Archivio degli articoli con tag: Barcellona

Gerardo non ha ancora capito che a me, i bar, piacciono sozzi.

E invece eccolo là a sgamarmi il posticino con opzioni vegane in cui invitarmi, bontà sua, durante la pausa pranzo, visto che lavora come portiere in un palazzo a pochi passi da casa mia.

A me andrebbe benissimo anche una razione di pa amb tomàquet, vicino a del pimiento del padrón: per me vegano è quello. Tanto più che non ci eravamo capiti sull’orario, e ho dovuto fare una corsa coi capelli da strega e una tuta inguardabile, per raggiungerlo in tempo.

Ma starei ore ad ascoltare il suo italiano.

È perfetto, pure negli errori! C’è riflessa tutta la storia della sua famiglia: milanesi di origini marchigiane, passati per il Venezuela e finiti a Hospitalet, dov’è nato lui.

Quindi, non dice mai “andare affanculo”, ma sempre “andare a dar via il culo”. E mi ha insegnato il meraviglioso verbo “intafanare”, mai sentito in trentotto anni di vita. A volte pare Adriano Celentano in un’intervista da giovane!

Fa anche strano ascoltare un milanese che parla di linguaggio inclusivo – senza riderne, dico – e spiega l’imbarazzo che suscitava il cognato che, a ogni brindisi, continuava a gridare: “Salute e figli maschi!”. Al che gli ho confessato che io ho sempre sentito “auguri”, al posto di “salute”, e solo ai matrimoni, o in riferimento a qualche coppia novella. Poi gli ho insegnato le sottigliezze di certi brindisi napoletani.

È sempre questione d’identità. In ambienti di movimento che pure rispetto c’è un po’ la vulgata che io me ne sarei scappata, e loro sarebbero eroicamente rimasti per “cambiare le cose”: tutt’al più, quando hanno provato a farsi eleggere, ci hanno concesso che noi all’estero “siamo stati costretti a scappare”. Per quale altra ragione si vorrebbe vivere fuori, a contatto con altre culture, e magari con maschi etero che usino un linguaggio inclusivo? Senza tener conto del fatto che per me, ormai, le battaglie di tutti sono anche le mie, che i manteros sono discriminati come le vittime di Salvini (certe politiche di Sánchez non sono migliori). Quando ho difeso la mia terra d’origine dal razzismo, l’ho fatto con gli stessi argomenti che avrei usato per altre comunità (quella gitana, per esempio). Invece il razzista di turno mi credeva punta sul vivo, come se difendere una categoria sola servisse a qualcosa, a qualcuno.

Gerardo, invece, non si è mai definito di un posto in particolare. In Italia non ci ha mai vissuto, anche se parla un italiano migliore di certa gente che conosco. Però, mi ha fatto capire, faceva fatica anche a identificarsi come uno di qua. Così, per sicurezza, nelle sue ore passate in guardiola sta imparando tutte le lingue che può, compresi russo e tedesco. Nelle sue parole ho rivisto quelle del mio ex catalano: uno con due cognomi del Sud, che aveva risolto il suo busillis identitario diventando prima un ottimo pianista di flamenco fusión, e poi un català de debò – con tanto di laccetto giallo nella foto profilo – due anni fa, quando quel genio di Rajoy aveva risposto con la forza a un referendum che rischiava pure di essere meno affollato di altri, di per sé irrisolutivi, che l’avevano preceduto.

Nel bar in cui siamo approdati ieri per il… brunch (mi ci vedete?) non c’era molto spazio per le bulerías di Carlos, ma a un certo punto è scattato l’iconico basso di Seven Nation Army.

Al che ho ricordato. Mi sono rivista ben undici anni fa, coi francesi della mia prima, sgangherata comitiva locale: gente che ti chiamava solo il fine settimana per ubriacarsi, e che al terzo chupito gratis si metteva a sfottere l’Italia. Allora per zittirli mi bastava accennare le prime tre o quattro note, senza neanche intonare il solito: “Po po po po po po po”. Ma così, per ridere. Ridevano anche loro, meridionali come me, più marsigliesi o tolosani che “sudditi di Parigi“.

Ovviamente, tutto questo per Gerardo non significava niente: per lui quella canzone era solo un sottofondo da bar, e io mi chiedevo, invece, se in Italia qualcuno la intonasse ancora negli stadi, o per strada.

Il bello era che, sul serio, non lo sapevo. Ormai non lo sapevo più.

“A che pensi?” mi ha chiesto il non-milanese, uscendo dal locale. Stava dimenticando dentro la sciarpa, ma se ne sarebbe accorto solo mezz’ora dopo.

“Penso” gli ho confessato, scostando le briciole del brunch dalla tuta inguardabile “che su questa cosa dell’identità ci scriverò un post”.

Image result for cassolada barcelona

Da betevé.cat

“Papà, tu mi porteresti con te a un evento con migliaia di persone che protestano fuori, e non ci vogliono lì?”.

