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Tortilla de patatas vegana (sin harina de garbanzos)

Ok, ho barato, questa è vegana! Ma mi piaceva la scritta qui nell’angolo…

“Vuoi una patatina?” il tipo della patatineria me lo chiede proprio in catalano.

Quando rifiuto con un mugugno sotto la mascherina, lui caccia a sua volta un verso un po’ stizzito: nessuno si sta fermando, scherza agitando gli stecchini su cui ha impalato l’offerta gastronomica.

Mi dispiace per lui, anche perché la patatina fritta la voglio pure. Quello che non voglio è pagare cinque euro la razione piccola. Se proprio devo gentrificare, lì vicino c’è Teresa Carles che mette il garam masala nel latte di cocco. Io adoro il garam masala, fin da quando il mio ex pakistano del Raval lo comprava a un euro la bustina.

Ma il ragazzo delle patatine, che un anno fa avrebbe avuto la fila a contendersi i suoi toppings il sabato sera, deve starsene lì impalato a cercare povery come me, che conoscono il catalano e non spendono cinque euro neanche se le patatine sono olandesi.

Ora ci sta, che in una zona di forte turismo un locale basasse la sua sopravvivenza proprio sui turisti: d’altronde, una patatineria analoga l’ho vista solo a Barceloneta, sulla strada per la spiaggia più affollata.

Il problema è quando tutta una zona, un quartiere intero basa la sua ricchezza sul presupposto che i turisti ci saranno sempre. E poi succedono imprevisti come una pandemia.

Provavo a spiegare questo tre anni fa ai ragazzi dei collettivi italiani venuti a sbirciare un po’ nella questione catalana, mentre io volevo solo chiudere in un angolo quelli di Napoli e dire come una nonnina: “Stateve accorte!”. Gli amici rimasti a Napoli erano tutti entusiasti per l’esplosione del turismo, l’aria internazionale che si respirava in giro, addirittura D&G che ci degnavano di una sfilata… Quando noi trapiantate a Barcellona dicevamo: “Sì, però…” eravamo prese per cassandre (spesso eravamo proprio donne).

Adesso, proprio a Napoli, il Set fa notare che la specializzazione in un settore solo comporta un piccolo inconveniente: questa presunta economia rifiorita non ci mette che pochi mesi a sfiorire male.

E tu, spacciatore di patatine ottime ma care, ti ritrovi fuori al tuo locale con due esemplari infilzati su altrettanti stecchini: e i pochi passanti le rifiutano pure, magari per paura del contagio.

Come vi dicevo qui, il proprietario del Bar Blau mi raccontava proprio che diversi suoi colleghi in centro non erano riusciti a restare aperti, senza turisti. Il rischio è forte anche per chi riuscirà, prima o poi, a rimettersi in carreggiata: se la clientela abituale vedeva una saracinesca abbassata troppo a lungo, depennava il locale in questione dall’elenco di quelli da frequentare.

Gli unici che restano inossidabili, a quanto vedo, sono i Bar Manolo: quelli in cui, non bevendo di solito né caffè né birra, io neanche metto piede, anche perché da offrire, oltre alla caffeina e agli alcolici, hanno un bell’odore di bravas stracotte, e un bel po’ più unte delle patatine a cinque euro (del sublime odore di fritanga ho già parlato qui). E allora no grazie, evitavo anche quando ancora mangiavo quel lomo che faceva tanto suola di scarpe, e sapeva solo di grasso.

Adesso, mentre lo Starbucks all’angolo non riapre più i battenti (e francamente non mi manca troppo) il Bar Manolo dietro casa mia ha messo addirittura i tavolini fuori, pulendo il suo tratto di strada dallo sterco di piccione. Il suo proprietario mi ha commossa: stavo per buttare un sacchetto dell’organico davvero lillipuziano nel piccolo bidone che avevo trovato a qualche metro dal suo  locale, e quello mi ha fermata. “No, cariño“, e mi ha indicato la strada per il bidone grande, a decine di metri di distanza e con una carreggiata da attraversare in mezzo. Capito? Si teneva caro caro pure il suo bidone! Mai successo con commesse di panificio, o col proprietario piacione di qualche ristorante più “in”, sotto casa. Questo Gollum della monnezza aveva magari tutti i diritti di tenersi il bidone per sé, ma mi ha ricordato un suo collega più anziano di Sagrada Familia, a cui mi permisi di chiedere un’informazione. Ma quello mi rimproverò dal bancone circondato da botti di vino antiche: aspettassi il mio turno, lui doveva prima “servire l’altro cliente” (l’unico), che fu quello gentile che rispose alla mia domanda. In fondo adoro questi anziani esercenti che vivono come se Franco fosse morto cinque minuti fa, e per un curioso incidente la loro città si fosse riempita di gente che parla lingue strane (= diverse dal catalano, o da uno spagnolo molto gutturale). Tanto loro la tortilla la fanno sempre uguale, e se ci trovi dentro una moneta da cinque centesimi (successo davvero a una comitiva scozzese-andalusa in zona Forum) te la tieni per buona fortuna!

La buona fortuna, a quanto pare, la moneta nella tortilla l’ha portata a loro. Perché resistono al di là di quest’economia costruita sul nulla, sulla fuffa delle fiere internazionali e delle case affittate a prezzi gonfiatissimi (qui, rispetto all’Italia delle chiavi in mano, si chiedono davvero se sia meglio comprare o affittare, con tanto di calcolatrici apposite messe a disposizione dalle banche). Alla faccia del professorino partenopeo che l’anno scorso, dopo una settimanella da queste parti, sentenziava che senza turismo Barcellona era fritta, qui sembra resistere soprattutto lo zoccolo duro: quella parte della città le cui impiegate di banca non capivano come io, con i miei affitti in centro, potessi anche solo pensare a un mutuo, rispetto alle migliaia di lavoratori seri che in questi mesi si sono visti licenziare o mettere in cassa integrazione in uno schiocco di dita. Si sa, un contratto a tempo indeterminato è tutta un’altra cosa, anche con condizioni che in pratica legittimano il licenziamento all’americana.

Intanto a fronte della burbuja, cioè della bolla che fa credere a Barcellona di essere una New York mediterranea, resiste e tanto la città dei Bar Manolo, delle case comprate con calma perché “è l’unica opportunità che ho” (sentita da una cinquantenne catalana poco dopo che avevo comprato casa una seconda volta), delle mutande infiammabili vendute a un euro in un mercato che sembrava ristrutturato apposta per sfrattare gli abitanti che rimanevano nel quartiere.

