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L’altra sera ero nel cesso di un pub con una sposa scozzese.

O meglio, io ero fuori, a contarmi i morsi di zanzara allo specchio, e lei in bagno. Le era pure caduto non so cosa, non so dove, come cercava di spiegare alla damigella che aspettava con me. Per fortuna l’accento e il tasso alcolico non aiutavano a capire i dettagli.

Improvvisamente era esploso un suono di cornamuse.

– Oh my gosh, it’s for us! – e la sposa si era precipitata fuori, nella ressa del Carders Public House.

Insomma, le mie uscite estive sono iniziate sotto i migliori auspici.

Il fatto è che, come ho già spiegato, allo squallore che può assumere una notte di “fiesta” barcellonese avevo risposto per anni col mio consueto equilibrio: non uscendo più. Non la notte, almeno.

Credo mi chiamassero Cenerentola.

Ora che mi sono presa l’estate per riflettere, tradurre e studiare catalano, ho pensato che una seconda chance fosse d’obbligo.

Così una settimana prima ero uscita “solo per vedere la partita, eh, ragazzi”, e due ore dopo stavo girando per il Born sottobraccio a un francese di due metri. Gli avevo parlato del blog e dei progetti di scrittura, e lui:

– Naturalmente includerai un capitolo in cui incontri un uomo meraviglioso e affascinante di nome Mario.
Mi ero girata.
– Chi? – avevo chiesto all’avambraccio.
E una voce dall’alto:
– Mario. C’est moi.
Stavo girando per il Born sottobraccio a un francese di due metri di nome Mario.

L’avevo pure cercato, eh, nella zona dance del locale di Rambla Raval in cui eravamo finiti col gruppo, ma stava baciando una ragazza semiubriaca, che poi si era messa a ballare con due ragazzi con ciuffo e barbetta, che poi si erano messi a strusciarsi tra loro, prima che il più alto, a fine serata, baciasse la stessa tipa che aveva baciato l’altro all’inizio.
Mi ero detta: hai voluto la bicicletta? E mo’ pedala.

La sera della cornamusa, invece, andavo solo al concerto del tizio che sul palco, “soffiava” a pieni polmoni una melodia che il suo coinquilino non mi voleva insegnare a ballare.
– Non so come si balla, e comunque uomini e donne da noi ballano separati.
– Questo spiega molte cose.

Tanto aspettavo che lo showman suonasse il kazoo.

L’ha fatto a fine serata, in un P.K.P. (Private Kazoo Party) che a un certo punto mi ha vista indossare una parrucca rosa (prossimamente su facebook, ne sono sicura).

La seconda parte era rimandata al giorno dopo, sul loro terrazzo. “Tranquilla, è solo un barbecue tra coinquilini”.
Seh. L’Onu al gran completo. Uno di Derby ha pure dichiarato che parlavo inglese come questa.
Il resto era lì per il Sonar.
Mi ci sono volute almeno due claras per dichiarare che lo schifavo cordialmente.

Il che non ha impedito di darci appuntamento tutti insieme il giorno dopo, domenica, prima in spiaggia e poi a guardare l’ennesima partita, con un’amica new entry che se ne fregava del calcio e aspettava solo il terzo tempo del P. K. P.

Disputato nella casa del barbecue, con un ospite d’eccezione: un castoro di peluche. In realtà le ospiti eravamo noi, il castoro mi aveva spaventato la sera prima, appollaiato sul televisore, e adesso ammaliava al primo sguardo la giovane artista, che lo spupazzava suonando le più improbabili melodie kazoo.

È una martora, precisò il suo padrone la sera dopo.

Sì, perché, indovinate un po’, ero uscita ancora. Avevamo visto la partita in un locale con due sale e due schermi separati solo da un vetro: così mi giravo dalla mia stanzetta secondaria, consacrata all’Italia, e nella pausa tra i due goal osservavo il nutrito gruppo di spagnoli e filoispanici in attesa della svolta tardiva.

Poco prima del fischio d’inizio, le mie amiche mi avevano chiamata apposta “per togliersi un dubbio”:
– Scusa, ma abbiamo visto la lista invitati su facebook…
– E allora?
– Allora, viene anche…
– Lo so.
– E tu sei sicura di voler andare lo stesso?

Io ci avevo pensato due minuti, ripassando la serie di scuse possibili per non andare: devo temperare la punta alle matite per gli occhi, lavare gli scogli della Barceloneta, pettinare i capelli alle Barbie…
Poi avevo riassunto tutti i libri di filosofia, le ore di yoga e le letture di self-help in una sola parola, una specie di mantra purificatore dell’umanità:
– Sticazzi, ragazze.
– Amen – avevano risposto.

Ora festeggiavamo tutti insieme il mancato biscotto nel bar in cui lavorava la donna-kazoo, che ormai in pausa ripensava con nostalgia al peluche. Ah già, ridevo io, ahah, che idea tenersi sulla tv di casa quella sottospecie di castoro semovente…

È una martora, aveva ribadito il fan del Celtic, stavolta alquanto seccato. È un animale forte e coraggioso. Ed è il simbolo della mia squadra.

Gelo.

– Ma io la amo, la tua martora – aveva dichiarato infine la donna kazoo.

Ancora silenzio, poi il tifoso offeso l’aveva guardata con occhi nuovi:
– Ah, sì? Sei la prima che le si affeziona.

E con questa pace internazionale, potevo finalmente andare a dormire.
Perché in questa girandola di “notti magiche”, che finivano dalle 3 alle 5 del mattino, mi svegliavo comunque tra le 8 e le 10 e traducevo almeno fino all’una.
Non so perché, rimando sempre la correzione di quelle bozze lì.

(una canzone sulla depressione animale)

(Il cornamusaro quando non suona il kazoo):

(Adesso metterei il video di Come Undone di Robbie Williams in rappresentanza della “fiesta” media barcellonese, ma l’artista di cui sopra mi ammazzerebbe a colpi di cornamusa. Facendosi sgamare subito)

Non è che non lavori. Colgo l’occasione di una traduzione, che m’impegna 3-4 ore al giorno, per fare il punto della situazione.

Le ex colleghe ora svolgono lavori simili a quello che facevamo insieme, precari ma non proprio miseri e trovati nell’arco di un mesetto.

Annunci per Groupon, descrizioni di appartamenti per agenzie turistiche, call center.
Una, italiana, fa 3-4 lavori alla volta, tra bar e imprese di pulizie, per mantenersi durante il master.
Un’altra, catalana, sta perfino in una clinica per la fecondazione assistita, mi ha chiesto aiuto per la prova scritta, che con tutte le coppie italiane costrette a venire qua la lingua di Dante era un requisito fondamentale.
Una francese ha perfino cambiato lavoro, il primo non le piaceva, il collega italiano parlava da solo tutto il giorno e a un certo punto avevano licenziato il capo del personale. Ma non credo che l’offerta di cervelli italiani consenta tanto snobismo.

Comunque, sarà che modestamente ho delle amiche brillanti, ma pare che se parli le lingue, scrivi bene e hai un po’ di culo qualcosa si muove.

Non io, però. A fine mese comincio il corso intensivo per il certificato di catalano di livello superiore. Il fantomatico D. Per lavorare nella pubblica amministrazione catalana ci vuole il C, che già possiedo (e la raccomandazione di Sant Jordi, ma questa è un’altra storia).

Non so bene perché prendo il D. Un po’ perché quando parlo una lingua vorrei farlo bene. E poi m’illudo di opporre un pezzo di carta a eventuali considerazioni nazionaliste: “sì, ma non sei catalana”, “sì, ma ho il D”. In ogni caso, terminando a settembre con pausa ad agosto, il corso è una grande scusa per continuare a riflettere.

