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Risultati immagini per alice coniglio parodia Forse ho cominciato a fare tutto con dieci anni di ritardo.

Se dieci anni fa mi avessero chiesto cosa volessi fare nella vita, avrei risposto: “Trovare un lavoro dignitoso all’università che mi permetta di scrivere”. Laddove “scrivere” sarebbe sembrato un’utopia, e “lavoro dignitoso all’università” no. Era l’inizio della crisi, cosa volete.

Le cose che volevo io, ho il coraggio e la lucidità di cercarle solo da quattro anni o giù di lì: come intuirete, non sempre si può recuperare il tempo “perduto”, o starei già affinando le mie apprezzate abilità canore per diventare Lana Del Rey. Oppure starei organizzando almeno il secondo compleanno della piccola Eufrasia Fulgenzia Prassede, pianificata già in età da arresto insieme a Kim Rossi Stuart (che era fidanzato con me a sua insaputa, come Paolo Maldini).

Invece è nei ritorni dalle vacanze che spuntano foto di ex coinquilini conosciuti dieci anni fa, ora sposi e con prole (non in quest’ordine) in una città diversa da Barcellona, che con stipendi come il loro sarebbe un posto fantastico per figliare: ma, se tutto quello che hanno imparato a dire in due anni è “Un mojito, por favor”, capisco anche che stentino a crederci. Oppure vengono fuori scartoffie (notifiche, anticipi da dare, ricevute) che mi costringono a pianificare il mio futuro immediato. Risultato? In questo lunedì pre-settembrino, a tutto penso, fuorché al presente.

Allora mi ricordo che, pazienza per Lana del Rey, ma scrivere dipende solo da me e comincia a dare risultati decenti. Quanto ai figli, l’idea peregrina sarebbe ancora averli con un padre bendisposto, ma, tra gli ex degli ultimi dieci anni, uno crede che gli attentatori sulla Rambla siano stati mandati dal Re di Spagna, e un altro che il Corano preveda gli tsunami. E parliamo di quelli che, a nominarli, la gente non mi ride letteralmente in faccia, come fa invece in altri casi. È difficile imparare all’improvviso a non circondarsi di psicopatici, se sei psicopatica anche tu, e quando guarisci un pochetto devi comunque scommettere su qualcuno e sperare che la sua barba non sia poi così blu. O che la tintura regga abbastanza.

L’unica cosa certa è che la paura di non avverare i miei desideri stava ottenendo esattamente il risultato che temevo, perciò volevo far presente che, a volte, si è più realisti a inseguire esattamente ciò che si vuole, che a trovarsi dei surrogati ancora più fallimentari.

Oppure vi ritrovate come me a fare quello che è necessario dopo un allagamento in casa: salvare il salvabile, in ordine di priorità. E per fortuna, scrivere dipende solo da me e posso farlo sempre.

Se viene anche il resto, sacrificherò un gallo a Esculapio.

Un gallo di tofu, ovviamente.

Tanto chi se la mangiava, quella schifezza.

(Questa dev’essere un’ex dei miei ex)

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 Ultimo post su Marsiglia, ok? È che in questa città sono successe troppe cose, e una è che mi sono accorta che non avevo il dentifricio. Né il sapone.

Oh, non sapevo come funzionasse, nell’appartamento che avevo prenotato! Inoltre, come già detto, per motivi estranei alla mia volontà l’itinerario di viaggio mi cambiava davanti agli occhi in maniera surreale, lasciandomi bloccata in una città che non conoscevo, senza sapere cosa avrei fatto dopo.

Ma, niente paura! Ho scoperto ben presto che, per compensare a queste e altre mancanze, bisogna procurarsi:

  • sapone di Aleppo! Ok, è un po’ viscido, ma fa da docciaschiuma, shampoo, e pure da detersivo per bucato: provare per credere. Solo che sui capelli ne va una puntina, o ve li ritrovate ‘nzevati (unti) che manco con quel gel azzurro puffo degli anni ’90;
  • aceto e bicarbonato! Per lavare casa e farsi maschere capelli, dentifrici di fortuna (ma poi ne ho preso uno all’argilla da Naturalia), creme depilatorie ecc.;
  • frutta fresca! Da tagliare a pezzetti e mettere in una bella caraffa d’acqua, così da averla sempre aromatizzata e risparmiare su bottiglie di plastica e succhi a peso d’oro. E dopo tre giorni, mangiate la frutta o fate una marmellatina veloce, la colazione ne guadagnerà;
  • incontri inattesi: scaricatevi Meetup e scoprite quanta gente ha i vostri stessi gusti, o due ore da spendere per chiacchierare. A Marsiglia, agli incontri “internazionali” c’erano più marsigliesi che stranieri, e non mancavano gli (e le) over 50: questo è un grande merito, specie per me che ho la sensazione di vivere in una città divisa in compartimenti stagni;
  • incontri (molto) attesi.

