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PREPOSITIONS 1 - Cuestionario

Stavolta c’eravamo quasi.

Nell’A.D. 2003, esasperata dall’inglese parlato a Manchester, ho un’illuminazione improvvisa sul vero scopo della mia vita: poter pronunciare in circostanze non forzate le parole “The book is on the table”. E che cavolo, ai miei tempi quella era l’unica frase di senso compiuto che insegnasse la scuola italiana! O giù di lì.

Nell’A.D. 2021, in particolare sabato scorso, metto insieme tutto il mio inglese per fare il più scrauso dei test: quello di Duolingo! In barba alla dittatura IELTS, alla mia nuova università pezzotta va bene pure quello. Regole del test: 1) non spostarsi dalla webcam, 2) non parlare con nessuno, 3) non muovere il cursore dalla casella delle prove. Se entra qualcuno nella stanza, il test è annullato. Ovvio che, intanto che vado avanti con le prove, il caro gattino Archie: 1) si sveglia, 2) salta sul tavolo, 3) beve con soddisfazione dal mio bicchiere d’acqua, 4) mi salta in grembo, 5) mi morde il cavallo dei pantaloni, 6) si dispone tronfio a dormirmi sulle gambe. Il tutto, senza che io possa battere ciglio. Chissà i risultati del test, adesso.

La sera sono già a letto a mezzanotte, quando mi accorgo che manca qualcosa: il mio ebook! Sto leggendo il romanzone di Hilary Mantel sulla Rivoluzione francese. Come sta andando? Diciamo che adoro, ma mi concilia il sonno. E mi sono dimenticata di riporlo sul comodino. Per fortuna, il compagno di quarantena è rimasto sveglio a placare quella belva di Archie.

“Per favore” grido in inglese, “mi prendi il romanzo di Mantel? L’ebook è sul…”.

Indovinate dov’era l’ebook.

E sì, sabato scorso avrei dovuto dire “l’ereader“, ma degli oltre cento libri che ho sul Kobo volevo leggere proprio quello di Mantel. E sì, davanti alla sospirata parola book c’era quella maledetta “e”. Ma ormai, per problemi di spazio e per la difficoltà a trovare libri non tradotti, sono quasi costretta ad andare di ebook: dunque, il mio sogno di usare la parola “libro” è sfumato, forse per sempre.

Che dire? Questa è la prova più cretina e lampante di ciò che predico da secoli: bisogna adattare i nostri sogni ai cambiamenti della vita!

Come quando i test di fertilità mi suggeriscono che sia meglio adottare, e a quel punto i salti mortali per fare la scrittrice parassita risultano meno allettanti di uno stipendio, almeno agli occhi di chi dirige un orfanotrofio.

Come quando dovevo diventare Claudia Schiffer, ma poi capirete, ho deciso di non privarvi di questo fantastico blog.

Come quando dovevo sposarmi con Kim Rossi Stuart, ma lui ha scelto un’altra (cos’avrà lei che io non ho?), e allora ho formato la famiglia più improbabile di Barcellona: The MArvians! Dalla crasi dei cognomi Marchese-Servian, featuring la “Ar” di Archie. Kardashians, chi?

Così me ne resto qua al computer, disputandomi un atroce caffè solubile con Archie che vuole assaggiare, mentre il compagno di quarantena fa colazione con dei capellini cotti nel microonde, su cui ha schiaffato una scatoletta di tonno: il tutto, a un millimetro dal mio ebook.

Perché l’ebook, ovviamente, è sul tavolo.

(I miei nuovi miti di sempre!)

Nessuna descrizione disponibile.

Se WordPress la elimina, sappiate che la foto qui sopra raffigurava gli alberi del carrer de Trafalgar, che nei pomeriggi di agosto sono una manna dal cielo.

Infatti li ho scelti per quantificare una volta per tutte il tempo che risparmiamo, quando facciamo spazio ad attività che ci ritemprino. Non sto parlando di ere geologiche, eh. È il tempo di un tè ghiacciato, che io, ad esempio, ho sorseggiato in un bar di questa strada: una catena, purtroppo, perché in questa zona tra via Laietana e Arc de Triomf, che precede la Chinatown vera e propria, trovi o la bettola post-franchista con le macchinette per ludopati, o il lounge fighetto per turisti. Ma tant’è: avevo il pc dietro, seguivo i miei corsi pazzi e, appunto, bevevo il mio tè ghiacciato.

Nelle ore precedenti, tra me e quel tè si erano frapposti diversi ostacoli: l’amico dottorando in fisica che sui social provava a spiegarmi come si faccia ricerca storica, lamentandosi perché nelle mie repliche “non scrivevo frasi di senso compiuto”; la filologa gourmet che, sempre sui social, mi spiegava perché una varietà di minestra che prepariamo dalle mie parti non segue la ricetta originale del 1297, dunque l’intera area sarebbe da bruciare una volta per tutte. Altro che terra dei fuochi!

Sapete qual è la soluzione? Disattiva le notifiche. Quell’opzione sta diventando la mia migliore amica. Perché capisco che l’amico dottorando deve avere un problema serio di autostima, per cui guai a chi lo contraddice (specie se è una donna). Pure la filologa gourmet avrà qualche ragione tutta sua per ossessionarsi su ricette che sono cangianti, figlie della disponibilità di ingredienti di ogni singola epoca. Sul serio, il famoso corso buddista mi ha convinta a non prenderla sul personale, e a empatizzare con i miei scocciatori, a cui auguro di trovare una qualche forma di serenità.

Però lo facessero lontano dal mio tempo, dal mio pomeriggio, dal mio tè.

