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John Lewis Christmas Advert 2013

La “canzone a mia insaputa” è un fenomeno meraviglioso che attraversa tante storie d’amore, reali o immaginate.

Si verifica quando attribuiamo all’amato bene una certa melodia che lui (o lei) magari schiferà a morte, ma che intanto ce lo ricorda. Perché? Perché la passavano nel bar quella volta che ci ha fatto un cenno con la mano più lento del solito (“è amore”). Oppure la davano alla radio quando ci ha offerto quel passaggio così generoso e “interessato” (poco importa che ci avesse trovati nel mezzo di una rissa, in un vicolo cieco, verso mezzanotte). Fatto sta che oh, quella è la “nostra canzone”, e se l’altro ne ignora pressocché l’esistenza (a meno che non sia Despacito), è un problema suo.

Peraltro qualche volta la canzone a insaputa si trasforma davvero in ricordo condiviso! È successo a me quando il mio ragazzo, in un soggiorno di studio all’estero, si è messo a sentire Staje maje ccà dei 24 grana e, forse per ragioni linguistiche, l’ha attribuita indelebilmente al mio ricordo. Detto fra noi, io la canzone la schifavo pure un po’, perché non capivo bene il ritornello! Adesso la ascolto con orecchie nuove.

Ma il fenomeno più becero e salutare, con le canzoni, è forse il “riciclo canoro”: quando un motivo che ci faceva pensare all’ex viene “riciclato” per un nuovo amore. Orrore! Oscenità!

Beh, un momento. Se dobbiamo credere a The School of Life (e non è necessario), quello che ci fa coltivare i bei ricordi non è tanto la persona con cui stavamo, ma la sensazione che provavamo in quel momento. In tal caso può essere solo qualcosa di bello, no?, che la persona che amiamo ora ci faccia provare lo stesso senso di benessere che credevamo non sarebbe tornato più.

Ancora non siete convinti? Ok! Allora vi racconto una storia personale.

Nella più nera delle mie crisi sentimentali (ed è una bella gara), mi aggiravo da sola per una grande casa tetra, in cui mi ero scoperta “mollata a mia insaputa” (questo sì) al terzo giorno di trasloco. In quei mesi deliranti presi ad ascoltare una canzone del mio periodo a Manchester, che di per sé non mi ricordava nulla in particolare, ma che parlava di un luogo che “solo noi conoscessimo”. Perché credevo che l’avessimo raggiunto, nella nostra storia sgangherata, un piccolo posto solo per noi. E speravo che gliene venisse la nostalgia e prima o poi lo ritrovassi lì, ad aspettarmi.

Ovviamente lui non sentiva una ceppa di nostalgia, perché se ne stava beato con un’altra, e probabilmente la canzone gli avrebbe pure fatto schifo.

Qualche anno dopo, in un momento di difficoltà ben diverso dal precedente (crisi “strutturale” in una relazione stabile e serena), mi ero ritrovata ad ascoltare la canzone in una versione diversa, che avevo sempre considerato un po’ stucchevole. Invece stavolta, come per magia, aveva senso. E, condividendone l’ascolto “a distanza” con l’altro chiuso in camera a studiare, ci eravamo scoperti a desiderare la riconciliazione che poi è avvenuta.

Il ricordo di un sentimento arido e unilaterale, mai condiviso, ha così preso vita, è tornato nella mia esistenza per essere motivo di gioia.

Ed è quello che dovremmo fare con tutto, accettando di morire e risorgere ogni tanto, di rinnovare sentimenti vecchi, salutare sentimenti nuovi, accogliere senza troppe riserve quello che di volta in volta ci si presenta davanti nel percorso disordinato che facciamo per vivere.

I sentimenti sono più saggi di noi, sanno quando ci fanno male e se ne stanno lì in attesa, pazienti, che li lasciamo liberi di tornare a renderci felici.

Sta a noi scegliere, accettare questo ciclo come una melodia che è sempre la stessa, sempre diversa.

Sempre nostra.

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L’altro giorno ho assolto al compito non facile di consolare un amico per una rottura sentimentale.

Sono andata a prenderlo al lavoro e ci siamo goduti un Raval che cambia a vista d’occhio, magari per i motivi sbagliati, che però gli regalano anche angolini come quello che ci ha accolti.

