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Comprar Red Flags

Ma non quelle che pensate voi.

Non vi stupirà scoprire (se non lo sapevate ancora) che le red flags inglesi hanno poco a che vedere con la politica. Come le bandiere rosse del divieto di balneazione, sono i segnali che ci svettano nella testolina quando una persona va evitata: tipo “una frase sciocca, un volgare doppio senso”, o almeno così cantava uno. Di solito l’espressione si riferisce alle relazioni in fieri, ma io la uso pure per scegliermi l’idraulico.

Le “bandiere rosse” rivelano il nostro strano rapporto con passato e futuro. Ci flagelliamo su ciò che abbiamo fatto male, ma non ci beiamo dei fossi scansati. Adesso direte: che ne sappiamo di come sarebbe andata? Qui vi volevo! Ci sembra intelligente il catastrofismo irrazionale, ma non una valutazione ottimista sui disastri che abbiamo evitato.

L’altro giorno mi ha scritto un amico da Milano: sai chi ho in azienda, come nuova arrivata? Il nome non mi diceva niente, poi ho ricordato: l’alloro in bocca! Due anni fa, una tizia atterrata da poco a Barcellona mi aveva chiesto consigli su come muoversi. L’avevo inserita in un gruppo di cucina italiana, e lei aveva montato una polemica con una poveraccia, rea di non mettere l’alloro in non so che piatto. “Noi della Campania Felix troviamo alloro un po’ dappertutto”. Come no: in Campania il mattino ha l’alloro in bocca. Scusate, eh: cent’anni fa, nel mio paesone, circolavano i tram.

Ma non è tutto alloro quello che luccica (ok, la smetto): c’è anche l’olio. I suoi nonni, si beava la tipa, avevano un frantoio secolare. Ce l’avete, voi, il frantoio secolare? Non siete nessuno. La tipa mi aveva chiesto di prenderci un caffè. Uno autentico, ovviamente. Purtroppo, proprio quella sera, dovevo asciugare gli scogli della Barceloneta. No, sul serio: mi mancava proprio l’energia per conoscere una che, per sentirsi più sicura come straniera, avesse bisogno di avvolgersi nella bandiera col giglio borbonico.

Non ero andata troppo lontano dalla realtà.

“È un personaggio particolare” ha esitato l’amico che la teneva in ufficio. In pratica, era una verruca sul popò. “Sai? Credo sia indipendentista.”

“Catalana?”

“No. Delle due Sicilie.”

“Auguri.”

Perché io coi neoborbonici ci parlo, specie se partiamo dal punto comune che la storia, così come veniva insegnata fino a pochi anni fa, vada decostruita. Poi fuggo a gambe levate dall’ingegnere paesano che mi chiede il numero dopo un nanosecondo e vuole insegnare la storia a me, che ho la laurea specialistica (ma “il mondo accademico è complice nell’inganno”). Ed è uno che ho incontrato per caso. Figuriamoci se frequento apposta una che sembra la versione non divertente di Casa Surace (dunque, sembra Casa Surace).

Sì, i miei sono pregiudizi. Ed esperienza, anche. Una volta mi sono fatta entrare in casa (letteralmente) una tizia francese che prometteva grane, ma mi ero data della paranoica per pensarlo. Questa fingeva di capire come collegarsi a Internet (non c’era ancora il wifi) e poi mi esauriva il credito. Faceva irruzione nel cesso di casa e richiedeva un’ambulanza: quando si faceva le canne diventava paranoica. Se n’è andata con tre mesi di ritardo, facendo scappare potenziali inquilini. Avevo previsto tutto: mi mancavano solo i dettagli.

Sono sicura che vi è successo lo stesso. E sono sicura che anche voi sapete scostarvi il prosciutto dagli occhi, per riconoscere le “bandiere rosse”.

A volte, non sempre ma a volte, conviene fidarci di noi.

Time to close the blinds.. or is it?

Prima notte passata con la finestra aperta per il caldo.

Ne ho trascorso la metà a determinare per prove ed errori quanto dovesse restare alzata la persiana. Di conseguenza ho dormito una schifezza, e al risveglio ho avuto le seguenti visioni:

  • me a 10 anni, che nella stessa situazione mi alzo fresca come una rosa, col pensiero del Giornale di Barbie, che sto centellinando, e il progetto di farmi dieci giri di bicicletta in cortile. Unica preoccupazione: l’agguato che potrebbe tendermi il nonno con le lezioni di latino;
  • me a 40, che stamane mi tolgo la mascherina (non quella per la bocca, l’altra) e mi scopro cieca. Ah, no, sono gli occhi cisposi: ho preso sonno alle quattro. Mi alzo col pensiero dei piatti che non lavo da due giorni (ieri c’era la fiera vegana!) e il progetto di cambiare una volta per tutte il finale del romanzo a cui lavoro da due anni, anche se chiunque lo legga si chiede perché mi ci accanisca tanto. Unica preoccupazione: sto buttando la mia vitaaa! Sapevo che sarebbe andata così!

Insomma, la finestra di camera mia ormai affaccia sulla mia vita, coi suoi sbalzi di tempo, più che di temperatura! Poi mi sono lavata la faccia e mi sono arripigliata, eh. Mi si dice che anche voi, al mattino, avete pensieri catastrofici mica male, specie dopo una notte quasi insonne. Però vorrei spezzare una lancia alla me quarantenne che ha la sensazione molto, ehm, cisposa di aver tradito la bimbetta di dieci anni, che era più o meno convinta che la vita fosse facile. Ua’, quella bambina ignorava un sacco di cose! Alcune le ho già scritte qui.

Una che non ho scritto è che quella bambina, un giorno, avrebbe incontrato per caso da adulta un parroco che era stato il suo influencer (e che lei aveva pure difeso da certe compagnelle che lo accusavano di “stringere un po’ troppo”), e si sarebbe sentita accarezzare con insistenza la schiena proprio all’altezza del reggiseno. A quel punto si sarebbe congedata in fretta, e in preda a più di un dubbio su chi pretendesse di insegnarle a campare quando era bambina!