Ma no, i Manolos (anzi i Manel, in catalano) si sono scrollati di dosso i miei sfottò sul fatto che ci possa essere una terza via tra gli scarafaggi e il masala latte (però se è garam masala lo prendo!), e per fortuna sembrano resistere, insieme a chiunque ha avuto l’intelligenza di entrare nel tessuto del quartiere e di lasciarci l’impronta, fosse anche un’impronta unta d’olio.

A questo punto, che volete, faccio il tifo per loro.

(Non mi riferivo a questi Manel, ma li linko lo stesso!)

Ricapitolando: sabato i No-Vax erano fuori alla Cattedrale, i cantaores di flamenco erano fuori a un vascio, e io ero al TG.

Un sabato qualunque, un sabato catalano.

Soprattutto, c’era il Napoli al Camp Nou, ma giocava a porte chiuse.

Andiamo con ordine. No-Vax fuori alla Cattedrale: immaginatemi attraversare di pomeriggio questa folla di persone senza mascherina, azzeccate tra loro con la colla, che chiedevano a gran voce Libertad. Uh, indipendentisti a babordo, ho pensato lì per lì. Ma no, la piccola folla non esibiva bandiere, e invocare la libertà in spagnolo non è certo una consuetudine indepe. C’erano giusto due cartelli, e lì ho cominciato a capire: uno diceva “la salute è dentro di noi” (… solo che è sbagliata, mi sarebbe venuto da aggiungere con la penna che avevo in borsa) e “vogliono venderci il vaccino“. Quale? A questo stadio (chiedo sul serio) non ci staranno ancora morendo su centinaia di coniglietti?

Mi sono allontanata in fretta per non prendere nessuno a capate in bocca, e sono finita alla Barceloneta. Dio, no, il flamenco no, ho pensato mentre mi inoltravo in un vicolo e riconoscevo i primi, ehm, ululati tipici di quello stile canoro. È che nei quartieri turistici questa musica rischia di diventare una baracconata senza fine: uno spettacolo troppo caro, specie se scopriamo quanto del prezzo del biglietto vada davvero al complesso musicale. Una pantomima improvvisata a uso e consumo di gente di passaggio che, per qualche oscuro motivo, finisce per associarla al reggaeton e al sombrero messicano.

Macché, mi sono dovuta correggere subito: a suonare ci pensavano tre tizi seduti davanti a quello che a Napoli si chiamerebbe un vascio e che qui, più o meno, si pronuncia uguale. Un appartamento al piano terra, insomma. I due seduti ai lati erano più giovani, uno suonava il cajón. Quello al centro era più anziano e rantolava deliziosamente in versi cadenzati, raccontando non so che dramma a beneficio di due ragazze appostate a loro volta davanti al vascio di fronte (un amico che vive a Granada sostiene che i cantaores esperti ricaverebbero poesia anche da un paio di lacci rotti). Mi sono fermata ad ascoltare, sicura che le mie zampe di gallina tradissero il sorrisone che facevo sotto la mascherina di colore azzurro (ci torneremo). Poi ho cacciato tra i denti un pudico, pacato “olé”: si fa come in Italia, solo che la “l” è un po’ più gutturale, e la “e” finale, almeno in Catalogna, mi suona quasi come una schwa.

Bello vedere gente che si riunisca a cantare flamenco così, perché le gira, ed è bello non dover ribadire che il flamenco non è tipico di queste altitudini, che è roba di giù: spiegatelo all’immigrazione andalusa, e al popolo gitano che l’ha ballato a lungo in queste strade che sono terribilmente vicine al Somorrostro di Carme Amaya.

Ma dicevo della mascherina azzurra: sembrava fatto apposta, ma le mascherine me le hanno sempre passate inquilino e coinquilino. Tutte azzurre. E indossando una delle più fluo, quella mattina ero finita fuori al Camp Nou, a straparlare del Napoli a beneficio di un giornalista del TG2, in compagnia del proprietario del Bar Blau (letteralmente, il Bar Azzurro): Diego parlava davvero di calcio, io invece ricordavo il trofeo Gamper di nove anni fa, e il meraviglioso gol di Cavani che ci aveva fatti volare dalle sedie, pochi secondi prima che lo annullassero.

Allora avevo le idee confuse sulla mia identità: tifavo pure un po’ Barça (ma mi è passata) e mi stavo per prendere il D di catalano, ai tempi il certificato di livello più alto se non ti occupavi di Filologia. Adesso mi sto scordando qualsiasi lingua io abbia mai parlato, soprattutto il catalano (ma solo perché sono asociale) e ho capito finalmente cosa sono: panpolide, che suona come un piatto di tapas e invece è tipo apolide, ma in versione hipster. Alessandro Barbero sostiene qui che la Catalogna carolingia fosse già più europea del resto della penisola iberica. Da qualche altra parte ho letto invece che buona parte del Sud Italia avrebbe più cose in comune con il resto del Mediterraneo che con il Nord.  Sono subcontinenti a parte? Boh, comunque bene così. Io mi sento tutte queste terre nelle vene, nei ricordi, e anche nelle zampe di gallina di cui sopra, che mi sono fatta sorridendo “troppo” (secondo un vicino pakistano del Raval) in tutti i miei spostamenti, tra Inghilterra e Sicilia. E mi piace così.

In televisione hanno tagliato la stragrande maggioranza delle minchiate che ho detto, in quello che potrebbe essere l’unico caso recente di donna messa a tacere perché davvero non capiva niente dell’argomento in questione: il calcio. Che volete. Prima di queste giocatrici, che ci hanno tolto gli schiaffi da faccia, ho trovato spesso divertente come le donne delle mie zone fossero in qualche modo escluse da una parte importante della propria cultura: tifose anche più sfrenate degli uomini, senza mai la possibilità di diventare “come Maradona” (oggi “come Messi”, se proprio ci tengono!) e a volte senza aver  mai dato un calcio al Super Santos. Con l’amico che mi aveva messo in contatto col giornalista del TG, e che era con noi al Camp Nou a registrare l’intervista, ci divertivamo della nostra incapacità di riconoscere i tre giocatori su cinque dei manifesti che sovrastavano gli ingressi: “però due sono boni”, commentava l’amico, che ha una bellissima bambina col compagno. Oh, a una certa si può scegliere cosa assimilare della propria cultura e cosa no.

