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funny-haircuts-facebook-styleCon la mia parrucchiera mi faccio un sacco di risate. È una ragazza di Miami, originaria della Costa Rica, che quindi parla uno spagnolo eccellente ma con l’accento di Stanlio e Ollio. Scherzi a parte, è proprio brava, immune a quel taglio anni ’80 che qua a Barcellona continua a essere l’ultima sensazione.

Lei, poi, ci tiene tanto, al suo lavoro. Si studia il taglio che vuoi (se le parli dell’acconciatura di un film se la cerca su Internet) e ti racconta per filo e per segno che modifiche gli farà per adattarlo alla tua testa. Soprattutto, veniamo alle dolenti note, ti spiega cosa devi fare tu per mantenerlo bello e ben pettinato.

Messo così, un salone di parrucchiere diventa un posto niente male, per imparare a campare: la gente arriva con certi tagli in mente, che ti smascelli dalle risate. Ragazze con due peli in testa vogliono la criniera afro, che so, oppure sono di origine cinese e vogliono dei ricci fittissimi, che si mantengano intatti fino alla prossima messa in piega.

E poi, d’estate, impossibile prendere appuntamento: tutti lì a farsi qualche taglio sexy che li faccia sentire il re o la regina della Costa Brava!

Dalla mia parrucchiera imparo la differenza tra le aspettative della gente e quello che possono ottenere. Soprattutto, scopro quanto sia difficile per le persone capire che devono lavorare, per mantenersi certe cose. Pensano di comprarsi tutto il pacchetto, tutto il mese, a prezzo di una tinta e una piega.

Ma la cosa più buffa l’ho appresa qualche giorno fa, quando mi ha spiegato:

– Ci crederesti? Non sai quanta gente viene qui a dirmi: voglio fare un cambio radicale ai capelli, ma voglio solo tagliarmi le punte. Glielo devo spiegare io, che è una contraddizione in termini?

Già, è una cosa che va spiegata. È quello che dicevo a proposito del vittimismo del “capitano tutte a me”, riferito alle disgrazie, o dell’opposto “a me non succede mai”, ovviamente in riferimento alle cose belle.

Perché, in fondo, quando vogliamo fare un cambiamento, anche in qualcosa di frivolo come un taglio di capelli, si tratta di due cose: capire quanto siamo disposti a lavorarci (non ci crederete, ma la tipa della foto col taglio che ci piace, 9 su 10 ha un parrucchiere personale), e soprattutto accettare che non puoi cambiare radicalmente se non sei disposta a farlo, se non accetti di vederti diversa per un po’, se non corri il rischio di scoprire come staresti con la frangia, o con la tinta più scura, o, come ho fatto io una volta, di entrare con la chioma giallo paglierino che ti eri autoimposta per soddisfare certi standard, e uscirtene in carré, col colore che avevi abbandonato per inseguire una che non sei tu.

Insomma, la mia parrucchiera m’insegna molto di più che la prof. di filosofia del liceo. Per cambiare sul serio dobbiamo:

1) lavorarci su

2) correre rischi

3) accettare che i miracoli succedono raramente

4) nell’attesa del miracolo, metterci in gioco.

Che la panacea di tutti i mali non è sempre darci un taglio.

sunshine-through-blindsMi ritorna in mente una frase di Calvino, in Marcovaldo: “Quel mattino lo svegliò il silenzio”.

È quello che ci succede quando abbiamo risolto un problema, o lo stiamo risolvendo. Un problema annoso, dico, di quelli che ci tormentavano da un bel po’. Ci eravamo quasi assuefatti a questi risvegli pieni di vuoto, angoscia. Risvegli in cui ciò che ci mancava ci attraversava la mente prima di ciò che avessimo.

Ci eravamo così abituati che ora che ci sta succedendo, finalmente, di risolvere, di tornare un po’ all’anelata pace, ci scopriamo più spiazzati di prima. In spagnolo c’è questa espressione, no me ubico, che mi sembra perfetta. Sarebbe “non mi riesco a orientare”, ma ubicarse è proprio capire dove sei, nello spazio, quale sarebbe il “voi siete qui” in una mappa che ci immortalasse proprio in questo momento.

E in effetti è più rassicurante, paradossalmente, svegliarsi con lo stesso vuoto del giorno prima, e di quello prima ancora, che ritrovarsi con una spiazzante sensazione di tranquillità, o di cambiamento.