Mio padre solleva la bocca dal fiero pasto – cioè, il piattone del buffet vicino casa – e capisce che mi riferisco alla visita del re con sua figlia, che deve consegnare alcuni premi intitolati a lei.

“Se è tuo dovere, sì”.

La forchetta rischia di schizzarmi via mentre m’inalbero: come, “dovere”? Una ragazzina di quattordici anni già sa che mestiere deve fare, perché ha gli stessi geni di suo padre? Ma veramente facciamo?

“La solita esagerata: dovete essere superiori a queste cose”.

E m’immagino la nonna mai conosciuta, o chi per lei, a dotare il figlio di questa scusa di comodo: ignorate quello che è al di sotto di voi. A “fare i superiori” non si rischia mai di cambiare niente (per carità!), e non si rischiano neanche le coltellate, eterno spauracchio delle signore nostrane a cui “scippano ‘o burzelli'” (semicit.).

Eppure mio padre, “superiore” a queste cose, mi ha accompagnata quella stessa sera a vedere la manifestazione avanti all’hotel che doveva ospitare il sovrano spagnolo con sua figlia. L’idea era controllarmi, assicurarsi che non facessi “scemenze”. Perché l’indipendenza continua a non sembrarmi la soluzione, ma sulla monarchia ho le idee chiare: specie con un monarca piazzato lì, in fin dei conti, da un dittatore. E allora eccoci in metro, con lui che protestava per “il viaggio” fino alla fine della Linea 3. Fuori alla decina di camionette al di là delle transenne erano già spiegati una ventina di agenti col volto coperto, ma col casco ancora in mano: nessun pericolo, per il momento.

Ci siamo fatti strada tra le persone munite di pentole e coperchi, o di fischietti, o di qualsiasi cosa che potesse fare casino per la cacerolada: il frastuono doveva sentirsi da un’oretta, ormai. Ho offerto un rumoroso mazzo di chiavi a mio padre, che all’inizio osservava basito le sue coetanee che “spentolavano” con forza instancabile, e constatava che i pochi incappucciati, a parte un paio proprio a ridosso delle transenne, avevano sedici anni. Io, dopo una breve tammurriata per il “re Borbone” – con le chiavi usate a mo’ di castagnette – facevo il mio video, che era il mio modo imbarazzato di partecipare a qualcosa che non condivido del tutto, ma che non mi suscita il livore che percepisco altrove: alcuni amici e conoscenti mi sembrano condannare il fenomeno con una rabbia uguale e contraria a quella dei manifestanti, ma con progetti politici non meno fumosi di quelli che sul fronte indepe si prevedono “a re cacciato” (che fa un po’ “a babbo morto”). In effetti sul fronte “non indepe” (bollato come “unionista”, come se avessi mai avuto la sensazione di vivere in Spagna) ascolto soprattutto generici richiami all’unità dei popoli, oppure sfuriate che rivelano che si tratta di una questione “personale”: contro la fidanzata indipendentista con cui si sono lasciati male, o la collega che si è permessa di meravigliarsi – neanche d’indignarsi – se dopo quindici anni a Barcellona non spiccicano una parola di catalano (e, se conoscete un po’ certi nostri connazionali, intuirete che la tizia che me lo raccontava era di quelle che se ne facevano un vanto). La mia sensazione quando vedo questo, e lo dico solo a voi, è che invecchiamo male.

Ora che l’ho detto, spiego anche il resto: che mio padre, mentre giravo il video e aggiungevo dettagli, è sparito dalla mia visuale. L’ho scoperto ripiegato verso un tombino, mentre svuotava lo scarso contenuto di due birre prima ammonticchiate in un cestino (e a questo punto vanificherei lo spirito repubblicano della protesta perché alcuni, di fronte alla penuria non so quanto casuale di bidoni, non hanno fatto la differenziata!). Dopodiché ha cominciato a sbattere le due lattine, unendosi al casino generale davanti agli occhi divertiti di un paio di signore.

Image result for cerveza estrella lata roja Devo dire che “Repubblica!” – slogan inventato da lui – lo diceva quasi bene, a parte quelle tre o quattro “b” che impone l’accento nostrano, ma non riusciva a pronunciare granché gli altri refrain (“Llibertat presos polítics”, “Fora les forces d’ocupació!”). Così ne ha proposti di suoi, tipo:

“Feli’, si te fai ‘na serenga ‘e porcellana addeviente ‘nu Richard Ginori!” (sì, l’ho censurata un po’).

“Si’ ‘a schifezza d’ ‘a schifezza d’ ‘a schifezza d’ ‘a schifezza ‘i l’uommene!” (in corsivo, la variazione frattaiola sull’originale).

Gli insulti classici non ve li sto a raccontare: diciamo che all’inizio credevo chiedesse anche lui le dimissioni del capo dei mossos, che di cognome fa Buch… poi però la parola continuava! Quindi si è accostato alle transenne. Io gli facevo notare che, più della minaccia di una carica – il re non c’era, non si trattava di “difenderlo” – c’era il pericolo di falsi allarmi e fughe generali, e lui, quanto a mobilità, non lo vedevo benissimo. Quello che mi ha risposto è stato:

“Secondo te quell’agente lì è una donna?”.

