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All’inizio eravamo solo fidanzati. Che volete, certe cose non si capiscono subito. A volte il destino ti fa fare giri inaspettati, prima di portarti alle mete che contano.

Il guaio era che venivamo entrambi da due relazioni mai nate, e ci eravamo lasciati depistare da quella caratteristica comune, che avevamo risolto con un semplice amore. Però, col tempo, c’eravamo resi conto che mancava qualcosa. Che poteva esserci molto di più della convivenza che avevamo iniziato, dei progetti di famiglia, dell’idea di comprare una casa… Provavamo ancora a ingannarci, perché a volte i sentimenti fanno paura, e allora ti racconti tante di quelle bugie, pur di non affrontarli.

Fu lui a prendere il coraggio a due mani: inutile far finta di nulla per non rovinare il rapporto. La nostra, santi numi, era amicizia! Fu l’inizio del sogno.

Adesso ci vediamo un paio di volte a settimana, e ci divertiamo tantissimo! Quando non cuciniamo (il bastardo fa risotti buonissimi), lui prende piatti da asporto in un locale che gli piace vicino casa mia, e ascoltiamo del reggae atroce che conosce solo lui, anche se ogni tanto gli piazzo a tradimento gli Smiths. A volte guardiamo qualche film, anche se devo stare attenta. Gli piace tantissimo il cinema basco, quello surreale in cui a un certo punto appare il diavolo, o addirittura un’attrice si presenta con una frangetta tagliata dritta: filmare un’acconciatura che fosse in voga meno di vent’anni fa è chiedere troppo, ma lui non vuole ammetterlo, e magari litighiamo e scatta una battaglia di cuscini. Il mio compagno ci sente da camera sua e si chiede se ci stiamo scannando, ma capisce che certe cose seguono un loro ordine naturale, e non c’è paragone tra l’amicizia e l’amore! Voglio dire, qual è il sentimento che dura di più, che cambia la vita, che ti accompagna per sempre? Appunto. Lo diceva anche Platone, nel mito degli amici squartati a metà. Mi meraviglio che, su quello, non ci abbiano ancora girato su un film basco!

E sì, scusate, avrei dovuto specificare nel titolo che per “storia” intendevo storia d’amicizia, ma tanto nel linguaggio comune le storie quello sono, no? D’altronde, se è così un motivo ci sarà.

(Vi abbiamo trasmesso: “Se parlassimo dell’amicizia come facciamo con l’amore romantico“.

Per i miti legati all’amore romantico, tra cui quello pericoloso che “ci si completa a vicenda”, cliccate qui e soprattutto qui.

Per un articolo – mio e di un amico! – che si occupa della gerarchizzazione dei rapporti insita nelle relazioni attuali, cliccate qui.

E adesso andate a casa dei vostri amici, delle vostre amiche, fate loro una carezza, e dite pure che questa carezza gliela manda il basilico!)

Whole Roasted Cauliflower with Tahini Sauce - Cooking Journey Blog

After the sort of winters we have had to endure recently, the spring does seem miraculous, because it has become gradually harder and harder to believe that it is actually going to happen.

George Orwell, Some Thoughts on the Common Toad

La ricerca di novità in questi giorni grigi porta a fenomeni curiosi.

Mercoledì scorso ho ordinato un pranzo a domicilio solo per me, per la prima volta in vita mia: il fatto è che questa pagina offriva nel menù del giovedì una versione vegana dello stufato di verdure in salsa d’arachidi. Erano anni che non mangiavo questo delizioso piatto africano! Quella sera ero uscita tardi per la mia passeggiata quotidiana, così avevo deciso di risolvere la cena per due (è tornato a casa il compagno di quarantena, ma sta sempre in biblioteca) lasciando in forno un altro piatto che adoro: cavolo intero arrosto! Semplice, geniale, e mai preparato prima. Quante sorpresone nella mia vita! Poi in strada mi sono ricordata: cosa c’era nel menù della mia consegna a domicilio per il giorno dopo? Lo stufato di verdure, certo, ma come antipasto? Oddio, cavolo al forno! Tagliato in tanti pezzetti da pucciare in una salsina all’aneto, ma poco cambiava.

Cioè, una volta che faccio quella vulcanica (seh) che cambia la routine, finisco per ripetermi in questo modo! Per fortuna o purtroppo, l’ultima volta avevo avuto la magnifica idea di pulire la pirofila in silicone con il detergente per i piatti, quindi il mio cavolo era quasi immangiabile, e quello a domicilio delizioso.

Utilizzo quest’aneddoto cretino per considerare il paradosso di questi giorni: quel misto di ordinarietà e novità che possiamo cercare nella primavera, dopo un anno senza viverla appieno. Come dice George Orwell in questo saggio sui rospi, la primavera sembra sempre un miracolo, e invece si ripete ogni anno, in qualsiasi circostanza.

Con in testa questo contrasto tra ordinario e straordinErio (scusate, sono vecchia, dovevo citare Arrighe), sono approdata a una certa puntata della settima stagione di Homeland… Niente paura, non vi spoilero la scena che mi ha colpito, anche perché in fondo è un riassunto del rapporto tra Carrie, la protagonista geniale e bipolare, e la sorella Maggie, una sobria dottoressa con grande senso pratico. Vi racconto solo la parte in cui Maggie confessa a sua sorella quanto la invidiasse ai tempi dell’infanzia: Carrie la sorellina brillante, tutta genio e sregolatezza. Maggie, invece, era quella quadrata, la sorella stabile. Ma la stabilità, rivendica la Maggie adulta, ha i suoi vantaggi: una casa, una famiglia, appoggio e sicurezza. La prima parte di questo discorso, che non posso raccontarvi del tutto, sembrava quasi rinfacciare a Carrie la sua singolarità, il lavoro di spia che, per Maggie, si rivelerebbe inconciliabile con una vita stabile: ascoltando mi sono chiesta se James Bond, per esempio, si sarebbe mai visto recriminare con tanta sfacciataggine di essere un disastro nella vita privata. Questo sì che è uno spoiler: manco per il cazzo. Di buono in tutta la scena c’è che Maggie rivendica la sua vita “ordinaria”, valida quanto quella straordinaria della sorella.

