Archivio degli articoli con tag: amore non corrisposto

un-uccellino-che-viene-dal-fiume-azzurro-L-njG9GUQuesto è un messaggio di solidarietà per tutti coloro che a un certo punto della loro vita si sono trovati nella sgradevole situazione di essere reali. Specie quelli che lo sono stati per me, senza che riuscissi a perdonarli per questo.

Non sono impazzita, voglio solo dire che essere reale, in una relazione, che sia padre-figlio o di coppia, a volte è una colpa terribile. Non ci possono proiettare addosso tutto quello che vorrebbero fossimo.

Lasciamo perdere l’elaborazione del lutto che devono fare quei genitori frustrati che ancora vorrebbero un figlio, una figlia che li riscattasse dalle loro delusioni. Allora i figli sentono di non essere mai abbastanza, perché non c’è Nobel vinto per interposta persona che faccia sentire meglio con le proprie sconfitte.

Nel rapporto di coppia, invece, sono stata spesso carnefice e a volte vittima di realtà. Cioè, ero vera, ero lì, ero pronta a dare amore e a riceverne. Non ero un contatto facebook, un numero di telefono da esitare a chiamare, non ero una specie di mistero da risolvere manco fossi un cruciverba o un rebus, frase (3, 1, 4, 2, 4, chiave: vai a fare in c…). No, ero una persona vera, passibile di svegliarsi la mattina con due occhiaie così, di essere un po’ gonfia durante i giorni del ciclo, di non andarmene alla prima occasione per il primo stronzo che fosse già nell’aria fin dall’inizio.

Perché si chiama pensiero magico, l’idea per cui quando otterremo l’amore di una persona, di solito irraggiungibile, la nostra vita sarà semplicemente perfetta. E questo pensiero magico rende tutto più sopportabile: pensateci, è una lotteria. Chi lo abbraccia vive male, ma se solo lei/lui lo amasse le cose andrebbero molto meglio. Con quest’idea la vita quotidiana diventa molto più sopportabile senza alzare un dito, o affaticandosi molto poco. A sperare ci vuole un bello sforzo di fantasia e a volte coraggio; ciò che non è necessario, anzi, in qualche caso è superfluo, è quell’olio di gomito che manco in grandi quantità risolve tutto con certezza.

E allora, perché “abitare” la realtà quando si può vivere in una bolla di sapone? In cui non ci siano mai discussioni, perché un rapporto vero non c’è, anzi a ben vedere non c’è nessuno con cui discutere. In cui la persona irraggiungibile di turno resta il numero di mesi giusto (in genere il conto non occupa le dita di una mano) perché la sua pelle perfetta non venga a noia e i pomeriggi passati solo a fare l’amore non diventino un po’ ripetitivi, se non integrati col tentativo di conoscerla così com’è, e non come la stiano immaginando.

Ma no, che palle, tutta questa vita reale. Che difficoltà assoluta. Meglio vivere nel mondo della fantasia, vero? È così bello e rassicurante, l’unica certezza è che la felicità, quella vera e tangibile, è domiciliata altrove. Ma meglio che niente.

A quelli veri, invece, specie quelli che ho danneggiato io, e a me quando mi sono sforzata di essere vera finendo sottosopra come una tartaruga scema, vanno tutta la mia solidarietà e questa canzone.

Logo_Voyager_2009No, perché se no pensate che viva sulla montagna del sapone e sia appena scesa a fare due passi nel mondo reale. Che intendiamoci, non mi sembra neanche quel capolavoro di cinismo che usano i disincantati come alibi, perché si sa che la nostra è una generazione difficile e che nessuno vuole impegni seri e che insomma io ce la metto tutta ma sono-sempre-gli-altri.

Al che devo credere che, come i casi umani capitano per sfiga, l’ammore bello come un fiore bello che canta Claudione Baglioni (no, vabbe’) capita per botta di culo. Pazienza che in mezzo ci sia tanta roba, sbagli, ripensamenti e tutte quelle cose che ciascuno può sostituire col suo personale modo per “ritrovare la strada”. Dev’essere solo un caso.

