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L'immagine può contenere: sMS Attenzione: ho scritto “sopravvivere”, mica trovarla pure, la stanza!

So’ traumi, davvero.

Premettiamo che a Barcellona, nella maggioranza dei casi, affittare una stanza significa farlo in nero: chi ha il contratto d’affitto, magari con il beneplacito del padrone di casa, si trova coinquilini per arrivare alla cifra pattuita. Non tutte le situazioni, per fortuna, sono irregolari. Per esempio, a volte i proprietari affittano singole stanze con contratti regolari, che non è necessario registrare. Se per motivi vari avete bisogno di una ricevuta, dunque, fatelo presente fin dall’inizio.

Per il resto, ecco una serie di suggerimenti che, da veterana, vorrei condividere.

  1. Cercate direttamente sul posto. Ragazzi, è importantissimo. Si può cominciare una prima ricerca dall’Italia su siti come idealista, fotocasa, habitaclia, e pisocompartido, che è dedicato a chi cerca e offre stanza. Ma facciamolo soprattutto per informarci su prezzi e aree, o per controllare la qualità dei collegamenti. Quanto a prenotare già dall’Italia, mai anticipare soldi per qualcosa che non si è ancora visto dal vivo, a meno che non siamo in una botte di ferro, tipo: a) la stanza ci è stata segnalata dall’università/dall’azienda per cui lavoreremo; b) abbiamo un amico che possa controllare in loco. Le truffe sono tantissime e sempre meglio congegnate, quindi resistete! Anche se vi scrive il ragazzo momentaneamente a Londra che vi manda foto della stanza e copia del contratto. Anche se il padre irlandese in cerca d’inquilini per l’appartamento del figlio vi indica siti come TripAdvisor, AirBnb et alii, per effettuare il pagamento della caparra. Fatevi spedire una cartolina dall’ “Irlanda“, magari, ma NON spedite niente voi.
  2. Garanzie! È la dura legge del gol: cercano in tanti, quindi tra voi che siete appena arrivati e qualcuno già con Nie e busta paga, indovinate chi scelgono. Inoltre, coi prezzacci richiesti per una “doppia uso singola” [sic], le coppie o gli animali al seguito hanno vita difficile. Facendo bene attenzione al punto 5, potreste accontentarvi per il momento di qualcosa di modesto o lontano dalla zona che v’interessa: trovandovi voi una persona che vi sostituisca, potete lasciare facilmente una stanza deludente, di solito con piena restituzione della caparra. E a Barcellona i sostituti, credete a me che ho accolto in casa 10 candidati in un giorno, si trovano presto.
  3. Meglio una settimana in più in ostello che la stanza sbagliata. Conosco la sensazione di panico, ma a “scapparcene” dall’ostello per la prima stamberga rischiamo di perdere ancora più soldi in una stanza troppo cara, oltre alla salute. È successo a me il primo mese! No, è importante conoscere chi altro dividerà la casa con noi, e soprattutto chiarire “come funziona” l’appartamento: spazi comuni, bollette, utilizzo degli elettrodomestici. Se la coinquilina dà lezioni di musica dalle 16 alle 21, o il titolare del contratto d’affitto passa i pomeriggi in soggiorno a vedere Telecinco fumando, di fatto siamo confinati in camera anche se ci hanno affittato il ripostiglio! Quanto a riscaldamenti ed elettricità, a volte i coinquilini, o i proprietari che offrono l’appartamento spese incluse, impongono limitazioni assurde sulla lavatrice e addirittura sull’accensione delle luci. Un’amica se n’è scappata di casa perché in inverno, senza termosifoni, non le lasciavano tenere la stufa accesa!
  4. Proprietario o agenzia? Magari ci fosse tutta sta scelta (specie per chi cerca solo una stanza)! A volte le agenzie si spacciano per proprietari, negli annunci online (in tal caso, per favore, segnalate!). Ai proprietari di Barcellona non costa niente rivolgersi a un’agenzia, l’onere è tutto per gli inquilini e le commissioni sono salate. Se trovate un proprietario, però, potreste aver avuto fortuna: alcuni vivono lontano da Barcellona e preferiscono mantenere bassi i prezzi dei loro immobili, piuttosto che doversi cercare gente nuova ogni tot mesi. Anche per le agenzie, la mia personale sensazione è che alcune siano più orientate a una clientela “locale”, e meno propense a sparare prezzacci come quelle che lavorano di più con investitori stranieri e turisti.
  5. Non fatevi fregare! C’è gente che affitta stanze a 600 euro con la scusa che siano “vicine alla Rambla” (e magari sono al Poble-Sec). Magari a sapervi appena arrivati, quei furboni dei potenziali coinquilini penseranno bene di farsi la cresta sul vostro affitto. Eh, no, cari! Andate a visitare le case con Google Maps alla mano, e una conoscenza del prezzo medio in quella zona, aiutandovi anche coi calcoli sugli appartamenti interi offerti dai giornali, e, soprattutto, dai siti di annunci.
  6. Caparra de che? Innanzitutto, ci sono finti sensali che si prendono 400 euro di “commissione” (oltre alla caparra) per installarvi in casa loro! Se qualcuno è così gentile da volerci trovare casa, chiediamo(ci) subito quanto vuole. Sulla caparra vera e propria, io non andrei oltre i due mesi d’anticipo (che già sono assurdi), e chiarirei bene i termini di restituzione: ad esempio, se con un congruo avviso me ne vado prima di quanto stabilito, mi verrà restituita tutta la somma? In un appartamento che occupavo, la titolare del contratto d’affitto pretendeva che le caparre venissero scambiate unicamente tra il coinquilino che se ne andava e quello che gli subentrasse. Così lei se ne lavava le mani e aveva sempre qualcuno a occuparle le stanze. Ovviamente, quello che mi lasciava camera sua non mi disse niente.
  7. Chiedete al panettiere! Chiamo così una tecnica che a volte funziona e a volte no, comunque da provare. Individuiamo una zona che ci piace e chiediamo a chiunque se sanno di stanze disponibili: bar, minimarket… E panettieri! Non dico d’importunare i passanti, che già sono vessati da un turismo mal gestito, ma se un vecchietto al parco attacca bottone io chiederei anche a lui! So di una ragazza che ha trovato casa in zona Plaça Espanya grazie alle indicazioni di un barista.
  8. Fate rete! È davvero importante. Vedrete che, dopo qualche tempo di permanenza, troverete sempre più spesso stanza (e lavoro) con il passaparola. Conoscere gente sul posto, meglio se stanziale, è importante anche per questo. A questo proposito, non chiudetevi subito in circoli d’italiani: quanta più gente conoscete e di diversi ambiti, meglio sarà.

