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Comprar Red Flags

Ma non quelle che pensate voi.

Non vi stupirà scoprire (se non lo sapevate ancora) che le red flags inglesi hanno poco a che vedere con la politica. Come le bandiere rosse del divieto di balneazione, sono i segnali che ci svettano nella testolina quando una persona va evitata: tipo “una frase sciocca, un volgare doppio senso”, o almeno così cantava uno. Di solito l’espressione si riferisce alle relazioni in fieri, ma io la uso pure per scegliermi l’idraulico.

Le “bandiere rosse” rivelano il nostro strano rapporto con passato e futuro. Ci flagelliamo su ciò che abbiamo fatto male, ma non ci beiamo dei fossi scansati. Adesso direte: che ne sappiamo di come sarebbe andata? Qui vi volevo! Ci sembra intelligente il catastrofismo irrazionale, ma non una valutazione ottimista sui disastri che abbiamo evitato.

L’altro giorno mi ha scritto un amico da Milano: sai chi ho in azienda, come nuova arrivata? Il nome non mi diceva niente, poi ho ricordato: l’alloro in bocca! Due anni fa, una tizia atterrata da poco a Barcellona mi aveva chiesto consigli su come muoversi. L’avevo inserita in un gruppo di cucina italiana, e lei aveva montato una polemica con una poveraccia, rea di non mettere l’alloro in non so che piatto. “Noi della Campania Felix troviamo alloro un po’ dappertutto”. Come no: in Campania il mattino ha l’alloro in bocca. Scusate, eh: cent’anni fa, nel mio paesone, circolavano i tram.

Ma non è tutto alloro quello che luccica (ok, la smetto): c’è anche l’olio. I suoi nonni, si beava la tipa, avevano un frantoio secolare. Ce l’avete, voi, il frantoio secolare? Non siete nessuno. La tipa mi aveva chiesto di prenderci un caffè. Uno autentico, ovviamente. Purtroppo, proprio quella sera, dovevo asciugare gli scogli della Barceloneta. No, sul serio: mi mancava proprio l’energia per conoscere una che, per sentirsi più sicura come straniera, avesse bisogno di avvolgersi nella bandiera col giglio borbonico.

Non ero andata troppo lontano dalla realtà.

“È un personaggio particolare” ha esitato l’amico che la teneva in ufficio. In pratica, era una verruca sul popò. “Sai? Credo sia indipendentista.”

“Catalana?”

“No. Delle due Sicilie.”

“Auguri.”

Perché io coi neoborbonici ci parlo, specie se partiamo dal punto comune che la storia, così come veniva insegnata fino a pochi anni fa, vada decostruita. Poi fuggo a gambe levate dall’ingegnere paesano che mi chiede il numero dopo un nanosecondo e vuole insegnare la storia a me, che ho la laurea specialistica (ma “il mondo accademico è complice nell’inganno”). Ed è uno che ho incontrato per caso. Figuriamoci se frequento apposta una che sembra la versione non divertente di Casa Surace (dunque, sembra Casa Surace).

Sì, i miei sono pregiudizi. Ed esperienza, anche. Una volta mi sono fatta entrare in casa (letteralmente) una tizia francese che prometteva grane, ma mi ero data della paranoica per pensarlo. Questa fingeva di capire come collegarsi a Internet (non c’era ancora il wifi) e poi mi esauriva il credito. Faceva irruzione nel cesso di casa e richiedeva un’ambulanza: quando si faceva le canne diventava paranoica. Se n’è andata con tre mesi di ritardo, facendo scappare potenziali inquilini. Avevo previsto tutto: mi mancavano solo i dettagli.

Sono sicura che vi è successo lo stesso. E sono sicura che anche voi sapete scostarvi il prosciutto dagli occhi, per riconoscere le “bandiere rosse”.

A volte, non sempre ma a volte, conviene fidarci di noi.

SandwiChez se une a la revolución barista - Good2b lifestyle Barcelona &  Madrid

Ieri ho deciso di passare una domenica diversa, sopra le righe, una botta di vita: sono andata a prendermi il caffè al bar.

Ovviamente, la domenica che decido io di uscire alle dieci del mattino, si svegliano tutti con la stessa idea. Sarà che i locali notturni, per ovvi motivi, non sono ancora a pieno regime…

Vabbè, a quel punto mi sono spinta un po’ più lontano, e sono tornata sul luogo del delitto. Sarà successo anche a voi, adesso che i vaccini avanzano, di tornare in un posto che amavate prima della pandemia, e non riconoscerlo più.

Il bar in cui trascorrevo le mie domeniche, tra bozze di romanzo ed esercizi psicologici, appartiene a una catena che riesce a farsi odiare più delle altre, pure se è stata la prima a offrirmi un vero e proprio panino vegano: segno che è qui per restare.

Senza il gruppo di scrittura, senza il guru che ci usava come cavie per vedere se gli conveniva studiare psicologia (e sì, ora è in Inghilterra proprio per questo), senza neanche le signore filippine che si incontravano lì con tremila bambini al seguito, il “solito bar” è diventato un locale qualsiasi. Davanti a me c’erano solo due giovanotti al primo appuntamento, uno dei quali chiedeva una cannuccia nel suo ice latte, e commentava qualcosa sui risvoltini dell’altro. Un qualunque bar hipster a Barcellona, insomma.

A quel punto, però, non ho resistito. Intanto che mi preparavano il panino, mi sono allungata nella sala interna, alla ricerca di Xavi.

Mi sa che è arrivato il momento di ricordarvi anche che, ahem, il compagno di quarantena l’ho conosciuto proprio in quel bar. Ma facesse poco lo splendido, perché all’inizio ero indecisa tra lui e questo tipo (Xavi, appunto), che per sua fortuna ignorava le mie mire e somigliava molto alla buonanima di Jarabe de Palo, codino incluso. Di Xavi mi colpiva la gentilezza che era in grado di profondere in quelle due parole che ci scambiavano in spagnolo (ricordate bene questo dettaglio!): per esempio, si accorgeva di quando al nostro gruppo mancavano sedie, e offriva quelle del suo tavolo. Una volta, al contrario dell’hipster di cui sopra, aveva rifiutato apposta la cannuccia in un succo, e io avevo voluto interpretarlo come un gesto ecologista, anche se la cannuccia era già nel bicchiere e alla cameriera non era rimasto che buttarla.