Un’altra cosa è che, per come sarebbero state composte poi le coppie etero in paese (ma quelle gay non erano contemplate), la desiderata carriera di insegnante, con l’aggiunta di almeno due pargoli, avrebbe creato il rischio di dipendenza economica dal marito ingegnere, avvocato, medico. Specie dopo due crisi economiche a distanza ravvicinata. Nessuno dei compagnelli maschi di quella bambina (tutti di ceto medio, e finiti tutti insieme, chissà come, nelle stesse sezioni), avrebbe fatto l’insegnante.

Un’altra cosa è che di avere figli ci si può anche pentire, e allora ti stigmatizzeranno. Non perché tu abbia smesso di amare i figli (il che non succede), né perché tu abbia smesso di prenderti cura di loro. No, sei una caina per il solo fatto di ammettere che avresti evitato, se avessi avuto certe informazioni sulla questione (ci torneremo tra poco).

Un’ultima cosa che la bambina ignorava è che un giorno avrebbe letto come buona notizia il titolo:

I dati della settimana, decessi ridotti del 70% in un mese. Si torna ai livelli di settembre.

Quindi, se in questo giugno vi svegliate come me, insonni e non vedenti per cinque secondi, ricordate che certi obiettivi della nostra vita sono stati stabiliti da altri, o da una versione di noi che era ancora in una fase di transizione, e che non disponeva di un fattore importantissimo nel prendere decisioni: tante, tante, tante informazioni..

Adesso, però, abbiamo quelle, compresa la teoria, fin troppo ottimistica, che possiamo controllare almeno il 40% della nostra felicità.

Vabbè, oggi diamola per buona, che ancora sto sbadigliando per la nottata: vorrà dire che, almeno quel 40%, ce lo godremo come si deve.

Papale Papale/ L'università un po' Tafazzi

E sì, scusate, ormai sono fissata con la storia degli obiettivi e dei bisogni. A ‘sto punto, se permettete, chiudo il discorso.

Lo faccio nel più classico dei modi: non dormendo.

Oddio, non è che l’insonnia mi capiti spesso, ormai: la melatonina fa miracoli! Però ci sono ancora due problemi che possono rompermi il ritmo circadiano, e pure le gonadi: l’apparecchio notturno per i denti, e il ciclo.

Per fare il botto, i due ostacoli devono combinarsi in qualche modo creativo, e deleterio per la mia salute mentale.

Quanto all’apparecchio per i denti: ricordate quando lo andai a ritirare in pieno lockdown, dopo trentadue giorni che me ne restavo tappata in casa? Avevo lasciato il compito di fare la spesa al compagno di quarantena, che al contrario di me aveva sempre l’urgenza di uscire. Quindi, dopo un mese passato ad attaccarmi come una cozza ai miei manoscritti (e al Kobo), me n’ero uscita vestita da marziana, con tanto di guanti di plastica e mascherina regalata da un vicino: mi aspettavo scenari da 28 giorni dopo! Invece mi ero ritrovata davanti stormi di uccelli installati in pianta stabile in plaça Urquinaona, e certi palazzi che, da vuoti, sembravano ancora più grandi.

“Mi raccomando” mi aveva poi ordinato il dentista da sotto la mascherina “il primo anno ti metti l’apparecchio ogni notte. Dal secondo in poi, l’importante è la costanza“.

Ricordatevi bene ‘sto fatto della costanza, perché io l’altra notte me l’ero scordato. Perché? Avevo un piccolo problema a fare da interferenza: certi crampi mestruali che, sul serio, sembrava che stessi per partorire in una notte sola tutto il mio odio. Verso chi? Beh, verso:

  • la ricerca: se fossero gli uomini la maggioranza mestruante, sarebbe già in commercio un’anestesia locale portatile che ti addormenta la zona per due settimane, premestruo compreso;
  • la ginecologia, che ancora nel 2021 consiglia il magnesio o l’impacco caldo (rimedi che, per usare un tecnicismo, me chiavo ‘n faccia); oppure la pillola, che oltre a gonfiarmi come un pallone idrostatico ha il curioso effetto di farmi guardare anche Kim Rossi Stuart (che come sapete è mio marito) con la stessa libido con cui osserverei un piatto di broccoli scaldati.

Insomma, intanto che covavo odio, e fissavo il vuoto con la panza in mano (quando le spinte allo stomaco non mi costringevano a trascinarmi in bagno), mi dicevo: “Oddio, mi sono dimenticata l’apparecchio notturno!”. Che, in quelle circostanze, sarebbe diventato una tortura che neanche i colleghi del buon diavolo Geppo, quando Satana è in forma.

Ma io stavo seguendo un regime scrupolosissimo: come da prescrizione, avevo indossato l’apparecchio ogni notte per tutto il primo anno, e da qualche mese lo facevo a notti alterne. Dunque, quella notte che stavo letteralmente con la panza in mano, stavo trasgredendo alla grande regola imposta da… Da chi? Da me.

Vi ricordate la costanza di cui parlava il dentista? Vi risulta che in qualche lingua si traduca in “una sera sì e una no”? Anche nelle riviste mediche online, gli articoli in inglese ‘mericano, che chissà perché ci risultano più autorevoli degli altri, parlano di portare l’apparecchio notturno circa tre volte a settimana. Ergo, magari due giorni di fila te li puoi anche saltare! Specie se ti ritrovi come unica invitata al grande festival dell’insonnia, che si tiene giusto in camera tua. Anzi, già che ci siamo: se l’apparecchio, piuttosto scomodo, è già efficace tre volte a settimana, perché devo aggiungerci io quella volta in più?

Ma niente, ero intrappolata nelle mie stesse regole, segno che per crearci dei bisogni inutili non serve desiderare una Mini Cooper, come scherzavo l’altra volta. Spesso vantiamo anche l’abilità di confondere il sacrificio col lavoro, e il solo fatto di consacrarci alla gettonatissima professione di Tafazzi (vedi sotto) equivale per noi a lavorare per il nostro bene.

“Eh, questo trenta me lo sono proprio meritato: ho fatto le nottate sui libri!”. Sì, ma era necessario? Nel senso, di mattina lavoravi? Se è così, massimo rispetto. Altrimenti, studiando due o tre ore al giorno per un mese, magari beccavi lo stesso voto. “Se bella vuoi apparire, un po’ devi soffrire”. A parte che la pressione estetica ha un po’ rotto, forse chi come come me odia i tacchi farebbe meglio a mettersi scarpe rasoterra e guadagnarci in sicurezza, piuttosto che camminare come se andasse sulle uova e rischiare anche di rompersi il muso.