Quali sono, invece, i vostri alberi? Sono sicura che avrete anche voi un’immagine che vi ricordi ciò che vi state perdendo, se decidete (in tutta legittimità) che il minchiaritore di turno merita una lezione, o che la filologa gourmet deve imparare, mo’ ci vuole, a farsi i cavoli suoi. È vero che i guru contemporanei ci dicono di concentrarci sul “qui e ora”, sul presente, ma attenzione a non dimenticare tutti i presenti possibili.

Quindi, visualizzate i vostri “alberi”: il libro che avete lasciato in sospeso per sorbirvi le chiacchiere di un vicino sborone, o la deliziosa cena che vi si raffredda perché non siete in grado di interrompere una telefonata inutile

Visualizzate il tempo che state regalando a qualcuno che non sa che farsene, a parte usarlo per alimentare le proprie idiosincrasie. Quando lo avrete fatto, vi aspetterò al bar con un bicchierone di tè ghiacciato.

Dai, che vi tengo il posto.

(L’uomo che mi ha fatto scoprire il tè ghiacciato).

Las impactantes imágenes del funeral de Raffaella Carrà en Roma | MDZ Online

Immaginate Raffaella Carrà, sparata a palla alle 5 del mattino.

È vero che ogni momento è buono per ricordare Raffa, ma gli hipster del primo piano sono stati fortunati, perché l’hanno omaggiata proprio ora che sto seguendo un corso online di Buddismo e psicologia evoluzionistica, come già accennavo qui.

In un altro momento, i miei cari vicini sarebbero morti male, se non altro perché l’uocchie so’ peggio d’ ‘e scuppettate (ovvero, gli strali che lanci col solo mirare sono più perniciosi di un’arma da fuoco).

Adesso, invece, sto mettendo alla prova quanto apprendo al corso di cui sopra. Chiariamoci: continuo a sottoscrivere la massima di Gianfranco Marziano, per cui “Se esiste un club di padreterni, Buddha è chillo che mannano a piglia’ ‘o cafè”. Scherzi a parte, non ho niente da dire contro Siddhartone e le sue vivide descrizioni di cadaveri nei fossi… Diciamo, però, che per i miei gusti il buddismo ha lo stesso difetto di altre filosofie e religioni nate in tempi di indicibili sofferenze, e di piaghe inconcepibili anche per noi che abbiamo Enrique Iglesias. Quale sarebbe il difetto? Beh, sostenere che la vita è dolore, che dobbiamo condurre un’esistenza distaccata, e rimandare la gioia alla prossima reincarnazione (o all’aldilà). Intuirete che le autorità al potere si fregano le mani: “Ecco, bravi, statevene lì a meditare/aspettare il paradiso e non rompete troppo“.

Lo so, lo so, Buddha non diceva questo, anzi: solo che mi pare lo affermi spesso il suo fan club, a parte quell’esperto di Ashtanga Yoga che mi ha confessato che si vedeva sempre circondato da esauriti. “D’altronde” ha aggiunto con una punta di autoironia, “chi pensi che venga a fare meditazione? I tranquilloni?”. Uhm, no.

Però, grazie al corso di cui sopra, ho scoperto un aspetto interessante che accomuna buddismo e psicologia evoluzionistica: le emozioni sono “ingannevoli”, cioè influenzano pesantemente la nostra percezione delle cose (e dunque, i nostri pensieri); tuttavia, se impariamo a osservarle da fuori, saremo noi a dominare loro, e non viceversa.

Sì, sotto sotto c’è sempre questa demonizzazione della rabbia che puzza di privilegio da qui al Tibet: difficile trovare una religione antica e ancora in auge che non dia a Cesare quel che è di Cesare, pure quando Cesare è ‘nu scurnacchiato. Però l’idea di vivere in armonia con le emozioni non è affatto male! E avrebbe pure qualche fondamento scientifico. Da un punto di vista evoluzionistico, abbiamo un cervello supereroe che ci ha fatto sopravvivere all’era glaciale, ma a che prezzo? Quello del mainagioia! I nostri neuroni seguirebbero regole del gioco vecchie di ventimila anni, per cui:

  • perseguiamo piaceri che ci creano dipendenza (senza sesso e zuccheri, col cavolo che assicuravamo la conservazione della specie!);
  • vediamo minacce anche dove non ci sono, con l’eccezione di Enrique Iglesias che è una minaccia oggettiva;
  • per motivi piuttosto singolari, ci conviene distrarci spesso.

In un quadretto così allettante, il buddismo sfiderebbe le regole della nostra mente: cominciamo a osservare da fuori le nostre emozioni, e decideremo noi quali lasciar entrare e quali no. Continuo a vederci la paranoia per cui “il desiderio è sofferenza” (letto davvero in un articolo sulla meditazione), ma oh, mi piace un sacco il principio di gestire le nostre emozioni, prima che loro gestiscano noi.

Vorrà dire che, la prossima volta che i vicini hipster omaggeranno Raffa in terrazzo, farò cinque minuti di meditazione, poi prenderò un secchio d’acqua e glielo getterò addosso.

Però l’acqua sarà tiepida.

SandwiChez se une a la revolución barista - Good2b lifestyle Barcelona &  Madrid

Ieri ho deciso di passare una domenica diversa, sopra le righe, una botta di vita: sono andata a prendermi il caffè al bar.

