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L'immagine può contenere: una o più persone, folla e spazio all'aperto Io volevo solo fare due foto.

Poi, tra i manifestanti “bloccati” a Passeig de Gràcia – perché davanti alla Delegación del Gobierno de España non ci stavano tutti – ho trovato gente che conoscevo, e sono rimasta. Più di quanto mi suggerisse il mio mitologico “istinto per le mazzate“, che dai tempi degli indignados mi fa allontanare un attimo prima che la situazione degeneri. Non so neanche se questi l’hanno capito, che io non sono indepe. È che non mi sembra la soluzione: ok, le sentenze politiche anche no, i bellicapelli che fanno i gradassi anche no, ma i politici catalani che ho visto non farebbero tanto meglio di quegli altri là. E una separazione mi pare troppo sbattimento per un progettone tipo: “Prima facciamola, poi vediamo”.

Di che si può parlare, allora, tra una folla che indossa a mo’ di mantello di Superman la bandiera giallorossa col triangolo indipendentista? Beh, di obiettivi comuni, tanti in fondo: avete visto l’ultimo sfratto nel Raval? Miii, ma che gli prende ai mossos, un altro po’ e sparano pure per buttare fuori casa una madre con due figli!

A proposito di sparare: i colpi che risuonavano dalla strada della Delegación del Gobierno venivano accolti con grida di giubilo. Era ironia, ovvio: dire pure “olé”, date le circostanze, sembrava poco appropriato. D’altronde, da un paio di strade più avanti, arrivavano notizie di cariche pesanti, e c’era chi aveva gli amici concentrati là. Ma che potevi fare? Solo restare lì e vedere che succedeva, finché…

Finché non hanno iniziato a sparare alle nostre spalle.

E i proiettili cadevano sempre più vicini. Se fossero scappati tutti via con la mia stessa velocità, sarei rimasta lì sotto, intrappolata nel lungo vestito rosso con cui ero scesa per fare delle fotocopie. E invece, con calma, la folla si è accostata all’unico tratto di strada ancora percorribile – quello opposto alla Delegación – e intanto cominciavano le trattative con quelli che restavano.

“Vieni con me”. Devo averlo detto con la stessa stanchezza con cui, due anni fa, dicevo: “Non andare”. Il mio interlocutore ci ha pensato pure, poi ha scosso la testa. Quindi ha acchiappato le due donne del suo gruppo che erano lì lì per squagliarsela, e non ricordo se ha preso la mia mano paralizzata per intrecciarla alla loro, oppure ha solo dichiarato: “Lei viene con voi”. E, una volta che la più giovane mi aveva preso per mano: “Fatemi sapere quando siete al sicuro”. Mi sono girata un’ultima volta, l’ho visto che tornava verso gli spari. Non mi sono voltata più.

Eravamo molte donne, a scendere, e noi tre non eravamo le uniche a tenerci per mano. Ce n’era una giovane che gridava: “Laia!”, ma proprio a squarciagola, e veniva da trovargliela, questa Laia, solo per farla stare zitta. Delle mie compagne, una aveva superato i sessanta, aveva cantato Cara al sol ogni giorno come la protagonista, sua coetanea, del romanzo che pubblico ad aprile. E ora, come la mia Pepita, non ci stava più a vedere certe cose. Era lei a dire a me e all’altra, forse quarantenne, “Tranquille, ragazze: siamo signore. Stiamo facendo una passeggiata”.

Io ci ho messo il tocco… guiri, come chiamano noi stranieri bianchi: ci avvicinavamo alla fighetta Rambla de Catalunya, dovevamo approfittarne e scendere per quella. Difficile caricare, tra turisti che mangiano crêpes salate e bevono sangria a ottobre. La più anziana titubava, voleva solo allontanarsi il più possibile, ma l’altra mi ha dato ragione. In effetti, due strade più in là, s’intravedevano i fari blu di un’altra camionetta.