Quando l’ho convinto a lasciare le transenne ai pochi incappucciati – o a qualche donna cresciuta sotto Franco, che osservava in silenzio gli uomini in divisa – ha deciso che era  direttamente il caso di andarsene.

Insomma, è finita che io ho accompagnato lui.

Che, detto tra noi, a casa ha precisato che una quattordicenne dovrebbe fare la sua vita senza essere coinvolta in beghe politiche perché “figlia di”.

Però la sua, di figlia, è venuto a “difenderla”.

Anche se un altro po’ e dovevo fare il contrario.

 

(Uno dei cavalli di battaglia di mio padre!)

 

L'immagine può contenere: una o più persone, folla e spazio all'aperto Ancora con la storia dei fiori nei cannoni? Antichi!

Nel mio vicolo, coi fiori, ci facciamo direttamente le barricate!

Infatti sabato, a manifestazione finita, mi sono ritrovata davanti tre fioriere, schivate da sedicenni che cominciavano a mettersi il bavaglio, mentre i poliziotti uscivano in massa dal vicolo adiacente: quello dietro la Policía Nacional. Sì, erano in tenuta da Darth Vader, e se non è stato uno scherzo della mia immaginazione uscivano davvero a culo indietro, tipo gamberi. In ogni caso, mi è come scesa dal cielo la voce di Fabrizio Frizzi: “Maria, per te la manifestazione… finisce qui!”.

Il tempo di avvisare dei turisti giapponesi con bimbo al seguito che non era una buona idea passare per i Darth Vader, solo perché il loro albergo era “dall’altra parte della strada”: meglio allungare il cammino oggi, che finire all’Hospital del Mar fino a domani! Non c’è stato bisogno di spiegazioni, invece, per le ragazze che passavano sgarzole in cerca dei localini su via Laietana, che supponevo chiusi, sprangati, e arrivederci a mai più.

Devo dire che la manifestazione di sabato (circa 380.000 persone) si è svolta davvero tranquilla e partecipata quasi fino alla fine: quindi, se allo sciopero generale è stata la polizia a caricare, stavolta mi sa che i giovanissimi di turno avevano messo le fioriere per conto loro. Non sono servite invece le transennine di questo bar a fermare la furia degli agenti che hanno scassato un po’ tutto, perché un avventore li sfotteva.

Insomma, anche questa è andata: gli unionisti del giorno dopo erano “manifestanti della domenica”, in tutti i sensi. Gente che parlava di soldi e di vacanze quando non sventolava la bandiera spagnola e cantava canzoni che io associo al franchismo, e loro, semplicemente, all’infanzia. I pochi col braccio alzato e il bavaglio, che cantavano Cara al sol, sono stati ripresi invano da vecchietti con bandiera spagnola, che l’inno della Falange lo dovevano intonare sul serio ogni giorno, a scuola. Io facevo amicizia con i venditori ambulanti di bandiere (stavolta spagnole) che si lamentavano dei magri affari, e mi chiedevano se fossi “spagnola o catalana”, per poi ridere: “Napoli! Mafia!”. Al mio ex, loro compaesano, rispondevo simulando un’esplosione, ma adesso mi scocciavo di riaprire anche questo fronte qui.

Anche perché la Policía Nacional, intanto, altro che assetto antisommossa: veniva coccolata da cori stile “A por ellos”, in pratica un invito a menare gli indipendentisti, che pure hanno adottato, ironicamente, lo slogan (e chiedono subito dopo “dove sta il lampione” contro cui si è impigliato il paracadutista il Día de la Hispanidad). Si limitavano a sbarrare il passo alla vittima, come potete vedere, anche i mossos presenti quando una che andava sulla Rambla con la bandiera catalana ha ricevuto un ceffone da una “patriota”.

A parte questo, tutto bene.

La questione è che queste cose non cancellano la vita di ogni giorno, per fortuna o purtroppo. Devi fare quello e quello: nel mio caso, stare attenta alle fioriere a centro strada e capire come farmi una visita medica due volte all’anno senza che mi spennino, o mi diano appuntamento tra sei mesi. Oppure, capire se Leroy Merlin taglia il legno su misura, o mi devo trascinare fin dal carrer d’Aragó il mensolone che farà da scrivania alla stanza piccola: quella che, in mancanza di soluzioni più ampie, doveva ospitare un bambino, e invece ospiterà me ora che vengono i miei per la Castanyada (coraggiosi!).

Tutto come prima, niente come prima.

Continuo ad avere la sensazione che la mia vita, da un po’, sia come la megafesta a cui ti prepari comprando chili di palloncini e passando ore in cucina, e poi si presentano giusto tuo cugino, la collega più simpatica e magari la vicina di sotto, se mettete la musica troppo alta: insomma, molto sbattimento, per risultati modesti.

(Tra l’altro ho capito perché la vicina di sotto si lamenta degli schiamazzi, e aspetta sempre pacchi di Amazon: ci ha l’AirBnb clandestino!)