Ovviamente, la domenica che decido io di uscire alle dieci del mattino, si svegliano tutti con la stessa idea. Sarà che i locali notturni, per ovvi motivi, non sono ancora a pieno regime…

Vabbè, a quel punto mi sono spinta un po’ più lontano, e sono tornata sul luogo del delitto. Sarà successo anche a voi, adesso che i vaccini avanzano, di tornare in un posto che amavate prima della pandemia, e non riconoscerlo più.

Il bar in cui trascorrevo le mie domeniche, tra bozze di romanzo ed esercizi psicologici, appartiene a una catena che riesce a farsi odiare più delle altre, pure se è stata la prima a offrirmi un vero e proprio panino vegano: segno che è qui per restare.

Senza il gruppo di scrittura, senza il guru che ci usava come cavie per vedere se gli conveniva studiare psicologia (e sì, ora è in Inghilterra proprio per questo), senza neanche le signore filippine che si incontravano lì con tremila bambini al seguito, il “solito bar” è diventato un locale qualsiasi. Davanti a me c’erano solo due giovanotti al primo appuntamento, uno dei quali chiedeva una cannuccia nel suo ice latte, e commentava qualcosa sui risvoltini dell’altro. Un qualunque bar hipster a Barcellona, insomma.

A quel punto, però, non ho resistito. Intanto che mi preparavano il panino, mi sono allungata nella sala interna, alla ricerca di Xavi.

Mi sa che è arrivato il momento di ricordarvi anche che, ahem, il compagno di quarantena l’ho conosciuto proprio in quel bar. Ma facesse poco lo splendido, perché all’inizio ero indecisa tra lui e questo tipo (Xavi, appunto), che per sua fortuna ignorava le mie mire e somigliava molto alla buonanima di Jarabe de Palo, codino incluso. Di Xavi mi colpiva la gentilezza che era in grado di profondere in quelle due parole che ci scambiavano in spagnolo (ricordate bene questo dettaglio!): per esempio, si accorgeva di quando al nostro gruppo mancavano sedie, e offriva quelle del suo tavolo. Una volta, al contrario dell’hipster di cui sopra, aveva rifiutato apposta la cannuccia in un succo, e io avevo voluto interpretarlo come un gesto ecologista, anche se la cannuccia era già nel bicchiere e alla cameriera non era rimasto che buttarla.

Magari Xavi non voleva una cannuccia, e basta! È facile inventarsi storie su persone e situazioni che non conosciamo. E a volte si verifica l’effetto Sliding Doors: un dettaglio solo, una deviazione dalla storia, che finisce per cambiarci la vita.

Xavi ebbe un momento di fortuna sfacciata, di cui non sarà mai al corrente, quando lo depennai all’istante dalla mia personale lista “Apperò”. Lo incontrai per caso nella Plaça Universitat occupata da giovani studenti, nel solito autunno caldo indipendentista. Passava di lì, mi vide e si avvicinò apposta.

Ai em glad ai hev a cianz tu mit iu” esordì, in un inglese molto precario: felice di conoscerti, finalmente.

Tutt’a un tratto, ero io a non essere più tanto felice. Ma come? Dopo mesi a scambiarci convenevoli in spagnolo, mi parli inglese? Intuirete che, a Barcellona, l’idioma usato è una questione importante, e l’inglese di solito è la lingua delle distanze, del “tanto siamo diversi”. Forse lo eravamo davvero: vivere tra più posti ha il vizio di volerti far conoscere gente affine, un po’ sperduta come te, illusa di poter maneggiare le varie culture a cui è stata esposta. Non sempre è facile interagire con chi ha la fortuna di trovarsi a suo agio nella propria.

Quindi, a pelle, ho archiviato la pratica con un “NO” scritto sopra, e graziato così il povero Xavi, che magari ha vissuto in venti paesi e quella sera in strada, semplicemente, mi aveva associata agli altri del gruppo di scrittura, che di fatto parlavano tra loro in inglese: a ben vedere, dunque, non mi aveva neanche notata poi tanto, e avevo fatto tutto io!

Ve l’ho detto: la mente ama unire i punti quando non ha informazioni precise. I punti che ho tracciato quella sera mi hanno portato dritti al compagno di quarantena, e ai due romanzi (uno in bozza, un altro già inviato in giro) che ho scritto sulla nostra esperienza, ehm, allucinogena.

Questa domenica volevo sopperire almeno alla mancanza d’informazioni. Perché, in un momento in cui tutto ciò che avveniva prima sembra solenne e unico, lo diventa anche un nuovo incontro con Xavi.

E invece no: il tavolone centrale dove si riuniva il mio gruppo era sgombero, e lo era pure il tavolino accanto, senza nessuno disposto a offrirmi una sedia.

Adesso unisco i punti ancora una volta, e decido che Xavi sta bene.

Soprattutto: spero proprio che le mie attenzioni siano la minaccia più pericolosa a cui è scampato.

(Nel fermo immagine: Xavi e io, uguali sputati, in una ricostruzione attendibile di come sarebbe stata la nostra storia).

Whole Roasted Cauliflower with Tahini Sauce - Cooking Journey Blog

After the sort of winters we have had to endure recently, the spring does seem miraculous, because it has become gradually harder and harder to believe that it is actually going to happen.

George Orwell, Some Thoughts on the Common Toad

La ricerca di novità in questi giorni grigi porta a fenomeni curiosi.

