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Maryland Renaissance FestivalIl momento dopo aver fatto una cazzata è in fondo simile a quello dopo una bella notizia, o dopo che il cameriere ha portato il tuo piatto dopo mezz’ora d’attesa.

In effetti è un momento di vuoto perfetto, il vuoto prima di realizzare che ti aspetta un pranzo luculliano, o una notte insonne, per un buon motivo o per uno molto cattivo.

Attenzione, perché è anche un momento rivelatore. Quando ho avuto la certezza di aver perso l’amore, un amore che forse non avevo mai avuto, la prima cosa che ho avvertito nelle viscere man mano che perdevo il respiro è stata sollievo. Ok, allora era questo. Ok, adesso si risolve, in un modo o nell’altro si risolve. Poi ci sarebbe stato il dolore, la discesa agli inferi da cui sei torni hai quasi il dovere di salvare chi parte. Ma meglio quello, mi dissi in quel primo, lungo istante di rivelazione, che un lungo limbo senza neanche incamminarsi per vedere la luce.

Ci sono momenti più sfumati: quello dopo un bacio non dato, che ti resta in punta di labbra a dirti che volevi scoccarlo, lanciarlo come una sfida nel tuo nuovo mondo, ma non ne volevi le conseguenze, non ora, non subito. E allora resta lì, acquattato, sicuro che prima o poi verrà il suo momento.

Che porterà con sé il suo momento dopo.

Se ci riuscite, ascoltateli, sul serio, questi istanti.

Non c’è nulla di più sincero, in quel vuoto perfetto tra pensiero e azione, tra quello che avremmo voluto, e quello che d’ora in poi, chissà per quanto tempo, avremo.

apollo13earth

Houston, abbiamo un problema, e purtroppo è a monte. Purtroppo è una situazione in cui non dovremmo neanche trovarci, perché avremmo dovuto abortire la missione fin dall’inizio. Altro che guasto tecnico, certe volte decolliamo proprio portandoci a bordo l’Alien.

Ma ormai siamo lì, a passeggiare per il sistema solare, e allora che si fa?

Prendiamo il lavoro: anche a Barcellona succede di cominciare una collaborazione gratis. L’idea è come in Italia, ora mi prendono gratis e, se vedono che faccio le cose per bene, poi mi pagano. E il finale è come in Italia: pensano “se possiamo averti gratis, perché mai ti dovremmo pagare?”. Al massimo, ci scuciono quattro soldi. Come si fa a rimediare a un’ingiustizia a cui abbiamo collaborato anche noi?

Anche le relazioni, ahimé, si sono mercantilizzate. Ogni tanto trovi il paraculo che pensa: ok, è cominciata come un’avventura e tu ora vuoi di più, ma se mi dai già quello che mi serve senza il minimo impegno da parte mia, perché improvvisamente dovrei stare con te? Tanto vale continuare a fingere di conoscerti a stento appena esci dal mio letto. Perché siamo finiti con gente del genere, diventando anche complici della situazione?

E quegli amici martiri professionali che si sfogano con noi per due ore per sentirsi meglio cinque minuti, spompandoci? Ma l’amicizia è nata così, loro che si lamentano e noi che li assecondiamo, rendendoci in qualche modo complici dello scempio.

E la parente anziana che ha fatto “tanti sacrifici” per noi (peraltro, chi glieli ha chiesti), e ce lo rinfaccia ogni volta che si sente trascurata, cioè sempre? È una persona con problemi che non ha avuto né la possibilità né la capacità di risolvere, e senza volerlo li scarica su di noi.

Insomma, quante relazioni di ogni tipo sono partite storte fin dall’inizio, ma abbiamo fatto finta di niente? Tanto a noi piacciono le sfide. E adesso che siamo nello spazio, neanche Mazinga Zeta può venire a salvarci.

Per fortuna, non trovandoci davvero in orbita con la batteria della navicella scarica, possiamo permetterci di fare una cosa: non cercare a tutti i costi una soluzione. Da quando mi limito a fare il mio e vedere dove mi porta la rotta, vedo che le cose vanno meglio. Per “fare il mio” intendo smettere di dar corda alla zia impossibile o all’amico esasperante, dicendogli chiaro e tondo che altrimenti non l’aiuto, e per una volta esprimere esattamente quello che voglio all’amore-non-amore, senza paura di non ottenerlo, che a non fare così non l’ottengo sicuro.