Gli spari erano sempre più lontani, mentre arrivavamo a Plaça Catalunya e ci raccontavamo, ridendo per il nervoso, di tutte le volte che ci siamo vestite eleganti alle manifestazioni, ma poi ci sparavano (a me) o manganellavano (a loro) comunque: con buona pace della teoria femminista, a noi la mimicry non riesce tanto bene! Abbiamo ricordato episodi simili di poliziotti schierati davanti alla Rambla, così che la manifestazione finiva confinata al Raval. Le mie amiche se l’erano cavata passeggiando stoiche come signore tra gli agenti, mentre io litigavo terrorizzata con un amico altissimo e rosso, che mi aveva costretta ad attraversare con lui: “Siamo turisti”, mi aveva strizzato l’occhio.

Era nerissimo, invece, il mantero che ci ha accolte in Plaça Catalunya con la “bancarella” già racchiusa a fagotto, tra compagni di sventura che, invece, esponevano tranquilli la loro mercanzia di occhiali e borse cinesi.

“Che sta succedendo?” ci ha chiesto, allarmato dagli scoppi.

La mia coetanea gli ha sorriso e gli ha fatto capire che, almeno quella sera, erano troppo distratti per dare la caccia a lui.

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Ecco un uso più che dignitoso dell’ananas! Da: https://www.wilton.com/brush-stroke-pineapple-cake/WLPROJ-8969.html

Oh, alla fine l’ananas dell’altra volta, sparato a caso su abiti altrimenti carini, serviva a riassumere questo: spesso m’illudo che qualcosa mi stia andando bene, e alla fine non è così.

Una sensazione familiare, vero?

Adesso in Italia lo chiamano #mainagioia!

Allora vi faccio una domanda: cosa succede quando già vi preparate a una bella delusione… e vi accorgete che stavolta non vi tocca?

Perché non tutti la prendono bene, eh.

Nel giro di due settimane sono riuscita a farmi insultare sui social sia da un papà che ha figliato per maternità surrogata, che da un giovane vegano. Perché? Beh, perché ero dalla parte di entrambi! E loro proprio non riuscivano a crederci.

Nel primo caso, argomentavo che una cosa sia battersi contro le mafie che controllano la maternità surrogata, e un’altra “insegnare a campare”, per esempio, alla moglie di un marine, che decide di dedicarsi a quello con la stessa “libertà” con cui decidiamo di lavorare in un call center per otto ore, e pagarci l’affitto vendendo cose inutili. Che aveva capito, il papà, di tutto questo? Che io volevo “insegnare a campare” alle mogli dei marines! Ammetto che il mio spagnolo non sia perfetto, ma posso ipotizzare che il babbino caro non fosse proprio un fulmine di guerra? O magari era così abituato agli slogan categorici di altre commentatrici, che ha infilato anche me nel calderone!

Nel secondo caso, provavo a smontare il cliché sui vegani salutisti con l’argomento più potente che avessi: la mia dieta! Infatti odio frutta e insalata, e mangiavo un sacco di pasta fino a cinque minuti fa (e in questi cinque minuti ho perso quasi due taglie, insieme a qualsiasi traccia di tette ancora riscontrabile sul mio corpo!). Ma niente, quello se ne esce con: “Come si permette lei di giudicarci? È vegana, per caso?”. Sì, coglione, è questo il punto! E capisco che l’Italia se ne cade di filosofi che ti muovono critiche del calibro di “Slurp, bistecca!”, ma il fuoco amico anche no, eh.

Vabbe’.

Un esempio più ameno dell’ostinazione a non accettare “una gioia ogni tanto” è quello di un’amica che, a proposito della sua nuova fiamma, mi faceva un discorso che Antonio Albanese aveva già previsto dieci anni prima:

“Ho il terrore di essermi innamorata di lui. Quindi dobbiamo chiuderla qui prima che la nostra storia si trasformi in sofferenza… Lo so, sembro egoista, vero?”.

Per la verità, in quel caso appoggiavo il commento finale di Albanese/Epifanio: “Ma che sei scema, oh?”.

Alla fine eravamo solo gggiovani, tutte e due. Perché anche io, quanto a pippe mentali, non scherzavo mica. Che ne so, ero a un passo dal realizzare il sogno d’ammmore dei vent’anni? Meglio spararmi qualcosa come undici anni a Barcellona, e mi sa che ci rimango addirittura! Oppure, nella prima casa di cui fossi “titolare” e non coinquilina semplice (il che, nel regno del subaffitto, è un passo gigante per l’umanità…), osservavo un compagno d’università crollato sul divano dopo il pranzetto d’inaugurazione, e mi dicevo: “Tutto qui? Dovrei essere più contenta, per quanto mi sono sbattuta ad arrivarci…”.