Magari Xavi non voleva una cannuccia, e basta! È facile inventarsi storie su persone e situazioni che non conosciamo. E a volte si verifica l’effetto Sliding Doors: un dettaglio solo, una deviazione dalla storia, che finisce per cambiarci la vita.

Xavi ebbe un momento di fortuna sfacciata, di cui non sarà mai al corrente, quando lo depennai all’istante dalla mia personale lista “Apperò”. Lo incontrai per caso nella Plaça Universitat occupata da giovani studenti, nel solito autunno caldo indipendentista. Passava di lì, mi vide e si avvicinò apposta.

Ai em glad ai hev a cianz tu mit iu” esordì, in un inglese molto precario: felice di conoscerti, finalmente.

Tutt’a un tratto, ero io a non essere più tanto felice. Ma come? Dopo mesi a scambiarci convenevoli in spagnolo, mi parli inglese? Intuirete che, a Barcellona, l’idioma usato è una questione importante, e l’inglese di solito è la lingua delle distanze, del “tanto siamo diversi”. Forse lo eravamo davvero: vivere tra più posti ha il vizio di volerti far conoscere gente affine, un po’ sperduta come te, illusa di poter maneggiare le varie culture a cui è stata esposta. Non sempre è facile interagire con chi ha la fortuna di trovarsi a suo agio nella propria.

Quindi, a pelle, ho archiviato la pratica con un “NO” scritto sopra, e graziato così il povero Xavi, che magari ha vissuto in venti paesi e quella sera in strada, semplicemente, mi aveva associata agli altri del gruppo di scrittura, che di fatto parlavano tra loro in inglese: a ben vedere, dunque, non mi aveva neanche notata poi tanto, e avevo fatto tutto io!

Ve l’ho detto: la mente ama unire i punti quando non ha informazioni precise. I punti che ho tracciato quella sera mi hanno portato dritti al compagno di quarantena, e ai due romanzi (uno in bozza, un altro già inviato in giro) che ho scritto sulla nostra esperienza, ehm, allucinogena.

Questa domenica volevo sopperire almeno alla mancanza d’informazioni. Perché, in un momento in cui tutto ciò che avveniva prima sembra solenne e unico, lo diventa anche un nuovo incontro con Xavi.

E invece no: il tavolone centrale dove si riuniva il mio gruppo era sgombero, e lo era pure il tavolino accanto, senza nessuno disposto a offrirmi una sedia.

Adesso unisco i punti ancora una volta, e decido che Xavi sta bene.

Soprattutto: spero proprio che le mie attenzioni siano la minaccia più pericolosa a cui è scampato.

(Nel fermo immagine: Xavi e io, uguali sputati, in una ricostruzione attendibile di come sarebbe stata la nostra storia).

Polyamory Is Growing—And We Need To Get Serious About It – Quillette

Ah, ma non vi ho detto tutto, di quella volta.

Quando vi ho raccontato della prima fiera vegana dall’inizio della pandemia, sono stata imprecisa: il gruppo che mi aspettava lì non era esattamente una comitiva.

C’era il mio ex, e fin qui tutto bene. Andare d’accordo con l’ex comincia a non essere una rarità perfino in Italia.

C’era anche una nuova compagna del mio ex, e anche qui, andare d’accordo con l’ex passa pure per accettare le sue nuove relazioni.

Con loro c’era, però, la convivente della compagna del mio ex. Non la coinquilina: la convivente. Questa convivente e il mio ex non sono gli unici vincoli affettivi della compagna del mio ex. D’altronde, il mio ex non ha solo quella compagna. Se state pensando a scenari da harem e ammucchiate senza fine, ricredetevi: i vincoli in questione sono in rapporto 1:1, così come ve li ho descritti, e da monogama di fatto trovo pure che sia una faticaccia mantenerli, come spiego in questa serie di post sul poliamore.

Perché vi dico tutto questo, adesso? Perché, in quel momento, non capivo che quella situazione (un gruppo di persone adulte che scherzavano tra loro a una fiera), sarebbe stata quantomeno curiosa nel posto in cui sono nata. Anche se le cose stanno cambiando perfino lì.

Che tutto ciò potesse essere “strano”, me ne sono ricordata solo quando è arrivata l’ora di salutarci per andare a casa: a quel punto, mentre il mio ex e la compagna erano tutti picci picci, e occhi a cuoricino, la timidezza della convivente nel chiacchierare con me mi ha ricordato quelle festicciole al liceo, in cui io e un’altra malcapitata reggevamo il moccolo a una qualche coppietta formatasi da poco. Quella situazione così familiare e aneddotica mi aveva ricordato, per contrasto, la singolarità di quest’altra situazione.

In realtà, all’inizio ero scettica anch’io sui risvolti del poliamore. Poi li ho visti coi miei occhi, e sembrano la cosa più tranquilla del mondo.

Ecco, ho la sensazione che succeda con tutto. Perfino l’italica ostilità per i vegani diventa più ragionevole quando, invece di pensare a un fantomatico tizio che mangia erba e “impone agli altri le sue scelte” (ma dove?) i miei amici ricordano me che, da ‘O cerriglio a Piazza Dante, chiedo se la pizza fritta me la possono fare solo con le scarole. E allora il pizzaiolo scopre che si sottovalutava, perché il risultato è divino, e il resto della comitiva si mette pure ad assaggiare!

E non finisce qui! Questo video spiega che il “matrimonio gay”, negli USA, era considerato un tabù finché non si era passati dal discutere un’idea astratta al vedere in TV, e in giro, sempre più coppie LGBTQIA+. Così la sensibilità delle persone era cambiata in tempi record.

Quando un’idea che ci sembra campata in aria assume fattezze umane, e anzi, adotta un volto familiare, ci è tutto più chiaro. Non importa se quel tipo di relazione, quella filosofia di vita ci riguardi o meno in prima persona: ci è molto più difficile respingerla a priori come se fosse una stronzata megagalattica. Viene meno l’elemento più importante perché il pregiudizio resti in piedi: l’ignoranza dei fatti.

Scongiurata quella, il resto è una passeggiata alla fiera.

(Questa canzone è strepitosa!)

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All’inizio eravamo solo fidanzati. Che volete, certe cose non si capiscono subito. A volte il destino ti fa fare giri inaspettati, prima di portarti alle mete che contano.