Su cosa? Be’, sul fatto che, quando parlano del nuovo lavoro, le mie chicas dicano in coro che “non è niente di che, una cosa per tirare avanti”. D’altronde, “con la crisi non c’è altro da fare”. Ma poi tutte sembrano risollevate dall’aver perduto il lavoro due mesi fa, non lo amavano per niente, ma “con la crisi che fai, ti licenzi?”.

E allora approfitto del piccolo sussidio, del lavoretto part-time e del corso per starmene tre mesi a cercare di quadrare il cerchio con un lavoro che mi piaccia “nonostante la crisi”. Tanto la ricerca pare arenata del tutto, e non mi manca. Quando ho iniziato il dottorato avevo 26 anni, vivevo a Napoli e m’interessava tutto e niente. Quando l’ho finito, l’anno scorso, ne avevo 30 appena compiuti ed era cambiato tutto.

Forse il vantaggio d’iniziarlo tardi, il dottorato, è avere già le idee chiare.

Io ho sempre saputo di voler scrivere, e pure che “lettere non danno pane”. Ma non avevo ancora deciso, come adesso, che non vale la pena di fare lavori a mille euro al mese senza nemmeno provarci, a scrivere, per paura di non farlo bene.

Intanto, però, veranito. Estate.

Ma le mirabolanti avventure dell’estate barcellonese le racconto in un altro articolo, che quelle di cui sopra devono rimanere elucubraz… Pippe. Pippe mentali. Ho deciso di scrivere come se doppiassi un film di Tarantino.
Così qualche libro lo vendo.

(Lezione di catalano):

La casa del mio amico è di quelle enormi e antiche che t’insegnano a catalano, nella lezione sulla “tipica casa barcellonese”, e non credi esistano finché non ne trovi una. Il mio amico in catalano sa dire solo “de res”, e nelle altre lingue ha un accento strano, che a volte dici sì anche se non hai capito.

Ci vivono in 4, ma in realtà sono 5. C’è la sua ragazza. Gli altri fidanzati vanno e vengono, a volte restano per la notte. La sua ragazza è lontana, ma è sempre lì, nel telefono fisso occupato mezz’ora al giorno, tarifa plana, o nel letto sfatto alle 4 del pomeriggio, intravisto un momento prima che lui chiuda la porta a chiave, che c’è una festa e non si sa mai. O quando, mentre suonano la chitarra in salotto, lui svanisce nel nulla, e il chitarrista mi guarda e chiede dove si sarà cacciato.

Tanto torna sempre. E offre birra calda, che in frigo è finita, o dà mezzo rotolo di Scottex alla mia amica che deve andare in bagno, perché è finita pure la carta. Misura a occhio. Che ne sa, lui, di quanta ne serve alle donne.
Non sempre mi manca, in salotto. Lui è silenzioso, tranquillo, gli altri sono allegri, simpatici. Il chitarrista soprattutto, è una star. Gli ho portato un’amica pazza quanto lui, non per fare la ruffiana, che non ne hanno bisogno, ma per sentirli cantare canzoni improbabili fino all’alba.

E io mi sono sentita bene. Certo che c’erano cose che m’innervosivano, in quel salotto con gli stucchi sul soffitto e il pavimento artistico: un cuscino vuoto, lo sbattere di una porta, una luce che si accendeva e spegneva dove io non posso entrare.

Ma stavo proprio bene. La cosa più strana era che la distanza non mi spaventava.
Posso andare in capo al mondo, ma quando ho una casa la voglio vicino. Lì non è che mi senta a casa, ma c’è la luce giusta per guardare tutti senza guastare l’intimità, e la possibilità di parlare di cose più o meno idiote per chissà quante ore.

Non ci sono abituata. Dipende dall’epoca della tua vita, ovviamente. In quella che ho lasciato in Italia insieme a mezzo guardaroba invernale, questi ragazzi di 3-4 paesi e 2 continenti diversi mi sarebbero sembrati noiosi. Nessun colpo di testa, nessuna crisi esistenziale, nessuna malattia paragonabile a quelle della mia Corte dei Miracoli, come la chiamava un amico rimasto lì.

Adesso invece rappresentano tutto quello che voglio. La pace.

E un bel terrazzo sul mondo affumicato dal barbecue.

– Secondo te è forte, Balotelli?

Guardo i miei interlocutori. 16 anni in due, dividono la sedia e sono bellissimi. Uno coi capelli a spazzola e gli occhi blu, l’altro scuro scuro con gli occhi a mandorla e la maglia dell’Italia.

– Mi pare di sì.

Protestano vivamente, mentre dietro imprecano per l’ennesimo goal mancato. Accanto al maxischermo c’è lo striscione della Casa degli italiani con una frase che dimentico presto, qualcosa come “Per sentirti sempre a Casa!”. Casa con lettera grande, però, questo lo ricordo.

Ricordo anche la mia replica:

– E voi chi preferite, Balotelli o Cassano?

Quello con gli occhi chiari spiega:

– Cassano. È molto meglio. E poi sono genoano.

In effetti l’accento è di Genova. Prima non l’avevo sentito, quando ha chiesto al padre, dietro di me, “Qual è il portero de l’Italia? Si dice ‘l’Italia’?”.
Il bambino con gli occhi a mandorla, invece, ha un accento del centro e un dubbio atroce:

– Ma Chiellini non è identico a Voldemort?

Romano, decido.

Mentre cerchiamo di segnare questo benedetto spareggio con la Croazia nei cinque minuti di recupero, parlottano tra loro come certi cuginetti napoletani in presenza dei genitori, quando censurano dialetto e parolacce. Mi domando se il loro “dialetto” non sia lo spagnolo, qui. O il català.

– Vedi, Cassano è maleducato. Balotelli è nero e lui è razzista, quindi non vanno d’accordo.
– Balotelli è gay.
Detto come una constatazione, nel senso di “Cassano lo odia per questo”.
– No, sembra che è gay, ma non è gay.

Alla fine escono a giocare, e io ascolto le voci della Casa degli italiani.

– Ma figa, non possiamo fare queste robe qui, sono alti per i falli!
– Ma n’ ‘o poteva sbaja’, er goal?

La Casa degli italiani, invece, sente me in prima fila dire solo “No, uagliu’, no!”, e invocare continuamente quello che sembra un giocatore della nazionale giapponese, tale Maronna-San.

Ma niente, oggi è pareggio. È una nazionale un po’ triste, commento con Stefano, uscendo dal viale nascosto nell’Eixample più elegante. Lo scandalo Juve, Buffon indagato, e tutti che trovano una ragione o un’altra per non guardare gli europei.

Chi lo fa per una giusta causa, i cani ucraini sacrificati al dio Calcio.
Chi non ci crede che ci sia una giusta causa da sbandierare, quest’anno, insieme al solito “il calcio è l’oppio dei popoli”.
Chi si tortura tra vedere la partita e rinnegare il nazionalismo, scomodando deliziosi stornelli anarchici.
E infine, quelli che non si sentono italiani, ma per fortuna o purtroppo sono italiani a Barcellona.

La prima partita l’ho guardata tra uno di loro e una maiorchina che “se segna la Spagna sono contenta, perché in pratica è il Barça, ma se vincete voi non mi uccido mica”.

