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Risultati immagini per rose bud Giovedì scorso sono andata a un incontro per ricordare Katia, regista e attrice italiana che viveva a Barcellona ed è venuta a mancare all’improvviso, lasciando tantissima gente costernata e incredula, ma con la voglia di ricordarla ridendo. Sì, perché nel corso dell’affollato pomeriggio sono state rievocate la sua ostinata passione per l’uvetta nelle verdure, o le sviste come quella di non togliere il cartellino del prezzo all’abito da sposa di una cugina, o l’indifferenza al mondo del calcio che la portava magari a fissare gli spettacoli il giorno di Napoli-Juve

Sapete come vanno queste cose: tra una risata e l’altra ci si asciugava la lacrima o la si lasciava lì, a piacere, in attesa che cominciasse il piccolo video commemorativo dei ragazzi della Compagnia teatrale.

Io conoscevo poco Katia, abbastanza da apprezzarne energia e dedizione. L’ho rivista nel volto del fratello che, in particolare, ha fatto un discorso timido e conciso, che difficilmente dimenticherò. Ringraziando gli astanti per il sostegno ricevuto nei difficili giorni passati a Barcellona, ha detto più o meno così:

“Come vedete sono più avanti negli anni, eppure sono qui io a ricordare mia sorella, e non viceversa. È una cosa che va contro natura. Ma il tavolo dove avvengono queste negoziazioni nessuno sa dove sia, e non ho avuto occasione di parteciparvi e dire la mia”.

Ecco, il tavolo dei negoziati per trattare chi viene e chi va, e quando, e come. Che bella immagine. Sembrava presa dal libro di Queneau che il fratello di Katia stringeva in mano senza mai aprirlo, consegnatogli da una cugina (quella dell’abito da sposa) che vi aveva letto un brano prima di dover scappare in aeroporto.

Non servivano libri per quelle poche parole che mi hanno “risolto” una riflessione ben più astratta, frullatami in testa un pomeriggio che tornavo a casa pensando al terribile mestiere di mio padre (curare bambini leucemici), e mi si era parato davanti un ragazzino minuscolo, cicciotto, pieno di salute, la corsetta resa barcollante dal piacere di giocare.

Forse, avevo pensato allora, dovremmo farlo al contrario. Invece di pretendere di mettere tutto il tempo possibile tra noi e il ritorno al nulla, forse dovremmo ricordarci di quanta strada abbiamo fatto dall’essere nulla a essere noi. Di quanto ci sia voluto perché fossimo lì a respirare, camminare, riflettere su quello che stiamo facendo, e capire che, letteralmente, già è tanto che lo stiamo facendo.

Se ci riesce di continuare per cent’anni, tanto di guadagnato. Ma il tavolo dei negoziati in cui possiamo pretenderlo non ha un indirizzo rintracciabile su Google. Quello che possiamo fare è usare questo regalo strano, spesso sgradito, che ci troviamo tra le mani, e ricavarne il meglio che possiamo. Provare a farlo.

E riuscirci.

Per quanto sta in noi.

Katia ci ha potuto provare per poco tempo, e non per sua scelta. Ma avreste dovuto vedere quanta gente ci fosse a spiegare quanto avesse lasciato dietro, quanta energia, quanta ispirazione.

Mi sa che ci è riuscita, no?

Risultati immagini per barcelona es bona si la bossa sona Ok, ste dritte che vi scrivo qua sotto sono andate bene a me e/o a chi mi ha circondato in un momento o nell’altro della mia vita barcellonese. Come scoprirete leggendo, alcune mi sono simpatiche e altre no, alcune sono rischiosette su vari livelli e altre meno. Scegliete voi quali seguire!

