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MUCEM. La mia parte preferita di Marsiglia, dopo quella delle foto precedenti!

Per esempio paragono spesso le città a Napoli, per vedere quanto ci mettono ad arrivarci!

Tempo fa una ricevitoria di Barcellona proponeva: “Giocati il numero che hai sognato!”. Ci siamo quasi, ho pensato, adesso si tratta solo di capire che non è necessario sognarsi proprio il numero: basta ricavare un numero dal sogno!

A Marsiglia, invece, trovavo un sacco di gente seduta fuori alle scale del mio palazzo, e di quelli limitrofi: fantastico! Ora ripetete l’operazione, ma portandovi dietro una sedia e facendo capannello.

Scherzi a parte, il confronto dell’esercizio creativo di domenica scorsa non era tra città: già, perché durante il mio soggiorno a Marsiglia il club di scrittura ha continuato le operazioni, mentre io seguivo a distanza. Di cosa si trattava? Dopo tutta ‘sta premessa, forse avrete indovinato: di fare paragoni a cazzo di cane!

La consegna, in effetti, era di andare all’appuntamento domenicale con un oggetto importante per noi, che avesse un valore sentimentale notevole, o giù di lì (e io in valigia avevo giusto la camicia da notte estiva di mia nonna). Per i primi cinque minuti avremmo dovuto pensare al solito problema annoso che ci tormentava, e descriverlo per iscritto secondo le cinque W del giornalismo anglosassone, messe anche in ordine sparso: di che si tratta, chi coinvolge, quando, dove e perché. Poi dovevamo fare una lunga pausa, magari prendere un caffè, e tornando a scrivere dovevamo concentrarci sull’oggetto prescelto: per cinque minuti, avremmo dovuto fare una lista di “fatti” sull’oggetto. Cos’è, perché è importante per noi, che ne pensano altri ecc. Ehi, che fate lì impalati? Problema, oggetto e lista subito!

(NB: Uso il condizionale per le consegne sull’esercizio, perché come sapete io le sbaglio, ma mi viene bene lo stesso!)

Una volta ottenuti la descrizione del problema e la lista dell’oggetto, si procedeva al bello del gioco: la comparazione! Sì, con la solita metodologia René Ferretti: si trattava di riprendere gli appunti sul problema e paragonarli con ogni punto della lista relativa all’oggetto. Eeeh? Eh, lo so, come termini di paragone non hanno niente a che vedere! Ma questo è il bello. Si scopre ad esempio che la camicia da notte della nonna è antica ma tiene fresche, e l’idea di una famiglia… Pure è antica, ma fresche fresche proprio non tiene!

Insomma, per quanto siano improbabili i paragoni, vi portano qualcosa di nuovo alla visione del problema? No? Allora cambiate oggetto: per il creatore dell’esercizio si tratta di ripeterlo finché non serve a qualcosa. A me, però, è stato utile da subito, e infatti, nell’ultima parte dell’operazione (“Buttate giù in cinque minuti cosa avete imparato dal paragone di prima”), ho scritto: “In un certo momento della mia vita ho fatto determinati progetti a cui mi sono attaccata come una cozza allo scoglio. Adesso si tratta di vedere in questo momento se ce ne siano altri, più adeguati”. Non farò certo la volpe e l’uva, ma è vero che, quando ci fossilizziamo su un’idea di futuro, ci perdiamo tutti gli stimoli del presente che ci porterebbero altrove.

E come scaturiscono certe riflessioni, direte voi, dal confronto con una camicia da notte?

Beh, proprio perché il confronto è improbabile, ci costringiamo a vedere le cose da una prospettiva del tutto inedita, a cui non saremmo mai arrivati seguendo le vie della logica comune. Ahò, non guardate me: relata refero.

E poi ho trovato l’esercizio uno dei pochi momenti costruttivi in una settimana che mi ha dato un’unica, utilissima informazione: Marsiglia non fa per me. Mi piace sotto molti aspetti, ma, parlando di progetti iniziali che si modificano, la persona che sono diventata ha bisogno sì di un ambiente variegato, ma vuole anche la parvenza di ordine di Barcellona, del suo simulacro di efficienza in salsa mediterranea.

