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Tamales | Recetas de Honduras
Da recetashonduras. com

Tra i fantastici corsi online che sto seguendo in questi giorni, uno è impartito dall’Università di Yale, e insegna a gestire le emozioni in tempi difficili. Delle lezioni di ieri mattina, mi aveva colpito questa frase:

“Le emozioni giocano un ruolo importante nelle decisioni che prendiamo”.

Prima che scatti il “Grazie ar cazzo” collettivo, il messaggio era più sottile di quanto non sembrasse: provate a mettere il voto a un compito (se insegnate), a fare la spesa, o a discutere con vostro padre un giorno che avete un diavolo per capello. Fatto? Bene. Ora ripetete l’operazione un giorno in cui, invece, va tutto per il verso giusto…

Ok, confesso che ieri, a ora di pranzo, il “Grazie ar ca’” stava scappando a me, che avevo preso una decisione pessima: avevo lasciato che si facesse un’ora barbina per andare alla Fiera vegana, la prima dall’inizio della pandemia, e adesso 1) minacciava di piovere; 2) mancava un’ora alla fine dell’evento. Metteteci il particolare che stavolta, per questioni organizzative, la fiera si teneva in culo ai lupi mannari, e capirete l’umore simpatico con cui sono uscita di casa: dirò solo che mi sono portata il tupperware, con l’idea di comprare qualcosa per sostenere l’evento e filarmela a casa! Cosa mi aveva messo tanto di cattivo umore? Diciamo che qualcosina c’entrava il botellón collettivo che era scattato a mezzanotte in punto la notte prima: raga’, io capisco che state festeggiando la fine dello stato d’allarme, che siete gggiovani, che quella che per la maggior parte di voi è una malattia asintomatica (e attenzione su ‘sta cosa) vi sta costando un’altra crisi lavorativa epocale, ma… i fuochi artificiali a mezzanotte? I trenini fino all’una? E chi diavolo mi ha bussato due volte al citofono, proprio mentre andavo a letto? Lasciamo stare, va’, che se no, per onorare il corso sulla gestione delle emozioni (e le sue frasi un po’ ovvie), prendo ‘sto pc da cui sto scrivendo e lo tiro in testa al primo che si affaccia al terrazzo di sotto (sono sempre loro…).

Vi farà piacere sapere che ieri, invece, non ho ucciso nessuno per strada, al massimo ho augurato diversi eventi spiacevoli ai passanti che seguivano alla lettera “The Coccosa? way of life”: una filosofia trappana che spiego qui. Ma insomma, dopo ventimila fermate della metro sono riuscita ad arrivare in culo ai lupi mannar… ehm, a destinazione. A quel punto, sorpresa: la fiera stava andando bene! Meglio, comunque, di quanto avessi dedotto dai messaggi di un amico già sul posto, che si chiedeva che fine avessi fatto e che, peraltro, era lì con gente che non conoscevo: un particolare che aggiungeva pathos al mio umore nero, visto che unire un’agnostica a una comitiva indepe a volte va bene, e altre non tanto… Invece, l’interazione è iniziata nel migliore dei modi: mi hanno corrotto offrendomi un Ferrero Rocher vegano. Visca Catalunya!

Con animo più disteso, mi sono accorta che l’organizzatore della fiera, dopo un anno di prevedibili difficoltà economiche, era riuscito a vendere tutti i suoi prodotti: che bello! Infine, com’era prevedibile era terminato quasi tutto il cibo, data l’ora, ma restava l’immarcescibile coppia latina, che preparava tamales con la solennità riservata di solito alle ostie consacrate. Quattro euro il pezzo, e per un euro in più ti aggiungevano insalata e salsine. Ma sì, ho pensato, diamo uno schiaffo alla miseria.

È stata la prima saggia decisione della giornata, ma non l’unica. A quel punto dovevo sperimentare fino in fondo la frase sulle emozioni appresa oggi: così, invece di squagliarmela dopo aver fatto il mio dovere di sostenitrice, mi sono seduta a chiacchierare con la comitiva dell’amico, che è rimasto impressionato dalla composizione colorata del mio piatto di tamales. Piatto che ho consumato in fretta, con gusto, e con una fame da lupi (mannari).

E dire che neanche mi piacciono, i tamales.

Salut advierte de que la Semana Santa es un "interrogante" y no descarta  una cuarta ola
Da: https://www.elperiodico.com/es/sanidad/20210314/catalunya-coronavirus-semana-santa-cuarta-oleada-11578331

Doveva andare così.