“Sei felice?” mi è stato chiesto. Contenta, ho risposto: difficile fare il botto in un momento di scelte e rinunce, e in un’epoca da definire.

Però mi è stato detto di nuovo, stavolta da una giovane donna di belle speranze, che “le ho cambiato la vita”, e questo mi ha ringalluzzita peggio di una pubblicazione inaspettata della Penguin (che se vuole sto qua, eh). Perché ho ricordato che questo momento sospeso che vivo è il seguito di tempi molto più bui, da cui sono uscita benone. Figurarsi se non succederà anche adesso!

E no, non è vero che cambio le persone: sono loro che a volte vengono da me, attirate da qualcosa che ho detto nel gruppo di scrittura, o da una battuta che ho fatto sulle case editrici truffaldine. Mi lasciano intravedere le loro vite che cercano solo una spintarella per trasformarsi: la motivazione per scrivere più racconti (e magari ne esce un progetto artistico), o per andare a vivere da sole (e all’improvviso spunta la casa giusta). Allora consiglio libri – di solito con le mie artiste funziona Julia Cameron , consigliatami da una vera scrittrice – e spiego cose di quello che è successo a me: il miglior aiuto per cambiare è mostrare come l’hai fatto tu.

Questo è alla portata mia, e vostra, e di chiunque.

 

 

 

 

Image result for camisa mujer con piña

Lo so, questi sono anche carucci. Ora immaginateli fluo.

Ananas. Quelle graziose macchioline sulla camicetta in vetrina, erano ananas.

Con tanto di cespo frondoso, color verde carico.

E niente. Specie da quando vivo qui, sono abituata al fatto che le cose che sembravano piacermi si rivelino spesso agghiaccianti.

La prova lampante ce l’ho quando butto un occhio nei negozi di carrer dels Tallers, nella patetica scorciatoia che prendo per evitare le masse in transumanza dalla Rambla. Oltre all’episodio degli ananas, c’è quello simpatico dei fenicotteri – prima scambiati per roselline – che a stormi rosa fluo popolavano un altrimenti grazioso vestito anni ’50: quando mi sono avvicinata, sembravano lì lì per spiccare il volo sulle frangette tagliate a metà fronte delle altre viandanti.

Che ci posso fare, va così. E così va pure con cose importanti, come l’amicizia.

Perché, vedete, ai primi d’autunno atterrano i ritardatari che risiedevano qui un tempo, ma che per la scappata annuale di rito non hanno trovato un biglietto per l’alta stagione. Arrivano e scoprono, ma ormai non è più una sorpresa, che i compagni di sbronze stranieri sono quasi tutti altrove a fare “lavori seri”, e i rari amici del posto hanno l’agenda piena fino al 2022. È vero, qualche straniero resta, soprattutto se è un’amica, sposata con un catalano dell’interior: dunque, sono minimo quaranta minuti di treno, e trenta euro in “giocattoli educativi”, per andare a conoscere Oriol e Mariona, di 4 e 2 anni.

Questi fanatici della crema solare a ottobre non la prendono bene: si chiedono perché non andiamo più a ubriacarci con loro a Vila Olímpica, o a vedere una cover band degli Oasis al pub irlandese vicino alla Rambla – cose che, devo dire, avrei trovato agghiaccianti anche a diciotto anni: sono nata nonna dentro.

A quel punto, noi pochi superstiti diciamo ai redivivi: benvenuti nel nostro mondo. Perché, vedete, c’è poco da filosofare e psicanalizzare, con Barcellona: la questione è il lavoro. Con stipendi intorno ai mille e passa, per pagarsi stanze che costano quasi la metà, la gente “europea” è quasi sempre di passaggio, e quella del posto fa la sua vita.

Dunque, ai motivi che sfasciano le comitive in paese – il lavoro a tempo pieno, i figli… – si aggiunge quest’estrema mobilità. Anche perché chi resiste di call center in call center, e si vanta di condividere la casa “con una sola persona”, si ritrova sempre meno offerte di lavoro con l’aumento dell’età: un mio alunno d’italiano ha capito subito chi fosse il mio amico appena assunto nella sua multinazionale, perché era l’unico in tutto il piano che superasse i quarantacinque! In effetti, l’azienda si vantava molto di non “discriminare per età”…

Questo quadretto è un po’ più drammatico, come capirete, rispetto agli ananas che imperversano sulle camicette della nonna! Però di buono c’è questo: con le amicizie che durano, ci sono una libertà e un rispetto degli spazi reciproci che difficilmente ho trovato in altre situazioni.

Perché, vedete, da un po’ sto frequentando un australiano del gruppo di scrittura, che vive lontanuccio col marito colombiano, e una polacca sudafricana (!) che è qui da poco, mentre ogni due settimane, famiglia permettendo, un papà francese mi vede per fare uno scambio linguistico. In tutti questi casi, sappiamo benissimo che abbiamo i nostri impegni, la nostra vita, e che rischiamo di non vederci per un bel po’.