I paragoni a volte sono un mezzo ingrato per accorgerci di certe cose: ad esempio, ci rendiamo conto dell’importanza di una casa, di un lavoro, di una persona, quando i nuovi progetti più glamour che li hanno rimpiazzati non si rivelano altrettanto accoglienti.

È anche vero che tendiamo a idealizzare quello che non abbiamo più, dimenticandoci dei motivi per cui non ce l’abbiamo. Ma tutto è relativo, e dalla comparazione nasce tutto.

A questo punto, darei una chance anche a una vecchia camicia da notte.

 

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Lunedì dopo il post mi sono arresa: a casa non resisto più di due ore, al pc.

A trent’anni vivere da sola è stato emancipatore, a trentotto è stato contingente. Continua a piacermi, specie la parte in cui leggo a letto e mangio all’ora che voglio, ma c’è una certa differenza.

Così lunedì ho preso il mio Lenovo, le cui dimensioni devono essere un omaggio a “2001” di Kubrick, e me ne sono andata in quel posto hipsterissimo che avevo giurato a me stessa di frequentare solo in caso d’emergenza.

Ho cambiato idea per motivi nobili, cioè l’aria condizionata e un Rodilla davanti ai lunghi tavoli dall’aria finto-rustica, che peraltro presentavano la seguente situazione: due ragazze con pc enormi, e pezzenti quasi quanto il mio, fiancheggiate da svariati ragazzi col Mac.

Stavolta ho vinto la tentazione di trarne complicate conclusioni sociologiche, e sono stata premiata a scapito di una ragazzetta nervosa. Che a un tratto s’è seduta di fronte a me proprio con un Mac, ma rovesciato, e prima che capissi che succedeva mi ha scroccato una chiamata. A un fisso, ha precisato pure.

Guardinga ma poco propensa a credere in un fantomatico “trucco del Mac scassato” (anche se i ladri di Barcellona ne sanno una più del diavolo), l’ho ascoltata lamentarsi con suo padre perché “Una cinese mi ha rovesciato il caffè sul computer!”, e non si accendeva, era disperata, non sapeva che fare, “papà aiutami”.

Stavo già per fare la quarantenne sfigata che inveisce sulla drammaticità dei Millennials, quando mi sono ricordata che il mio pc costava un terzo del suo, e ho visto il mio vicino di tavolo, pure giovincello, suggerire a chiamata finita: “Vai all’Apple Store qui vicino, hanno un rimedio per questo tipo di incidenti”.

Mancava poco alla chiusura del negozio in questione, ma la ragazza pensava solo alla necessità di “chiedere i documenti alla cinese”, che intanto era entrata in scena solo per infilare la porta con un amico ancora più scocciato di lei: era convinta che il problema fosse risolto.

La ragazza del pc l’ha fermata in tempo per annunciarle che così non era, e scoprire che l’altra girava senza documenti.

Allora ho provato a proporre in spagnolo che andassero da Apple insieme.

L’ “assassina di computer” non capiva un’acca di spagnolo, ma ha proposto in buon inglese: “Andiamo da Apple insieme”.

Il ragazzo vicino a me non capiva un’acca di quell’inglese corretto, e ha proposto nel suo, zoppicante: “Andate da Apple insieme”. Al che l’amico scocciato della colpevole, che non capiva quell’inglese zoppicante, ha chiesto nel suo, corretto: “Puoi ripetere?”.

Prima che entrasse pure Bella Figheira e la scena non finisse più, io che capivo tutto – tranne le bestemmie in cinese – ho mandato il terzetto a cagare da Apple, visto che non c’era un minuto da perdere.

Poi ho fatto un sorriso ironico al vicino di tavolo, che sulla strafottenza dei due amici “incriminati” mi ha fatto notare: “Sì, però che propongano loro stessi di andare insieme in negozio è la cosa giusta da fare, e non è da tutti, di questi tempi”.