Una cosa intanto la si può imparare. Riconoscere i problemi in partenza, anzi, prima della partenza. Con la stessa onestà intellettuale che dedichiamo al senno di poi. E prima di dover ricorrere a quello ancora una volta.

Intanto, già che siamo quassù nello spazio, ci godiamo il panorama, con tutto il problema a bordo. La soluzione arriva se ci calmiamo abbastanza da toccare giusto quei due tasti, quelli giusti, e lasciarci trasportare.

Finché lo shuttle va.

https://www.youtube.com/watch?v=nP6xBFyA_aw

cupidDa qualche tempo a questa parte, intorno a me, scoppiano coppie.

No, non sono io a portare sfiga, malpensanti. Anzi, credo si ispirassero a me per ricordarsi cosa non fare, in una storia. Scoppiando lo stesso.

Ed è facile dire era nell’aria, col famigerato senno di poi, ma non è lontanissimo dalla verità. Ora mi rendo conto che di queste coppie invidiavo la stabilità, ma non l’alchimia: almeno in una circostanza mi ero chiesta che ci facessero insieme. Persone totalmente diverse, e la storia degli opposti che si attraggono non sempre fila.

Persone che incontravo quasi sempre separatamente, nelle occasioni pubbliche, e che quando le vedevi insieme era strano: uno dei due parlava di politica e rideva di un umorismo raffinato, complesso, e l’altro se ne stava in silenzio ad ascoltare, non capendo forse neanche tutto ciò che si diceva.

In ogni modo, ciò che invidiavo e che mi segnavo in agenda come obiettivo imprescindibile era l’amore nonostante. Nonostante la diversità di carattere spacciata per complementarietà, la differenza d’interessi che volevo credere fosse sempre una cosa buona.

E invece no, scoppiano uguale, nonostante la dedizione, forse in virtù di differenze che finito lo slancio dei primi anni si rivelano per la loro reale natura: divergenze.

Vi racconto questo, perché da un po’ sono arrabbiata. Sull’amore ci sono due estremi, che vedo in giro.

Uno è la tendenza di film e canzoni a venderti la storia del nonostante, appunto, dell’amour fou come unica realtà, dell’ “insieme stiamo una monnezza, ma senza di te non posso stare”.

Ma non è detestabile ai livelli della tendenza opposta, che ho già descritto un po’: la “medicalizzazione” dell’amore. Quegli esperti che vogliono spiegare com’è un rapporto “sano”, contrapposto a una relazione “tossica”, ed elencano la serie di requisiti che una coppia deve avere per “funzionare”.

Stessero sereni, le coppie scoppiano uguale. Anche le loro. Nonostante le loro ricette pseudoscientifiche. L’estremo è stato un articolo in catalano, con tanto di intervista all’esperta di turno. Finché sosteneva che dovessimo sapere ciò che volessimo, prima di “scegliere il partner”, ok. Ma poi spiegava che dobbiamo considerarci un “marchio registrato”. Che target si propone il nostro brand, qual è la nostra mission? Qualcuno mi uccida.

Per evitare l’amore disperato si sfocia nell’iperrazionalismo, per evitare il quale si sfocia nell’amore disperato.

La quadratura del cerchio non l’abbiamo ancora trovata, le coppie scoppiano a prescindere dalle ricette, e mi sento un po’ più vicina a loro.

I miei nonostante erano più estremi dei loro (“possiamo farcela nonostante tu non mi ami, nonostante tu abbia l’idea di relazione di un adolescente al primo giorno di liceo, nonostante io sia votata al martirio per non vedere quanto sia sentimentalmente immatura a mia volta”).

Ma noto che i fallimenti di coppie mai nate e quelli di coppie ultrastabili si chiamano tra loro, tra gli abissi che li inghiottiscono.

Cos’hanno in comune?

Io un’ipotesi ce l’avrei, ma come sempre vi ho fatto già una testa tanta e ve lo spiego la prossima volta.

https://www.youtube.com/watch?v=L0wCuwUneSM

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