Il mio amico non è uscito bene dalla relazione, ma si riprenderà presto, anche perché si è rallegrato di quanto le persone lo stessero coccolando, ascoltando, sopportando.

A un certo punto mi ha proposto:

– Dai, quando puoi andiamo a farci una pizza. Però più in là, magari, so che in questo momento non sono di grande compagnia.

Questa osservazione mi ha divertito molto: non sapevo se ricordarglielo o no ma, se ero lì con lui in quel momento, era stato anche per una pizza “sospesa”.

– Ricordi quanto ero “pesante” io, tre anni fa? – gli ho risposto infine. – Ti chiamai una sera che ero proprio disperata e tu mi dicesti: “Forza, andiamo a farci una pizza!”.

Ovviamente lui non ricordava niente di una serata che, nel suo caso, era stata uguale a tante altre, a parte la chiamata di questa ex cliente che invece di godersi il suo nuovo acquisto stava digiunando per uno che l’aveva lasciata senza accorgersene (finora la definizione migliore).

Io invece ricordavo tutto. Specie la risata che in altre circostanze mi sarei fatta davanti a quell’invito spensierato in pizzeria, anche perché ai tempi a stento mettevo in bocca un po’ di pane e tortilla precotta, e un panettone spagnolo che pugnalavo al “risveglio” per colazione.

La pizza l’avevamo mangiata qualche settimana dopo, ed ero stata comunque una commensale leggera quanto l’accoppiata peperonata + cheesecake.

Ma ieri pomeriggio, tre anni e sette vite dopo, ero lì ad ascoltare lui anche per quella proposta telefonica deliziosamente fuori luogo.

– Insomma – ho concluso, rammentandogli l’aneddoto – quest’amore che stai ricevendo, l’hai coltivato. Hai seminato una risata muta tre anni fa e adesso hai raccolto un caffè, in attesa della pizza sospesa.

– Mica l’ho fatto per quello – ha sorriso lui.

– Lo so. O non avrebbe funzionato.

 

shadow-1Si parlava di coppie che scoppiano e dei nonostante su cui si reggevano: arrancavano, infatti, nonostante le differenze di carattere, d’intenzioni, di progetti di vita, di gusti…

In un’evidente forzatura, paragonavo questi amori “sani” (o certificati tali da esperti saputelli) a quelli spudoratamente malati a cui sono più abituata. E sapendo di generalizzare facevo una differenza tra l’amour fou e l’amore sano.

Il primo, quello da canzone, col senno di poi sembra una vocazione al martirio. Il nonostante sembra il perno di tutta la storia che non decolla. Ti butti con insistenza tra le braccia di persone che, nella mia personale declinazione di questa follia, sono evidentemente distanti, a volte anche fisicamente, che accettano la situazione più per inerzia che per altro. Ti getti a kamikaze in qualcosa in cui non credi neanche tu, quasi che tu voglia arrivare in fretta alla delusione finale e prenderti il diploma di vittima dell’ennesimo “stronzo” (o della stronza di turno). Uno stronzo che ti sei quasi costruita da sola, chiamata persa dopo chiamata persa.

Ebbene, credo che spesso le coppie presunte sane e quelle “disfunzionali” abbiano una cosa fondamentale in comune.

La famigerata ricerca dell’anima gemella? No, della propria, di anima. Della parte di sé che non (ri)conoscono.

Conosco varie ex coppie in cui lei è brillante e lui è timido, o viceversa. Ma il timido “si scioglieva” con le persone di cui si fidava e l’estroversa nascondeva spesso una gran timidezza. Ebbene, credo che nessuno dei due se ne accorgesse, di queste caratteristiche latenti che pure erano in loro. Non quadravano col loro personaggio, la famosa maschera pirandelliana che si erano costruiti.

L’unico modo per farci i conti, allora, era trovare qualcuno che incarnasse il loro “lato oscuro” (oscuro nel senso di ignoto, nascosto) e amarlo nonostante.

Tutto qui? Ovvio che no, l’amore è ben altro, sono tante cose insieme. Ma nella mia esperienza, che non fa statistica, questo fattore non è tra gli ultimi da considerare.

