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4 Truths You Need To Know About 'Sale' Items

Sono spacciata. M’ero dimenticata che qui a Barcellona la ricorrenza più importante è l’arrivo dei Magi: in molte case i regali si fanno il 6 gennaio, più che il 25 dicembre. Ergo, sono spacciata. Fuori casa ho le file che si snodano per cento metri, per comprare indumenti da grande magazzino che dureranno un anno esatto, oppure oggetti di elettronica che, comunque, tra un anno verranno sostituiti dalla nuova versione. Poi cominceranno i saldi.

Quanto a quelli, però, non ci serve niente, grazie: vengo già scontata. Nel senso che, specie durante le feste, il mio parco amici mi dà spesso per tale, tra allarmi rossi e appuntamenti annullati!

E vi assicuro che mi sento lusingata, in un certo senso: vuol dire che, scontata o meno, vengo percepita come un prodotto di qualità. Una… solida realtà, direbbe quella di Immobildream! Sono scontata nel senso che mi sono accorta che, nel “casa mia o casa tua” che quest’anno accompagnava non appuntamenti galanti, ma feste molto casalinghe da passare con famiglie meno tradizionali, quello con me era un incontro che si poteva “rimandare in un altro momento”, se un’urgenza chiamava altrove. Ribadisco: è una cosa buona almeno in un aspetto. La mia famiglia d’adozione mi percepisce come una roccia (e questo particolare la dice lunga sulla solidità degli altri membri…) e quindi sa che sarò ragionevole se una vicina dei diretti interessati ha la mamma col covid e vorrebbe sostegno proprio in Nochevieja (cioè, il 31), o se l’amica che voleva passeggiare a caccia di luminarie carine decide di avere troppo freddo per arrischiarsi a mettere il naso fuori.

Soprattutto, sanno tutti che io sono un’orsa, che è un modo divertente di porre la cosa: un altro più realistico (spero) è che me ne sto molto bene per conto mio. Quindi, se mi salta un appuntamento oppure ho passato un pomeriggio a sostenere un’amica in crisi, mi faccio due risate con l’horror paesano di Alex de la Iglesia e mi sento bene di nuovo.

Sì, il mio status di “persona scontata nella vita dei miei affetti” è una lusinga, ma allo stesso tempo è allarmante. Non tanto per me (che appunto so’ orsa) ma per gli affetti. Innanzitutto, perché dà ancora un’idea delle gerarchie presenti nei nostri vincoli. Non essendo io poliamorosa e non avendo parenti a Barcellona, sto parlando soprattutto di legami di amicizia. E nonostante i buoni propositi sull’abbattimento delle gerarchie relazionali, le “urgenze” si verificano soprattutto in relazioni amorose di vario tipo. Dunque in questi casi si corre a risolvere il problema e si parcheggia l’amica, “che tanto capirà”.

In secondo luogo, appunto: tutte ‘ste urgenze, sicuro che ne valgano la pena? Per quale motivo le montagne russe ci interessano più di una serata tranquilla tipo cena-musica-due chiacchiere, con una persona che amiamo? E non facciamo i banali, non sempre il giretto al luna park delle famose montagne russe prevede attività sessuali! Sarà che le iniezioni di adrenalina sono una droga che sembriamo disposti a spararci senza limiti, e il privilegio di rilassarsi e godersi una cenetta tranquilla, farcela “bastare” come se non potesse essere il massimo, è tutt’altro che scontato: anzi, ce lo godiamo solo quando ci diamo il permesso di farlo. Ma questo permesso, a volte, è più arduo da ottenere delle licenze abitative a Barcellona centro!

La monogamia seriale è questo, no? Passare da un giro di montagne russe a un altro, quando l’adrenalina iniziale lascia il posto al combo pizza-cinema, anche se in versione covid. Così come, se ti ritrovi per un tempo prolungato a parcheggiare un’amicizia (tanto è scontata…), forse non ti stai facendo un grande favore: la tua vita è uno stato di tensione continua, a volte piacevole e a volte no.

Come proposito di anno nuovo, quindi, direi che ci stia benissimo l’idea di dare per scontato che

  • gli affetti si coltivano, tutti;
  • da un po’ di tempo abbiamo già abbastanza stati di allarme per dovercene creare altri;
  • gli allarmi continui potrebbero indicarci che certi affetti non ne valgono la pena.

E comunque, quando vediamo che in una relazione di qualsiasi tipo ci resta più amarezza e tensione che altro, c’è una possibilità incredibile, inedita, originalissima: parcheggiare la relazione. Oppure trasformarla in una versione innocua, senza accanirci sull’esito che avremmo voluto e non si sta verificando.

Se non la date troppo per scontata (che a nessuno piace svendersi!), l’amica vi attende con una cenetta alla buona, una playlist di vostro gradimento, e una spalla su cui piangere. Anche se lei preferirebbe che su quella spalla vi ci addormentaste, magari dopo aver visto insieme l’ultimo episodio di Cobra Kai.

(Adesso sembra incredibile, ma nel 2020 succedeva anche questo. Curioso quanto nelle canzoni della parata ricorra la parola “il·lusió“.)

La presión cada vez más creciente sobre la estética y el cuerpo de las  mujeres – Mujeres para la Salud

Finalmente, grazie al lavoro di Gabriela Cistino (alias Unaelle) abbiamo una scheda completa in italiano sulla pressione estetica, un concetto fondamentale per capire la natura della discriminazione delle donne, e quella dei recenti moti collettivi di indignazione, che ancora vengono sminuiti come estemporanei e complottari. È normale, questa nazione non c’è abituata: ma le cose stanno cambiando 🙂 .

Per fortuna, per le istituzioni spagnole, questo tipo di pressione viene riconosciuto come una forma di violenza.

La bellezza ha tanti volti, ma quello che ci viene proposto è quasi sempre lo stesso. Proposto, e imposto: il messaggio dell’industria della bellezza è “Così come sei, non vai bene”. Una cosa è decidere così, perché ci va, di truccarci o depilarci o vestirci come più ci pare. Un’altra è che passino messaggi come:

“Devi truccarti se no sembri stanca, devi depilarti se no sembri una scimmia [ma povere scimmie!], devi mettere il tacco 12 anche quando fai la spesa perché la tua altezza non va bene. Non va mai bene niente, a meno che tu non ci dai i soldi per avvicinarti vagamente, e con riserva, a un ideale che non raggiungerai mai”.