Questa ve la spiego bene. Il mio, di incontro, era con una di quelle persone che conosci una sera a una festa, perennemente in viaggio, e da allora riesci ad averci solo rapporti di lavoro a distanza, benedetto Internet, ma ti manca una chiacchiera in carne e ossa. Tra le varie cose dette a un tavolino all’aperto, tra me che aprivo di continuo la valigia (“I soldi, dove li ho messi?!”) e lei che andava a comprare i filtri, la mia interlocutrice mi ha regalato una chicca per il mio libro strano: quello un po’ memorie e un po’ self-help su come sia uscita dalla peggiore crisi della mia vita.

Adesso, il disagio di allora era globbbale totale, perché avevo fatto scelte discutibili su più fronti (lavorativo, accademico e finanche immobiliare…), ma sarei ipocrita a non ammettere che “la crisi”, innanzitutto, aveva un nome e un cognome. Che l’altra, a sorpresa, conosceva perfettamente.

Non ho fatto in tempo a riprendermi dal colpo (credo la controparte si vergognasse di me), che lei ha aggiunto:

“Un amico comune mi ha detto che l’ha visto bene soltanto con te. Solo che con te non ci voleva stare”.

Io credo che in questa frase postuma si racchiuda la mia vacanza, e molto della mia vita. E mi sa che sono in buona compagnia. Perché a volte è inutile cercare spiegazioni, le persone o si amano o no. Ma è vero che, sempre a volte, c’è questo paradosso dello stare “troppo bene” per funzionare secondo i propri standard.

Quando qualcuno la pensa così, non resta che rifare la valigia e vedere cos’altro succede.

(Ascolta e fai ascoltare… Jordi Pèlach!)

a36b369f1a05f3a434cdd8d784e1c075Quando in tasca ho più biglietti da visita di agenti immobiliari che biglietti della metro, lo sto rifacendo: cerco la svolta. Tipo una casa da  abitare e affittare per metà, in una città che costruisce le case o per viverci o per farci i soldi. Di solito finisco per rinunciare e prendermi un gelato, in attesa di tempi migliori.

Ma intanto imparo molte cose sulla specie animale a cui appartengo.

Stavolta ho scoperto una cosa che già mi aveva segnalato Dostoevskij: anche un bigliettaio del treno si dà importanza per quel minimo di potere che ha. Se consideriamo che genere di biglietti ho in tasca in questi giorni, capirete chi altro abbia questo vizio.

E mi dispiace, perché so che tanti agenti immobiliari sono pagati uno schifo, e fomentati tipo i teleoperatori di Tutta la vita davanti. Mi fa tenerezza la bellissima tedesco-russa-rumena che mi fa le imboscate WhatsApp alle dieci di sera per vendermi un appartamento caro e impersonale, creato per farci i soldi e non per viverci. Mi verrebbe da “risolverle la vita”, come a volte mi viene in testa di fare, senza mai riuscirci ovviamente (però spesso procuro contatti e indirizzi utili).

Quello che non posso più ascrivere a coincidenza, invece, è il senso d’importanza che si danno quelli che operano in zone esclusive (Avinguda Diagonal, carrer Enric Granados…), dove, mi sono accorta ben presto, i soldi per svoltare non ce li ho. Può succedere che in un caso o due confonda la ragionevolezza con l’arroganza, se un agente respinge un’offerta con la frase “È pur sempre la Diagonal!” (purtroppo non so tradurgli il napoletano “e tiritittittì“). Ma m’incuriosisce il fatto che, per un appartamento accanto a Plaça Catalunya (cioè, caro e centralissimo), nell’arco di 24 ore abbia un architetto a illustrarmi gratis eventuali migliorie, e per un piano terra accanto alla Diagonal (con giardinetto, ma sempre un vascio) la responsabile che accompagna l’agente dichiari che chiamerebbero l’architetto “solo se fossi realmente interessata, perché è un pomeriggio di lavoro!”. Che il rispetto per il lavoro altrui sorga solo in simili situazioni? D’altronde, nel caso specifico, il… soldato semplice, al momento di salutarmi, mi ha trattenuto la mano e mi ha rivelato con curiosa confidenzialità che “i proprietari avevano rifiutato un’offerta più bassa”: insomma, mi era sembrato di tradurre, facessi pochi scherzi e pagassi subito, o lasciassi la casa a chi capisse il russo! Alcuni annunci in zona, infatti, sono unicamente in questa lingua. La domanda è: chi capisce il russo si compra forse un vascio, fosse anche sulla Diagonal?