Mi sono resa conto che aveva ragione. Purtroppo, fare cose giuste non è troppo scontato. Dunque, ispirandomi a quel tipo che ancora vagiva mentre io guardavo Pollon, ho commiserato il troll che, dei centocinquanta naufraghi nel Mediterraneo, scriveva che “potevano affondare tutti, se li prendesse l’Europa“: ho segnalato il commento e invitato altre persone raccapricciate a fare altrettanto senza perdere tempo, che “a quello ci aveva pensato la vita”.

Ho poi accolto con un sorriso serafico, alla festicciola che mi sono ritrovata sulla strada del ritorno, i vari connazionali stile “Ma davvero sei vegana?”, “Ma come fai!”, “Carbonaraaa!”. Ma sono abituata alle reazioni che scatena la mia sola presenza  tra carnivori particolarmente insicuri, e di fronte all’immancabile scusa: “Non è per te, è che certi vegani…”, ho fatto solo notare che gli unici che mi abbiano mai rotto anni fa sulla questione erano del team “il latte è veleno” (e questi, scava scava, quasi sempre mangiano pesce). Invece, il numero di sfigati che rompe in nome di “certi vegani” è secondo solo a quelli che fanno le faccette scandalizzate quando si comincia a parlare dei furti a Napoli.

Indovinate di cosa si è parlato dopo.

“Non vi rendete conto che Barcellona è al primo posto in Europa per furti di cellulare?” si lamentava un israeliano che a Napoli ci aveva vissuto. “Vedete, nell’indice delle nazionalità felici, le prime posizioni sono occupate dai paesi scandinavi…”.

“Ma lì si suicidano!”.

Lo statistico e io ci siamo guardati con un sorriso di commiserazione, poi ho deciso che potevo chiudere lì la serata, e tornare alla mia trista cena senza carbonara, nell’appartamento vuoto e rovente che, a conti fatti, non era poi il posto più brutto in cui stare.

La vita è quella cosa che nello stesso pomeriggio ti dimostra che vale la pena uscire, e che in fondo casa tua non è poi così male.

 

 

L'immagine può contenere: 5 persone, persone che sorridono, persone in piedi, cappello e spazio all'aperto

Foto di Bruna Orlandi sulla pagina di Non una di meno – Milano

Ok, oggi è primo aprile e potrei fare battute gustosissime sul governo che ha smesso di essere “cafone”, come si dice adesso, sull’Italia che si sveglia gay-friendly, e sull’articolo che dimostra che le donne guadagnano esattamente quanto gli uomini… Ma lo faranno altri meglio di me e, quanto all’ultimo punto, gli articoli così abbondano anche gli altri giorni dell’anno (qualcuno spiegasse a questi come funziona il primo aprile).

Quindi, permettetemi piuttosto di dirvi che l’universo, o il karma, o forse proprio la vicinanza delle elezioni a Barcellona – che è l’ipotesi più probabile – hanno risposto a una mia domanda spinosa: “Perché invece di andare avanti andiamo indietro?”.

Si pone il problema anche questo signore sulle condizioni della scienza oggi:

Earth, Mars, and Time: Ben Rosen  @ben_rosen  90s scientists: we cloned a  sheep! we landed a robot on  mars!  scientists today: for the last time,  the earth is round* We've progressed so much

Insomma, gli scienziati perdono terreno, e sono costretti a difendere quelle questioni che si credevano ormai “pacifiche” da qualche secolo a questa parte.

Vi ricordano qualcuno? Qualcuno che manifestava l’altro giorno a Verona? Qualcuno che è dovuto passare dalla lotta per le “famiglie arcobaleno” a difendere quello che resta della possibilità di abortire?

Ecco: perdiamo terreno, e difendiamo palmo a palmo quello che credevamo scontato. Perché si ha un bel dire, ma chère Simone De Beauvoir, che non dobbiamo mai dare per scontati i diritti, ma a un certo punto pensiamo che siano così elementari che… No, eh? Fantastico.