Stavolta la Spagna non ce la faccio a guardarla, tornando nel Raval. Tanto qua la nazionale (“de qui?”) la seguono e non la seguono, il Folgoso è mezzo vuoto e mezzo pieno, e la parte piena accoglie l’unico goal che vedo con rumore di sedie: ci sono i soliti, la signora mezza ubriaca con accento andaluso, il vecchietto compito che siede in un angolo, e il cameriere bengalese che mi sorride come per dire “Ora siamo al completo. Una clara?”. La novità è un gruppo d’italiani, con uno che spiega all’unica spagnola che non depilarsi le ascelle non è una rivoluzione. “Il femminismo…” conclude laconico. Guardo la spagnola, le auguro mucha suerte e vado prima dell’intervallo. Mi spiace per l’Irlanda, ma vince la Spagna.

Davanti al Macba c’è il Sonar, dalle mura improvvisate e tappezzate di manifesti psichedelici mi accoglie un ronzio che mi fa vibrare la borsa e invidiare assai quelli che hanno pagato una fortuna per entrarci.
La musica migliora mentre ormai svolto verso il Carme, con un argentino che vende empanadas e un collega che mi chiede in moglie (“a vos te pido casamiento”). Per gli standard di qua devo essere particolarmente guardabile, stasera, e la clara comincia pure a farmi effetto, così canto la canzone di un film che guardavo sempre a Manchester, imparata a memoria nel limbo-ricotta tra laurea e dottorato. Mi domando se sia il barrio adatto, ma tanto chi mi capisce, e poi ho una pronuncia che l’ex coinquilina israeliana mi chiuderebbe con gli scarafaggi nella vecchia cucina.

A proposito di cucina, mi arrendo. Voglio il curry di Bismillah, da portare. È una droga. Speriamo solo che al bancone non ci sia…
C’è.
L’amico del mio ex, quello che non approvava la mia presenza e non saluta manco sotto tortura.
E mi serve lui.
Porello, tutto sto viaggio dal Kashmir per servire una zoccola occidentale che sorride troppo. Ma mi accorgo di aver peccato di superbia, magari non saluta nessuno perché è orso e basta.

– Muchas gracias.
– Qué? – sgrana gli occhi, tra il meravigliato e lo schifato.
– Que muchas gracias!
Passa al cliente successivo.

L’alunno di posteggia è più gentile. Sta lì, nel panificio, ad aspettare che le lancette facciano ¾ di giro. Gli sto insegnando a “ligar”, a “posteggiare” in napoletano. Lui mi fa un complimento e gli dico se andiamo bene. È giovane, si farà.
Stavolta mi dice:

– Sono stanco, italiana, è quasi ora di chiudere e sto solo in negozio, meno male che è venuta una chica guapa, grazie per l’energia che mi trasmetti.

Non male, commento con un avventore appena entrato in bicicletta. Mancano le palette alzate, ma brandisco la baguette calda di forno (me la sceglie apposta) e infilo le scale giusto affianco al negozio.
Il cartone che ho trovato stamane proprio fuori la porta è ancora lì. Lo uso per coprire la finestra per il sole, non c’è tenda che tenga e l’altro è bucato, pensavo di cambiarlo. Allora la Provvidenza esiste? Viva il Dio dei cartoni, che veglia su di me.
Mi sfugge un particolare, la morale della favola.

Ah, già.

Io il calcio, l’ho già detto, lo vedo per abbuffarmi e fare bordello, ma in questi 4 anni sono migliorata. Prima quando perdevamo era solo sfiga. O un arbitro bastardo, o degli avversari fallosi.
Adesso li vedo,i goal che non arrivano perché gli attaccanti non si capiscono, perché “il centrocampo è debole” o “non siamo abbastanza cattivi”.
Adesso ho imparato che la sfiga è l’alibi di chi non è abbastanza cattivo con se stesso da dirsi che era colpa sua.

E poi concedersi il bis.

Anzi, il ter.

Lo diceva, quello, che ci vorrebbe il terzo tempo.

(L’inno italiano di riserva)

Non ci venite mai, nel Raval. È un posto pericolosissimo. Sporco. E brutto.

Spacciatori in ogni angolo, che al posto del fumo vi danno l’erba di casa loro.

Sì, perché in tutte le case del Raval, ovviamente fatiscenti, cresce l’erba in mezzo alla quale pascolano gli scarafaggi. Enormi. Ovviamente gli spacciatori che trovate sono part-time, lavorano quando non sono impegnati a derubare i turisti o i cittadini perbene. E a organizzare attentati con Al Qaeda, naturalmente.

Non sapevate che il nuovo leader di Al Qaeda si nasconde nel Raval? Sapevatelo! Entrate in un qualsiasi negozio di frutta tenuto da immigrati. Cosa ascoltate? “Calabacín para ti un euro al chilo”. Capito? Le zucchine sono un linguaggio in codice per bombe, e l’euro e il kilo simboleggiano precise coordinate cartografiche che non stiamo qui a spiegare. Le trovate su Internet insieme alla teoria sui terremoti autoindotti.

E le donne, ne vogliamo parlare? Un giornalista, mi hanno riferito, scrisse un articolo, “le donne invisibili del Raval”. Smascherando un’importante verità. Non è che gli immigrati lì siano soprattutto maschi scapoli che vivono in 10 in 50 mq. Nooo. Si sono portati appresso uno stuolo di donne in burqa mimetico che quelle poche volte che escono si mimetizzano coi graffiti sui muri. Sì, perché sul burqa hanno riprodotto pure i graffiti, hanno pensato a tutto. Ovviamente il 50% della popolazione femminile “ravalenca” è costituito da prostitute. Scusate la banalità, è che non tutti lo sanno. Voi a scanso di equivoci provate. Alcune si nascondono bene, per ingannare la polizia. Ma voi avvicinatevi con delicatezza alla prima che trovate e chiedetele “Scusa, quanto prendi?”. Se non capisce la vostra lingua, chiedeteglielo in varie, dialetti compresi. Se vi dà un manrovescio sui denti non disperate: è il loro segnale di riconoscimento perché la polizia non le sgami. Se poi lo chiedete a una tizia bassina e biondiccia con un look molto creativo e due buste della spesa in mano vi è andata male: sono io, e lo faccio ancora gratis e solo con chi mi sta molto simpatico. Per vostra fortuna, non sarà il vostro caso. Ve la caverete portandomi su le buste della spesa. Poi, quando mi sarò accertata che abbiate imparato la lezione, che il Raval è un posto pericolosissimo e da non frequentare, vi porterò a fare un giro.

Se è domenica vi porto su Rambla Raval, che i pakistani chiamano qualcosa come “Rambla scacciapensieri”, e vi offro un tè alla menta con baklavà al bar all’aperto del mercato. Però ci sediamo all’aperto, tra palme e pappagalli, ad aspettare che si faccia l’ora per ascoltare un po’ di musica al Big Bang o a Robadors 23. O preferite un po’ di poesia al Colmado? Se avete fame scegliete: a meno che non vogliate la cucina rustica di Romesco, il venerdì vi porto dal marocchino a vedere se avanza un po’ di cous cous (me lo dicevate prima, che sareste venuti, se prenoto un giorno prima ce ne fanno trovare in quantità), oppure da Shalimar su c. Carme, anche se i miei vicini di casa mi raccomandano quello vicino alle giostre, verso la Rambla. Sì, dai, andiamo là, che vicino c’è il Pastis. C’è un concertino quasi ogni sera. Così imparate la strada della prima libreria araba aperta in Spagna.