Concludo con un saluto a chi, magari ancora in Italia, trovi “improvvisati” consigli come “chiedete al panettiere”. Vorrei solo ricordare che Barcellona è un posto in cui i “mezzi ufficiali” (agenzie e sensali semiautorizzati) arrivano a chiedere prezzi assurdi nella totale legalità con la scusa del “quartiere trendy”, o dei “lavori recenti” (leggi “mano di pittura”). A fronte di tutto questo, un panettiere è per sempre.

Uno speculatore no.

Risultati immagini per barcelona es bona si la bossa sona Ok, ste dritte che vi scrivo qua sotto sono andate bene a me e/o a chi mi ha circondato in un momento o nell’altro della mia vita barcellonese. Come scoprirete leggendo, alcune mi sono simpatiche e altre no, alcune sono rischiosette su vari livelli e altre meno. Scegliete voi quali seguire!

  1. Scartoffie in vista? Provate la PEC! Mi sono iscritta all’AIRE con la Posta Elettronica Certificata. Quella di Aruba, le Poste Italiane non mi lasciavano accedere. Circa 5 euro all’anno, non capisco chi voglia comunque sottoporsi alla sfibrante prova di nervi che sa essere il Consolato. Basta inviare i documenti richiesti scannerizzati, e amen. (Attenzione, per l’AIRE: i requisiti nel modulo non sono aggiornati, l’empadronamiento non è facoltativo).
  2. Andare in aeroporto col biglietto della metro? Si può! La L9 non sempre è conveniente, se date un’occhiata alla mappa. Per chi vive vicino al centro, spendere i 6 euro di aerobus risulterebbe poco più caro rispetto ai 4,50 della metro per l’aeroporto, magari senza lo sbattimento del cambio di terminale. Ma se il vostro aereo parte a un orario comodo, avete poco bagaglio e non vi dispiace anticiparvi, potete prendere il treno o l’autobus. Al costo di una corsa normale.
  3. Vi servono mobili? C’è il dia dels trastos! Un giorno alla settimana, in ogni quartiere si raccolgono i mobili da buttare. Un’idea comune anche agli autoctoni è munirsi di auto e andare a caccia nei “pijibarrios” (i quartieri ricchi: Sarrià, Sant Gervasi…). A volte, invece, non c’è bisogno di uscire dal vostro quartiere, per trovare. Attenzione a disinfettare bene, sul serio: le invasioni di cimici negli appartamenti sono pane quotidiano! È per questo che io preferisco evitare e rivolgermi ai negozi dell’usato che disinfettano e riparano trastos e scarti di trasloco. Ce n’è uno di un vecchio vicino in c. Riera Alta, ma mezzo Raval ha negozi così. E ne trovate un bel po’ anche altrove.
  4. Parles català? Qua imparare il catalano è gratis, o quasi. Con poco più di 10 euro (per il libro) fate il corso base (B1) al Consorzio. Potete anche studiare online nell’ottimo parla.cat. C’è inoltre il servizio di Volontariato linguistico, organizzato anche a livello universitario. Ma come italiani potremmo sfruttare l’affinità linguistica per studiare seriamente per conto nostro (e parlare molto!): io a due anni dal B1, superando un test del Consorci, sono finita direttamente in un intensivo del C (il livello richiesto negli impieghi pubblici), senza fare altri passaggi.
  5. Hablas castellano? Di corsi di spagnolo gratis o giù di lì si favoleggia a proposito del centro Pere Calders: mai capito come funzioni e immagino file apocalittiche. Prezzi ultramodici anche a CatNova e in altri centri. Io mi sono rivolta direttamente all’intercambio de idiomas, concordato con gente trovata tramite annunci privati. Attenzione a chi vuole solo rimorchiare: incontri in zone affollate a orari pomeridiani, e poi decidiamo se proseguire! Per gli italiani ci sono pure un paio di corsi fatti su misura: è bella, l’atmosfera di una classe multiculturale, ma per me è meglio imparare lo spagnolo con gente che sappia cosa sia un articolo. Fate vobis.
  6. Do you speak English? (E Français, Deutsch ecc.) Oltre alle ottime scuole e agli scambi linguistici gratuiti (pure l’urdu e l’hindi!), tra i mille modi di migliorare l’inglese c’è quello di fare volontariato per i senzatetto con quest’associazione, e andare agli incontri di lettura/conversazione di qualche bar tenuto da madrelingua. Ultima dritta sulle lingue: tenete sempre d’occhio la programmazione dei centri civici!