Ok, ma… Perché deve essere sempre un aut aut? Dai che è quasi scontato: o sei Superman, o sei Clark Kent. A incarnare entrambi c’è riuscito solo uno. A pensar male, poi, c’è da ritenere che per Maggie le donne o sono brillanti o sono stabili: alle prime tanti auguri, ma dicessero addio all’idea di una famiglia. Stando così i termini, scusate, ma mio padre chiederebbe: “È una minaccia o una promessa?”. E no, la storia di “conciliare tutto” non è una soluzione ma un ricatto morale, che di solito non coniuga brillantezza e stabilità, ma concilia un salario precario con tanto lavoro di cura gratis.

E allora, cerchiamo una reale fusione, una crasi tra ordinario e straordinario. Non guardate me per la ricetta, che non sono buona neanche a fare il cavolo al forno! Dico solo: proviamo a trovare la nostra via personale ai “miracoli che si ripetono”.

La primavera, per esempio, ci riesce benissimo.

So long as you are not actually ill, hungry, frightened or immured in a prison or a holiday camp, Spring is still Spring. 

Sempre George Orwell, quello scurnacchiato

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Vi capita mai, in questo fiorire imperterrito di fronde che non sanno niente di pandemie, di pensare ad altri rami? Mi riferisco a certe appendici che una volta spuntavano qua e là nella nostra vita, ma che adesso non sembrano affatto fiorire, anzi: sulla loro “fecondità” nutriamo più di un dubbio.

Quando la vita segue un corso preciso, che a volte ci tracciamo noi e altre subiamo, finiamo a contatto con persone che, ben presto, si rivelano dei perfetti intrusi. Non sappiamo più che ci facciano nella nostra rubrica, o nei contatti Instagram, o dall’altra parte di un tavolino, quando addirittura capitiamo a berci insieme un caffè.

A volte sono “presenti giustificati”, nel senso che in un altro momento della nostra vita avevano tutte le ragioni per essere lì: compagne di scuola, vicini di vecchia data, gente conosciuta in periodi di transizione, o nei numerosi imprevisti che ci può riservare la nostra giornata. Altre volte boh, sono incidenti di percorso: il collega insegnante che durante il nostro tirocinio era simpatico e disponibile, e poi, se lo invitiamo al take-away in pausa pranzo, se ne esce con una battuta mica tanto scherzosa su quanto odi i cinesi.

La pandemia, dicevo altrove, mi ha insegnato le mie priorità. Una di queste è fare ciò che voglio del mio tempo, nei limiti del possibile. Il mio nuovo mondo forse è qui per restare, o magari si raggiusterà ancora alla fine di tutto. Le persone, invece, non devono restare per forza. Intendiamoci, non sto parlando di interrompere amicizie che durano da trent’anni, oppure di fare una brutta faccia alla segretaria d’ufficio che adesso vediamo solo al di là di uno schermo. Dico solo che possiamo desiderare il meglio a certa gente che non c’entra niente con la nostra vita di adesso, e allo stesso tempo desiderare di non doverci avere più tanto a che fare, che spesso sarà un sollievo per entrambi.

È opportunismo, pensarla così? A me sembra opportunista il contrario: abituarci a qualcuno è più facile che tagliarci i ponti, è un lavoro a bassa manutenzione che, però, sfianca sul lungo termine.

E poi, non si se vi capita, ma i motivi urgenti che ci spingevano a “mantenere il contatto”, i presunti benefici reciproci, non hanno quasi mai resistito alla prova della pandemia: quell’attività di volontariato faceva più bene ai senzatetto, o ai nordici annoiati che si sentivano eroi per un fine settimana? L’associazione culturale che diventa la succursale di un partito, quanto merita i nostri sforzi? La pagina goliardica sui social vale tanto sforzo di moderazione, se poi prova a lucrare sugli utenti?

Naaah.

Dai che è quasi primavera: armatevi come me di cesoie, accette virtuali, quello che ve pare. Già sapete.

Se c’è una cosa che abbiamo imparato dall’ultimo anno, o almeno credo, è l’arte di scoprire sotto quali rami conviene ripararci.

I 10 Comandamenti di una comunicazione efficace

Due parole di aggiornamento sulla mia carriera di White Savior: mi sento a casa!

Ebbene sì. Ci ho preso gusto a trattare con queste persone che vengono dall’altro lato del Mediterraneo, anche perché fanno parte di una comunità ancor più discriminata della mia d’origine (sulla quale, nell’Anno Domini 2021, resta accettabile liquidare il razzismo con il classico “fatti una risata”). L’esperienza mi ha fatto tornare in mente una frase letta chissà dove, e che mi sembra sempre più fondata: ciò che la politica prova a unire con le tenaglie, la cultura separa, e forse il Sud Italia è più affine ai paesi dell’Africa mediterranea che al più continentale Nord. Senza scadere in facili cliché, il Mediterraneo meridionale unisce: crea famiglie allargate, affinità e nevrosi. Quindi io, in queste settimane, mi sono sentita nel mio ambiente d’origine, nel bene e nel male. Nel bene, per la gentilezza, la gratitudine, e la delizia: vedeste i manicaretti che mi sono stati offerti per un gesto minimo di solidarietà. Con tanto di ringraziamenti del proprietario del ristorante.

Tra gli aspetti negativi, c’è l’inconcludenza che ha accompagnato tutto questo: i progetti di collaborazione abbozzati e mai cominciati, i grandi proclami a cui è seguito il silenzio. Intendiamoci, alcune iniziative più che lodevoli salveranno anche una vita o due, che è tantissimo: ma non puntano mai alla giugulare, non arrivano mai a gridare che è l’intero sistema a essere sbagliato.

Insomma, a quest’ora avrei dovuto fare “l’angelo biondo” in non so quante interviste mai portate avanti, e avrei dovuto curare una pagina interculturale in italiano che non vedrà mai la luce, oltre a presenziare a una riunione antirazzista che non si è mai tenuta.