Una birretta in una terraza e ci salutiamo. Non prima che ripetiate con me: il Raval è un posto orribile. E passate parola, eh. Soprattutto ai vostri amici che vivono qua. E pure a quello che “non se la sentiva di parcheggiare giù da me” e se ne tornò nel suo barrio in culandia citeriore col coprifuoco alle 8.
Se invece volete tornare in questo barrio sporco, pericoloso, orribile, sapete dove trovarmi. Ma resti tra noi. Potrebbero venire troppi cittadini perbene.

Il Rai è buono e caro (solo metaforicamente), ma non è facile da trovare. Prima di tutto perché sta in una di quelle stradine del Born che cominciano con un altro nome, in questo caso illeggibile perché nascosto da un divieto di transito. Tu vai sempre dritto, finché non ti accorgi che i civici si ripetono. Allora impari a prendere come punto di riferimento la chiesetta all’angolo. Infine, se non ti fai distrarre dalle botti-tavolino del bar affianco (non entrarci mai, 7 euro una tortilla e una coca) arrivi a questa porticina che la mia del Raval, scassata e buona, salta più facile agli occhi anche senza quei 2-3 manifesti freak messi lì pro forma.

Quando arrivo il 6 giugno sera sono spariti pure quelli, perché la porticina è aperta. Ma c’è Eva, messa lì a rivelare alla gente che finalmente sono arrivati al cabaret di solidarietà con le vittime del terremoto in Italia.
L’ultima volta che l’ho vista suonava The Final Countdown con un kazoo e un maialino di plastica di nome Miró. Stavolta aveva avuto la mezza idea di fare Romagna mia almeno col kazoo, ma aveva intuito fosse di cattivo gusto.

Perfino per un cabaret presentato dal Banzo, personaggio mitologico della Barcellona italiana metà uomo e metà mutandoni di Pacman. Quando lo scorgo tra la gente che si affolla in zona bar, uno stanzone alla buona con saletta attigua, mi accorgo con disappunto che non li indossa ancora. In compenso mi annuncia che lo affiancherà una valletta spagnola vestita da Colombina.

‘nnamo bene. Nella saletta un gruppo sta suonando Zombie con strumenti ad arco. Ci metterò tempo a capire che lo spettacolo vero e proprio è nella sala grande, quella usata per le proiezioni e presentazioni come quella della settimana scorsa, quando al Banzo prese l’attacco di panico.

Andò così, ricordo pagando i 5 euro del biglietto e i 5 per il buffet de La piccola cucina italiana (pasta fresca, caponata e salsiccia e friarielli in dosi omeopatiche). Eravamo col Banzo e una coppia di amici alla presentazione di due libri sulla camorra (un’inchiesta giornalistica e una parodia tragicomica), quando il giornalista venne interrotto dall’ingresso di… Pulcinella. Mentre nascondevo la testa tra le mani, incerta se prendere a testate la sedia, Banzo si aggrappava spaventato alla fanciulla al suo fianco: per un secondo aveva creduto di stare a casa, vicino Ravenna, e che il grido con cui era entrato l’attore annunciasse il terremoto. Un flash spaventoso e dieci minuti di attacco di panico.

Dopo Pulcinella, rifletto mangiando (e commuovendomi per quanto sia buono) Colombina è d’obbligo. Anche perché fa la valletta pure alla prima parte dello spettacolo, presentata da una drag queen.

Ma io, per chi non l’avesse capito, voglio il Banzo su quel fottuto palco. Oh yeah. E seduta accanto a Eva modello groupie possiamo finalmente applaudirlo verso le 22, preannunciato dal tecnico-regista che parla di spettacolo di varietà, cabaret e danza del ventre. Danza indiana!, gridano da dentro (in realtà gridano il nome della danza, destinato a rimanere incomprensibile ai più).

Finalmente il nostro eroe, in mutandoni d’ordinanza, maglietta Odio il Brodo stile Skiantos e giacca da Bravo Presentatore, si siede sui gradini del palco a gambe larghe (mentre cerco disperatamente di fargli cenno di chiuderle) e legge una cosa in una lingua sconosciuta, che Colombina traduce in spagnolo. Mi spiegano che è modenese, o una cosa così.

Primo numero: -Danza del ventre!
Altra smentita da dietro al palco.
– Scusate, la mia pancia mi ha suggerito male – commenta il Banzo in spagnolo.

Parte la musica e comincia subito la parte più bella: quando i ballerini non appaiono. Diventa una specie di gag, il pubblico applaude e il tecnico va a controllare che siano ancora vivi. Sì. Aspettano la reincarnazione e l’inizio della canzone, dopo un intro lungo quanto una canzone dei Pink Floyd.

Tra un numero e l’altro messaggio un’amica catalana in dirittura d’arrivo: conoscendo i miei polli le comunico che lo spettacolo volge al termine e sono 5 euro, sicura? Prevedo che o mi aspetterà fuori o troverà il modo di entrare gratis.

Intanto una strepitosa sessuologa ci parla delle tecniche d’approccio degli uomini nella storia, ricordandomi che la più schietta della mia vita è stata fuori alla Biblioteca de Catalunya:
– Quieres polla?
Eva ha un infarto. Da dietro fanno ssst. Si gira: – Ma LEI mi fa ridere.

Come la comica milanese alle prese con la famiglia del fidanzato “locale”. Lei cerca di dare la mano al suocero, che cerca di baciarla alla spagnola, poi non si mettono d’accordo sulla guancia (si comincia a destra in Italia e a sinistra in Spagna). Anche qui ricordo quando, per lo stesso problema, stavo baciando sulla bocca Tonino Carotone

Fortuna che c’è la ballerina seria. E bravissima. L’avevo già vista fuori alla sala, con un trucco modello Misfits mentre si faceva un punto d’onore di allenarsi davanti a tutti, stendendo il piede flessuoso a qualche centimetro dalla mia salsiccia e friarielli. Stavolta entra in scena con una musica tragica e una catena in vita. Non riesco a reprimere un “Mamma d’ ‘o Carmene”.

Quando temiamo che si stia per suicidare, le luci si spengono. Applaudiamo risollevati ma è un falso allarme: la danza riprende. Ci caschiamo un’altra volta prima che la sua uscita di scena, risorta e senza catene, ci prepari al gran finale: la poesia antisismica.
Siccome l’ho ascoltata alla fine del primo spettacolo medito la fuga, poi resto e scopro cose che non avevo capito bene, in questa gustosa allegoria con excursus storici e papi striscianti per Milano “come preservativi dorati”.
La serata finisce con Banzo applaudito, per sua richiesta, come Justin Bieber davanti a un esercito di 16enni.

Missione compiuta: qualcosina di soldi s’è racimolata, noi ci siamo illusi per una sera di essere vicini all’Italia, e i romagnoli in sala si sentono meno in colpa (non so perché, ci si sente sempre in colpa a non soffrire quanto gli altri). Lo spettacolo improvvisato in pochi giorni è stato più che dignitoso, come mi conferma il sorriso dell’amica catalana, entrata gratis nell’ultima mezz’ora.

Tutto è bene quel che finisce bene, se non fosse per la Proposta. Sempre quella, innocua e fatale come i dadi della morte.
– Birretta?
Dici di no, dici di no, dici di no.
– Se è una cosa veloce…

Un chilometro più tardi, ci ritroviamo in 10 in Rambla Raval. Banzo, con la musica nelle orecchie, ci arriva dopo varie piroette metal, che mi distraggono dalla notizia che il mio ammore mancato partirà tra poco. Amen, penso, mentre sfogando la comune passione per il demenziale intoniamo T’appartengo di Ambra, e la parte fricchettona del gruppo siede a terra con la cerveza dei paki beer.