  7. Ricicliamo alimenti. Ok, io sta cosa l’ho fatta una sola volta, costretta da una decisione collettiva in un Comitato, e non la ripeterò mai più. Ma dietro la Boqueria aspettano in tanti quelle cassette di frutta in stato ancora decente, destinate ai bidoni solo perché l’aspetto non è più invitante. Qualcuno invece scopre gli orari in cui al supermercato sotto casa buttano certe derrate unicamente perché si avvicina la data di scadenza, e devono fare spazio a prodotti più freschi e appetibili. Se invece avanza cibo a voi o volete fare una buona azione, portatelo all’associazione Amásdes o chiamateli: vengono a domicilio!
  8. Mangiare bo i barat? Attenzione alle trappole turistiche. Quanto alla cucina locale, nel quartiere è facile individuare la trattoria che ancora cucina alla buona, persino in centro centro. Quanto alla cucina internazionale, mai capito perché si debba andare a un indiano pretenzioso in zona chic se nel Raval ci sono i migliori ristoranti pakistani che abbia provato (e ho vissuto in Inghilterra). Stesso discorso per i maghrebini di c. Hospital all’angolo con Riera Baixa, e il venerdì il couscous è fresco: con 7 euro circa mangiate in due! Infine, dimenticatevi degli involtini primavera, in zona Arc de Triomf ci sono ristoranti cinesi per cinesi. Il mio preferito, in c. Nàpols 97, è così “casereccio” da essere la casa della famiglia che ci lavora. Se infatti al cuoco non gira di lavorare quel giorno, più che a quello famoso di c. Ali Bei  riparerei in c. Roger de Flor. Occhio poi alle tante iniziative con “degustació gastronòmica” che organizzano i centri culturali. E ovviamente alle fiere e ai mercati! Mi sorpende sempre l’idea italiana che vegano significhi hipster. Alla popolarissima Feria vegana c’è la bancarella di un italiano che per pochi euro (3,50 la lasagna) vi farà leccare i baffi qualsiasi dieta seguiate!

Sono ben accetti altri consigli di veterani e neoarrivati, uniti sopravviveremo!

Risultati immagini per matcha latte … E che vi strapperete i capelli per non averci pensato prima! Sempre che ce li abbiate, i capelli. Altrimenti potete fare come Rockerduck, e mangiarvi il cappello! Magari ve lo procuro io, perché, tanto per cominciare…

1. Mi faccio i cappelli guardando Netflix! E li battezzo a seconda di ciò che vedo mentre lavoro a uncinetto. Sono orgogliosa del cappello Orange is the New Black, anche se in tutta sta macedonia di colori è venuto fuori blu! No, gente, non ci vuole davvero niente. Non dovete neanche staccare gli occhi dal video. Amazing Grace mi dà splendidi gomitoli infiniti a 2 euro, e invece di cucirci toppe e gingilli per abbellire faccio di meglio: ci attacco spillette! Al mio ragazzo ho comprato due “A” diverse alla libreria della CNT.  Così se la vede lui: con o senza risvolto, con o senza spilletta… Mi chiedo perché non abbia ancora sfoggiato la mia impareggiabile creazione: il cappello Norman Bates!

E a proposito di fare due cose insieme…

2. Preparo il pranzo sulla cyclette! Sì, lo so che è poco zen, e che Elsa Pataky, nel suo libro di esercizi, si arrabbia con le ragazze che leggono mentre fanno cardio. Ma siccome non aspiro a diventare né maestra zen né figa come Elsa (altrimenti ci riuscirei se-du-ta-stan-te), ho investito in una cyclette e uno step domestici (vedi qui), e li uso sistematicamente mentre faccio altro. Sullo step lavoro al pc e parlo su Skype; sulla cyclette accostata a un piano d’appoggio sgrano fagioli, pelo ortaggi, sguscio nocciole… Quando sto scrivendo scene particolarmente divertenti del mio fantastico nuovo romanzo (lo trovate nei migliori angoli di casa mia, scritto a penna), ho scoperto che una situazione del genere ben si presta a renderle ancora più ridicole. Insomma, come assicurarsi il Nobel e il Premio Fitness in una volta sola! Quando si dice ottimizzare.