E a questo punto, miei due lettori e mezzo, avrete indovinato anche dove voglio andare a parare: niente ci andrà veramente bene, se non gli diamo il permesso! Se non ci diamo il permesso.

Con questo non voglio mettere pressione sulle vittime di sfiga cronica. Il fatto è che, dopo anni passati con la sindrome del gabbiano Jonathan Livingstone, siamo proprio fissati con l’idea che non sia possibile trovare… una gioia, appunto, o almeno una connessione estemporanea con qualcun altro.

Eppure, vivere nello stesso pianeta a rischio, e con lo stesso tipo di pollice, ogni tanto unisce più del comune odio per la pizza all’ananas, che comunque mi sembra un’ottima base da cui ripartire! Molto più della rabbia che siamo costretti a nutrire per l’aspirante genocida di turno.

Visto? Da qualunque parte la si guardi, l’ananas c’entra sempre.

(Buoni primi quarant’anni a una tizia che una gioia non ce l’aveva manco per sbaglio! Tant’è vero che è morta a trentaquattro…)

 

 

 

Image result for jon snow season 3 Voi sapete qualcosa che io non so.

O non la sapete ancora, o non ve ne frega niente e va bene così. Non so quando guarderò l’ultima puntata di Game of Thrones, oggi: non fingerò che questo finale non conti nulla, ma per me questo è il giorno in cui si rompe l’obbligo di George R. R. Martin di aspettare le sorti televisive dei suoi personaggi per pubblicare gli ultimi volumi di A Song of Ice and Fire (doveva aspettare che si concludesse la serie). Adesso potrò seguire la parte della storia a cui più tengo, quella che davvero mi ha fatto compagnia.

Ero talmente scollata da tutto, ai tempi della lettura, che all’inizio non sapevo neanche che ci fosse una serie in giro, con tanto di parrucche che riproponessero le chiome improbabili descritte nei libri (oddio, quella di Daario Naharis, 1 e 2, era mooolto più sobria del viola shocking originale). Vivevo con 900 euro al mese, di cui 470 se ne andavano in affitto, bollette escluse. Riuscivo sempre ad avere gli stessi soldi in banca senza privarmi di nulla: a parte che sono nata novantenne, si diceva che in quel periodo complicato me ne restavo perlopiù in casa a leggere distopie per adolescenti o fantasy, le uniche cose che fossi in grado di sfogliare. La realtà mi aveva deluso, e per giunta mi tendeva agguati, perché, come suggerisce Tyrion o tale Peter Dinklage, la storia del Trono di Spade è delle più realistiche, con in più dei draghi.

A un certo punto, Jon Snow m’ispirò una idea geniale: avete presente quando accoglie al di là della Barriera quelli che chiamate i Bruti? In ogni caso, questo si ritrova la responsabilità di nutrire un bel numero di persone, in previsione dell’inverno che, come ormai sappiamo tutti, sta arrivando. Allora deve razionare scorte come se non ci fosse un domani, dunque conta di continuo i sacchi di pesce sotto sale (e quanto devono puzzare?) che restano in dispensa. A quel punto a me che leggevo, per la gioia di Greta Thunberg, era venuto il sogno “ecologico” di comprare un enorme sacco di fagioli, uno di lenticchie, e uno di ceci, e passarci l’inverno. Neri, immaginavo i fagioli, in omaggio alla tenuta del “muso” ispiratore.

Sì, sognavo l’autosufficienza. Potermi bastare, starmene sempre su un letto a leggere di draghi e inverni decennali, con tre sacchi in dispensa che mi bastassero per tutto.

Poi decisi di avere altre priorità. Mi piace l’idea che dovremmo evitare i “non posso”, a meno che non siamo proprio con l’acqua alla gola e le tasche vuote: il più delle volte, abbiamo altre priorità. Le mie erano scrivere e metter su famiglia. La prima dipendeva solo da me.