Da una parte è un sollievo, vedete sopra: povera la comunità che ha bisogno d’eroi. Specie se si tratta di un’eroina dal valore dubbio, proveniente da una comunità meno discriminata. Dall’altra parte mi sono ricordata dei miei vent’anni paesani, e dei progetti culturali che dovevano spaccare tutto, ma che al massimo finivano per portare due lire a quelli che mi sfruttavano con la promessa di un tesserino di pubblicista, o con quella ancora più volatile di star lavorando per una giusta causa. Senza vedere un soldo.

Già, i soldi. Una matrice comune è quella, dai due lati del Mediterraneo: i soldi mancano, combattere per un mondo più giusto è un’operazione di volontariato che non tutti si possono permettere, in una società governata dal denaro. Si dà per scontato che è una prestazione gratuita, e che è volgare anche solo pretendere un compenso, per sì nobile causa! In un contesto del genere, in effetti, è difficile fare grandi cose.

In secondo luogo, nelle mie interazioni con i nuovi “compagni di lotta” c’è un grosso difetto che non mi scrollo di dosso, perché, plot twist, intanto ero in contatto con i compagni di lotta italiani, o quello che ne rimaneva: adulti un po’ disillusi, ma non del tutto, che mi parlavano di problemi di tutt’altra natura. Poco importa se fossero questioni lavorative o sentimentali.

In tutte queste comunicazioni incrociate, e nelle storie che trattavano, c’era un grande assente: la comunicazione in sé, intesa come “parlare chiaro e senza trucchetti”. In inglese il dire e non dire si chiama “play games“, ed è più o meno consentito nelle fasi di corteggiamento, che ormai avvengono soprattutto via app. In italiano credo si dica: “Dire a nuora perché suocera intenda”. Insomma, è la prassi di chiedere indirettamente a un datore di lavoro recalcitrante quando e se ti pagherà, invece di ordinargli di “Cacare i denari”. Come se i sottintesi portassero poi a vederli, questi denari. Oppure è la tendenza a vivere con una persona che il tempo ha trasformato in estranea, ma non osiamo chiederle perché: per quanto ne sappiamo, la persona che credevamo di amare potrebbe desiderare addirittura il matrimonio, o al contrario la separazione! Eppure, non sappiamo fare altro che provare a decifrare il suo comportamento, invece di sederci insieme a un tavolo e chiedere: “Oh, come stai?”. Io capisco pure la tentazione di scansare le conversazioni difficili come se si trattasse di fossi in autostrada: avviene per l’idea, che abbiamo assimilato insieme al latte materno, che sia assurdo chiedere esattamente ciò che vogliamo.

L’erba voglio, si sa, non cresce neanche nel giardino del re. L’erba vorrei, però, è facile da trovare in giro. Abbiamo quest’idea, tipica del pensiero magico, che se comunichiamo esattamente ciò che vorremmo, non l’otterremo mai. Chiedete e non vi sarà dato. Suggerite e non vi sarà dato comunque, ma vi risparmiate l’onta di aver chiesto. Una volta, una psicologa mi prestò un libro sulla comunicazione efficace, e mi cambiò la vita. Non era una roba da pubblicità del balsamo per capelli, come quelle che trovate su Google: era proprio un manuale per imparare a comunicare sentimenti ed esigenze alle persone a noi più vicine. In pratica, scoprii sfogliandolo, era un libro di grammatica! Insegnava a mettere insieme soggetto, predicato e complemento. “Mi sento triste perché tu hai fatto questo, quindi temo che stia succedendo quest’altra cosa, e la mia soluzione sarebbe questa. Tu che ne pensi?”. Una questione semplice come l’uovo di Colombo.

Eppure quello di suggerire, non dire, o mentire addirittura, è un comportamento talmente radicato nelle esistenze di tanti che non ce ne accorgiamo nemmeno. Nelle interazioni amorose, poi, abbiamo imparato che bisogna affidarsi al carisma e sintomatico mistero del corteggiamento, altrimenti non valiamo niente. Ok, se proprio ci tenete fate pure i giochetti da inizio relazione, ma poi si diventa sinceri, vero? Altrimenti impariamo a “non dire” all’inizio, e continuiamo così per il resto della relazione.

Io ho lasciato che questo mi rovinasse la vita troppo a lungo per farlo ancora. E poi, giacché siamo in vena di comunicare, vi confesso un segreto: il non detto ci ossessiona. Un problema o un’esigenza che dipende da altri, ma che non comunichiamo, ci rosica via tempo prezioso che potremmo passare a essere felici. Invece, se proviamo a comunicare le nostre esigenze, qual è la cosa peggiore che può succedere? Scoprire che quella persona non può o non vuole aiutarci a soddisfarle. Peccato! Ma anche: benissimo. Abbiamo il tempo di girare pagina, piuttosto che vivere comunque nella piena insoddisfazione. Possiamo addirittura prenderci il tempo di cambiare esigenze, che a volte succede anche quello.

Provate! Altrimenti vi succederà come a me, che mi vedo coinvolgere cinque minuti in chissà quale progetto meraviglioso per salvare il mondo, e poi lo vedo sfumare perché nessuno ha il coraggio di dire che ci mancano il tempo, le energie e i soldi.

Peccato sul serio, perché a volte basta ammetterlo. Poi passeremo a dedicarci a qualcosa che possiamo fare davvero.

4 Truths You Need To Know About 'Sale' Items

Sono spacciata. M’ero dimenticata che qui a Barcellona la ricorrenza più importante è l’arrivo dei Magi: in molte case i regali si fanno il 6 gennaio, più che il 25 dicembre. Ergo, sono spacciata. Fuori casa ho le file che si snodano per cento metri, per comprare indumenti da grande magazzino che dureranno un anno esatto, oppure oggetti di elettronica che, comunque, tra un anno verranno sostituiti dalla nuova versione. Poi cominceranno i saldi.

Quanto a quelli, però, non ci serve niente, grazie: vengo già scontata. Nel senso che, specie durante le feste, il mio parco amici mi dà spesso per tale, tra allarmi rossi e appuntamenti annullati!