Il guaio era che venivamo entrambi da due relazioni mai nate, e ci eravamo lasciati depistare da quella caratteristica comune, che avevamo risolto con un semplice amore. Però, col tempo, c’eravamo resi conto che mancava qualcosa. Che poteva esserci molto di più della convivenza che avevamo iniziato, dei progetti di famiglia, dell’idea di comprare una casa… Provavamo ancora a ingannarci, perché a volte i sentimenti fanno paura, e allora ti racconti tante di quelle bugie, pur di non affrontarli.

Fu lui a prendere il coraggio a due mani: inutile far finta di nulla per non rovinare il rapporto. La nostra, santi numi, era amicizia! Fu l’inizio del sogno.

Adesso ci vediamo un paio di volte a settimana, e ci divertiamo tantissimo! Quando non cuciniamo (il bastardo fa risotti buonissimi), lui prende piatti da asporto in un locale che gli piace vicino casa mia, e ascoltiamo del reggae atroce che conosce solo lui, anche se ogni tanto gli piazzo a tradimento gli Smiths. A volte guardiamo qualche film, anche se devo stare attenta. Gli piace tantissimo il cinema basco, quello surreale in cui a un certo punto appare il diavolo, o addirittura un’attrice si presenta con una frangetta tagliata dritta: filmare un’acconciatura che fosse in voga meno di vent’anni fa è chiedere troppo, ma lui non vuole ammetterlo, e magari litighiamo e scatta una battaglia di cuscini. Il mio compagno ci sente da camera sua e si chiede se ci stiamo scannando, ma capisce che certe cose seguono un loro ordine naturale, e non c’è paragone tra l’amicizia e l’amore! Voglio dire, qual è il sentimento che dura di più, che cambia la vita, che ti accompagna per sempre? Appunto. Lo diceva anche Platone, nel mito degli amici squartati a metà. Mi meraviglio che, su quello, non ci abbiano ancora girato su un film basco!

E sì, scusate, avrei dovuto specificare nel titolo che per “storia” intendevo storia d’amicizia, ma tanto nel linguaggio comune le storie quello sono, no? D’altronde, se è così un motivo ci sarà.

(Vi abbiamo trasmesso: “Se parlassimo dell’amicizia come facciamo con l’amore romantico“.

Per i miti legati all’amore romantico, tra cui quello pericoloso che “ci si completa a vicenda”, cliccate qui e soprattutto qui.

Per un articolo – mio e di un amico! – che si occupa della gerarchizzazione dei rapporti insita nelle relazioni attuali, cliccate qui.

E adesso andate a casa dei vostri amici, delle vostre amiche, fate loro una carezza, e dite pure che questa carezza gliela manda il basilico!)

The End Handwritten On Old Vintage Paper Stock Photo - Download Image Now -  iStock

Bella, eh, la Pasqua di Ricomincio da capo? L’anno scorso aveva quasi una sua nobiltà, il restare chiusi in casa ma “vicini col cuore”, cantando dai balconi che ci saremmo abbracciati presto (quando non si cantava l’inno italiano anche a Napoli!). Adesso, come suggerisce il buon Zerocalcare, è la ripetizione che fa strano.

Cioè, le storie sono strane per conto loro, spesso e volentieri, specie quando sono tristi o angoscianti come quelle dell’ultimo anno. Però, mentre guardo il plotoncino di conterrOnei che hanno sfidato la zona rossa per farsi Pasqua proprio sotto casa mia, ripenso a un ragionamento che faccio da tempo.

Dove finisce una storia? E mi riferisco a una storia di qualsiasi tipo. C’è l’evento principale, che so: io che prendo una multa. Quello di solito è fatto e finito, e lo subiamo, nel bene e nel male, anche quando siamo noi a provocarlo: non controlliamo che una piccola parte della situazione. La storia della multa può finire con me che la straccio, e dieci anni dopo ne sto ancora a pagare le conseguenze. Oppure con me che vado dall’amico avvocato, che per evitarmela si fa invitare a cena per il resto dei suoi giorni, e a quel punto era meglio pagarla. Oppure con me che vado alla posta a pagare la multa, e incontro un’amica d’infanzia che adesso insegna presso un carcere minorile, così tra noi inizia una collaborazione fantastica… Quand’è che do la storia per finita, e su quale dei finali mi voglio concentrare?

È per questo che non arrivo mai a terminare un manoscritto, e l’anno scorso proponevo correzioni anche quando il libro era in stampa!

Non so mai quando finisce una storia, quando è il caso di dare per concluso l’evento in sé (e di solito è facile) insieme a tutte le sue conseguenze (e quest’ultima è un’operazione difficilissima, se consideriamo quanto tutto sia collegato e quanto durino certe conseguenze nel tempo). Allora, con le storie che finiscono male o promettono di farlo ho questo mio metodo, che a volte diventa un po’ una mania, ma di solito funziona: non la faccio finire lì. Ciò non significa ripudiare il “lasciala andare come va” di una Irene Grandi d’annata, ma comporta piuttosto la determinazione a tirarci su qualcosa di buono.

Questa crisi per me devastante, che mi fece entrare per qualche mese in un paio di jeans taglia 38 (miracolo!), poteva finire col tizio che mi mollava senza dirmelo per una che, sapevo già, sarebbe durata tre mesi (e no, la cosa non mi consolava affatto). Ma è stata per me l’occasione per dare una svolta alla mia vita, che mi cambiasse sul serio in meglio. Ancora oggi, più di sette anni dopo, sto pensando di usare in qualche modo le conoscenze che ho acquisito in quel periodo di crescita, magari sistemando un’antica bozza di manuale di self-help per impedite come me, o diventando la figura professionale che manca al mondo: la counsellor cinica. Eh, lo so, già vi vedo a dire: “Non ci serve niente, grazie!”, oppure “Stavamo scarsi!”. Però io sarei quella che non ti vende la stronzata che volere è potere, ma ti cita Camus e ti ricorda che la vita probabilmente non ha senso, tanto vale che gliene trovi uno tu. Lo so, avrò clienti a frotte! E le amiche psicologhe, spesso private dal counselling di pazienti che avrebbero bisogno solo di “uno bravo”, dormiranno sonni tranquilli. Scherzi a parte, visto che sono finita a parlare come sempre di storie d’ammmore, dove potrei far finire le mie? Al preciso momento in cui voglio ridurre il mio ex a polvere di stelle, e spedirlo su Marte a cercare acqua? Oppure a quando risolvo i nostri conflitti interni e torno a sentirlo ogni tanto? O a quando, finalmente più tranquilli, riusciamo a diventare anche amici sul serio? Con alcuni mi sono fermata al primo stadio, con altri al secondo. Il terzo è complicato e richiede molte energie, spesso non ne vale la pena: quando succede, però, è fantastico. Oh, il nostro tempo è solo nostro, possiamo lavorare a un numero limitato di cose alla volta. Che siano quelle buone!

