Archivi per la categoria: Fate come lei
A imperitura memoria

Ciao! Questo è il solito post in cui vi invito a non sprecare troppo tempo in una cosa inutile, però stavolta c’è un colpo di scena. E pure un esempio, che deciderete voi se leggere o no.

Vedete, a Barcellona un mio amico molto nordico inizia ora una relazione con una “lokal”, e l’ho avvertito sulle possibili sfide di certe differenze culturali, che a volte portano a divergenze politiche (e sull’argomento ci ho scritto un romanzo, perché qualcosina ne so).

Il mio avvertimento/spoiler conteneva forse un pregiudizio su guiri e lokalz? Spero di no. Non ho detto in nessun momento: “Andrà a finire di sicuro così”. Ho solo precisato: “Se andasse a finire così, saprai cosa aspettarti e supererai meglio il problema”.

Ebbene, abbiamo discusso un’ora, l’amico è andato un po’ in ansia e io, oltre ad aver perso sessanta minuti che non riavrò mai, sono passata per la pettegola prevenuta che non si fa i fatti suoi. Quindi il mio consiglio stavolta è: se ci tenete all’amico perdetecelo, ‘sto tempo! Ma che non sia un’ora, cavolo. Gli aiuti non richiesti possono risultare odiosi e poco utili, oltre a sprecare le energie di chi li elargisce. A quel punto io metterei giusto la pulce nell’orecchio, e poi l’amico deciderà se alimentarla o meno: in fondo la vita è sua!

Una delle grandi svolte della mia, di vita, è stata quando ho smesso di voler controllare le esistenze altrui.

Qui finisce il post e comincia l’esempio (nooo, l’esempio no!). Proseguite solo se siete in vena di immergervi in un pezzo di cultura napoletana. Siete ancora lì? Bene, cominciamo!

Prendiamo il signore “sceso dalla Val Brembana” (semicit.) che con accento lombardo mi chiedeva, all’uscita della trattoria Da Nennella, se ormai fossero in chiusura: in fondo erano le due del pomeriggio! Inutile dirvi che quel signore veniva subito segnato come “Fuffi” nella lista d’attesa del mitico Ciro.

Mettiamo che Fuffi venga da noi e ci dica: “Sai? Ho conosciuto una tale Mariarca, detta ‘a Pulitona, che mi piace molto. Vive proprio ai Quartieri, dove lavora quel signore un po’ nervoso che mi chiama Fuffi. Non so in cosa sia laureata, anche se mi sembra che lavori nell’hi-tech, però vorrei approfondire la conoscenza: ho pensato quindi di andarci insieme a un apericena con finger food, poi a una rassegna di Kiarostami“.

Capirete che, per amore di Fuffi, potremmo anche prenderci la briga di precisare: “Magari hai capito tutto di Mariarca, Fuffi, ma metti che invece organizza i pullman per la Madonna dell’Arco, e a Kiarostami preferisce Maria Nazionale! E qualcosa mi dice che la grotta del suo presepe ha la vista sul Golfo di Napoli…”.

A quel punto Fuffi, che è una personcina un po’ ansiogena, potrebbe interromperci: “Grazie ma non voglio sapere tutte queste cose! Preferisco che sia una scoperta quotidiana, sai? Conoscersi a poco a poco, assaporarsi piano come un marron glacé…”.

E noi ci sentiamo un po’ scassagonadi e un po’ “capere”, cioè gente che non si fa i fatti suoi. Avremmo dovuto tacere? Forse. Però cavolo, mettiamo che Mariarca sentendo nominare Kiarostami sbraiti: “Come? ‘Ccà aro’ stamme?’. E si nun ‘o saje tu…”. Oppure commenti il finger food con frasi tipo: “Gli uomini da me vogliono solo una cosa: ‘a marenna p’ ‘a fatica!”. In tal caso io spero che Fuffi e Mariarca si sposino comunque di lì a un anno, e si trasferiscano insieme in Val Brembana, o sul presepe con vista sul Golfo di Napoli (che tanto è in scala 1:1). Forse, però, quella parolina che abbiamo detto a suo tempo al nostro Fuffi potrebbe propiziare il felice esito!

