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Bansly_Monnalisa-e1444993184395-1024x680  Una volta, a un mercatino di beneficenza, l’organizzatore dell’evento successivo prese a sollecitarci perché concludessimo in fretta e gli cedessimo i tavoli che usavamo come bancarelle, indispensabili per la sua triste cena associativa. Alla terza sollecitazione sgarbata gli risposi per le rime. Allora una compagna buddista, immaginatevi la scena, si avvicinò a me, che ero diventata verde col fumo che mi usciva dalle orecchie, e mi sorrise:

– Lascialo stare, Maria. Vedi, è una persona arrabbiata, che trasmette molta rabbia. Se lasci che ti prenda, diventi come lui. Vedi come sei alterata? Lo stai già facendo.

Ora, il mio stomaco è più debole di quello dell’ammirevole compagna e la prima tentazione che m’investe è ancora quella di trasformarmi in Super Saiyan.

A volte, dunque, m’invade il dolore altrui.

Travestito da rabbia.

Lo fa all’improvviso, quando scorro la home di facebook e mi ritrovo uno status di Salvini. Capirete che uno dei privilegi di vivere fuori dall’Italia è scegliere quando farmi intossicare la giornata da cose del genere.

Stavolta, però, Salvini viene a “casa” mia (anche se virtuale) a vomitarmi banalità sugli immigrati, la cui cacciata dovrebbe restituire ai suoi (e)lettori il lavoro e la stabilità che neanche il Padreterno può contendere alle banche e ai governi che le proteggono.

Allora m’incazzo, e faccio male. Perché così ha vinto lui, e ha vinto il fascistello che mettendo mi piace a tante ipocrite ovvietà mi ha intossicato il caffelatte.

Infatti sono pochi, i conoscenti che si bevono sta roba, e quasi tutti “hanno sofferto da piccoli”. Non è una condicio sine qua non, magari lo fosse, così avremmo un’indagine sociologica esaustiva. È quello che succede ai miei contatti, e a volte a me.

È la tentazione che ho avuto alla lettura della mia tesina di master, quando ho scoperto in commissione la professoressa che aveva tenuto un intero corso di norme di stesura tesi che avevo bellamente ignorato, e che ora con garbo e dovizia di spiegazioni mi abbassava il voto.

Per non incazzarmi con lei, vedete che analisi complicata mi toccava fare: lei è puntigliosa, non sono d’accordo con tutto quello che dice, ma ha ragione quando mi segnala dei problemi nel testo, ma voglio continuare a fare di testa mia, sì ma devo migliorare.

Non è più facile dare la colpa a quella grande zompapereta?

Peccato che non funzioni, né con me né con gli altri.

Mi spiace che tu abbia perso il lavoro, o euroscettico, o che a 30 anni stia facendo uno stage. È colpa dell’Europa? Sì, anche. Allora sostieni Farage? Sicuro che recuperi lavoro e stabilità, eh.

Mi spiace che ti sia morta la mamma per una malattia contratta sul lavoro, amico hooligano, ma non è colpa “dei zincari”. Prendertela con loro non ti restituisce tua madre, né ti migliora la vita. Ti rende solo più rancoroso e cattivo. Devi addirittura chiamarmi buonista, per non vedere quanto ti sei incattivito tu, e per niente.

Perché è inutile, tutta questa rabbia che scarichiamo sempre su qualcun altro quando la colpa o è nostra o non è di nessuno, o è proprio di chi ci invita a dare la colpa ai soliti che ci sono abituati.

È inutile perché non risolve niente. È solo bello crederci.

Come lo shampoo schiarente che ti promette capelli platino “ma comunque sani”, o come quei tutorial tipo “ADDIO CELLULITE!111!! coi fondi del caffè sbruscinati sui fianchi”. Facile e indolore. Peccato non funzioni.

Ma questi sono fatti di chi ci crede.

Il mio problema è che la rabbia altrui, come il dolore che la muove, è contagiosa. Ed è un peccato, farsene travolgere. È un’altra cosa inutile, che stavolta sottrae energie anche a noi che ci caschiamo.

Allora sorrido, cancello il post di Salvini, non prima di avergliene dette quattro, e torno a pensare ai cazzi necessari.

mirrormirror  L’altro giorno leggevo la classica frase ad effetto su facebook: “come ti tratta la gente dipende dal suo percorso, come reagisci tu dipende dal tuo”.

Non so voi, ma conosco persone che, per quanti problemi possano avere anche con gli altri, con me danno il peggio. A prescindere da quello che faccia io. Possono essere “eccentriche” per conto proprio, ma, quando devono interagire con me, anche per questioni importanti, semplicemente oscillano tra l’indifferenza e il disprezzo, che a volte cela un’ambivalente ammirazione per cose che in teoria io possiederei e loro no. L’invidia non ha bisogno di fondarsi su prove concrete, per esistere.

Magari la questione è questa, con chi ci disprezza: vedono in noi quello che amano o odiano di sé.

Qualunque sia la loro ragione, il problema, a mio avviso, è farla anche nostra.

Cioè, credere sul serio che siamo degni di disprezzo solo perché qualcuno si ritrova a disprezzarci. Che ci siamo meritati la freddezza o i maltrattamenti di chi quel giorno era nervoso per fatti suoi.

Perché un’altra questione importante è: capire che non è un fatto personale. Capire che, davvero, il problema non siamo noi, è qualcosa che la persona che ci tratta male ha contro se stessa e che riversa su di noi. Forse è vero che quella persona è la prima vittima del suo comportamento. E noi? Noi siamo vittime finché ci adattiamo a esserlo.

E non fraintendetemi, non è che che uno può trattarci come voglia “perché lo picchiavano da piccolo”, eh. Esiste una cosa che si chiama responsabilità. Né sono così ottimista da credere che soffrire o meno sia una questione unicamente di scelta: se chi amo (genitore, amico o compagno) mi ignora o mi tratta con ambiguità, sto male che lo voglia o no.

Semplicemente, man mano che acquisto la consapevolezza che quella persona stia male prima di tutto con se stessa, ma che non posso né tenermi le sue paturnie né salvarle la vita, passo avanti. M’inchino, sorrido, le do l’in bocca al lupo e vado. Dove? A trovarmi qualcuno che mi guardi “con gli occhi giusti”, senza turbe psichiche né proiezioni malsane.

Spoiler: esistono. Che ci crediate o no.

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