Cosa voglio dire con tutta questa pippa mentale? Che soffrire non è un bisogno, né tantomeno un rimedio. Al massimo, in alcune circostanze, può essere un mezzo per raggiungere un fine: quello di raddrizzarmi i denti era uno sfizio che volevo togliermi da un po’, dunque l’apparecchio notturno è più che sopportabile, se ci manteniamo sulla formula “minimo sforzo, massimo risultato”. Quello che proprio non mi serve è seguire alla lettera una routine a giorni alterni che mi sono inventata io, quando un dentista vero e svariati articoli ‘mericani mi hanno fatto capire che non è necessario.

Ripetiamo insieme: il dolore innecessario non serve a un ca’. E sì che abbiamo bisogno di ribadircelo, con le nostre relazioni tossiche (davvero, cliccate sul link: è una pagina stupenda!), e le sciarpette che portiamo anche a maggio per ripararci da quella famosa malattia che esiste solo in Italia: il colpo di freddo.

Ah, le vette sublimi del sacrificio inutile: facciamone a meno, una buona volta. Lasciamole pure all’idolo qui sotto.

Tarantella calabrese, le origini del ballo tipico - Ntacalabria.it

E c’è anche il sequel!

Dopo il successo della Mini Cooper e degli ideali irraggiungibili (che in realtà, si diceva, sono soprattutto inutili), vi racconto cosa mi è successo ieri, con l’ottava piaga dell’universo: la festa a sorpresa per quarantenni.

A ben vedere questo è un sequel a tutti gli effetti, perché l’invito mi era arrivato mentre ero nel ristorante con l’amica della Mini Cooper. Il festino si sarebbe tenuto domenica, in culo ai lupi, in un orario di quelli che ti fanno intuire che, se spacchi il secondo, aspetti un’ora solo tu davanti al locale ancora chiuso.

Insomma, anche se lì per lì avevo mezzo aderito, in realtà ero incerta su se andare o no: tanto più che il festeggiato, secondo il tizio che organizzava la festa, avrebbe “preferito restare a casa ad aspettare la morte”, il che la diceva lunga su quanto avrebbe gradito la sorpresona! Intanto che osservavo il cielo, e adottavo il mio metodo risolutivo con decisioni del genere (cioè, pregavo che piovesse), mi è arrivato un altro invito.

Era tornato il nostro maestro di tarantelle! Dopo oltre un anno senza tambureddi, eccolo lì che proponeva quel giorno stesso una specie di laboratorio per l’infanzia (ma aperto a chiunque), in collaborazione con un’istituzione locale. L’evento mi giungeva con grave ritardo, ma con tanto di manifestino e indicazioni per prenotare.

Solo che il manifestino racchiudeva in poche righe tutto ciò che amo e che non amo troppo degli eventi del posto.

Ciò che amo: l’attenzione all’infanzia. Questo è un posto fantastico per crescere ed educare la vostra prole! Sempre che troviate il modo di sbarcare il lunario…

Ciò che non amo troppo: il sentore che sarebbe stato un evento per forza di cose morigerato, con una partecipazione scandita più da sobri battimani che da danze indiavolate. Sulla, diciamo, sobrietà del pubblico locale scherzava anche uno spassosissimo autoctono, che in altri spettacoli del maestro di tarantelle si era inventato uno sketch: raccontava come lui, catalano, affrontasse l’inquietante movimento di fianchi richiesto dalla salsa. Oh, se si sfottono da soli, chi sono io per sindacare?

Insomma, stavo lì a tormentarmi come una tarantolata, a dirmi “Che diavolo, non dovevo aderire alla festa!”, e subito dopo “Sì, vabbè, ma pure essere l’unica che balla come una scema, in mezzo a una folla impassibile che sta per chiamare un esorcista…”. Ero completamente immersa in questi miei problemi da primo mondo, quando mi sono resa conto di un piccolo particolare.

Senza la festa a sorpresa, avrei mai valutato sul serio questo invito last-minute?

No. Avrei aspettato senza esitare che il maestro organizzasse una bella serata tutta terrona, e amen.

Adesso, invece, cosa mi faceva rammaricare dell’impossibilità di partecipare? Il fatto che avessi un altro impegno! Che tra l’altro, fino a cinque secondi prima, consideravo seriamente di boicottare.

Ecco il delirante paradosso, signore e signori. La “tarantella sobria” diventava un evento imperdibile solo perché non potevo parteciparvi. E l’eventuale festa a sorpresa si trasformava in un patto di sangue, firmato contro la volontà del festeggiato stesso!

E quindi? Quindi, gli ideali non sono solo inutili, più che irraggiungibili, ma ci sembrano così appetibili proprio perché non li possiamo raggiungere.

E sì, sono cose che sappiamo da sempre, ma che non impariamo mai. Quanto siamo scemi, come specie animale? Ok, parlo per me. Che non imparo mai la lezione più importante: spesso e volentieri, in queste sciocchezze come in questioni più importanti, ci pensa la vita a decidere per noi.

Io, per esempio, non mi sono resa conto del più grande errore di tutti: fidarmi degli organizzatori della festa a sorpresa! Di lì a poco, infatti, mi è arrivato un ultimo, sconcertante messaggio: contrordine, l’appuntamento in realtà era per il giorno prima. Si erano un po’ confusi con le date…

E meno male che si sono ricordati di avvisarmi, se no altro che tarantolata: questo sequel della storia della Mini Cooper diventava l’intera saga di Fast & Furious!

Tamales | Recetas de Honduras
Da recetashonduras. com

Tra i fantastici corsi online che sto seguendo in questi giorni, uno è impartito dall’Università di Yale, e insegna a gestire le emozioni in tempi difficili. Delle lezioni di ieri mattina, mi aveva colpito questa frase:

“Le emozioni giocano un ruolo importante nelle decisioni che prendiamo”.