Anzi, sapete che c’è? C’è un equivoco anche su questo: l’ideale di bellezza non è “irraggiungibile”, è proprio inutile. Zadie Smith ha dato un massimo di quindici minuti di tempo alla sua figlioletta per “farsi bella” (il figlio impiega due minuti e può fare altro). La pronta (e imbarazzante) risposta di un giornale di moda che campa anche della vendita di prodotti di bellezza spiega l’intera natura del problema.

Insomma, sono la prima a dire che può essere un gioco, ma sul serio, sappiamo bene quanto diventi un’imposizione: allora finiamo per dedicare tempo ed energie a qualcosa che non ne vale la pena, e in fin dei conti non ci serve per essere felici.

Ma bando alle ciance: vi lascio la scheda in italiano qui sotto, buona lettura!

Con Paquito. Barbarella, perdonami, che sono agli inizi

Ovviamente:

  • il mio pc aveva problemi di audio;
  • non riuscivo a connettermi alla diretta col telefonino;
  • il mio telefonino non riconosceva di essere in posizione orizzontale sul tripode flessibile che ho comprato per l’occasione (ben tre euro!): così ho stortigliato il tripode finché l’immagine non è sembrata quasi dritta (quasi, eh).

Alla fine, però, la prima presentazione di Una via dritta è andata, grazie a Paquito Catanzaro (che da novello Mastrota ha annunciato un 10% per chi nei prossimi giorni acquista il libro sul sito di Homo Scrivens, aggiungendo il codice “barcellona”). Ovviamente, è stata una presentazione molto più professionale di quelle pezzotte che ho fatto io. Prima di tutto perché Paquito, che è anche attore, mi ha spiegato che con la lampada giusto davanti alla faccia ottenevo un effetto Barbara D’Urso (e allora via a sparaflesciarmi!). E poi perché mi ha fatto piacere parlare di Irene, Marco e Tati adesso che li immagino in tutte le fasi di questo autunno caldo, che la pandemia ha reso flambé in poche occasioni, ma buone. Mi è piaciuta la domanda: “Cosa ti aspetti da questo libro?”. Perché la risposta più sincera che ho dato è stata: di vederlo nella mia libreria, e ricordare che dal brutto periodo che racconta sono uscita creando qualcosa.

È stato bello ricordarlo specie perché, dopo la presentazione, mi aspettava un brindisi per il coinquilino: sapete, quel tipaccio lì solo due obiettivi a breve termine teneva (un lavoro sicuro e un appartamentino tutto suo) e li ha realizzati nel giro di poche settimane! Mi dispiace per la buonanima di mia nonna, ma l’obiettivo che lei ha assegnato a me (semplicemente, il premio Nobel) è ancora lontanuccio.

Il coinquilino non ha voluto saperne del brindisi, perché dopo la cena georgiana che ha offerto a me e al compagno di quarantena voleva farsi un bicchierino di chacha. Però il compagno di quarantena e io non ci siamo pentiti di aver portato la bottiglia di cava, perché la utilizzeremo in un sontuoso risotto anni ’80!

Volevo dirvelo pure se all’apparenza non c’entra niente con la presentazione, perché una delle domande che ho apprezzato di Paquito è stata: “Cosa accomuna i protagonisti?”. Secondo me, è la ricerca di un posto al sole (e scatta subito la sigletta). Ed è quello che proviamo a fare noi: io e le storie che racconto, nonostante l’alienazione e la sensazione di essere più europea che italiana (e più napoletana di tutto il resto); il coinquilino che amava sia la ricerca che l’insegnamento, ma era frustrato dallo sfruttamento selvaggio che si accompagna a queste attività; il compagno di quarantena che, per il suo odio verso gli schermi, ha rinunciato a un lavoro al call center, e se ne andrà un paio di settimane come volontario in una fattoria.

“Una cosa che si fa quando si è più giovani, no?” ha commentato uno di quei tipi che hanno le idee molto chiare su cosa vogliono dalla vita, e la fortuna che si tratti di ciò che vogliono i più.

E invece no. Non ci sono regole fisse su cosa si voglia dalla vita in un certo periodo, e lo dice una che in fondo vuole cose molto simili alla maggioranza delle persone, ma finisce quasi sempre per sentirsi in sintonia con chi vuole altro.

Il coinquilino (che da domani avrà una casetta tutta sua) ha ben chiaro che non spenderà questi soldi per accendersi un mutuo o metter su famiglia, perché ha altre priorità.

Io lo dico sempre: non state a sentire quelli che “Volere è potere” a oltranza. “Non posso”, di fronte ai nostri sogni, può essere una grande verità. Ma la mia esperienza è che è sempre meglio sapere cosa vogliamo, anche se non abbiamo la possibilità di ottenerlo. Così la nostra mente trova scorciatoie, e a volte finiamo per avere qualcosa di simile, o addirittura di più appropriato rispetto al desiderio iniziale, spesso coniato in un momento diverso della nostra vita.

Fidiamoci di noi. Io mi volevo fidare di Irene, Marco e Tati, anche quando non sapevo dove mi avrebbero portato.

Adesso c’è da vedere fin dove sarò capace di portare me.

(Per chi se la fosse persa, ecco la presentazione)

Nessuna descrizione disponibile.

A volte mi sento assediata dal tempo.

Mi sento come se, delle mille cose che potevo fare e dei mille luoghi in cui potevo essere, delle tante persone che volevo conoscere, mi rimanesse un fazzoletto di vita che sembra ancora spazioso solo perché non se ne vede la fine, tanto è stretto e lungo: ma, se ti ci incammini, scopri che porta a un solo posto.

Questo pensiero è l’unica concessione “angosciata” che ho fatto alla quarantena, che altrimenti mi è parsa tranquilla e in fondo generosa: un’alternativa che avevo alla prospettiva di cadere malata, io che avevo pure la fortuna di non patirci la fame.

Ne parlavo ieri in spiaggia con un’amica: del privilegio di aver usato la quarantena per stabilire le mie priorità, di aver accettato quello che forse non farò mai, di aver accolto con gioia quello che posso fare ancora.

Vivo in un’epoca che è triste per molti e nera per tanti, ed empatizzo coi miei simili, io che a starvi a sentire sembro sempre starmene in disparte o prendervi in giro: osservo con curiosità le piccole cose che mi richiamano l’attenzione anche quando mi spaventano.