Mercoledì scorso ho ordinato un pranzo a domicilio solo per me, per la prima volta in vita mia: il fatto è che questa pagina offriva nel menù del giovedì una versione vegana dello stufato di verdure in salsa d’arachidi. Erano anni che non mangiavo questo delizioso piatto africano! Quella sera ero uscita tardi per la mia passeggiata quotidiana, così avevo deciso di risolvere la cena per due (è tornato a casa il compagno di quarantena, ma sta sempre in biblioteca) lasciando in forno un altro piatto che adoro: cavolo intero arrosto! Semplice, geniale, e mai preparato prima. Quante sorpresone nella mia vita! Poi in strada mi sono ricordata: cosa c’era nel menù della mia consegna a domicilio per il giorno dopo? Lo stufato di verdure, certo, ma come antipasto? Oddio, cavolo al forno! Tagliato in tanti pezzetti da pucciare in una salsina all’aneto, ma poco cambiava.

Cioè, una volta che faccio quella vulcanica (seh) che cambia la routine, finisco per ripetermi in questo modo! Per fortuna o purtroppo, l’ultima volta avevo avuto la magnifica idea di pulire la pirofila in silicone con il detergente per i piatti, quindi il mio cavolo era quasi immangiabile, e quello a domicilio delizioso.

Utilizzo quest’aneddoto cretino per considerare il paradosso di questi giorni: quel misto di ordinarietà e novità che possiamo cercare nella primavera, dopo un anno senza viverla appieno. Come dice George Orwell in questo saggio sui rospi, la primavera sembra sempre un miracolo, e invece si ripete ogni anno, in qualsiasi circostanza.

Con in testa questo contrasto tra ordinario e straordinErio (scusate, sono vecchia, dovevo citare Arrighe), sono approdata a una certa puntata della settima stagione di Homeland… Niente paura, non vi spoilero la scena che mi ha colpito, anche perché in fondo è un riassunto del rapporto tra Carrie, la protagonista geniale e bipolare, e la sorella Maggie, una sobria dottoressa con grande senso pratico. Vi racconto solo la parte in cui Maggie confessa a sua sorella quanto la invidiasse ai tempi dell’infanzia: Carrie la sorellina brillante, tutta genio e sregolatezza. Maggie, invece, era quella quadrata, la sorella stabile. Ma la stabilità, rivendica la Maggie adulta, ha i suoi vantaggi: una casa, una famiglia, appoggio e sicurezza. La prima parte di questo discorso, che non posso raccontarvi del tutto, sembrava quasi rinfacciare a Carrie la sua singolarità, il lavoro di spia che, per Maggie, si rivelerebbe inconciliabile con una vita stabile: ascoltando mi sono chiesta se James Bond, per esempio, si sarebbe mai visto recriminare con tanta sfacciataggine di essere un disastro nella vita privata. Questo sì che è uno spoiler: manco per il cazzo. Di buono in tutta la scena c’è che Maggie rivendica la sua vita “ordinaria”, valida quanto quella straordinaria della sorella.

Ok, ma… Perché deve essere sempre un aut aut? Dai che è quasi scontato: o sei Superman, o sei Clark Kent. A incarnare entrambi c’è riuscito solo uno. A pensar male, poi, c’è da ritenere che per Maggie le donne o sono brillanti o sono stabili: alle prime tanti auguri, ma dicessero addio all’idea di una famiglia. Stando così i termini, scusate, ma mio padre chiederebbe: “È una minaccia o una promessa?”. E no, la storia di “conciliare tutto” non è una soluzione ma un ricatto morale, che di solito non coniuga brillantezza e stabilità, ma concilia un salario precario con tanto lavoro di cura gratis.

E allora, cerchiamo una reale fusione, una crasi tra ordinario e straordinario. Non guardate me per la ricetta, che non sono buona neanche a fare il cavolo al forno! Dico solo: proviamo a trovare la nostra via personale ai “miracoli che si ripetono”.

La primavera, per esempio, ci riesce benissimo.

So long as you are not actually ill, hungry, frightened or immured in a prison or a holiday camp, Spring is still Spring. 

Sempre George Orwell, quello scurnacchiato

Immagini Stock - Rami Secchi E Piante Secchi Su Sfondo Bianco. Aspetto  Vintage Retrò Aspetto Retrò Image 77670409.

Vi capita mai, in questo fiorire imperterrito di fronde che non sanno niente di pandemie, di pensare ad altri rami? Mi riferisco a certe appendici che una volta spuntavano qua e là nella nostra vita, ma che adesso non sembrano affatto fiorire, anzi: sulla loro “fecondità” nutriamo più di un dubbio.

Quando la vita segue un corso preciso, che a volte ci tracciamo noi e altre subiamo, finiamo a contatto con persone che, ben presto, si rivelano dei perfetti intrusi. Non sappiamo più che ci facciano nella nostra rubrica, o nei contatti Instagram, o dall’altra parte di un tavolino, quando addirittura capitiamo a berci insieme un caffè.

A volte sono “presenti giustificati”, nel senso che in un altro momento della nostra vita avevano tutte le ragioni per essere lì: compagne di scuola, vicini di vecchia data, gente conosciuta in periodi di transizione, o nei numerosi imprevisti che ci può riservare la nostra giornata. Altre volte boh, sono incidenti di percorso: il collega insegnante che durante il nostro tirocinio era simpatico e disponibile, e poi, se lo invitiamo al take-away in pausa pranzo, se ne esce con una battuta mica tanto scherzosa su quanto odi i cinesi.

La pandemia, dicevo altrove, mi ha insegnato le mie priorità. Una di queste è fare ciò che voglio del mio tempo, nei limiti del possibile. Il mio nuovo mondo forse è qui per restare, o magari si raggiusterà ancora alla fine di tutto. Le persone, invece, non devono restare per forza. Intendiamoci, non sto parlando di interrompere amicizie che durano da trent’anni, oppure di fare una brutta faccia alla segretaria d’ufficio che adesso vediamo solo al di là di uno schermo. Dico solo che possiamo desiderare il meglio a certa gente che non c’entra niente con la nostra vita di adesso, e allo stesso tempo desiderare di non doverci avere più tanto a che fare, che spesso sarà un sollievo per entrambi.