Saranno state le feste pasquali, poi le restrizioni di mobilità che ci hanno relegato alla nostra comarca di residenza. Senz’altro avranno contribuito i rari giorni di sole che regala l’aprile barcellonese, che per una misteriosa legge della natura è così freddo e piovoso, da far letteralmente schifo agli inglesi. Fatto sta che già non bastano le mie passeggiate in solitaria, per farmi smaltire le tonnellate di comfort food che precedono la consegna di un manoscritto, ma poi ci si mettono pure coloro che, con un’improbabile fusione tra le mie lingue preferite, chiamo: The “Coccosa?”! Da leggere con l’enfasi che adotterebbe Pippo Baudo nel presentare i Doors (scusate l’immagine).

L’articolo inglese non richiede troppe spiegazioni: i soggetti di questa specie sembrano una banda musicale dai componenti che non finiscono più, manco fossero i Chumbawamba o l’Orchestra italiana.

Invece, “Coccosa?” significa letteralmente “Qualcosa?”, e viene usato in napoletano per chiedere (*sguardo alla De Niro tassista*): “Hai qualche problema?”. Di solito si rivolge a una persona che sta esprimendo giudizi negativi nei nostri confronti, fosse anche con lo sguardo, oppure sta commettendo un reato gravissimo: addirittura, pretendere un po’ di rispetto!

Ecco, io quando le strade del centro di Barcellona si affollano con la primavera (specie se a percorrerle non sono turisti, come in questi frangenti), dopo tredici anni accuso ancora lo shock culturale di trovarmi in mezzo a una masnada di scustumati, come direbbe Gianfranco Marziano, che contravvengono a una delle leggi sacre della classe media partenopea: non abbuffare la ualler… ehm, non disturbare il prossimo. Quando ti insegnano fin dall’infanzia che tu e la tua famiglia siete l’ultimo baluardo di civiltà, e che la vostra casa è un fortino inerme, circondato dalla fauna selvaggia (designata anche con termini per niente razzisti, tipo zulù o mao mao), diventa un segno di distinzione sociale scostarsi dal centro della strada se si va lenti, e fare estrema attenzione a non urtare altri passanti (anche perché le nostre mamme hanno sempre questa paranoia che parta una coltellata a caso, così de botto e senza senso). Neanche vi descrivo la frenesia nel fare presto e bene alla cassa del supermercato, con l’aiuto di una dipendente che si trasforma in Super Saiyan per non perdere il posto (ma questo è un capitolo sciagurato a parte). Per farla breve, quella che dovrebbe essere semplice educazione può diventare uno status symbol: la prova che fai parte dell’esclusiva (e privilegiatissima) schiatta della gente perbene.

Qui dove vivo, invece, non si fanno tutti ‘sti problemi. E non penso neanche alle famiglie che per passeggiare occupano un’intera stradina del Gotico: genitori al centro con la carrozzina o con l’ultimo nato a tracolla, e intorno due marmocchi sul metro e dieci che ciondolano in attesa di avvistare una gelateria troppo cara. In casi del genere, la faccia mia sotto i loro piedi! Io non so gestire l’irrigazione di un cactus, figurarsi una domenica pomeriggio con tre bambini al seguito… Un applauso anche alla coppia che si sarà sposata quando Franco aveva vent’anni e mezzo, e ancora resiste mano nella mano, con bastoni da passeggio e mascherine sollevate quasi fino agli occhi.

No, mi riferisco piuttosto a donne, uomini, comitive di persone giovani o al massimo di mezza età, senza problemi di deambulazione e/o con un solo figlio al seguito, che semplicemente devono:

1) occupare l’intero manto stradale, magari sparpagliandosi come soldati in missione per coprire tutto il territorio. Per questi corpi speciali, qualsiasi bambino richiamato nell’atto di sodomizzarti con una spada giocattolo rimarrà traumatizzato a vita, e anche di venerdì sera, al Portal de l’Àngel, le coppie di mezza età devono tenDersi obbligatoriamente la mano (cioè, se la tengono, ma estendendo tutto il braccio come se ballassero il sirtaki): separarle comporterebbe il divorzio immediato, quindi mettiamoci noi la mano sul cuore;

2) procedere con la velocità di Dumbo appiedato sotto acidi: dopotutto, oh, stanno passeggiando, che gliene frega se tu vai di fretta perché hai lasciato le patate sul fuoco?

3) fermarsi di botto in qualsiasi occasione non lo permetta, e non schiodarsi finché non hanno deciso dove andare a prendere una birra sfiatata o delle bravas ultrafritte (scusate, vivo sempre nel Gotico): per l’alto rischio di incorrere in queste evenienze, si consiglia di portarsi dietro un opportuno sgabello pieghevole, o un machete.