E vi assicuro che mi sento lusingata, in un certo senso: vuol dire che, scontata o meno, vengo percepita come un prodotto di qualità. Una… solida realtà, direbbe quella di Immobildream! Sono scontata nel senso che mi sono accorta che, nel “casa mia o casa tua” che quest’anno accompagnava non appuntamenti galanti, ma feste molto casalinghe da passare con famiglie meno tradizionali, quello con me era un incontro che si poteva “rimandare in un altro momento”, se un’urgenza chiamava altrove. Ribadisco: è una cosa buona almeno in un aspetto. La mia famiglia d’adozione mi percepisce come una roccia (e questo particolare la dice lunga sulla solidità degli altri membri…) e quindi sa che sarò ragionevole se una vicina dei diretti interessati ha la mamma col covid e vorrebbe sostegno proprio in Nochevieja (cioè, il 31), o se l’amica che voleva passeggiare a caccia di luminarie carine decide di avere troppo freddo per arrischiarsi a mettere il naso fuori.

Soprattutto, sanno tutti che io sono un’orsa, che è un modo divertente di porre la cosa: un altro più realistico (spero) è che me ne sto molto bene per conto mio. Quindi, se mi salta un appuntamento oppure ho passato un pomeriggio a sostenere un’amica in crisi, mi faccio due risate con l’horror paesano di Alex de la Iglesia e mi sento bene di nuovo.

Sì, il mio status di “persona scontata nella vita dei miei affetti” è una lusinga, ma allo stesso tempo è allarmante. Non tanto per me (che appunto so’ orsa) ma per gli affetti. Innanzitutto, perché dà ancora un’idea delle gerarchie presenti nei nostri vincoli. Non essendo io poliamorosa e non avendo parenti a Barcellona, sto parlando soprattutto di legami di amicizia. E nonostante i buoni propositi sull’abbattimento delle gerarchie relazionali, le “urgenze” si verificano soprattutto in relazioni amorose di vario tipo. Dunque in questi casi si corre a risolvere il problema e si parcheggia l’amica, “che tanto capirà”.

In secondo luogo, appunto: tutte ‘ste urgenze, sicuro che ne valgano la pena? Per quale motivo le montagne russe ci interessano più di una serata tranquilla tipo cena-musica-due chiacchiere, con una persona che amiamo? E non facciamo i banali, non sempre il giretto al luna park delle famose montagne russe prevede attività sessuali! Sarà che le iniezioni di adrenalina sono una droga che sembriamo disposti a spararci senza limiti, e il privilegio di rilassarsi e godersi una cenetta tranquilla, farcela “bastare” come se non potesse essere il massimo, è tutt’altro che scontato: anzi, ce lo godiamo solo quando ci diamo il permesso di farlo. Ma questo permesso, a volte, è più arduo da ottenere delle licenze abitative a Barcellona centro!

La monogamia seriale è questo, no? Passare da un giro di montagne russe a un altro, quando l’adrenalina iniziale lascia il posto al combo pizza-cinema, anche se in versione covid. Così come, se ti ritrovi per un tempo prolungato a parcheggiare un’amicizia (tanto è scontata…), forse non ti stai facendo un grande favore: la tua vita è uno stato di tensione continua, a volte piacevole e a volte no.

Come proposito di anno nuovo, quindi, direi che ci stia benissimo l’idea di dare per scontato che

  • gli affetti si coltivano, tutti;
  • da un po’ di tempo abbiamo già abbastanza stati di allarme per dovercene creare altri;
  • gli allarmi continui potrebbero indicarci che certi affetti non ne valgono la pena.

E comunque, quando vediamo che in una relazione di qualsiasi tipo ci resta più amarezza e tensione che altro, c’è una possibilità incredibile, inedita, originalissima: parcheggiare la relazione. Oppure trasformarla in una versione innocua, senza accanirci sull’esito che avremmo voluto e non si sta verificando.

Se non la date troppo per scontata (che a nessuno piace svendersi!), l’amica vi attende con una cenetta alla buona, una playlist di vostro gradimento, e una spalla su cui piangere. Anche se lei preferirebbe che su quella spalla vi ci addormentaste, magari dopo aver visto insieme l’ultimo episodio di Cobra Kai.

(Adesso sembra incredibile, ma nel 2020 succedeva anche questo. Curioso quanto nelle canzoni della parata ricorra la parola “il·lusió“.)

La presión cada vez más creciente sobre la estética y el cuerpo de las  mujeres – Mujeres para la Salud

Finalmente, grazie al lavoro di Gabriela Cistino (alias Unaelle) abbiamo una scheda completa in italiano sulla pressione estetica, un concetto fondamentale per capire la natura della discriminazione delle donne, e quella dei recenti moti collettivi di indignazione, che ancora vengono sminuiti come estemporanei e complottari. È normale, questa nazione non c’è abituata: ma le cose stanno cambiando 🙂 .

Per fortuna, per le istituzioni spagnole, questo tipo di pressione viene riconosciuto come una forma di violenza.

La bellezza ha tanti volti, ma quello che ci viene proposto è quasi sempre lo stesso. Proposto, e imposto: il messaggio dell’industria della bellezza è “Così come sei, non vai bene”. Una cosa è decidere così, perché ci va, di truccarci o depilarci o vestirci come più ci pare. Un’altra è che passino messaggi come:

“Devi truccarti se no sembri stanca, devi depilarti se no sembri una scimmia [ma povere scimmie!], devi mettere il tacco 12 anche quando fai la spesa perché la tua altezza non va bene. Non va mai bene niente, a meno che tu non ci dai i soldi per avvicinarti vagamente, e con riserva, a un ideale che non raggiungerai mai”.

Anzi, sapete che c’è? C’è un equivoco anche su questo: l’ideale di bellezza non è “irraggiungibile”, è proprio inutile. Zadie Smith ha dato un massimo di quindici minuti di tempo alla sua figlioletta per “farsi bella” (il figlio impiega due minuti e può fare altro). La pronta (e imbarazzante) risposta di un giornale di moda che campa anche della vendita di prodotti di bellezza spiega l’intera natura del problema.

Insomma, sono la prima a dire che può essere un gioco, ma sul serio, sappiamo bene quanto diventi un’imposizione: allora finiamo per dedicare tempo ed energie a qualcosa che non ne vale la pena, e in fin dei conti non ci serve per essere felici.