Allora, come vedete, di fronte all’avanzata di quello che, come sommo complimento, stiamo chiamando Medioevo, succedono due cose:

  • il dibattito si polarizza in maniera ingiusta: chi è a favore dell’aborto non impone a chi è contro di abortire, ma non si può dire che questi ultimi ricambino il favore di “farsi gli affari loro” (semicit.);
  • si arretra e ci si trincera in quelle poche fortezze che credevano inespugnabili, e vi assicuro che per una studiosa di genere una metafora bellica è mortificante!

Mi chiedevo come uscire da questa storia, e ieri mi è venuta incontro una giovane politica, sulla Ronda de Sant Antoni. Tornavo avvilita dal “tutto esaurito” (giuro!) di un incontro domenicale tra due esperte nella decostruzione dell’amore romantico, dove c’era tanta di quella gente in piedi che non sentivo la voce delle relatrici: poi dite che amo Barcellona.

All’altezza del Mercat de Sant Antoni ho trovato questo padiglione con il simbolo dei Comuns, il movimento di Ada Colau. Il microfono era in mano a una ragazza che, davanti a un esercito di uomini dai capelli bianchi, diceva una cosa fantastica: bisogna andare al di là del “No passaran” (siccome parlava in catalano lo scrivo in questa lingua, per lo spagnolo vedi titolo).

Ovviamente, si parlava di Vox. La visita barcellonese del leader di questo partito, che non avrebbe sfigurato al WCF di Verona, aveva provocato due manifestazioni: una dei movimenti antifa con qualche risvolto viuuulento (ovviamente finito in prima pagina come se stessero tutti lì con la mazza ferrata), e un’altra che mi pareva più flower-power della Women’s March, con la presenza della stessa sindaca (come vi dicevo, le elezioni sono alle porte).

“Sembra che stiamo lì solo a fare resistenza” concludeva la candidata dei Comuns “che è importantissima, ma è importante anche andare più in là di questo. Abbiamo un nostro programma, una nostra agenda politica…”.

E giù a indicare gli obiettivi di tale programma, con attenzione all’uguaglianza sociale, a strategie economiche per uscire dall’impasse stipendi bassi – gentrificazione, diritti civili… Ebbene, ci credereste? Tutti quei signori anziani in ascolto, che per un pregiudizio mio temevo poco sensibili a quelle argomentazioni, hanno fatto un bell’applauso, e io li ho imitati mentre andavo via, col rischio d’inciampare di fronte a  dei turisti straniti.

Perché qui non è che facciamo le vittime, lo siamo davvero, stiamo perdendo diritti. Ma secondo me dobbiamo impostarla di più su ciò che vogliamo costruire.

Vi traduco qualche passaggio da quest’articolo de La Vanguardia, fresco di oggi. Attenti a quando l’autore, Xavier Mas de Xaxàs, parla di Salvini:

C’è una profonda breccia tra ciò che pensano gli spagnoli e ciò che propongono i partiti politici, nell’imminenza delle prossime elezioni, secondo un’inchiesta elaborata da YouGov per l’European Council of Foreign Relations.

L’inchiesta, elaborata sulla base di 5.000 interviste realizzate tra gennaio e febbraio, rivela che la politica dell’identità non preoccupa troppo gli spagnoli. Rispetto all’immigrazione, per esempio, li preoccupa molto di più la gente che deve andare a lavorare in altri paesi rispetto alla gente che arriva. […]

I discorsi nazionalisti e xenofobi dei leader populisti dell’estrema destra, come nel caso di Viktor Orban in Ungheria, Matteo Salvini in Italia o Santiago Abascal, leader di Vox, in Spagna, hanno un impatto limitato nell’insieme della società. Il problema per le democrazie che permettono l’accesso al potere di queste proposte politiche è che i loro responsabili incontrano gli strumenti sufficienti a livello costituzionale e legale per stravolgere il sistema e permettere la diminuzione delle libertà e dei diritti civili della maggioranza.