Oook, crediamoci. Intanto, questa fantomatica la persona giusta: è quella che durerà per sempre? Quella che ami alla follia, che non ti “tradirà” mai, cioè starà sempre sempre solo con te? Che “avrà i suoi periodi di crisi, ci mancherebbe, ma li supererete tutti”?

Sentite, io il sospetto ce l’ho, che questo “profilo” più che una cosa naturale sia un’astrazione che ci ha fatto comodo per qualche tempo e che ora, in soldoni, non ci vada bene più perché comporta tempo e fatica e nessuno ha tanta voglia.

In ogni caso, per persona giusta non intendo il principe azzurro delle favole, ma uno che ne valga la pena.

No, perché onestamente io il “meglio aver amato e perduto che non amato affatto” non me lo bevo. Io me ne sono pentita eccome, in molti casi. Guarda caso, quelli in cui o sono stata lasciata io (che ammontano a uno) o sono stata sostituita con un’amica mia (ho perso il conto).

Per me la persona giusta, in soldoni, è banalmente una che quando le cose andranno male, se dovesse succedere, quando incontreremo qualcun altro in questo mercato della carne che è diventata la vita umana, quando la precarietà lavorativa ci porterà altrove, o la vita ci farà “evolvere in maniera diversa” come dicono i guru spirituali, mi sembrerà comunque un bel regalo, di quelli che non riciclerei mai.

Che le circostanze che ci hanno separati erano difficili da calcolare, prevenire, o curare, ma ce l’abbiamo messa tutta e non solo per portare a casa il risultato, per fare il compitino, per svolgere la nostra funzione di coppia-che-resiste-invidiata-da-tutti, ma perché così volevamo e così ci è girata.

Che ne usciamo o meno, l’importante è non trascinare un cadavere. Provarci finché quello che ci spinge e non si può spiegare né contenere (non perché sciabordi, ma perché persiste) ci porti ancora a provare.

Allora sì, ne sarà valsa la pena e quella sarà stata la persona giusta, a prescindere da quanto possa durare.

Se poi si riesce a sfangarla e scrivere questo benedetto “sempre”, e non a prezzo di una vita da incubo ma a coronamento di un’esistenza spesa bene, tanto meglio.

Cavolo, la prossima volta metto direttamente il logo di Incontri ravvicinati del terzo tipo.

quarkInnanzitutto, un po’ di lessico:

Pesaturo: termine popolare per cataplasemus sammentis lini. Persona ambosessi “pesante”, ovvero lamentosa, egocentrica, tendente ad anteporre i propri problemi a qualsiasi cosa, dalla rotazione dei pianeti alla relazione con noi.

Persona giusta: essere mitologico, metà chimera e metà principe azzurro/principessa delle favole (per qualcuno, pornostar da antologia), che fin dai racconti della nonna, che magari teneva il nonno a bacchetta, si narra dobbiamo incontrare a un certo punto della nostra vita, rigorosamente senza cercarla perché “ci capiterà”, come le indigestioni da peperonata e lo sciopero dei controllori di volo.

Queste due figure, ahimè, tendono spesso a essere confuse tra loro, magari per qualche atroce equivoco che ci accompagna dall’infanzia su cosa sia bello e auspicabile in amore (leggi “amore romantico”, da non stigmatizzare a tutti i costi, ma da tenere sotto stretta osservazione in quanto più dannoso, in certi casi, di un cappuccino dopo la peperonata di cui sopra).

Vediamo dunque quali sono, nella mia esperienza trentennale in pesaturi (mi professo invece neofita sulla seconda categoria), le principali differenze tra le due figure.

… ops, mi sa che si possono riassumere in una sola:

Il pesaturo, quando ci guarda, vede se stesso. La persona giusta, quando ci guarda, vede noi.