Mi piace avere l’opportunità di condividere con voi questa nuova svolta, nella mia vita. Mi sembra un completamento dei post di quando ero irrimediabilmente persa e depressa, e forse a qualcuno sembrerà che l’abbia tradito, un po’, ora che io sto bene o sempre meglio. Ma magari può tornare utile a qualcuno, che ancora non sa in che direzione lo potrebbe portare tutto questo lavoro per star meglio.

Vorrei mettervi a parte dei cambiamenti di quando da una crisi ci si esce, e non solo perché si è imparato ad andare sulle proprie gambe, ma anche perché abbiamo scoperto la chiave di tutto: applicare questo nuovo apprendimento alla vita, invece di cercare di metterle una museruola e fingere di poterla portare sempre nella direzione che vogliamo noi.

Ma chi ci ha seguito docilmente, nella vita, l’ha fatto per violenza o per la nostra forza di persuasione?

Ecco, per quella ci vuole pazienza. E tanti risvegli in questa calma ovattata che è il cambiamento.

Tatuaggio-fiori-di-ciliegio-con-farfalle-immagine-e1401707583855Sì, ogni tanto faccio ancora i dialoghi con quello che un ateo convinto chiama “Il mio amico immaginario” e io da agnostica strana chiamo in mille modi diversi, quasi sempre in napoletano. E quasi sempre urlando:

– Senti, si dice in giro che hai un piano per me, ma il mio ti faceva proprio schifo? [Già sentita in Dogma]

Oppure:

– Lo so, lo so che muori dalla voglia di presentarmi qualcuno che mi faccia felice (sei solo timido), ma che ne dici di lasciarmi essere infelice a vita con chi dico io?

Alla prima domanda forse ho trovato risposta, ammesso che ci sia. Al mio piano mancava una cosa fondamentale: informazioni. Preziose. Tipo, come si vive bene se ci si rassegna alla possibilità di essere felici.

Ricordate quando vi raccomando di provare a fare una piccola cosa al giorno per trattarvi bene, e cose così?

Non sto a dirvi che basta solo quello, perché ci vuole un po’ di culo, anche, sfruttare venti favorevoli e incontri giusti, ma vi giuro che è una figata. Come si può evincere dal gergo particolarmente bimbominkia, sono un’altra. Sono tornata al tirocinio dopo un mese d’inattività e temevo un’ecatombe… Invece eccomi lì a scherzare con gli alunni, perfino davanti a questioni emozionanti come la concordanza del possessivo col sostantivo nei nomi di parentela.

Insomma, non ho fatto niente di troppo diverso rispetto al mese scorso, a parte darmi un po’ di permessi: di lasciar andare cose che non funzionano, di consentirmi un po’ di divertimento ogni tanto. Di uscire con amici intelligenti, di proporre io incontri, progetti nuovi. Perfino di farmi corteggiare. Nel senso che quando mi fanno un complimento non rispondo subito schermendomi in sanscrito e accusando l’interlocutore di scarso discernimento.

A volte basta questo. Non a risolvere tutto, che ogni tanto il piano B ancora provo a propinarglielo, all’ “amico immaginario” di cui sopra, che fa sempre orecchi da mercante. Ma mi sto aprendo ad alternative, magari alle uniche possibili, e devo dire che tutto cambia da così a così. E cambiamo anche noi.

Insomma, vi sto trasmettendo la mia allegria? Se a questo punto della lettura volete già abbattermi, ce l’ho fatta.

La vostra missione, per una volta, sarà fare lo stesso. Fare come me.

Per una volta, permettetevi di essere tutto quello che siete quando non siete ossessionati da ciò che vorreste essere. Per una volta sola.

So che la paura di finire delusi è forte, che temete di perdere sia il futuro che non osate sognare che il passato a cui vi aggrappavate.

Ma statemi a sentire, fate questo salto, o che sia almeno un passettino, uno alla volta.

Datevi una possibilità. Potreste scoprire che non siete così indegni di fiducia come pensavate. Che magari un poco per volta, e a piccole dosi, potete fidarvi di voi.

carlo e aliceC’è questo equivoco, spesso, tra accettare le persone così come sono e tollerare che ci trattino male.

La riflessione mi è sorta tardivamente, dopo aver letto qualche libro in cui un marito infedele dice alla moglie “accettami così come sono” (tradotto: “o tolleri le corna, o non mi ami”).

Ricordo invece un conoscente che insisteva con la ragazza perché non dormisse in camera col suo migliore amico, che era in visita da lei: avendo un migliore amico con cui nel corso del tempo ho sviluppato un rapporto fraterno, è un argomento che mi trova molto sensibile. Lui era convintissimo di aver diritto d’inficiare nell’amicizia, perché la gelosia verso questo ragazzo “era un suo limite che la fidanzata dovesse accettare e rispettare”. È un ragionamento che trovo umanamente comprensibile (specie nella cultura malata in cui siamo cresciuti) e allo stesso tempo soffocante.