Venerdì scorso, per esempio, osservavo una camionetta della polizia in fiamme giusto al centro di Via Laietana, tra scoppi che avevo interpretato subito, forse a torto, come di proiettili ad aria compressa. Davanti a quel fuoco ho avuto paura come mai in dodici anni di vita a Barcellona, a parte quella volta in cui, in una piazza avvolta nel fumo, una ragazza dai capelli neri raccolti sulla nuca aveva provato a fermare i gruppetti di manifestanti in fuga, che rischiavano di scontrarsi tra loro come in uno sketch di Benny Hill. “Inutile correre” la ragazza quasi rideva, tra gli spari e le sirene. “Verranno da tutte le parti. Tanto vale che restiamo qua ad aspettarli.”

Venerdì, invece, io non volevo aspettare proprio nessuno.

Filavo a casa tra i bengala e quegli altri scoppi che non sapevo identificare. Correvo e scattavo le foto sfocate che fanno parte del mio compromesso con la terra in cui sto ora: non ti capisco, ma provo a raccontarti.

Poi avrei postato quelle foto, qualcuno avrebbe commentato che “amo il pericolo”. No, amo le storie. Raccontate con ogni mezzo di comunicazione. Non devono essere originali, anzi: niente mi affascina quanto una storia raccontata da più voci, scritta o diretta da più mani. Mi ricorda quanto sia tutto sfumato, passeggero. Quanto sia meglio così.

Per esempio, c’è una strada, ai confini della città. Da un lato è Barcellona, dall’altro lato non si può, non si deve andare, non nei festivi. È questione di attraversare, di spostarsi qualche numero civico più in là. Il mio coinquilino doveva andare sabato pomeriggio dalla parte sbagliata della strada, da una ragazza, a fare i dolcetti dei morti.

Però venerdì sera, quando era tornato puntuale con l’inizio del coprifuoco, il coinquilino sbraitava con quelli che avevano acceso i fuochi in strada: non erano i suoi, erano soprattutto negazionisti e ultrà del Barça. Non chiedevano sussidi e leggi perché la guerra al virus non diventasse una guerra ai poveri: facevano casino e basta, e mettevano nei guai anche les companyes del coinquilino (qui è diffuso il femminile come plurale generico). In seguito allo sgombero di un centro sociale era stata convocata una manifestazione proprio questo sabato in cui lui, che in fondo aveva già dato partecipando al corteo di lunedì, doveva andare a fare i dolci dei morti. Ma dopo quel venerdì di tafferugli ultrà, la polizia sarebbe andata agguerritissima alla manifestazione dei suoi: il coinquilino doveva sostenerli, e almeno quel sabato doveva rinunciare alla ragazza che viveva dall’altra parte della città, e ai suoi dolcetti.

Il giorno dopo, invece, lui era già con la mascherina poco dopo mangiato: andasse per i dolcetti, che di questi tempi è meglio prendersi tutte le gioie disponibili. Ottima scelta, perché almeno stavolta la potenziale guerriglia era stata una tempesta in un bicchiere. Alla manifestazione ci sarei finita io, solo per constatare che già un’ora prima dell’inizio c’erano quindici camionette e due ambulanze.

Nessuna descrizione disponibile.

Un’ora dopo l’inizio, quando ripassavo di lì al ritorno dalla mia solita dose di vitamina D, al massimo si accendeva qualche fiaccola dopo la consueta lettura dei comunicati, con tanto di invito alla folla a scansarsi durante l’operazione. La guerriglia sarebbe avvenuta più tardi, lontano da me, e non l’avrebbero condotta quei quattromila presenti in piazza (millecinquecento “per la questura”), ma una ventina di facinorosi, che ovviamente sarebbero finiti sui giornali come principale evento della serata.

C’è gente a cui piace raccontare sempre la stessa storia.

encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQ...Facciamo un patto: se mai a qualcuno venisse in testa di ricavare una serie TV da un mio testo, facciamo in modo che la sceneggiatura non surclassi il romanzo. Va bene?

No, perché l’altro ieri ho finito Little Fires Everywhere (tradotto in italiano come Tanti piccoli fuochi) e forse ho fatto un errore a iniziarlo dopo aver guardato due episodi della serie analoga: ho avuto come l’impressione che l’autrice, impeccabile artigiana nell’intreccio e nelle descrizioni, non si aggirasse mai per davvero in quelle stanze suburbane e borghesi che i suoi personaggi abitano con disinvoltura, o non vedono l’ora di lasciare. Almeno in questo romanzo, Celeste Ng mi ricorda una liceale che abbia marinato la scuola, e che a pranzo, invitata dai genitori a raccontare la sua giornata, nello sforzo di non farsi sgamare sfoderi una serie di cliché: mai come quel giorno sono volati brutti voti a destra e a manca, e magari ci sono stati ben due compiti in classe, oltre che un piccolo giallo a merenda (chi ha frugato nella borsa della prof.?). Allo stesso modo, anche se i cliché nel libro sono lì apposta per essere, ehm, bruciati via, la famiglia wasp descritta da Celeste Ng mi sembrava un po’ troppo… familiare per essere credibile: una mamma che potremmo ribattezzare Barbie Giornalista e un papà avvocato, e i figli che rappresentano tutte le categorie possibili da serie per teenager, dal bomber alla ribelle, passando per il nerd e la reginetta della scuola.

Certo, mentre cercavo sul web degli indizi per capire perché il libro mi avesse un po’ delusa, mi era sembrata piuttosto superficiale questa recensione del Guardian, scritta da un uomo che riconduceva l’intera trama alla questione, certo onnipresente nel libro, della maternità, e concludeva che lui, non avendo figli, non s’era affezionato alla storia. Fuochino: il libro è sulle scelte, quelle che cambiano la vita. E sì, i figli tendono a cambiarla assai, soprattutto alle donne: forse la serie approfondisce meglio la questione, ma non è un caso che le decisioni importanti che prendono le donne del libro avvengano prima che queste abbiano figli, o ruotino proprio sull’idea di non averne. Dopo, non resta loro che vivere con le conseguenze delle proprie scelte.