Così anche in cucina, adesso che vivo sola, preparo cose veloci: a volte l’Instant Pot le prepara per me, e spesso, se mi anticipo un po’, sono proprio fagioli, che non ho più bisogno di lasciare in ammollo. Mi va bene così, perché “i miei draghi” sono i personaggi, che bistratto per le prime dieci revisioni, finché non trovo la maniera – o così spero – di farli incocciare con la realtà senza che questa li annienti troppo, come stava facendo con la scema che li ha creati.

Lascio l’assenza di speranze a scrittori migliori di me, e resto affezionata a quell’ingenua idea di autarchia presa in prestito a uno dei finti bastardi più sfigati, e meglio riusciti, che abbia letto finora. Che mi sputerebbe in faccia perché per lui era davvero questione di sopravvivenza.

Io invece non ho bisogno d’ingombrare la nuova cucina, vetusta e inguardabile ma solo mia, di un enorme sacco di fagioli neri. A pensarci bene, che sogno bizzarro mi era venuto.

Forse volevo solo dirmi che avevo fame.

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Dal Facebook del Sindicat de Llogaters

Confesso che l’ho pensato prima di vedere come mi hanno ridotto le lenzuola, ma sì, ieri mi mancavano perfino i francesi.

Se ne sono andati due ore prima che rinnovassimo il contratto d’affitto, peraltro già scaduto, quindi non potevo avanzare niente quanto a preavviso: allora ho dovuto ammettere che, nonostante i tampax nel motorino del bagno (che mi sono costati un intero mese del loro pigione), nonostante l’odore di pipì canina che spesso invadeva il corridoio, mi ero abituata anche a questa coppia di ventenni che non deve aver mai fatto una lavatrice in vita sua prima di scoprire la mia lavadora (e che mi ha lasciato pure le tovaglie belle fradicie nei cassettoni).

Tutto ciò mi ha ricordato una cosa: la parte di noi che non è acqua, è memoria. Intesa nel senso di ripetizione: gesti e pensieri rinnovati ogni giorno finché non diventano “noi”, o l’idea che ci siamo fatti di come siamo.

E allora spieghiamo al mondo che siamo “allegri e solari” finché non diventiamo tali (e quindi insopportabili). O magari diciamo “ti amo” alla stessa persona, finché non decidiamo che è proprio così. E a furia di salutare lo stesso vicino ogni giorno, finiamo per affezionarci anche a quello. Non sempre funziona, eh, ma tante volte…

Io per esempio (*indossa occhiali hipster*) passo da uno storytelling all’altro, tutti ugualmente strappalacrime: prima ero “quella che ha cambiato vita dopo la crisi“, ora sono “quella che ha fatto un bordello per avere dei risparmi e figliare, e non è riuscita in nessuna delle due cose”. Alla fine sono storie edificanti, perché scatta il momento rivincita, quello in cui cambio casa e lavoro, e mi cerco compagnie meno “confuse” prima di entrare in una nuova crisi.

Invece stavolta mi sono proprio rotta e torno all’idea di cui sopra: siamo i gesti che ripetiamo ogni giorno. E ripetendone pochi e azzeccati aiuterò la mia “paziente” ideale: me stessa.

Funziona, ci ho le prove. Per esempio, nel giorno internazionale per il diritto alla casa, ho visto tanti napoletani ripetersi che le cose possono cambiare, e che il fatalismo è una profezia che si auto-avvera per quanto faccia figo predicarlo davanti a un caffè “amaro come la vita”. I loro colleghi a Barcellona, che per i casi della vita si trovano a ripeterselo da più tempo e si sono riuniti in sindacato, esibivano contenti quest’elenco diviso per: nome dell’inquilina (di uomini in difficoltà estreme ce ne sono solo due, coincidenze?), richieste dei proprietari, successi del sindacato in due anni d’attività (a parte quel primo round con la Goldman Sachs).

Magnolia, affitto aumentato di 150 euro: abbiamo ottenuto un contratto di tre anni senza aumento.

Jessica, affitto aumentato del 42%: abbiamo ottenuto un aumento del 18%.

Lluisa, 400 euro d’aumento e richiesta di rescissione del contratto: abbiamo ottenuto un aumento di 125 euro e il ritiro della denuncia.

Clemente, non volevano rinnovargli il contratto: abbiamo ottenuto un contratto di tre anni con aumento minimo.

Mari Carmen, processo di sfratto: abbiamo ottenuto l’alloggio in un appartamento d’emergenza.