Pensate se ciò non fosse necessario. Se vincessimo la paura e ci guardassimo, e lo scoprissimo per cazzi nostri, il “lato oscuro”. Se l’amico intellettuale e iperrazionale ammettesse che a volte invidia l’amico appassionato di yoga, e si pone domande a cui manco Darwin risponde. Se l’amica appassionata di yoga e che riconduce tutto alla spiritualità ammettesse la sua curiosità per cose più terrene, tipo come pagarsi l’affitto. Se l’amica leader nata, l’amico aspirante manager, accettassero di voler essere ogni tanto anche indecisi, irresoluti, bisognosi di protezione, invece di mettersi accanto un’ameba con un sorriso disarmante. E se l’ameba decidesse di diventare una persona e stabilire da sola che giacca abbinare ai jeans.

Così potremmo andare al piano B, suppongo, trovarci qualcuno che ci piaccia, e non qualcuno di cui abbiamo bisogno.

C’è tutta la differenza del mondo.

cupidDa qualche tempo a questa parte, intorno a me, scoppiano coppie.

No, non sono io a portare sfiga, malpensanti. Anzi, credo si ispirassero a me per ricordarsi cosa non fare, in una storia. Scoppiando lo stesso.

Ed è facile dire era nell’aria, col famigerato senno di poi, ma non è lontanissimo dalla verità. Ora mi rendo conto che di queste coppie invidiavo la stabilità, ma non l’alchimia: almeno in una circostanza mi ero chiesta che ci facessero insieme. Persone totalmente diverse, e la storia degli opposti che si attraggono non sempre fila.

Persone che incontravo quasi sempre separatamente, nelle occasioni pubbliche, e che quando le vedevi insieme era strano: uno dei due parlava di politica e rideva di un umorismo raffinato, complesso, e l’altro se ne stava in silenzio ad ascoltare, non capendo forse neanche tutto ciò che si diceva.

In ogni modo, ciò che invidiavo e che mi segnavo in agenda come obiettivo imprescindibile era l’amore nonostante. Nonostante la diversità di carattere spacciata per complementarietà, la differenza d’interessi che volevo credere fosse sempre una cosa buona.

E invece no, scoppiano uguale, nonostante la dedizione, forse in virtù di differenze che finito lo slancio dei primi anni si rivelano per la loro reale natura: divergenze.

Vi racconto questo, perché da un po’ sono arrabbiata. Sull’amore ci sono due estremi, che vedo in giro.

Uno è la tendenza di film e canzoni a venderti la storia del nonostante, appunto, dell’amour fou come unica realtà, dell’ “insieme stiamo una monnezza, ma senza di te non posso stare”.

Ma non è detestabile ai livelli della tendenza opposta, che ho già descritto un po’: la “medicalizzazione” dell’amore. Quegli esperti che vogliono spiegare com’è un rapporto “sano”, contrapposto a una relazione “tossica”, ed elencano la serie di requisiti che una coppia deve avere per “funzionare”.

Stessero sereni, le coppie scoppiano uguale. Anche le loro. Nonostante le loro ricette pseudoscientifiche. L’estremo è stato un articolo in catalano, con tanto di intervista all’esperta di turno. Finché sosteneva che dovessimo sapere ciò che volessimo, prima di “scegliere il partner”, ok. Ma poi spiegava che dobbiamo considerarci un “marchio registrato”. Che target si propone il nostro brand, qual è la nostra mission? Qualcuno mi uccida.

Per evitare l’amore disperato si sfocia nell’iperrazionalismo, per evitare il quale si sfocia nell’amore disperato.

La quadratura del cerchio non l’abbiamo ancora trovata, le coppie scoppiano a prescindere dalle ricette, e mi sento un po’ più vicina a loro.

I miei nonostante erano più estremi dei loro (“possiamo farcela nonostante tu non mi ami, nonostante tu abbia l’idea di relazione di un adolescente al primo giorno di liceo, nonostante io sia votata al martirio per non vedere quanto sia sentimentalmente immatura a mia volta”).

Ma noto che i fallimenti di coppie mai nate e quelli di coppie ultrastabili si chiamano tra loro, tra gli abissi che li inghiottiscono.

Cos’hanno in comune?

Io un’ipotesi ce l’avrei, ma come sempre vi ho fatto già una testa tanta e ve lo spiego la prossima volta.

nottestellataVi ho ingannati: in questa breve conclusione non parleremo, ancora una volta, di naufragi. Delle crisi che ci costringono a uscire dall’angolino in cui ci siamo riparati da soli, prigionieri delle nostre stesse paranoie.