  1. Scartoffie in vista? Provate la PEC! Mi sono iscritta all’AIRE con la Posta Elettronica Certificata. Quella di Aruba, le Poste Italiane non mi lasciavano accedere. Circa 5 euro all’anno, non capisco chi voglia comunque sottoporsi alla sfibrante prova di nervi che sa essere il Consolato. Basta inviare i documenti richiesti scannerizzati, e amen. (Attenzione, per l’AIRE: i requisiti nel modulo non sono aggiornati, l’empadronamiento non è facoltativo).
  2. Andare in aeroporto col biglietto della metro? Si può! La L9 non sempre è conveniente, se date un’occhiata alla mappa. Per chi vive vicino al centro, spendere i 6 euro di aerobus risulterebbe poco più caro rispetto ai 4,50 della metro per l’aeroporto, magari senza lo sbattimento del cambio di terminale. Ma se il vostro aereo parte a un orario comodo, avete poco bagaglio e non vi dispiace anticiparvi, potete prendere il treno o l’autobus. Al costo di una corsa normale.
  3. Vi servono mobili? C’è il dia dels trastos! Un giorno alla settimana, in ogni quartiere si raccolgono i mobili da buttare. Un’idea comune anche agli autoctoni è munirsi di auto e andare a caccia nei “pijibarrios” (i quartieri ricchi: Sarrià, Sant Gervasi…). A volte, invece, non c’è bisogno di uscire dal vostro quartiere, per trovare. Attenzione a disinfettare bene, sul serio: le invasioni di cimici negli appartamenti sono pane quotidiano! È per questo che io preferisco evitare e rivolgermi ai negozi dell’usato che disinfettano e riparano trastos e scarti di trasloco. Ce n’è uno di un vecchio vicino in c. Riera Alta, ma mezzo Raval ha negozi così. E ne trovate un bel po’ anche altrove.
  4. Parles català? Qua imparare il catalano è gratis, o quasi. Con poco più di 10 euro (per il libro) fate il corso base (B1) al Consorzio. Potete anche studiare online nell’ottimo parla.cat. C’è inoltre il servizio di Volontariato linguistico, organizzato anche a livello universitario. Ma come italiani potremmo sfruttare l’affinità linguistica per studiare seriamente per conto nostro (e parlare molto!): io a due anni dal B1, superando un test del Consorci, sono finita direttamente in un intensivo del C (il livello richiesto negli impieghi pubblici), senza fare altri passaggi.
  5. Hablas castellano? Di corsi di spagnolo gratis o giù di lì si favoleggia a proposito del centro Pere Calders: mai capito come funzioni e immagino file apocalittiche. Prezzi ultramodici anche a CatNova e in altri centri. Io mi sono rivolta direttamente all’intercambio de idiomas, concordato con gente trovata tramite annunci privati. Attenzione a chi vuole solo rimorchiare: incontri in zone affollate a orari pomeridiani, e poi decidiamo se proseguire! Per gli italiani ci sono pure un paio di corsi fatti su misura: è bella, l’atmosfera di una classe multiculturale, ma per me è meglio imparare lo spagnolo con gente che sappia cosa sia un articolo. Fate vobis.
  6. Do you speak English? (E Français, Deutsch ecc.) Oltre alle ottime scuole e agli scambi linguistici gratuiti (pure l’urdu e l’hindi!), tra i mille modi di migliorare l’inglese c’è quello di fare volontariato per i senzatetto con quest’associazione, e andare agli incontri di lettura/conversazione di qualche bar tenuto da madrelingua. Ultima dritta sulle lingue: tenete sempre d’occhio la programmazione dei centri civici!
  7. Ricicliamo alimenti. Ok, io sta cosa l’ho fatta una sola volta, costretta da una decisione collettiva in un Comitato, e non la ripeterò mai più. Ma dietro la Boqueria aspettano in tanti quelle cassette di frutta in stato ancora decente, destinate ai bidoni solo perché l’aspetto non è più invitante. Qualcuno invece scopre gli orari in cui al supermercato sotto casa buttano certe derrate unicamente perché si avvicina la data di scadenza, e devono fare spazio a prodotti più freschi e appetibili. Se invece avanza cibo a voi o volete fare una buona azione, portatelo all’associazione Amásdes o chiamateli: vengono a domicilio!
  8. Mangiare bo i barat? Attenzione alle trappole turistiche. Quanto alla cucina locale, nel quartiere è facile individuare la trattoria che ancora cucina alla buona, persino in centro centro. Quanto alla cucina internazionale, mai capito perché si debba andare a un indiano pretenzioso in zona chic se nel Raval ci sono i migliori ristoranti pakistani che abbia provato (e ho vissuto in Inghilterra). Stesso discorso per i maghrebini di c. Hospital all’angolo con Riera Baixa, e il venerdì il couscous è fresco: con 7 euro circa mangiate in due! Infine, dimenticatevi degli involtini primavera, in zona Arc de Triomf ci sono ristoranti cinesi per cinesi. Il mio preferito, in c. Nàpols 97, è così “casereccio” da essere la casa della famiglia che ci lavora. Se infatti al cuoco non gira di lavorare quel giorno, più che a quello famoso di c. Ali Bei  riparerei in c. Roger de Flor. Occhio poi alle tante iniziative con “degustació gastronòmica” che organizzano i centri culturali. E ovviamente alle fiere e ai mercati! Mi sorpende sempre l’idea italiana che vegano significhi hipster. Alla popolarissima Feria vegana c’è la bancarella di un italiano che per pochi euro (3,50 la lasagna) vi farà leccare i baffi qualsiasi dieta seguiate!