Quindi, vi chiedo: dove finiscono le vostre storie? Familiari, lavorative… di ogni tipo. Se terminano con l’evento in sé, amen, gente, a volte bisogna solo mettere il punto, e magari a voi riesce meglio che a me. Ma provate il mio gioco: far finire una storia quando ne avrete ricavato qualcosa di veramente buono.

Ricordo ancora la madre che, al mio paese, perse il figlio in un modo assurdo e terribile, e anche se aveva tutto il diritto di starsene in casa a maledire il mondo fino alla fine dei suoi giorni, intitolò al ragazzo un premio culturale. Una volta, una ragazza ormai prossima alla trentina si beneficiò di questo premio, e tornò ad avere un po’ di speranza nell’umanità.

E la storia continua.

4 Truths You Need To Know About 'Sale' Items

Sono spacciata. M’ero dimenticata che qui a Barcellona la ricorrenza più importante è l’arrivo dei Magi: in molte case i regali si fanno il 6 gennaio, più che il 25 dicembre. Ergo, sono spacciata. Fuori casa ho le file che si snodano per cento metri, per comprare indumenti da grande magazzino che dureranno un anno esatto, oppure oggetti di elettronica che, comunque, tra un anno verranno sostituiti dalla nuova versione. Poi cominceranno i saldi.

Quanto a quelli, però, non ci serve niente, grazie: vengo già scontata. Nel senso che, specie durante le feste, il mio parco amici mi dà spesso per tale, tra allarmi rossi e appuntamenti annullati!

E vi assicuro che mi sento lusingata, in un certo senso: vuol dire che, scontata o meno, vengo percepita come un prodotto di qualità. Una… solida realtà, direbbe quella di Immobildream! Sono scontata nel senso che mi sono accorta che, nel “casa mia o casa tua” che quest’anno accompagnava non appuntamenti galanti, ma feste molto casalinghe da passare con famiglie meno tradizionali, quello con me era un incontro che si poteva “rimandare in un altro momento”, se un’urgenza chiamava altrove. Ribadisco: è una cosa buona almeno in un aspetto. La mia famiglia d’adozione mi percepisce come una roccia (e questo particolare la dice lunga sulla solidità degli altri membri…) e quindi sa che sarò ragionevole se una vicina dei diretti interessati ha la mamma col covid e vorrebbe sostegno proprio in Nochevieja (cioè, il 31), o se l’amica che voleva passeggiare a caccia di luminarie carine decide di avere troppo freddo per arrischiarsi a mettere il naso fuori.

Soprattutto, sanno tutti che io sono un’orsa, che è un modo divertente di porre la cosa: un altro più realistico (spero) è che me ne sto molto bene per conto mio. Quindi, se mi salta un appuntamento oppure ho passato un pomeriggio a sostenere un’amica in crisi, mi faccio due risate con l’horror paesano di Alex de la Iglesia e mi sento bene di nuovo.

Sì, il mio status di “persona scontata nella vita dei miei affetti” è una lusinga, ma allo stesso tempo è allarmante. Non tanto per me (che appunto so’ orsa) ma per gli affetti. Innanzitutto, perché dà ancora un’idea delle gerarchie presenti nei nostri vincoli. Non essendo io poliamorosa e non avendo parenti a Barcellona, sto parlando soprattutto di legami di amicizia. E nonostante i buoni propositi sull’abbattimento delle gerarchie relazionali, le “urgenze” si verificano soprattutto in relazioni amorose di vario tipo. Dunque in questi casi si corre a risolvere il problema e si parcheggia l’amica, “che tanto capirà”.

In secondo luogo, appunto: tutte ‘ste urgenze, sicuro che ne valgano la pena? Per quale motivo le montagne russe ci interessano più di una serata tranquilla tipo cena-musica-due chiacchiere, con una persona che amiamo? E non facciamo i banali, non sempre il giretto al luna park delle famose montagne russe prevede attività sessuali! Sarà che le iniezioni di adrenalina sono una droga che sembriamo disposti a spararci senza limiti, e il privilegio di rilassarsi e godersi una cenetta tranquilla, farcela “bastare” come se non potesse essere il massimo, è tutt’altro che scontato: anzi, ce lo godiamo solo quando ci diamo il permesso di farlo. Ma questo permesso, a volte, è più arduo da ottenere delle licenze abitative a Barcellona centro!

La monogamia seriale è questo, no? Passare da un giro di montagne russe a un altro, quando l’adrenalina iniziale lascia il posto al combo pizza-cinema, anche se in versione covid. Così come, se ti ritrovi per un tempo prolungato a parcheggiare un’amicizia (tanto è scontata…), forse non ti stai facendo un grande favore: la tua vita è uno stato di tensione continua, a volte piacevole e a volte no.

Come proposito di anno nuovo, quindi, direi che ci stia benissimo l’idea di dare per scontato che

  • gli affetti si coltivano, tutti;
  • da un po’ di tempo abbiamo già abbastanza stati di allarme per dovercene creare altri;
  • gli allarmi continui potrebbero indicarci che certi affetti non ne valgono la pena.

E comunque, quando vediamo che in una relazione di qualsiasi tipo ci resta più amarezza e tensione che altro, c’è una possibilità incredibile, inedita, originalissima: parcheggiare la relazione. Oppure trasformarla in una versione innocua, senza accanirci sull’esito che avremmo voluto e non si sta verificando.

Se non la date troppo per scontata (che a nessuno piace svendersi!), l’amica vi attende con una cenetta alla buona, una playlist di vostro gradimento, e una spalla su cui piangere. Anche se lei preferirebbe che su quella spalla vi ci addormentaste, magari dopo aver visto insieme l’ultimo episodio di Cobra Kai.

(Adesso sembra incredibile, ma nel 2020 succedeva anche questo. Curioso quanto nelle canzoni della parata ricorra la parola “il·lusió“.)

Broccoli lessi
Da casaecucina.it. Come si dice a Napoli: n’aggio scaurate ruoccole, ma tu jesce fore ‘a pignata.