Volevo solo ribadire una cosa strana: nell’angolino ci rimaniamo anche quando le cose vanno bene. Per inerzia e ostinazione, pronti a respingere ogni evidenza che la vita sia gestibile. E per gestibile, ripetiamo fino allo sfinimento, non si intende né meravigliosa né disposta a darci tutto quello che desideriamo.

Ritornando all’idea di cosa ci dia sollievo: quando le circostanze ci tolgono quelle cose che non vanno, un lavoro deludente, un progetto fallito, una relazione – tortura (che da soli, spesso e volentieri, non riusciamo a farlo), ci sentiamo perduti. Quella cosa ci faceva star male, ormai ci toglieva più energie di quante mai ce ne avrebbe date se fossimo finalmente riusciti nell’impresa. Ma non c’è niente da fare, senza, per un bel po’, stiamo peggio.

E allora ci attacchiamo come cozze alla speranza che tutto ciò vada come speravamo, che le cose finalmente e per miracolo prendano il corso desiderato, che l’amore trionfi anche se contorto, che il riconoscimento dei capi arrivi anche se siamo del sesso sbagliato e sappiamo più lingue di loro.

Sembriamo quei condannati a morte di cui parla Viktor Frankl, che avvicinandosi la forca si fanno prendere da questa convinzione irrazionale che non può essere davvero la fine, che arriverà loro la grazia in extremis.

Nel nostro caso, però, la grazia consisterebbe nel continuare nel nostro ergastolo, nella gabbia da cui guardare il mondo che ci siamo costruiti da soli, magari per difenderci da una minaccia reale, anche quando questa minaccia ormai è passata (e qui il pensiero va, invece, a quei soldati delle guerre del Novecento, persi nella jungla, che sono usciti allo scoperto solo dopo decenni dalla fine del conflitto).

Nel nostro caso, dovremmo proprio rassegnarci: non solo siamo condannati. Ma non siamo neanche condannati a morte.

Siamo condannati alla vita.

Ci tocca, proprio. E sì, quella ragazza così simpatica e interessante ha sorriso proprio a noi, nonostante i nostri discorsi sul non saper sedurre.

E sì, dopo aver tanto cercato lavoro, all’associazione umanitaria in cui studiamo lingue cercano davvero volontari stipendiati. Non sarà quello per cui abbiamo studiato, ma è un inizio.

È una condanna severa, lo so, la condanna a vita.

Ma state tranquilli, scontatela tutta. La morte si sconta vivendo, no?

E vi porterò le arance nella vasta galera che ci tocca, vasta quanto il mondo.

Quando non si è in cattività, chissà perché, sono ancora più buone.

scream4maskknifesetChe bella figura ci facciamo, a essere vittime del destino. Vero?

La dea bendata è cieca, la sfiga ci vede benissimo, e noi vediamo a intermittenza, guarda caso quando ci conviene.

Ok, parlo per me.

Che la posizione di vittima l’ho coltivata per anni.

Quant’è nobile la figura di chi si sbatte per tutti, con gli amici, al lavoro, in coppia.

Quante perfette padrone di casa conoscete che si lamentano della scarsa collaborazione dei loro mariti? La distribuzione dei ruoli nella società è una delle tematiche che mi stanno più care, però da femminista mi chiedo: quante osano chiedere, pretendere la collaborazione maschile? Ai pranzi di Natale, dalle mie parti, ho visto spesso tutte in cucina e tutti davanti alla tele, cacciati dalla cucina se (raramente) si arrischiano a offrire aiuto. Magari con la sola padrona di casa, a meno che le ospiti non siano figlie sue, a cucinare per 20.

Ci piace, secondo me, dimostrarci di essere le sante che sopportano per tutti. Vale anche per gli uomini. E mi chiedo, se lo facciamo soprattutto per sentirci approvati, quanto ci sia di altruismo, in questo.

Ma non è l’esempio più scontato.