Al ritorno in motorino con Diego del Blau, che andava piano perché avvertiva la mia presa angosciata alle sue spalle, riflettevamo sui locali che non aprivano più, messi in ginocchio dalla quarantena o troppo specializzati in turismo per sopravvivere a “incidenti di percorso” come una pandemia. Diego, che a quanto ho capito vive in un appartamentino al di sopra del suo bar, è stato bravo e lungimirante a diventare un abitante in più della zona: quello che parla catalano, propone piatti del giorno italo-catalani, e organizza in prima persona la festa del quartiere. Non è un obbligo fare così, e io, ribadisco, sono la prima asociale. Ma quella sera stessa, proprio nel Blau, mentre il Napoli portava a casa almeno un gol, Alessandro del Napoli Fan Club di Barcellona spiegava allo stesso giornalista che avevo incontrato quella mattina che a Barcellona e dintorni c’era un’incredibile presenza di gente di Napoli, e negozi napoletani. Aiuterebbe un sacco diventare una realtà del quartiere invece di un’enclave, di un negozio che vende pizzette lievitate male o arancini surgelati, e il giorno dopo magari ha già ceduto l’attività, come fanno sul serio alcuni sensali della comunità italiana.

Certo, questo non salva dalla bancarotta. Però aiuta assai, o almeno così mi sono detta sabato sera in un Bar Blau che era finanche affollato, nei limiti consentiti dalle misure di sicurezza.

E gli Squallor, subito messi su da Diego a partita finita, erano là a confermarmi che quella di mischiarci tra noi è proprio la strada giusta.

 

Qui il secondo servizio:

http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-4f62ad24-fafa-4634-a676-1ce558730d65.html?fbclid=IwAR0MfyZefjWBWEe4HvUgBJUzUDJIs8W8wujERUXOZ2grXaUi5GNxXuFCPy0

Qui, scusate, momento mandolino:

 

 

 

 

El pequeño comercio afronta la campaña navideña con 11.000 ...

Da elindependiente.com

Insomma, mi pare di capire che giocherà il Napoli a Barcellona!

Scherzo, e sono tutto tranne che snob sulla squadra che mi ha portato a fare caroselli negli anni ’80 fuori dal mio orario di nanna: è che, dalla mia Grossa Crisi ai pensieri da quarantena, la passione per il calcio mi è andata scemando assai.

Ho avuto invece una visione che manco Rose in Titanic: la Rose novantenne, dico. Passando fuori uno dei tanti locali che non hanno più riaperto, attraverso la vetrata piena di polvere ho intravisto quei tavolini fighetti concentrati tutti sul bordo della sala, in modo che ci fosse spazio per ballare. Allora mi sono ricordata il casino che c’era l’anno scorso, quando in un tentativo di darmi ‘na botta de vita (mondana) ero finita a sentire un concerto presentato ambiziosamente come di bossanova. Circondata da donne brasiliane di ogni età e taglia (solo il colore generale era sul pallidino andante), m’ero vista esplodere intorno una samba collettiva che mi aveva intimidito pure nel rumorino minimalista che facevo col piede destro, sperando di andare almeno a tempo.

Intorno al bancone ora deserto e sgombero, un biondino spagnolo svelava alla mia nuova amica sudafricana, ma nata in Polonia, quale fosse davvero la sua nazionalità (lui lo sapeva meglio di lei!), e fiumi di birra consolavano delle danze mancate tutta la gente biondiccia affetta da SCN: Sindrome del Culo Nordico, termine coniato sul serio da un amico che sosteneva di non poter muovere i fianchi per via della sua nazionalità.

Per fortuna, il bar de tapas vicino a quel deserto sembra in ottima forma.

È in liquidazione, con sconti “fino al 70%”, il negozio fighetto i cui vestiti mangiavo con gli occhi ogni volta che ci passavo, scoraggiata poi dai prezzi a tre cifre (e la prima non sempre era 1). Vado a fare l’avvoltoiA?

È che, con buona pace degli accademici della crusca (o accade-machi? ah ah ah), sto declinando al femminile anche termini come “Megafona”: chiamo così la simpaticissima signora che, dall’attico a sinistra della mia finestra, lancia urla belluine e si scompiscia con tre comari in un orario che non supera mai le sette e un quarto di mattina.

Era col pensiero a quella sveglia obbligatoria, e tutt’altro che desiderata, che venerdì notte sollecitavo ancora il mio coinquilino a girare un piccolo video di presentazione di Una via dritta, visto che lui aveva giocato un ruolo chiave nella stesura del romanzo. Ma, quando gliel’avevo accennato per la prima volta nel tardo pomeriggio, non c’eravamo capiti sullo svolgimento della presentazione. Lui pensava a “una chiacchierata informale”, da registrare (senza video) solo per poterla poi stendere per iscritto. Con quell’equivoco in corso, c’eravamo sparati prima una cena georgiana, in un ristorante che sembra godere di ottima salute nonostante i prezzi: tanto ha una folta clientela russa e un cameriere che all’improvviso comincia a ballare, con tanto di copricapo peloso! Al ritorno, il coinquilino tergiversava ancora, ignaro di ciò che lo aspettava, e si era insospettito solo quando mi aveva visto cercare la palette per gli occhi, ravviare i capelli asfaltati dall’afa… Quando ha capito, era troppo tardi. Il primo tentativo di registrazione è andato a vuoto per difficoltà tecniche (ho il cellulare dei Puffi, che volete?) e al secondo era fritto il coinquilino. O magari bollito, data la temperatura.

Allora, visto che ormai quel po’ di trucco era messo, e avevo sudato un’ora in più del previsto nel vestito decente (figuratevi gli altri!), mi sono ricordata delle tante donne che in un momento difficile hanno dovuto prendere decisioni in fretta, e tra tutte, scienziate o autrici o donne politiche, ho scelto di invocare… Reese Witherspoon! O meglio, la sua mamma che, con un accento della Louisiana, la esortava: “Se vuoi che si faccia qualcosa, tesoro, fallo tu stessa!”.

Il risultato è questo e, anche se i margini di miglioramento sono infiniti, francamente pensavo peggio.

 

Mescladis - Picture of Espai Mescladis, Barcelona - Tripadvisor

Scorcio del Mescladís

Che fossero chiusi i locali, l’ho saputo solo una volta sul tetto.

O meglio, sul terrazzo condominiale: ci sono finita sabato scorso, in una bella serata con la brezza giusta, e con la gradita presenza dell’ex compagno di quarantena. “Hai visto?” mi ha fatto “i bar de copas e le discoteche resteranno chiusi per quindici giorni“.