– Perché rifiutiamo sdegnosamente la sedia come simbolo della modernità che ha corrotto la natura umana primigggenia – cerco di parafrasarli in contumacia, con un accento alla Verdone, al tavolino del bar turco. Eva ride e illustra le nostre parole (e i loro capelli) sui tovagliolini, la catalana ci guarda sempre più perplessa, Banzo si accorge che non ha soldi, io mi accorgo invece che sta succedendo di nuovo.

Ho un attacco di acidità.

Non di stomaco, di capa. Da un mesetto a questa parte m’incazzo facile e non mi tengo un cece in bocca. A proposito, la lentezza del servizio mi porta dentro a trattare per un misto di tapas turche comprendenti non a caso hummus e uno yogurt acido.

Tornando al tavolo, un tizio che conta delle monete e che già aveva offerto un prestito al Banzo squattrinato, dichiara in italiano perfetto:
– Ciao, mi chiamo Samuel, sono negro e sono uno stronzo di merda.

– Tutti a te, capitano, sti incontri – sorride la catalana mentre cerca di farsi portare un piatto simile al mio.
Il cameriere chiede aiuto a un collega, che sentenzia che trattasi di “hummus” (in realtà ci sono 4 pietanze diverse), e quando arriva un piatto di solo hummus viene rispedito al mittente.

Poi il silenzio.

Poi esplodo.

Prendo la catalana, entro e cerco quello che ha servito me. Ci preparano un nuovo conto. Banzo capisce che ha tutto l’agio di andare a prelevare, sposarsi, andare in pensione e tornare.

La frangia catalana propone già un simpa quando arriva il piatto seguito da un terzo conto che include pure l’hummus rifiutato. Alla fine il cameriere con un gesto magnanimo “ce lo abbona”, io penso a quando per legge dovranno imparare pure il catalano, e la catalana si ripromette di tornare con petrolio, stracci e accendino.

Ci separiamo dagli altri sulle note di Spalman di Elio e lei dichiara:

– Uscire con gli italiani è strano, siete tutti normali finché uno non attacca una canzone e allora vi trasformate tutti. Come in un musical!

Sì. L’Italia è un musical.

Ma io sono in preda a un altro problema: il famoso hummus mi ha fatto contatto con la salsiccia e friarielli e i postumi dell’influenza. Mi trascino verso casa pallida e con lo stomaco in rivolta, e mentre salgo i cinque piani tra me e la salvezza cado in un vortice di pensieri ripido quanto le scale, fatto di mutande di Pacman, camerieri scemi, danzatrici incatenate e un tizio in partenza che finita tutta la birra in casa strimpellerà una chitarra di prima mattina.
Su questo degno epilogo mi riprometto che la prossima serata italiana la birretta si eviterà accuratamente.

Possibilmente, pure il terremoto.

(Precedente apparizione del Banzo featuring Pacman)

(Madrina morale della serata)

(Artista che ha declinato l’invito all’ultimo minuto)

Quando hai il raffreddore, il peggior inconveniente di vivere da sola è non aver nessuno a cui rompere le scatole. E se anche ce l’avessi, 35 mq sono troppo pochi per trascinarsi da una stanza all’altra con una faccia da funerale, estorcendo attenzione ed eventuali regalini. Quali, poi? I Grisbì a Barcellona non li ho mai visti, per non parlare dei Pan di Stelle.

Il fatto è che il destino ieri mi ha benedetta con un acquazzone.

Dovete sapere che gli italiani a Barcellona sono molto sentimentali. Troppo. E in occasione di concerti come quello di ieri sera, Yann Tiersen gratis ad Arc de Triomf per il Primavera Sound, la sfilza dei nuovi e vecchi amori non corrisposti vaga tra la folla in libertà, come zoccole uscite dalla saettella (mi si perdoni la metafora partenopea). Ho incontrato amici ambosessi distrutti dalla vista della loro zocc… ehm, del loro amore mancato, tra una folla improvvisamente trasformatasi in campo minato.

Ma non per me. Mentre spettegolavo distratta e il mio “zoccolo” già s’intravedeva inatteso e salutato da mezza comitiva, ZACCHETE!, ha cominciato a piovere che Dio la mandava.

Le mie interlocutrici non facevano in tempo ad avvistarlo che si era già dileguato verso non so che rifugio. Io sono rimasta lì, con l’ombrello che non riusciva a coprirmi l’orlo del vestitino appena inaugurato (ok, 5 euro al Mercatino de la Virgen), le ballerine traforate e un sorriso trionfale. E a chi suggeriva di seguire le orme del fuggiasco, evitando di stare impalati sotto gli scrosci da film di Tim Burton, rispondevo serafica: “Ma no, adesso smette!”.

Insomma, il cuore è in salvo e il naso ringrazia.

E adesso non mi resta che aspettare che passi. Penso alle generazioni di prozie vissute da sole, che alla mia nascita avevano 60 anni e quando andavano a Napoli in treno erano considerate donne audaci (quindi io sarei la Pasionaria). E quando avevano il raffreddore se la piangevano da sole.

Però loro avevano la Madonna.

Pure tu ce l’hai!, tuonerebbe la zia più ‘nzista se non fosse morta. Ma io ci ho provato, zia, a sgranare rosari, sono troppo meticolosa: avevo deciso di concentrarmi per ogni Ave Maria recitata. Se mi distraevo ricominciavo. Si faceva notte. Adesso hanno messo pure i misteri luminosi! Cinquanta Ave Maria in più. No, no, non fa per me.

Mi butto sul lavoro. Le mie traduzioni. Ma il naso che gocciola mi rende dispettosa e comincio a scimmiottare gli inglesi che leggeranno questo testo “artistico” che malamente traduco nella loro lingua, pronunciando alla Stanlio e Ollio Leonardow, Vasawri e Fgnhkornvjgkd (questo era latino). Arrivata a non so che discepolo di Leo che ereditò tutti i suoi manoscritti arrivo a pensare “seh seh, mo’ si dice discepolo, come l’amico del cuore di Lucio Dalla al funerale!”.
Basta, finisco il paragrafo e mi metto a leggere un libro per distrarmi.

La sorte qui ha fatto proprio il dovere suo: ho scoperto Cold Comfort Farm di Stella Gibbons! Dopo che ti ossessioni con un classico alla Cime Tempestose non c’è niente di meglio che leggerne la parodia. Ma fatta bene. Gli zombie della Austen se ne tornassero al cimitero, davanti a questo capolavoro incredibilmente sconosciuto. Mi mangio solo… li gomiti, per l’ignoranza che non mi fa individuare tutti i romanzi rurali scimmiottati nel testo: Cime Tempestose, Tess of the d’Urbervilles, forse qualcosa di Lawrence… Ahò, che importa, è esilarante e basta. E quando arrivo allo sgangherato matrimonio che conclude il libro rimpiango solo che sia finito troppo presto.
Anche perché adesso non ho più niente da fare.

Allora provo l’arma cazzimma: mi metto a scrutare le nuvole nere aspettando la pioggia. Se il mio glorioso lunedì sera è rovinato, lo deve essere per tutti. Cosa c’è da fare un lunedì sera a Barcellona? Niente! C’è solo la jam di jazz più interessante in centro, con un maestro di cerimonie catalano dotato di senso dell’umorismo, e il giorno dello spettatore al mio cinema preferito, il Renoir Floridablanca. Stasera c’era il film di Sorrentino, e se fossi stata in vena di vita sociale avrei visto perfino Biancaneve (un altro classico su cui ossessionarsi!). Ma il termometro scassato mi segna 36,2, quindi ho almeno un grado in più. E allora che piovessero pure le mad… ehm, no, zia, intendevo le mattonelle del tetto!
Ma i tonfi che sento lassù sono quelli delle gazze formato faraona che attendono invano da me qualcosa di luccicante da rubare.