E a proposito di ottimizzare…

3. Faccio un’OTTIMA maionese con l’avena! No, al contrario di quanto suggeriscano i miei denti non ho origini equine. Trovo solo che una maionese tutta vegetale sia particolarmente delicata, così l’ho scoperta alla mela (basta usare 5 cucchiaini di purè di frutta al posto dell’uovo nella ricetta) e soprattutto al latte d’avena (che faccio in casa con l’estrattore). Attenzione, perché non venga una brodaglia informe bisogna scaldare un po’ del liquido in un pentolino con la lecitina di soia. Comincio a sospettare che con questo principio si possa trasformare quasi tutto in maionese.

E a proposito di usi insoliti degli ingredienti da cucina…

4. Mi metto la farina sui capelli! O meglio, ogni tanto faccio uno shampoo di farina di ceci. Niente male! È poco pratico perché va fatto ex novo ogni volta, ma se consideriamo che si tratta davvero di mescolare farina, acqua e magari aceto o limone (o un olio essenziale)… La vera svolta c’è stata quando sui capelli mi sono schiaffata l’olio di cocco, in preparazione allo shampoo vero e proprio: mai venuti così morbidi! L’unica è sciogliere davvero un cucchiaino d’olio in una tazzina d’acqua, o vi tenete l’effetto ‘nzevato (unto) a vita.

E già che ci siamo…

5. Non bevo più acqua! No, scherzo, ma per problemi di ritenzione idrica, a cui attribuisco disonestamente anche la trippazza da “me piace ‘o magna’ “, ho preso una sorta di sciroppo alle erbe nella mia erboristeria preferita, che sciolgo in una bottiglia d’acqua liscia da un litro e mezzo. Così quando sono in casa bevo solo quello, e fuori tendo a ordinare l’acqua gassata come se fosse chissà che lusso. Il pancino ringrazia.

E per chiudere con le bevande…

6. Distruggo cerimonie millenarie! È che mia zia mi ha rovinata portando dal Giappone del tè fantastico, che ho scoperto essere matcha. Sì, quello della cerimonia del tè. So che in Italia sia arrivato in una versione cafona che piace anche a me: il matcha latte. D’altronde, a ordinarlo nelle catene hipster, lo mescoleranno pure col pennello d’ordinanza (che a Las Arenas vendono per 15 euro…), ma sono 4 euro a tazzina. Sapete che c’è di nuovo? Investite 13 euro per 100 grammi da una signora a Sant Antoni: ne basta una punta di cucchiaino in 200 ml d’acqua. Vi fate 100 tè in santa pace ed è fantastico. E qui arriva il sacrilegio! In barba alle ricette online rispettose del cerimoniale nipponico, la mia versione è: scaldo un po’ la tazza (vuota) nel microonde, ci verso la punta di cucchiaino di matcha, aggiungo l’acqua quasi bollente, giro e via. Mazinga nun te temo! Consideralo una vendetta per la pizza delle parti tue. Anzi, vuoi una tazza?

 

 

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Da nonsoloshoppingsesto.blogspot.com.es

Quando scesi dall’aereo Napoli-Manchester avevo 22 anni, e non sapevo come arrivare allo studentato in cui avrei trascorso l’Erasmus.

Agli Arrivi trovai un piccolo comitato di benvenuto per studenti: mi scambiarono per una della loro università. Così rimediai un passaggio senza capire cosa stesse succedendo.

Quando uscii dall’Aeroport del Prat di Barcellona, di anni ne avevo 27 e avevo fatto credere ai miei di avere già l’ostello prenotato. Invece presi un taxi (ignoravo l’esistenza dell’Aerobus) e mi feci portare alla stazione di Sants, da cui mi dedicai alla ricerca di ostelli.

Scrivo questo per dire che si parte sempre un po’ alla ventura, ma prima di farlo, secondo me, è meglio disporre di almeno uno dei seguenti requisiti:

  • un gruzzoletto per permettersi di non dormire sotto i ponti intanto che si cerca casa e lavoro (e non scattate col “grazie ar c…”, che non sapete in quanti si vantino di essere partiti con 150 euro);
  • la consapevolezza che, a partire senza progetti precisi, si potrebbe tornare a casa dopo pochi mesi (e la capacità di sopportarlo);
  • facoltativo ma importante: non essere troppo arrabbiati con l’Italia. L’incazzatura ci sta, l’odio profondo porta con sé un problema: scoprire che la rabbia è costante, sono i suoi bersagli a cambiare. Per chi ne è affetto, passare dal detestare gli italiani a fare lo stesso coi catalani è un attimo.

La questione è che, nel confronto Italia-estero, la prima gioca in svantaggio per un unico, fondamentale dettaglio: è una sola, o così crede qualcuno. Mentre l’estero, come idea astratta, ha l’unico grande vantaggio di non essere Italia.

È quindi quel luogo paradisiaco, vagamente mitologico, in cui finalmente potremo realizzarci, dire addio a raccomandazioni e familismo amorale e trovare la felicità. Lo dicono i giornali, parlandoci delle “nostre eccellenze” e sorvolando spesso su chi a 10 anni dalla partenza fa ancora lavori poco specializzati, e vive in stanze in affitto (che ci sta, se i suoi obiettivi erano quelli, ma erano quelli?).

Il problema principale di questa non-Italia? Quando finalmente diventa un posto, un indirizzo a cui bussare per una stanza, una fila in un Commissariato sempre difficile da contattare, si scopre che, contrariamente ai pronostici, viverci non è facile.