Ma bando alle ciance: vi lascio la scheda in italiano qui sotto, buona lettura!

Con Paquito. Barbarella, perdonami, che sono agli inizi

Ovviamente:

  • il mio pc aveva problemi di audio;
  • non riuscivo a connettermi alla diretta col telefonino;
  • il mio telefonino non riconosceva di essere in posizione orizzontale sul tripode flessibile che ho comprato per l’occasione (ben tre euro!): così ho stortigliato il tripode finché l’immagine non è sembrata quasi dritta (quasi, eh).

Alla fine, però, la prima presentazione di Una via dritta è andata, grazie a Paquito Catanzaro (che da novello Mastrota ha annunciato un 10% per chi nei prossimi giorni acquista il libro sul sito di Homo Scrivens, aggiungendo il codice “barcellona”). Ovviamente, è stata una presentazione molto più professionale di quelle pezzotte che ho fatto io. Prima di tutto perché Paquito, che è anche attore, mi ha spiegato che con la lampada giusto davanti alla faccia ottenevo un effetto Barbara D’Urso (e allora via a sparaflesciarmi!). E poi perché mi ha fatto piacere parlare di Irene, Marco e Tati adesso che li immagino in tutte le fasi di questo autunno caldo, che la pandemia ha reso flambé in poche occasioni, ma buone. Mi è piaciuta la domanda: “Cosa ti aspetti da questo libro?”. Perché la risposta più sincera che ho dato è stata: di vederlo nella mia libreria, e ricordare che dal brutto periodo che racconta sono uscita creando qualcosa.

È stato bello ricordarlo specie perché, dopo la presentazione, mi aspettava un brindisi per il coinquilino: sapete, quel tipaccio lì solo due obiettivi a breve termine teneva (un lavoro sicuro e un appartamentino tutto suo) e li ha realizzati nel giro di poche settimane! Mi dispiace per la buonanima di mia nonna, ma l’obiettivo che lei ha assegnato a me (semplicemente, il premio Nobel) è ancora lontanuccio.

Il coinquilino non ha voluto saperne del brindisi, perché dopo la cena georgiana che ha offerto a me e al compagno di quarantena voleva farsi un bicchierino di chacha. Però il compagno di quarantena e io non ci siamo pentiti di aver portato la bottiglia di cava, perché la utilizzeremo in un sontuoso risotto anni ’80!

Volevo dirvelo pure se all’apparenza non c’entra niente con la presentazione, perché una delle domande che ho apprezzato di Paquito è stata: “Cosa accomuna i protagonisti?”. Secondo me, è la ricerca di un posto al sole (e scatta subito la sigletta). Ed è quello che proviamo a fare noi: io e le storie che racconto, nonostante l’alienazione e la sensazione di essere più europea che italiana (e più napoletana di tutto il resto); il coinquilino che amava sia la ricerca che l’insegnamento, ma era frustrato dallo sfruttamento selvaggio che si accompagna a queste attività; il compagno di quarantena che, per il suo odio verso gli schermi, ha rinunciato a un lavoro al call center, e se ne andrà un paio di settimane come volontario in una fattoria.

“Una cosa che si fa quando si è più giovani, no?” ha commentato uno di quei tipi che hanno le idee molto chiare su cosa vogliono dalla vita, e la fortuna che si tratti di ciò che vogliono i più.

E invece no. Non ci sono regole fisse su cosa si voglia dalla vita in un certo periodo, e lo dice una che in fondo vuole cose molto simili alla maggioranza delle persone, ma finisce quasi sempre per sentirsi in sintonia con chi vuole altro.

Il coinquilino (che da domani avrà una casetta tutta sua) ha ben chiaro che non spenderà questi soldi per accendersi un mutuo o metter su famiglia, perché ha altre priorità.

Io lo dico sempre: non state a sentire quelli che “Volere è potere” a oltranza. “Non posso”, di fronte ai nostri sogni, può essere una grande verità. Ma la mia esperienza è che è sempre meglio sapere cosa vogliamo, anche se non abbiamo la possibilità di ottenerlo. Così la nostra mente trova scorciatoie, e a volte finiamo per avere qualcosa di simile, o addirittura di più appropriato rispetto al desiderio iniziale, spesso coniato in un momento diverso della nostra vita.

Fidiamoci di noi. Io mi volevo fidare di Irene, Marco e Tati, anche quando non sapevo dove mi avrebbero portato.

Adesso c’è da vedere fin dove sarò capace di portare me.

(Per chi se la fosse persa, ecco la presentazione)

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A volte mi sento assediata dal tempo.

Mi sento come se, delle mille cose che potevo fare e dei mille luoghi in cui potevo essere, delle tante persone che volevo conoscere, mi rimanesse un fazzoletto di vita che sembra ancora spazioso solo perché non se ne vede la fine, tanto è stretto e lungo: ma, se ti ci incammini, scopri che porta a un solo posto.

Questo pensiero è l’unica concessione “angosciata” che ho fatto alla quarantena, che altrimenti mi è parsa tranquilla e in fondo generosa: un’alternativa che avevo alla prospettiva di cadere malata, io che avevo pure la fortuna di non patirci la fame.

Ne parlavo ieri in spiaggia con un’amica: del privilegio di aver usato la quarantena per stabilire le mie priorità, di aver accettato quello che forse non farò mai, di aver accolto con gioia quello che posso fare ancora.

Vivo in un’epoca che è triste per molti e nera per tanti, ed empatizzo coi miei simili, io che a starvi a sentire sembro sempre starmene in disparte o prendervi in giro: osservo con curiosità le piccole cose che mi richiamano l’attenzione anche quando mi spaventano.

Venerdì scorso, per esempio, osservavo una camionetta della polizia in fiamme giusto al centro di Via Laietana, tra scoppi che avevo interpretato subito, forse a torto, come di proiettili ad aria compressa. Davanti a quel fuoco ho avuto paura come mai in dodici anni di vita a Barcellona, a parte quella volta in cui, in una piazza avvolta nel fumo, una ragazza dai capelli neri raccolti sulla nuca aveva provato a fermare i gruppetti di manifestanti in fuga, che rischiavano di scontrarsi tra loro come in uno sketch di Benny Hill. “Inutile correre” la ragazza quasi rideva, tra gli spari e le sirene. “Verranno da tutte le parti. Tanto vale che restiamo qua ad aspettarli.”