Io avrei tante cose da dire sulla società che voglio, e non sono tutte utopiche. Nei prossimi mesi mi riprometto di intervistare persone che sappiano dimostrarvi che i migranti portano ricchezza e posti di lavoro, oltre ad avere quello scomodo diritto alla sopravvivenza in condizioni dignitose. Che le donne sono sprecate per lavorare gratis e sostenere così il welfare, pratica che non ci ha resi né più stabili né più felici. Che una società dove non la facciano da padroni quelli che hanno il vero potere politico (= quelli che hanno i soldi) non ci sta portando granché bene.

Quindi: continuiamo a combattere quello che temiamo, ma pensiamo anche – soprattutto –  a quello che vogliamo. E proponiamolo al mondo. Hai visto mai che gli piace.

 

 

 

 

 

Image result for figurine panini introvabiliMa state di nuovo tutti qua? E io che mi aspettavo che tornaste intorno a Pasqua!

È a partire da quel momento che Rambla e dintorni si riempiono di turisti, dunque d’italiani. Ma ho concluso che ora ci sarà qualche offerta speciale Ryanair, e in fondo non mi dispiace vedere l’evoluzione nazionale di ciuffi e risvoltini, e del trucco femminile abbinato alle sempre più diffuse “scarpe comode” per visitare la città. Mi compiaccio, ma attenzione a stringervi meglio quei borsoni formato pic-nic, che in metro rubano assai!

Intanto io, che magari giro in uno dei pochi cappotti sobri di Desigual, mi ritrovo a origliare le conversazioni più assurde, tra gente che dà per scontato che non la capisca.

Mi è capitato ieri sera in metro con dei ragazzini francesi, convinti che non sapessi cosa fosse “la chatte” (anche se uno mi osservava preoccupato). Ancor prima avevo condiviso il vagone con dei trentenni italiani, uno dei quali particolarmente carino. Mi piaceva quell’eleganza noiosetta ma “spontanea” che riconosco ai compatrioti, e la chioma fluente che non diventava mai criniera.

Due fermate più tardi, sono entrate molte persone da una stazione affollata, e nel subbuglio generale il mio nuovo eroe ha detto tipo: “Spostiamoci più in là, che c’è una figa!”. Ho contratto subito la faccia in una smorfia di disgusto, e l’altro dev’essersene accorto, perché si è consultato con gli amici e ha chiesto subito: “No?”. In realtà, sembrava chiedere se la figa in questione fosse tale, e mi sa di no perché, considerate la mia posizione e la scarsità di under 70 che mi circondavano, forse la fortunata vagina ambulante dovevo essere proprio io. È capitato a un’amica veramente “figa”, che ha sbuggerato dal vivo il tipo che spiegava in dettaglio agli amici cosa le avrebbe voluto combinare. Io invece ho fatto una cosa che mi capita spesso quando qualcuno mi sta simpatico a pelle: ho cominciato a giustificarlo. In fondo dai, lo faccio anch’io! A volte mi attraggono fisicamente uomini che trovo ripugnanti sotto ogni altro punto di vista: magari in quei casi mi sembrano davvero “portatori sani di figaggine”, bei corpi sotto un cervello mai usato.

Poi mi sono accorta che, ascoltando parlare italiano, avevo reagito di riflesso come facevo quando ancora vivevo in Italia. Perché l’argomento “figa” aveva scatenato una discussione tra questi miei conterranei in metro: quale delle ragazze rimediate in loco era la più “notevole”? Come fare per rimorchiarne di nuove? E io lì, con tutta la buona volontà, a chiedermi se non facessi lo stesso tipo di selezione, in quest’epoca di corpi da scartare come figurine scorrendo il dito a sinistra dello schermo. Mi sono dovuta rispondere di no: quei cataloghi in mano a me sono durati una settimana.