Sono ben accetti altri consigli di veterani e neoarrivati, uniti sopravviveremo!

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Da nonsoloshoppingsesto.blogspot.com.es

Quando scesi dall’aereo Napoli-Manchester avevo 22 anni, e non sapevo come arrivare allo studentato in cui avrei trascorso l’Erasmus.

Agli Arrivi trovai un piccolo comitato di benvenuto per studenti: mi scambiarono per una della loro università. Così rimediai un passaggio senza capire cosa stesse succedendo.

Quando uscii dall’Aeroport del Prat di Barcellona, di anni ne avevo 27 e avevo fatto credere ai miei di avere già l’ostello prenotato. Invece presi un taxi (ignoravo l’esistenza dell’Aerobus) e mi feci portare alla stazione di Sants, da cui mi dedicai alla ricerca di ostelli.

Scrivo questo per dire che si parte sempre un po’ alla ventura, ma prima di farlo, secondo me, è meglio disporre di almeno uno dei seguenti requisiti:

  • un gruzzoletto per permettersi di non dormire sotto i ponti intanto che si cerca casa e lavoro (e non scattate col “grazie ar c…”, che non sapete in quanti si vantino di essere partiti con 150 euro);
  • la consapevolezza che, a partire senza progetti precisi, si potrebbe tornare a casa dopo pochi mesi (e la capacità di sopportarlo);
  • facoltativo ma importante: non essere troppo arrabbiati con l’Italia. L’incazzatura ci sta, l’odio profondo porta con sé un problema: scoprire che la rabbia è costante, sono i suoi bersagli a cambiare. Per chi ne è affetto, passare dal detestare gli italiani a fare lo stesso coi catalani è un attimo.

La questione è che, nel confronto Italia-estero, la prima gioca in svantaggio per un unico, fondamentale dettaglio: è una sola, o così crede qualcuno. Mentre l’estero, come idea astratta, ha l’unico grande vantaggio di non essere Italia.

È quindi quel luogo paradisiaco, vagamente mitologico, in cui finalmente potremo realizzarci, dire addio a raccomandazioni e familismo amorale e trovare la felicità. Lo dicono i giornali, parlandoci delle “nostre eccellenze” e sorvolando spesso su chi a 10 anni dalla partenza fa ancora lavori poco specializzati, e vive in stanze in affitto (che ci sta, se i suoi obiettivi erano quelli, ma erano quelli?).

Il problema principale di questa non-Italia? Quando finalmente diventa un posto, un indirizzo a cui bussare per una stanza, una fila in un Commissariato sempre difficile da contattare, si scopre che, contrariamente ai pronostici, viverci non è facile.

Specie se il posto che abbiamo scelto ha più del 30% di disoccupazione giovanile, e magari è una città dove l’affitto medio costa ormai intorno agli 800 euro mensili.

Io non so se chiamarlo selezione naturale, espressione positivista che non amo, il fenomeno per cui gente arrivata a settembre a Barcellona approfitta delle vacanze natalizie per tornarsene in Italia senza far troppo rumore. Credo sia una triste realtà che possa toccare a tutti. Ma soprattutto alle seguenti categorie:

  • ventenne indeciso se partire per Londra, Berlino o Barcellona, che scrive su pagine d’italiani all’estero per chiedere “se c’è lavoro anche per lui, che non parla la lingua locale”;
  • trentenne deluso da Londra e a caccia di sole, ma non di stipendi bassi a fronte di affitti sempre più alti. Si meraviglierà di tre fenomeni per lui inspiegabili: l’inglese qui non compensa l’assoluta ignoranza dello spagnolo; lo spagnolo non è l’italiano con le “s” alla fine; il catalano non è un dialetto;
  • coppia giovane che s’informa sulla vita all’estero solo dopo la partenza. Fuitina 2.0? No, “voglia di mettersi in gioco”. In un posto in cui solo per prendere il NIE ci metti due settimane quando ti va bene. Per fortuna quelli con figli al seguito tendono a informarsi prima un po’;
  • coppia matura che pensa di cambiar vita, ma invece d’investire il gruzzoletto accumulato in anni di lavoro malpagato viene con gli stessi piani del ventenne di cui sopra, e trent’anni di differenza: lavoretto malpagato per “imparare la lingua”. Tra i due profili, indovinate quale assumano;
  • professionista della gastronomia: quando gli spieghi che il prodotto ultralocale che vorrebbe esportare viene già servito almeno in due forni e tre pasticcerie, spiega che però il suo è “artigianale”. Sicuramente gli italiani in loco aspetteranno di assaggiarlo, per cambiare negozio, e gli autoctoni noteranno la differenza;
  • arrabbiato col mondo (vedi sopra): ci sarà sempre un paese migliore di quello in cui si trova ora. Se è in Italia anela alla Spagna, se è in Spagna alla Germania. Però, quando si rivolge a un avvocato per farsi dare una buonuscita più congrua (chissà perché lo licenziano così frequentemente) scopre che, guarda un po’, gli avvocati si pagano. Anche alla prima consulenza. Paese di parassiti, dirà sperperando il sussidio di disoccupazione, quella volta che sia riuscito a resistere abbastanza nello stesso posto per ottenerlo.

Menzione a parte per chi risponde a distanza a un annuncio per cameriere o lavapiatti, senza ancora aver fatto neanche il biglietto aereo. E spiega pure che “Se gli fanno una buona offerta lascia l’Italia e parte”. Non si capisce se quest’offerta gli debba venire prima o dopo che si faccia la fila davanti all’annuncio “cercasi”, esposto cinque minuti fa fuori al locale.

Quindi il mio non è, come può sembrare, un invito a non partire. È un invito ad accompagnare lo “Stay hungry, stay foolish” a frasi un po’ più utili per evitare pure lo “Stay sotto un ponte”.

Partite pure, se volete “mettervi in gioco”, sapendo da prima quali difficoltà troverete e giungendo alla conclusione che non vi fermeranno.

Altrimenti succede sempre la stessa storia:

Così ognuno fugge se stesso, ma a questi di certo, come accade,

non riesce a sfuggire e, suo malgrado, vi resta attaccato e lo odia,

poiché malato non afferra la causa del male.

E se proprio dovete fuggire da voi stessi, almeno fatelo in un posto in cui una stanza stia sotto i 400 euro!

Risultati immagini per il quarto stato funny Bella gente, oggi è Primo Maggio e dovrei lasciare la parola alla festa, ammesso che la si possa chiamare così.

All’impegno, allora. Al confronto, alla voglia di venire fuori da questa crisi economica senza sempre scendere a compromessi, e senza cedere al ricatto morale dell’ “O questo o niente”.

Prima di lasciarvi a manifestazione e concertone, volevo però raccontarvi un aneddoto un po’ triste sul documento che ci sta facendo impazzire un po’ tutti, a Barcellona: il NIE, requisito indispensabile per non lavorare a nero.

Non siete tutti abituati, vero, a mettervi nei panni degli stranieri che cercano lavoro?

Ebbene, premesso che una carta d’identità europea ci risparmia le umiliazioni di altri lavoratori, ultimamente a Barcellona è diventato quasi impossibile prendere appuntamento nel Commissariato preposto per ottenere questo documento. Chi ci riesce accende un cero alla Madonna di Montserrat*.

Intanto, qualcuno dei neoarrivati scopre che fuori città è più facile ottenerlo, nonostante più di un dubbio sulla legittimità dell’operazione, per una persona che risieda a Barcellona.

Allora scattano nelle pagine italiane i seguenti consigli, che riporto pedissequamente (nb: “cita” o “cita previa” in questo caso vogliono dire “appuntamento”):