Però sappiamo anche che, se il legame sopravvive alle difficoltà esterne, e un po’ anche alle rispettive follie, si può trascinare al pari delle “amicizie di una vita”, che ci siamo lasciati dietro partendo.

Credo sia questione di spirito d’adattamento: l’amico astrofisico, che di borsa in borsa è passato da Barcellona a Bruxelles, può scrivermi dopo tanto tempo, chiedermi se so di stanze in affitto per sua nipote, e intanto raccontarmi un po’ delle relazioni fallite, dei coordinatori di dipartimento che pretendono di viaggiare su Marte, e della gentrificazione diffusa.

A un certo punto ci renderemo conto che avremmo potuto avere la stessa piacevole conversazione dal vivo, dieci anni fa, e che vogliamo rivederci al più presto.

In dieci anni si può cambiare molto, è vero.

Però, scoprire quello di noi che non cambia, e resterà anche quando saremo e faremo altro, è un’arte che s’impara piano.

Non ci resta che imparare anche a condividerla.

(Classicone kitsch che si adatta a tutti i tipi di separazione!)

Image result for pumpkin spice latte

Da mercurynews.com

Una cosa strana di qua è che non capisci se piove.

Te ne accorgi alle porte dell’autunno.

Guardi attraverso la vetrata di un bar, o di una biblioteca, e vedi gente che cammina veloce, ma solo due hanno l’ombrello. Certi autoctoni ci ridono su, accampano ragioni tipo che perdono l’ombrello, o che poi in realtà qui non piove tanto (maro’, un’ansia: tre giorni di nuvole di piombo e piove il quarto, magari col solleone).

Quando è successo ieri, e ho dovuto espormi alle gocce in infradito, ho capito che “l’inverno sta arrivando” (o meglio, è più vicino) prima ancora del solito segnale: lo Starbucks sotto casa aveva “uscito” la zucca. Perché, vedete, per me da piccola l’estate cominciava con la pubblicità della Coppa del nonno: adesso capisco che è autunno dal cartellone del Pumpkin Spice Latte. Lo so, ho una vita appassionanteMarcovaldo sarebbe fiero di me.

Poi vabbe’, c’è stato anche il gran cambiamento nel Wifi del coworking ultrafighetto – e gratuito, elemento determinante! – in cui mi rifugio per una traduzione che mi sta lacerando l’anima (confermo che voglio scrivere romanzi, non tradurre quelli che ho già scritto). Dai, ve la svelo: la password nuova è quella che vedete nel titolo. In cambio offritemi un macchiato. E non fate come la mia vicina di tavolo, che mi ha insegnato che quel trattino in spagnolo si chiama guión bajo, ma poi stava scrivendo “by by summer”!

Allora devo proprio rassegnarmi alla ripresa delle attività, alla paura di mandare nuovi scritti ad agenzie che li ignoreranno, e rivedere il famoso saggio sulla maternità da single sulla soglia dei quaranta, hai visto mai che a qualcuno possa interessare… Però sto ricavando una storia divertente, un potenziale romanzo, dalle candidature semiserie presentate da due aspiranti genitori, volenterosi di aiutare!

Ecco, se quest’estate ha segnato una svolta, non è stata sul profilo balneare, perché mi sa che anche quest’anno farò un tuffo solo al mio onomastico: al massimo ho messo un po’ i piedi in acqua a Marsiglia, tra bimbi arabi che giocavano felici. Invece, sulla questione che mi tormentava ho trovato ‘sta grande soluzione: rinunciare! L’inseminazione mi pare una mezza truffa, l’eterologa non fa per me, cercarmi un potenziale papà non m’interessa, e più decostruisco l’amore romantico e meno m’interessa… Inso’, è andata. Quest’estate mi ha insegnato a lasciar andare, per quanto possa lacerare l’anima peggio di una traduzione in spagnolo vrenzolo. Ma bisogna accettare che, a meno di miracoli last-minute, certe cose semplicemente non succedono.

E non è un “fallimento“, come scrivevo nel blog di una divorziata: il fallimento è quando non ti prepari per l’esame, non quando trovi il prof. stronzo che ti chiede un programma diverso da quello che porti. Il fallimento è quando non ce la metti tutta per fare almeno la tua parte, l’unica che dipende da te.

Io non sono una fallita, sono una naufraga. Naufraga di casa mia. A un certo punto mi sono trovata la casa allagata, e dovevo mettere in salvo tante cose, in poco tempo.

Ho fatto quello che ho potuto. Il resto toccherà affidarlo a questa brezzolina che comincia a pungere.

Che dire: metto a fare la zucca.

(Volevo prepararvi alla battutona del 30 settembre, ma mi sono commossa guardando il video: saprete che l’argomento mi appassiona).

Image result for sandwichez dinar de primera Ok, vi ho detto tutto del gruppo di scrittura della domenica: prima gli esercizi “psicologici”, poi il tentativo di truffa

Adesso non mi resta che raccontarvi una cosa che non c’entra niente: la vetrata sullo sfondo del bar che ci accoglie.