Ssst, ho capito tutto.

L’ho capito alla fine di un pomeriggio in cui mi era sopraggiunto un problema burocratico frequente in tempi di covid, ma avevo dato la mia parola a un’amica, per aiutarla con un suo progetto letterario. A ben vedere, l’amica aveva ricevuto altre informazioni sul suo progetto e non aveva più bisogno di me, o non con urgenza. Allora mi ero trovata a questo bivio: tradire l’amica o tradire me? Lo so, sono un po’ melodrammatica quando mi rimangio gli impegni presi. Ma sul serio, a un certo punto era parso che l’aiuto che avevo promesso fosse ormai superfluo o posticipabile, per quanto l’amica insicura affermasse il contrario, mentre il mio problema, se non era proprio urgentissimo, mi preoccupava comunque un bel po’.

Poi avevo capito che la questione burocratica non si sarebbe risolta in un giorno, ed ero accorsa troppo tardi ad aiutare l’amica: ma quella intanto, come previsto, aveva fatto benissimo anche senza di me e in quel momento non poteva ricevermi. Visto che ero in strada, avevo avuto voglia di chiamare qualcuno per sfogarmi sul pomeriggio buttato, ma tutti i miei amici, man mano che facevo mente locale, si rivelavano troppo impegnati con problemi loro, o irraggiungibili, o inaccessibili in altri modi più creativi. Così alla fine m’ero ritrovata a peregrinare da sola, e con la ffp2 che mi costringe a tenere la bocca sempre aperta (sì, ho ancora l’allergia!).

Mi chiedevo: perché, a sette anni dalla mia crisi globbale totale, mi ritrovo ancora un parco amicizie sul disfunzionale andante? E dire che detesto lo sdoganamento della parola “disfunzionale”! Però insomma, tante persone che conosco e amo sono brillanti, intelligenti e buone come il pane, ma stanno più fuori di un balcone e mi succhiano un sacco di energie, in rapporti in cui mi trovo quasi sempre a dare di più di quanto ricevo. E non dev’essere il do ut des ultra-simmetrico che pretenderebbe qualche conoscenza locale, abituata a dividere fino all’ultimo centesimo anche il conto del caffè. Però, certo, non disdegnerei la possibilità di chiamare qualcuno per parlare un po’, dopo una giornata di merda, senza che l’altra persona sia troppo presa dai suoi problemi (o da sé e basta) per starmi a sentire.

Alla fine mi ha salvata un’allegra famigliola trapiantata a Torino, che in diretta WhatsApp è riuscita a intrattenere mezz’ora la bimba neonata che lottava con la dentizione, e a fare anche da babysitter a me! Poi dice che la tecnologia allontana le persone.

Resta in piedi la domanda: “Perché le persone che frequento si rivelano ancora più esaurite e impegnative del resto dell’umanità, che già di per sé è piuttosto folle?”.

E qui, vi dicevo, ho trovato la risposta.

Vado per punti. Innanzitutto c’è un equivoco di fondo: l’idea che “attiriamo”, soltanto noi nell’universo mondo, le cosiddette persone tossiche. Non è vero, quelle si attaccano a chiunque come cozze allo scoglio, ma alcune persone le scaricano subito e altre le lasciano entrare.

A questo punto, sorge la domanda: il problema è lasciarle entrare, o lasciare che restino? Adesso, io sono passata dai pesaturi manifesti a quelli in incognito: o meglio, a gente che a occhio e croce avrà pure dei problemi (“E chi non li ha!”), ma ha anche tanti pregi che, almeno all’inizio, sembrano compensare. Che so, l’amico più giovane che ti assume a modello di vita (e già questo la dice lunga…) è effettivamente un po’ confuso, ma parlarci è piacevolissimo. Oppure, il tipo sensibile e simpatico che per un po’ è stato “allo sbando”, come dice il TG, avrà pure diritto a una seconda possibilità!

Mi sento dire spesso che “effetto sorpresa” un par de ciufoli: ho fin dall’inizio tutti gli elementi per valutare se un qualsiasi vincolo che stabilisco sia potenzialmente nocivo o spompante. Sono io che mi ostino a ignorare i segnali. Ma io non credo sia così.

Perché, nel mio passaggio epocale dai disagiati manifesti a quelli in incognito, acquisisco solo in un secondo momento un sacco di informazioni a cui non potevo arrivare: magari il tipo della seconda opportunità ha le allucinazioni, o la nuova amica che vedo ogni tanto soffre di stress post-traumatico in seguito a uno stupro, e non la prende bene se mi fermo a litigare con un coglione che ci fischia dietro in strada… Sono fattori che potevo prevedere? Francamente, la mia più nera immaginazione non arriva a tanto, e informazioni del genere, specie con gli amici anglosassoni, possono giungermi dopo un bel po’ di tempo dall’inizio della frequentazione.

Ed ecco la mia conclusione:

  • il problema non sorge quando lascio entrare nella mia vita questa gente, che magari è bizzarra ma è all’apparenza innocua: se riduco tutto a quello, mi ritrovo anche a sminuire l’alacre lavoro con cui, a costo di peccare di allarmismo, ho lasciato fuori tantissime persone alla prima battuta non gradita;
  • il problema non sorge neanche quando, una volta venuti fuori gli elementi problematici e distruttivi per me, decido che i pregi e l’intesa creata prevalgono, e queste persone possono restare nella mia vita;
  • il problema vero è che, anche quando possiedo elementi che cambiano le carte in tavola, decido che il rapporto deve continuare come prima: come io mi aspettavo che sarebbe stato.

Ed è da quest’ultimo punto che mi è venuta la soluzione: non si tratta né di continuare come prima, né di recidere il vincolo se non voglio. Si tratta di cambiare la relazione: adattarla alle nuove premesse, visto che sono diverse dalle condizioni in cui era iniziato il legame.

Tutto qua. Erano mesi che mi chiedevo come trovare un equilibrio tra il pensare al proprio benessere emotivo (anche liberandosi di presenze inopportune) e l’odiosa tendenza, che mi dicono essere molto attuale, a buttare via un’amicizia o un amore appena si presentino delle difficoltà. E invece ho capito che mi aspetta un lavoro molto meno drastico, e perciò più faticoso: accettare il cambiamento. Quel fenomeno per cui un amore può diventare un’amicizia, un’amicizia un amore, e tutti e due possono diventare, se proprio la cosa è irrecuperabile, un numero bloccato sul cellulare.