Vabbuo’, va’, andiamo a cucinare. Approfitto del naso otturato per fare qualcosa di sano ma schifoso che normalmente non mangio mai. Come le lenticchie rosse comprate in un supermercato asiatico in barba al km 0 e destinate a trasformarsi in poltiglia a ogni timido tentativo di buttarci un po’ di pasta (mentre mamma su Skype mi mostra trionfale, ogni tanto, le lenticchie di Castelluccio).

Mentre l’aglio sfrigola appestandomi casa a mia insaputa, ascolto le voci nel palazzo. Sarebbe meglio se col raffreddore si perdesse l’udito, invece che gusto e olfatto. Gli operai al piano di sotto stanno ancora lavorando. Sono giorni che un nero filo impolverato sulle scale insidia i bottiglioni d’acqua e le buste della spesa che porto su palleggiando la borsa (fateci caso, quando una torna con la spesa la borsa le cade immancabilmente sulla coscia al terzo scalino, e la manica della giacchetta le scende sulla spalla).

E poi c’è sto bambino che frigna.

Caro, dolce frugoletto che piangi a tutte le ore del giorno e che grazie al cielo non ho mai beccato per le scale. Capisco che non hai granché da ridere, se tuo padre è quello col copricapo tradizionale che sale le scale senza salutare, perché vive in una città di perdizione e non deve vedere la mia aura (come se la facessi vedere a tutti!), e se è da casa tua che si sentono ogni sera quelle amabili litanie sulla stessa nota che Resta con noi al confronto è la nona di Beethoven.

Vorrei solo farti notare che se è così che affronterai gli anni a venire, la scuola in catalano e i primi brufoli, e il matrimonio combinato dai tuoi o il corteggiamento sistematico di tutte le vrenzole del quartiere, andiamo proprio male. E un giorno potresti ritrovarti a pensare come un comico “di mia cultura” che era meglio morire da piccolo.

Scusate, è il mal di gola.

In compenso, quando vado a girare le lenticchie, più melmose che mai, scopro che mi è tornato il senso del gusto.

(e per le buonanime della zia e di Leonardow…)

E adesso sedetevi in posizione del loto, chiudete gli occhi e concentratevi sulla vostra respirazione, perché parliamo della Barcellona “spirituale”. Che cos’è? Non lo so neanch’io, ci sono capitata per caso.

Questa storia comincia come le testimonianze dei clienti di Gennaro D’Auria. Due anni fa un’overdose di sfiga mi ha gettata in una crisi globbale totale, come la frittura di Caccamo, dalla quale sono uscita con un’unica certezza: il parmigiano sulla pasta al tonno non va bene (vedi post precedente). Per il resto, davvero non sapevo dove andare a parare.

E Barcellona è qui per questo. Come Internet, o qualsiasi risorsa che possa essere buona o cattiva a seconda dell’uso. Barcellona è perfetta per perdersi, ritrovarsi, e sclerare definitivamente. A chi si perde spiritualmente, poi, offre una serie di risorse per tutte le teste e tutti i portafogli.

La più noiosa (e sensata) sono gli psicologi. Economici. Perfino gratis, se vai nel centro giusto. La più strana ancora la devo trovare, ma sono sicura di esserci andata vicina.

Per esempio, una volta ho partecipato a una dimostrazione di costellazioni familiari, nella settimana di porte aperte dell’Atrium Gestalt. L’eclettico guru, un messicano dal ciuffo fashion che teneva conferenze di ogni tipo, fece battute gustose su “Maria Teresa di Calcutta” (litigando con una bizoca indignata del pubblico), poi invitò uno dei presenti, respinto dalla famiglia perché gay, a scegliere tra il pubblico qualcuno che interpretasse i genitori. Poi indovinò che sua madre aveva avuto un aborto, e lo invitò a scegliere anche il mancato fratellino. Durante la drammatizzazione che seguì, la “madre” svenne. Il guru la fece rinvenire, la mandò a posto e ne scelse lui un’altra, tanto “no pasaba nada”.

Intanto scoprivo il magico mondo di Donne che amano troppo. Qua i gruppi ispirati al libro esistono davvero. In attesa che fondino “Donne che non amano abbastanza ma quando finisce fanno ‘uh’ e ‘ah’”, per un po’ sono stata “presidenta” del mio gruppo. Che è come mettere il capo di Al Qaeda a staccare i biglietti a Capodichino.

Ma esiste ben altro. Ci sono un sacco di “associazioni spirituali” con una cosa in comune: qualche detrattore che le denuncia come vere e proprie sette. Il Brahma Kumaris è addirittura un’ “università spirituale internazionale”, con corsi di meditazione e conferenze gratuiti, tenuti in un palazzo che Bill Gates potrebbe pure invidiare. Poi scopri che qualche ex discepolo l’accusa di avergli fatto il lavaggio del cervello, facendosi intestare tutti i beni in attesa della fine del mondo. Imprevisti del mestiere.

Fortuna che c’è l’infinita serie di documentari che trasmettono in questi centri, tra un’intervista d’epoca a Jung e una conferenza su Confucio. Naturalmente spopola The Secret, che t’insegna che se sei ottimista attirerai cose buone. È la legge dell’attrazione, che a suo tempo cospirò con l’universo per mettere sulla mia strada un’opera che mi illuminasse sui suoi dettami: in parole povere, al mio compleanno mi regalarono il libro di una coppia che comunicava con l’aldilà attraverso il naso di lei. Roba che col naso mio avrei captato tutti i futuri numeri del lotto da qui alla fine del mondo!

Ma presa dal fervore del rinnovamento mi occupavo anche di altri organi. Eccomi a leggere uno di quei manuali sul sesso, pieni di statistiche e illustrazioni, che una volta chiusi ti fanno chiedere come mai, stando così le cose, la femmina della specie umana non abbia mai detto al compagno: “Senti, ciccio, io sono clitoridea e tu vai per penetrazione… Tutto ok, solo che io le dita ce le ho! Tanti saluti!”.

No, ci voleva qualcosa di più serio. Il Tantra! Sì, però bando a quel paraculo di Osho, io volevo proprio scoprirne la filosofia, e non solo la parte erotica. “Mi spiace, abbiamo solo questi manuali”, e giù una rassegna di foto porno che a giudicare dai capelli dei protagonisti (quando si vedono) sono anni ’70. L’unico manuale “filosofico” era stato scritto da un olandese che raccontava la favoletta della dottrina buona e matriarcale soppiantata dall’arrivo di questi maledetti arii, che a parte il biryani ancora devo capire che hanno fatto di buono. Poi scoprii che l’organo sessuale maschile olandese viene chiamato familiarmente “pisciatoio” e capii molte cose.

Buttiamola sullo yoga, va’: oltre ai centri appositi (che vogliono dai 50 ai 60 euro al mese), ci sono i centri civici che lo offrono a 5-6 euro a lezione, e qualche occasione come la ragazza cilena che per due estati di seguito diede lezioni di ashtanga a 3 euro nel Parc de la Ciutadella. Gran cosa, l’ashtanga: è la disciplina con più fratture registrate. E posizioni, ovviamente: “Adesso facciamo la Tadasana, posizione della Montagna, e poi il saluto al Sole, Suryanamaskar…”. E poi quella dell’Albero, del Cane, dell’Indigestione da Peperonata…

La gente intorno a me contorceva le braccia, si alzava sugli alluci, levitava… Io preferivo la posizione del cadavere. Ti distendevi a occhi chiusi per un’eternità, senza pensare a niente, e una volta aperti gli occhi ti ritrovavi davanti solo il cielo sulla Ciutadella, ancora chiaro alle 9 di sera. Mi concentravo tanto che la volta che la prof. si chinò per “allinearmi i piedi con l’universo” saltai e le bestemmiai qualche decina di costellazioni familiari, con gravi conseguenze sul mio karma.