È opportunismo, pensarla così? A me sembra opportunista il contrario: abituarci a qualcuno è più facile che tagliarci i ponti, è un lavoro a bassa manutenzione che, però, sfianca sul lungo termine.

E poi, non si se vi capita, ma i motivi urgenti che ci spingevano a “mantenere il contatto”, i presunti benefici reciproci, non hanno quasi mai resistito alla prova della pandemia: quell’attività di volontariato faceva più bene ai senzatetto, o ai nordici annoiati che si sentivano eroi per un fine settimana? L’associazione culturale che diventa la succursale di un partito, quanto merita i nostri sforzi? La pagina goliardica sui social vale tanto sforzo di moderazione, se poi prova a lucrare sugli utenti?

Naaah.

Dai che è quasi primavera: armatevi come me di cesoie, accette virtuali, quello che ve pare. Già sapete.

Se c’è una cosa che abbiamo imparato dall’ultimo anno, o almeno credo, è l’arte di scoprire sotto quali rami conviene ripararci.

Della strage di tombini a Barcellona scriverò qui, visto che a certa gente importa più la monnezza della libertà di espressione. Poi vabbè, c’è chi perde un occhio per i proiettili sparati ad altezza d’uomo (stavolta, di donna). Ma “chissà cosa stava facendo quella lì perché succedesse”: una volta lo pensavo anch’io, finché non ho conosciuto Nicola e finché non hanno sparato a me, mentre me ne stavo spalmata contro un muro, in attesa che finisse il casino.

Ma adesso parliamo d’altro! Oggi sono in modalità imbonitrice, stile Veronika di Lucia Ocone.

(*Improbabile accento romano*) Amica del blog, amico di WordPress, amico romantico e amica decostruttrice! Oggi la tua Maria ti porta un’invenzione fresca di stampa: La camera blu! Ecco il suo ultimissimo numero, il 23 (e quale potevo coordinare, io?), curato dalla sottoscritta e da due studiose vere, che sanno di cosa parlano. Questo è tutto femminismo cotto a legna! (Tanta legna, troppa legna: chiedete un po’ alle streghe di Silvia Federici.) In questo numero analizziamo il Romanticismo: credete che ‘sti metodi di decostruzione se li semo ‘nventati noi? Seh, lallero!

Anche se… La prima parte del numero è dedicata a un Romanticismo che ci piace: una forza nuova che a partire dal XIX secolo spinge donne prima silenti a compiere imprese mai viste, almeno così de botto. Vedete un po’ che ha il coraggio di fare Enrichetta Di Lorenzo, nel primo articolo della rivista! Dimenticatevi le relazioni borghesi dell’Ottocento da avere in segreto, una volta assicurata la progenie al marito che ti ha scelto mammà. Enrichetta invece (*musica di suspense*) fugge con Carlo Pisacane! Si ribella! Si imbarca per Livorno con un’arma per togliersi la vita, se la sgamano. E poi fa il ’48, tanto per non perdersi niente. È una delle eroine dimenticate del Risorgimento italiano, quel pasticciaccio che idealizziamo assai e non guardiamo mai bene in faccia. Ma, come dice Tommasi di Lampedusa a proposito di una sua eroina ambigua: “molte dovevano essere le persone che di questo lavorio critico non furono capaci mai”.

Infatti, che è successo poi al Romanticismo? Ha perso la maiuscola ed è diventato ‘sta roba che conosciamo oggi. Come ha fatto una filosofia che ha spinto le donne a un nuovo protagonismo, che le ha convinte a ribellarsi nei limiti dell’epoca per acquistare un minimo di voce sul loro destino, a diventare una canzone di Gigi D’Alessio?

Amica, lettrice del blog, non stiamo parlando del “tubo” di Baci Perugina! Quello mangialo e “fanne salute”, come avrebbe detto mia zia (a quando la versione vegana?). La questione sono le problematicità che la coordinatrice cilena della rivista mi aveva già elencato in questa intervista, e che questo nuovo lavoro insieme cerca di approfondire. Per citare la web, i cinque articoli della rivista incentrati sull’argomento provano ad analizzare in che modo “il Romanticismo, movimento, se pur contraddittoriamente, anti-patriarcale nelle sue origini sette-ottocentesche, sia stato poi ‘normalizzato’ all’epoca delle politiche capitaliste e nazionaliste della seconda metà del XIX secolo, fino a divenire uno strumento culturale funzionale alla subordinazione delle donne, allo sfruttamento del loro lavoro di cura, e alla legittimazione della violenza maschile”.

Già, che è successo, amica del blog, amico di WordPress? Forse c’entra qualcosa il fatto che l’articolo della sottoscritta sul poliamore (scritto con uno studioso che sa di cosa parla) non abbia trovato abbastanza referenti in Italia per la peer review, finendo così in una rubrica. Il poliamore in Italia non solo è semisconosciuto come oggetto di ricerca, ma non sembra essere ben accetto, quindi approfittate della prima traduzione italiana di un’opera di Brigitte Vasallo, la studiosa catalana che parla di terrore poliamoroso. Non è un caso che la prima diffusione massiccia dell’argomento sui social sia stata opera di Freeda (madonna mia). Poi la sua portavoce è stata attaccata al punto da farsi un canale tutto suo. E non è neanche un caso che la ragazza, quando si esprime, si impappini ogni tanto con lo spagnolo: guarda un po’, questa libertà di esprimersi non l’ha appresa in Italia, al contrario di ragazze più giovani.