È come uno schermo gigante che dà su un angolo di strada, la stessa del mio cinema preferito. Il panorama domenicale – passanti ancora sbronzi, tre bidoni, la maglia leopardata di una prostituta cinese – è interrotto solo da un cartello rivolto alla clientela, che raffigura un pasto frugale – almeno per me! – e qualche bibita: qui, che mangiano pochetto, sarebbe un pranzo – pure un po’ caro – e infatti la scritta recita “Dinar de primera”, pranzo di prima classe, o di prima qualità, se preferite.

Un’altra componente del bar sono i borseggiatori, ma quello è dappertutto. Quasi chiunque entri in un bar del centro di Barcellona e ne esca quasi subito, magari trascinandosi dietro un giornale mezzo aperto, può giubilarsi il vostro cellulare o portafogli senza che ve ne accorgiate.

Immaginatevi, quindi, che mentre scriviamo sparsi tra i tavoli del bar vengano tre persone, due ragazze e un ragazzo, a chiedere l’elemosina, prima che la barista li mandi via.

“Attenzione, sono borseggiatori!” grida dal suo tavolo il più antipatico del gruppo di scrittura.

Come vi dicevo, il rischio c’è. Ma dare per scontato che tre giovani gitani siano borseggiatori mi fa chiedere cosa succederebbe se fossi io a dichiarare la mia città di origine, e avvicinarmi ai tavoli per un’informazione, magari senza il vestito Skunkfunk di seconda mano a darmi un’aria hipster.

“Magari non lo sono” mi limito a ribattere.

Il tipo viene punito dal fato, quando tutto il gruppo si raccoglie intorno al tavolo sovrastato dalla già menzionata scritta “Pranzo di prima classe”, e parte il giro di confronti su quanto scritto stavolta.

Quando tocca a lui, autoproclamatosi maestro di cerimonie in assenza dell’organizzatrice, alle sue spalle appare un uomo che spinge un carrello pieno di… rifiuti. Di questo parlo un po’ nel romanzo sul referendum catalano che leggerete numerosi (vero?) l’anno prossimo: robivecchi locali, di solito di origine gitana o straniera, a caccia di cianfrusaglie nell’immondizia, da riparare e/o rivendere. Il loro forte è el día de los trastos, cioè il giorno, che varia di quartiere in quartiere, in cui si buttano i mobili vecchi.

Facendo di necessità virtù, il nuovo arrivato si mette a frugare in un grande bidone dell’indifferenziato, proprio mentre il tizio arrogante, al di qua della vetrata, ci racconta delle sue prodezze: ha una pagina dedicata ai viaggi (il robivecchi fa leva sulle braccia e ficca la testa nel bidone), si occupa molto di tour “zaino in spalla” (l’atleta estrae dal bidone una scatola di cereali, e la usa per lasciare sollevato il coperchio), e si specializza soprattutto in offerte di viaggio, biglietti e quant’altro.

A questo punto, l’uomo alle sue spalle viene inghiottito dal bidone.

Le mie compagne di scrittura cominciano diligenti le domande al tipo del sito di viaggi, mentre io guardo ipnotizzata il tuffatore, fuori, che riemerge a metà busto dal bidone con: un paio di scarpe décollété in perfetto stato, e una camicia un po’ sgualcita di crêpe beige.

Quando, per fingere di stare attenta, comincio a chiedere a gran voce il link di questo sito di viaggi (pieno di consigli, immagino, per guardarsi dai borseggiatori!), l’atleta della domenica schizza fuori dal bidone, e mi rendo conto conto di due particolari insieme: è un uomo di una certa età, brizzolato ma dal fisico temprato da “tuffi” come quello; ha trovato una bellissima tovaglia di cotone a fiori, che adesso piega con la stessa grazia di mia zia Fortunatina, buonanima, che invano ha provato a iniziarmi a quell’arte paziente.

Dalla mia parte del vetro, gli astanti lasciano sospeso il discorso del tipo dei viaggi per squagliarsela uno a uno, congelati dall’aria condizionata.

Rimango per ultima – anche perché un ben più gentile compagno australiano voleva dritte per pubblicare, proprio da me! – ma presa dalla conversazione non penso a scattarvi la foto della vetrata per il post.

Se l’ho scritto, non è stato per proporre il salto nel bidone come disciplina olimpica, ma per sottolineare una cosa: checché dicano i giornali dell’emergenza criminalità a Barcellona, a quanto pare solo presunta, non sono soltanto i cellulari a sparire.

Quello di cui si sta facendo man bassa è la possibilità della gente con poche risorse economiche di mantenere un tenore di vita al di sopra della mera sopravvivenza, anche per l’aumento a dismisura degli affitti a fronte di stipendi che in dieci anni, scusatemi, non sono cambiati poi tanto.

Quindi, capisco che i giornali non avessero molto da pubblicare durante l’estate – nonostante lo stupore di accaniti lettori, quando parlo dell’epopea del Nie – e anch’io rimpiango i due cellulari e il portafogli spariti in due anni, con buona pace dell’amico che ha subito otto furti: però terrei anche in conto il furto enorme di tempo e risorse che presuppone spendere la metà di quello che guadagni nel buco in cui vivi. Specie se si tratta di un ripostiglio svuotato delle sue cianfrusaglie, e riciclato come stanza a trecento, trecentocinquanta più spese, ovviamente “senza finestra” (nota particolarità locale).