E cosa dire della fila alle casse del supermercato? Ho sviluppato una selettività al limite del razzismo, tipo George Clooney con i controlli aeroportuali: davanti a una cassa ci sono cinque persone di diversa nazionalità, e in un’altra già svuota il carrello una sola persona anziana, autoctona? Mi metto in fila! Cielo, ho avuto l’apparente fortuna di sgamare uno dei pochi supermercati del Gotico che abbia una clientela “di quartiere”, invece di essere orientato ai turisti: ebbene, ci sono andata massimo quattro volte. La prima c’era una signora elegante che voleva restituire due pere, perché non godevano dello sconto che credeva lei, e allora il commesso non teneva la cassa né aperta, né chiusa, perché la tipa andava e veniva e aveva lasciato la sua roba lì. In quel caso, come mi è capitato in situazioni analoghe, mi sarebbe piaciuto farmi avanti e mettere io quei cazzo di dieci centesimi di differenza, con in più una moneta da due euro, e la raccomandazione in catalano: “Signo’, accattateve ‘na camumilla”. Poi mi ricordo che, qui, la camomilla si prende per il mal di stomaco, e non per calmarsi, quindi tutt’al più dovrei bermela io. La seconda volta nel supermercato in questione, un tizio sembrava aver scavalcato la fila (un commesso, però, sosteneva che il suo fosse un errore giustificato) e un’altra cliente sulla cinquantina gli aveva fatto i complimenti a gran voce, per poi concludere cinque minuti di esternazioni passivo-aggressive con la canzoncina: “Pu-to machi-rulo”. Cioè: maschilista di merda. E come sapete, io so’ femminista così, ma in quel frangente ho rimpianto assai il machete di cui sopra. Commento della cassiera: “E dicevano che da questa situazione saremmo usciti migliori…”. Io intanto sono uscita e basta, con la promessa di andare per sempre al Coaliment, con gli altri guiris: non escludo di essere stata solo sfigata, ma non sono pronta a rischiare psicodrammi una volta sì e una no, per un chilo di banane delle Canarie (con dieci centesimi di sconto, mi raccomando!).

E sapete qual è il bello? Che so di esagerare. Ne ho parlato con una psicologa autoctona, e quella mi ha snocciolato tutta una sua teoria sull’attaccamento insicuro che deve avermi caratterizzata nella prima infanzia, e sarebbe questa meraviglia qua. Anche io le voglio bene. A detta sua la mia forma mentis, tutta sintonizzata sul “non stracciare le gonadi al prossimo e pretendere lo stesso trattamento”, sarebbe sì una questione culturale, ma anche un’antica strategia di sopravvivenza. “‘Ndimeno?” ho risposto, sempre nel misterioso catalano che vi sto insegnando dall’inizio del post.

Però confesso che questa odiosa tendenza al “Coccosa?” mi ha insegnato molto: per esempio, che non è detto che il mio prossimo debba essere sempre una priorità! Spesso, nelle “buone maniere” che ci insegnano sul suolo patrio, tale priorità è solo di facciata. E non credete a me, ma a Manzoni: mo’ vi ripesco addirittura il Conte zio che dà la precedenza al padre provinciale, dopo averlo costretto letteralmente a mandare Fra Cristoforo a quel paese (cioè, a trasferirlo).

In secondo luogo, cambiare mentalità aiuta sia noi che gli altri a evitare i terribili problemi di comunicazione che ancora registro tra i miei educatissimi amici rimasti in patria: di solito, da queste parti “non le mandano a dire”. Io continuo a pensare che ci sia modo e modo di esprimersi, rispetto a un “tant de bo et fotessin un petard al cul” (che sospetto non abbia bisogno di traduzione), ma sono anche contenta di aver assimilato un pizzico di questa sincerità, piuttosto che continuare a ossessionarmi su come la prenderà la persona con cui sto a problemi.

So già cosa direte: ma scegliere di volta in volta, no? Purtroppo certi sistemi di pensiero arrivano in scomode formule “tutto incluso”, per cui all’inizio sembra che si debba prendere tutto il pacchetto. Poi, però, qualcosa cambia. Nei miei primi tempi all’estero, a vent’anni, mi si aprì un mondo quando un amico inglese chiamò “ipocrisia” ciò che mi era stato venduto come “saper vivere“. Però, una volta a Barcellona, sono stata sempre felice di offrire caffè a destra e a manca, in barba alla tendenza locale di dividere il conto fino all’ultimo centesimo. “Io sto provando a imitarti, ma i miei amici non ricambiano!” si lamentava una collega barcellonese all’università. Poi spiegai alla stessa collega che un compagno di corso un po’ insistente, e molto più grande di me, mi aveva riaccompagnata a piedi per chilometri, la sera tardi, e una volta sotto casa mi ero sentita obbligata a raccontargli una scusa per non invitarlo a salire. “Perché mai?” era insorta l’amica. “Non volevi farlo salire, dunque: arrivederci e grazie”.

Dunque, aggiungo io, si può spizzicare eccome, tra modi di vivere e culture diverse: anzi, un’opportuna scrematura migliora la vita. Adesso continuo ad accostarmi al muro se passeggio lenta, ma non intrattengo rapporti sociali che non mi interessano, ed evito a priori che a uno venga anche solo in testa di proporsi come accompagnatore, se non apprezzo il gesto.