Insomma, amica del blog, amico di WordPress, se vuoi i Baci Perugina tieniteli. Alla tua Maria basta che ti chieda anche come mai il mitico “tubbo” di cioccolatini faccia parte di una retorica che consente che il 78% del lavoro domestico venga svolto dalle donne, contro il 32% di quello degli uomini, e il 93% del lavoro di cura sia appannaggio femminile rispetto al 69% degli uomini: non credere a me, ma all’Istat. Perché si sa, le donne sono più “romantiche”, si prendono “naturalmente” più cura degli altri e proprio non vogliono fare altro nella vita. Infatti quel 98% di donne, tra le persone che hanno perso il lavoro per la pandemia, lo ha vissuto di sicuro come una liberazione, e non c’entra la disparità di stipendi o il soffitto di cristallo, o il pavimento appiccicoso. Ma, a leggere i giornali e il modo in cui raccontano i femminicidi, quasi quasi queste neo-disoccupate devono ringraziare che un povero marito depresso non abbia fatto piazza pulita di loro e della prole: vedi le indagini di Pina Lalli, e del “romanticismo della violenza“.

Quindi, amica del blog, amico di WordPress, buona lettura!

Sono sicura che capirai.

(La vera Veronika, che presto presenterà il numero in televendita)

Risultato immagini per dodo gioielli belen

Così di botto, senza senso, fuori al Corte Inglés c’è una foto di Belén Rodríguez, che in Italia è solo Belén e qui ha centocinquantamila omonime, alcune molto più famose di lei.

Fa strano vedere la soubrette argentina in un angolo così “elegante” della mia vita, tanto elegante che l’ho ribattezzato “i bidoni del piscio”. Il fatto è che, a pochi passi dalla vetrina, i contenitori per la raccolta differenziata esercitano anche la funzione di bagni pubblici, visto che la toilette più vicina si trova direttamente in Avinguda de la Catedral. E guai se c’è maretta, o una manifestazione in vista: la polizia fa togliere i bidoni nel raggio di mezzo chilometro, e allora o vai in pellegrinaggio in altri quartieri, o cedi almeno il vetro agli amici ribelli che vogliono farci le barricate (e a me fa ancora un po’ impressione, la cosa).

Insomma, quello è un angolino del mio mondo e della mia vita in cui non mi sarei mai aspettata di trovare, così di botto e senza senso, un idolo della cultura pop italiana. Peraltro, la Belén “nazionale” era sul cartellone pubblicitario della DoDo, che come marca di gioielli mi era ignota: a quel punto, siccome il volto non era familiare alle passanti, poteva sembrare una marca “per signore”, come tutti i brenddd che esibiscono volti di donne maggiori di ventun anni (si sa, dai ventiquattro in poi siamo tutte tardone!).

Insomma, Belén decontestualizzata e sconosciuta, così di botto e senza senso, mi ha fatto sorridere e riflettere sui contrasti, e sulle sorprese di questa Barcellona tutta chiusa dal confinamiento: nel doppio senso di chiusa in sé stessa e chiusa al pubblico, visto che nel fine settimana non ci si può spostare tra i comuni.

Quello tra una Belén anonima e i bidoni del piscio non è stato l’unico contrasto curioso, negli ultimi tempi: mentre passeggiavo per il Gotico, così di botto e senza senso, è esploso un coro neanche tanto stonato che si esibiva in una versione a fronna ‘e limone de La Bamba. E io pensavo subito ai soliti Erasmus italiani, che magari scaldavano l’ugola in preparazione del consueto Faccela vede’, Faccela tocca’, mentre due emigranti latini di passaggio si chiedevano se in giro non ci fosse una festa di messicani.

Poco dopo, mentre mi perdevo alla ricerca di una gelateria italiana su cui circolano varie leggende (tipo che la gestirebbe un’ex pornostar), di italiano ho trovato solo Puccini, anzi, Rodolfo e Mimì, che duettavano per l’occasione: il tenore che si esibisce fuori alla Casa de l’Ardiaca aveva una collega soprano ad accompagnarlo, e non riuscivo a capire se fosse una passante, o un’altra finita a cantare in strada per la chiusura dei teatri. Allora ho pensato: da quanto tempo è morto, Puccini? Tra un po’ fanno cent’anni. Eppure ecco spuntare la sua Mimì in un angolino (senza bidoni) del Gotico, tranquilla e lieta come sempre. Scusate, mi è entrato un moscerino nell’occhio. E sono pure vegana, quindi cercherò di rianimarlo.

L’ultimo contrasto è serio, mi è capitato ieri mattina: una domenica iniziata presto, ma troppo pigra per farci qualcosa di buono. Tanto valeva finire di leggere, con venticinque anni di ritardo, I sommersi e i salvati: così imparavo il tedesco con Primo Levi… Inutile dire che preferisco le storielle che mi insegna Duolingo, e se ripenso al tedesco che imparo da Levi i moscerini diventano due. Però all’improvviso, così di botto, leggo nella luce fioca dell’e-reader il nome di Goethe. Goethe lì? In una pagina che parla di baracche, selezioni, e dell’assurdo rituale di rifarsi un letto tutto legno e spigoli? Sì, era proprio Goethe. Levi lo nomina con l’ironia che tira fuori ogni tanto, per precisare che il grande scrittore non avrebbe capito tanto il concetto di “controllatore di letti rifatti”: un prigioniero munito di cordino di precisione, che si vedeva assegnare questa mansione con un termine tedesco coniato ad hoc.