Specie se il posto che abbiamo scelto ha più del 30% di disoccupazione giovanile, e magari è una città dove l’affitto medio costa ormai intorno agli 800 euro mensili.

Io non so se chiamarlo selezione naturale, espressione positivista che non amo, il fenomeno per cui gente arrivata a settembre a Barcellona approfitta delle vacanze natalizie per tornarsene in Italia senza far troppo rumore. Credo sia una triste realtà che possa toccare a tutti. Ma soprattutto alle seguenti categorie:

  • ventenne indeciso se partire per Londra, Berlino o Barcellona, che scrive su pagine d’italiani all’estero per chiedere “se c’è lavoro anche per lui, che non parla la lingua locale”;
  • trentenne deluso da Londra e a caccia di sole, ma non di stipendi bassi a fronte di affitti sempre più alti. Si meraviglierà di tre fenomeni per lui inspiegabili: l’inglese qui non compensa l’assoluta ignoranza dello spagnolo; lo spagnolo non è l’italiano con le “s” alla fine; il catalano non è un dialetto;
  • coppia giovane che s’informa sulla vita all’estero solo dopo la partenza. Fuitina 2.0? No, “voglia di mettersi in gioco”. In un posto in cui solo per prendere il NIE ci metti due settimane quando ti va bene. Per fortuna quelli con figli al seguito tendono a informarsi prima un po’;
  • coppia matura che pensa di cambiar vita, ma invece d’investire il gruzzoletto accumulato in anni di lavoro malpagato viene con gli stessi piani del ventenne di cui sopra, e trent’anni di differenza: lavoretto malpagato per “imparare la lingua”. Tra i due profili, indovinate quale assumano;
  • professionista della gastronomia: quando gli spieghi che il prodotto ultralocale che vorrebbe esportare viene già servito almeno in due forni e tre pasticcerie, spiega che però il suo è “artigianale”. Sicuramente gli italiani in loco aspetteranno di assaggiarlo, per cambiare negozio, e gli autoctoni noteranno la differenza;
  • arrabbiato col mondo (vedi sopra): ci sarà sempre un paese migliore di quello in cui si trova ora. Se è in Italia anela alla Spagna, se è in Spagna alla Germania. Però, quando si rivolge a un avvocato per farsi dare una buonuscita più congrua (chissà perché lo licenziano così frequentemente) scopre che, guarda un po’, gli avvocati si pagano. Anche alla prima consulenza. Paese di parassiti, dirà sperperando il sussidio di disoccupazione, quella volta che sia riuscito a resistere abbastanza nello stesso posto per ottenerlo.

Menzione a parte per chi risponde a distanza a un annuncio per cameriere o lavapiatti, senza ancora aver fatto neanche il biglietto aereo. E spiega pure che “Se gli fanno una buona offerta lascia l’Italia e parte”. Non si capisce se quest’offerta gli debba venire prima o dopo che si faccia la fila davanti all’annuncio “cercasi”, esposto cinque minuti fa fuori al locale.

Quindi il mio non è, come può sembrare, un invito a non partire. È un invito ad accompagnare lo “Stay hungry, stay foolish” a frasi un po’ più utili per evitare pure lo “Stay sotto un ponte”.

Partite pure, se volete “mettervi in gioco”, sapendo da prima quali difficoltà troverete e giungendo alla conclusione che non vi fermeranno.

Altrimenti succede sempre la stessa storia:

Così ognuno fugge se stesso, ma a questi di certo, come accade,

non riesce a sfuggire e, suo malgrado, vi resta attaccato e lo odia,

poiché malato non afferra la causa del male.

E se proprio dovete fuggire da voi stessi, almeno fatelo in un posto in cui una stanza stia sotto i 400 euro!

Risultati immagini per il quarto stato funny Bella gente, oggi è Primo Maggio e dovrei lasciare la parola alla festa, ammesso che la si possa chiamare così.

All’impegno, allora. Al confronto, alla voglia di venire fuori da questa crisi economica senza sempre scendere a compromessi, e senza cedere al ricatto morale dell’ “O questo o niente”.

Prima di lasciarvi a manifestazione e concertone, volevo però raccontarvi un aneddoto un po’ triste sul documento che ci sta facendo impazzire un po’ tutti, a Barcellona: il NIE, requisito indispensabile per non lavorare a nero.

Non siete tutti abituati, vero, a mettervi nei panni degli stranieri che cercano lavoro?

Ebbene, premesso che una carta d’identità europea ci risparmia le umiliazioni di altri lavoratori, ultimamente a Barcellona è diventato quasi impossibile prendere appuntamento nel Commissariato preposto per ottenere questo documento. Chi ci riesce accende un cero alla Madonna di Montserrat*.

Intanto, qualcuno dei neoarrivati scopre che fuori città è più facile ottenerlo, nonostante più di un dubbio sulla legittimità dell’operazione, per una persona che risieda a Barcellona.