Già, il karma. Finii pure alla casa del Tibet, per la cerimonia della luna piena. La sala sembrava una chiesa delle più tamarre, solo più sgargiante. Quando venne il bonzo un sacco di presenti fecero un rituale complicatissimo d’inchini a dimostrare che la sapevano lunga. Guardandoli in cagnesco m’immersi pure io in un’ora e mezzo di preghiere in tibetano, recitate con tanta più passione e trasporto quanto meno ne capivamo. La tizia dietro di me era stonatissima, il bonzo simpatico. Non so se lo sarebbe altrettanto dopo aver appreso l’illuminazione di Gianfranco Marziano: “Se esiste un club di padreterni, Buddha è chillo che mannano ‘a piglia’ ‘o cafè”.

In fin dei conti, tutto il bordello di cui sopra si riassume in due precetti ovvi e complicati come l’uovo di Colombo: bisogna vivere il presente ed essere ottimisti.
Perfetto, se lo sai dosare bene. Io che problemi di dosaggio ne ho sempre avuti (chiedete a mio fratello come facevo le fettuccine gagliarde) mi sono accorta che, per essere ottimista, stavo partecipando a un progetto politico credibile quanto l’Uomo Farfalla, e mandando avanti una relazione poliglotta, nel senso che messi insieme parlavamo bene 7 lingue, ma nessuna era in comune.

E allora ho mandato a fanguru le persone inutili, accantonato posizioni spezzaossa, guru fashion e libri di self-help. Mi hanno aiutata, eh, erano ovvi e ripassare l’ovvietà fa bene, dopo la spocchia a cui ti abituano in certi ambienti universitari emo. Adesso, man mano che capisco cosa voglio nella vita (ci vuole una sincerità disarmante che non sempre possiedo) i problemi li risolvo da me, magari usando la meditazione come tecnica di rilassamento.

L’ottimismo l’ho conservato, però, anche perché ho visto che le ulcere di chi lo ritiene sciocco manco risolvono i problemi. Il bicchiere mezzo pieno è una grande invenzione, l’importante è che non ti diano a bere qualsiasi cosa.

Om Shanti a tutti.

Per saperne di più:
una danza per raggiungere il Nirvana

Lectio magistralis su zen e poesia:

Ma dico io. Una medita da anni di scriverci un articolo, con citazioni e bibliografia e tutto l’ambaradan, e arriva tomo tomo Truman Capote a rubarle l’idea. E solo perché è nato quei 60 anni prima. Che significa? Anch’io avrei voluto vivere negli anni ’60, adoro quei vestiti, e poi divido la storia in a. P. e d. P. (avanti Pincus e dopo Pincus). Da quando Cartesio mi ha rubato a 4 anni l’idea che la vita potrebbe essere un sogno (frutto delle mie premature notti bianche) è un continuo, anacronistico plagio ai miei danni.

Insomma, l’altro ieri leggevo finalmente Colazione da Tiffany (“perché è troppo bello, vedrai, mica come il film…”) e scopro che il brasiliano José, uno degli amori meno assurdi di Miss Golightly, non si rende conto di che gentaglia frequenti perché, da bravo “trapiantato” all’estero, è incapace di assegnare alla gente il proprio posto nel mondo (“Perhaps, like most of us in a foreign country, he was incapable of placing people, selecting a frame for their picture, as he would at home”).

Minchia, mi dico. Quello che ho sempre pensato io.

Ok, magari non in inglese, e a ben vedere manco sempre.

Arrivando a Barcellona sono caduta anch’io, per fortuna, nella trappola di José.
Per capire quanto la posizione sociale influisca sulle proprie conoscenze non bisogna scomodare Bourdieu. Ho imparato fin da piccola il mio posto nel mondo, che era il seguente: io ero perbene, il mondo era quasi sempre cafone, io parlavo italiano, il mondo cafone parlava napoletano, magari rubava, faceva le stesse cose dei film di Mario Merola (un altro cafone) e io dovevo essere gentile con tutti ma non dare confidenza agli sconosciuti, specie se cafoni.

E vedo che la gente perbene prospera, dato che su youtube i neomelodici sono considerati più volgari di Laura Pausini, e i fan di Laura Pausini commentano spesso le loro canzoni con “che gentaglia”.

Ora, quando lasci il tuo paese tutto questo cessa almeno per un po’.

Improvvisamente sei tu a essere fuori posto, e ti tocca dimostrare che sei “perbene”. Il che ti dà un’opportunità sublime: non capire più un cazzo su chi sia perbene e chi no.

I pregiudizi, m’insegnò una prof. durante un esame (quindi avrei dovuto saperlo io) sono un modo ragionevole per prepararci ad affrontare l’ambiente che ci circonda, l’importante è non lasciare che ti dominino. Quindi un pregiudizio è allo stesso tempo un limite e un’opportunità.

E scompaginare il castello di carte su cui si fonda la tua identità lo è altrettanto. Ti ritrovi così a condividere l’appartamento con gente che parla l’equivalente del napoletano, e allora ricordi che è proibito negli uffici pubblici mentre gli amici catalani cominciano a romperti con la storia che devi imparare la loro vera “lingua nazionale”.

Intanto ti affezioni a coinquilini che, a meno che non indossino divise come i soldati e i fricchettoni, non sai classificare subito, anche perché viene meno l’importante indizio rivelatore del “gusto”. Certo, quei leggings leopardati sono orrendi, ma che ne sai se li mette pure la principessa Letizia, quella che veste Mango? E sputare per terra, fare pipì in strada, lo fanno pure gli studenti universitari. E allora?

Allora, per la prima volta in vita tua, ti fai amicizie senza pregiudizi, perché non sai come formartene. E scopri molte cose interessanti: che la gente con la metà dei tuoi studi può avere certe intuizioni che te le sogni, e che quella che ne ha il doppio può vivere in un piccolo mondo antico che somiglia a quello che hai lasciato alle spalle. C’è chi parte e chi resta, e mentre i secondi a volte fanno quadrato contro le differenze, i primi lo fanno proprio in virtù di quelle.

Ma non illuderti: imparerai a farteli, i pregiudizi. E ancora una volta sarà un limite e un’opportunità.
Io per esempio noto una proporzionalità diretta tra ottusaggine e ossessione per l’igiene. Tra la tanto celebrata gentilezza della gente del Sud e il livello d’invadenza che possiamo raggiungere.

E poi ho visto che il razzismo non è questione di pelle, ma di classe. Quando l’America imparava a odiare gli italiani perché brutti, sporchi e cattivi, mica discriminava i fisici italiani che oggi lavorano al MIT, ma i cafoni (d’altronde, a noi cafoni ci han sempre chiamati). Cambia l’immigrazione, ma non mi sembra cambiare il fatto che 9 volte su 10 siano i poveracci con poca istruzione e pochissimi soldi a cambiare paese.