Perché il pesaturo, quando ci guarda, vede se stesso: perché il suo dolore esistenziale, il mal di vivere che lo accompagna pure quando sta al cesso, permea di sé tutta la vita (parola di ex pesaturo). Siccome non vuole risolverlo, o non sa farlo (quindi non vuole), lo vede dappertutto. Avete presente quando avete fame, vi hanno promesso una scorpacciata di fiori di zucca ripieni e dove andate andate vedete solo quelli? Ecco, al pesaturo succede la stessa cosa. Ha fame di sé, della parte di sé che vuole per forza cancellare per non doverla accudire, e allora la vede dappertutto. Quindi non vi preoccupate, se vi tratta male, se vi chiama solo quando ha bisogno di assistenza, sessuale o economica o morale: niente di personale, fa così con tutti. Infatti, avete indovinato, per lui/lei siete parte del paesaggio. E sì, il sospetto ferradiniano per cui vi preferirà qualcuno che lo tratti male come crede (forse a ragione) di dover essere trattato, potrebbe essere più che fondato. Dunque, noi o siamo una sorta di soprammobile nella sua vita, o, peggio, siamo l’incarnazione di qualcosa che vorrebbe possedere, ma non riesce. L’altruismo, per esempio. O l’operosità. Dunque, sta’ a vedere che un po’ ci disprezza pure.

Perché la persona giusta, invece, vede noi: ok, adesso non vi montate la testa, che specie i primi mesi ce piacerebbe essere davvero quel concentrato di virtù fisiche e spirituali per cui ci ha scambiato. Ma, sostanzialmente, la persona giusta ha la virtù di non necessitare di proiettare i suoi problemi, che pure ha come tutti, sul resto del creato, di essere quindi pronta ad accogliere nella sua vita dei simili altrettanto imperfetti e altrettanto desiderosi di imparare a campare. Noi, per esempio. Che scopriremo improvvisamente che i salti mortali per piacere al pesaturo fingendo di essere qualcun altro (e magari è pure odioso, come alter ego) non servono a una ceppa quando incontriamo qualcuno che ci ami esattamente per quello che siamo. Che, tolto il prosciutto sugli occhi che gli facesse dire “Sei bella anche appena alzata, col pigiama color puffo e i capelli sconvolti”, continuerà a vedere i nostri difetti come adorabili vezzi e i nostri pregi come, appunto, pregi.

Problema: mi si dice che i pesaturi siano una sorta di lupi in veste di agnelli, non distinguibili immediatamente dall’altra categoria in esame. Fino a un certo punto, rispondo. Perché, prima ancora di cascare come pere cotte, se vediamo che al ritorno dalle vacanze di Natale possono passare a trovarci solo la settimana prossima, perché devono asciugare gli scogli della Barceloneta, qualche sospetto di avere a che fare con un pesaturo potremmo anche avercelo.

Il guaio è se crediamo che sia normale, che qualcuno abbia sempre cose più importanti di noi di cui occuparsi.

Se ci diciamo:

1) già è difficile che ci piaccia qualcuno, per una volta che ci piace questo ce lo teniamo anche se non chiama da tre giorni;

2) ovvio che il pigiama party della nipotina di 4 anni sia più importante di venirci a prendere con una ruota a terra;

3) l’uomo vero deve puzzare e la donna vera dev’essere capricciosa…

… allora siamo a cavallo, il pesaturo è in agguato con tutta una trafila di giustificazioni socioculturali a camuffarne le malefatte.

Sentite a mmme: lasciateli a cuocere nel loro brodo alle prime avvisaglie. La seconda categoria s’incontra sul serio quando si è disposti a incontrarla, ad accettare che esista un amore che faccia bene e che amore significhi prendersi cura dell’altro, non lasciarlo coi brividi ad aspettare una telefonata, manco avesse la febbre a 38.

Se poi per voi l’amore è per forza quello, montagne russe e sofferenza, chi sono io per smentirvi. Da ex collega che ha trovato la serenità, suggerisco solo di considerare anche l’ipotesi che, per una volta, avesse ragione la nonna.

Non solo sulla ricetta della peperonata.

https://www.youtube.com/watch?v=TInw88qWyME

snowbudDevo dire una cosa, magari vi è utile.

Quando sono passata da storie assurde a storie diverse, serene, “nutrienti”, perché nutrivano la mia autostima, la voglia di vivere, scoprire nuove cose, è stato perché qualcosa è cambiato, prima di tutto, dentro di me.

Non ci credo più, alla storia della sfiga. Ci possono capitare incontri sfigati, una volta, anche due. Ma le coincidenze diventano un po’ difficili da sostenere, se ci innamoriamo solo di gente che ci fa del male, che non ci caga manco di striscio, e magari è interessantissima, eh, magari con gli altri è super, ma quando si tratta di amare, e amare noi, è un disastro.

