero alla presentazione di un libro, ed ero scocciata perché avevo anche un altro impegno: gente che stimavo poco, nota anche al mio ex che già era in marcia, aveva organizzato un evento di beneficenza a cui avrebbero partecipato anche… chi avrebbe partecipato all’evento a cui ero condannata ad assistere?

“Il mio ex e le teste di cazzo!” riassunsi all’improvviso, alzando la voce come se fossi su uno scenario.

In quel momento capii che avevo creato il nome perfetto per una band. Immaginatevi, che so, Pippo Baudo – ormai a Sanremo sono tornati tutti – che dal palco dell’Ariston fa un grazioso preambolo su questo gruppo formatosi a Barcellona, dal nome italiano ma dallo spirito… boh, Pippo Baudo s’inventerà qualcosa di sicuro, e poi concluderà: “Un bell’applauso per… Il mio ex e le teste di cazzooo!”. In inglese poi suona benissimo, fa quasi rima: “My Ex and the Dickheads!”.

(In caso voleste formare davvero la band, non sottovalutate nei testi l’assonanza con xiquets, “ragazzuoli” in catalano…)

Tutta questa… minchiata per dirvi che la rabbia, ogni tanto, non genera mostri. E vi perdono se non siete entusiasti quanto me, dell’esito di quella visitina al bagno de Le Nuvole di un anno fa. Però, oh, almeno su questo mettiamoci d’accordo: capisco l’aspirazione a moderare i toni (ma sempre?), a rispettare le opinioni altrui (ma tutte?), tuttavia nel nostro paese, “piagato” in tutti i sensi, sottovalutiamo il potenziale della rabbia.

Qua in Catalogna, alle manifestazioni, cantano: “Chi semina miseria, raccoglie rabbia!”.

E a me sembra più che legittimo. Qualche giorno fa ho offerto tarallucci e vino agli inquilini, perché mi avevano aiutato a spostare un divano, e alla fine, visto che a ubriacarmi basta anche solo un ditale di rosso, ero talmente ciucca che ho fatto una cosa davvero blasfema, nel senso laico del termine: parlando di un libro che leggevo sull’inqualificabile SS Irma Grese, ne ho anagrammato per sbaglio il cognome e ne è venuto fuori “Irma Segre”! Roba che Fraulein Grese, ovviamente indegna di questo onore, non avrebbe aspettato il tribunale militare inglese e si sarebbe impiccata da sola, senza che il mondo piangesse troppo per questo.

Allora ho pensato a questo bellissimo intervento di Liliana Segre al Parlamento Europeo, che mi scuserete se non guardo di nuovo con voi, ma mi viene da piangere. Senza un reale “volemose bene”, e con il solo scopo di fare il suo perché non accada mai più, la senatrice della repubblica parla dell’unica cosa importante: non certo i suoi aguzzini, ma la voglia di vivere “nonostante tutto” che dobbiamo avere anche oggi, in questi tempi di mortificazioni e lavori umilianti.

Mi sembra perfetto. Ma trovo legittima anche un’altra reazione all’orrore: quella del superstite francese assunto da un giornalista per intervistare proprio Irma Grese, che invece di starsene buono a tradurre le spiegò per filo e per segno quello che pensava di lei, per poi chiederle “Perché l’hai fatto?”. E lei: “Perché era nostro dovere”. A questa personcina così ligia e compita, la sopravvissuta Batsheva Dagan dedicò poi una lettera aperta, pubblicata il 29 ottobre del 1945 su The Palestine Post (lassamme sta’). La missiva aveva poco a che vedere con inni alla vita nonostante tutto, e ne traduco un pezzettino:

Invochi le attenuanti ora che sei a giudizio. Gli occhi del mondo sono fissi su Lüneburg, in attesa della sentenza. Ma le tue vittime ti hanno già giudicata. Ti condanniamo a vivere e soffrire come noi, e non rivedere mai la luce della libertà.

Amen.

Concludo con una signora messicana che vi sfido a guardare negli occhi, prima di dirle che deve perdonare e rassegnarsi perché il Vangelo cos’. Anche a lei ingiungono di moderare i toni e non distruggere arredamento urbano per protestare, cosa che in linea di massima mi troverebbe anche d’accordo. Però, vedete, ha perso sua figlia, uccisa come altre, e sa che altre ne uccideranno: sarebbe auspicabile, dunque, unire la rabbia e canalizzarla in iniziative valide, per evitare che succeda di nuovo.