In tutto questo, insomma, stavo per dire: “Ok, grazie, Ms. Celeste Ng, ma non leggerò altri libri scritti da te”, quando mi sono accorta che alla fine dell’ebook l’avevano fatto di nuovo: come una ditta di cosmetici che mi fa scivolare nel pacco il campioncino di una crema, così la casa editrice della signora Ng mi concedeva un “assaggio” di un altro romanzo dell’autrice: quello d’esordio. E meno male che stavolta l’operazione era chiara, perché un regalino simile in un libro di Elizabeth Strout (un racconto buttato lì come se facesse parte della raccolta che avevo acquistato) aveva finito per spoilerarmi un intero romanzo, di cui l’assaggio gratuito era una sorta di sequel! Ma stavolta era diverso. La mia prima reazione nel leggere l’incipit: beata l’autrice! Solo nel mondo editoriale statunitense si può fare un’operazione del genere, in un’industria che tra alti e bassi sa che troverà sempre un pubblico. La seconda sensazione: wow, questa roba sì che mi piace.

E sapete perché? Perché stavolta l’autrice non mi sembrava una turista o un’intrusa nel suo stesso romanzo: le sue stanze le conosceva, non se le stava inventando più di quanto non richiedesse il mestiere di scrivere. Americana di origine cinese, Celeste Ng non descriveva yankee troppo perfetti, ma una famiglia mista e complicata, piena di sfumature e problemi d’identità: madre bionda (si chiama Marilyn!) e padre con gli occhi a mandorla, che insegna storia americana. La figlia che brilla per la sua assenza (a quanto pare, negli USA, se non è coinvolta la polizia non è best seller) è una studentessa modello: un giorno muore e noi lo sappiamo fin dal primo rigo, mentre la famiglia se ne accorge sessanta pagine dopo.

Benissimo, il campioncino omaggio ha funzionato: compro la crem… ehm, il romanzo.

E mi chiedo perché mi stia tanto a cuore tutta questa storia che vi ho raccontato: il libro, la serie, le stanze e l’appartenenza. Sarà che sto provando qualcosa di uguale e contrario alla sensazione di estraneità, e poi familiarità, che ho descritto per le stanze dell’autrice: mi sento un’estranea nelle mie stesse stanze. E la cosa mi piace.

Stamattina ho osservato il sole filtrare, attraverso le veneziane antiche, sul parquet da due soldi che ho trovato in dotazione in casa (una casa che ho voluto a mente fredda, più per calcolo che per reale convinzione) e ho avuto una sensazione simile a quella che mi ha preso tantissimi anni fa, credo prima che nascesse mio fratello: attenta a non urtare contro gli spigoli dei tavoli, mi aggiravo in una mattina di sole per la casa di famiglia, che non era la stessa che avevo occupato nei miei primi due anni di vita. Osservavo la luce sulle mattonelle della cucina, che ai miei occhi dovevano formare una barretta gigante di cioccolato al latte, e mi dicevo con parole infantili che quella era una bella giornata, una bella casa, e una bella vita. C’eravamo trasferiti da un anno o due e, siccome camminavo pochissimo, mi dovevo ancora abituare a quegli spazi. Ero felice? Forse. In quel momento, mi sa di sì.

Adesso osservo il parquet da due soldi della mia casa barcellonese e ricordo che è mio, e anche che oggi, 17 agosto, non dovrei essere qui. Ad agosto, di solito, lascio la casa ai miei e vado a farmi una settimana in una città che mi deluderà, perché non era il momento giusto per visitarla. Adesso sono stata costretta a rimanere – o meglio, ho scelto di non correre rischi: e bene ho fatto, visto che nel mio paesone d’origine richiedono l’autodenuncia all’ASL e due settimane di quarantena per chi arriva dall’estero, e non hanno tutti i torti perché i casi aumentano.

Così mi visito una città, la mia d’adozione, che in questo momento non avrei dovuto  neanche vedere, e non avrebbe dovuto essere così come la vedo. Chi lo dice? L’abitudine. L’angoscia con cui l’anno scorso aprivo il portone del palazzo e rischiavo subito la morte tra monopattini e bici a nolo che sfrecciavano. Oppure ci mettevo cinque minuti a guadagnare l’incrocio con via Laietana, tra turisti che sciamavano senza fretta e furgoncini che approvvigionavano i bar e i negozi della strada. Anche per questo me ne scappavo, d’estate. Adesso, invece, è tutto tranquillo senza che ci sia proprio il deserto.

Sabato pomeriggio sono andata a fare un giro verso il mare, ma mi scocciavo di arrivare fino alla Barceloneta: così mi sono seduta sul viale costellato da panchine e alberi che costeggia il Port Vell di fronte al Museu d’Història de Catalunya. Poi ho iniziato a leggere mentre sorseggiavo un chinotto, che mi consentiva di respirare un po’ a mascherina abbassata (ho scoperto un supermercato tutto italiano vicino al porto): che pace! Come mai non c’ero mai stata prima, lì? Forse perché quel posto, così come lo vedevo, non c’era stato mai. Adesso lo percorrevano solo piccole comitive (due ragazze arabe parlavano tra loro in spagnolo, una portava il velo e l’altra no) o qualche famiglia diretta verso il Passeig de Colom: i bambini saltellavano sul parapetto diviso in grossi blocchi grigi, oppure ci facevano saltare le macchinine. Erano più numerosi i gruppetti di immigrati, marocchini o pakistani, che andavano in direzione opposta, verso… verso dove?

Finito Little Fires Everywhere, ho spento il Kobo e li ho seguiti. Non avendo mai percorso quella strada, non ricordavo neanche che spuntasse sul Mare Magnum! Dio, erano anni che al massimo arrivavo a quel centro commerciale di ritorno dalla mia pizzeria preferita, e giusto per accompagnare mamma quando era in visita. Ora invece, visto da quell’angolo che non avevo mai occupato, quello mi sembrava un posto nuovo. La Rambla del Mar, in compenso, era quella di sempre: quella del primo incontro, frettoloso e deludente, con Barcellona. L’insegnante di catalano mi aveva fatto leggere ad alta voce in classe, ormai otto anni fa, il componimento in cui spiegavo che la prima volta su quel ponte semovente avevo percorso le tavole di legno con i tacchetti sbagliati, ma aggrappata al braccio giusto: quello di un amico di cui, dopo tanti casini, riesco solo a pensare con mio sommo stupore “Speriamo che stia bene”.

Ecco, questi sono i posti che abito: sono soprattutto nella mia memoria. Ma ogni tanto, in questa strana estate in cui sono turista nella mia vita, e visito stanze che sono mie ma non mi appartengono, ogni tanto li riconosco, questi posti.

Ogni tanto, ma così, per dire, mi sembra perfino che questi posti estranei siano casa mia.

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Eh, Ricky, si invecchia: la vida loca la lascio a te!

Insomma, a sentire il tipo che consegna il Mate Cola, avrei dovuto ringraziarlo per aver fatto il suo lavoro.