Quant’è bello fare la figura di chi soffre per amore, no? Di chi ha iniziato una relazione ambigua, caotica, della serie massimo risultato con minimo sforzo, ma poi si è innamorato, guarda caso non corrisposto. Ci restituisce al più classico dei copioni romantici in quella che era iniziata come la più prosaica delle scopamicizie. Che sono belle e divertenti finché tutti e due (tutti e tre, tutti e quattro…) vogliono esattamente quello. Se no, inutile domandarsi perché a un certo punto, a equivoco chiarito e non-storia dissolta, l’amato bene abbia difficoltà a rapportarsi con noi anche se cerchiamo almeno di salvare l’amicizia, o le apparenze. E ti credo, in che posizione l’abbiamo messo? Il cinico impassibile che di fronte a tanto amore, ricevuto da una personcina così speciale, proprio non risponde ai palpiti? Come se dipendesse da lui, vedi articolo corrispondente, come se non fosse cominciata in condizioni simili, come se la “voglia di sbattersi zero” (cit.) non fosse stata, inizialmente, reciproca.

E quando noi siamo dall’altra parte? Ma no, noi non siamo mai i cinici che non corrispondono. Noi siamo chiari fin dall’inizio, la dichiarazione d’intenti stile “È un momento terribile della mia vita, non posso darti certezze” è il nostro scudo per declinare ogni responsabilità. Gliel’avevamo detto. E allora perché i “te l’avevo detto” altrui non ci vanno bene?

Perché è solo paura, mi permetto d’ipotizzare ora che vengo invitata a uscire da qualcuno e mi dico “No, devo prima superare la precedente delusione”, e comunque c’è questa o quella cosa che non mi convince, nonostante sia bello, intelligente e sensibile. E mi congratulo con me stessa per “fiutare” finalmente, dall’inizio, le cose che non mi convincono, ma mi chiedo anche perché le abbia accettate, e magari le accetterei ancora, in chi invece ne aveva a josa.

E allora formulo l’ipotesi: è solo paura. Sfuggiamo alle nostre responsabilità nelle cose, al rischio di non ottenere quello che vogliamo, e allora ci chiudiamo da soli in un angolo e decidiamo di accontentarci. È un patto col diavolo per non affrontarle, le nostre paure.

Ma avete notato, come me (e Giorgio Nardone, e un’infinità di altri autori), che a evitare di affrontare le paure finiamo per incappare proprio in quello che temiamo?

Penso a una polemica a me molto vicina, tra italiani all’estero e in patria, sulla partenza dall’Italia come fuga. “Bisogna restare per cambiare le cose”. A me sembra che ci sia gente che parta per paura e gente che per paura resti. Finendo scontenta in tutti i casi. Preferisco quelli che scelgono di partire o di restare per coraggio. Il coraggio di fare ciò che vogliono. Non sto dicendo neanche di perdere i pochi soldi che avete in astrusi investimenti, magari all’estero. Solo che lasciare la via vecchia per la nuova, spesso significa passare da un fallimento che non ci siamo scelti a uno che almeno proveremo a evitare. Ed è la peggiore delle ipotesi, eh. Figuriamoci le altre!

Ho più esperienza, come si sarà notato, per dire che a evitare le delusioni d’amore si incappa proprio in quelle. Perché ci ficcano in quelle proprio le misure che prendiamo per evitarle, come fughe strategiche da relazioni “troppo dense”, o relazioni “libere” quando vogliamo un altro tipo di storia (se no oh, ribadisco, dove c’è gusto non c’è perdenza).

Quindi, mi sento di argomentare, ammantarci di vittimismo è un alibi che per il dolore che comporta ci evita anche di vederlo come tale (le scorciatoie non erano tutte comode?). Ma è un “manto” che dopo un po’ fa sentire freddo e fa anche perdere tempo.

E per tempo perso intendo tempo non impiegato a fare cose ce ci piacciano o ci “riempiano”, come si dice in spagnolo.

Allora, man mano che smetto di far cose solo per sfuggire alle mie paure o per avere l’approvazione altrui, mi sto rendendo conto che: 1) le cose che voglio, nei limiti del possibile, le ottengo; 2) divento altruista per davvero, e mai come quando divento altruista per davvero penso al mio proprio bene.

Ma di questo, se vi va, ragioneremo (magari insieme) nel prossimo articolo.

cenerentola-in-sala_news

Ieri ho letto un articolo succinto ma interessante sulla paura d’innamorarsi. Letto? No? Ja’, cliccate sul link, è breve.

Arieccoci. Quello che mi colpiva dell’articolo era l’idea che avessimo difficoltà ad amare per quest’antica piaga che ereditiamo dall’infanzia, la paura dell’abbandono.