Quindi sì, facciamoci i fatti nostri che è sempre meglio, e soprattutto smettiamola coi pregiudizi: per esempio, l’intramontabile Mariarca è un mito a sé stante, e “le donne di Napoli” sono un mondo variegato, come tutte le donne.

Ma inso’, c’è una regola che vale anche per Fuffi: più ne sappiamo di una situazione/località/cultura, e meglio è.

Specie se siamo capaci in ogni momento di prendere ciò che crediamo di sapere, metterlo da parte e lasciarci stupire dalle cose, per come sono davvero.

(La mia prima Mariarca. In memoria di Loredana Simioli, che ci manca).

Una frase che mi è piaciuta di Niente di vero è: “Le coppie – di qualunque cosa si tratti – smettono di esistere, le persone no”.

Mia madre potrebbe rilanciare con una massima risolutiva che mi sparò al telefono quasi dieci anni fa: “Se uno non ti vuole, che te ne frega se vede un’altra o entra in convento? Resta il fatto che non vuole te”.

Oggi il “muso ispiratore” di Sam è tornato nei boschi aveva un appuntamento. Gli ho chiesto di avvisarmi, perché sarebbe successo: l’ha fatto. Gli ho detto che probabilmente l’avrei presa bene: l’ho fatto.

È da dicembre che ci siamo detti che proprio non andava. Lui per sua ammissione ha avuto per me la classica cotta adolescenziale, con quindici anni di ritardo: il genere di sentimento che evapora appena ti accorgi che dopo i briiividiii l’amore è, soprattutto, lavoro. Io, più che altro, sono stanca, e questo a volte è più risolutivo di un cambio di sentimenti.

Mi dispiace di non essere cresciuta in un’epoca in cui il poliamore fosse un’alternativa da prendere in considerazione. Pure io che a suo tempo ho fatto disperare più di un “fidanzatino” con le mie idee liberali, non concepivo l’opzione di portare avanti più relazioni amorose allo stesso tempo. Non credevo fosse possibile. Ora so che è possibilissimo, e pure che non fa per me.

Però ho capito una cosa: l’importante è la relazione che instauri con una persona. I sentimenti non si scelgono, i legami sì.

Questo ho detto al mio ex mentre mi parlava della nuova fiamma: io e lui ci siamo ritrovati a convivere costretti dalla pandemia, dopo che la nostra, di “flambata”, si era infranta contro i suoi compiti arretrati con l’età adulta. È stato da lì che abbiamo costruito il vero rapporto: più lontano dai suoi entusiasmi adolescenziali e più vicino al sovrumano compito, come dice Sam nel libro, di imparare a rivolgermi la parola al mattino.

Perché i sentimenti non si scelgono, i legami sì.

È per questo che, nella mia famiglia allargata, ci sono persone che per alcuni amici di Napoli non dovrei vedere mai più: mi dovrei offendere per il fatto che prima erano pazzi di me, e ora no. Ora mi vogliono bene.

Forse dovremmo capire che basare la nostra esistenza su un sentimento estemporaneo, spesso mutevole, è squalificante per il lavoro che impieghiamo nel costruire i rapporti.

L’unica eccezione che concedo a questo mio postulato è una sana e divertente cazzimma, alla Tony Tammaro.

Allora, visto che oggi piove, dedico questa al mio Sam con tanti auguri per l’appuntamento!

Uh, l’ultima volta è stata giusto un mese fa.

L’ultima volta che ho scritto sul blog, dico: vi invitavo a una presentazione. Una delle varie. Riprendo dopo un mese perché mi serviva una pausa, da tutto. Cosa ho imparato dal mio grand tour italiano?

Che i libri si vendono, pensate un po’. Sono prodotti come gli altri. È un’informazione ambigua che ci nascondiamo dai tempi di quel dignitario egizio che annoverava i papiri tra i beni materiali più preziosi in suo possesso: sono merce, si vende. Lo so, per me e per voi sono molto altro. Ma sono anche quello, e le case editrici sono aziende: dunque la ballerina ex GF vende più di me anche se non scrive per mestiere. E va bene così.

Una libraia a Monza mi ha suggerito di piazzare i miei romanzi come se fossero stati saponette, impalata all’ingresso a presentarmi ai clienti: dovevo convincere la gente che il mio prodotto era vincente. Non ha detto proprio così, ma il messaggio era quello. Taaac.