No, ma lo capisco: vivo in una strada che più in centro non si può, che per una complicata combinazione di incroci infernali e fasce orarie da ZTL si rivela seconda per irraggiungibilità subito dopo l’Everest, ma senza gli sherpa a fare tutto il lavoro.

In effetti il tipo del Mate Cola era piuttosto improbabile come sherpa, con la mascherina blu e il jeans a tre quarti, ed era stato pure fortunato ad arrivare proprio il giorno dopo la riparazione dell’ascensore! Però niente da fare, per lui ero stata fortunata io.

“Il tuo numero mi risultava inesistente” si lamentava “però mi sono detto: andiamo comunque. Se non la trovo, vorrà dire che mi faccio la passeggiata da quelle parti“.

A parte il fatto che il numero s’è rivelato corretto ed esistentissimo (dove vivo adesso è meglio non risparmiare troppo con le compagnie telefoniche) mi ha colpito quell’accenno alla “passeggiata” che il signore gentile e chiacchierone si sarebbe fatto, se non fossi stata in casa. La mia mente drogata di memoria visiva mi ha restituito, come spesso accade, una sequela di immagini: muratore alla cassa del supermercato vicino alla Biblioteca de Catalunya, dove scrivevo la tesi di dottorato. Nel ricordo, il giovane muratore si lamenta che quella sia una zona guiri, cioè turistica: nessuna speranza di pranzare senza rimetterci un rene (un rene = ai tempi, 8 euro di menù fisso, adesso siamo saliti a 11-12, e lo stipendio del muratore è cambiato in modo meno spettacolare). Poi il fattorino IKEA che mi fa aspettare l’intera giornata nell’appartamento ancora vuoto per poi urlarmi al telefono, due ore dopo avermi annunciato il suo arrivo “tra cinque minuti”: “Lei sa in che zona vive!” (mi spiace, macho man, mi sono fatta restituire i soldi della consegna).

Ma l’immagine più evocativa è stata la faccia dell’ingegnere sardo conosciuto nel tripudio di mondanità che era stata la festa all’hotel che avrebbe poi ospitato il re Felipe con la famiglia: “Cazzo, ma allora fai proprio la vita giovane!”. Questo il commento quando aveva saputo il mio indirizzo. “In realtà ho scelto quella casa lì per potermi stabilire per un po’ e mettere su famiglia, ma la cosa non è andata in porto”. Dopo la mia precisazione, il tizio è ammutolito: troppe informazioni per una festa intorno alla piscina con tanto di dress code (la prima e l’ultima della mia vita). Così, per sdrammatizzare, ho tolto le ballerine atroci che avevo messo per rispettare il dress code e mi sono fatta accompagnare a mettere i piedi in acqua.

Ma sì, “vita giovane” è una possibile descrizione: bar a poca distanza, discoteche o taxi a un tiro di schioppo, senza contare la dddroga (anche se gli spacciatori sulla Rambla con me si sono arresi). Ma fa la vita giovane, chi come me si ritrova in un’idea standard di gioventù che non cercava, né desiderava?

Tutte queste storie gridano “privilegio” a dieci metri di distanza: affittando parte della casa posso dedicarmi alla scrittura e, anche se al mio arrivo detestavo la zona, devo ammettere che sono vicina a posti molto più fighi, specie ora che il turismo mordi e fuggi sta lasciando il posto a una meno invasiva tamarraggine locale (vi dico solo questa: sono tornate di moda le radioline portatili). Le conseguenze di queste e altre scelte sono però che: non ho un lavoro normale, non ho rapporti umani normali e, se provassi ad adottare la prole invece di generarla io, credo che la risposta dei servizi sociali sarebbe quella di chiamare la polizia. Peraltro, quando vivevo ancora a Napoli, in casa scherzavamo spesso sul fatto che, se fossi diventata madre, avrebbero chiamato subito i servizi sociali. Il cerchio si chiude.

La questione è, come immaginerete: cos’è una vita giovane, e cosa una vita adulta.

Perché, sì, discuto spesso e a volte litigo con gente allergica al concetto di settle down, asentarse, sistemarsi, comunque lo chiamiate: anche a me non è mai piaciuto, ma ho la sensazione che adesso faccia figo vivere piuttosto come se fosse l’ultimo giorno, come suggerisce un fortunato consiglio di Jim Morrison, mentre io andrei più per il concetto di truva’ pace, di Eduardo De Filippo. Che non significa fare la mia vita da nonna, che si ricorda che è sabato solo perché vede più gente in strada. Ma farsi un’idea di ciò che si vuole: se coincide con quello che vuole tanta altra gente, forse è meglio così, magari è un po” più facile. Altrimenti oh, va bene uguale!

Ho fatto un sondaggio tra le mie amicizie e non vogliono la luna, oppure vogliono quella e qualcosa di fin troppo normale, che solo una crisi economica ormai calcificata rende impossibile: che so, l’indipendenza catalana e un lavoro d’ufficio, cambiare il mondo e un monolocale non troppo lontano da una metro, sotto i seicento euro (e scatta la battuta: “Allora come lo vorresti cambiare, ‘sto mondo?”).

Insomma, per me vita significa sapere più o meno che si vuole in un lasso di tempo ragionevole (a volte siamo preda di desideri espressi in momenti del tutto diversi della nostra vita), più che doversi per forza dare obiettivi che il vicino di casa possa apprezzare o invidiare.

Niente a che vedere con norme scolpite nella roccia e, soprattutto, con l’idea più idiota e più radicata che leggo in giro quando si parla della vita: bisogna soffrire.

Non è che succeda, non è che sia quasi una conseguenza del nostro stile di vita: ma bisogna, se non soffrire, sperimentare un’eterna insoddisfazione, un misto di ansie, preoccupazioni e sogni frustrati.

Per citare la Treccani: ma anche no.

Ne riparleremo.

El pequeño comercio afronta la campaña navideña con 11.000 ...

Da elindependiente.com

Insomma, mi pare di capire che giocherà il Napoli a Barcellona!

Scherzo, e sono tutto tranne che snob sulla squadra che mi ha portato a fare caroselli negli anni ’80 fuori dal mio orario di nanna: è che, dalla mia Grossa Crisi ai pensieri da quarantena, la passione per il calcio mi è andata scemando assai.