Prima che scatti il “Grazie ar cazzo” collettivo, il messaggio era più sottile di quanto non sembrasse: provate a mettere il voto a un compito (se insegnate), a fare la spesa, o a discutere con vostro padre un giorno che avete un diavolo per capello. Fatto? Bene. Ora ripetete l’operazione un giorno in cui, invece, va tutto per il verso giusto…

Ok, confesso che ieri, a ora di pranzo, il “Grazie ar ca’” stava scappando a me, che avevo preso una decisione pessima: avevo lasciato che si facesse un’ora barbina per andare alla Fiera vegana, la prima dall’inizio della pandemia, e adesso 1) minacciava di piovere; 2) mancava un’ora alla fine dell’evento. Metteteci il particolare che stavolta, per questioni organizzative, la fiera si teneva in culo ai lupi mannari, e capirete l’umore simpatico con cui sono uscita di casa: dirò solo che mi sono portata il tupperware, con l’idea di comprare qualcosa per sostenere l’evento e filarmela a casa! Cosa mi aveva messo tanto di cattivo umore? Diciamo che qualcosina c’entrava il botellón collettivo che era scattato a mezzanotte in punto la notte prima: raga’, io capisco che state festeggiando la fine dello stato d’allarme, che siete gggiovani, che quella che per la maggior parte di voi è una malattia asintomatica (e attenzione su ‘sta cosa) vi sta costando un’altra crisi lavorativa epocale, ma… i fuochi artificiali a mezzanotte? I trenini fino all’una? E chi diavolo mi ha bussato due volte al citofono, proprio mentre andavo a letto? Lasciamo stare, va’, che se no, per onorare il corso sulla gestione delle emozioni (e le sue frasi un po’ ovvie), prendo ‘sto pc da cui sto scrivendo e lo tiro in testa al primo che si affaccia al terrazzo di sotto (sono sempre loro…).

Vi farà piacere sapere che ieri, invece, non ho ucciso nessuno per strada, al massimo ho augurato diversi eventi spiacevoli ai passanti che seguivano alla lettera “The Coccosa? way of life”: una filosofia trappana che spiego qui. Ma insomma, dopo ventimila fermate della metro sono riuscita ad arrivare in culo ai lupi mannar… ehm, a destinazione. A quel punto, sorpresa: la fiera stava andando bene! Meglio, comunque, di quanto avessi dedotto dai messaggi di un amico già sul posto, che si chiedeva che fine avessi fatto e che, peraltro, era lì con gente che non conoscevo: un particolare che aggiungeva pathos al mio umore nero, visto che unire un’agnostica a una comitiva indepe a volte va bene, e altre non tanto… Invece, l’interazione è iniziata nel migliore dei modi: mi hanno corrotto offrendomi un Ferrero Rocher vegano. Visca Catalunya!

Con animo più disteso, mi sono accorta che l’organizzatore della fiera, dopo un anno di prevedibili difficoltà economiche, era riuscito a vendere tutti i suoi prodotti: che bello! Infine, com’era prevedibile era terminato quasi tutto il cibo, data l’ora, ma restava l’immarcescibile coppia latina, che preparava tamales con la solennità riservata di solito alle ostie consacrate. Quattro euro il pezzo, e per un euro in più ti aggiungevano insalata e salsine. Ma sì, ho pensato, diamo uno schiaffo alla miseria.

È stata la prima saggia decisione della giornata, ma non l’unica. A quel punto dovevo sperimentare fino in fondo la frase sulle emozioni appresa oggi: così, invece di squagliarmela dopo aver fatto il mio dovere di sostenitrice, mi sono seduta a chiacchierare con la comitiva dell’amico, che è rimasto impressionato dalla composizione colorata del mio piatto di tamales. Piatto che ho consumato in fretta, con gusto, e con una fame da lupi (mannari).

E dire che neanche mi piacciono, i tamales.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante una o più persone, persone in piedi, libro e attività all'aperto

Della foto qui sopra farei notare tre dettagli:

  • il libro: voi lo conoscevate, io no. O meglio, se avete avuto la bontà di prenderne una copia, ne sapevate più di me, che non l’avevo mai visto prima d’ora! Alla casa editrice avevo dato il mio indirizzo italiano, e mi rifiutavo di imporre ai miei una fila alla posta in piena pandemia, per una spedizione del genere… Però mercoledì scorso, al ritorno da una passeggiata in spiaggia, il compagno dello scambio linguistico italiano-francese mi aveva chiesto “se gli firmavo la sua copia”. Credevo che si riferisse al primo libro, e invece, mentre cercavo invano una penna nello zaino, mi ero vista mettere davanti, per la prima volta, il mio “fillol” catalano!
  • il lembo di pelle che la mia maglia lascia scoperto: allora, un po’ ci si è messa la pandemia, a farmi abbuffare senza ritegno, né rimorsi peraltro. Fanno la loro parte pure i leggings della mia ex marca preferita di vestiti: “ex” perché adesso hanno stravolto le taglie, e la loro M andrebbe stretta a Dolce Memole. In ogni caso, una maglia che non mi arrivi proprio ai piedi può creare questo effetto non voluto, specie se tolgo la giacca per farmi scattare una foto! Ma niente paura, perché un solerte ragazzo gay, col cappellino da baseball e un corteo di amici al seguito, ha pensato bene di avvertirmi ad alta voce che mi si vedeva un po’ “la hucha”, che sarebbe il salvadanaio… Ora, se il simpaticone voleva aiutarmi davvero, è stato un bel po’ indelicato a farlo ad alta voce, davanti a tutti, e con un tono beffardo che mi aveva fatto pensare alla buoncostume. Il sospetto, però, è che l’esteta volesse soprattutto sfottermi davanti agli amici, così l’ho ringraziato caldamente con altrettanta ironia, ed è finita che ci alzavamo il medio a vicenda, con in più il tocco americano: lui che si posava le dita davanti alla fronte, per formare la L di “Loser”. Nessuno dei suoi amici, compresa la biondina che si scompisciava a mie spese, gli ha spiegato che non stava andando esattamente a Malibù, ma a Barceloneta Beach.
  • il braccialetto: no, perché mi stavo cominciando a irritare sia per quel simpatico guardiano della buoncostume, che per il fatto che era il mio primo vero incidente con un ragazzo gay. E dire che avevo passato mesi a smentire amici attivisti (anche uomini) che mi dicevano che il problema “erano gli uomini cis”, a prescindere dall’orientamento sessuale. Poi mi ero guardata il polso. Quel braccialetto di perline mi era stato regalato all’improvviso, in spiaggia, da un venditore di pareo. Ci eravamo riconosciuti, solo che lui non ricordava i dettagli e io sì: lo incontravo ogni sera, mentre tornavo nella mia prima casa del Raval. Stiamo parlando di una decina di anni fa. Lui, un signore pakistano di mezza età, era sempre piazzato all’angolo tra la mia strada e la Ronda de Sant Antoni, e non capivo cosa vendesse, o forse preferivo non indagare: il tipo mi offriva sempre delle caramelle! “Per te gratis”, diceva. Non accettavo caramelle dagli sconosciuti, ma ringraziavo ogni volta e, quando avevo tempo, scambiavo anche due chiacchiere. Quel pomeriggio in spiaggia, il redivivo mi aveva fatto un sacco di feste: prima mi aveva regalato il bracciale, poi si era offerto, pensate, di prestarmi uno dei pareo che stava vendendo, perché mi ci sdraiassi. L’avrebbe recuperato al ritorno dal suo giro verso l’Hotel Vela! Insomma, dopo una tale prova di generosità, che me ne fregava dell’agente della buoncostume che si credeva a Malibù?