Venerdì, invece, io non volevo aspettare proprio nessuno.

Filavo a casa tra i bengala e quegli altri scoppi che non sapevo identificare. Correvo e scattavo le foto sfocate che fanno parte del mio compromesso con la terra in cui sto ora: non ti capisco, ma provo a raccontarti.

Poi avrei postato quelle foto, qualcuno avrebbe commentato che “amo il pericolo”. No, amo le storie. Raccontate con ogni mezzo di comunicazione. Non devono essere originali, anzi: niente mi affascina quanto una storia raccontata da più voci, scritta o diretta da più mani. Mi ricorda quanto sia tutto sfumato, passeggero. Quanto sia meglio così.

Per esempio, c’è una strada, ai confini della città. Da un lato è Barcellona, dall’altro lato non si può, non si deve andare, non nei festivi. È questione di attraversare, di spostarsi qualche numero civico più in là. Il mio coinquilino doveva andare sabato pomeriggio dalla parte sbagliata della strada, da una ragazza, a fare i dolcetti dei morti.

Però venerdì sera, quando era tornato puntuale con l’inizio del coprifuoco, il coinquilino sbraitava con quelli che avevano acceso i fuochi in strada: non erano i suoi, erano soprattutto negazionisti e ultrà del Barça. Non chiedevano sussidi e leggi perché la guerra al virus non diventasse una guerra ai poveri: facevano casino e basta, e mettevano nei guai anche les companyes del coinquilino (qui è diffuso il femminile come plurale generico). In seguito allo sgombero di un centro sociale era stata convocata una manifestazione proprio questo sabato in cui lui, che in fondo aveva già dato partecipando al corteo di lunedì, doveva andare a fare i dolci dei morti. Ma dopo quel venerdì di tafferugli ultrà, la polizia sarebbe andata agguerritissima alla manifestazione dei suoi: il coinquilino doveva sostenerli, e almeno quel sabato doveva rinunciare alla ragazza che viveva dall’altra parte della città, e ai suoi dolcetti.

Il giorno dopo, invece, lui era già con la mascherina poco dopo mangiato: andasse per i dolcetti, che di questi tempi è meglio prendersi tutte le gioie disponibili. Ottima scelta, perché almeno stavolta la potenziale guerriglia era stata una tempesta in un bicchiere. Alla manifestazione ci sarei finita io, solo per constatare che già un’ora prima dell’inizio c’erano quindici camionette e due ambulanze.

Nessuna descrizione disponibile.

Un’ora dopo l’inizio, quando ripassavo di lì al ritorno dalla mia solita dose di vitamina D, al massimo si accendeva qualche fiaccola dopo la consueta lettura dei comunicati, con tanto di invito alla folla a scansarsi durante l’operazione. La guerriglia sarebbe avvenuta più tardi, lontano da me, e non l’avrebbero condotta quei quattromila presenti in piazza (millecinquecento “per la questura”), ma una ventina di facinorosi, che ovviamente sarebbero finiti sui giornali come principale evento della serata.

C’è gente a cui piace raccontare sempre la stessa storia.

encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQ...Facciamo un patto: se mai a qualcuno venisse in testa di ricavare una serie TV da un mio testo, facciamo in modo che la sceneggiatura non surclassi il romanzo. Va bene?

No, perché l’altro ieri ho finito Little Fires Everywhere (tradotto in italiano come Tanti piccoli fuochi) e forse ho fatto un errore a iniziarlo dopo aver guardato due episodi della serie analoga: ho avuto come l’impressione che l’autrice, impeccabile artigiana nell’intreccio e nelle descrizioni, non si aggirasse mai per davvero in quelle stanze suburbane e borghesi che i suoi personaggi abitano con disinvoltura, o non vedono l’ora di lasciare. Almeno in questo romanzo, Celeste Ng mi ricorda una liceale che abbia marinato la scuola, e che a pranzo, invitata dai genitori a raccontare la sua giornata, nello sforzo di non farsi sgamare sfoderi una serie di cliché: mai come quel giorno sono volati brutti voti a destra e a manca, e magari ci sono stati ben due compiti in classe, oltre che un piccolo giallo a merenda (chi ha frugato nella borsa della prof.?). Allo stesso modo, anche se i cliché nel libro sono lì apposta per essere, ehm, bruciati via, la famiglia wasp descritta da Celeste Ng mi sembrava un po’ troppo… familiare per essere credibile: una mamma che potremmo ribattezzare Barbie Giornalista e un papà avvocato, e i figli che rappresentano tutte le categorie possibili da serie per teenager, dal bomber alla ribelle, passando per il nerd e la reginetta della scuola.

Certo, mentre cercavo sul web degli indizi per capire perché il libro mi avesse un po’ delusa, mi era sembrata piuttosto superficiale questa recensione del Guardian, scritta da un uomo che riconduceva l’intera trama alla questione, certo onnipresente nel libro, della maternità, e concludeva che lui, non avendo figli, non s’era affezionato alla storia. Fuochino: il libro è sulle scelte, quelle che cambiano la vita. E sì, i figli tendono a cambiarla assai, soprattutto alle donne: forse la serie approfondisce meglio la questione, ma non è un caso che le decisioni importanti che prendono le donne del libro avvengano prima che queste abbiano figli, o ruotino proprio sull’idea di non averne. Dopo, non resta loro che vivere con le conseguenze delle proprie scelte.

In tutto questo, insomma, stavo per dire: “Ok, grazie, Ms. Celeste Ng, ma non leggerò altri libri scritti da te”, quando mi sono accorta che alla fine dell’ebook l’avevano fatto di nuovo: come una ditta di cosmetici che mi fa scivolare nel pacco il campioncino di una crema, così la casa editrice della signora Ng mi concedeva un “assaggio” di un altro romanzo dell’autrice: quello d’esordio. E meno male che stavolta l’operazione era chiara, perché un regalino simile in un libro di Elizabeth Strout (un racconto buttato lì come se facesse parte della raccolta che avevo acquistato) aveva finito per spoilerarmi un intero romanzo, di cui l’assaggio gratuito era una sorta di sequel! Ma stavolta era diverso. La mia prima reazione nel leggere l’incipit: beata l’autrice! Solo nel mondo editoriale statunitense si può fare un’operazione del genere, in un’industria che tra alti e bassi sa che troverà sempre un pubblico. La seconda sensazione: wow, questa roba sì che mi piace.