Ho avuto invece una visione che manco Rose in Titanic: la Rose novantenne, dico. Passando fuori uno dei tanti locali che non hanno più riaperto, attraverso la vetrata piena di polvere ho intravisto quei tavolini fighetti concentrati tutti sul bordo della sala, in modo che ci fosse spazio per ballare. Allora mi sono ricordata il casino che c’era l’anno scorso, quando in un tentativo di darmi ‘na botta de vita (mondana) ero finita a sentire un concerto presentato ambiziosamente come di bossanova. Circondata da donne brasiliane di ogni età e taglia (solo il colore generale era sul pallidino andante), m’ero vista esplodere intorno una samba collettiva che mi aveva intimidito pure nel rumorino minimalista che facevo col piede destro, sperando di andare almeno a tempo.

Intorno al bancone ora deserto e sgombero, un biondino spagnolo svelava alla mia nuova amica sudafricana, ma nata in Polonia, quale fosse davvero la sua nazionalità (lui lo sapeva meglio di lei!), e fiumi di birra consolavano delle danze mancate tutta la gente biondiccia affetta da SCN: Sindrome del Culo Nordico, termine coniato sul serio da un amico che sosteneva di non poter muovere i fianchi per via della sua nazionalità.

Per fortuna, il bar de tapas vicino a quel deserto sembra in ottima forma.

È in liquidazione, con sconti “fino al 70%”, il negozio fighetto i cui vestiti mangiavo con gli occhi ogni volta che ci passavo, scoraggiata poi dai prezzi a tre cifre (e la prima non sempre era 1). Vado a fare l’avvoltoiA?

È che, con buona pace degli accademici della crusca (o accade-machi? ah ah ah), sto declinando al femminile anche termini come “Megafona”: chiamo così la simpaticissima signora che, dall’attico a sinistra della mia finestra, lancia urla belluine e si scompiscia con tre comari in un orario che non supera mai le sette e un quarto di mattina.

Era col pensiero a quella sveglia obbligatoria, e tutt’altro che desiderata, che venerdì notte sollecitavo ancora il mio coinquilino a girare un piccolo video di presentazione di Una via dritta, visto che lui aveva giocato un ruolo chiave nella stesura del romanzo. Ma, quando gliel’avevo accennato per la prima volta nel tardo pomeriggio, non c’eravamo capiti sullo svolgimento della presentazione. Lui pensava a “una chiacchierata informale”, da registrare (senza video) solo per poterla poi stendere per iscritto. Con quell’equivoco in corso, c’eravamo sparati prima una cena georgiana, in un ristorante che sembra godere di ottima salute nonostante i prezzi: tanto ha una folta clientela russa e un cameriere che all’improvviso comincia a ballare, con tanto di copricapo peloso! Al ritorno, il coinquilino tergiversava ancora, ignaro di ciò che lo aspettava, e si era insospettito solo quando mi aveva visto cercare la palette per gli occhi, ravviare i capelli asfaltati dall’afa… Quando ha capito, era troppo tardi. Il primo tentativo di registrazione è andato a vuoto per difficoltà tecniche (ho il cellulare dei Puffi, che volete?) e al secondo era fritto il coinquilino. O magari bollito, data la temperatura.

Allora, visto che ormai quel po’ di trucco era messo, e avevo sudato un’ora in più del previsto nel vestito decente (figuratevi gli altri!), mi sono ricordata delle tante donne che in un momento difficile hanno dovuto prendere decisioni in fretta, e tra tutte, scienziate o autrici o donne politiche, ho scelto di invocare… Reese Witherspoon! O meglio, la sua mamma che, con un accento della Louisiana, la esortava: “Se vuoi che si faccia qualcosa, tesoro, fallo tu stessa!”.

Il risultato è questo e, anche se i margini di miglioramento sono infiniti, francamente pensavo peggio.

 

In qualche momento del lontano 1983, mia madre mi faceva assaggiare la mia prima pastina.

Ben trentasette anni dopo, in un’operazione cui mia madre reagirebbe con un minuto di silenzio e un sorriso rassegnato, ho realizzato una delle schifezze del secolo: la pasta alla frutta! Attenzione, però: gli spaghetti che ho condito con una salsa fredda di nettarine non erano neanche di grano. Erano fatti con farina di legumi.

E no, non c’entra la mia filosofia alimentare falzza. Vedete, io sono quella che con un termine tecnico si potrebbe considerare la schifezza dei vegani: per chi fosse bilingue, la scumma. Detesto la frutta, non mangio insalata, e provate a mettermi davanti una di quelle Buddha Bowl, ovvero dieci euro di erbette schiaffate in una scodella senza mischiare: provateci e, come diceva una mia illustre compaesana, ve faccio chiagnere senza mazzate.

Però inso’, potevo mai mangiare solo schifezze? Allora mi sono ricordata: 1) dell’amico chef che mi consigliava la maionese alla mela verde (nella versione vegetale, la mela è ottima da usare al posto dell’uovo!); 2) di quella volta che con la famigliola andammo a mangiare in un prestigioso hotel casertano, e ci vedemmo presentare un conto stratosferico per delle pennette alla mela (mi sa che questa se la ricorda pure mio padre…). Dunque, ho preso la più classica delle componenti della mia vita, il mio matrimonio eterno e incondizionato con la pastasciutta, e l’ho decostruita giuuusto un pochetto. Mangerò più spesso roba del genere, così come mi faccio “il pesto” (un saluto per chi mi segue da Genova!) sostituendo il basilico con rucola, spinaci e perfino cetrioli, sempre che l’ex compagno di quarantena non ci aggiunga più la cannella: questo è troppo anche per me.

Non vi ho ancora dato il voltastomaco? Complimenti! È che sono così stanca della “procedura corretta”, del modo corretto di fare le cose, che sono sul punto di fare una follia: provare la pizza stile newyorchese (aprite il link solo lontano dai pasti)! In fondo, una volta che avrò lasciato sulla soglia del ristorante il mio concetto di pizza, cosa ci sarà di male ad avere opzioni vegane al di là della marinara? Ssst, non dite niente, vi prego: sto provando a convincermene io per prima!