1) “Ho trovato cita fuori barcelona ma.quando mi sono presentato mi hanno respinto non.essendo il mio comune di residenza… risiedi a.Barcelona??? li lo devi fare. E tutto bloccato? nin è un loro problema e intanto tanti soldi buttati non trovo lavoro con.un cavolo di Nie provisional [Nie provvisorio, ndR. Questo utente sostiene di essersi rivolto a un avvocato]”
2) “Io ho sentito di un pakistano he ti prende la cita previa, ovviamente a pagamento, chiedi qua sul grupoo che lo aveva scrito qualcuno qua, secondo me è una buona opzione”
3) “Si dai pakistani ti prendono circa 15 euro ma la.procedura che fanno e la misma che faccio io e dunque nada cita disponibile solo per extracomunitari”
4) “Sant adrià de besos!
Indirizzo: Avinguda de Joan XXIII,2, Sant adriá de Besos, Barcelona.
Trovati lì alle 5 di mattina, i poliziotti ti daranno un numero con cui ritornare alle 9 in poi. Se fai tardi non riceverai il bigliettino (tipo quello quando vai dal salumiere) in quanto danno solo 15 bigliettini al giorno!
Buona fortuna”
5) “Rubi…stesso treno che va a Terrasa ma qualche fermata prima vai alle 7 del mattino e aspetti che l ufficio apra…ore 8…tanto troverai già altre persone a farti compagnia”
6) “se non riesci a trovare l’appuntamento dovresti fare come ti dicevo.. 5.15 max a sant’adrià per fare le fila per la cita del giorno stesso. Un mio collega è andato alle 7 a badalona per fare la fila per la cita, che gliel’hanno invece data per due settimane dopo.. io sono stata miracolata a trovare la cita previa per bcn alle 14 di un giovedì”

 

Ah, già, dimenticavo. Per prendersi il NIE, indispensabile per lavorare, c’è bisogno di un requisito fondamentale: il lavoro o i soldi. Già vi vedo chiedermi: “Mi serve un lavoro per poter lavorare?!”. Ebbene, sì.

Ufficialmente, bisogna dimostrare di avere “i mezzi per mantenersi in Spagna“. Dunque, o è necessario avere un lavoro, o bisogna disporre di una cifra pari a circa 5.160 euro in banca.

A questo si riferisce il titolo del post, ispirato a una chat privata con un ragazzo appena arrivato che mi chiedeva: “Non ho capito perché devo avere i soldi per poter lavorare!”.

Il fatto è che un’azienda, ormai, senza NIE non ti assume. E, a meno di disporre dei 5.160, senza contratto di lavoro il NIE non lo rilasciano. Da qui il serpente che si morde la coda: per avere il NIE devi lavorare, per lavorare devi avere il NIE.

Soluzione: il precontratto di lavoro. Documento non vincolante in cui l’azienda manifesta l’intenzione di assumere il lavoratore previo ottenimento del NIE.

A questo punto scatta… Sì, avete indovinato: il racket dei precontratti!

Ok, in realtà non ho prove sufficienti ad affermare che sia un fenomeno diffuso. Però, sulla pagina che modero, ogni tanto si vedono messaggi tipo: “Ragazzi, qualcuno mi fa un precontratto falso? Vi prego!”.  Lo so, manovra scaltra in una pagina pubblica.

Un tipo ci provò, invece, a mettere l’annuncio: “Ti serve il NIE? Contattami in privato!”. Venne fuori che questo aveva la partita IVA e chiedeva 300 euro per simulare un’assunzione. Eliminato e bloccato dalla pagina.

La mia testimonianza preferita sul precontratto finto è questa:

“Esperienza odierna a Terrassa, in fila dalle 4.30. Becco il numero 5. Mi siedo e l’impiegata odiosa subito mi dice che ci vuole un precontratto. Torno a Barcellona in treno, ne ottengo uno di gran fortuna e torno in tempo per pagare la tassa e prendere il NIE. In poche parole, pare che stiano stringendo la cinghia anche a Terrassa, dove sono stati rimbalzati tutti quelli senza contratto oggi. Quindi consiglio di avere già un precontratto a tutti quelli che vogliono andare a Terrassa”.

Mi dicono che ‘ntender no la può chi no la prova, ed è vero: ho fatto il NIE quando era ancora facile.

Mi dicono che lo stato spagnolo sia solo arrivato tardi a queste manfrine, già diffuse nell’Unione Europea.

Mi dicono che la gente che viene qui ogni anno, dall’Italia, sembra più una massa di ingenui che venga a “tentare la fortuna” che una congerie di “eccellenze” e “cervelli in fuga”, come ama definirci certa stampa italiana.

Sarà. Ma aggiungete anche questo tassello alle difficoltà assurde che comporti oggi trovare un lavoro, attività sempre più difficile, che ormai non richiede più solo le antiche bustarelle, le “segnalazioni”, i compromessi politici.