Così, col senno di poi mi dico (ma a quanto pare ci voleva una pandemia per farmelo capire) che è meglio sostenere senza nessuna aspettativa, e perfino un po’ a distanza se possibile, il tipo che vuole una seconda opportunità dalla vita, ma non è in grado di rapportarsi ad altre persone: almeno finché non riuscirà a rialzarsi sul serio. Oppure l’amica nuova che vaga stralunata per il mondo va vista ogni tanto e con tutte le precauzioni del caso (mai affidarle l’organizzazione di una cena per dieci!).

Tutto questo dobbiamo adottarlo, va da sé, se per noi vale la pena continuare. Se no vale sempre il consiglio del mio migliore amico: fuje sempe tu.

Come ve lo traduco, per chi legge da fuori Napoli e non mastica l’idioma? Diciamo che è tipo l’urlo lacerante (“Run!”) che ascolterete nel video qui sotto:

Brooke & Ridge Forrester B&B | Nostalgie
Più anarcorelazionali di così…

Cominciamo dalle cose buone!

La faccenda che mi piace di più delle alternative alla monogamia è l’annullamento delle gerarchie tra amore e amicizia.

Vi faccio un importante esempio accademico: Fantaghirò!

In uno dei sequel che non valgono niente, perché non c’è più il principe Romualdo (*fa gli occhi a cuoricino e auspica una monogamia col suddetto*) l’ennesimo pirata bellone anni ’90 si lamentava assai con la nostra principessa dal caschetto inguardabile: il pirata per lei era solo un amico, dunque il sentimento che Fantaghirò provava per Romualdo era superiore! “Diverso” correggeva allora la Nostra.

E sparava una grande palla, perché sì, se li misuriamo in termini di tempo ed energie da dedicarvi, i rapporti umani sono spesso visti come una piramide che inizia con la portiera che ci manda su la posta (il gradino più basso) e finisce con la coppia (in cima a ogni cosa). Dai, scherzavo sulla portiera, cominciamo dagli amici. Non credo che tale gerarchia sia dovuta solo alla questione per cui una relazione sessuoaffettiva richiederebbe più manutenzione di altre: su quello potrei addirittura essere d’accordo. Il messaggio sotteso è piuttosto che con partner e coniugi siamo come “le metà della mela”, mentre gli amici possono restarsene parcheggiati in un angolo, tanto “restano sempre lì”. Con Brigitte Vasallo, tra le teoriche di questa piramide emozionale, non mi trovo d’accordo solo sulla posizione dei figli, che per l’attivista sarebbero comunque in secondo piano rispetto alla coppia: ma d’altronde lei non è cresciuta a Napoli.

In generale, le alternative alla monogamia non sono così: non danno per scontato che ci sia una sorta di podio dei sentimenti su cui un nuovo partner spodesta sempre il vecchio, e gli amici, per quanto importanti, vengono sempre un po’ in coda. Questo non vuol dire che la portiera di cui sopra venga messa sullo stesso piano di nostro fratello: semplicemente, non esistono regole fisse per determinare l’importanza di un vincolo rispetto a un altro. Se l’amicizia fosse un sentimento semplicemente “diverso” rispetto all’amore, e non gerarchico, la frase “Siamo solo amici” non sarebbe così diffusa. E sarebbe ingenuo pensare che quel “solo” si riferisca unicamente alla rarità del sentimento amoroso rispetto all’amicizia.

Secondo il mio ex, la mia situazione domestica da sola mi consegnerebbe dritta all’anarchia relazionale, e per me è una grade notizia! Al massimo pensavo di aspirare al Premio Ridge Forrester per la miglior situazione domestica sfuggita di mano: convivere con l’ex mentre aiutavo il fidanzato attuale a trovare una stanza! (Per fortuna ci è riuscito per conto suo…)

Ok, anche io mi ci giocherei due numeri sulla ruota di Napoli. Ma, se consideriamo che l’ex perdeva la stanza in affitto per il covid, intanto che l’attuale si allontanava da Barcellona per questioni sue, la situazione acquista un maggiore senso logico. Sfugge un po’ meno alla logica, ho scoperto parlando con amici e non, che adesso che l’amato bene è tornato io non faccia semplicemente uno scambio coinquilini basato su “chi debba importarmi più adesso” (ovviamente, l’attuale fidanzato), e finisca lì.

E invece, come la nostra Fantaghirò, voglio bene a entrambi in modo diverso, e non voglio una vita fatta di gerarchie.

Attenzione a non rispondere: “Allora non ami abbastanza il tuo compagno attuale”, oppure: “Ancora non hai trovato la persona giusta”. Questi sono i miti più insidiosi dell’amore romantico, e non dobbiamo cascarci.

Perché, se certi amici rimasti in paese trovano inspiegabile la mia situazione, io la trovo una curiosa coincidenza: per me è inspiegabile la situazione loro! Loro e le loro “dolci metà” (…) hanno accettato di buon grado di restare appiccicati con la colla dai tempi del liceo, e in qualche caso mi hanno parlato di “suoceri” fin da quando erano minorenni. Diversi di loro hanno rinunciato a qualsiasi viaggio che non fosse insieme, e temo che ancora oggi alcuni debbano strappare a botte di liti e pianti un permesso per viaggiare senza l’altra persona. A dirla tutta, gli strappi alla regola venivano concessi più facilmente all’uomo della coppia: sospetto che i viaggi “di sole donne” siano tollerati da relativamente poco, sdoganati magari dalle commedie romantiche sugli addii al nubilato.

Lo riconosco, forse il senso di soffocamento che mi provocava questa situazione ha giocato una parte importante nel mio rifiuto a vent’anni della monogamia normativa. Forse, dietro alcune delle mie decisioni sentimentali intorno a quell’età c’era la fatidica paura d’impegnarsi: qui i detrattori furiosi del poliamore e dell’anarchia relazionale troverebbero pane per i loro denti. Però dovrei precisare due cose:

  1. La paura di impegnarsi in una ventenne non dovrebbe essere accolta con osservazioni tipo: “Sei immatura per la tua età”, “Io alla tua età…”; e, vista la situazione da cui si rifugge, tale paura non dovrebbe essere considerata come una questione di egoismo (già che ci sono, a questo proposito ricorderei che “femminista”, nel 2020, non dovrebbe essere usato ancora come un insulto);
  2. per quanto la cosa possa sorprendere, l’anarchia relazionale è l’esatto opposto del rifiuto di impegnarsi: anzi (vi spoilero il prossimo articolo), la mia perplessità principale è proprio che il livello di impegno che richiede è molto alto. Lo è almeno per una società frenetica e precaria, e a parte le buone intenzioni temo che questo immane lavoro di cura ricada ancora soprattutto sulle donne (cosa che, con il premiato metodo “uno stronzo alla volta”, si limitava appunto a uno stronzo alla volta).

