Archivio degli articoli con tag: sottona

Ecco qui (scorrendo dal basso) le puntate precedenti.

Alcuni nomi e fatti sono stati alterati per questioni di privacy, ma le cose sono andate più o meno così.

Hit Parade

E quindi?

Tutto ciò che ho scoperto dalla “confessione” notturna è che lui magari mi avrebbe baciata, come avrebbe fatto con altre mille. Devo approfondire.

Il sabato successivo siamo di nuovo insieme, di notte, diretti alla metro sulla Rambla.

È stata una di quelle giornate per cui benedico Barcellona: festa di beneficenza allo Spazio, vini fruttati e incursioni proibite sul tetto del palazzo, ad ammirare le guglie di Santa Maria del Mar. Non ho pensato neanche un momento all’uomo col mastino. I Morti di Figo hanno fatto salire certe turiste a brindare con noi, e un cantautore simpatico, un amico di Bruno in visita, ha intonato qualche canzone in dialetto. L’amico cantautore si era già defilato con una, mentre Bruno e io vincevamo il quiz. Gli altri della squadra hanno preteso che ritirassi io il premio: me l’ero guadagnato, dicevano. Solo Bruno non ha fatto commenti. Era sempre sicuro delle sue risposte, e spesso le sbagliava. Ora che siamo soli, e la Rambla è a due passi, come una bambina cerco di estorcergli un complimento qualsiasi.

Eccomi accontentata.

“Non so mai se dire queste cose o no. Però tu…”.

“Io?”.

“Tu sei una via di mezzo tra una ragazza carina e una simpatica. Certo che ce ne sono, di più fighe di te, ma magari sono insopportabili!”.

Perfetto. Barcellona scompare insieme alla giornata allegra, e io torno al bellella.

L’aspetto fisico mi ha condizionato la vita, come succede un po’ a tutte. A Barcellona, città generosa e un po’ cecata, sono stata definita guapa, bonica, o anche buena, da uomini e donne che si divertivano del mio stupore. Non sapevano che in Italia c’era dibattito.

“Pe’ me è bellella!” ripeteva un bambino al parco quando avevo già vent’anni, e il compagno di giochi rispondeva con un secco “Ma statte zitto!”. Certi uomini invece scherzavano a bassa voce, ignari del mio udito bionico: quello che apprezzava “il mio tipo di donna” veniva sfottuto dai paladini della bellezza mediterranea.

Bruno non ha avuto bisogno di deliberare. Mentre cammina è come se le sue dita disegnassero in aria una classifica generale: una “hit parade” di donne, piuttosto che di canzoni. Le nordiche tormentate sembrano schizzare fin sopra i palazzi, e una catalana più minuta e formosa si ferma a un metro dal suolo. Peccato che non sia più carina, dichiara lui, ci si troverebbe bene.

Non riesco a replicare: il premio del quiz era un liquore italiano, e sono brilla. Mi immagino a occupare un posticino giusto al centro di quella classifica “campata in aria”, più o meno in corrispondenza del suo stomaco: sono una merendina stantia, da scartare solo quando non si ha nient’altro da mettere sotto i denti.

Come mai uno brillante, pieno di umorismo e generosità, può diventare così con le donne? Può catalogarle, valutarle in base alla lunghezza della coscia o all’ago della bilancia… Su questo argomento c’è come una moratoria, qualche connazionale mi direbbe persino che lui, “almeno”, è stato sincero.

Io detesto gli almeno.

Il giorno dopo, la sbronza cede il passo alla rabbia. È con quella, e un mal di testa epocale, che decido di affrontarlo una volta per tutte.

A lunedì per il seguito!

Se vi piace ciò che scrivo, date un’occhiata al mio Sam: non glielo ricordate, ma ha vinto un premio proprio figo.

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Dove l’hai pescato

Mi alzo sulle punte per baciarlo.

Per un istante il movimento gli deve apparire brusco, come se io non sapessi dove andare a parare. Quando sono vicina al suo volto, ricordo: una volta l’avevo visto cadere dalla sedia.

“E questo dove l’hai pescato?” aveva riso un’amica.

Era per lei che Bruno era caduto dalla sedia: per i suoi occhi blu e i lineamenti affilati. Il tempo di vederla seduta nel bar e aveva iniziato a esagerare i gesti, fino a rovinare a terra.