Ma volevo per forza continuare a trovare simpatico quel tizio dall’accento del Nord, e fare lo stesso errore di quando vivevo in Italia. Allora le mie analisi femministe si concentravano più su lavoro e relazioni stabili, mentre liquidavo le questioni di attrazione sessuale con un indulgente de gustibus: quando vedevo che anche gli amici più intelligenti parlavano di donne come di figurine Panini, pensavo che “questo passava il convento”, dunque doveva essere così dappertutto. Ero più blanda del solito pure nel criticare qualche bravo comico che, quando si parlava di sesso, diventava peggio di un barzellettiere da bar.

In effetti, nei miei primi mesi a Barcellona, due conoscenti locali dichiararono con un sorrisetto di voler ritrovare “una bella tetería nel Gotico“, e nella mia ignoranza pensai a un posto in cui la cameriera fosse particolarmente prosperosa! Una “tetteria”, appunto. E già m’ingegnavo a sorridere e a stare al gioco, prima di accorgermi che cercassero solo una sala da tè. Dunque, con loro non dovevo trovare strategie per farmeli piacere per forza. Che poi, perché “farci piacere” cose che vanno a svantaggio nostro? Il fenomeno me lo spiegò, molto riassunto, una psichiatra: perché, quando si arriva all’ o te magne ‘sta menesta o te votte d’ ‘a fenesta, preferiamo farci venir fame.

Mi fa piacere, quindi, essere diventata campionessa mondiale di salto dalla finestra! E magari fosse solo con gli italiani: era francese il tipo che nei miei mesi Erasmus, nel cesso del bar in cui stavamo, voleva “cedermi” a un compagno che me lo raccontò pure, nella speranza di propiziare tale “cessione”; era francese pure quello che, intanto che ci ammettevano in discoteca, propose di “violentare me per passare il tempo” (l’amico marsigliese gli segnalò troppo tardi la “gaffe”). D’altronde, amici olandesi mi hanno sorpreso per certe idee antiquate sull’opportunità per le ragazze di “concedersi o meno”, e certi bulletti pakistani del Raval mi sembrano la versione ancora vergine dei miei compaesani in motorino. Davvero, come fanno gli italiani a parlare del “maschilismo dei migranti”. Magari vogliono l’esclusiva delle figurine Panini…

Fatto sta che quella iberica è terra di manadas, ma anche di donne e uomini che contro i branchi scendono a migliaia in piazza, e, come dico spesso, sono i miei alunni a protestare per un paragrafo machista del libro di testo, o a lamentarsi perché il fidanzato della sorella lascia che i servizi li faccia lei.

Dunque non mi resta che scendere alla prossima fermata, lasciando i maschi alfa di turno al loro tristo album di figurine Panini. A sentirli, in tanti confessano di sfogliare inutili vagine ambulanti in attesa della loro figurina “introvabile”, o così gli piace credere: quella che sia degna di portare in grembo i loro figli, tra cinquant’anni o giù di lì, e li faccia morire “senza mai stirarsi una camicia” (semicit.).

A questo punto, però, auguro alla Pizzaballa di turno di non farsi trovare mai.

 

 

 

  1) Tanti anni fa, così tanti che c’era ancora il fax, per un concorso inviai a Quelli che il calcio una battutaccia sul naso di Nino Formicola (Gaspare, di Zuzzurro e Gaspare): “Ha un naso così grande che, se dice di no a tavola, sparecchia”. Firmato: “Mar…”. Formicola cercò di decifrare il mio nome, mentre Fabio Fazio tagliò corto: “Marco! Ringraziamo Marco!”. In Italia oggi ci sono 346.894 Marco, e 4.562.515 di Maria.

Due settimane fa, in aereo, ho sentito una voce femminile esordire con spiegazioni sul volo. Nel primo, incontrollabile nanosecondo ho pensato: “Perché comincia a parlare la hostess, e non il comandante?”. Mi ha risposto la voce stessa: era la comandante. Unica differenza con Marco e Maria: le Maria sarebbero la maggioranza, le comandanti sono sempre troppo poche.