Dunque, questa foto resta qui a imperitura memoria, a ricordarmi qualcosa che a Malibù capirebbero subito: you gotta pick your battles. Scegliti bene le tue battaglie.

Infatti continuo a scrivere, e in italiano, nonostante la crescente alienazione che sento rispetto alla mia lingua e alla mia cultura. Il braccialetto di perline è ancora qui, davanti a me, poggiato accanto al pc. Se mi porta fortuna, il prossimo libro riuscirò a stringerlo in mano prima di voi.

Ieri mi è successo un fatto curioso, che vi voglio raccontare.

Devo fare, però, una premessa un po’ lunga. Il compagno di quarantena sta scrivendo delle memorie personali molto difficili, dati i contenuti, e il modo più divertente che ha trovato per sfogare lo stress (gli altri non li rivelo, perché mi ci sto giocando i numeri) sono le sue spedizioni in spiaggia, ogni fine settimana.

Con tenacia ammirevole, il Nostro si spinge fin dove è presente, almeno a riva, un’abbondante quantità di sassolini, che comincia a disporre tracciando diverse figure. L’iniziativa sta riscuotendo un buon successo di pubblico: perlopiù villeggianti che approfittano della chiusura comarcale per passare la giornata in spiaggia. Non contento, il nuovo astro dell’arte barcellonese lascia una sua particolare firma: sotto alcuni sassi più grandi, che dispone a poca distanza dall’opera, fissa dei foglietti contenenti certe sue riflessioni sul mondo, e sul retro riporta il suo indirizzo Instagram. Indovinate chi gli ha suggerito la storia dell’indirizzo… Comunque, ogni tanto qualcuno visita davvero la sua pagina, e ieri pomeriggio una comitiva di “latines” (definizione loro, in spagnolo inclusivo) gli ha addirittura mandato un video di ringraziamento: alcune delle ragazze leggevano le frasi e commentavano “¡Qué bonito!”. Dovevate vedere il Nostro, come si ringalluzziva…

A quel punto (e veniamo a noi), gli ho chiesto per l’ennesima volta dove minchia si piazzasse con i suoi sassolini: per due o tre domeniche ho girato a vuoto tra un tratto di mare e l’altro, ma nisba. Andiamoci insieme, ha proposto lui a sorpresa, e così abbiamo fatto. Almeno ho capito l’errore: nel corso delle mie ricerche balneari, evitavo una piattaforma in cemento piena di tizi nerboruti, che passavano la giornata a fare attrezzi e a fomentarsi a vicenda. Ovviamente, l’artista de noantri si metteva proprio lì vicino! E non era l’unico: non vi dico l’emozione quando, all’arrivo, abbiamo trovato accanto all’opera due signore autoctone di mezza età, che si palleggiavano una macchina fotografica e a turno si buttavano sulla sabbia con tutti i vestiti. Quindi si immortalavano a vicenda davanti alle ramificazioni dei sassolini. L’autore e io non sapevamo se avvicinarci o meno, e temevamo che le tizie (restie a schiodarsi) si portassero dietro qualche “souvenir”… Ho sofferto in silenzio, pensando ai personaggi dei miei romanzi: a quelli che io adoravo e non piacevano a nessuno, a quelli che detestavo e che invece suscitavano interesse… Senza nesso apparente, mi sono ricordata dell’addetta ai lavori che, in uno stralcio d’opera che le avevo mandato, aveva scambiato una mia stagista precaria per un’Erasmus, che in quanto Erasmus “non aveva niente da fare” e, dunque, si metteva addirittura a pensare all’indipendentismo! A parte il fatto che Irene è spagnolista, temo che la retorica di chi “non scappa dalla sua terra” concepisca solo ruoli stereotipati per chi, invece, la sua terra l’ha trovata altrove.

Sì, lo so, mi stavo appropriando di un momento di gloria dell’artista al mio fianco per fare considerazioni mie. Però, com’era che diceva quel mio pomposo professore di latino, all’università? L’opera non è più di chi la crea, ma di chi ne fruisce. Per questo mi venivano in mente le strane associazioni con le mie scritture.

Le due fans hanno levato le tende, ma sono state subito rimpiazzate: il mio neo-artista preferito ha mantenuto un aplomb impeccabile (e grazie, direte voi: è inglese!) quando, subito dopo, si sono avvicinati due ragazzini. Lì ho temuto il peggio: ho pensato all’emulazione che portava certi miei coetanei, quando ero ragazzina io, a distruggere qualunque cosa perché sì, e per dimostrare agli altri che ne erano capaci. Si cominciava con le sculture e si finiva con le donne, tranne “le madri e le sorelle” (forse). Ma continuo a pensare che sono approdata in una terra meno arrabbiata, nonostante gli exploit, o con meno motivi per esserlo. Uno dei ragazzini si è piantato al centro dell'”occhio” formato dai sassi. Prima ha scimmiottato un “om” a mani giunte, poi ha eseguito qualche figura plastica, stile Shaolin Soccer. L’artista fremeva, immaginando i sassolini scricchiolare sotto quei piedi nudi taglia 36, e io tornavo con la mente a un’altra addetta ai lavori, che in una bozza di romanzo mi aveva bocciato la descrizione di un seminario catalano: “Il mito della svedese nell’immaginario franchista”. Del tutto irrilevante, aveva scritto questa nuova “impavida-che-è-rimasta-nella-sua-terra”, e so bene che, a tante di queste impavide, del femminismo “fottesega” (per dirla in catalano). Sono anche sicura che Mary Nash, che ha cambiato la storia degli Studi di Genere in Catalogna, non si offenderà dell’ennesima detrattrice. Però la protagonista del mio romanzo sbava dietro a uno svedese, e durante il seminario riflette su una possibile inversione di ruoli (il biondone che si fa oggetto, e la mediterranea che, appunto, sbava). Dunque, qualche rilevanza in quel contesto dovrà pur esistere, no? Le gambe del ragazzino tremavano sui sassi instabili, mentre io concludevo ancora una volta che ormai, con i miei connazionali, ho in comune solo la lingua in cui mi esprimo. Una delle lingue.