Male, ma pensavamo peggio: non era la paventata quarantena bis che ci doveva tenere di nuovo reclusi come a marzo, ma col caldo di agosto. Non lo era ancora, almeno.

Così era meglio restarcene lì sul terrazzo: vinello lui, bibita gassata io, tanto per accompagnare. Rimpiangevo il tè all’ibiscus (o carcadè), con retrogusto menta, che avevo scoperto due ore prima al Mescladís: un bar gestito, tra gli altri, da giovanissimi migranti marocchini. Non sarebbe stato l’unico rimpianto della serata: non avrei dovuto accogliere l’invito del mio accompagnatore a utilizzare le sedie spaiate dimenticate lì in terrazzo. Avrei dovuto fidarmi del principio insegnatomi da mammà: “Quello che non è tuo, non si tocca” (… a meno che non ti sia precluso per i motivi sbagliati, aggiungo adesso come postilla).

Insomma, neanche il tempo di dire “Come si sta bene”, che la poltroncina di tela su cui sedevo è crollata sotto il mio culo post-quarantena, che a sua volta è piombato a terra, trasformandomi in una specie di lumaca rovesciata. Per completare lo sketch, nell’operazione mi è pure crollata addosso l’acqua piovana accumulata tra sedile e schienale: seduta com’ero sul bordo, non l’avevo notata nell’oscurità, e checché ne diciate scommetto che ha contribuito un po’ al collasso. Va da sé che quello è stato lo spettacolo principale della serata, anche se la voce che intonava canzoni di Manu Chao (che cliché!) da un balcone vicino pure aveva il suo perché, con tanto di chitarrina di accompagnamento.

Si sa, con i bar chiusi bisogna arrangiarsi, intanto che Sánchez tratta con l’Inghilterra per scongiurare la quarantena da ritorno all’esercito di ubriaconi che gentrifica Ibiza e distrugge Benidorm. Perché non mi sono accorta di niente, io? Perché non ho notato che le strade erano più cupe e meno incasinate, a parte qualche botellón?

Semplice: perché io, il sabato sera, non esco. Non capisco bene che sfizio ci sia a sopportare la folla, i cocktail annacquati, le pizze fatte presto e male. Anche quando ho avuto un lavoro d’ufficio, oppure ho insegnato italiano in quattro posti diversi, ho preferito sempre uscire a metà settimana e tornare a casa presto. Sarà la mia tolleranza all’alcol degna di una bambina alle elementari, ma ho già spiegato altrove quanto abbia trovato squallide, dopo un po’, le serate di bisboccia barcellonese, con “amici” che si facevano vivi solo al momento di bere e studentelli che avevano una ragazza diversa per ogni locale, quindi ti offrivano al compagno di bevute dopo una breve trattativa nel cesso del bar (campa cavallo).

Adesso, so che una cosa è accodarsi all’esercito degli ubriaconi del Gótico, e un’altra è la scena mezza hipster mezza impegnata del Makinavaja: ma sul serio, gente, mai come in questi giorni ho avuto due conferme.

Una è che gli allarmismi stile “O tempora! O mores!” (ma va bene pure “Mala tempora currunt”) lasciano il tempo che trovano, perché sul serio non capisco neanche coi disegnini come la “seratina Netflix” sia peggio di vomitare in Plaça Reial, o rischiare di andarci vicino. Già che ci siamo, confesso che trovo un po’ triste il commento “Sei economica!”, che mi fanno in diverse lingue quando spiego che mi ubriaco subito. Se vi piace bere, perfetto, ma davvero la gente ha bisogno di birre su birre per sfrenarsi un po’? Sono sicura di no.

L’altra conferma che ho avuto è: la nostalgia di casa che sperimenta chi vive “fuori contesto” è un po’ esagerata. Ok, parlo per me, e sì, magari a forzare la mano avrei potuto ottenere una libertà simile anche nel mio luogo di nascita. Ma sarebbe stato più complicato sfidare dinamiche familiari e sociali consolidate da decenni di esistenza. Mi riferisco alla suprema libertà di crearsi un proprio stile di vita, abitudini proprie, un uso meno condizionato del proprio tempo, senza rischiare per forza di passare per “l’amica asociale”, oppure quella eccentrica, oppure la pecora nera che non chiama zio Guidobaldo per il graffietto da potatura e zia Marozia per l’onomastico (e, in tal caso, avrebbe un alibi di ferro!). Che le si accetti o meno, si tratta di fare i conti con le regole non scritte che sembrano sempre “cosa ‘e niente“, ma quando si accumulano tutte insieme rompono assai: i tacchi ai matrimoni, le tinture pastello “permesse” soltanto sotto i trenta, il cappuccino solo a colazione, la TV che “comunque ci vuole”, e l’eterno “mi devo comprare qualcosa da mettere” che ricorre più o meno ogni estate.

Le piccole cose sono quelle che più fanno la differenza, perché sono il migliore indicatore dell’aria che tira.

Quindi, che dirvi? Voglio tutto! Quest’estate la quarantena mi tiene lontana dalla mia famiglia “per la prima volta in dodici anni”, come si lamenta mio padre al telefono. Ma passerà anche questo, e prenderò ancora un aereo (anche per presentare il libro!). Allora mi godrò il lungomare, gli aperitivi, le passeggiate per una Napoli che cambia a vista d’occhio. Mi godrò la certezza di trovare sempre qualcosa che mi piaccia in un bar, invece del tristo cola fanta tónica zumo de naranja piña melocotón che tocca da queste parti a chi non tanto apprezza il concetto di Estrella Damm. Allora finisco a lottare con le neo-coppiette Tinder in fila al Mescladis per sedermi a prendere un succo d’ibiscus. Anche dopo tutti questi anni a Barcellona, quello marocchino resta un Mediterraneo che riconosco, specie nella versione trapiantata: fatto di sorrisi fin troppo rapidi e favori reciproci, e donne disposte come la zia Marozia di cui sopra a sbuffare per ore davanti ai vapori di una pentola, alle feste comandate (ma sta cambiando e cambierà ancora, e sì, per me è meglio così). Certo, quello che sorseggio al Mescladís rimane un Mediterraneo senza troppo basilico, ma perlomeno fa un uso smodato di menta!

E quella, assaporata (mettiamo) un sabato sera, mentre avvisti tra le antenne l’occasionale cometa, vale tutte le sedie sfondate del mondo.

 

 

 

L'immagine può contenere: 4 persone, tra cui Norma Falconi, persone in piedi e spazio all'aperto

Dalla pagina Facebook di Sindihogar

Quando me lo metto, io, il vestitino simil-seta con motivi indiani? Quel pomeriggio che mi viene il ticchio di passare alla manifestazione Papeles para todas!