Ora vi confesso una cosa: da ragazzina schifavo Goethe e le sue affinità elettive. Però quel nome, schiaffato tra le descrizioni di materassi ripieni di trucioli e coperte sozze, mi ha portata subito altrove. Mi è parso di respirare l’aria del parco in costruzione di Eduard e Charlotte, e pure ho intravisto Ottilie che ci passeggiava: bella come Irma Grese, ma umana, molto umana (pure troppo).

Ed è facile scivolare nella retorica su queste cose, che poi arrivano sciami di moscerini e gli occhi sono fottuti. Ma davvero, in questo 2021 fatto di silenzio e saracinesche abbassate, e passanti con una pezzuola blu al posto della bocca, e volti familiari che sono diventati voci al telefono, in questo mondo strano che pure viviamo, è confortante vedere che una volta, sì, c’era il “controllatore di letti rifatti”, ma c’era pure Goethe, e Goethe non è mancato mai. Anzi, ricompare all’improvviso, così di botto e senza senso.

E allora, come si dice: finché c’è Goethe c’è speranza.

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Il teatro del crimine: gente che passeggia sulla Rambla, mantenendo le distanze!

Il nuovo anno si è preannunciato col botto fin dai suoni strani che provenivano dalla tromba dell’ascensore. Riti orgiastici di oscura tradizione, perfetti per questo nuovo mondo alla rovescia e scanditi da orazioni il cui senso mi era ignoto:

“Oh le le, oh la la / faccela vede’ / faccela tocca’!”

Che belli, i miei nuovi vicini italiani: per niente vistosi, rumorosi o rispondenti alla macchietta che tanto onore ci fa nel mondo. Ho risposto all’antico richiamo con altrettante formule, rivolte in particolare ai loro antepassati: ma a questo punto le mie parole sono risultate ostiche all’ex compagno di quarantena. D’altronde, a proposito di riti insoliti, lui per l’occasione mi ha regalato una pianta: il famoso regalo di fine anno! Una piantina grassa, che simboleggerebbe la prosperità. Mi ha fatto piacere avere un regalo così insolito, quando meno me l’aspettavo.

Al momento del conto alla rovescia, però, ero sola e in preda al panico, e non stavo contando per i motivi che credete. Avevo una missione speciale. Dovevo mandare a mezzanotte precisa un manoscritto a questa agenzia letteraria, che, in perfetta sintonia con questa fine anno un po’ misterica che mi è toccata, accetta solo i primi tre manoscritti mandati il primo di ogni mese a partire dalla mezzanotte. Pensavano di essersi liberati di me solo perché era Capodanno? D’altronde mi hanno commossa perché, stando al loro web, rispondono alle missive solo se interessati alla proposta editoriale, e nel mio caso si sono presi sette mesi solo per farmi sapere che non erano interessati! Però mandassi pure altra roba, mi hanno incoraggiata: i poveretti non sapevano che li avrei presi alla lettera.

Quando spedisco un nuovo manoscritto, cioè ogni mese, di solito premo “Invio” alle 23:59:59, ma questa volta volevo andare anche a sentire le campanadas, o almeno sorprendere ancora qualcuno a strozzarsi con i dodici chicchi d’uva del rituale iberico: uno per ogni rintocco, sempre per buon augurio. Così, quando ormai avevo già la mail pronta, ma anche la mascherina sul mento e il cappotto canadese su una spalla sola, col tempismo delle 23.57 ho pensato di fare pipì, dopo che col compagno di quarantena mi ero concessa ben tre dita di cava per brindare (e dunque, per i miei standard, ero prossima al coma etilico). Non torno in salone giusto alle 23.59? E nel panico non sono riuscita ad attivare sul cellulare la conta dei secondi! Quale impedita non riesce a innescare un conto alla rovescia a Capodanno? Insomma, ho mandato il manoscritto verso le 00:00:10, in ritardo rispetto agli altri sfigati che stavano passando il primo dell’anno nello stesso modo. Peccato: qualche secondo prima e avrei certo innescato la reazione a catena che mi avrebbe portata al Nobel!

Ma tanto ero in ritardo pure per le campanadas: la gente radunata in Plaça Catalunya, pochetti e distanziati, stava semplicemente bevendo del cava. Meno male che, invece, ero arrivata in tempo per farmi investire sulla Rambla dalla Guardia Urbana!

Perché all’improvviso, mentre mi concedevo un’ultima passeggiata prima del coprifuoco all’una, ho visto tre volanti, tra cui una camionetta, irrompere a velocità supersonica e dividersi proprio sulla Rambla, mentre io pensavo bene di tornare indietro. La camionetta, però, mi si è messa alle costole facendosi un tour panoramico del noto boulevard barcellonese: solo che lo ha fatto a una velocità che Hamilton scansati. Poi si è piantata lì, tra i passanti esterrefatti che non stavano facendo niente, e ha pensato bene di scendere dalla Rambla in direzione di Plaça Catalunya, tagliando la strada a un taxi che sopraggiungeva. Scusate, non sono abituata a queste situazioni: sono bianca. A ben vedere, ero tra le poche bianche in quel momento sulla Rambla, e l’unica da sola, a parte una che attraversava in fretta. Che fosse un falso allarme? O era un metodo mooolto originale per evitare assembramenti? Non lo sapremo mai. Posso solo dire che credevo che gli investimenti risolvessero il problema dell’occupazione, mica quello dell’affollamento! Ma si vede che in questo mondo alla rovescia bisogna essere creativi. Non mi sembra una grande novità di inizio anno, invece, il fatto che le uniche persone che in quel momento attentassero alla mia salute non erano i “terribili immigrati” che mi circondavano.