La questione è che, ancor più del poliamore, l’anarchia relazionale prevede un impegno etico e forte in tutti i tipi di legami che si intreccino con il prossimo: la dicotomia amore/amicizia viene superata in nome di una bellissima (almeno sulla carta) nozione di rispetto e distribuzione del tempo e della cura. Va da sé che le declinazioni di questo principio teorico vanno declinate nella banale quotidianità, con strategie diverse e molteplici.

Resta l’idea che solo il caso, o il sistema relazionale che meglio conveniva all’economia in un determinato momento, ha scelto chi sia la strana tra: 1) me, 2) una fitanzata in gasa del mio paese, 3) una tizia che ha: due relazioni sessuoaffettive (una con un uomo e un’altra con una donna), un amico con cui ogni tanto fa sesso, e una costellazione di persone che noi seguaci annoiati della monogamia definiremmo “solo amici”. La differenza è che la diretta interessata ci toglierebbe il “solo”.

Perfetto, no? A me pare di sì: sulla carta, però.

Perché conosciamo i limiti immensi e i difetti della monogamia, mentre delle sue alternative ci giungono solo i proclami sull’uguaglianza e le relazioni più etiche.

Cosa succede, invece, quando anche questi vincoli vanno storti?

Lo scopriremo nella prossima (e ultima) puntata!

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Io, in una rara foto a vent’anni

Ok, l’articolo è in revisione e dovrebbe essere pubblicato a dicembre.

Scrivere di alternative alla monogamia, e proprio con l’ex che mi ha lasciata per darsi al poliamore, è stata un’impresa allucinogena!

La gag sarebbe che noi due nella stesura eravamo, che so, Stanlio e Ollio, o magari Gianni e Pinotto (in quanto italiani che scrivevano di argomenti poco italiani), o meglio ancora Mulder e Scully: l’allucinato e la scettica.

Perché lui era quello poliamoroso, o meglio anarcorelazionale, e io ero, mi si dice, la monogama. In effetti la frase del titolo l’ho pronunciata io, benché abbia constatato almeno da fuori l’onestà e la maturità (proprio così!) di queste relazioni alternative alla monogamia. Ma sono sbottata più volte davanti all’ennesima cronaca di amori e disamori fornitami dal co-autore del mio articolo: mi sono persa tra vincoli (cioè le relazioni), metavincoli (i vincoli dei tuoi vincoli), e cura condivisa del pargolame (che può coinvolgere anche i metavincoli), così ho concluso tra il serio e il faceto che Brooke Logan potrebbe realmente pretendere i diritti d’autore! E sorvoliamo sul fatto che “i vincoli dei tuoi vincoli” sarebbe una grande bestemmia in napoletano…

Mi si dice che il mio problema a riguardo è che ci ho il patriarcato nel cervello (ma va’) e sono inesorabilmente monogama (scusate il termine).

Adesso dovrei lanciarmi in una filippica contro le definizioni a tutti i costi, a cui Mulder-Pinotto risponderebbe tirandomi fuori un qualche mio privilegio monogamo, o i vantaggi che avrei a conformarmi al sistema relazionale dominante.

E invece no: per me le definizioni aiutano molto, specie se non pretendono di spiegare tutto. Ma non intendo sacrificare la mia storia personale all’altare del GENDER1!1! Quindi, per spiegare nei prossimi post cosa ho imparato nel backstage dell’articolo (*inforca occhiali da sole*), in questa lunga premessa vorrei raccontarvi due fatti miei, tanto per cambiare.

Sì, sono sempre andata con uno stronzo alla volta (definizione personale di monogamia seriale). Almeno quando, in termini monogami, si è trattato di una “relazione ufficiale”. Ma ho sempre trovato ridicole le limitazioni che comportavano le relazioni in paese, fin dalla prima a sedici anni: si era negli anni ’90, nella provincia di Napoli, ed era ancora piuttosto diffuso il fenomeno di “sposare la tua prima cotta”, o giù di lì! In un ambiente paesano in cui tutti si conoscevano era complicato lasciarsi. Magari il fenomeno non era poi così affermato tra noi del liceo classico (*inforca occhiali da sole griffati*), ma era comunque visto come qualcosa di strano che una uscisse di casa da sola, o a ben vedere facesse qualsiasi cosa che non fosse eminentemente “femminile” senza la compagnia del ragazzo.

La differenza nel mio caso era che avevo l’unico ragazzo che a sua volta non volesse uscire senza di me. Che bello, no? Come potevo anche solo avere voglia di uscire da sola, magari a girovagare senza una meta? Ero proprio una strega! Ricordo bigliettini tra me e l’amato bene, spiegazioni e pianti per questa mia presunta eccentricità, mentre mi chiedevano tutti se eravamo “fidanzati in casa” (e scatta subito Tony Tammaro, vedi video alla fine). Quando non ne potei più, e troncai a diciannove anni, passai per quattro anni a una fase che oggi si definirebbe, mi dicono, di anarchia relazionale: “non voglio relazioni esclusive, posso andare con chi voglio”. Purtroppo finivo invece per inventare la friendzone (quando ancora non era sessista) e per non andare, spesso e volentieri, proprio con nessuno: ma era il principio che contava!

Le mie amicizie di sempre non erano attrezzate sul piano teorico per affrontare la cosa: così, l'”amicone” dell’epoca (come lo definii una volta per il divertimento generale), veniva considerato a tutti gli effetti il mio ragazzo, e invitato alle feste come tale. Dunque io ero considerata off limits da gente che poteva piacermi. Anche quando intrecciai un rapporto che di fatto era esclusivo, gli amici di lui non capivano perché non dicessi apertamente che “stavamo insieme”: nessuno capiva la mia regola d’oro di non voler sentirsi in galera e di voler essere libera, almeno in teoria, di avere altre storie.