L’amica Occhiblù faceva parte di un gruppo italo-spagnolo che avevo provato a unire io, con grande entusiasmo dei ragazzi. Le ragazze si erano conosciute a “danza Bollywood”, si annoiavano quando l’insegnante spiegava la storia dei passi. Uno dei ragazzi mi aveva tenuto una sera intera a spiegarmi l’aspirazione del momento: convincere i vicini del palazzo a installare l’ascensore! Anche io volevo diventare così: quella che sognava l’ascensore. Non una che passava la notte a parlare fitto con Bruno.

Alla fine gli scocco un bacio per guancia e corro via. Sulle scale, tutto è silenzio.

Il sabato successivo, a una festa allo Spazio, una ragazza un po’ alticcia si rifugia tra le braccia di Bruno. La tampinavano due della claque del Figo, che io ho ribattezzato “i Morti di Figo”. Bruno di solito incassa con benevolenza i loro sfottò, ma stavolta insorge. Con dolcezza dissuade i Morti e tranquillizza la ragazza, e all’improvviso me lo immagino a salvarmi dall’uomo col mastino. Alla faccia dell’indipendenza, del sapermela cavare da sola.

Quella notte stessa, il mio eroe si lamenta in chat perché non batte chiodo.

Sulle app d’incontri non si spiega l’insuccesso di messaggi suoi tipo: io sono un disagiato, e tu mi deluderai. Gli confesso che a volte mi sembra quasi compiaciuto di non combinare nulla, e lui protesta: certe sere, quando parla con una, spera davvero che ci scappi un bacio. Ma la tizia di turno non la pensa uguale.

Allora trattengo il fiato e digito:

“Io ti avrei baciato, l’altra notte”.

Per un po’ devo spiare lo schermo vuoto, poi lo vedo scrivere.

In effetti, ammette, quella notte si era creata un’atmosfera strana.

A venerdì per il seguito!

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La Corte dei Miracoli

“Quello lì, no”.

Ripenso a questa frase mentre Bruno mi raggiunge in tre balzi, puntando le mie patatine.

Con quello lì non avrei mai parlato: me l’ero giurata la prima volta che l’avevo visto.

Inauguravano lo Spazio, lui era salito con altri sul palco a dire qualche parola, ma dal pubblico non gli lasciavano aprire bocca da quanto lo sfottevano. Mi ero irritata io al posto suo, e avevo fatto male. Ringraziando per “l’attenzione” si era scostato la zazzera dagli occhiali, e aveva accarezzato una barba che non si radeva da chissà quanto. Solo allora mi ero accorta che sorrideva.

Da quel momento l’avevo sempre visto davanti a un pubblico di qualche tipo, e sempre curvo, come a volte lo erano gli uomini alti: sembrava che il mondo gli andasse stretto.

Gli chiedevano pareri su tutto, dalla politica al porno amatoriale, e lui rispondeva a voce molto alta, tra iperboli fantasiose e doppi sensi. Era il membro perfetto della Corte dei Miracoli. Un ex compagno di università chiamava così i miei amici rimasti in Italia: artistoidi che trattavano la vita come una mano di carte già persa.

Era per questo che mi ero detta: “Quello lì, no”.

Avevo messo un mare tra me e la Corte dei Miracoli, ed ecco che quella si presentava apposta per riacciuffarmi.

“Ah, erano tue? Pensavo fossero in comune!”.

Bruno ha spazzolato i due terzi delle patatine: per lui tutto il cibo è in comune, cioè suo. È un’altra caratteristica che fa sganasciare la gente.

Anche lui ride tanto: la sua risata è contagiosa, troppo, e io ho ancora fame. Mi alzo dallo sgabello e faccio per salutare.

Ma sono appena arrivata, protesta lui. Continua a far coincidere la mia apparizione col momento in cui mi ha vista. Mentre sto per richiudere la porta a vetri, mi sento trattenere per un braccio.

“Ti accompagno. Chiacchieriamo un po’, poi torno a piedi a casa”.

Vive a cinque fermate di metro.

Mantengo gli occhi sulla strada al di là del vetro. La via del ritorno è buia e squallida, e prima di uscire ho sentito rumori sul terrazzo condominiale, da cui mi separa un muretto risibile… Sono quasi certa che era lui, col suo mastino. Lascio trascorrere un istante di troppo, poi decido.

“Dai, andiamo”.

E sorrido alla sua immagine riflessa nel vetro.

A lunedì per il seguito!

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