E sapete perché? Perché stavolta l’autrice non mi sembrava una turista o un’intrusa nel suo stesso romanzo: le sue stanze le conosceva, non se le stava inventando più di quanto non richiedesse il mestiere di scrivere. Americana di origine cinese, Celeste Ng non descriveva yankee troppo perfetti, ma una famiglia mista e complicata, piena di sfumature e problemi d’identità: madre bionda (si chiama Marilyn!) e padre con gli occhi a mandorla, che insegna storia americana. La figlia che brilla per la sua assenza (a quanto pare, negli USA, se non è coinvolta la polizia non è best seller) è una studentessa modello: un giorno muore e noi lo sappiamo fin dal primo rigo, mentre la famiglia se ne accorge sessanta pagine dopo.

Benissimo, il campioncino omaggio ha funzionato: compro la crem… ehm, il romanzo.

E mi chiedo perché mi stia tanto a cuore tutta questa storia che vi ho raccontato: il libro, la serie, le stanze e l’appartenenza. Sarà che sto provando qualcosa di uguale e contrario alla sensazione di estraneità, e poi familiarità, che ho descritto per le stanze dell’autrice: mi sento un’estranea nelle mie stesse stanze. E la cosa mi piace.

Stamattina ho osservato il sole filtrare, attraverso le veneziane antiche, sul parquet da due soldi che ho trovato in dotazione in casa (una casa che ho voluto a mente fredda, più per calcolo che per reale convinzione) e ho avuto una sensazione simile a quella che mi ha preso tantissimi anni fa, credo prima che nascesse mio fratello: attenta a non urtare contro gli spigoli dei tavoli, mi aggiravo in una mattina di sole per la casa di famiglia, che non era la stessa che avevo occupato nei miei primi due anni di vita. Osservavo la luce sulle mattonelle della cucina, che ai miei occhi dovevano formare una barretta gigante di cioccolato al latte, e mi dicevo con parole infantili che quella era una bella giornata, una bella casa, e una bella vita. C’eravamo trasferiti da un anno o due e, siccome camminavo pochissimo, mi dovevo ancora abituare a quegli spazi. Ero felice? Forse. In quel momento, mi sa di sì.

Adesso osservo il parquet da due soldi della mia casa barcellonese e ricordo che è mio, e anche che oggi, 17 agosto, non dovrei essere qui. Ad agosto, di solito, lascio la casa ai miei e vado a farmi una settimana in una città che mi deluderà, perché non era il momento giusto per visitarla. Adesso sono stata costretta a rimanere – o meglio, ho scelto di non correre rischi: e bene ho fatto, visto che nel mio paesone d’origine richiedono l’autodenuncia all’ASL e due settimane di quarantena per chi arriva dall’estero, e non hanno tutti i torti perché i casi aumentano.

Così mi visito una città, la mia d’adozione, che in questo momento non avrei dovuto  neanche vedere, e non avrebbe dovuto essere così come la vedo. Chi lo dice? L’abitudine. L’angoscia con cui l’anno scorso aprivo il portone del palazzo e rischiavo subito la morte tra monopattini e bici a nolo che sfrecciavano. Oppure ci mettevo cinque minuti a guadagnare l’incrocio con via Laietana, tra turisti che sciamavano senza fretta e furgoncini che approvvigionavano i bar e i negozi della strada. Anche per questo me ne scappavo, d’estate. Adesso, invece, è tutto tranquillo senza che ci sia proprio il deserto.

Sabato pomeriggio sono andata a fare un giro verso il mare, ma mi scocciavo di arrivare fino alla Barceloneta: così mi sono seduta sul viale costellato da panchine e alberi che costeggia il Port Vell di fronte al Museu d’Història de Catalunya. Poi ho iniziato a leggere mentre sorseggiavo un chinotto, che mi consentiva di respirare un po’ a mascherina abbassata (ho scoperto un supermercato tutto italiano vicino al porto): che pace! Come mai non c’ero mai stata prima, lì? Forse perché quel posto, così come lo vedevo, non c’era stato mai. Adesso lo percorrevano solo piccole comitive (due ragazze arabe parlavano tra loro in spagnolo, una portava il velo e l’altra no) o qualche famiglia diretta verso il Passeig de Colom: i bambini saltellavano sul parapetto diviso in grossi blocchi grigi, oppure ci facevano saltare le macchinine. Erano più numerosi i gruppetti di immigrati, marocchini o pakistani, che andavano in direzione opposta, verso… verso dove?

Finito Little Fires Everywhere, ho spento il Kobo e li ho seguiti. Non avendo mai percorso quella strada, non ricordavo neanche che spuntasse sul Mare Magnum! Dio, erano anni che al massimo arrivavo a quel centro commerciale di ritorno dalla mia pizzeria preferita, e giusto per accompagnare mamma quando era in visita. Ora invece, visto da quell’angolo che non avevo mai occupato, quello mi sembrava un posto nuovo. La Rambla del Mar, in compenso, era quella di sempre: quella del primo incontro, frettoloso e deludente, con Barcellona. L’insegnante di catalano mi aveva fatto leggere ad alta voce in classe, ormai otto anni fa, il componimento in cui spiegavo che la prima volta su quel ponte semovente avevo percorso le tavole di legno con i tacchetti sbagliati, ma aggrappata al braccio giusto: quello di un amico di cui, dopo tanti casini, riesco solo a pensare con mio sommo stupore “Speriamo che stia bene”.

Ecco, questi sono i posti che abito: sono soprattutto nella mia memoria. Ma ogni tanto, in questa strana estate in cui sono turista nella mia vita, e visito stanze che sono mie ma non mi appartengono, ogni tanto li riconosco, questi posti.