“Sei diventata stronza!” commentò, dopo la mia seduta di dottorato a Napoli, una zia a cui avevo spiegato che non avrei preso un treno regionale e camminato mezz’ora a piedi (o rischiato una gravidanza indesiderata in un R2) apposta per augurare un buon ritorno a casa alla mia tutor catalana: la profe stessa mi aveva esentata, prima di tutto perché non concepiva proprio l’idea, e poi perché sarebbe andata all’aeroporto dopo una bella passeggiata con un altro collega in trasferta.

Quindi sì, quando ci vuole sono stronza forte, e vi consiglio di fare altrettanto.

Ve lo assicuro: non è mai troppo tardi per un po’ di sana stronzaggine.

Darren Aronofsky dice estar interesado en hacer una película de Superman -  HobbyConsolas Entretenimiento
Io che mi reco al comune di Barcellona “con tutta la mia calmezza” (cit. Mariarca ‘a pulitona)

Mi sono accorta di una cosa: io vi imito.

Lo faccio imperterrita da quando avevo dodici anni, quindi più che accorgermene ora me lo sono ricordato: ho ricordato di quando decisi che diventare suora o eremita non era più un piano così allettante, tanto valeva che mi mettessi a studiare per camuffarmi meglio tra voi umani non disagiati. Che ingenua ero!

Ancora oggi mi colpisce che abbiate bisogno di grandi livelli di alcol per fare figure di merda, cosa che a me viene naturalissima, e che non ricordiate che giacca aveva la vostra prof. di Storia e Geografia al primo anno di superiori, anche perché voi avete una vita. Forse questa è la parte che mi viene più difficile da copiare: avere una vita secondo i parametri che intendete “voi”. Anche perché voi, appunto, non esistete: non c’è un voi, chiunque stia leggendo questo testo allucinato è diverso in qualche modo dal resto dell’umanità. Ma spiegatelo alla dodicenne in me che ancora prova ad assimilare quale sia una conversazione accettabile (perché non posso dirvi tutti i fatti miei?), o a capire perché cantare a squarciagola i 24 Grana per strada non sia proprio un’ottima idea (ma la mascherina attutisce i suoni, quiiindiii…).

Avete presente, nella parte finale di Kill Bill, il pippone che spara Bill su Superman? Il fatto che Clark Kent, come travestimento, sia una sorta di critica all’umanità: il modo ridicolo in cui Superman vede gli esseri umani. (Secondo me funziona anche con i poliziotti in borghese alle manifestazioni: li riconosci dal numero di kefiah che indossano e dai baschetti di Che Guevara!) Adesso, io più che Superman sarò tipo Spongebob, ma a parte questo il paragone calza!

Purtroppo, invece, sono spesso assimilata a un altro personaggio. Un’amica psicologa mi ha fatto notare che, quando il mondo degli umani mi crea difficoltà che in qualche caso vi saranno familiari (vedi alla voce: burocrazia), mi metto in modalità Robocop. In quelle vesti mi riconoscete subito: passo marziale (e rumorosetto anziché no), testa puntata avanti tipo ariete, e la propensione a farvi volare per aria a prescindere dalla vostra età o corporatura, se vi frapponete tra me e il mio obiettivo.

Per esempio, ieri il mio obiettivo era l’ufficio del Comune di Barcellona: nonostante l’ansia derivata da sette mesi di semi-isolamento, andavo lì a dimostrare che vivevo proprio dove dichiaravo di vivere.

Sono arrivata davanti all’ufficio, nella piazza dietro il comune, con la serenità di una condannata all’autodafé. E mi sono detta: “Basta con la modalità Robocop! Sii te stessa, Maria, perché hai bisogno di fingerti qualcuno che non sei? Forza, su!”.

Ed è stato così che:

  • mi sono buttata tipo quarterback sul gel idroalcolico che si trovava accanto a un primo sportello, la cui occupante mi ha osservata come se fossi stata un’attentatrice;
  • mi sono seduta tranquilla al primo divanetto piazzato alla sinistra della portinaia dell’inferno (scusate la melodrammaticità), che a questo punto ha cacciato un accorato: “No, señora!”;
  • ho seguito il dito accusatore che la nostra Minossa puntava non su di me, ma alle mie spalle, e ho realizzato che avevo appena scavalcato una fila di due persone in religiosa attesa, che per giunta mantenevano la dovuta distanza di sicurezza;
  • scusandomi in tutte le lingue possibili (ho registrato solo allora che la tizia mi si era rivolta sicura in spagnolo, fenomeno insolito al comune), ho raggiunto la mia postazione in fondo alla fila;
  • nell’operazione, ho lasciato cadere tre volte la borsa, due volte la cartellina che reggevo, e altre due volte i documenti d’identità che tenevo sopra la cartellina (ho i testimoni).