Se non tanto capite lo spagnolo messicano, sostituite “pinche” con “cazzo”, e più o meno vi fate un’idea.

 

(Questo è un bonus.)

 

Un altro regalo di compleanno

Dio, come odiavo la domanda: “E per il resto, come va?”.

“Il resto” era tutto quello che esulava dal mio problema del momento. Per giunta, intorno ai vent’anni, la domanda mi era rivolta proprio da ragazzi che erano, appunto, parte del problema. Ok, lo ammetto, spesso erano l’intero problema.

Io rimanevo sempre un po’ stupita: non concepivo altra vita al di là della preoccupazione di turno, che il più delle volte concerneva la mia situazione sentimentale. Lo so, questo particolare era di un femminismo inaudito.

Posso dire a mia discolpa che, in seguito, non mi è successo solo con questioni amorose: se qualcosa andava storto nella mia vita, non riuscivo a godermi nient’altro. Furbissima! Invece, oggi sono una fan di Bertrand Russell, o almeno del suo segreto per non invecchiare (una questione che ultimamente mi sta a cuore):

Più sono le cose alle quali un uomo si interessa, e maggiori occasioni di felicità egli ha, e tanto meno è in balia del destino, poiché se perde una cosa può ripiegare su di un’altra.

Yes, sir! Allora, fedele al proposito di coltivare più interessi, tre giorni fa sono andata a vedere questo documentario: riguarda le donne che ci puliscono le case e si occupano dei nostri anziani, e che per farlo hanno lasciato “metà del loro cuore” nei paesi di origine. Nel caso catalano, intuirete che si tratta spesso di donne latine. Una di loro, nel dibattito seguito alla proiezione, ha sfottuto un po’ la classica femminista bianca che alza la mano e sostiene che siamo tutte uguali: “Cosa sono queste differenziazioni per classe sociale o per origine?”. La risposta è stata semplice: “Se non capisci che non siamo uguali, che tu hai maggiore accessibilità al lavoro, alla burocrazia, all’approvazione sociale, abbiamo un problema”. E se c’è un problema che non voglio avere, è quello di non riconoscere i miei privilegi, o di non… condividerli (nozione che ho appreso da un’altra intervenuta alla conferenza).

Il giorno dopo, invece, sono andata a sentire un ragazzo egiziano che ha chiesto lo status di rifugiato perché gay – viene subito in mente una triste notizia di cronaca – che si muoveva in direzione opposta a quella delle collaboratrici domestiche. “Avete un amico come me?” ha esordito, con la domanda che dava il titolo alla conferenza. In che senso, mi sono chiesta a mia volta. Un egiziano gay ventiduenne mi mancava, specie con quell’inglese americano che mi faceva sospettare che non venisse proprio da una famiglia di mendicanti. Il suo obiettivo, però, era di farsi vedere da noi solo “come una persona”, operazione che io provo a decostruire da quasi vent’anni: a ben vedere, quelli che separano la mia età dalla sua. A un certo punto ho provato a suggerirgli che noi emigranti per scelta potevamo dare un aiuto ai rifugiati a partire dalle difficoltà condivise (senso di estraniamento, problemi burocratici e di alloggio…), ma per individuare i punti in comune dobbiamo essere consapevoli delle differenze, tra cui il privilegio di non essere dovuti fuggire dal nostro paese per una questione, letteralmente, di vita o di morte. Lui allora ha replicato gentile:

“Ho notato che sei molto attenta a non fare commenti o domande offensive nei miei confronti. Purtroppo, quest’atteggiamento è controproducente, e ci allontana, invece di aiutarci a vedere le nostre similitudini”.

A quel punto, la presidentessa dell’associazione che organizzava l’evento è intervenuta sugli stessi toni: ha colto l’occasione del mio intervento per sottolineare che la condiscendenza verso i rifugiati non è un buon punto di partenza per un dialogo reale, che ci faccia vedere “quanto siamo simili”. Allora ho riportato le conclusioni della conferenza del giorno prima, su quanto sia pericoloso ritenere di essere tutti uguali, se non lo si è. Soprattutto, ho chiesto al conferenziere: “Cosa ti fa pensare che io abbia paura di offenderti?”.