Allora scattano nelle pagine italiane i seguenti consigli, che riporto pedissequamente (nb: “cita” o “cita previa” in questo caso vogliono dire “appuntamento”):

1) “Ho trovato cita fuori barcelona ma.quando mi sono presentato mi hanno respinto non.essendo il mio comune di residenza… risiedi a.Barcelona??? li lo devi fare. E tutto bloccato? nin è un loro problema e intanto tanti soldi buttati non trovo lavoro con.un cavolo di Nie provisional [Nie provvisorio, ndR. Questo utente sostiene di essersi rivolto a un avvocato]”
2) “Io ho sentito di un pakistano he ti prende la cita previa, ovviamente a pagamento, chiedi qua sul grupoo che lo aveva scrito qualcuno qua, secondo me è una buona opzione”
3) “Si dai pakistani ti prendono circa 15 euro ma la.procedura che fanno e la misma che faccio io e dunque nada cita disponibile solo per extracomunitari”
4) “Sant adrià de besos!
Indirizzo: Avinguda de Joan XXIII,2, Sant adriá de Besos, Barcelona.
Trovati lì alle 5 di mattina, i poliziotti ti daranno un numero con cui ritornare alle 9 in poi. Se fai tardi non riceverai il bigliettino (tipo quello quando vai dal salumiere) in quanto danno solo 15 bigliettini al giorno!
Buona fortuna”
5) “Rubi…stesso treno che va a Terrasa ma qualche fermata prima vai alle 7 del mattino e aspetti che l ufficio apra…ore 8…tanto troverai già altre persone a farti compagnia”
6) “se non riesci a trovare l’appuntamento dovresti fare come ti dicevo.. 5.15 max a sant’adrià per fare le fila per la cita del giorno stesso. Un mio collega è andato alle 7 a badalona per fare la fila per la cita, che gliel’hanno invece data per due settimane dopo.. io sono stata miracolata a trovare la cita previa per bcn alle 14 di un giovedì”

 

Ah, già, dimenticavo. Per prendersi il NIE, indispensabile per lavorare, c’è bisogno di un requisito fondamentale: il lavoro o i soldi. Già vi vedo chiedermi: “Mi serve un lavoro per poter lavorare?!”. Ebbene, sì.

Ufficialmente, bisogna dimostrare di avere “i mezzi per mantenersi in Spagna“. Dunque, o è necessario avere un lavoro, o bisogna disporre di una cifra pari a circa 5.160 euro in banca.

A questo si riferisce il titolo del post, ispirato a una chat privata con un ragazzo appena arrivato che mi chiedeva: “Non ho capito perché devo avere i soldi per poter lavorare!”.

Il fatto è che un’azienda, ormai, senza NIE non ti assume. E, a meno di disporre dei 5.160, senza contratto di lavoro il NIE non lo rilasciano. Da qui il serpente che si morde la coda: per avere il NIE devi lavorare, per lavorare devi avere il NIE.

Soluzione: il precontratto di lavoro. Documento non vincolante in cui l’azienda manifesta l’intenzione di assumere il lavoratore previo ottenimento del NIE.

A questo punto scatta… Sì, avete indovinato: il racket dei precontratti!

Ok, in realtà non ho prove sufficienti ad affermare che sia un fenomeno diffuso. Però, sulla pagina che modero, ogni tanto si vedono messaggi tipo: “Ragazzi, qualcuno mi fa un precontratto falso? Vi prego!”.  Lo so, manovra scaltra in una pagina pubblica.

Un tipo ci provò, invece, a mettere l’annuncio: “Ti serve il NIE? Contattami in privato!”. Venne fuori che questo aveva la partita IVA e chiedeva 300 euro per simulare un’assunzione. Eliminato e bloccato dalla pagina.

La mia testimonianza preferita sul precontratto finto è questa:

“Esperienza odierna a Terrassa, in fila dalle 4.30. Becco il numero 5. Mi siedo e l’impiegata odiosa subito mi dice che ci vuole un precontratto. Torno a Barcellona in treno, ne ottengo uno di gran fortuna e torno in tempo per pagare la tassa e prendere il NIE. In poche parole, pare che stiano stringendo la cinghia anche a Terrassa, dove sono stati rimbalzati tutti quelli senza contratto oggi. Quindi consiglio di avere già un precontratto a tutti quelli che vogliono andare a Terrassa”.

Mi dicono che ‘ntender no la può chi no la prova, ed è vero: ho fatto il NIE quando era ancora facile.

Mi dicono che lo stato spagnolo sia solo arrivato tardi a queste manfrine, già diffuse nell’Unione Europea.

Mi dicono che la gente che viene qui ogni anno, dall’Italia, sembra più una massa di ingenui che venga a “tentare la fortuna” che una congerie di “eccellenze” e “cervelli in fuga”, come ama definirci certa stampa italiana.

Sarà. Ma aggiungete anche questo tassello alle difficoltà assurde che comporti oggi trovare un lavoro, attività sempre più difficile, che ormai non richiede più solo le antiche bustarelle, le “segnalazioni”, i compromessi politici.

No. Adesso, per lavorare, bisogna avere i soldi.

Buon Primo Maggio! Ce lo siamo meritato.

 

*Devo confessare che, vista la scarsa congestione che ho constatato personalmente nel Commissariato, quando ci sono andata l’altro giorno, ignoro il perché di tante difficoltà. Ma forse i 20 minuti di fila toccati a me (niente, praticamente) non erano sufficienti a comprendere.