I bambini si sono allontanati, e siamo accorsi noi. Il danno era minore del previsto: l’ordine con cui erano state disposte le pietre centrali si era un po’ incrinato, ma in fin dei conti l’opera ci guadagnava, perché era stata “vissuta”. Come quelle tazze giapponesi che si rompono ecc. ecc.

Ho chiesto all’artista se accanto al suo occhio di sassi non volesse posare anche lui, a beneficio del fan club (le “latines”, le due signore autoctone, i monelli del posto, e una graziosa studentessa col velo che ormai è una fan incallita…). No, ha detto lui. Fotografa solo l’occhio, come lo chiami tu. È quello, che conta.

Meno male: la pensiamo uguale. Noi non c’entriamo niente, l’importante è la trama. Che sia una disposizione di sassi, o di parole. Il racconto ci deve comprendere, è vero, ma poi ci deve superare, oppure non funziona. Il racconto dev’essere meglio di noi. Con buona pace della retorica di chi parte, e di chi resta.

Ci siamo allontanati. Dopo una decina di metri mi sono girata di nuovo, per vedere se c’erano ulteriori curiosi, ma si stava facendo tardi. Le coppie scacciavano via la sabbia dai teli comprati agli ambulanti, le comitive con la chitarrina cantavano a mezza voce, le reti di pallavolo erano scosse da schiacciate sempre più mosce.

Per oggi, ho pensato allora, l’occhio di sassi ha smesso di guardare, e farsi guardare. Domani, chissà.

Whole Roasted Cauliflower with Tahini Sauce - Cooking Journey Blog

After the sort of winters we have had to endure recently, the spring does seem miraculous, because it has become gradually harder and harder to believe that it is actually going to happen.

George Orwell, Some Thoughts on the Common Toad

La ricerca di novità in questi giorni grigi porta a fenomeni curiosi.

Mercoledì scorso ho ordinato un pranzo a domicilio solo per me, per la prima volta in vita mia: il fatto è che questa pagina offriva nel menù del giovedì una versione vegana dello stufato di verdure in salsa d’arachidi. Erano anni che non mangiavo questo delizioso piatto africano! Quella sera ero uscita tardi per la mia passeggiata quotidiana, così avevo deciso di risolvere la cena per due (è tornato a casa il compagno di quarantena, ma sta sempre in biblioteca) lasciando in forno un altro piatto che adoro: cavolo intero arrosto! Semplice, geniale, e mai preparato prima. Quante sorpresone nella mia vita! Poi in strada mi sono ricordata: cosa c’era nel menù della mia consegna a domicilio per il giorno dopo? Lo stufato di verdure, certo, ma come antipasto? Oddio, cavolo al forno! Tagliato in tanti pezzetti da pucciare in una salsina all’aneto, ma poco cambiava.

Cioè, una volta che faccio quella vulcanica (seh) che cambia la routine, finisco per ripetermi in questo modo! Per fortuna o purtroppo, l’ultima volta avevo avuto la magnifica idea di pulire la pirofila in silicone con il detergente per i piatti, quindi il mio cavolo era quasi immangiabile, e quello a domicilio delizioso.

Utilizzo quest’aneddoto cretino per considerare il paradosso di questi giorni: quel misto di ordinarietà e novità che possiamo cercare nella primavera, dopo un anno senza viverla appieno. Come dice George Orwell in questo saggio sui rospi, la primavera sembra sempre un miracolo, e invece si ripete ogni anno, in qualsiasi circostanza.

Con in testa questo contrasto tra ordinario e straordinErio (scusate, sono vecchia, dovevo citare Arrighe), sono approdata a una certa puntata della settima stagione di Homeland… Niente paura, non vi spoilero la scena che mi ha colpito, anche perché in fondo è un riassunto del rapporto tra Carrie, la protagonista geniale e bipolare, e la sorella Maggie, una sobria dottoressa con grande senso pratico. Vi racconto solo la parte in cui Maggie confessa a sua sorella quanto la invidiasse ai tempi dell’infanzia: Carrie la sorellina brillante, tutta genio e sregolatezza. Maggie, invece, era quella quadrata, la sorella stabile. Ma la stabilità, rivendica la Maggie adulta, ha i suoi vantaggi: una casa, una famiglia, appoggio e sicurezza. La prima parte di questo discorso, che non posso raccontarvi del tutto, sembrava quasi rinfacciare a Carrie la sua singolarità, il lavoro di spia che, per Maggie, si rivelerebbe inconciliabile con una vita stabile: ascoltando mi sono chiesta se James Bond, per esempio, si sarebbe mai visto recriminare con tanta sfacciataggine di essere un disastro nella vita privata. Questo sì che è uno spoiler: manco per il cazzo. Di buono in tutta la scena c’è che Maggie rivendica la sua vita “ordinaria”, valida quanto quella straordinaria della sorella.

Ok, ma… Perché deve essere sempre un aut aut? Dai che è quasi scontato: o sei Superman, o sei Clark Kent. A incarnare entrambi c’è riuscito solo uno. A pensar male, poi, c’è da ritenere che per Maggie le donne o sono brillanti o sono stabili: alle prime tanti auguri, ma dicessero addio all’idea di una famiglia. Stando così i termini, scusate, ma mio padre chiederebbe: “È una minaccia o una promessa?”. E no, la storia di “conciliare tutto” non è una soluzione ma un ricatto morale, che di solito non coniuga brillantezza e stabilità, ma concilia un salario precario con tanto lavoro di cura gratis.