Allora, capisco che ci guardiamo intorno e vediamo che le coppie o sono così o sono noiose, stanno insieme per routine o così ci sembra, l’amore o è montagne russe o una palla, e allora scegliamo le montagne russe.

E invece è uscendo da questa idea, che almeno io ho trovato un amore diverso, un amore che spiazza perché sfugge un po’ all’immaginario romantico.

Banalmente, man mano che ho cominciato a trattarmi bene, ho trovato gente che mi trattasse bene. Perché l’ho ammessa nella mia vita, non l’ho lasciata sulla soglia col cartello “noioso”, che cela solo la dicitura “improbabile”: finché crediamo che è improbabile che ci amino, allora filiamo a trovarci gente che ci confermi quest’idea.

Fare la vita maledetta è dura, struggente, sono scelte di vita, a volte anche drastiche. Ma c’è una poetica, dietro, un’antiretorica, un culto del maledetto che ormai va di moda.

Campare in modo da star bene è bassa manovalanza, un lavoro quotidiano, un rinominare le cose e riconoscerle come un cieco che ha riacquistato la vista deve imparare a riconoscere una mela, senza toccarla, mentre noi vorremmo gridargli “guarda che è una mela” (e magari bendati, al tatto, non sapremmo distinguerla a nostra volta da una prugna molto grande).

Allora, davvero, è semplice e noioso e faticoso quanto volete voi, ma efficace: se scopriamo di amarci (ed è una scoperta, non una cosa che impariamo), ci troviamo gente che ci ami.

E gli altri, quelli che ci hanno snobbato o trattato male (che non amare non è reato, trattar male lo è eccome), ci sembreranno perfino ridicoli, come ci può sembrarlo una foto in bianco e nero di una vita che non riconosciamo più, che a rievocarla stride.

Il passato intero stride, quando scopriamo un presente più umano, più vicino a noi.

Tutto sta, e a volte non basta manco quello, nel volerlo, e avvicinarci ogni giorno un po’ di più, e mai più di un passo alla volta.

Io dico che ne vale la pena.

miróIl problema di stare sempre con musicisti: vado a un concertino col mio ragazzo, che stiamo insieme da poco, a un festivalino hipster di provincia, e cosa c’è? Il gruppo del mio ex, che suona la chitarra. Non che non ce lo aspettassimo, o che fra il mio nuovo ragazzo e il mio ex non corra buon sangue. Anzi, sono amici. La differenza è che uno mi ama e l’altro non mi ha mai amata, ed è troppo poco per separare due uomini, e va bene così.

Allora ci mettiamo tra il pubblico, applaudiamo alle prime canzoni, ci baciamo un po’ tra una pausa e l’altra, finché non succede. Finché il cantante non prende il microfono e dice:

– Questa canzone l’ha scritta il nostro chitarrista, speriamo vi piaccia.

E fin dai primi accordi capisco per chi è. Per quella che mi ha preferito, per quella che ha amato e a me mai, a me niente, per quella che ha inseguito lasciando me nella merda e che a sua volta ha lasciato nella merda lui.

E allora che faccio? Sorrido, mi giro verso il mio ragazzo, gli cingo le spalle con le mani mai abbastanza lunghe per afferrare i suoi pensieri, e la balliamo. Lentamente. Sul suo petto sento il sole che la canzone caccia via da sé, una canzone di amore frustrato che sembra la mia, fino a poco tempo prima. Capisco che io ne sono uscita, lui che ora suona mestamente la chitarra, sgarrando anche qualche accordo, no.

E allora sento la cosa più strana del mondo: compassione. Sento che il mio amore e quello che mi corrisponde e quello dell’altro sul palco e quello dell’altra che l’ha mollato, che gli amori mai dati e quelli solo ricevuti, siano un’unica palla gigante che non sappiamo come afferrare. Ma ci proviamo, con tutte le nostre forze, meglio che possiamo. E in quel momento la palla gira con me, a ritmo lento di note un po’ stonate, oblique come il bacio che adesso mi concedo, viva, felice.