È che tutta ‘sta correttezza mi ha stufato sia nelle scemenze, che nelle questioni importanti: mi stufano le crociate antiasterisco per la grammatica italiana, condotte da gente che magari scrive pultroppo, propio e qual’è. Mi stufa che si difenda l‘italianità solo quando si tratta di unirsi contro chi approda adesso, oppure di non considerare connazionale chi lo è da sempre. Dico io, se si arriva a intralciare pure una robetta minima come lo jus culturae

E non vi preoccupate, che mi stufa pure l’idea di politicamente corretto: ma solo perché è uno spauracchio usato da gente della mia età che a vent’anni si credeva kattivissima e kontrokorrente perché diceva ricchione e handicappato, e adesso teme “di essere fraintesa” (leggi: “di essere capita benissimo”). Mi dispiace, raga’, è che non faceva ridere neanche allora: ho provato pure a dirvelo più volte, ma confesso che alla fine non mi andava di morire vergine ed eremita (peccato). E se cominciamo da adesso a metterci sulla difensiva perché stiamo invecchiando, date un po’ un’occhiata alla galassia boomer e desiderate di non finire così.

Lo so, mi potreste far notare che oggi va di moda “rompere” le regole e divorziare dalla correttezza ufficiale, in un tripudio poliamoroso di derive pop: ma avete notato che questo si verifica solo quando non fa male, quando non cambia davvero le cose?

Ieri, nella Barceloneta dei pochi, sparuti turisti, una ragazza francese abbinava all’afro e agli occhiali da sole una mascherina indipendentista, e il telo del Barça, ma io non avevo occhi che per un milanese seduto a un tavolino all’aperto, che teneva banco tra amici in visita. Argomento: Barcellona. Se io, da napoletana, ho la sensazione di vivere in una sorta di Milano col mare, il milanese mi rendeva pan per focaccia spiegando: “Barcellona è come Napoli, ma una Napoli diversa…”. E abbassando la voce si portava l’indice sotto l’occhio destro, in quel gesto che Jerry Calà avrebbe accompagnato con un “Ocio!”.

Mi sono rifiutata di ascoltare oltre, poi ho deciso che il ragazzo fosse in fondo intelligente. Dunque, avrà proseguito nell’unico modo possibile: “Barcellona è come Napoli, solo che qui ti scippano tre volte tanto”.

Corretto!

 

(Va da sé che, per la salsetta alle pesche, ho usato latte di cocco.)

Mescladis - Picture of Espai Mescladis, Barcelona - Tripadvisor

Scorcio del Mescladís

Che fossero chiusi i locali, l’ho saputo solo una volta sul tetto.

O meglio, sul terrazzo condominiale: ci sono finita sabato scorso, in una bella serata con la brezza giusta, e con la gradita presenza dell’ex compagno di quarantena. “Hai visto?” mi ha fatto “i bar de copas e le discoteche resteranno chiusi per quindici giorni“.

Male, ma pensavamo peggio: non era la paventata quarantena bis che ci doveva tenere di nuovo reclusi come a marzo, ma col caldo di agosto. Non lo era ancora, almeno.

Così era meglio restarcene lì sul terrazzo: vinello lui, bibita gassata io, tanto per accompagnare. Rimpiangevo il tè all’ibiscus (o carcadè), con retrogusto menta, che avevo scoperto due ore prima al Mescladís: un bar gestito, tra gli altri, da giovanissimi migranti marocchini. Non sarebbe stato l’unico rimpianto della serata: non avrei dovuto accogliere l’invito del mio accompagnatore a utilizzare le sedie spaiate dimenticate lì in terrazzo. Avrei dovuto fidarmi del principio insegnatomi da mammà: “Quello che non è tuo, non si tocca” (… a meno che non ti sia precluso per i motivi sbagliati, aggiungo adesso come postilla).

Insomma, neanche il tempo di dire “Come si sta bene”, che la poltroncina di tela su cui sedevo è crollata sotto il mio culo post-quarantena, che a sua volta è piombato a terra, trasformandomi in una specie di lumaca rovesciata. Per completare lo sketch, nell’operazione mi è pure crollata addosso l’acqua piovana accumulata tra sedile e schienale: seduta com’ero sul bordo, non l’avevo notata nell’oscurità, e checché ne diciate scommetto che ha contribuito un po’ al collasso. Va da sé che quello è stato lo spettacolo principale della serata, anche se la voce che intonava canzoni di Manu Chao (che cliché!) da un balcone vicino pure aveva il suo perché, con tanto di chitarrina di accompagnamento.

Si sa, con i bar chiusi bisogna arrangiarsi, intanto che Sánchez tratta con l’Inghilterra per scongiurare la quarantena da ritorno all’esercito di ubriaconi che gentrifica Ibiza e distrugge Benidorm. Perché non mi sono accorta di niente, io? Perché non ho notato che le strade erano più cupe e meno incasinate, a parte qualche botellón?

Semplice: perché io, il sabato sera, non esco. Non capisco bene che sfizio ci sia a sopportare la folla, i cocktail annacquati, le pizze fatte presto e male. Anche quando ho avuto un lavoro d’ufficio, oppure ho insegnato italiano in quattro posti diversi, ho preferito sempre uscire a metà settimana e tornare a casa presto. Sarà la mia tolleranza all’alcol degna di una bambina alle elementari, ma ho già spiegato altrove quanto abbia trovato squallide, dopo un po’, le serate di bisboccia barcellonese, con “amici” che si facevano vivi solo al momento di bere e studentelli che avevano una ragazza diversa per ogni locale, quindi ti offrivano al compagno di bevute dopo una breve trattativa nel cesso del bar (campa cavallo).

Adesso, so che una cosa è accodarsi all’esercito degli ubriaconi del Gótico, e un’altra è la scena mezza hipster mezza impegnata del Makinavaja: ma sul serio, gente, mai come in questi giorni ho avuto due conferme.

Una è che gli allarmismi stile “O tempora! O mores!” (ma va bene pure “Mala tempora currunt”) lasciano il tempo che trovano, perché sul serio non capisco neanche coi disegnini come la “seratina Netflix” sia peggio di vomitare in Plaça Reial, o rischiare di andarci vicino. Già che ci siamo, confesso che trovo un po’ triste il commento “Sei economica!”, che mi fanno in diverse lingue quando spiego che mi ubriaco subito. Se vi piace bere, perfetto, ma davvero la gente ha bisogno di birre su birre per sfrenarsi un po’? Sono sicura di no.