C’è gente che liquida i suoi problemi e difetti con “l’accettarsi così com’è”, e pretende che gli altri facciano lo stesso erculeo sforzo nei suoi confronti.

Ma “accettare le persone così come sono” può diventare davvero un ricatto. È follia “cercare di cambiare” qualcuno che non lo voglia, ma pretendere che questa persona ci rispetti anche quando va contro i suoi interessi personali (se no, quella è la porta) mi sembra il minimo sindacale.

Io posso accettare che tu sia burbero, che sia paranoico, che tu fraintenda le mie intenzioni nei tuoi confronti. Ma se con me prendi un impegno, pretendo che lo porti avanti o te ne liberi, me ne liberi.

Se mi dici “per natura non posso trattarti bene”, sei un paraculo. Trattarmi male non rientra in nessuno dei tuoi principi, per quanto anticonformisti possano essere.

Se poi ti nascondi dietro l’indecisione cronica per tenermi sulle spine finché non decidi che posto darmi nella tua vita, sei un doppio paraculo.
Qua ricordo sempre la tizia che scaricò un mio amico con una mail ultrapoetica sulla labilità dei suoi sentimenti, sulla coppia fissa come istituzione imposta dalla società… Qualche mese dopo, viveva con un altro.

Inutile sventolare l’insostenibile leggerezza dell’essere come una scusa per fare i tuoi porci comodi.

Si è detto più volte, meno responsabilità riusciamo a prenderci, meglio crediamo di sentirci.

Allora, lasciamo perdere la responsabilità di aiutare chi non vuole essere aiutato, e pretendiamo invece che ci rispetti, così com’è, così come siamo. L’esigenza di essere rispettati è parte della nostra personalità. Non vorrà forse cambiarci, in questo?

In tal caso, così com’è, con tutto il rispetto e l’affetto che sentiamo, se ne può anche andare affanculo, alla ricerca di qualcun altro che viva le sue paure col fegato degli altri.

Allora dimenticheremo un attimo lo zen, compreremo un sacchetto di popcorn e ci siederemo a guardare.

Groundhog-DayDi tutti i film per famiglie che possono venire in mente parlando di routine, ne ho scoperto da poco uno che mi ero sempre rifiutata di vedere: Il giorno della Marmotta, con Bill Murray.

L’avete visto? Ah, ero rimasta solo io, al mondo, a non… ? Ok, allora saprete che parla proprio di routine nella sua versione più estrema: il protagonista, un anchorman egocentrico e cinico che si crede il Padreterno solo perché dice le previsioni del tempo, si ritrova costretto a rivivere lo stesso giorno senza soluzione di continuità.

All’inizio si fa prendere dalla disperazione, poi considera i vantaggi più superficiali della situazione e se ne approfitta, per arricchirsi o spillare informazioni dalla collega che gli piace, che cerca di sedurre invano ogni giorno. Poi, scoprendo che è un incubo anche così, decide di togliersi la vita. Ma per quanto orribile e senza scampo sia il suo suicidio, si sveglia ogni giorno con la stessa canzoncina stupida, con la sveglia che scatta alla stessa ora, con le stesse persone a dargli il buongiorno.

Un tizio intrappolato nella routine quotidiana, con la sensazione di fare le stesse cose, senza poterne mai uscire. Vi ricorda qualcuno?

Alla fine, capisce che non gli resta che una cosa: fare buon viso a cattivo gioco e darsi da fare. Finalmente si prende la responsabilità delle giornate che sta vivendo, e le usa, mo’ ci vuole, per trasformare ogni sveglia in un “giorno migliore”. Lo stesso giorno, ma sempre migliore. Così porta in ospedale il barbone che ogni giorno gli chiede la stessa moneta, e quando muore decide che il giorno dopo gli offrirà un pasto caldo. Aiuta delle vecchiette in auto a riparare una gomma, e impara a suonare il piano, assumendo ogni giorno la stessa maestra, ogni giorno più sorpresa dal fatto che quella sia “la sua prima lezione”. E quando avrà imparato a non usare gli altri per riaffermare il suo ego, ma a condividere la sua parte migliore con loro, finalmente l’incantesimo si spezza.