Resta la ferita, restano le crepe. Ma oggi ho letto questa frase, dice che è di Leonard Cohen:

C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce.

E dopo questo, che altro vuoi dire?

https://www.youtube.com/watch?v=nkoaP6ce4z8

paracaduteQuesta la scrivo così come me l’hanno spiegata, e mi scuso con chi capisce di aerei se non è accurata. La metafora mi serve proprio come me l’hanno detta.

Dice che quando un aereo precipita, c’è la fase di stallo. L’aereo ha due possibilità: buttarsi giù in picchiata nella speranza di riprendere quota; buttarsi giù in picchiata e schiantarsi.

Comunque vada, l’aereo deve precipitare, sperando non sia per sempre.

Credo che questo ci succeda spesso, quando affrontiamo una crisi. Ci dicono “fatti coraggio” e fanno peggio, con le migliori intenzioni. Se neghiamo la crisi, quella ci sarà lo stesso. Se fingeremo di star bene, idem. Se riusciamo davvero a reagire bene fin dall’inizio (e attenzione all’iperattivismo, a volte è solo un modo per fingere che vada tutto bene), meno male, ma forse per un po’ dobbiamo assecondare la tendenza a precipitare, senza fare molto altro.

Temiamo che così non prenderemo mai più quota? Dobbiamo provarci. A volte non abbiamo altra scelta.

A volte, a cercare di lottare con le correnti avverse fingendo che non stiamo precipitando, precipitiamo prima e peggio, senza atterraggio di fortuna.

Allora, pensiamo a noi. Pensiamo a star bene.

Precipitiamo per un po’. Prima lo facciamo, prima torneremo su.

cruzar_las_aguasHo tanti amici che dicono che “ci vanno coi piedi di piombo”, nei loro nuovi progetti. Io la trovo più che azzeccata, quest’espressione, nel caso di progetti lavorativi, di decisioni importanti che riguardino la famiglia, di politica (e non sempre manco in quella)…

Il campo che nella mia esperienza è il meno adatto, per i piedi di piombo, è l’amore.

Per un motivo molto pratico: le paure che abbiamo in questo settore si avverano proprio se le assecondiamo.

Magari vediamo questa persona da un mese, ne conosciamo ogni centimetro di pelle ma non sappiamo che faccia abbia quando è triste. E vogliamo scoprirlo, e in generale approfondire la conoscenza, ma abbiamo pure paura di soffrire. La cosa più stupida che possiamo fare, a mio parere, è assecondare questa paura e soffocare ogni spinta in un eccesso di precauzioni.

Perché per evitare di soffrire boicotteremo qualsiasi possibilità che abbia questa storia di nascere, ma pure di morire, se è meglio così, e finiremo per stare da cani.

Perché cominceremo a usare le strategie:

– a negarci al telefono, o a non mandare il WhatsApp dopo l’uscita, perché poi penserà che siamo troppo prese (così si metterà in guardia a sua volta e ci sembrerà troppo poco preso);

– a evitare quegli argomenti di conversazione su cui potremmo dissentire (così esploderanno tutti insieme e sfoceranno in un litigio epocale);

– a negare i nostri bisogni, per evitare che l’altra persona si senta oppressa (certo che ci dispiace che non venisse a cena da noi per andare a fare le treccine al gatto, e abbiamo tutto il diritto di dirglielo);

– a non dirci in faccia che le cose non vanno bene (così la questione salterà fuori dopo mesi e mesi a fingere che stiamo ottenendo esattamente quello che vogliamo);

– a essere ambigui sui nostri reali desideri (eh, se va bene voglio una storia seria, ma va bene anche così, eh… No, non credo che stiamo bene insieme, ma forse mi sbaglio…).

Tutto questo perché lo facciamo? Per non soffrire. E finora cosa ci ha portato? Sofferenza. Chiamatela come volete: ambiguità, tristezza, malinconia, lutti da elaborare. È sofferenza. Nostra e altrui.

Quindi capisco tutto quello che volete, sull’andarci piano a cominciare una storia, e anche ad ammettere con se stessi che una storia, per quanto ci si piaccia, non può cominciare.