A quel punto ho guardato l’orologio di un palazzo modernista che di solito ignoro (il palazzo, dico) e stavolta mi è sembrato bellissimo, così chiuso e deserto: era mezzanotte e un quarto, e già avevo rischiato la vita!

E dire che l’anno appena passato mi ha insegnato, per i motivi sbagliati, a essere la giusta me stessa: forte per forza, orsa per vocazione, strega per ammore.

Chissà quali macumbe dovremo mettere in atto ancora in questo nuovo anno col mondo alla rovescia.

Per il momento, arripigliamoci dal cava, o champagne, o spumante.

Per arripigliarsi e basta c’è tempo. Buon anno!

(… prospero año y felicidad!)

Jean Claude e Madre a Natale | Natale

Giuro che questo Natale non vi ho secciato io.

(Per chi ci segue da fuori Napoli: non sono stata io a portarvi sfiga.)

È vero, la mia aridità quando si parla delle feste è notoria e profonda, e neanche originale: siamo un po’ di noi a chiederci perché dobbiamo spendere un capitale in biglietti aerei e regali inutili per sentirci dire da zia Genoveffa che “Non capiamo niente della vita perché non siamo madri” (e a casa ancora non capiscono perché me la prenda tanto). Possiamo fare la stessa cosa un week-end di novembre, o in uno dei numerosi ponti della stagione autunnale, senza svenarci o scoprire che, paradossalmente, gli amici che volevamo vedere sono più impegnati ora che sono in ferie.

Ma tanto che ve lo dico a fare: quest’anno il Natale lo passerò a modo mio. Con una persona cara (una), preparando piatti vegani senza dover “cucinare a parte”, andando a dormire all’ora che mi va. Per l’occasione ho messo perfino una candela sul tavolo! Gli elfi di Babbo Natale ringraziano commossi per lo sforzo.

In tutto questo, riflettevo su due concetti. Uno si afferma da poco, un altro boh, spero di non inventarmelo io.

Il primo è amatonormatività: che etimologicamente fa schifo, ma, come dice la persona che trascorrerà la vigilia con me stasera, nei paesi in cui potremmo coniare neologismi decenti dal greco o dal latino stiamo ancora a discettare di aborto libero. È l’idea per cui la specie umana è naturalmente portata ad avere relazioni sentimentali, e già che si trova ad avercele monogame ed eterne (almeno nelle intenzioni iniziali). Ormai non sto più a dirvi che sempre più gente nel mondo commenta: “Ma anche no!”. Vi informo piuttosto che ci sono delle persone che non sperimentano neanche l’attrazione sessuale, e altre che non s’innamorano (semplificando il concetto). Certo, in Italia abbiamo rimosso la “A” dal collettivo LGBTQIA+, infatti di solito diciamo solo LGBT+, e il problema di includere gli aromantici e gli asessuali in un paese cattolico è che una delle priorità è ancora la lotta alla repressione e al moralismo, come ci ha insegnato la triste vicenda della maestra di Torino.

Beh, però che libertà vogliamo, allora? Parte della libertà sessuale o amorosa consiste anche nell’essere liberi di evitare le relazioni, se non ci vanno. Altrimenti, appunto, il nostro modo di relazionarci con qualcuno diventa una costrizione, un compitino da svolgere per dirci che siamo normali.

Vorrei partire da questo concetto per mandare un messaggio a un grande, anzi al più grande: Aristotele. E lo farò allo stile della mai dimenticata Mariarca (*prende fiato*): “ARISTOTELEEE! ‘E schiatta’! Ma che sei andato dicendo alla corte di Alessandro Magno? Che l’uomo è un animale sociale? Vattenne, che non è che perché sei peripatetico tu dobbiamo esserlo tutti quanti!”.

No, scherzacci a parte (e sex work is work): sono stata la prima, fin dall’inizio, a dire che ci salviamo solo insieme. Se non ci diamo una mano è la fine, e della storia dell’animale sociale accetto volentieri la solidarietà, la connessione con altri individui. Ma, come la lotta alla repressione sessuale non deve discriminare chi non prova impulsi sessuali, la lotta all’individualismo non comporta che le persone che adorano trascorrere mooolto tempo da sole (come me, anche se non mi credete) debbano per forza essere represse o traumatizzate, oppure “orse” e basta. Se mi piazzate in un festone di venticinquemila persone mi metto a ballare tanto e così male che vorrete fingere di non conoscermi. Invece, se questo Natale tocca restarmene nella mia stanza, con un buon libro e un po’ di musica, mi va bene anche così.

Ecco, magari questo. Che sia un Natale in cui, come sommo regalo, impariamo in paranza a ricordarci qual è il vero obiettivo: stare bene. Questo non vuol dire negare la tristezza che ci possa assalire in circostanze come questa della pandemia, né vuol essere un insulto per chi questo Natale piange una persona cara, un lavoro perduto, la prospettiva di rimandare di nuovo la realizzazione dei propri desideri. Allora aggiungo: l’obiettivo è star bene, se possiamo.

E a volte possiamo star bene solo se accettiamo che succederà in circostanze diverse da quelle che avremmo previsto, o auspicato per noi. L’esperienza m’insegna (*le spunta un cappello rosso in testa e le nevica in casa*) che questa è la via più breve per trovare cosa ci serve davvero, ed essere felici.

Buone feste.

(Io come Madre.)