Da trerighe.it

Capita che a volte io sia bella che spaparanzata proprio di fronte alla finestra, e mi dica che vorrei entrare in quel pezzo di cielo.

Perché succeda, dalla mia angolatura la finestra non mi deve contenere nient’altro che cielo, in barba ai palazzi. Gradito un gabbiano di passaggio che mi faccia accertare che no, non sto osservando quel lilla fosforescente che avevo sul Paint dell’Amiga 500: quello è cielo vero, e vorrei essere proprio lì.

Mai fare un pensiero del genere, però, dopo che ho preso un aereo.

Perché in quel cielo ci sarò entrata davvero, ricordandomi che non è proprio così poetico.

A parte la fila al check-in, certe istruzioni di sicurezza a bordo suggeriscono un freddo all’esterno che anche la mia vestagliona domestica si trasformerebbe in ghiacciolo.

Poi non so, di quanto cielo stiamo parlando? Magari all’altezza del gabbiano vagante la respirazione sarebbe ancora ok, ma provassi ad andare un po’ più su, e vediamo.

In effetti se per magia riuscissi ad andare su su su, quel blu dipinto di blu diventerebbe nero come il tizzone, a meno di fare quella che Groupon oggi chiamerebbe “The Icarus Experience“.

Meglio tornare al PC, allora. Al gruppo che modero, d’italiani a Barcellona. Per leggerci gli interventi di quelli che, vedendo le foto del Primavera e del Sonar (maro’), e passando una settimanella sulla Rambla (solo a me ha fatto schifo, la prima volta?), hanno pensato “come mi piacerebbe entrare lì”. Essere parte del firmamento di espatriati che tirano a campare a “Barca” (brivido).

Tanto lo so, che sulla pagina trovo tre tipi di post:

  1. Ciao, come si vive a Barcellona? Se mi arriva una buona offerta di lavoro parto subito!”. Da quando ho letto Vivo altrove, immagino cominci così chi emigrando afferma: “Voglio proprio vedere come mi tratta la mia nuova città”. Spero di non suonare troppo kennedyana se suggerisco che la questione andrebbe posta al contrario: come la tratti, tu, la tua nuova città? Infatti questo genere di post porta al secondo tipo, il mio preferito.
  2. Le risposte alle (rare) offerte di lavoro. Sotto l’annuncio commenta qualcuno che chiede “più info”. Al che arriva la proposta: “Passa di persona oggi pomeriggio”. E la replica è: “Sto ancora in Italia. Ma parto subito, eh!”. Il problema è che: a) per lavorare in Spagna ci vuole il NIE; b) il NIE in questo momento è più irraggiungibile del Santo Graal; c) oggi pomeriggio passerà “di persona” un migliaio di gente già munita di documenti e di alloggio. Il che mi porta al terzo genere di post.
  3. “Possibile che non si trovi una stanza, in questa città?!”. E io già a far sì con la testa, che gli affitti sono diventati impossibili. E poi è vero, alle e-mail degli annunci non rispondono nemmeno, tanta è la domanda. Uh, delle truffe online non ne parliamo! Poi però, alla soluzione più avanguardistica che io possa suggerire (“Scegliti un quartiere e chiedi in giro a chiunque”) viene risposto con sufficienza: “Ovvio che sono ancora in Italia! Non sono mica così sprovveduto da partire senza prima aver trovato stanza”. Dolce figlio dell’estate! A parte che conosco una che nove anni fa è atterrata senza neanche un posto in ostello (e magari i suoi lo stanno apprendendo in questo momento), io ti auguro in bocca al lupo con le seguenti, interessantissime proposte che riceverai, magari le uniche finché non entri nel tunnel delle agenzie e dei “provini” inflitti da potenziali coinquilini:                               a) Pastore protestante africano che affitta una riproduzione della Reggia di Caserta in pieno centro, a un prezzo inferiore ai 500 euro (quanto vale ultimamente una “doppia uso singola” a Sagrada Familia). Ti manda un questionario per capire se vuole lasciare la stanza a te e, bontà sua, decide di sì. Sfortunatamente è già in Africa, ma se gli mandi l’acconto ti spedisce le chiavi per posta. Se non rispondi subito ti fa chiamare da un suo emissario che, di fronte alla tua insistenza per visitare l’appartamento, ti proporrà di vederlo “solo da fuori”. b) Signore olandese la cui figlia è appena tornata da Barcellona, abbandonando l’appartamento dignitoso e insolitamente economico che paparino le aveva comprato intanto che studiasse là. Adesso il povero vorrebbe affittarlo, magari a te (e spedisce il questionario). Ebbene sì, sei il prescelto! Se porti caparra e prima mesata in contanti, ti consegnerà le chiavi un’incaricata di AirBnb, piattaforma che in quest’occasione, guarda i casi della vita, si occupa pure di affitti a lungo termine. Sì, verrà una donna, l’oculato padre sa anche questo. Ti prego, vacci, dolce figlio dell’estate, ho sempre avuto la curiosità di scoprire che succede al momento dell’incontro. Pure AirBnb è curioso, insieme alla Polizia postale. c) Giovanotto italiano che per una caparra piuttosto modica, magari sotto i 100 euro, dopo molti scambi WhatsApp di cui faresti bene a conservare gli screenshot, ti riserva una stanza. Per farsi versare la cifra ti manda la sua tessera sanitaria europea (la carta d’identità era banale), con una foto riuscita pure maluccio, se vuoi il mio parere. Lasciami dire da moderatrice che questo terzo benefattore è il mio preferito. Quando l’avrai accusato di truffa sulla mia pagina, cancellerà il suo profilo. Intanto un utente misterioso, con tre amici e una sola foto, comincerà ad accusare TE della stessa cosa, per poi annunciarti che sei stato denunciato per diffamazione. Intanto, il post con la tua accusa verrà segnalato ripetutamente alla moderazione, a cui arriveranno anche minacce di denuncia da gente non iscritta alla pagina. Magari la richiesta d’iscrizione arriverà subito dopo, e un’ora esatta dopo quella a Facebook. Io il numero di un buon avvocato te lo do, dolce figlio dell’estate, ma magari il suo onorario supera la caparra che hai perso.