Diego, non volevano rinnovare: abbiamo ottenuto due anni di proroga.

Marta, volevano raddoppiare l’aumento dopo che la legge ha previsto il cambiamento del contratto da tre a cinque anni: abbiamo ottenuto il ritorno all’aumento iniziale (50 euro).

Gocce nel mare? Chiediamolo a Magnolia, Jessica, Lluïsa, Clemente, Mari Carmen, Diego, Marta.

E poi ripetiamocelo pure, che qualcosa ogni tanto cambia.

(Ma je nun m’arrenno, ce voglio pruva’.)

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Why don’t you do right, eh?

Busta 1: la mia ex padrona di casa mi ha versato finalmente l’ultima parte della caparra. Se ricordate, mi reclamava una griglia da forno, mai vista nei tre anni in quella casa. Dal suo punto di vista erano fatti miei se, al momento d’installarmi lì, non avevo cacciato la testa nel forno a controllare che ci fosse tutto. Devo dire che ha avuto la costanza d’informarsi su quanto costasse il ricambio originale, e la bontà di concludere che quaranta euro fossero un po’ troppi. Soluzione finale: insieme alle ultime bollette, mi chiedeva “dieci euro per una griglia nuova”. L’accendiamo, ho detto subito. Accendi lei, mi hanno detto da casa, nel senso di “dalle fuoco”: davvero mi ha tenuta in sospeso per mesi, per dieci miseri euro?

Busta 2: il mio ex inquilino (quello della casa che ho venduto) non aveva pagato l’ultima bolletta dell’elettricità. In effetti sembrava anomala (era un conguaglio), ma la vera ragione me l’ha confessata solo ora: non aveva i soldi per una cifra simile. Fatto sta che i nuovi proprietari non erano tenuti a intestarsi le utenze con un debito in sospeso – che è l’opzione che ho adottato io per casa nuova, per poi chiedere un risarcimento presto accordato: ma, appunto, è un’opzione. Risultato? L’altro giorno la compagnia elettrica mi chiedeva non solo la bolletta non pagata, ma anche due mesi di fatture dei nuovi proprietari (svaniti nel nulla). L’ex inquilino, che in fin dei conti aveva contribuito a cacciarmi in quel guaio, mi martellava con i suoi “non è giusto che paghi io anche quello”, forse perché era di nuovo, mo’ ci vuole, “in bolletta”. Allora ho deciso di: anticipargli io la cifra che dovrebbero pagare i nuovi proprietari; andare a stanare questi ultimi in tuta mimetica e pugnali alla Rambo.

E voi come scegliereste di comportarvi: busta 1 o busta 2? O, per dirla come mia madre, preferite un ” ‘ccà nisciuno è fesso”, o un “questo e niente è una cosa”? Per me, ormai, entrambe le buste sono legittime.

So che non è del tutto una questione culturale, o non esisterebbe la catalana che mi ha offerto il pranzo cinque anni fa, e ancora non vuole che io ricambi. O il “bidello” della biblioteca universitaria a Napoli, che mi confessava che lui, al posto mio, avrebbe preteso fino all’ultimo centesimo dei trenta che mi aveva mangiato la macchina delle fotocopie.

Credo sia un misto d’influenze culturali e di scelte personali: nel mio primo mese a Barcellona, presi al volo al supermercato un carrello di quelli con l’euro dentro, da una tizia che me l’offriva impaziente. Era un modello di carrelli meno numeroso, per recuperare l’euro c’era forse da aspettare un po’. Quando cercai di sbolognarlo a mia volta a un gruppo di autoctoni, donna con bambino e padre di lei, il signore cacciò subito la moneta per me, ma la figlia scosse la testa: “Chiedi alla cassiera, scusa!”. Allora la ringraziai caldamente e le lasciai il carrello con l’euro dentro, resistendo alla tentazione di mettergliene altri due in mano: tie’, comprati una vita. Adesso, invece, la capisco: non era tenuta a rischiare di perdere un euro, per la mia impazienza di andarmene.

“Perché dovrei buttare anche solo un centesimo per i problemi altrui?”.

Dieci anni dopo, resta una domanda a risposta aperta.

La mia, di risposta, continua a essere: perché preferisco vivere.

 

 Forse dipende da che ora è.