Chissà se le cianfrusaglie che conteneva questa stanza “di prima classe” vengono abbandonate in un bidone, in attesa del nostro amico tuffatore.

(Ok, lui ahimè non è di Barcellona, ma la cover è della “barcellonese d’adozione” Shakira, e poi lo amo).

 

Image result for viatja amb karma

La protagonista indiretta di tutta la faccenda

No, non del karma, ma di Karma, la mascotte filiforme dei video nella metro di Barcellona, che allungando le braccia snodate dà lezioni di educazione civica ai passeggeri. Il concetto gioca con la pronuncia identica, in catalano, della parola “karma” e del nome “Carme” (Carmela), e il messaggio è: comportati bene – anche in metro – e la vita ti premierà.

Ne parlavamo ieri, domenica, nel confronto finale del gruppo di scrittura, e la nuova venuta ci ascoltava perplessa.

Noi, per la verità, eravamo perplessi da lei. Si era presentata troppo presto per le due ore di scrittura silenziosa, e troppo tardi per l’ormai noto angolo dell’esercizio (aveva pure tentato di accaparrarsi il nostro guru, per “parlargli un momento”, ma quello le aveva chiesto di aspettare la fine della dettatura e mi aveva lanciato uno sguardo sorpreso).

Arrivato il suo turno di confrontarsi sulle due ore di scrittura, la signora dal portamento elegante e dal sorriso gentile, le rughe addolcite da una cascata di capelli tinti di biondo, aveva spiegato con accento misterioso che parlare in inglese non era il suo forte, e che non aveva capito bene la finalità del gruppo: era lì solo per chiederci se conoscessimo “an editor“, per il suo romanzo.

Al che io, fidandomi incauta dei suoi… false friends, mi ero offerta di fornirle un contatto.

Ricostruisco a beneficio vostro quello che è successo dopo.

Visto che stentiamo a capirci, e lei ha problemi di vista col cellulare, acconsento a seguirla nel bar più vicino – i tavolini all’aperto della snobissima Fábrica Moritz – per verificare bene cosa cerchi in realtà: un editore, con la “e” alla fine. E dire che la confusione tra editor e publisher (editore, appunto) era segnalata perfino nel manualetto d’istruzioni per la mia tesi di laurea! La signora a sua discolpa può dire di essere iraniana, di parlare un francese perfetto e di scrivere in ottimo spagnolo, tant’è vero che il suo mini-manoscritto, parte del lavoro finale della sua scuola d’arte, è stato distribuito in molte copie su richiesta della commissione. E si dice grata dell’incontro “miracoloso” con me: l’universo – o in questo caso, si diceva, il karma – le porta sempre cose incredibili!

Io non provo a contraddirla, anche se da un po’ riabbraccio un approccio scettico verso la sincronicità junghiana: le coincidenze sono davvero tali, ma se il cervello le nota, magari, è perché gli possono essere utili. Piuttosto mi permetto di dirle che, più di quel suo grazioso libercolo di undici pagine, mi sembra interessante la sua autobiografia, che pure ha scritto, di donna fuggita sia da Khomeini che, soprattutto, da un marito indesiderato: le consiglio quindi di contattare comunque l’editor che conosco, specificando che lavora per una casa editrice che non nomino anche a voi, ma che sarebbe l’equivalente spagnola della Mondadori.

A quel nome s’inchina perfino il karma, o Karma, o chi per loro, perché il nostro vicino di tavolo – un incrocio tra Sick Boy e Billy Idol, con davanti uno sciampagnino frizzante – ci interrompe. Il nome che ci offre non suona affatto familiare alle nostre orecchie straniere, così deve spiegarsi meglio: è un cadetto della famiglia che controlla la casa editrice. È come se fosse un figlio minore di Paolo Berlusconi, tanto per capirci. La mia accompagnatrice è ancora più sorpresa dei doni dell’universo.

Per la verità, il tipo ci ha prese per aspiranti venditrici di libri porta a porta, o qualcosa del genere, e vuole segnalarci che quel tipo d’impiego è un mezzo imbroglio – infatti ce lo descrive come una sorta di schema piramidale. Quando preciso che no, si parlava di manoscritti, l’altro s’informa sul nome del contatto che ho con la casa editrice: ah, sì, la conosce, una tipa molto in gamba, una vera scopritrice di talenti. Buon per me allora, aggiunge: se il mio libro “funziona”, la pubblicazione è certa! E io lì a precisare che ho incontrato quella persona in altri ambienti: magari pubblicassero me, gli squali di “casa” sua!