Una mattina, quando ormai vivevo in Inghilterra, mi svegliai con la voglia di una casa con un giardino sul retro, in cui organizzare dei barbecue insieme a un tipo che vivesse con me: soccombevo alla voglia di tranquillità, di “non complicarmi la vita”. Avevo ventitré anni. Allora mi fidanzai con un coetaneo che, essendo nato lì e da una famiglia di migranti, già pensava a mutui, convivenze e matrimoni: anche lì qualcosa non andava, lui in tempo di crisi mi rinfacciava le occasioni in cui mi era stato “fedele nonostante tutto”, e io gli rispondevo: “E perché? mica te l’ho chiesto”. Avevo ben chiaro il fatto che non possedevo il corpo di nessuno, e volevo che se ne rendesse conto anche chi credeva di possedere me. Più che un patto equo, la cosiddetta fedeltà mi sembrava un do ut des dei più beceri: la devozione esclusiva in cambio della stabilità, con la premessa fallace che fosse il modo più spontaneo e naturale di relazionarsi. E le contravvenzioni al patto, che avvenissero in segreto! In realtà io preferivo non andare con altri, ma volevo che fosse una scelta mia, non un’imposizione del mio compagno per un iniziale patto granitico, stile “prendere o lasciare”.

Alla fine sono passata di nuovo dal supermercato britannico di corpi e mutui agevolati alle care dicotomie mediterranee dei primi anni 2000: scopamica segreta vs “potenziale madre dei miei figli”. Ho anche sperimentato il raro passaggio dall’uno all’altro stato, e l’ho trovato schizofrenico e umiliante: ormai ero un ibrido su tutti i fronti, e sono ripartita.

Barcellona, da questo punto di vista, è stata forse la sintesi perfetta: ormai ero monogama per quieto vivere, ma nelle storie che ho avuto qui ho negoziato ogni volta, stabilito magari che “per ora non volevamo interferenze esterne nella storia”… ma non ho mai dato per scontato di possedere il corpo dell’altra persona o poter controllare le sue passioni.

Quindi, in tutta franchezza, mi fa strano riassumere vent’anni di vita ed errori e ripensamenti nella parola monogamia.

È una vocazione di comodo, la mia, che passa per le tonnellate di asocialità che ho accumulato nel tempo. E si nutre di una sola certezza: ci imbrogliano quando ci fanno credere fin dall’infanzia che restarcene per conto nostro (non in solitudine, per conto nostro) è solo un fallimento e mai un’opzione.

Se non chiariamo questo equivoco, dubito che qualsiasi relazione possa mai essere davvero una scelta.

Intanto mi tengo la mia vocazione: monogama per caso, col forte sospetto che la cosiddetta solitudine sia il mio stato di grazia.

Ho visto vocazioni peggiori.

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Costruiamo reti non per imprigionare, ma per unirci

Ho inseguito a lungo la normalità. Mi sembrava molto esotica.

Ma lei, che ve lo dico a fare, è stata sempre più veloce di me.

Eppure. In un articolo in spagnolo ho letto che, ad appoggiarci e sostenerci durante la quarantena, sono stati in buona misura i rapporti informali. Le famiglie allargate, o quelle che ci scegliamo in età adulta, o le persone che secondo una visione rigida della società non dovremmo neanche frequentare, come un ex o il mendicante sotto casa. Alcuni di questi “alleati atipici” sono accorsi in caso di necessità a darci sostegno o… “portarci la medicina”, come facevano in Napoli milionaria in una nottata ben più difficile da passare.

Com’è possibile? Breve storia triste: un maestro buddista ordinò ai discepoli di legare il gattino del convento durante l’ora di meditazione, perché il micio, con la sua esuberanza, disturbava i monaci. Quella norma proseguì per inerzia anche quando il felino era ormai vecchiotto e poco propenso a muoversi troppo. Intanto morì il maestro, ma il suo sostituto continuò a legare la bestiola, per consuetudine: finché non morì anche il gatto, e il nuovo maestro, per tradizione, mandò a procurarne “un altro da legare”.

Le norme seguono dunque una logica loro, magari imperfetta (#freemicetto), per risolvere una serie di problemi, o presunti tali: poi, però, sopravvivono spesso anche a questi ultimi.

Eppure. È sufficiente mettersi in contesti diversi da quello in cui si è nati per scoprire che le regole sono relative, che altrove ne vigono altre, magari considerate altrettanto assolute. E noi le trasgrediamo, sempre di più e di continuo. Perché ci rendiamo conto che la logica che le ha fatte nascere non sempre sussiste ancora. Il rischio uguale e contrario è fingere che tale logica sia sparita del tutto: così, l’economia informale che tende a mettersi in tasca il diritto del lavoro diventa spesso un nuovo pretesto di sfruttamento, o il poliamore si trasforma a volte nell’opportunità di avere un harem senza accollarsene anche gli oneri (come accade a uomini contrari alla monogamia, ma non al maschilismo). 

Io, nei rivolgimenti degli ultimi mesi, mi sono ritrovata il compagno di quarantena con l’esigenza di cambiare aria, e l’ex con quella di trovare un posto in cui attendere gli esiti della precarietà lavorativa da covid. Così adesso incontro il primo all’esterno, in occasioni ben più amene di una convivenza forzata, e mi ritrovo il secondo a dividere la spesa e gli spazi comuni di casa mia.

Ha un senso, tutto questo? A me sembra di sì. Ciascuno ha seguito i suoi bisogni secondo le sue capacità, e ha condiviso le sue risorse: io una stanzetta libera, il fidanzato l’amore per gli spazi aperti (che con la quarantena io avevo messo da parte) e l’ex la capacità di pulire casa prima ancora che io mi renda conto che sia sporca!

Confesso che continuo a desiderare una stabilità molto più convenzionale e noiosa di questa, ma intanto non abbiamo idea delle proporzioni della crisi economica che potrebbe aspettarci a settembre, i cui prodromi agiscono già ora. Non sappiamo neanche se una nuova quarantena possa costringerci di nuovo tutti a casa.

Così navighiamo a vista, seguiamo nuovi fili e nuove logiche: lo facciamo con lo scoraggiamento di chi deve iniziare daccapo una volta di più, e con la fiducia nel fatto che, in caso, saremo ancora tutti lì, pronti ad aiutarci.

L’unica norma da ribadire fino allo sfinimento resta sempre questa: ci salveremo solo insieme.

 

(Dell’amore non si butta niente.)