E allora, cerchiamo una reale fusione, una crasi tra ordinario e straordinario. Non guardate me per la ricetta, che non sono buona neanche a fare il cavolo al forno! Dico solo: proviamo a trovare la nostra via personale ai “miracoli che si ripetono”.

La primavera, per esempio, ci riesce benissimo.

So long as you are not actually ill, hungry, frightened or immured in a prison or a holiday camp, Spring is still Spring. 

Sempre George Orwell, quello scurnacchiato

L'immagine può contenere: una o più persone e primo piano

Ecco un elenco di scemenze che sono riuscita a fare in sette mesi con la mascherina:

  1. Provare a soffiarmi sulle mani infreddolite mentre indosso la ffp2.
  2. Provare a salutare un conoscente che non vedo da sette mesi e che non ha più idea di chi io sia, considerando che ormai ho pure la criniera del Re Leone.
  3. Provare a portarmi una bottiglia/una tazza di caffè alla bocca, anche in un bar.
  4. Provare a ordinare il Mate Cola a più di un negoziante pakistano del carrer Sant Pau (“¿Perdona?”), per poi rassegnarmi ad abbassare la mascherina un secondo: non avevano comunque idea di cosa stessi dicendo.
  5. Vomitarci in treno.

Ebbene sì, sono diventata una leggenda metropolitana! Il fatto è che, ve lo giuro, io schifo i treni della FGC: almeno la tratta che porta a Sabadell! La prima volta che mi ci sono sentita male, andavo a fare ricerche all’Archivio Nazionale di Sant Cugat, e stavo leggendo L’arte di amare di Fromm: un brano sui figli che mentono a sé stessi sui torti dei genitori. Pur di prendere aria stavo per uscirmene alla stazione sbagliata, così ho pensato che fosse chissà per quale trauma infantile rimosso. Macché: come mi sono accorta in viaggi successivi, tipo le lezioni d’italiano che impartivo a Sabadell, mi dà proprio la nausea il treno!

Sarà per il dondolio instabile (ma che rotaie sono?), o per l’aria viziata, oppure per quell’odore indefinibile che sempre mi assale su questi treni, come di aeratore non spolverato dai tempi della Guerra Civil… Fatto sta che, ogni volta che sono costretta a viaggiarci, nella migliore delle ipotesi mi gira la testa.

L’ultima volta avevo preso il treno per fare una passeggiata qui. Ma era estate, ero seduta nella stessa direzione del treno (accorgimento che devo prendere solo su questa tratta), ed ero circondata da sedili vuoti, davanti a un finestrino aperto.

Invece adesso ero reduce da questa conferenza, avevo un mal di testa atroce, e il cappotto canadese “di mezzi tempi” (che per il Canada equivarrebbero tipo a – 6) mi teneva un caldo boia. Tuttavia, temevo che iniziare le elaborate manovre per sfilarmelo mi sarebbe stato fatale, e m’ero rassegnata solo dopo due fermate all’urgenza di cimentarmi nell’impresa. Oddio, mi sentivo la mascherina appiccicata alla bocca. Oddio, mi mancava l’aria. La tipa seduta di fronte a me si è alzata una fermata prima di quella che aspettavo io, che poi era il capolinea. Per un momento ho pensato: che faccio, scendo anch’io? Mi ritroverei solo a un chilometro da casa: una bella passeggiata a piedi… E se poi mi gira la testa e butto i passanti per aria, come mio solito? Finisce che mi diventa la walk of shame di Cersei Lannister, anche se senza campanella e con un cappotto canadese a scongiurare il nudismo.

Alla fine mi sono solo seduta nello stesso senso di marcia, e ho atteso l’ultima fermata. Chi mi ammazza a me, ho pensato: alla fine stavo esagerando, ormai mancava solo qualche minuto e… E niente, è arrivato il rigurgito antifascista. Sarà che stavo pensando all’organizzatore della conferenza, che tempo fa mi aveva proposto di tenere un incontro semi-apologetico su Mussolini

Attenzione: altri dettagli pulp in arrivo (a parte Mussolini, dico). La mascherina non si è macchiata, perché mantenevo le guance gonfie in modalità otre finché non è arrivato il momento di scendere, e infilare le prime scale che mi portassero all’aria aperta. Ma quegli strani minuti passati col mio vomito in bocca come fosse una Big Babol, sono stati molto interessanti. Anche se avessi lanciato l’allarme, chi mi avrebbe aiutata? Di questi tempi, qual è il protocollo se una persona sta male in un luogo pubblico?

Vabbuo’. L’operazione di pulizia, complici un cestino dell’immondizia e un fazzoletto non usato del Buenas Migas, è stata meno “de classe” del previsto, ma credo vi abbiano assistito solo un paio di passanti, che staranno ancora vomitando a loro volta.

Mai avrei creduto di poter scrivere questa frase, ma… fortuna che non avevo mangiato! Nel primo pomeriggio si stava facendo tardino per il pranzo, e per essere sicura di arrivare alla conferenza dovevo prendere il treno alle quattro: così, dopo almeno due anni passati a far merenda coi patacones fritti del negozio latino, ho ripreso delle gallette di riso per tamponare, con l’idea di regalarmi, al ritorno a Barcellona, una sontuosa cena da asporto.

Ma dopo, ehm, l’incidente, chi la voleva più, la cena? Specie ora che i ristoranti chiudevano alle nove (e ormai erano le otto passate) e che le uniche opzioni vegane in giro erano il solito burger che un po’ sticazzi, o magari del riso saltato, se riuscivo a convincere il cuoco cinese che l’uovo non fosse esattamente un vegetale.

A questo punto sono andata a casa con lo stomaco sottosopra, e il pensiero che questo Natale strano mi regalerà almeno infiniti numeri, tutti da giocare.

Devo dire che stavolta, prima che prendessi il treno, l’organizzatore non mi aveva proposto una conferenza su Mussolini, ma si era congedato con una riflessione che fa un po’ “Buongiornissimo, caffettino?“, sul rapporto tra la conferenza che avevo appena dato (sull’industrializzazione, il progresso, la tecnologia Belle Époque) e l’affondamento del Titanic.

“Anche oggi, cosa credi?” aveva concluso questo settantanovenne, sistemandosi la mascherina. “Facciamo tanto gli splendidi, noi umani, e ancora nel 2020 ci manda in crisi un microbo.”