Era tardi, ci ho trovato poca gente: latina, africana e asiatica, stufa di dover lottare per un documento legale che permetta di restare a Barcellona senza subire i soprusi di una burocrazia confusionaria, dei datori di lavoro, delle forze dell’ordine. Per la verità, le due guardie urbane in mascherina presenti sul posto se ne stavano in disparte come me mentre gli ultimi rimasti ripiegavano striscioni, si facevano foto, ballavano in modo sublime qualcosa che identificherei come Bangla, ma chissà.

Certo, la mani era finita e, a quanto vedevo, ci si stava un po’ rilassando con la questione distanze di sicurezza: è che a dirla tutta ci sembra un po’ una presa in giro, sudare goccioloni in una mascherina a mezzo metro da un tavolino occupato da turisti americani che mangiano e bevono…

In casa si fanno premonizioni funeste sul sistema che escogiteranno per lasciare a casa noi non turisti (che quindi non consumiamo granché) e permettere alle nuove orde di cacciatori di sangria di proseguire indisturbate la fiesta. Insomma, in quest’immagine distopica ci diamo il cambio: maggio e giugno erano state una dolce stagione in cui i turisti non si vedevano, e i bambini si erano messi a fare il bagno nella fontana della Plaça Reial, davanti a genitori che brindavano tra loro col vermut portato da casa.

Adesso, magari, i bambini finiranno di nuovo dentro e ricominceranno le grida dei genitori per farli uscire ecc. ecc. in un cerchio senza fine degno di Dark.

Rispetto a marzo sappiamo cosa ci aspetta, e sappiamo (lo sapevamo già) che non era detto che arginasse la situazione: continuiamo a chiederci perché si debba far ricadere sulla popolazione la “responsabilità” di una nuova diffusione del virus quando, dico tra il serio e il faceto, mezzo Stato spagnolo ha perso il lavoro e l’altra metà è in cassa integrazione, e questo virus, a osservare i tavolini all’aperto, sembra contagiare solo chi non consuma.

So che stiamo cercando una difficile quadratura del cerchio tra salute ed economia, ma le manifestanti di ieri erano colf che per sopravvivere alla primavera hanno dovuto fare cassa comune e vendere borsette e bamboline: si sono ritrovate senza né clienti né sussidi statali, visto che per lo stato non esistono (e vorrebbero esistere, ma la strada è tortuosa ai limiti del surreale…).

Allora che si fa? I miei amici partono: vacanze catalane in case affittate a conoscenti, senza sapere quando potranno tornare. Oppure si arrischiano ad andare in Italia, con la Vueling che è tornata a cancellare voli tre settimane prima. Nel caso ventilato di cordone sanitario intorno a Barcellona, l’ex compagno di quarantena mi prospetta scenari che vanno dal rifugiarsi da un’amica a Huesca al farsela a piedi fino alla Francia.

Insomma, qui siamo in una situazione strana: ci prepariamo, non sappiamo ancora a cosa o lo sappiamo benissimo. Ed è più un godersi, in mascherina e a distanza, e con le mani spellate di disinfettante, gli ultimi momenti di sole, di mare, di libertà, un chi vuol esser lieto sia.

Ma lo capisco benissimo.

Quando non c’è nessuna certezza, né del domani né del dopodomani, ciascuno reagisce a modo suo.

 

 

Ho passato tutta la notte a leggere.

Lo scrivo perché fa figo e perché è la verità: in questi giorni di clima incerto e possibili nuovi confinamientos, sentivo prima caldo, poi freddo, poi di nuovo caldo. Tanto valeva.

Mi sta piacendo molto Jonathan Bazzi, che mi ha fatto scoprire, ahimè tardissimo, Cristina Campo: sto adorando quest’ultima nonostante nel libro che linko ci sia uno sconcertante prologo, il cui autore fa una distinzione tra “scrittrici scrittrici” e “scrittrici scrittori” (ok).

Poi, verso le cinque del mattino, ho attaccato a leggere Gone Girl, con tutti i pregiudizi del caso su un romanzone che temevo fosse un po’ leccato, scritto a uso e consumo del film che non avrebbe tardato a farvi seguito: e invece no, niente, non c’è stata storia. L’autrice plasma in descrizioni spicce ed efficaci una lingua che per me è una seconda pelle, riesce a tenermi incollata alle pagine con una storia sorprendente e allo stesso tempo complessa, piena di risvolti profondi.

Spesso invece, quando leggo in italiano, mi devo sparare un pippone di quattrocento pagine sulle nevrosi del(la) protagonista, in attesa dell’evento esterno (magari una morte) che risolva il romanzo. O mi devo affidare a un giallo scritto bene, pregando di non trovarci troppi cliché su donne e personaggi di altre nazionalità. Datemi il tempo di smentirmi: dopo anni di anglofilia ho ricominciato da poco a leggere nella mia lingua. So che mi sono persa anche belle storie, da sempre. Il fatto è che mi chiedo quante altre storie non approdino neanche in libreria, respinte dalle case editrici per motivi molto diversi dalla loro qualità.

Non sarà anche per il mondo dell’editoria in sé? Se lo chiedeva ieri Roberta Marasco:

Il problema è che non c’è la voglia di leggere. E se è così, la colpa è anche di chi di quella voglia ci campa, che dovrebbe suscitarla, risvegliarla o crearla dal nulla e invece spesso si limita a darla per scontata e a pretendere che ci sia, che esista a priori. Ergo, la colpa è nostra, non dei lettori. Gli ignoranti, se proprio vogliamo trovarne uno, siamo noi che lavoriamo nell’editoria e che ignoriamo come farla nascere e proliferare quella voglia. La voglia di una delle cose più belle e gratificanti del mondo, quasi magica, per il modo in cui ti arricchisce e ti cura, e noi invece di farla venire la facciamo passare.

D’altronde quella editoriale è un’industria che si fonda sulle passioni di chi ci lavora, come ricorda quest’articolo, e che con questa scusa sottopaga la schiera di dipendenti che la mandano avanti: editor, correttori di bozze, lettori professionisti… Più parlo con voi che lavorate nel campo, più mi sento quasi fortunata, nei pur surreali screzi con parte della piccola editoria: quella che ti chiede soldi per i firmacopie ai festival e ti dice bugie sulla quantità di copie vendute.