No. Adesso, per lavorare, bisogna avere i soldi.

Buon Primo Maggio! Ce lo siamo meritato.

 

*Devo confessare che, vista la scarsa congestione che ho constatato personalmente nel Commissariato, quando ci sono andata l’altro giorno, ignoro il perché di tante difficoltà. Ma forse i 20 minuti di fila toccati a me (niente, praticamente) non erano sufficienti a comprendere.

Immagine correlata Ho conosciuto un simpatico signore argentino che mi chiama “tanita”. Non è il diminutivo di una bambola della mia infanzia, ma deriva da “tano”, termine che in Argentina e Uruguay designa le persone di origine italiana. Sta per “napolitano”, perché indovinate da dove venivano tanti italiani approdati oltreoceano. Sarebbe bello che certi argentini se ne ricordassero al momento di vendere pizza al taglio che somigli a pan canasta, ma tant’è.

Intanto, il mio amico a un certo punto mi viene a dire con una risatella:

– Ma com’è possibile che tu sia tana? Tutti i tanos sono anziani!

Cioè, le persone nate veramente a Napoli, in Argentina, ormai sono attempatelle.

Se ci pensate, è uno scherzo che rivela tante cose serie. Perché mi riduce, con ironia consapevole, all’immagine che questo signore ha degli italiani, che in realtà nel suo caso sarebbero italoargentini. Fuori da quella, nello scherzo, non esisto.

Con estrema serietà, invece, qualcuno chiedeva all’attrice di Twin Peaks che interpretava Shelly Johnson, incontrata nell’orario in cui trasmettevano la serie, cosa ci facesse in giro, invece di stare a recitare in TV! Anche lì c’era la riduzione, stavolta di un’ingenuità spaventosa, dell’attrice al suo personaggio.

Purtroppo non è infrequente essere ridotti all’immaginario di qualcuno. Ne sanno qualcosa le persone corpulente quando dimostrano di essere atletiche (un amico escursionista ha smentito a suo tempo i miei personali pregiudizi), e gli italiani non proprio fermi al Piccolo Mondo Antico visti dagli stranieri (“Viaggi da sola e leggi? Non sei come le altre italiane!”).

A tanti fa più comodo incasellarci una volta e per sempre in una categoria sola. E noi ricambiamo volentieri: spesso non riusciamo a tollerare che il prossimo abbia una vita al di fuori dei nostri immaginari. Non è così incredibile che le scrittrici arabe che riescano a pubblicare siano quelle che “denunciano la condizione femminile nel loro paese”, cosa buona e giusta, ma pensiamo che, tra i miei amici spagnoli, l’autore italiano più conosciuto dopo Calvino è Saviano. Italiano mafia, arabo medioevo… continuate voi.

L’esempio che più mi colpisce, da tempo, è quando a una donna dicono: “E sorridi!”. Ricordo la prima volta che ascoltai il rimprovero “Non sorridete più”, mosso da un ospite del Maurizio Costanzo Show, al quale una ragazza rispose: “Eh, è vero, siamo così di fretta la mattina che ci dimentichiamo di farlo”. Ero adolescente e m’indignai molto, avrebbe dovuto dire: “Non devo sembrare contenta solo per far piacere a te”. Ma erano tempi in cui Internet non era così diffuso, non c’erano video che denunciassero cosa significasse per una donna anche solo passeggiare, e le narrazioni erano più monotematiche.

Adesso però che non sia piatta pure l’interpretazione, di tutto questo. A me “sorridi” non l’hanno detto solo uomini e non sempre in un bonario rimprovero. Me lo raccomandavano delle ragazze a scuola, e altre che non mi dicevano niente mi confessavano anni dopo che sembravo avere la “faccia da seccia”. Possiamo fare un lungo discorso su quest’obbligo di mostrarsi sempre felici e la gente può sempre farsi i fatti suoi, ma devo ammettere che tendevo a prendere tutto molto sul serio, da ragazzina, e perdere quest’abitudine mi ha solo giovato.

Una volta mi ha raccomandato di sorridere una giovane senzatetto a Tolosa, gridandomi “Souriez, madame!”, e disegnandosi con le dita, in caso non avessi capito, un sorriso alla Sofficini Findus. Nel suo caso, quindi, non c’era niente di discriminatorio, era un invito a prendersi la vita con più leggerezza da una che ci riusciva nonostante i problemi.