Ecco, mai sottovalutare troppo le riflessioni buongiornissime.

Room 2806: The Accusation review – another intriguing Netflix docuseries

Ho visto la serie di Netflix dedicata alle accuse mosse da diverse donne a Dominique Strauss-Kahn.

A prescindere da tutto, mi colpiscono alcune delle motivazioni per cui il procuratore di Manhattan non ha ritenuto credibili le dichiarazioni di Nafisatou Diallo: la donna guineana, all’epoca trentatreenne, che ha accusato Strauss-Khan di averla stuprata quando è entrata nella sua suite d’hotel per fare le pulizie.

La donna non è stata considerata “capace di convincere una giuria” della sua credibilità: gli investigatori (quelli interpellati o filmati nella serie erano americani bianchi di mezza età) avrebbero trovato molti soldi sul suo conto, un fidanzato in carcere, e una storia inventata (stupro di gruppo in Guinea) per entrare negli USA. Non entro nel merito delle contraddizioni che ci sarebbero state nel racconto di Diallo sullo stupro, né capisco bene perché la serie si soffermi tanto anche sui rapporti consenzienti che intratteneva Strauss-Khan. Però, mentre ascoltavo questi americani bianchi di mezza età, che probabilmente non hanno mai avuto problemi a risiedere nel loro paese d’origine, mi chiedevo: e cosa c’entra, quello che ha fatto la accusatrice per arrivare negli USA? Ma cosa ne sanno, loro? Hanno mai avuto l’esigenza di doversi far rilasciare dei documenti fondamentali per la loro carriera lavorativa, la loro vita e, magari, anche la loro sopravvivenza?

Quando una persona straniera sale alla ribalta per ragioni tutt’altro che ideali, possono affiorare un sacco di questioni se si indaga su perché e come sia finita lì.

Ho pensato a me, europea bianchiccia di classe media, e a come ne uscirei anche sul piano dei media se mi succedesse qualcosa del genere: quante irregolarità si troverebbero nella mia permanenza a Barcellona? Penso agli anni che ho aspettato, come dottoranda italiana, prima di prendermi il numeretto di cui parlo più sotto, o prima di dichiarare finalmente il mio indirizzo barcellonese, che per il comune è rimasto lo stesso mentre cambiavo casa quelle due, tre, quattro volte. Oppure scoprirebbero il tempo che ci ho messo a iscrivermi all’AIRE, questo cosiddetto diritto-dovere che a volte, mi rincresce dirlo, crea solo problemi (mi hanno raccontato qualche storiella sull’interferenza tra l’iscrizione all’AIRE e l’accesso alla sanità pubblica tedesca).

Per non parlare delle volte che mi hanno beccata a evadere tasse a mia insaputa (e dico io: almeno ne fossi stata al corrente, me li sarei mangiati quei soldi!). Una volta erano stati i soldi che dovevo per un mini-sussidio di disoccupazione (la cosiddetta ayuda), dopo che ero stata licenziata con tutto il mio reparto aziendale e non avevo capito che quella cifra irrisoria andasse dichiarata. Sì, sono scema.

La seconda volta era stato per la tassa sulla prima casa che ho acquistato nei pressi della Rambla, prima di scappare a gambe levate per i vicini che mi ritrovavo (quasi tutti del posto, malpensanti). Non ero riuscita ad automatizzare il pagamento. Mea culpa, certo, ma diciamo che la burocrazia non aiuta, specie se consideriamo che in epoca più recente il comune, a due anni dall’acquisto della casa in cui risiedo adesso, ha continuato per un po’ ad addebitarmi le tasse di casa vecchia, e dopo varie rettifiche, spedizioni di atti notarili, telefonate, mi considerava ancora un’inquilina il 5 dicembre. Adesso la dichiarazione dei redditi me la fa un amico avvocato e anéu amb Déu. (Va detto che da più parti mi assicurano che esiste un servizio pubblico e gratuito di consulenza, solo che, posso dirlo? Ho paura!)

Pensate che sia la sola ad aver accumulato irregolarità assortite?

Soltanto nella comunità italiana di Barcellona, dunque tra persone perlopiù bianche (almeno in Europa) e con il passaporto “giusto”, potete trovare:

– gente che per otenere il Nie si è comprata un precontratto di lavoro da una persona con partita IVA (ho visto prezzi che vanno da i 90 ai 300);

– gente che si è fatta prestare i circa 5200 euro da accreditare sul conto, ha ottenuto con quelli il Nie e li ha restituiti;

– gente che è stata “aiutata” a ottenere il Nie dai suoi stessi datori di lavoro: non tutti lo fanno gratis per agevolare un/a dipendente, e alcuni addirittura fingono l’assunzione, poi se ti va ti prendono sul serio;

– gente che ha fornito un indirizzo a caso al commissariato di una cittadina sperduta, che ancora rilasciava il documento a chiunque avesse la cittadinanza europea: bastava che risiedesse lì;

– gente che ha fornito l’indirizzo di parenti che risiedono in città, per avere agevolazioni di vario tipo;

– gente che ha trovato un impiego “da quello della Barceloneta che dà lavoro agli italiani, ma speraci poco perché preferisce le ragazze” (ancora devo capire chi sia ‘sto tipo);

– gente che lavora in nero nei locali italiani, che la sfruttano con la scusa che non ha i documenti;

– gente che subaffitta a prezzi tali che si lascia pagare l’affitto dai propri coinquilini, e se glielo fai notare dice che “se davvero vuoi aiutare il prossimo, ti prendi questi soldi e li dai in beneficenza”. Non capisce che è proprio questa pratica a mandare la gente in strada;

– gente che rileva attività in vendita, le avvia per qualche tempo e poi le cede a prezzi stellari;

– gente che si vanta di aver sposato donne extraeuropee (che avevano bisogno dei documenti), in cambio di soldi e di prestazioni sessuali periodiche.

E non fatemi cominciare con la comunità pakistana.

La domanda è: cosa potreste trovare nella vita di una ragazza madre africana che non parla bene l’inglese e pulisce camere a Manhattan?

Soprattutto: soluzioni ne abbiamo?

In catalano si dice: cap persona és il·legal. Cap significa “nessuno/a”. Fate voi.