Se questo è il quadro, afferma un’amica editor che ha il vizio di pagarsi l’affitto con regolarità, si finisce spesso per lavorare male: tu come editore mi dai due, tre euro l’ora? E io ti devo dedicare per forza meno tempo, meno attenzione. Poi vatti a lamentare perché i giovani rifiutano il lavoro. Ci sono “giovani” di quarant’anni che, a furia di accettare lavori pagati una miseria, hanno davanti un futuro che definire incerto è un eufemismo, oltre che un cliché.

Allora che si fa? Ci si organizza. Come questi giovani qui.

Ieri, con un amico, discutevamo dell’idea (un po’ controversa) per cui, se non troviamo la felicità dentro di noi, non la troveremo da nessuna parte. Per me, l’unico modo per non trasformare lo slogan in una trappola per dipendenti da sfruttare è prenderlo come una sfida: sapere chi siamo, sapere che siamo noi a prescindere da quanto possediamo o siamo riusciti a “fare” nella vita. Nella mia esperienza, una volta raggiunta questa consapevolezza siamo anche meno propensi ad accettare che ci trattino come bassa manovalanza, come sa bene chi si mobilita per ribellarsi a condizioni molto peggiori delle nostre.

Ecco, da privilegiata senza un affitto da pagare posso solo immaginare quanta disperazione ci sia dietro le mobilitazioni, i dibattiti interni, i “no” detti a fatica e con la paura del licenziamento: ma prevale il pensiero delle spese, della rata del mutuo, dei tanti anni persi in stage quasi gratuiti.

Non è tutto, però: come ci si aspetta che gente che legge, gente che ai libri si dedica per mestiere perché ha letto tanto, se ne stia anche con le mani in mano mentre la sfruttano?

A questo proposito, e per agganciarmi ad altre lotte a cui tengo, vi lascio con un meme che mi è piaciuto molto:

Poi dice che i libri non migliorano la vita.

 

IMG_20200710_140905_382Cascate male: oggi sono più scema del solito.

Ho un manoscritto da rivedere, a cui tengo: è la storia di un certo signore che conosco, che a un certo punto ha deciso che, se la società prescrive una vita tutta casa e lavoro, lui preferisce la strada.

Ce l’ha fatta almeno in questo, e va avanti e indietro nella società e fuori, con un’irresolutezza che Foucault aveva in qualche modo previsto: non possiamo semplicemente uscire da un sistema che ci prescrive gli stessi termini in cui pensiamo. Perfino la nostra lingua, con i suoi costrutti, ci fa vedere le cose in un certo modo e non in un altro.

È che in questi giorni mi sono interrogata a lungo su cosa determini le nostre decisioni: lo so, domanda oziosa e irrisolvibile. Cosa ci fa volere ciò che vogliamo? Se siete entrati come me nel… tunnel di Dark (ah ah ah) ricorderete la frase di Schopenhauer che prova a dare un senso a quella roba che comprenderò forse giusto nel 2052 (ok, la pianto).

È certo che un uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che vuole.

Questo dove ci lascia? Forse, nel bel mezzo di una pandemia in cui non sappiamo cosa ci toccherà a ottobre? Forse.

Tanto le nostre speranze, quelle che finora ci avevano presentato come la nostra massima aspirazione, erano già state spazzate da una prima crisi economica, insieme a carriere promettenti e cattedre umanistiche. Allora avevamo aggiustato le nostre pretese, avevamo deciso che non fossero indispensabili tutte le cose che i nostri genitori avevano ottenuto più facilmente di noi. In fondo, un posto fisso “era noioso” (sentita davvero da un alunno irlandese), e una famiglia che du’ palle: noi vogliamo essere liberi di girare il mondo, no? Thailandia in sacco a pelo, evviva! C’eravamo fatti andare bene quello che c’era: le tariffe aeree economiche e la manodopera a basso costo, che poi eravamo noi.

Quelli di noi che avevano privilegi economici, o sociali, o di qualsiasi tipo, se ne sono serviti per salvarsi da soli almeno per un po’: entrare nel circolo chiuso grazie alle “conoscenze”; beneficiarsi dei suoceri in loco per figliare anche all’estero, mentre le altre espatriate incinte ripartivano in massa; procurarsi (esempio a caso…) una rendita che consenta di accantonare le ore d’insegnamento a 15 euro lordi per i propri manoscritti da correggere (e onore a chi scrive così bene, svolgendo anche un altro lavoro fondamentale in società).

Insomma, sembravamo avviati a un mondo in cui c’era pure la moratoria sull’età: i quaranta sono i nuovi trenta (occhiolino). E poi?

Poi la pandemia e il nuovo capitombolo.

Un mondo fragile si accartoccia su se stesso, con conseguenze imprevedibili. Perché questo è l’aggettivo giusto: imprevedibile. Non sappiamo cosa succederà. Non so voi ma, con la mia ansia certificata, non sapere è più angosciante che prepararsi al peggio.

Così aspetto con voi, contenta e triste insieme: qualsiasi cosa accada, il mio mondo non ne verrà troppo scosso. I libri restano lì. Quelli letti, quelli scritti, quelli da scrivere.

Ma lo dico sempre: ci salviamo solo insieme.

E allora capiamo una cosa: che questo nostro mondo è interconnesso sul serio. Che se cado io cadi tu, cantava una ai tempi miei.

E allora vediamo di trovare soluzioni, di cambiare stile di vita, di trovare una risposta a ciò che dovremmo sul serio cominciare a chiederci: come ci conviene vivere? Chiediamocelo al di là di ciò che vogliamo, o al di là di ciò che ci è stato insegnato a volere.

Chiediamocelo e a quel punto sì, che cadremo insieme.

Solo che, per fortuna, cadremo in piedi.

 

 

 

Dal Facebook di Sindihogar

Le ho viste nominare più spesso di quanto temevo nei dibattiti sul lavoro, e sulle categorie colpite dalla pandemia: le collaboratrici domestiche, le badanti, le donne delle pulizie… tutte quelle categorie che in spagnolo sono definite trabajadoras del hogar, lavoratrici della casa (o domestiche).

Adesso si tratta di ascoltarle, perché loro alzano la voce ma hanno pochi microfoni a disposizione: un tizio su Facebook, tempo fa, rispondeva ai pur blandi propositi istituzionali di regolarizzazione con una considerazione tipo “Poi chi si può permettere la badante per i nostri vecchi?”. E certo, la soluzione a un mancato welfare è schiavizzare una lavoratrice straniera che è privata strategicamente dei mezzi legali per far valere i propri diritti. Uhm, mi sa che non è la mia rivoluzione.