Credo che la mia, di paura dell’abbandono, abbia almeno qualcosa in comune con la vostra: il bisogno di avere tutto sotto controllo. E se, com’è ovvio (ma non per noi) non è possibile, allora questo controllo ce lo inventiamo, decidiamo che abbiamo già il 30 garantito all’esame perché al corso corrispondente ci accaparravamo sempre la prima fila (ricordo una di queste secchione odiose che alla fine si beccò 28), o che se il nostro amato bene è collegato a qualche social network significa che non sta con quella.

Io a un certo punto della mia vita ho deciso che l’unico criterio che dovesse governare il mondo fosse il merito. Ero proprio la portavoce ufficiale della meritocrazia! E qui mi direte, avevi tre anni, per non accorgerti che non è così? Io non dicevo che fosse proprio così, mi limitavo a osservare che dovesse essere così, quindi qualsiasi eccezione a questa mia regola universale andava scartata come una deficienza della vita.

Da adolescente, quando le amiche tessevano le lodi di un tizio un po’ tamarro che avesse, come unico apparente pregio, un bel faccino, dichiaravo superba che a me non interessava, “Non aveva fatto niente, nella sua vita, per meritarsi la bellezza”. Immaginatevi che relazioni spontanee e sentite mi costruissi con questo criterio!

Una forzatura, un’aberrazione? Vi ricordo che il più grande filosofo della storia affermava che i figli li facessero gli uomini, che le donne ne fossero solo il recipiente. E certo, Dio è Padre, Astarte è una zoccola, e le Veneri della preistoria a farsi benedire. Sì.

Quando gli esseri umani vogliono controllare qualcosa riescono ad andare contro ogni evidenza, contro i loro stessi ragionamenti, per finire come quelle formiche di cui parla Paul Watzlawick (non trovo il link in italiano). Ordinatissime, disciplinatissime, che seguono diligentemente le compagne in prima fila anche quando, per uno scherzo del percorso, si ritrovano a girare in tondo fino a morire per sfinimento.

Fatto sta che girare in tondo è comodo. L’alternativa è ammettere che in certe cose, si diceva in precedenza, il caos (o ciò che succede quando non capiamo le cose) regna sovrano.

Pensiamo all’amore non corrisposto. È un’ingiustizia madornale! Ricordo un amico spagnolo lasciato per email (storia di merda di quelle in cui neanche si ammette ufficialmente di stare insieme), da una tizia che gli faceva tutta una manfrina, molto logica, sulle sue motivazioni, che poi sarebbero state la libertà e la labilità dei sentimenti nella nostra umana esistenza. Due mesi dopo, la libera vagabonda delle emozioni conviveva con un altro.

Dico io, vi sembra giusto? L’amico mio se lo meritava, questo trattamento? E la gente odiosa che conoscete, se li merita, quegli angeli pazienti che stanno loro accanto, quelli che vi dite “Ma come fa? È un santo/una santa. Quell’insopportabile ha vinto proprio al Superenalotto”.

Ma questi “santi”, queste sante, sono davvero disinteressati?

Non mi accorgevo che “meritarsi” l’amore di qualcuno sa tanto di mercimonio. Io sono buona con te, quindi merito il tuo amore. Tu mi ami perché ho questa lista di qualità.

Quindi, entrando nel… merito della meritocrazia (no, non ci ho pensato la notte, mi è uscita così brutta estemporaneamente), chi dice che io “meriti” l’amore se mi comporto bene con qualcuno? Allora il mio comportamento è interessato. Ed ecco l’autrice dello stesso articolo sulla paura d’amare, pronta ad aprirmi gli occhi sulla Sindrome di Wendy.

La tendenza di una che non crede di meritarsi l’amore, che allora si rende indispensabile per averne. Come se l’amore si comprasse a tanto al chilo.

Intendiamoci, la mira random di Cupido avrà senso per i feticisti dell’evoluzionismo, ma continua a sembrarmi un’invenzione non proprio riuscita dei fati. Ma tra una regola a cazzo di cane dell’esistenza e una che mi sono data da sola nella preistoria della mia vita, ancora una volta, devo ammettere che la signora Natura, qualsiasi cosa intendiamo col termine, non abbia fatto le cose propro male.

Se infatti elargiamo amore come pegno per riceverne, non meritiamo piuttosto un calcio nel sedere?

Non merito neanche una risposta.