Cara amica psicologa, ma se una ha un meccanismo di difesa che va avanti da venticinque anni, tu vieni a rompere le semmenzelle (scusate il catalano) proprio il giorno prima della mia visita al comune?

A mia discolpa, signore e signori della corte, dirò che avevo una mascherina ffp2, il cui uso, combinato all’allergia cronica, mi rende più scema del solito, come ho già suggerito qui. Però il mio cervello disagiato continuava a lavorare: perché le impiegate continuavano a parlare in catalano tra loro e in spagnolo a me? Perché ero circondata da persone con gli occhi a mandorla, o con l’accento brasiliano e latino? Oibò, non c’erano catalani in attesa neanche a pagarli!

Arrivato il mio turno, mi sono seduta davanti a un’impiegata gentilissima che mi ha chiesto subito “il contratto di casa e le bollette”. Che contratto? Adesso, vi prego, immaginatevi la scena insieme a me, che la ripercorro come se mi stesse succedendo tutto daccapo.

“Sono la proprietaria” confesso in tono imbarazzato.

“La… proprietaria?” ripete quella.

“Ehm, sì.”

L’impiegata si alza. Si allontana. Si risiede. Si rialza. Si riallontana. Si risiede.

“Ma sei entrata in casa con un contratto…” afferma infine.

“Sono la proprietaria” ormai sembro un disco rotto.

“Sì, ho capito, ma all’inizio avevi un contratto d’affitto, vero?”

Cummare’, no-ne, stavo per replicare con tanto di “e” aperta, tipica del mio paesone d’origine. Poi mi sono detta che sì, il catalano e il napoletano si somigliano, ma non così tanto.

A quel punto, l’impiegata mi ha dichiarato che ok, era stato un errore, mi chiudeva la pratica, quante copie volevo del nuovo documento di residenza? E io capivo. Se fossi stata una straniera che viveva in affitto, avrei dovuto provare che abitavo nello stesso posto di cinque anni fa (in una pagina di italiani a Barcellona mi hanno detto che sono blitz che fanno ogni cinque anni). Siccome sono proprietaria, per i dolci figli dell’estate che lavorano in comune dev’essere ovvio che vivo proprio a casa mia.

Vorrei raccontare loro la storia della prima tizia che voleva affittarmi casa a Barcellona: si chiamava Senena, giuro, aveva una trentina d’anni scarsa e l’appartamento era intestato a lei. Voleva ben 400 euro per una stanza in zona Badal (dunque non centralissima), nel lontano 2008. Non viveva nell’appartamento. Oppure c’è la seconda proprietaria catalana in cui io mi sia imbattuta: voleva 800 euro nel 2009, e il mio ex catalano lo trovava pure un prezzo ragionevole, per un ammezzato in mezzo alla bolgia studentesca del Raval. Questa viveva in Germania, faceva la traduttrice e la ghost writer, e arrotondava affittandosi la casa di famiglia. A proposito, ci sono pure quelle famiglie descritte in una conferenza a cui ho assistito moltissimi anni fa: figli e nipoti di gente che s’era tirata su la villetta in Costa Brava, negli anni ’70 cementificati del tardo franchismo. Pure questi vivevano perlopiù in Germania (meta gettonatissima!) o comunque in tutt’altro posto, ma si incontravano una volta all’anno per il tipico pranzo delle feste comandate. Senza parlare del mio proprietario preferito (pure un bell’uomo!): aveva ereditato il palazzetto intero da suo padre, che riceveva ancora la posta nella mia cassetta delle lettere. Ma il palazzetto era al Poble-Sec e il bel proprietario viveva a Mataró.

Tutta questa gente, se non ha otto cognomi catalani, ne ha almeno cinque o sei.

Ora, il mio cognome è così poco catalano che qui lo storpiano da dodici anni, ma comunque: sicure sicure, signore del comune, che io viva proprio dove dico di vivere solo perché sono proprietaria?

Stavolta gli è andata bene: sì, vivo proprio là.

E sarò pure disagiata, ma che ve lo dico a fare: il mondo là fuori non scherza affatto.

Nessuna descrizione disponibile.

A volte mi sento assediata dal tempo.

Mi sento come se, delle mille cose che potevo fare e dei mille luoghi in cui potevo essere, delle tante persone che volevo conoscere, mi rimanesse un fazzoletto di vita che sembra ancora spazioso solo perché non se ne vede la fine, tanto è stretto e lungo: ma, se ti ci incammini, scopri che porta a un solo posto.

Questo pensiero è l’unica concessione “angosciata” che ho fatto alla quarantena, che altrimenti mi è parsa tranquilla e in fondo generosa: un’alternativa che avevo alla prospettiva di cadere malata, io che avevo pure la fortuna di non patirci la fame.