L’altra conferma che ho avuto è: la nostalgia di casa che sperimenta chi vive “fuori contesto” è un po’ esagerata. Ok, parlo per me, e sì, magari a forzare la mano avrei potuto ottenere una libertà simile anche nel mio luogo di nascita. Ma sarebbe stato più complicato sfidare dinamiche familiari e sociali consolidate da decenni di esistenza. Mi riferisco alla suprema libertà di crearsi un proprio stile di vita, abitudini proprie, un uso meno condizionato del proprio tempo, senza rischiare per forza di passare per “l’amica asociale”, oppure quella eccentrica, oppure la pecora nera che non chiama zio Guidobaldo per il graffietto da potatura e zia Marozia per l’onomastico (e, in tal caso, avrebbe un alibi di ferro!). Che le si accetti o meno, si tratta di fare i conti con le regole non scritte che sembrano sempre “cosa ‘e niente“, ma quando si accumulano tutte insieme rompono assai: i tacchi ai matrimoni, le tinture pastello “permesse” soltanto sotto i trenta, il cappuccino solo a colazione, la TV che “comunque ci vuole”, e l’eterno “mi devo comprare qualcosa da mettere” che ricorre più o meno ogni estate.

Le piccole cose sono quelle che più fanno la differenza, perché sono il migliore indicatore dell’aria che tira.

Quindi, che dirvi? Voglio tutto! Quest’estate la quarantena mi tiene lontana dalla mia famiglia “per la prima volta in dodici anni”, come si lamenta mio padre al telefono. Ma passerà anche questo, e prenderò ancora un aereo (anche per presentare il libro!). Allora mi godrò il lungomare, gli aperitivi, le passeggiate per una Napoli che cambia a vista d’occhio. Mi godrò la certezza di trovare sempre qualcosa che mi piaccia in un bar, invece del tristo cola fanta tónica zumo de naranja piña melocotón che tocca da queste parti a chi non tanto apprezza il concetto di Estrella Damm. Allora finisco a lottare con le neo-coppiette Tinder in fila al Mescladis per sedermi a prendere un succo d’ibiscus. Anche dopo tutti questi anni a Barcellona, quello marocchino resta un Mediterraneo che riconosco, specie nella versione trapiantata: fatto di sorrisi fin troppo rapidi e favori reciproci, e donne disposte come la zia Marozia di cui sopra a sbuffare per ore davanti ai vapori di una pentola, alle feste comandate (ma sta cambiando e cambierà ancora, e sì, per me è meglio così). Certo, quello che sorseggio al Mescladís rimane un Mediterraneo senza troppo basilico, ma perlomeno fa un uso smodato di menta!

E quella, assaporata (mettiamo) un sabato sera, mentre avvisti tra le antenne l’occasionale cometa, vale tutte le sedie sfondate del mondo.

 

 

 

A me fa piacere che se ne parli.

Più di dieci anni fa, mentre il mio ex di Napoli era impegnato nelle prove di un concerto, venivo lasciata con le altre groupies davanti a uno schermo acceso su Ciao Darwin: davano una sfilata di donne in biancheria intima, circondate da uomini ululanti.

Chi mi conosce immaginerà le convulsioni. Il Metodo Ludovico mi sarebbe sembrato una dolce cura, in quel momento.

“Ma che ti aspetti?” mi sfotteva la fidanzata del cantante. “La televisione è così: fa schifo”.

E invece no. Davanti alla televisione vi radunate ancora un bel po’ di voi: è un peccato che vediate roba schifosa, no? E poi io stessa, che da tre traslochi a questa parte non sento l’esigenza di montare l’antenna, faccio un largo uso di tormentoni e citazioni di perle meravigliose: quelle della Gialappa’s, quelle che ho preso da Boris, e qualcuna che ricordo dei programmi di satira della Rai.

La questione è che, perfino in Italia, si sta mettendo in discussione un po’ tutto, compresi i dinosauri che si tengono bello stretto il potere e non mollano: e bene così. L’amore generalizzato per Franca Leosini (che a me ricorda per toni ed espressioni una professoressa tremenda del liceo), viene messo in discussione nel momento in cui la conduttrice invisibilizza il femminicidio e bombarda di stereotipi le sue intervistate.

Ma che davero? La sua replica mi sembra degna di quei commenti su Facebook sul tenore di: “I neri sono tutti ladri. Opinione mia”.

Christian Raimo si permette di chiamare Montanelli per nome, ma lo fa in un programma dominato da uomini bianchi (non simpatetici su una questione che riguarda donne e bambine, soprattutto se razzializzate) e da una giornalista che ripete banalità del tipo “bisogna contestualizzare”. Lui abbandona la trasmissione, riceve critiche anche solo per aver partecipato a quella monnezza: un po’ come la pensava in merito, in quella sala prova di oltre dieci anni fa, la fidanzata del cantante di cui sopra. Un po’ la capisco pure. Tre anni fa, quando una giornalista di Rete 4 cercava persone da intervistare sul referendum catalano, dissi che ero impegnata (sì, a scriverci un romanzo, scusate la parentesi pubblicitaria!). Il tizio che invece ci andò al posto mio abbandonò la trasmissione proprio come Raimo, o così ci raccontò poi, per l’impossibilità di dire davvero la propria.

Però resta la convinzione generale che TV è uguale a spazzatura, “a parte qualche eccezione”. Ci rassegniamo, lasciamo che quella che è una risorsa, che entra in tutte le case molto più facilmente del materiale adatto alla Didattica a Distanza, sia solo un riflesso del peggio di noi.

Per questo mi fa piacere che questo postulato si metta in discussione, che si chieda a gran voce lo stesso spazio che si prendono altrove le voci contemporanee che, piano piano, stanno cambiando il paese: vogliamo che realtà meno ammanicate o strutturate possano raggiungere anche la televisione, in barba alle ben note logiche di potere che la governano da anni. È un peccato, per chi ha meno familiarità con la rete, perdersi il podcast di Djarah Kan, Espérance Hakuzwimana e Oiza Obasuyi, e ci è voluto Tlon a promuovere Jennifer Guerra e il suo femminismo, nella nazione dove il diffuso “non si può neanche farvi un complimento” si ammanta di nostalgie folkloristiche.

Però mi piace che la polemica, in Italia, arrivi fino agli spazi televisivi che, a parte i momenti epici che conosciamo (qualche intento didattico e molto Sanremo: Mr. Volare o Rino Gaetano) sono sempre stati diretti alle notizie e a ore di rassicurante svago.

A parte le concioni sugli imbecilli mediatici, il bello della diffusione delle informazioni è che tutto può arrivare dappertutto: quindi, facciamo attenzione agli effetti collaterali e concentriamoci sui vantaggi.

E pretendiamo, dico, pretendiamo che un paese che cambia si rifletta anche nel mezzo che più spesso, e in modo più semplice, ha raccontato quel paese.

Buon lavoro, gente.