Io dico solo: perché essere multitasking per forza? È una trappola: io i libri li scrivo, la libraia taaac dovrebbe venderli. Meglio pensare all’amica che ha mollato tutto per venirmi a fare da relatrice al Salone del libro.

Per combattere in me la libraia, le piaghe ai piedi del Salone del libro, e la colica notturna che mi è venuta a Torino, adesso sto lavorando a quattro manoscritti. È uno sfogo, non so quanto durerà, e mi è consentito dal fatto che ogni manoscritto è a uno stadio differente: completo ma da rifinire, seconda revisione, prima bozza ma quasi finito, prima bozza ma appena iniziato. A volte li alterno.

Sento che questo è il mio mestiere. Lo svolgo ogni mattina, e ora ogni pomeriggio perché ho mandato al diavolo quel brutto corso di psicologia: troppi soldi per ciò che offriva in realtà. A volte mi è stato insinuato che non potevo definirmi una scrittrice, come una dilettante che spennella tele due volte al mese non si può considerare una pittrice. Io penso che potrei essere una pessima scrittrice, chissà, ma di certo non faccio altri mestieri, a ben vedere non faccio altro: è un privilegio, e un continuo vivere nella mia testa. “Vedo la gente personaggio!” (semicit).

Stamattina scrivevo in un bar col wifi: era il più autobiografico dei miei manoscritti. Dovevo spiegare perché, quando ascolto Mr. Brightside dei Killers, mi si accelera il respiro, mi porto una mano al petto e, se sto parlando con voi, vi sorrido con un po’ d’imbarazzo e spero di non urlare. Spoiler: c’entrano le circostanze in cui ho ascoltato la canzone per la prima volta (il corso di psicologia è servito a qualcosa!).

Sì, ma bando alle spiegazioni: come ve lo faccio sentire, tutto ciò? Come vi faccio entrare nella mia testa mentre sto avendo questo mini-attacco di panico?

Beh, rivivendolo io, che nel bar mi sono immedesimata in quel primo ascolto, e ci ho perso il respiro intanto che continuavo a battere sulla tastiera. Che è una novità recente: un manoscritto così lo scarabocchio prima su un quaderno, con la faccia che… bimba dell’Esorcista, scansate proprio.

Sarò riuscita, adesso, a rendere l’idea sul foglio Word? Questo me lo direte voi.

Niente paura, non cercherò di vendervi il risultato come se fosse una saponetta.

Salutando il barista molisano gli ho augurato buona giornata e buon lavoro.

Lui, che mi vede sempre in simbiosi col computer, ha risposto: “Buona giornata e buon lavoro anche a te”.

Ho sorriso: sì, buon lavoro. Il mio lavoro. Ci vuole ottimismo.

Sarà che sono Ms. Brightside.

Da Design Mag

Finalmente ho un bel davanzale anch’io!

Lo so, sono spassosissima, ma sul serio, è bastata un’occhiata alla finestra del salottino, stamane, per visualizzare un concetto che esprimo spesso: la mancanza, intesa come un vuoto da riempire meglio.

Vedete, per mesi la visione del mio davanzale è stata occlusa da un elemento radioattivo: le scarpe da ginnastica del compagno di quarantena! Che ieri è venuto a riprendersele per portarle in una stanza dove c’è più sole, più riscaldamento, e più spazio. Sono contenta per lui: qui da me è ospite fisso comunque, solo che non ci sovrapponiamo più negli spazi vitali, come succedeva per forza di cose durante il lockdown.

Così la visione del davanzale nudo mi ha restituito in un istante tutta l’assenza: il grigio polveroso dello spazio sgombero; la composta malinconia dell’unica pianta di rosmarino, che mi sa che è andata; la visione che mi aspettava in cucina dei fornelli immacolati, con la caffettiera riposta sulla mensola in alto.

Allo stesso tempo mi sono detta: uh, finalmente ho di nuovo un davanzale! Potrò metterci un’altra pianta, più resistente alle stagioni di Barcellona. Oppure lo lascio così, con la sua promessa di affacciare su un mondo che sia degno di una sbirciata.

Fatelo anche voi. Celebrate il vuoto, poi riempitelo di ciò che volete.