A noi non deve capitare niente di così spiacevole, come ripetere lo stesso giorno: i periodi di transizione servono a questo. Se dobbiamo sostituire una routine con un’altra, scegliamocela bene, stavolta.

E soprattutto, lasciamo spazio alla parte più bella della routine: tutto ciò che routine non è. Facciamo che l’imprevisto sia parte della nostra quotidianità, apriamoci alla sorpresa di una passeggiata nel vicinato, e quando diventerà routine anche quella spingiamoci più in là, a vedere che succede nella stradina inesplorata alla fine dello stradone.

Io, ormai lo sanno anche i sassi, venivo da una brutta delusione. Ma a passeggiare per le stesse strade che in passato mi vedevano avventrice e ora “vecina de barrio”, era cambiato tutto. Non vedevo il mio dolore a passeggio. Vedevo loro: le persone sedute a godersi un giugno già estivo, in una Barcellona che sembrava King’s Landing.

Quasi mi rammaricavo di non conoscerli per bere con loro, io che prima li ignoravo o mi chiedevo come potessimo essere così diversi (loro sereni e io affranta).

Poi, passando davanti a una tavolata particolarmente allegra, ho visto che quello a capotavola era proprio carino, e senza neanche pensarci, che è l’unico modo per fare queste cose, l’ho guardato a lungo. È successo che lui ha guardato me.

Allontanandomi lo vedevo sporgere il braccio verso di me, esitante, poi tornare ad abbassarlo, sfottuto dai compagni, poi tornare ad alzarlo in un ultimo sforzo prima di rinunciare e aspettare magari la prossima.

No, non ero pronta a fermarmi. La nuova routine non dev’essere uno sforzo, ci deve venire spontanea. Inutile approfittarne per sovraccaricarci di lavoro e imporci la vita che vorremmo, invece di lasciare che lei s’imponga a noi.

La prossima volta, magari.

La prossima volta mi fermo.

coffee-2Appena traslocato, è successo di nuovo.

La prima volta, in Italia, mi ero ritrovata a bere latte e zucchero a merenda, che quasi quasi i cavoli ci sarebbero stati meglio (e poi la merenda, a 20 anni passati…).

Adesso che ho gli anni di Cristo, mi potevate ammirare dal balcone dei miei nuovi vicini, direttamente sparato su camera mia, a mangiare il seguente spuntino di mezzanotte: cartoccio unto di patatine con salsa brava; panino con lattuga, pomodoro e uovo fritto. Il tutto innaffiato da Coca Cola, ovviamente.

Capisco che a questo punto scatti il paragone con le spedizioni al fast food di una 35nne Charlize Theron in Young Adult, e se non vi è manco passato per l’anticamera del cervello di paragonarmi a Charlize… Be’, mi domando proprio il perché!

In ogni caso, la morale della favola è: la nostra vita è routine. Anche la felicità. Si basa su gesti ripetuti ogni giorno, in modo più o meno metodico, finché non diventano i nostri gesti. Per questo è difficile essere felici: anche l’infelicità si costruisce giorno per giorno, ma pare che quella la mettiamo su con più entusiasmo, manco fosse una credenzina Ikea. Ed è difficile accettare le novità anche quando sono belle.

Ma quando siamo costretti a cambiare routine, come in caso di trasloco, o di cambio di un lavoro, o di fine di una relazione, allora entriamo nella Terra di Mezzo della possibilità. E del potere sul tempo e sullo spazio, di gestirli improvvisamente come meglio crediamo.

La prima reazione, tornando a Hollywood, è quella dei personaggi che scoprono improvvisamente di avere un potere magico.

Ed è facile che le prime mosse, giustificate un po’ dalla stanchezza, siano come le mie del post-trasloco: cartoni di pizze sparsi sulle scatole appena svuotate, tre giorni di seguito a mangiare roba cinese, passeggiate a mezzanotte perché non riusciamo a dormire nella nuova stanza.

Poi, col tempo, anche la nostra nuova vita diventa routine, e semplicemente il nuovo posto in cui mettiamo lo spazzolino si sostituisce a quello vecchio, e neanche più ricordiamo delle nostre manovre per aprire la scassatissima serratura dell’altra casa.

A questo punto, però, fermiamoci.

E cerchiamo di sfruttare la cosa a nostro vantaggio, per costruirci una vita migliore.

Come? Eh, saperlo. La prossima volta vi spiego come sto facendo io, con l’aiuto di un film. Indizi: commedia americana scema, con Bill Murray, ha decisamente a che vedere con la routine.

Per chi ha indovinato, in palio… Niente. E ja’, per una volta fingiamo che sia un blog serio!

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