Diciamo che, se torno in ritardo alla Feria e addio cena, sono ancora in modalità problema-soluzione, problema-soluzione: dieci minuti dopo sto provando i vermicelli da asporto del nuovo cinese a conduzione familiare, con opzioni erbivore.

Due ore prima dei fatti narrati, tuttavia, non sono stata così propositiva. La domenica gentile, trascorsa tra lasagna e chiacchiere dopo le giuste ore di scrittura, mi crollava addosso con i problemi non risolti, da quelli esistenziali a quelli cretini come: il divano troppo grande che langue ancora in corridoio, nonostante avessi trovato un’acquirente; i piccoli disastri lasciati in giro da Abdul; il ritorno a una vita mondana con personaggi che credano opportuno parlarmi per doppi sensi, perché come ci parli, a una tizia biondiccia che “sorride troppo”?

Insomma, come fu come non fu, ieri i miei cinque minuti di pianto me li sono fatti. E poi sono successe una serie di cose belle. Una è che il mio coinquilino preferito è venuto subito a consolarmi, il che è stato surreale perché non sapevo neanche fosse in casa (dormiva). Poi mi ha fatta ridere il caro Rostov, che dopo una Guerra insensata anela a una Pace senza Sonja: sì, un classico è per sempre. Infine, una volta riacquistate le forze, toppata la feria, e spazzolati via i vermicelli di consolazione, ho messo il divano su Wallapop e un’ora dopo avevo qualcuno interessato.

Problema-soluzione. Problema-soluzione. La mia nuova ossessione è questa. Non risolve tutto, perché, si diceva, non su tutto abbiamo potere decisionale. Ma è uno sport da provare ogni tanto. So che lamentarci ci piace, e ne abbiamo tutto il diritto.

È divertente, però, e sorprende anche, scoprire tutto quello che possiamo fare col resto del tempo.

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Ok, scuorno di post.

Facendo del becero familismo amorale, il blog del basilico v’invita alla presentazione del libro della sua autrice – o basileia, o basilicata, non lo sapremo mai. Sarà questo venerdì 14, alle 19.00, alla Libreria italiana Le Nuvole, con rinfresco e musica, e tanto ammore.

Ecco l’evento:

https://www.facebook.com/events/990278361172509/

L’autrice (che ormai parla di sé in terza persona, come il Divino Otelma) vi lancia quest’invito dal suo natio borgo urbanizzato: è stata convocata a Napoli per la presentazione della raccolta Airport Tales (per chi si fosse perso i dettagli, e i bicchierini di limoncello, ecco qua…).

Nota di colore: la presentazione di Airport Tales è l’11 alle 11. Alla stessa ora, dopo due mesi di attesa e telefonate al comune, dovevo incontrare l’avvocatessa che mi avrebbe delucidato la questione affitti in Ciutat Vella, di questi tempi difficili. Insomma, mentre inizia la presentazione a Napoli, l’impiegata del Servei d’Habitatge chiamerà l’utente successivo.

Continuo a pensare che la vita sia un capolavoro: quando non succedono guai seri, riesce sempre a regalarti una risata.

O un’arrabbiatura: ieri provavo a vedere Quelli che… , quando un “esperto in studio” ha spiegato all’inviata (moglie di un calciatore) che non doveva lamentarsi di una decisione arbitrale: l’arbitro era vangelo, lei pensasse piuttosto a descrivere la partita!

Ho suggerito a mia madre che il fenomeno per cui un cinquantenne spiega a una trentenne cosa dire, e come, si chiama mansplaining, o se preferite minchiarimento, ma a quanto pare questo concetto ancora non passa facilmente, da noi. D’altronde una chat improvvisata in studio tra glorie del calcio esprimeva giudizi sull’aspetto fisico delle ragazze presenti…

Sì, sì, è una gag, ma è dura “farsi una risata” adesso che vivo in un posto in cui per avere una vita sociale, e rimediare un po’ d’ammore ogni tanto, non è necessario.

Rispolvero dunque un’espressione non proprio femminista delle mie parti, che magari è tornata in voga con L’amica geniale:

Rire ‘n faccia a ‘stu

Sipario.

(Una canzone che cito nel libro. E ringraziatemi perché l’altra che nomino è dei Take That.)