Ne parlavo ieri in spiaggia con un’amica: del privilegio di aver usato la quarantena per stabilire le mie priorità, di aver accettato quello che forse non farò mai, di aver accolto con gioia quello che posso fare ancora.

Vivo in un’epoca che è triste per molti e nera per tanti, ed empatizzo coi miei simili, io che a starvi a sentire sembro sempre starmene in disparte o prendervi in giro: osservo con curiosità le piccole cose che mi richiamano l’attenzione anche quando mi spaventano.

Venerdì scorso, per esempio, osservavo una camionetta della polizia in fiamme giusto al centro di Via Laietana, tra scoppi che avevo interpretato subito, forse a torto, come di proiettili ad aria compressa. Davanti a quel fuoco ho avuto paura come mai in dodici anni di vita a Barcellona, a parte quella volta in cui, in una piazza avvolta nel fumo, una ragazza dai capelli neri raccolti sulla nuca aveva provato a fermare i gruppetti di manifestanti in fuga, che rischiavano di scontrarsi tra loro come in uno sketch di Benny Hill. “Inutile correre” la ragazza quasi rideva, tra gli spari e le sirene. “Verranno da tutte le parti. Tanto vale che restiamo qua ad aspettarli.”

Venerdì, invece, io non volevo aspettare proprio nessuno.

Filavo a casa tra i bengala e quegli altri scoppi che non sapevo identificare. Correvo e scattavo le foto sfocate che fanno parte del mio compromesso con la terra in cui sto ora: non ti capisco, ma provo a raccontarti.

Poi avrei postato quelle foto, qualcuno avrebbe commentato che “amo il pericolo”. No, amo le storie. Raccontate con ogni mezzo di comunicazione. Non devono essere originali, anzi: niente mi affascina quanto una storia raccontata da più voci, scritta o diretta da più mani. Mi ricorda quanto sia tutto sfumato, passeggero. Quanto sia meglio così.

Per esempio, c’è una strada, ai confini della città. Da un lato è Barcellona, dall’altro lato non si può, non si deve andare, non nei festivi. È questione di attraversare, di spostarsi qualche numero civico più in là. Il mio coinquilino doveva andare sabato pomeriggio dalla parte sbagliata della strada, da una ragazza, a fare i dolcetti dei morti.

Però venerdì sera, quando era tornato puntuale con l’inizio del coprifuoco, il coinquilino sbraitava con quelli che avevano acceso i fuochi in strada: non erano i suoi, erano soprattutto negazionisti e ultrà del Barça. Non chiedevano sussidi e leggi perché la guerra al virus non diventasse una guerra ai poveri: facevano casino e basta, e mettevano nei guai anche les companyes del coinquilino (qui è diffuso il femminile come plurale generico). In seguito allo sgombero di un centro sociale era stata convocata una manifestazione proprio questo sabato in cui lui, che in fondo aveva già dato partecipando al corteo di lunedì, doveva andare a fare i dolci dei morti. Ma dopo quel venerdì di tafferugli ultrà, la polizia sarebbe andata agguerritissima alla manifestazione dei suoi: il coinquilino doveva sostenerli, e almeno quel sabato doveva rinunciare alla ragazza che viveva dall’altra parte della città, e ai suoi dolcetti.

Il giorno dopo, invece, lui era già con la mascherina poco dopo mangiato: andasse per i dolcetti, che di questi tempi è meglio prendersi tutte le gioie disponibili. Ottima scelta, perché almeno stavolta la potenziale guerriglia era stata una tempesta in un bicchiere. Alla manifestazione ci sarei finita io, solo per constatare che già un’ora prima dell’inizio c’erano quindici camionette e due ambulanze.

Nessuna descrizione disponibile.

Un’ora dopo l’inizio, quando ripassavo di lì al ritorno dalla mia solita dose di vitamina D, al massimo si accendeva qualche fiaccola dopo la consueta lettura dei comunicati, con tanto di invito alla folla a scansarsi durante l’operazione. La guerriglia sarebbe avvenuta più tardi, lontano da me, e non l’avrebbero condotta quei quattromila presenti in piazza (millecinquecento “per la questura”), ma una ventina di facinorosi, che ovviamente sarebbero finiti sui giornali come principale evento della serata.

C’è gente a cui piace raccontare sempre la stessa storia.

Sì, sono stata un genio a scendere di casa con il cellulare scarico. Ma pensavo che la manifestazione di lunedì scorso, convocata da Arran (giovani indepe radicali) contro l’adozione del coprifuoco in Catalogna, si risolvesse in dieci minuti di slogan per l’indipendenza catalana.