Oppure lasciatelo lì, nudo, a riempire voi.

Ok, quella di Sam non è proprio una storia vera.

Nel senso: di base lo è, ma non volevo che fosse la storia mia, o di colui che chiamo “il muso ispiratore” del romanzo.

È vero che la prima bozza mi ha fatto da salvagente quando “Sam” non sapevo neanche dove fosse, altro che boschi! Sapevo solo che lui sarebbe stato via per mesi interi, e che trovava normale non riuscire a prevedere quando sarebbe tornato: nel suo mondo fatto di assenze, era strano anche solo che ci fosse qualcuno ad aspettarlo.

Però ho questa teoria: quando si tratta di raccontare una storia nostra, il punto non siamo noi. Lo siamo quando si tratta di noi, della nostra felicità, delle priorità che dobbiamo tenere in mente.

Quando invece si tratta di condividere una storia con qualcun altro, a me piace parlare non solo di me, ma di tutto.

Sapete che i militari afflitti da stress post-traumatico rischiano di strangolare la moglie nel sonno, se quella li sfiora per sbaglio? Io l’ho scoperto con Homeland, insieme alle difficoltà sessuali che possono perdurare molto dopo il ritorno dalla guerra.

Sapete che la maggior parte delle allucinazioni è uditiva? Questo mica ce l’avevo chiaro: quando è capitato a me, di accudire qualcuno che “sentisse una voce”, ho dato subito per scontato che l’allucinato potesse anche… vedere la persona che gli stava urlando in testa.

Infine, come dicevo altrove, c’è una parola per designare i senzatetto, ma non esiste il contrario: come si definisce chi un tetto ce l’ha? Forse ho cercato male io, ma il dizionario dei sinonimi e contrari non mi aiuta.

La storia vera che ha ispirato Sam è tornato nei boschi mi ha insegnato quante cose, dopo anni di lavoro su di me e sul mondo, davo ancora per scontate.

Spero che vogliate scoprirle anche voi.

(La colonna sonora della prima bozza di Sam, imposta dal cantante di strada fuori al portone!)

La gente rimasta in Italia a portare avanti le mie cause mi dice: manchi da troppo.

Se fossi lì, capirei i compromessi “che si devono fare”. Compromessi che vanno, per intenderci, nella direzione di chi proponeva una statua di Destà accanto a quella del suo padrone, e adesso si muovono nella direzione di citare autori ucraini accanto a quelli russi.

Dalle pubblicazioni che lasciano spazio proprio a tutte, ai richiami continui al dialogo (con chiunque?), l’idea sembra essere: meglio far sentire comunque la nostra voce, se no vincono loro.

Una scelta argomentata, che ha senso. Noto che a non condividerla sono spesso quelle che, come me, hanno trovato fuori dall’Italia altri ambienti di lotta, che in contesti non troppo dissimili da un paese cattolico con l’economia precaria hanno scoperto che più pretendi e più ottieni. Di solito pretendi mille per ottenere cento. Per dirne una: il sindacato che in Catalogna si batte per il diritto alla casa iniziò richiedendo, tra le altre cose, che le spese di agenzia fossero condivise tra chi possedeva la casa e chi la prendeva in affitto. Un anno dopo, già chiedevano che l’onere di quelle spese toccasse solo alla prima categoria. Ce l’hanno fatta? Nah, e non sarei neanche stata d’accordo. Però ‘ste capetoste hanno contribuito all’istituzione di un indice ufficiale per gli affitti, che diverse agenzie stanno rispettando. Dice, ottimo, ma un po’ poco per la rivoluzione che si prefissavano.

Pensate se non chiedevano neanche quello, e si lasciavano abbindolare da chi fingeva di ascoltare tutte le campane.

Perché loro fingono, non illudetevi. E forse, piuttosto che tornare in Italia a rischiare il “meglio che niente”, la cosa migliore che possiamo fare noi espatriate è dimostrare, ricordare, ripetere, che un altro mo(n)do è possibile.

Perché altrove, con tutti i limiti, esiste già.

Sentite, magari il mio migliore amico se l’è inventato, ma una volta se ne uscì che, a Pearl Harbor, i cuochi che meno soffrirono di stress post-traumatico furono quelli che lanciarono patate agli aerei giapponesi.