Ovviamente non si parla di lotta tra poveri, ma ripenso a quel bigliettaio che si credeva chissà chi perché in quel momento, e solo allora, aveva qualcosa che gli altri volevano.

E di cui lui, badate bene, era solo custode e non padrone.

Vabbe’, almeno ha riaperto la mia gelateria preferita.

Dalla pagina Facebook di Supermercat del Món, https://www.facebook.com/BHGSupermercatDelMon/

Oggi, a tre giorni dalle elezioni catalane (e dalla mia partenza per Natale), ho letto il post su Facebook di un amico che fa yoga. Ve lo traduco qui sotto, metteteci voi il suono del gong tibetano:

Solo quando smetti di avere bisogno, si presentano le opportunità. Quando smetti di cercare, trovi.

A me non convince del tutto l’ultima frase: sarà che, nonostante gli anni passati a maltrattarlo, il caro buon nesso causa-effetto fatica ad abbandonarmi. Temo quindi che in qualche caso, smettendo di cercare, perdiamo quella minima possibilità di trovare che avessimo!

D’altro canto capita spesso che, se non ci sbattiamo troppo a cercare qualcosa, magari mettiamo insieme la calma per ottenerlo: che so, quando dimentico un nome o un indirizzo è inutile che mi scervelli. Meglio continuare con le mie cose, e magari un particolare inaspettato mi farà ritornare la memoria.

Oppure, se ho perso le chiavi, non serve buttar giù venti metri di paradiso a chi cojo cojo: se mi calmo un attimo ho più possibilità di ritrovarle proprio sotto la borsa che ho sbattuto con malagrazia sul tavolino all’ingresso.

Ma la soluzione “magica” proposta dal mio amico mi ha ricordato un gioco di prestigio che avviene da un po’ nel mio portafogli: spariscono interi biglietti da venti euro, prima che capisca dove siano finiti! No, non sono i ladri della metro di Barcellona: con loro come minimo mi sparisce l’intero portafogli (Mago Silvan, scansati).

Sarà che ho fatto spesso la spesa al ritorno dalle mie lezioni mattutine a Sant Cugat, quando sono quasi a digiuno, perché sono l’unica donna al mondo che soffre il mal di treno. Quindi al ritorno in città ho una fame da lupo, e si sa, la gente affamata fa pessimi acquisti. Allora arrivo a comprare perfino gli esosi crackers ai tre cereali del pako del Parlament. Una volta (una sola, però) ho gettato alle ortiche il fai-da-te e mi sono scoperta a caccia di polpettine precotte: ancora non si capisce come possa il seitan, che è glutine puro, costare quanto un quarto di bue! Invece, a fare la spesa con la panza piena avrei comprato solo sale, riso, legumi secchi e fedelini De Cecco (oh, ognuno ha le sue necessità!). Insomma, con cinque euro me la sarei cavata, fedelini compresi.

Alla luce della mia spesa fallimentare, ipotizzo che tre euro di colazione al veggie dietro Plaça Universitat me ne fanno risparmiare dieci di spesa inutile!

Insomma, devo un rooïbos all’amico che mi ha fornito un ottimo promemoria, per il momento in cui mi trovo: una fase di transizione, in una città in transizione, in una provincia autonoma (per qualcuno, aspirante stato) in transizione.

Allora, tra tanti desideri e aspirazioni frustrate, trovare quello che mi serve davvero è un casino. È una tortura. È una sfida.

Come diceva uno, mo’ me lo segno.

E forse ottanta centesimi per le gomme mi avanzano.

 

 

Risultati immagini per ossigeno Ho mandato a monte la riunione di condominio.

Si vedevano solo per parlare di un soffitto crollato. Il mio. Ho già detto che sono venuti due furgoncini di pompieri a puntellare le travi?

Eppure è saltata la riunione, perché non sapevo si tenesse. Mi era arrivata la mail, in uno di questi giorni in cui non so se, tra l’indipendenza mancata e un pestaggio della Policía Nacional, mi torna a casa il “coinquilino”: l’avevo presa per una comunicazione di routine, l’ennesimo preventivo del tecnico, e cestinata. Assente io, i miei vicini non avevano niente di cui discutere.

Ma non posso lamentarmi, sapete perché?

Perché intanto mi ha contattato Tina. Che vive a Pavia in una casa non sua, fa lavoretti da niente per mantenere due figli e, se le muoiono i padroni di casa, finisce in mezzo a una via. Perché mi ha scritto? Per la solita richiesta: “Mi puoi aiutare a trovare lavoro a Barcellona? Non ne posso più di questa vita”.