Urca se mi sbagliavo. A parte il fatto che la piazza era pienotta (un giornale che disapprovava ha parlato di duecento persone, ma non so da quale momento contassero), c’erano rivendicazioni molto precise, scritte sullo striscione che apriva il corteo… ehi, che corteo? Non era previsto! Oddio, ma si stavano muovendo in direzione dell’auto della Guardia Urbana parcheggiata sul carrer de Jaume I

Vabbè, che ve lo dico a fare: a distanza (ma tanto i manifestanti camminavano per gruppetti, con la mascherina addosso) li ho seguiti anche io. Ci trasferivano dal palazzo della Generalitat de Catalunya al quartiere del Born: che allegria! A me fa un po’ paura quando le manifestazioni si inoltrano in queste stradine del centro, perché le volanti non ci mettono niente a circondarci. Una volta, nel Raval, ci chiusero proprio in un rettangolo di qualche chilometro quadrato: avevamo l’illusione di poterci muovere a nostro piacimento, e dopo un centinaio di metri ecco di nuovo le auto blu.

Comunque le rivendicazioni dello striscione di apertura erano:

  • rinforzare la sanità pubblica e l‘istruzione, ovviamente colpitissime dalla pandemia;
  • basta alle restrizioni punitive e poco efficaci: coi locali chiusi, a cosa serve il coprifuoco alle 22? Peraltro, il toque de queda scatta un’ora prima rispetto alle altre province autonome;
  • basta ai licenziamenti e agli sfratti: nel periodo tra uno stato d’allarme e l’altro, nonostante gli sforzi delle associazioni antisfratto, sono state buttate in strada in più di un senso molte persone. Rimandare l’operazione alla fine dello stato d’allarme non aiuta;
  • sospensione degli affitti: nei casi più vulnerabili, i mutui sono stati bloccati in primavera, ma con gli affitti è più complicato intervenire e spesso manca la volontà politica. Diverse famiglie di classe media si pagano il mutuo affittando la catapecchia ereditata da nonna, e vaglielo a spiegare che l’obiettivo non sono certo loro, ma i fondi speculativi. Come avrete già letto qui, perché ve l’avevo linkato sopra, il sindacato di inquilini chiede la sospensione dell’affitto nel caso di inquilini senza più mezzi per pagare, e di proprietari che abbiano altre entrate. Evidenzia anche il caso di proprietari con più di dieci appartamenti, fenomeno non raro da queste parti.

Mentre seguivo lo striscione, da Napoli, noto focolaio di proteste guidate dalla camorra (seh), mi chiedevano info sulla protesta barcellonese, e allora, a debita distanza, continuavo a scattare foto. Finché, genio che non sono altro, non mi sono accorta che il cellulare, già senza batteria, si stava spegnendo. Magnifico, andavo senza cellulare a una manifestazione che aveva tutta l’aria di dirigersi verso… Sì, eccoci davanti al Parc de la Ciutadella, nel cui perimetro si trova anche il parlamento catalano.

E quindi? Sostavamo davanti a uno degli ingressi laterali: una cancellata molto ampia che affaccia sull’arioso Passeig de Picasso. Alcuni ragazzi armeggiavano con le sbarre del portone, altri manifestanti aspettavano tutt’intorno, incerti sul da farsi. Io osservavo solo i riflesssi blu delle sirene, in fondo al Passeig. Che ora poteva essere? La manifestazione era iniziata alle otto, era passata circa un’oretta e il coprifuoco scattava alle dieci di sera. Che stavamo facendo, lì? Gruppi sparuti di manifestanti sembravano allontanarsi dalla massa di gente in attesa. “Già è finita?” si chiedeva qualcuno di quelli fermi davanti al cancello. “Andiamo all’arco!” esortava uno di quelli che si allontanavano: in effetti, si trattava di continuare a costeggiare il parco e andare dritti, e a cinque minuti di cammino da lì c’era l’Arc de Triomf. In tutto questo, al mio cellulare spento arrivava il consiglio: “Se sei alla manifestazione, rientra, che è sfuggita di mano”. Ma l’avrei scoperto solo una volta a casa. Ho provato a seguire quelli che si allontanavano, sempre più stupita dal fatto che le uniche sirene nei paraggi fossero di un’auto della Guardia Urbana: quelli che controllano il traffico, in pratica.

La sorpresa c’è stata quando ormai ero arrivata quasi all’ingresso principale del parco, e già mi si stagliava davanti, benché in lontananza, l’Arc de Triomf. C’erano solo due camionette, per il momento. Mossos d’esquadra, la polizia catalana. Altre luci si intravedevano ferme al semaforo in fondo alla strada, sul lato destro rispetto all’ingresso del parco. A questo punto, però, mi incuriosiva vedere cosa succedesse all’Arc de Triomf, e mi sono incamminata sul lungo viale che lo precede: il Passeig de Lluís Companys.