Il ragazzo mi ha risposto: “Mentre parlavi, a un certo punto sei stata reticente a chiedermi se avessi bisogno del Nie“.

Ok, tutto chiaro allora: era stato un equivoco bello e buono! La mia “domanda” non era reticente, ma dettata da pura ignoranza. Avevo detto testuali parole: “Non so se tu, come rifugiato, abbia bisogno del Nie o del Tie“. La lettera iniziale cambia tutto: il primo è l’unico documento richiesto ai membri dell’Unione Europea. Il Tie è generalmente per extracomunitari. Dunque, la mia esitazione era dettata dalla confusione generale in materia burocratica, non certo dalla paura di fare domande scomode!

Quindi, chi faceva supposizioni azzardate su chi?

Ha ragione Bertrand Russell, dobbiamo avere tanti interessi. Tra le conseguenze di questa sana abitudine, c’è quella di scoprire una volta di più:

  • quanto poco conosciamo delle persone, e delle intenzioni dietro i loro gesti;
  • quanto siamo disposti a rimediare a tale lacuna con la nostra fantasia.

Per il resto, però, va tutto bene.

Un bel regalo che mi hanno fatto

La prima è che è bello avere l’amica che si fida troppo di te.

Infatti ha accolto incredula, mentre già lasciava il bar per il meritato riposo, la mia battuta sconsolata sulle trentanove candeline (mai soffiate e neanche comprate, ovviamente).

“Proprio da te, queste cose non me le aspetto”.

“Da te”: da una femminista, che si lamenta del tempo che passa. Più che altro, in realtà, mi chiedevo dove fosse finito: cosa ho combinato negli ultimi vent’anni, che a conti fatti mi hanno vista a tutti gli effetti “adulta e vaccinata”?

“E dai che ne hai fatte, di cose”.

Vero. Ma in quel momento, sommo errore, pensavo solo a quelle che non sono riuscita a fare. “Non sempre si avanza in tutto” ha argomentato l’amica, prima di andare a concedersi il sonno ristoratore che aveva rimandato per amor mio. Non si avanza in tutti i progetti insieme. In certe questioni, però, ho fatto progressi.

Una volta lessi su una rivista di psicologia che un metodo vincente per risolvere una situazione complicata era guardarla attraverso gli occhi di una persona amica.

Ecco, io lo sperpetuo del mio compleanno ho avuto modo di guardarlo così: attraverso gli occhi di un po’ di gente. E mi sono resa conto, ancora una volta, che hai voglia di sbatterti a invitare a destra e a manca, a proporre soluzioni o cambiamenti di orario perché ce la facciano tutti: la presenza dell’amica pendolare dipenderà dal treno, e dall’orario in cui gli alunni la rilasceranno; l’inquilino scozzese che ha lo scambio linguistico di spagnolo passerà solo se si sarà stancato di dover stare a indovinare i generi delle parole (el chocolate o la chocolate?). Il tuo preoccuparsi o meno non cambierà di una virgola queste situazioni, tanto vale…

Soprattutto, mi sono ricordata quello che pure ho imparato poco tempo fa: quando punti esattamente a quello che vuoi, invece che a contentini e succedanei, spesso lo ottieni. Magari non come e quando lo immaginavi, ma lo ottieni.

Quindi, la classica ansia da “Sono-tre-giorni-che-non-visualizza-l’-invito” può essere annullata da un messaggio inaspettato: “Sei a casa? Ho qualcosa per te”. Qualcosa: una pianta, un classicone femminista (già comprato a Manchester, ma lasciato chissà in quale casa), dei cioccolatini cari. Non vegani, ma vaglielo a spiegare, quando calcoli che avrà speso quello che per le sue finanze sarebbe l’equivalente di duecento euro per le tue.

Sì, è stato un bel compleanno, e la cosa più bella è stata non essermi mai fermata a pensarci, a giudicare la giornata, a decidere se stesse andando bene o male.

Forse è l’unico modo di vivere i giorni.