2) Cinque anni fa, una coppia di Santa Coloma de Gramenet, catalana lei e “canadirlandese” lui, mi raccontava di aver comprato casa a un prezzo “protetto”, riservato a chi vivesse nel loro comune da almeno dieci anni: la maggior parte degli stranieri, che fossero turisti a caccia di seconde case o disperati con permesso di soggiorno, ne erano tagliati fuori. Di conseguenza, c’erano autoctoni che compravano ai figli appena nati la casa in cui sarebbero andati a vivere da sposati. I miei amici, in pratica, non avevano vicini.

L’altro giorno ho ascoltato Di Maio spiegare con quali astuzie “aggireranno” le norme europee per escludere gli stranieri dal reddito di cittadinanza. Tipo che devono risiedere in Italia da almeno dieci anni.

3) Dopo aver passato venticinque anni a temere che sotto al mio letto albergasse uno scarafaggio gigante (gli effetti di Kafka sulla gente, o almeno sui ragazzini), dall’ingresso della mia stanza in paese vedo affiorare, tra le cianfrusaglie sotto il letto, una bilancia. Non so il vecchio Franz, ma almeno Stephen King sarebbe fiero di me.

Di questi “prima e dopo”, solo uno non mi fa sorridere per niente.

 

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Ok, scuorno di post.

Facendo del becero familismo amorale, il blog del basilico v’invita alla presentazione del libro della sua autrice – o basileia, o basilicata, non lo sapremo mai. Sarà questo venerdì 14, alle 19.00, alla Libreria italiana Le Nuvole, con rinfresco e musica, e tanto ammore.

Ecco l’evento:

https://www.facebook.com/events/990278361172509/

L’autrice (che ormai parla di sé in terza persona, come il Divino Otelma) vi lancia quest’invito dal suo natio borgo urbanizzato: è stata convocata a Napoli per la presentazione della raccolta Airport Tales (per chi si fosse perso i dettagli, e i bicchierini di limoncello, ecco qua…).

Nota di colore: la presentazione di Airport Tales è l’11 alle 11. Alla stessa ora, dopo due mesi di attesa e telefonate al comune, dovevo incontrare l’avvocatessa che mi avrebbe delucidato la questione affitti in Ciutat Vella, di questi tempi difficili. Insomma, mentre inizia la presentazione a Napoli, l’impiegata del Servei d’Habitatge chiamerà l’utente successivo.

Continuo a pensare che la vita sia un capolavoro: quando non succedono guai seri, riesce sempre a regalarti una risata.

O un’arrabbiatura: ieri provavo a vedere Quelli che… , quando un “esperto in studio” ha spiegato all’inviata (moglie di un calciatore) che non doveva lamentarsi di una decisione arbitrale: l’arbitro era vangelo, lei pensasse piuttosto a descrivere la partita!

Ho suggerito a mia madre che il fenomeno per cui un cinquantenne spiega a una trentenne cosa dire, e come, si chiama mansplaining, o se preferite minchiarimento, ma a quanto pare questo concetto ancora non passa facilmente, da noi. D’altronde una chat improvvisata in studio tra glorie del calcio esprimeva giudizi sull’aspetto fisico delle ragazze presenti…

Sì, sì, è una gag, ma è dura “farsi una risata” adesso che vivo in un posto in cui per avere una vita sociale, e rimediare un po’ d’ammore ogni tanto, non è necessario.

Rispolvero dunque un’espressione non proprio femminista delle mie parti, che magari è tornata in voga con L’amica geniale:

Rire ‘n faccia a ‘stu

Sipario.

(Una canzone che cito nel libro. E ringraziatemi perché l’altra che nomino è dei Take That.)

L'immagine può contenere: persone sedute e spazio al chiuso Finita una delle vacanze più bizzarre della mia vita, quella con l’itinerario creativo, i chilometri percorsi a piedi tra vetrine chiuse, quella in cui ho visto a trenta centimetri, con le buste della spesa, uno che oltre vent’anni fa ascoltavo da svariate decine di metri, con un microfono in mano. Quella in cui mio fratello, al rientro dalle ferie, ha rischiato di togliersi un’ora preziosa di sonno per farmi assaggiare un hamburger di fagioli.