Fedeli a questa leggenda, in casa mia stiamo “lanciando patate”, cioè stiamo facendo cose che non contano granché nell’economia del cosmo, ma ci aiutano a sentirci utili. Per esempio, ci stiamo occupando delle visite al veterinario di questa gattina. Lascia che, quando discutiamo i dettagli col suo umano preferito, ci sentiamo rispondere che non ci sta con la testa, facessimo noi: al contrario di lui, noi non abbiamo mai avuto “i russi in città”, non in quel senso lì.

Sì, nel mio paese d’origine ci sono tante di quelle migranti che la Pasqua ortodossa si festeggia nella piazza principale, e la prole di queste signore mi fa sentire una nanerottola fin da quando va al ginnasio!

Nella mia città d’adozione, invece, stanno cancellando le prenotazioni in un ristorante che offre sottaceti fantastici: ma niente, prenotazioni cancellate anche se il tipo che serve ai tavoli (sospetto sia il co-proprietario) parla catalano e ha un figlioletto che si chiama Oriol. Ok.

Noi, intanto, lanciamo patate. Portiamo la gattina al veterinario, mangiamo i fantastici sottaceti. Per chi potesse fare di più, le iniziative si moltiplicano: portare generi di prima necessità, o anche ospitare mamme ucraine con prole al seguito (e nel vostro caso verranno proprio loro, non un senzatetto un po’ despota di nome Cri).

Poi, adesso che Sam arriva in libreria, scoprirete quanto quel rompipalle ami Dostoevskij.

(Make pasta e patane, not war!)

La soddisfazione di Archie, dopo che mi ha fatto trottare tutta la sera

Ciò che mi prefiggo: cambiare la lettierina ad Archie e correre un po’ prima di cena.

Ciò che accade: la bustina che ho usato per la lettiera scoppia. Il contenuto si rovescia sul pavimento. Prendo scopa, mocho e secchio, e scendo apposta a buttare il tutto. Risalgo giusto in tempo per vedere Archie che inaugura la nuova lettierina. Mi tocca scendere di nuovo con una bustina di quelle per i cani.

Risultato: riesco a stare sul tapis roulant solo quindici minuti, inclinazione 12, procurandomi un dolore su tutto il lato destro della pancia. Siccome questo disturbo va e viene da un po’, vado alla mia ASL barcellonese (che si chiama CAP) a chiedere un appuntamento dal medico. Me lo danno per il 28 marzo.

Come lo chiamiamo, circolo vizioso? Autostrada per l’inferno? Non saprei. So solo che all’inizio di tutta l’operazione ero stanca e distratta, quindi ho usato una busta troppo piccola, che quindi si è rotta, e quindi…

Ce n’è un altro, di circolo, ma è virtuoso: ne ho già parlato, consiste nel fare almeno un po’, e il più possibile, ciò che ci piace. Aiuta a digerire molto meglio i circoli viziosi di cui sopra! Adesso sono alle prese con le bozze di Sam e col nuovo saggio di fine corso per il master: due attività che mi fanno digerire anche la nuova nomina a rappresentante di condominio, con l’amministratrice che mi invia le ricevute da firmare e scannerizzare proprio mentre scendevo a fare la spesa.

Devo ripetere ciò che diceva Martin Seligman: il nostro cervello è rimasto all’era glaciale. Inutile concentrarci sul passato o “vivere il presente” a tutti i costi, se la tendenza umana è quella di imparanoiarci sul futuro. Sarà meglio agire su quello, procurarci gli strumenti per gestirlo. E se creiamo il circolo virtuoso di fare il più possibile ciò che ci piace, riesce tutto molto meglio.

Confesso che mi funziona meglio con la lettiera di Archie che con gli esseri umani, specie quando scoppiano le pandemie o si scongiura (forse) la terza guerra mondiale. Ma coi miei simili ho capito che basta imparare due cose:

  • l’unica vita che possiamo cambiare senza smadonnare troppo è la nostra (che non significa che dobbiamo “accettare gli altri per come sono”: esistono i compromessi e, in caso, le ritirate strategiche);
  • bisogna chiedere alle persone solo quello che ci possono dare.

Dalla posta del cuore è tutto, che Archie è appena entrato nella lettiera: meno male che il futuro non mi spaventa!