E da apprendista alleata, bianca e di classe media, sospetto non sia neanche la rivoluzione di Rocío Echeverría, rappresentate di Sindihogar/Sindillar: Sindicato Independiente de Trabajadoras del Hogar y del Cuidado. Traduco l’intervento di Echeverría in una manifestazione tenutasi davanti alla Borsa di Barcellona lo scorso 21 giugno. Sono sicura che esistono interventi del genere anche in italiano. Per il momento, ecco il testo, tradotto alla buona, di quanto dichiarato dalla portavoce di Sindihogar (Sindillar in catalano):

“Abbiamo la segretaria Hana Jalloul, segretaria di stato addetta alle migrazioni, che ha detto poco tempo fa alla stampa, che le persone come noialtre, perché siamo molte donne, la maggior parte in situazione irregolare, lavoratrici sfruttate, schiavizzate, tenute come interne in casa, senza avere la possibilità di reclamare i loro giusti orari di riposo, perché gli sono confiscati i documenti d’identità, perché non sono ascoltate nelle questure quando vogliono sporgere qualche tipo di denuncia, perché siamo ignorate di continuo… Questa signora dice che di noi, compagni e compagne in una situazione irregolare, ci si prende cura per bene perché le ONG si fanno carico delle nostre esigenze, e noi le diciamo che è una bugia: questo è burlarsi della nostra precarietà, della nostra miseria, della nostra fame! Lei non può dire che l’irregolarità delle persone migranti non è di competenza dello stato, ma dei comuni, perché siamo stanche del fatto che se ne lavino le mani, e si palleggino tra loro i nostri diritti. Voglio anche dire oggi, in rappresentanza delle mie compagne, che questa pandemia, questa crisi, ha buttato la maggior parte di noi in mezzo a una strada, che non abbiamo avuto niente da mangiare in questi giorni, signori dello Stato, signore dello Stato, dei Governi, che si vantano tanto di essere femministe, ma non applicano questo femminismo inclusivo!

Voglio dirvi qui, a nome di tutte le mie compagne, lavoratrici domestiche, badanti, donne delle pulizie come le compagne Kellys, che siamo maltrattate ogni giorno, veniamo a dirvi che abbiamo tutte le forze per poter reclamare, e continuare a farlo, per vederci riconosciuti i diritti fondamentali come a qualsiasi lavoratore qui nello Stato, e voglio concludere rivolgendomi ai signori, ai gran signori della Generalitat, e in particolare al signor Oriol Amorós, e glielo dico perché ero presente, perché mi chiesero di partecipare a una riunione, perché volevano informare su un piano d’azione diretto esclusivamente a lavoratrici della casa e badanti in situazione irregolare, e in tale riunione in nessun momento mi vollero dare la parola, o ascoltarono le mie domande. E allora dico io a loro: come vogliono fare un piano d’azione, reclamando a gran voce che hanno come obiettivo noi, lavoratrici in situazioni irregolari, se non sono neanche capaci di ascoltarci e sapere cos’è che vogliamo? Siamo stanche, stanche che il patriarcato istituzionale ci dica cosa è meglio per noi. Siamo noi che dobbiamo dire a loro cosa vogliamo e cosa ci serve! Per questo ripetiamo oggi e sempre, finché non ci venga concesso fino all’ultimo diritto: documenti per tutte! Documenti per tutte!”.

 

Tornano i mondiali di nascondino nella città fantasma di Consonno ...

Da ecodibergamo.it

Attenzione: momento trauma.

(No, i miei chiamano così i miei aneddoti strappalacrime sull’infanzia sgarrupata degli ’80-’90.)

Ero al mare, avevo dieci anni e le cose procedevano proprio a gonfie vele fin dall’inizio: in albergo, la figlia maggiore dei proprietari mi aveva fatto credere, per scherzo, che un ragazzino invero grazioso fosse in fissa per me, con la complicità del diretto interessato. Ma stiamo parlando di questo che mi metteva le mani sulla spalla o mi circondava la vita, eh! E niente, era uno scherzo crudele, fatto così per passare il tempo, come tante cose umane.

Vennero altri gitanti, dal Nord. Una comitiva di lombardi aveva due figlie al seguito: ragazzine che già si mettevano il bikini e amavano la tintarella. Nella piccola pensione si installarono anche altre famiglie, alla spicciolata. Due ragazzi dodicenni di Milano, con cui feci amicizia, mi spiegarono che puntavano alle giovanissime dee in bikini, e che, anzi, “se le erano divise”. Questa frase non mi piacque proprio per niente, non sapevo dire bene perché: mi dava un fastidio estremo. Però le mie amichette dei primi giorni erano partite, e volevo assicurarmi l’attenzione di quei quasi-coetanei.

Allora, per un’intera sera dedicata al gioco del nascondino, aiutai i due ragazzini a scegliere gli angoli migliori per mimetizzarsi, e feci da piccola vedetta… partenopea. Mi resi conto solo dopo che questo mi aveva aggiudicato, certo, la loro benevolenza, ma ero passata più che altro per la sfigata in fieri che sarei stata ufficialmente alle medie, di lì a qualche mese. In ogni caso, restavo una figura minore rispetto alle fanciulle in fiore (e in due pezzi) con cui i miei protetti non si erano neanche scambiati una parola: sarei rimasta in secondo piano anche se li avessi seguiti a Milano e gli avessi suggerito tutte le risposte a compiti in classe, esami finali, test universitari fino alla laurea.

La cosa mi deluse, e intuivo che la bellezza oggettiva (qualsiasi cosa significhi) che mi si attribuiva da bambina cominciava a guastarsi proprio adesso che sarebbe stata davvero d’aiuto: anzi, a occhio e croce sembrava essere quasi l’unica moneta di scambio per godere di una certa stima tra i miei pari. Trascurai il fatto che, quando alla fine le conobbi, le dee in bikini si rivelarono ragazzine simpaticissime, che giocavano con le loro forme adolescenti senza dimenticare, in barba alle dicotomie corpo/mente, di avere un cervello e farlo funzionare. Al termine delle vacanze uno dei due ragazzini, che per gli standard di un’epoca di fat shaming sarebbe stato considerato obeso, partì senza potermi salutare, e imbattutosi in mio padre gli disse di mandarmi “Tanti baci”. Allora un po’ gli stavo simpatica!