Essere scambiata per San Gennaro (o meglio, per la Madonna di Montserrat) è divertente quando mi succede col ventenne indeciso tra Barcellona e Berlino: quello vuole vitto e alloggio e un lavoro ben remunerato, magari senza sapere un’acca di spagnolo. Qualcuno particolarmente attraente mi ha dato a intendere che sarebbe stato disposto a immolarsi, chiedendomi un appuntamento “per parlare”. È un mondo difficile.

Il discorso cambia se a contattarmi è Marika, che deve trasferirsi con due bimbe mentre il marito non le potrà raggiungere subito. O Angela, napoletana “emigrante” che si è vista il negozio devastato dal terremoto, uno degli ultimi che hanno martoriato il centro Italia: “è stanca di essere un peso per i figli”, e a cinquant’anni passati cerca col marito un posto da cameriera, senza parlare nient’altro che l’italiano. O il siciliano di cinquantasei anni, “ma come vedete sono giovanile”, che in un post sulla pagina che modero si dichiara disposto a fare qualsiasi cosa pur di trasferirsi, e dalle foto capisci che è per mantenere una moglie un po’ più giovane e un bimbo avuto sulla quarantina inoltrata.

Solo che adesso non posso aiutare nessuno, neanche con quel poco di consigli e contatti che possiedo, se sto così rincoglionita da scambiare la convocazione di una riunione per un preventivo di lavori. Se dimentico per la prima volta in cinque anni di pubblicare sul blog nei giorni previsti, cosa che non ho omesso di fare neanche prima di un funerale. Se mi scervello sul soffitto crollato e il coinquilino spericolato e il Primer Ministro idiota e il re inqualificabile, e il President che lasciamo sta’, come se fossero questioni che io possa controllare.

E invece tutto ciò che sono in grado di gestire è la mia calma, e quelle due cose che posso fare per Tina, Marika, Angela, il signore giovanile.

Ma è come le istruzioni di sicurezza in aereo: mai mettere la mascherina dell’ossigeno agli altri prima di averla infilata noi.

Se no, oltre a finire male, non possiamo aiutare nessuno.

 

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Grazie a Paolo Campagna per la “resa grafica” della situazione

PRIMA

Nella serie The Crown c’è un’immagine della regina Elisabetta, ragazzina, che si arrampica sugli alberi in giardino, mentre in casa suo zio e suo padre decidono che lei un giorno sarà regina.

Io, che al massimo sono stata reginetta di Forcella 2006 per i cappottini hipster, mentre cadeva il muro di Berlino guardavo i cartoni. O così mi accusò la maestra il giorno dopo, visto che non mi ero accorta di niente. Peccato, devo riconoscere a distanza di decenni: quell’evento ha deciso buona parte del mio futuro.

Scrivo queste idee confuse pochi minuti prima che si pubblichi la lettera di Puigdemont che può determinare indirettamente una parte del mio destino. La scelta del coinquilino, per esempio, visto che qualcuno in casa potrebbe mettersi in testa di scendere “a difendere il Parlament” (e scatta subito Stanis travestito da Fini). Per fortuna l’Austin Powers catalano è troppo democristiano per questo, ma ormai non mi sorprendo più di niente.

Riflettevo solo sulla scarsa influenza che hanno gli esseri umani nelle vicende che li riguardano, e come sempre mi chiedevo esattamente a quanto ammontasse il nostro potere decisionale. A nulla, dicono i pessimisti. Fatto sta che il mio migliore amico, che ne sa a pacchi, mi dice che i cuochi americani a Pearl Harbor si risparmiarono qualche anno di terapia lanciando patate agli aerei giapponesi che li bombardavano.

E comunque ho visto gli Indignados diventare la Pah, la Colau diventare sindaca, gli amici del mio ragazzo decidere che io sono di Podemos: anche le entità che detestano questi attori politici, quelle che lasceranno il Parlamento se Puigdemont non dichiara definitivamente l’indipendenza, si autogestiscono con metodi simili a quelli che adottavamo nelle piazze di Barcellona, ormai sei anni fa.

Quindi do per buona l’ipotesi che people have the power (almeno un pochetto) e lancio le mie patate.

Ma per noi, come individui, cosa rimane da fare? Mentre andavo all’università, il fallimento di una specie di Monopoli per soli miliardari ha prodotto una crisi economica che mi ha tolto quasi ogni sbocco accademico, e ha rovinato l’esistenza di quegli amici che credevano di poter guadagnare abbastanza da fare le stesse scelte dei genitori, se avessero voluto.