Ma se non troviamo un equilibrio tra cautela e vigliaccheria, non potrà mai nascere niente.

Perché l’entusiasmo è contagioso, inutile nasconderlo se l’altro è titubante per esperienze pregresse. Io almeno ne sono stata travolta e ho finito per sposarlo (l’entusiasmo, dico!).

Perché “gli uomini fuggono se dico che voglio una storia seria” è una verità incompleta: fuggono proprio gli uomini (e le donne, eh!) che dovresti scartare a priori perché non ti daranno la storia seria che vuoi.

Perché “posso benissimo gestire una scopamicizia anche se sono innamorato” è una grande verità finché non viene qualcuno di cui s’innamori lei e ti trovi, per dirla in francese, con le pacche nell’acqua.

Perché il coraggio non deve per forza diventare spericolatezza, né la sincerità oppressione, e coraggio e sincerità insieme garantiscono quasi sempre il migliore degli esiti possibili alla peggiore delle situazioni.

L’altra strada, quella dei sotterfugi e della vigliaccheria mascherata da cautela, l’abbiamo già imboccata. Che ne dite di vedere dove sfocia questa?

Specie se intanto c’è un intero panorama da ammirare, e ce lo costruiamo noi.

calimeroSì, lo so che lo pensiamo spesso, su tutti i fronti. A noi non succede “mainaggioia”, gli altri trovano lavoro e-noi-no. Gli altri vanno d’accordo con la famiglia e-noi-no. Gli altri si innamorano (corrisposti, dico) e noi… Che ve lo dico a fare?

Secondo me: 1) è proprio questo pensiero a impedirci la minima possibilità che ci succeda (non che a non avercelo accada tutto automaticamente, ma eliminarlo aiuta assai); 2) preferiamo il pessimismo all’incertezza, perché almeno ci fa sentire sicuri.

Ok, provo a spiegarmi.

Primo punto: se pensiamo che a noi non capita mai d’innamorarci, bocciamo a priori qualsiasi possibilità che succeda. Ho un amico che ogni tanto conosce donne interessanti, ma alla minima contrarietà (che so, la ragazza per una sera che la invita a una festa deve lavorare) pensa “lo sapevo, è stato bello crederci ma non mi si fila”. Chi glielo dice che non si sia trattato di un episodio estemporaneo? Soprattutto, perché togliersi così presto la speranza? Ovvio, perché a lui “queste cose non succedono mai”.

Non sarà che per certe cose ci vuole una botta di culo che già di per sé è complicata a darsi? Immaginati se la respingiamo a priori e non la riconosciamo quando si presenta.

E qui arrivo al punto due: gli esseri umani sono una barzelletta vivente. Sono così affamati di certezze, così contenti di crearsi schemi in cui riconoscersi (vedi le abitudini e quanto siano difficili da debellare, anche quando sono nocive), che a volte preferiscono quelli alla possibilità che succeda qualcosa di bello. O meglio, ovvio che le belle novità siano più che benvenute, ma devono avvenire col minimo sforzo per gestirle e senza il minimo stravolgimento della vita quotidiana. Come dice una mia amica romana, citando evidentemente Prévert: ‘na fetta de culo?

Allora, parliamoci chiaro: trovare un lavoro decente non dipende mai del tutto da noi. Ovvio che aiuta tanto mandare tonnellate di curriculum, ma quante volte ci è stata più utile l’amica che ci ha chiamato dicendo che nella sua azienda cercavano personale? O la prof. che ci proponesse di fare il database del gruppo di ricerca? Sono circostanze fortuite che, ahimè, funzionano più spesso della bravura (anche se l’esperienza mia e altrui mi dice che quest’ultima, come motivo di assunzione, è sottovalutata).

Anche innamorarci, non dipende da noi. Noi dobbiamo aprirci alla possibilità, ma non possiamo prevedere quando succeda. E come. E, nell’illusione di controllare anche l’incontrollabile, diciamo “a me non succede”. Dovremmo essere onesti e dire “A me non so quando succede”, che è un po’ il destino di tutti. Ma ci piacciono le frasi a effetto.