Rachel Brice - Alchetron, The Free Social Encyclopedia
La mia “prof.” di danza, da alchetron.com

Mi fa paura scriverlo, ma in questi momenti critici ho il lusso di stare bene, perché ho anche l’altro lusso, che è la chiave, di fare ciò che più voglio al mondo.

Nel mio caso è scrivere, ed è un privilegio incredibile, il fatto che possa dedicarmi solo a questo. Un tipo che mi ha ispirato un certo libro sta cercando di conciliare la stesura della sua autobiografia con la necessità di mangiare: adesso proverà la strada del lavoro part-time, che gli consenta di affittare almeno una stanzetta. È una precarietà difficile da accettare, per lui che viene da un paese in cui a trent’anni hai un lavoro fisso e due figli. Ma lui ritiene ancora più difficile passare una vita ad avere qualcosa che non vuole (tipo un lavoro fisso e due figli), mentre ciò che cerca davvero è una stabilità emotiva. Decliniamoci ciò che desideriamo in termini che abbiano un senso per noi.

Fare ciò che vogliamo non dovrebbe essere un privilegio, ma ho notato che ci sono molte esperienze che, con qualche accorgimento, possiamo viverci anche senza rimandarle a quando avremo più tempo o soldi. Uno dei ragazzi senzatetto che ospitavo nei mesi scorsi è tornato in strada, nonostante le opzioni di alloggio e lavoro che gli sono state presentate (soffre di ansia, e la salute mentale non è ancora gratuita). Mi sa che non ha neanche il coraggio di chiedere l’elemosina. Però ama leggere e non ha mai smesso, nonostante tutto: lo ammiro, perché io al suo posto starei già bestemmiando in trecento lingue diverse, altro che centellinarmi Proust!

Nei limiti del possibile, dunque, dedicatevi a ciò che vi fa stare meglio, fossero anche cinque minuti di danza del ventre! (Sul serio, mi sono iscritta a una scuola online di fusion: ogni volta che alzo un piede da terra viene Archie ad azzannarmelo…). Diceva Watzlawick che il più piccolo dei cambiamenti influisce su un intero sistema.

E fare ogni giorno, almeno un po’, la più accessibile delle cose che amiamo, cambia davvero il quadro.

(Presto mi vedrete ballare proprio così. Sì).

Annunciazione, annunciazione!

Ho finito di scrivere la storia di Angelina.

Sì, dopo quasi vent’anni passati a rimuginarci su, ho impiegato circa un mese a finire la prima stesura. Che a questo stadio è una ciofeca da brividi, ma per buttarci il sangue c’è tempo.

Intanto che scrivevo, è morta la persona che ha inserito questo tarlo nella mia vita. Almeno credo sia lui, a giudicare dai trafiletti che lo piangono: sindaco figlio di sindaco, originario del paese confinante col mio… Pure il cognome è quello che ricordavo. Mi sa che fu lui a telefonare a un mio amico, vent’anni fa, per raccontargli una di quelle storie d’amore che sembrano uscite da un melò, e che proseguono anche dopo la morte, magari non tanto per motivi romantici, quanto per contese cimiteriali!

Dai, non vi spoilero altro. Intanto, pensateci: una persona che mi ha cambiato la vita, e lo ha fatto solo raccontando una storia, è morta senza sapere nulla della mia esistenza.

L’altra volta parlavamo della mancanza di controllo che abbiamo sulle cose, e delle soluzioni che, a volte, arrivano da sole. Funziona anche in positivo, eh! A volte ci sbattiamo tanto per lasciare il segno, poi un gesto minimo cambia la vita a qualcuno, o comunque gliela rallegra.

Un tempo collaboravo con una specie di associazione: mi chiamavano donne che attraversavano un momento difficile. A una rimpatriata, una delle assistite lodò la gentilezza con cui, per telefono, l’avevo rassicurata sul suo caso, invogliandola a ricominciare. Io ricordo solo che al momento della chiamata ero a un corso universitario, e per uscire dall’aula avevo dovuto mandare all’aria un paio di zaini gettati lungo il percorso!

Quindi oh, fate cose belle, senza pensarci troppo. Magari vi ritrovate a cambiare la vita a una persona che non conoscerete mai.