E invece eccoci qua a chiederci, coi quaranta che si avvicinano, come soddisfare o eludere standard sociali che cambiano molto più lentamente dell’economia che li ha generati.

È qui che scatta la seconda parte. Per dirla con i libri di self-help: come reagire a quello che sta succedendo?

Alcune strategie sono vecchie quanto il mondo: bustarelle, nepotismi, raccomandazioni di ogni genere. Altre, pure antichissime, vengono reinventate: investire nel mattone può diventare ospitare turisti in nero. Va anche detto che gli unici amici miei che sono riusciti a comprare un appartamento a Barcellona senza “l’aiuto da casa” sono un ingegnere, un medico, e una russa che ha fatto un mutuo trentennale per pagarsi un immobile da cinquantamila euro a Badalona.

Insomma, questa seconda parte “strategica” e “individuale” è più creativa dell’altra: cosa facciamo della nostra vita in tempi avversi? Io quando ho visto che all’università non c’era verso, e nel settore turistico licenziavano dipartimenti interi, ho preso il diploma per insegnare italiano. Adesso scopro che col mio certificato IELTS, se pago bene il corso previsto dall’Università di Cambridge, potrei insegnare inglese.

Soprattutto, devo constatare che i miei fallimenti più rovinosi hanno riguardato le “pezze a colori”, cioè le alternative e scorciatoie rispetto a quello che desideravo fare davvero della mia vita. Tanto vale, ho deciso, aspirare proprio a quello che voglio.

Ma sto delirando e ormai è stata pubblicata la lettera. Visto che mi riguarda, la voglio proprio leggere.

DOPO

La lettera non dice un cazzo, cvd.

Io sono fiduciosa da quando ho visto che i carri armati non arrivavano subito. Però è avvilente, sul serio, che la mia esistenza possa essere decisa da funamboli verbali a cui è sfuggito il gioco di mano.

 

 

Immagine correlata

Da https://www.youtube.com/watch?v=tokRybYT4Dg

Una volta condividevo un caotico appartamento ai confini del Raval. Pur di lasciarlo avevo bloccato un’intera casetta a due stanze, cedutami da un amico che andava sei mesi negli USA.

Ma le politiche dell’appartamento che volevo lasciare erano particolarmente cazzimmose: l’unico modo di recuperare la caparra era di trovarmi io un sostituto per la camera. Vi ho già detto che era un quinto piano senza ascensore?

Per fortuna, la satanica detentrice del contratto d’affitto risolse le sue contese con la padrona di casa autosfrattandosi, insieme a tutti noi. Non ci crederete, ma ero contenta!

Anzi, avevo talmente aspettato quel momento da arrivare a immaginarmi una vita fantastica fuori da lì. Ma al primo pranzo a casa nuova, osservando il salottino senza luce sul cui divano si era addormentato un compagno di università, mi ero resa conto che no, non avevo trovato il Graal della felicità. Per varie ragioni: 1) le questioni momentaneamente “cancellate” dalla priorità dell’appartamento ritornavano a bussare urgenti; 2) avevo solo sei mesi per cercarmi una casa nuova; 3) nello spazio di una notte, il discretissimo e timido coinquilino ereditato dal vecchio piso, aveva già installato in casa una fidanzata brontolona, e decisa a farci taaanta compagnia.

Allora mi sono ricordata dell’ovvio che ci sfugge sempre di mente: il compito più difficile dei sogni è sopravvivere a se stessi.

Insomma, una volta che il “sogno” si è avverato, ci tocca viverlo.

Superare la parte d’immaginazione, che prevedeva che fosse tutto rose e fiori se solo avessimo raggiunto l’obiettivo, per farla diventare vita reale, quotidianità, qualcosa che richieda manutenzione o una certa routine, come quasi tutte le attività umane.

Pensate a chi sogna di lasciare l’Italia per Barcellona, viene qui e si ritrova alle prese coi documenti da ottenere, il lavoro da cercarsi, le stanze dai prezzi assurdi…

Pensate a chi passa dallo sfogliare margherite sospirando il nome dell’amato bene a doverci davvero dividere il bagno e le bollette della luce. E, a giudicare dallo stress di tanti amici diventati genitori, sarebbe importante che la croce e delizia di mettere al mondo una nuova vita diventasse consapevolezza, informazione, e capacità di perdonarsi.

Questo lato prosaico non rovina la poesia. A patto che lo mettiamo in conto. A patto che invece di inseguire aspettative impossibili ci fermiamo un attimo, consideriamo lucidamente i pro e i contro e ci diciamo: “Voglio provarci lo stesso?”.

Se la risposta è sì, avanti tutta.