Ogni tanto, ma così, per dire, mi sembra perfino che questi posti estranei siano casa mia.

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Eh, Ricky, si invecchia: la vida loca la lascio a te!

Insomma, a sentire il tipo che consegna il Mate Cola, avrei dovuto ringraziarlo per aver fatto il suo lavoro.

No, ma lo capisco: vivo in una strada che più in centro non si può, che per una complicata combinazione di incroci infernali e fasce orarie da ZTL si rivela seconda per irraggiungibilità subito dopo l’Everest, ma senza gli sherpa a fare tutto il lavoro.

In effetti il tipo del Mate Cola era piuttosto improbabile come sherpa, con la mascherina blu e il jeans a tre quarti, ed era stato pure fortunato ad arrivare proprio il giorno dopo la riparazione dell’ascensore! Però niente da fare, per lui ero stata fortunata io.

“Il tuo numero mi risultava inesistente” si lamentava “però mi sono detto: andiamo comunque. Se non la trovo, vorrà dire che mi faccio la passeggiata da quelle parti“.

A parte il fatto che il numero s’è rivelato corretto ed esistentissimo (dove vivo adesso è meglio non risparmiare troppo con le compagnie telefoniche) mi ha colpito quell’accenno alla “passeggiata” che il signore gentile e chiacchierone si sarebbe fatto, se non fossi stata in casa. La mia mente drogata di memoria visiva mi ha restituito, come spesso accade, una sequela di immagini: muratore alla cassa del supermercato vicino alla Biblioteca de Catalunya, dove scrivevo la tesi di dottorato. Nel ricordo, il giovane muratore si lamenta che quella sia una zona guiri, cioè turistica: nessuna speranza di pranzare senza rimetterci un rene (un rene = ai tempi, 8 euro di menù fisso, adesso siamo saliti a 11-12, e lo stipendio del muratore è cambiato in modo meno spettacolare). Poi il fattorino IKEA che mi fa aspettare l’intera giornata nell’appartamento ancora vuoto per poi urlarmi al telefono, due ore dopo avermi annunciato il suo arrivo “tra cinque minuti”: “Lei sa in che zona vive!” (mi spiace, macho man, mi sono fatta restituire i soldi della consegna).

Ma l’immagine più evocativa è stata la faccia dell’ingegnere sardo conosciuto nel tripudio di mondanità che era stata la festa all’hotel che avrebbe poi ospitato il re Felipe con la famiglia: “Cazzo, ma allora fai proprio la vita giovane!”. Questo il commento quando aveva saputo il mio indirizzo. “In realtà ho scelto quella casa lì per potermi stabilire per un po’ e mettere su famiglia, ma la cosa non è andata in porto”. Dopo la mia precisazione, il tizio è ammutolito: troppe informazioni per una festa intorno alla piscina con tanto di dress code (la prima e l’ultima della mia vita). Così, per sdrammatizzare, ho tolto le ballerine atroci che avevo messo per rispettare il dress code e mi sono fatta accompagnare a mettere i piedi in acqua.

Ma sì, “vita giovane” è una possibile descrizione: bar a poca distanza, discoteche o taxi a un tiro di schioppo, senza contare la dddroga (anche se gli spacciatori sulla Rambla con me si sono arresi). Ma fa la vita giovane, chi come me si ritrova in un’idea standard di gioventù che non cercava, né desiderava?

Tutte queste storie gridano “privilegio” a dieci metri di distanza: affittando parte della casa posso dedicarmi alla scrittura e, anche se al mio arrivo detestavo la zona, devo ammettere che sono vicina a posti molto più fighi, specie ora che il turismo mordi e fuggi sta lasciando il posto a una meno invasiva tamarraggine locale (vi dico solo questa: sono tornate di moda le radioline portatili). Le conseguenze di queste e altre scelte sono però che: non ho un lavoro normale, non ho rapporti umani normali e, se provassi ad adottare la prole invece di generarla io, credo che la risposta dei servizi sociali sarebbe quella di chiamare la polizia. Peraltro, quando vivevo ancora a Napoli, in casa scherzavamo spesso sul fatto che, se fossi diventata madre, avrebbero chiamato subito i servizi sociali. Il cerchio si chiude.

La questione è, come immaginerete: cos’è una vita giovane, e cosa una vita adulta.

Perché, sì, discuto spesso e a volte litigo con gente allergica al concetto di settle down, asentarse, sistemarsi, comunque lo chiamiate: anche a me non è mai piaciuto, ma ho la sensazione che adesso faccia figo vivere piuttosto come se fosse l’ultimo giorno, come suggerisce un fortunato consiglio di Jim Morrison, mentre io andrei più per il concetto di truva’ pace, di Eduardo De Filippo. Che non significa fare la mia vita da nonna, che si ricorda che è sabato solo perché vede più gente in strada. Ma farsi un’idea di ciò che si vuole: se coincide con quello che vuole tanta altra gente, forse è meglio così, magari è un po” più facile. Altrimenti oh, va bene uguale!

Ho fatto un sondaggio tra le mie amicizie e non vogliono la luna, oppure vogliono quella e qualcosa di fin troppo normale, che solo una crisi economica ormai calcificata rende impossibile: che so, l’indipendenza catalana e un lavoro d’ufficio, cambiare il mondo e un monolocale non troppo lontano da una metro, sotto i seicento euro (e scatta la battuta: “Allora come lo vorresti cambiare, ‘sto mondo?”).

Insomma, per me vita significa sapere più o meno che si vuole in un lasso di tempo ragionevole (a volte siamo preda di desideri espressi in momenti del tutto diversi della nostra vita), più che doversi per forza dare obiettivi che il vicino di casa possa apprezzare o invidiare.

Niente a che vedere con norme scolpite nella roccia e, soprattutto, con l’idea più idiota e più radicata che leggo in giro quando si parla della vita: bisogna soffrire.

Non è che succeda, non è che sia quasi una conseguenza del nostro stile di vita: ma bisogna, se non soffrire, sperimentare un’eterna insoddisfazione, un misto di ansie, preoccupazioni e sogni frustrati.

Per citare la Treccani: ma anche no.

Ne riparleremo.