Come ogni viaggio che si rispetti, questo mi ha insegnato quel genere di cose che si finisce per essere leziosi a elencarle, ma lo faccio lo stesso.

· Va’ a fa’ ‘o bene ‘a gente. Così dicono al paese mio. Nel dubbio, elargirò sempre le mie monete a chi in tutta probabilità ci si comprerà del vino scadente, anche se credo che le istituzioni facciano scaricabarile su volontariato e beneficenza. Poi però mi ritrovo in una stazione metro di Roma, senza un centesimo di spiccioli, davanti a una macchina che accetta solo monete, e il Frecciarossa che mi parte da Termini tra venti minuti. Ovvio invece che mi farò molti meno scrupoli a rovinare lo scatto del Doisneau in erba che, per fotografare artisticamente le due torri di Bologna, mi ha bloccato il cammino verso la Feltrinelli: manco a dirlo, quando il grande fotografo si è spostato, hanno chiuso i battenti davanti al mio naso.

· Bisogna dormire. Ora, mi può capitare anche da sveglia e riposata di mettere in lavatrice tutti i miei indumenti, tranne un pareo che in mancanza d’altro sfoggi come abito in giro per Bologna (nota città marinara). Può capitare anche da riposata che la suola del sandalo si scolli una volta per tutte a un chilometro da casa, e che l’orecchino usato per fissarla – sottratto a sua volta alla stanghetta degli occhiali – ceda stortigliandosi, e addio ferma orecchini. Così come può capitare che, raggiunto zoppicando l’appartamento, il pareo resti attaccato alle estremità e mi costringa a cucinare nuda alle dieci di sera su fornelli a induzione, che ovviamente, combinati col condizionatore, faranno scattare il contatore. Può capitare infine che mi ritrovi a cercare nel buio il meno bagnato dei vestiti appena stesi, e scendere quattro piani di scale per riattaccare la corrente, mentre la mia cena sui fornelli ancora roventi brucia senza rimedio. Ma da più riposata, magari, la prendo con filosofia, invece di bestemmiare tutti i santi di Bologna compreso San Giovese (che poi dev’essere romagnolo).

· È già tutto qua. I salviniani hanno perso, l’Italia è multietnica da un pezzo e loro lo sanno bene. Chi? La cameriera mezza cinese che mi parla con lo stesso accento bolognese della coppia (lei occhi a mandorla) appena entrata, e quando rispondo bene alla domanda “Forchetta o bacchette?”, replica: “Braaava!”. Il tizio per strada che, condividendo il rispetto tutto italiano per le passanti, interrompe la sua conversazione in hindi per dirmi: “Tanta roba” (ma fraintende il senso dell’espressione, o l’ho sempre fraintesa io?). L’italiana tatuata coi rasta che se ne sta sull’erba dello Sferisterio con due ragazzi africani che, in altre circostanze, avrebbe forse trovato un po’ fighetti.

· Quando prendo un volo da Barcellona a Marsiglia e poi finisco in Italia, la prima cosa che penso non è: “Casa!”. È: “Ah, meno male, qua capisco tutto quello che dicono”. A Roma, neanche tutto tutto.

Più che di casa, infatti, parlerei di posto sicuro. Non dev’essere per forza uno spazio, va bene anche un’ora del giorno, o un fratello, o una fidanzata imperfetta che però c’è sempre, o un posto in treno che non speravamo di fare in tempo a occupare.

In un’estate di tragedie immani e crolli strutturali, io lo so che non esiste un posto sicuro al 100%. Che le certezze vengono meno, troppo spesso per colpa di qualcuno o qualcosa, qualche volta perché così va.

Diciamo allora che nessun posto è sicuro, perché nessuno può fermare gli imprevisti, gli elementi, i cambiamenti di rotta. Ma deve restare l’idea che, per quanto sta in lui, quel posto sarà sicuro, farà di tutto per esserlo.

Io ho imparato per prove ed errori a essere un posto sicuro per me.

Non riesco ad augurarvi cosa migliore.