Ma il tipo non vuole sentire ragioni e, intanto che distribuisce tabacco e cartine a dei passanti che gliene chiedono, parla a manetta: per lui sono solo affari, i manoscritti manco se li fila, gli interessa solo quanto possa guadagnarci. Parla così tanto che dimentica anche di bere, e a un certo punto ci fa notare che gli è sparito il calice mezzo pieno che aveva davanti: io penso a uno dei numerosi passanti, mentre il cameriere sembra ricordare che gliel’ha sottratto un collega, e gliene porta un altro. Intanto il “derubato” fornisce dettagli curiosi sul processo di selezione dei manoscritti: storie di commissioni nazionali ed estere, percentuali di guadagno… La signora è scioccata, io so che le case editrici so’ così e quindi, dopo un’oretta di conversazione surreale, me ne vado per fatti miei: sono divertita dalle circostanze ma non mi piace parlare con quel tipo, e ho già spiegato tutto quello che dovevo alla mia nuova amica, che invece rimane lì a chiacchierare.

Qualche ora dopo, mando un messaggio veloce all’aspirante scrittrice per assicurarmi che vada tutto bene, senza lanciarmi in osservazioni sullo sconosciuto per timore che sia ancora in sua compagnia: mi arriva in risposta un pippone dalla sintassi precaria, in cui lei mi annuncia che il giovane rampollo le presenterà mezzo mondo. Ok, rispondo, buon per lei: in quel momento l’ipotesi più probabile per me è che il tipo sia reduce da una sbronza o da un surplus di acidi, e che si dimenticherà di lei al momento stesso di lasciare il bar. Certo, se lui le ha dato il suo numero tentar non nuoce, dico alla signora quando mi chiama per scusarsi del messaggio (scopro che l’ha scritto per scherzo il ragazzo stesso): lei, al contrario di me, ha apprezzato la conversazione, dunque non vedo troppe controindicazioni se si presenta a un eventuale appuntamento in pieno giorno, e accompagnata, e dopo aver verificato che il luogo in questione sia davvero una sede della casa editrice. In fondo, la sua storia è molto più “vendibile” delle mie. Rifiuto però l’ipotesi di andare con lei.

Attenzione, perché i problemi arrivano adesso.

Io, nel bar più fighetto di Sant Antoni, posso incontrare anche Jason Momoa sbronzo che si vanta di essere Khal Drogo (ah ah ah). Posso perfino – e qui altro che karma, vado a piedi a Pompei – ottenere il suo numero, nella speranza che, chiamandolo, si ricordi di me.

Fin lì non è del tutto implausibile, ed è pure un buon aneddoto. Il problema sorge se dopo è Jason stesso a chiamarmi, anzi, a martellarmi senza ritegno.

In effetti, mentre mi appresto finalmente a cenare – in tutto quel casino non ho neanche pranzato – mi arriva un WhatsApp della signora che mi informa che il tizio l’ha contattata di nuovo, con messaggi insistenti: le sta chiedendo in tono sempre più aggressivo di dargli il mio numero.

A questo punto divento Super Saiyan, e faccio azzeccare gli spaghetti mentre, al telefono, cerco di convincere la mia gentile interlocutrice che: stando così le cose il tizio può essere un truffatore, o uno stalker; nella migliore delle ipotesi è chi dice di essere, ma ha evidenti problemi di varia natura, e non è comunque attendibile; siccome afferma di conoscere la mia amica editor, meglio chiedere riscontri a lei. In ogni caso, insisto, le conviene restare in contatto con uno zotico che quasi la minaccia? Per fortuna lei, che scrive per hobby e come la sottoscritta non vuole mica pubblicare “a qualunque costo”, si dichiara d’accordo con me.

Questa storia al momento finisce qui: l’amica editor è in vacanza, e quando la gente di qua va in vacanza butta più o meno il cellulare nel cesso. Non so se la signora abbia bloccato il numero del tipo o abbia almeno disattivato le notifiche, come le consigliavo.

Lungi da me penetrare i misteri del karma, o di Karma, ma continuo a sospettare che certe coincidenze abbiano spiegazioni molto chiare: a parte l’insondabilità dell’animo umano, questa è una città complicata, ve lo dico spesso.

E come tante città complicate, attira ogni tipo di disagio: da quello “acido” del milionario che si degna di conversare con due sconosciute al bar, ai mezzucci a cui ricorre un tipo che si vede aumentare l’affitto a dismisura mentre, magari, vive sul serio di lavoretti. Che possono essere precari quanto quello da cui, all’inizio della conversazione, il nostro “facoltoso amico” cercava di metterci in guardia: un impiego che sembrava conoscere benissimo, e magari ti consente l’accesso a informazioni reali su una casa editrice di cui puoi addirittura arrivare a fingerti erede.

Beh, almeno ringrazio per quel consiglio lì.

E ringrazio l’universo – o “la ciorta”, preferisco – per non aver bisogno né di soldi, né del numero di una sconosciuta, né di diversioni per sopravvivere a una vita da “bella e dannata”.

Insomma, a conti fatti, non so come mi comporto io col karma, ma almeno lui (o lei) si comporta bene con me.

 

(Aggiornamento: l’amica editor mi conferma via mail che non ha mai sentito parlare di questo individuo…)