Vi sciorino questo pippone per due motivi: uno è che ieri ho letto questo articolo di Lea Melandri sulle donne e la loro tendenza a rendersi necessarie, con cui sopperirebbero alla mancanza di potere su quasi tutti i fronti (tranne quello del lavoro di cura). Pensavo che io ci ho provato spesso su molti fronti, non solo quello amoroso: ho provato a “rendermi utile”, se non necessaria, con amicizie di diverso genere (e di diversi generi). Mi sono resa una figura ancillare, convinta forse di non avere altro da barattare che una generosità che, m’insegnava un tempo il catechismo, veniva sempre ricompensata almeno col Regno dei Cieli. Con quello degli Uomini, boh, era tutto da vedere. Avrei scoperto solo dopo i concetti americani di ragazza “cool”, e di prossimità al potere.

Ma non vi ho detto il secondo motivo per cui vi ho raccontato di quell’estate lontana. È che mi sono ricordata di una frase che mi era rimasta impressa: un giornalista ucciso dall’ISIS, a proposito di un suo precedente rapimento, aveva dichiarato di aver parlato con i suoi carcerieri, di esserseli fatti quasi amici. “Ho scoperto che, se il sistema è disumano, le persone che lo compongono sono, invece, umane”. Devo dire che la sua frase mi ha aperto un mondo: o meglio, me l’ha riassunto.

Perché, guardiamoci un po’: siamo delle comparse in una recita a soggetto di cui abbiamo, però, un canovaccio più o meno prestabilito, da cui dipende in gran parte il successo di pubblico. Ben pochi di noi sono in vena sul serio di prendersi i pomodori. È umano anche quello.

Ed è umano, come in quegli eterni giochi di bambini (spesso, appunto, recite a soggetto) che sembra non finiscano mai, è umano che a un certo punto si voglia cambiare tutto: lo scenario, il copione. I protagonisti, soprattutto. Sempre gli stessi? E su, su, facciamo che andiamo sotto un po’ per uno… o per una, magari.

Io ho avuto un’infanzia pasciuta e sana, ma piena di piccoli segnali d’allarme: lo psicodramma che vi avrebbe fatto seguito era inutilmente sciocco. E i bambini, se ricordo bene, si annoiano con quei giochi che comportano un sacco di fatica e poco divertimento: di solito, quando accade, si ribellano alla spicciolata, finché non si decide in massa di cambiare gioco.

Tutt’è ricordarsi come si fa: sia a pretendere, che a cambiare.

 

(Una canzone che, di lì a poco, avrebbe dissipato ogni mio dubbio su quello che mi aspettava.)

 

 

A me fa piacere che se ne parli.

Più di dieci anni fa, mentre il mio ex di Napoli era impegnato nelle prove di un concerto, venivo lasciata con le altre groupies davanti a uno schermo acceso su Ciao Darwin: davano una sfilata di donne in biancheria intima, circondate da uomini ululanti.

Chi mi conosce immaginerà le convulsioni. Il Metodo Ludovico mi sarebbe sembrato una dolce cura, in quel momento.

“Ma che ti aspetti?” mi sfotteva la fidanzata del cantante. “La televisione è così: fa schifo”.

E invece no. Davanti alla televisione vi radunate ancora un bel po’ di voi: è un peccato che vediate roba schifosa, no? E poi io stessa, che da tre traslochi a questa parte non sento l’esigenza di montare l’antenna, faccio un largo uso di tormentoni e citazioni di perle meravigliose: quelle della Gialappa’s, quelle che ho preso da Boris, e qualcuna che ricordo dei programmi di satira della Rai.

La questione è che, perfino in Italia, si sta mettendo in discussione un po’ tutto, compresi i dinosauri che si tengono bello stretto il potere e non mollano: e bene così. L’amore generalizzato per Franca Leosini (che a me ricorda per toni ed espressioni una professoressa tremenda del liceo), viene messo in discussione nel momento in cui la conduttrice invisibilizza il femminicidio e bombarda di stereotipi le sue intervistate.

Ma che davero? La sua replica mi sembra degna di quei commenti su Facebook sul tenore di: “I neri sono tutti ladri. Opinione mia”.

Christian Raimo si permette di chiamare Montanelli per nome, ma lo fa in un programma dominato da uomini bianchi (non simpatetici su una questione che riguarda donne e bambine, soprattutto se razzializzate) e da una giornalista che ripete banalità del tipo “bisogna contestualizzare”. Lui abbandona la trasmissione, riceve critiche anche solo per aver partecipato a quella monnezza: un po’ come la pensava in merito, in quella sala prova di oltre dieci anni fa, la fidanzata del cantante di cui sopra. Un po’ la capisco pure. Tre anni fa, quando una giornalista di Rete 4 cercava persone da intervistare sul referendum catalano, dissi che ero impegnata (sì, a scriverci un romanzo, scusate la parentesi pubblicitaria!). Il tizio che invece ci andò al posto mio abbandonò la trasmissione proprio come Raimo, o così ci raccontò poi, per l’impossibilità di dire davvero la propria.

Però resta la convinzione generale che TV è uguale a spazzatura, “a parte qualche eccezione”. Ci rassegniamo, lasciamo che quella che è una risorsa, che entra in tutte le case molto più facilmente del materiale adatto alla Didattica a Distanza, sia solo un riflesso del peggio di noi.

Per questo mi fa piacere che questo postulato si metta in discussione, che si chieda a gran voce lo stesso spazio che si prendono altrove le voci contemporanee che, piano piano, stanno cambiando il paese: vogliamo che realtà meno ammanicate o strutturate possano raggiungere anche la televisione, in barba alle ben note logiche di potere che la governano da anni. È un peccato, per chi ha meno familiarità con la rete, perdersi il podcast di Djarah Kan, Espérance Hakuzwimana e Oiza Obasuyi, e ci è voluto Tlon a promuovere Jennifer Guerra e il suo femminismo, nella nazione dove il diffuso “non si può neanche farvi un complimento” si ammanta di nostalgie folkloristiche.

Però mi piace che la polemica, in Italia, arrivi fino agli spazi televisivi che, a parte i momenti epici che conosciamo (qualche intento didattico e molto Sanremo: Mr. Volare o Rino Gaetano) sono sempre stati diretti alle notizie e a ore di rassicurante svago.

A parte le concioni sugli imbecilli mediatici, il bello della diffusione delle informazioni è che tutto può arrivare dappertutto: quindi, facciamo attenzione agli effetti collaterali e concentriamoci sui vantaggi.

E pretendiamo, dico, pretendiamo che un paese che cambia si rifletta anche nel mezzo che più spesso, e in modo più semplice, ha raccontato quel paese.

Buon lavoro, gente.