E a Barcellona, come d’incanto, il problema si risolve. Fai il concertino di musica “etnica”, le perroflauta fanno svolazzare le gonne daltoniche sui jeans, corteggiate da stranieri che fanno l’equazione “mi sorride = ci sta” (come a casa!), ti abbuffi di samosas e pensi che hai fatto l’integrazione.

E invece scopri che la vicina di 18 anni è sposata con un connazionale per un matrimonio combinato dai genitori, ed è scandalosamente felice. Mentre la coinquilina spagnola scopre che le tue amiche italiane hanno una reverenziale paura dei Tampax e non viaggiano mai da sole, e ci rimane secca come te quando l’hai vista pisciare per strada la prima volta.

Mi sono accorta invece che all’apertura mentale non sacrificherò la felicità. Ho chiuso le porte di casa mia a chiunque non mi garantisca due chiacchiere rilassate e qualche risata. I poveri ma belli che non ne sono capaci non ne hanno colpa, ma tant’è. E i connazionali con tre lauree e tanti viaggi alle spalle non hanno scuse.

Con questo metodo ho snobbato allo stesso modo ricercatori universitari e semianalfabeti.

Un pregiudizio però non mi passerà mai. Non importano le origini, il colore della tua pelle o le tue idee politiche: se metti il parmigiano sulla pasta col tonno, difficilmente andremo d’accordo.

Premessa: il punkabbestia che va in giro con un maiale al guinzaglio è fuori classifica, gli piace vincere facile, eh?

10) Il tipo che distribuisce i buoni omaggio per il bar, ma guadagna in percentuale sui clienti che riesce ad accalappiare: appena si accorge che non entrerai nel suo locale mette il sorriso in stand-by, si riprende il volantino e ferma un’altra comitiva di malcapitati.

09) Il figlio/nipote di emigranti italiani, palesemente nordeuropeo, che ti parla 5 minuti con accento straniero, per poi rivelarti: “Sorpresa, non sono italiano!”, convinto di averti fatto proprio uno scherzone.

08) Barboni eccentrici. Sono in tanti, purtroppo, a rovistare tra i cassonetti, e a passare dalla richiesta di 50 centesimi a quella di un euro appena metti mano al borsellino. Quello pako sulla Rambla Raval è un mito, sta lì tutto il tempo, i bambini gli sorridono e lui ricambia.
Poi c’è il vecchietto che mi raccontò la storia della sua vita prima di chiedermi… una zuppa in scatola (non voleva soldi). Mentre gliela compravo si addormentò fuori al negozio. Un altro barbone mi consigliò di svegliarlo (ora so che si derubano tra loro) e quando eseguii cominciò a urlare facendosi scudo con le mani, scambiandomi per un naziskin o un poliziotto.
Poi ci sono gli incazzosi, divisi tra quelli che litigano con se stessi, risparmiandoti la fatica di farli incazzare, e quelli che ti puntano con un qualsiasi pretesto e montano polemiche da antologia. La mia preferita è la signora che incontrai mentre trascinavo delle sedie di seconda mano appena comprate. Pensando evidentemente che le avessi trovate in strada, cominciò:
– Che belle sedie…
– Grazie.
– Dammene una!
– Non posso, le ho appena pagate…
– Dammene una, tu puta madre!
Dopo un breve battibecco, la lasciai a inveire contro tutto e tutti, tranne che contro se stessa.

07) Comitiva di francesi ubriachi che canta la Marsigliese alle 3 di notte. Con un po’ di fortuna, ve li ritrovate esattamente sotto camera vostra.

06) Comitiva di catalani ubriachi che canta l’inno del Barça alle 3 di notte. Con un po’ di fortuna, ve li ritrovate esattamente sotto camera vostra. Non lamentatevi, se cantassero l’inno catalano sognereste di viaggiare nel tempo e cadere nelle mani dell’Inquisizione spagnola, pardon, catalana. Specie se alloggiate nel Gotico.

05) Italiano medio. Barcellona ha un effetto letale sui branchi di giovani italiani in tenuta da rimorchio per la Rambla. Spesso composte da maschi in età riproduttiva (l’età mentale si è fermata a quando si riprodussero i loro genitori), queste comitive vanno in visibilio di fronte a tutti quei particolari che i residenti non notano quasi più: chiome bionde, minigonne, hot pants… Il topless è un discorso a parte: siccome lo praticano in tante, qua, l’ormone impazzito italico entra in corto circuito con l’unico neurone, collassando per l’inaspettato imbarazzo e confermando l’idea che basta un soffio e si smontano insieme al ciuffo scolpito con tanta cura. Il dialogo più bello che ci ho scambiato io è il seguente:
– Hola, eres la scica más guappa de la nocce… Pero no de fisico, de ojos.
– Ah, beh, grazie…
– No, no gracias a mí, ma a tu mami y a tu papi.
– Vabbuo’, ja’, cia’.
– Me vuo’ da’ ‘nu vaso? D’ ‘a bona notte! E ja’…

04) Scippatori che si avvicinano a una coppietta (normalmente etero) proponendo di vendere una cosa a caso, per poi chiudere il ragazzo in un angolo. La tipa istintivamente cercherà di allontanarsi. Ma solo per chiamare aiuto, eh. E poi già sapevo che vedendomi scappare avrebbero desistito per squagliarsela anche loro. La fuga è contagiosa.

03) Lucciole notturne sulla Rambla. Barcellona è la rivincita delle tizie costrette a sorridere e declinare quasi a pugni l’offerta di accompagnarle a casa “vista l’ora di notte”, che intendiamoci, è ben accetta per le buone intenzioni ma è del tutto ingiustificata, checché ne dicano le connazionali che tendono a vedere in ogni angolo un esercito di stupratori che aspetta solo loro. E invece il problema qui è degli uomini, specie se attraversano la Rambla nottetempo senza una scorta femminile. Le numerose prostitute, perlopiù nigeriane, cominceranno una corte degna di una passeggiata per il Corso di Frattamaggiore la domenica mattina, per poi passare, in casi estremi, ad afferrare il potenziale cliente per le parti basse. Nella migliore delle ipotesi vi rubano il portafogli.

02) Coppietta che copula. Ok, la spiaggia è fuori classifica. A parte le scene di masturbazione in riva al mare, magari accanto a una comitiva in festa (e i più scandalizzati sono quelli che più guardano), le scene da Laguna Blu sono riservate all’acqua salmastra. E se nasce una bambina poi, la chiameremo Barceloneta. Ma non ringrazierò mai abbastanza quella coppia che, una volta che avevo convinto il morigeratissimo ex musulmano che il sabato sera non fosse Satana, si fece trovare a copulare in piedi, contro il muro, accanto alla chiesetta di c. Carders.

01) Pakibeer (quello della prima foto lo saluto sempre, gli chiederò l’autografo). Essere mitologico metà ambulante e metà busta della spesa, questo figlio della globalizzazione ha lasciato la terra natia per fermare turisti ubriachi con un mantra molto efficace: “cervezabeer, cervezabeer, cervezabeer”… Ripetetelo 10 volte e raggiungerete il Nirvana, o almeno vi beccherete un euro a cerveza, offerta sia in spagnolo che in inglese per ogni evenienza. In rare occasioni la cerveza diventa anche “sexybeer”, e qualche burlone del posto arriva a fare la battuta: “Ok, voglio una Sexy beer, no, non la Estrella, proprio una birra della marca Sexy”. E giù risate. Qualcuno offre anche altri prodotti ancor meno legali, ma più di “hashish coca” sono allucinogene le samosas, splendide frittelle pakistane conservate (leggi “nascoste”) direttamente nei tombini in strada. Vedere per credere! Poi però le dovete anche mangiare. Buen provecho!

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