Per tutto il resto, c’è il napoletano in cui insulto il fighetto di turno nel Raval che pretende di spiegarmi quanto sembri stanca, tornando a casa con la faccia ‘ngrugnata.

Però gli immaginari altrui sono complessi, più di quanto crediamo.

Non ci resta che prenderne quello che vogliamo e restituire il resto al mittente.

Risultati immagini per madonna delle sette spade Di recente ho avuto un’interessante discussione con qualcuno che odia con tutta l’anima il detto “Volere è potere”.

Il mio interlocutore mi faceva notare quanto fosse vano e poco accurato un motto che, parafrasando, riconduce alla volontà umana fenomeni in gran parte estranei al suo controllo.

Sono consapevole di questo, infatti volevo spiegare la mia posizione in merito.

Per me volere è patire.

Farò l’esempio della classica amica, o se preferite “mia cuggina”, che l’ha sperimentato sulla sua pelle.

Fin sulla soglia dei 30, costei era convinta di volersene restare in beata solitudine. Figli ok, ma magari anche quelli da sola.

In realtà, la Nostra stava trascurando la parte di lei che non era troppo d’accordo, non sapendo che queste parti ignorate possono cacciare una cazzimma non indifferente.

Sì, perché a evitarle, le paure, si avverano. La Nostra precipita dunque in una relazione caratterizzata dalla più totale assenza di ciò che fa belle le relazioni: amore reciproco, allegria, rispetto, sostegno… Continuate voi.

Datele un anno per crogiolarsi nel suo errore ed essere scaricata nel più ridicolo dei modi.

Datele un anno e mezzo per riprendersi.

In questo lasso di tempo, la Nostra dice: voglio cambiare! Adesso ci metto tutte le mie energie, mi prendo tutto il tempo necessario, ma volli, sempre volli ecc.

E quando finalmente diventa una personcina più consapevole e responsabile verso se stessa, le si presenta un regalo fantastico: una relazione con tutto quello che fa belle le relazioni! Amore reciproco, allegria, rispetto, sostegno… Che ve lo dico a fare.

Ma, ma… Allora è vero che volere è potere!

Seh.

Dopo un bel po’ di tempo, all’improvviso… CAMBIO DI PIANI! Il lavoro minaccia di separare le strade della coppia, e il piano B (Bebé), fino ad allora condiviso, si fa improvvisamente un desiderio unilaterale.

La Nostra che deve fare? Ha fatto una scommessa, l’ha persa.

Qualunque decisione prenda, non le porterà con certezza quello che voleva.

Volere è potere, dunque? Manco per il ca’.

Volere è patire. Sbattersi a lavorare seriamente su qualcosa, senza neanche sapere se riuscirà.

Così deprimente che la gente si dimentica di provarci.

Ecco, mia cuggina almeno ci ha provato.

Devi volerlo fortissimamente (cambiare, dico) e non sai manco se riesci.

Ma se non vuoi, non riesci sicuro.

La vita è un film d’azione che al confronto Speed è Babbi l’orsetto.

Io, nel dubbio, comincerei a volere. Poi nel caso a patire.

Buon venerdì di Passione!

 

Risultati immagini per robbery funny Come non poche di voi fanciulle in ascolto, non ho dovuto superare la boa dei 30 per essere attaccata in strada.

La prima mano sulla patana l’ho ricevuta verso i 10 anni. Era un altro bambino. A 14 invece ho avuto l’onore delle attenzioni di un signore già brizzolato, sul micidiale R2 di Napoli. A 27 è stato un fanciullo di Forcella a dare un manrovescio sul mento, a beneficio dei compagnelli divertiti, alla studentessa intrusa nel quartiere.

Ricordo anche il pargolo, nel Raval, che correndo mi sbatte una mano sul culo per poi scappare all’impazzata, conservandosi magari questo tenero ricordo della sua infanzia: ah, le delizie di certa educazione sentimentale maschile, e pazienza per le involontarie protagoniste.

Insomma, quando l’altra sera, scendendo verso il Paral·lel, mi sono vista scippare il cellulare di mano, con tanto di maldestro strattone che mi ha regalato le labbra di Eva Grimaldi, la mia prima reazione è stata: “Niente di nuovo”.

La seconda reazione è stata: “Non ci posso credere”. Per farvi capire, tre anni fa ho provato a rottamare quel cellulare e quasi mi ridevano in faccia. Ricordo l’importo che avrei dovuto aggiungerci per comprare il modello più fesso: 90 euro.