Torniamo alla finestra, va’.

Un pezzo di cielo non è meno bello, se scopriamo quanto costi raggiungerlo.

Tutt’è capire anche questo.

Risultati immagini per when life gives you lemon squeeze Un mio amico è finito come tanti a lavare piatti a Londra, intanto che cerca di conquistarsi una faticosa carriera accademica. Con la sua dolce metà, italiana pure lei, il progetto era appunto restare lì a costo di darci di Svelto per tutta la vita.

Finché a lei, d’improvviso, non si presenta la Possibilità. Lavorare proprio nel suo settore, ma oltreoceano. E allora lascia alle commedie di Hugh Grant la romanticheria di rinunciare, sapendo che sacrificare la sua carriera le farà perdere anche l’amore, in un oceano di rancore e rimpianti.

D’altronde, salutare l’amore per una carriera comunque incerta nemmeno le piace. Però vivono insieme da tre anni, capite? Non c’è più lo slancio da tossicomani del “Ti seguirò in capo al mondo” (per poi pentirsene), e ormai sanno a memoria in che stato l’altro lasci il tubetto del dentifricio, al mattino. Ma proprio per questo, perché hanno un legame solido e sereno invece degli entusiasmi effimeri da inizio storia, non vorrebbero perderlo.

Adesso capite, di cosa parlo? Altro che win-win. Io ci vedo un lose-lose grande quanto Buckingham Palace.

Non ne ho fatto mistero parlandone col mio amico in chat, e chiedendogli come si sentisse.

Mi ha dato due risposte piuttosto strane, che volevo condividere con voi.

  1. Per certi versi, mai stato meglio. Lui si era assuefatto a questa vita stressante nella City, con questa storia rafforzata e insieme fiaccata dal tempo. Niente di meglio per rimettersi in gioco che perdere gli obiettivi prefissati, le definizioni che ci siamo autoimposti. Adesso deve per forza chiedersi: perché? Perché mi andava bene, la vita in fondo noiosa che facevo nella speranza di un domani non meglio definito? E adesso che la sua compagna minaccia di partirsene da un momento all’altro, ha dovuto rivalutare tutte quelle cose nel loro rapporto che ormai dava per scontate. Sicuro di essere disposto ad alzarsi senza che lei gli dia un bacio assonnato per augurargli il buongiorno? E se ne è sicuro, perché è rimasto tre anni a riceverlo? Insomma, la crisi destabilizza, ma ci rende anche totipotenti, come cellule non differenziate, spalancando baratri che possono inghiottirci per un po’ e poi portarci in altri mondi.
  2. Con buoni ingredienti, risultato mai pessimo. L’amico mi ha raccontato che alle elementari, per il suo compleanno, aveva insistito per prepararsi lui la torta da portare a scuola. Per orgoglio non ammetteva che il risultato non fosse eccelso, ma una volta in classe non si decideva a fare le porzioni. La maestra allora aveva reclamato per sé la prima fetta, commentando: “Se è fatta con ingredienti buoni, non può mai essere davvero cattiva”. Tanti anni dopo, adesso che la sua vita se ne va a carte quarantotto, il baldo giovine si accorge di quanto siano solide le fondamenta su cui l’ha costruita, riempiendola di aspirazioni ragionevoli e persone di cui fidarsi. Una vita così difficilmente verrà sconvolta del tutto da circostanze esterne non proprio tragiche. Se anche dovesse lasciarsi con la compagna, non sarà lanciandosi piatti e rimanendo con ferite insanabili.

Il mio amico non mi frega: “guardare il lato positivo” è spesso un contentino di fronte all’impotenza cronica rispetto al 70% di cose che ci succedono.

Però ha ragione lui:  è anche la scelta più conveniente da fare. Nella peggiore delle ipotesi ci si ritrova comunque infelici, ma con gli strumenti per venirne fuori, ridefinirsi, tornare a vivere bene.

In questo momento, quella torta di compleanno bruciacchiata, mai assaggiata, me la immagino più buona della pastiera di Scaturchio.

E mi manca più di qualsiasi cosa abbia gustato, credendo che me la sarei goduta per sempre.