Insomma, certe cose ci capitano quando il caso o chi per lui decide così, e noi siamo pronti per lasciarle entrare nella nostra vita. L’unica cosa che possiamo controllare del processo è: decidere se essere pronti o no, a lasciarlo succedere. Capire se lo vogliamo al punto di accettare che la nostra vita cambi.

Se in fondo non lo vogliamo, non ci resta che continuare così: credere per sempre che certe cose a noi non succedono, fino a scoprire che avevamo proprio ragione, perché ci siamo creati un tale vuoto attorno che non può succederci più niente.

Vogliamo essere cattivi profeti, o esseri umani che imparano a vivere?

A noi la scelta.

E, per una volta che ci è dato scegliere, facciamolo bene.

https://www.youtube.com/watch?v=TEC4nZ-yga8

piumaAllora, vi dico come ho fatto io. Non so se vale per tutti, quindi cercate di adattarlo alla vostra situazione.

Ma se mi guardo indietro, se osservo questi giorni in cui, comunque vada a finire, ho messo le basi per uscire dalla mia crisi, mi rendo conto di aver fatto una sola cosa, fondamentale.

Di essermi aperta al mondo, alla vita. Quello che mi arrivava prima, lo respingevo. Prima è quando mi ostinavo a far rivivere un passato che non esisteva più, che forse non era mai esistito.

Ma io ero li a custodirlo perché si possono amare anche le cose che non esistono, lo sappiamo bene, forse sono quelle che si amano di più, perché non bisogna prendersi il fastidio di accettarle così come sono.

E allora eccomi qui, improvvisamente, ad aprirmi alle cose come sono davvero. No, improvvisamente no, non posso ingannarvi. C’è voluto lavoro, tanto.

Amore, tanto, per me, finalmente. Per chi non mi ha mai abbandonata e ha continuato a crederci, in me, anche quando io avevo smesso da tempo.

E poi, quel pizzico d’imprevedibilità, quella legge della vita per cui a lasciar fare agli eventi, invece di forzarli sempre come ci fa più comodo (a costo di forzarli in modo che ci faccia male sul serio), le cose succedono.

Non tutte quelle che vogliamo noi, né esattamente come le vogliamo, non importa cosa facciamo al riguardo. Ma, una volta accettato questo per i miracoli che avremmo voluto, possiamo aprirci a miracoli che neanche sapevamo di volere.

Bisogna trovare il coraggio di fare tutto questo, e un po’ è preparazione e un po’ è lasciare che sia.

Cominciate con la prima parte. La seconda, ora ve lo posso quasi promettere, verrà da sé.

Maryland Renaissance FestivalIl momento dopo aver fatto una cazzata è in fondo simile a quello dopo una bella notizia, o dopo che il cameriere ha portato il tuo piatto dopo mezz’ora d’attesa.

In effetti è un momento di vuoto perfetto, il vuoto prima di realizzare che ti aspetta un pranzo luculliano, o una notte insonne, per un buon motivo o per uno molto cattivo.

Attenzione, perché è anche un momento rivelatore. Quando ho avuto la certezza di aver perso l’amore, un amore che forse non avevo mai avuto, la prima cosa che ho avvertito nelle viscere man mano che perdevo il respiro è stata sollievo. Ok, allora era questo. Ok, adesso si risolve, in un modo o nell’altro si risolve. Poi ci sarebbe stato il dolore, la discesa agli inferi da cui sei torni hai quasi il dovere di salvare chi parte. Ma meglio quello, mi dissi in quel primo, lungo istante di rivelazione, che un lungo limbo senza neanche incamminarsi per vedere la luce.

Ci sono momenti più sfumati: quello dopo un bacio non dato, che ti resta in punta di labbra a dirti che volevi scoccarlo, lanciarlo come una sfida nel tuo nuovo mondo, ma non ne volevi le conseguenze, non ora, non subito. E allora resta lì, acquattato, sicuro che prima o poi verrà il suo momento.

Che porterà con sé il suo momento dopo.

Se ci riuscite, ascoltateli, sul serio, questi istanti.

Non c’è nulla di più sincero, in quel vuoto perfetto tra pensiero e azione, tra quello che avremmo voluto, e quello che d’ora in poi, chissà per quanto tempo, avremo.

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