La terza reazione, in ogni caso, è stata la più ortodossa: “Al ladro!”. L’ho pure ribeccato, giuro, sulla strada per il negozio di telefonia, dopo aver perso la speranza di acciuffarlo per… Picchiarlo? Sgambettarlo? No. Per convincerlo a ragionare.

“Garzoncello”, gli ho detto a una distanza di sicurezza che non mi permetteva altre reazioni, lì al centro della pista di biciclette del Paral·lel, “ti rendi conto che ti vado a denunciare per una cosa che non ti frutterà una beneamata ceppa e che a me, invece, serve assai?”.

Lui per tutta risposta ha annuito e, appena ha potuto, ha ripreso a correre.

Ma davvero, ero troppo esilarata da quella situazione assurda per tentare di usargli violenza o fargliene usare da passanti e polizia.

Il mio primo scippo, avvenuto a Barcellona alla faccia delle malelingue sulla mia città natale, mi ha fatto osservare un po’ di cose interessanti di me e degli altri:

  1. Tendiamo a immaginarci che “capitano tutte a noi”. Perché siamo noi. Magari fosse così, ragazzi: mentre a me capitava questo furto surreale avvisavano dell’aumento di scippi nelle metro di Gràcia e Diagonal. Quindi di me a questo ragazzetto non gliene fregava niente, potevo essere una nana in mongolfiera e mi avrebbe scippato uguale, se avessi avuto il cellulare in vista.
  2. Una cosa è l’ottimismo a tutti i costi e un’altra il “non tutto il male viene per nuocere”: erano secoli che avevo difficoltà con WhatsApp, con la linea, con Facebook. Adesso sono stata “costretta” dal caso a procurarmi un cellulare migliore. E considerando che nell’arco di 16 ore, con la mia fidelizzazione a Orange, l’ho avuto in rate mensili di 9 euro, non mi è andata niente male.
  3. In situazioni come questa non hai paura. Non hai tempo. Non rifletti. L’ho sperimentato nei contesti più disparati, dall’attesa terrorizzata di un esame importante all’adrenalina senza pensieri mentre lo tenevo, passando per una rottura sentimentale, in confronto agli strascichi successivi. Infatti in questo caso devo confessare che mi colpiscono più gli strascichi: questo senso d’ingiustizia mitigato dalla sensazione di aver reagito bene. Con un’arma in vista sarebbe stato diverso, suppongo. Ma non lo voglio scoprire.
  4. Tra le varie manifestazioni di solidarietà, non è mancata la benintenzionata che mi ha invitata a non uscire mai da sola la sera e farmi sempre riaccompagnare. Eppure mi arrivavano resoconti di uomini derubati anche 8 volte, e con conseguenze più violente di uno scippo “banale” come il mio. Non so se le donne siano le vittime più ambite, ma i miei amici rimasti malconci da questi scontri sono quasi tutti uomini. Approfittiamo di queste opportunità per essere più prudenti, non meno libere. E liberi, ovviamente.

Inoltre ho avuto modo di accorgermi di una cosa: non so chiedere aiuto. Cioè, quando sono tornata a casa il mio ragazzo mi ha abbracciata, consolata, anche se dichiaravo di stare bene, ma di lì a poco mi chiedeva la cortesia di spegnergli il fuoco sotto la pentola, intanto che si docciasse per uscire con un amico. Ho dovuto fargli presente io che forse ero più affaticata e scossa di quanto dessi a vedere (rincorrere un adolescente comincia a diventare stancante), e allora ha deciso di restare con me. Mi sarebbe bastato il gesto di chiedermi se ne avessi bisogno, e infatti abbiamo trovato un compromesso uscendo noi due, che volevo prendere aria. Ma è emblematico che, a furia di dare un’immagine forte di noi, gli altri finiscano per crederci, e finiamo per farlo anche noi.

Insomma, come ipotizzavo altrove, anche le rotture più drammatiche della routine possono portare qualche insegnamento. O farci vedere lo stesso mondo che percorriamo ogni giorno, credendo di conoscerlo a menadito, sotto occhi diversi.

E non sacrificherò la libertà e la gioia di ammirare la mia città alla paura effimera che possa succedermi qualcosa.

Che vivere sia pericoloso lo sappiamo tutti. Eppure.