La scena che mi si è presentata davanti era surreale: di manifestanti, ovviamente, neanche l’ombra; però, tra ragazze sui pattini che quasi mi investivano e gli irriducibili skaters, terminavano la lezione due o tre gruppi che facevano ginnastica all’aperto. Sempre più maestre di yoga o istruttori di fitness (ma il genere degli organizzatori varia) ricorrono alle app d’incontri (non quelle per rimorchiare!) per organizzare lezioni così, e guadagnarsi da vivere in questi tempi assurdi. Una delle istruttrici di ginnastica spiegava agli alunni sudati che “vabbè, c’è il coprifuoco e ci adeguiamo”, dunque la lezione sarebbe iniziata un po’ prima, la volta successiva. Un paio di atlete di un altro gruppo esibivano sul petto la scritta: “Corsa di mezzanotte”. Certo, sarebbe stato uno spreco stamparsi apposta un’altra canotta: “Corsa delle otto di sera”.

In tutto questo, si diceva, i grandi assenti erano i manifestanti che dovevano riunirsi sotto l’arco, e io non sapevo più che ore fossero. Ma l’Arc de Triomf dista dieci minuti da casa mia ed è la Chinatown catalana, quindi mi sono detta: già che sono qui, ed è tardi per cucinare a casa, scatta la cena da asporto! Sì, penso solo a magna’. Per caso era aperto il mio ristorante preferito? No, o meglio, non proprio: la saracinesca era abbassata quasi del tutto, si intravedeva a stento, da un unico spiraglio, la sala illuminata. Erano dentro per organizzare la chiusura, oppure facevano solo consegne a domicilio? Fuori al locale erano stampati i numeri per telefonare: che paradosso! Se avessi bussato alla saracinesca mi avrebbero forse cacciata,, ma se avessi chiamato mi avrebbero risposto al telefono. Come chiamavo, comunque? Dai, meno male che era aperto pure il cinese “scrauso” che preferisce il mio coinquilino: tanto aveva sia il tofu piccante che i tagliolini in salsa di soia, che è quello che chiedo sempre nel mio ristorante preferito.

Il resto lo immaginerete, se vivete a Barcellona o in un posto con i locali chiusi alla clientela: mi sono fermata davanti al tavolino all’entrata, mi sono versata sulle mani una dose di gel idroalcolico, ho spuntato dal menù le mie due opzioni (volevo evitare di sprecare una fotocopia, ma non sapevo se la cameriera lì in attesa capisse bene lo spagnolo), e ho aspettato lontano dall’entrata, nella strada sempre più buia e deserta. Cavolo, che ore erano? Intanto che attendevo, un cliente cinese sopraggiunto dopo di me chiacchierava con la cameriera, che con me era stata gentile ma concisa: con il connazionale, invece, la ragazza si agitava, rideva sotto la mascherina, faceva battute che io non avrei capito neanche dopo dieci anni a smanettare con Duolingo. Intravedevo le sirene all’altro incrocio, quello sul Passeig de Sant Joan che avrei attraversato di lì a poco con la bustina da asporto. Ormai tutte le volanti che vedevo passare si dirigevano verso Plaça Urquinaona, la gente che incrociavo era sempre più poca e andava di fretta. Che cavolo di ore erano? Dove sono le campane delle chiese, quell’unica volta che ne hai bisogno?

Per un’onda verde di semafori che mi ha fatto da Rubicone, ho deciso di… guadare Plaça Urquinaona: da quelle parti, di solito, o non vola una mosca o succede l’inferno. Per fortuna, stavolta era buona la prima ipotesi. Mentre scendevo su via Laietana per tornarmene a casa, un tizio di passaggio litigava con qualcuno fuori a uno dei due supermercati che restano aperti fino a tardi: non capivo se il malcapitato fosse un gestore o il ragazzo che chiede sempre l’elemosina lì fuori. “Alle dieci c’è il coprifuoco!” insisteva il tizio litigioso, e c’era da chiedersi se il ragazzo dell’elemosina avesse un posto in cui andare.

Fuori all’Hotel Ohla, la cui curiosa facciata segna l’inizio della strada in cui abito, una ragazza alta parlava con un altro passante proprio accanto allo schermo a cristalli liquidi che sponsorizzava ancora il “fantastico rooftop” dell’hotel. La ragazza si è congedata dal suo interlocutore, ha visto me ed è sbottata in catalano: “Quanta polizia, vero?”. Sotto le mascherine non ci capivamo molto, mentre camminavamo a passo svelto, ma le ho spiegato che era in corso una manifestazione. Allora lei, a sorpresa: “Lo so, vengo da là. Ma ho visto tanta di quella polizia che, guarda, parlavo al telefono e mi sono interrotta apposta. Che paura!”.

Io ho ripensato agli elicotteri che in ottobre, in condizoni normali, sembrano ronzarmi nell’orecchio un giorno sì e l’altro pure, e alle transenne che noto da giorni fuori alla vicina sede della polizia, anche se da Telegram non mi arrivavano notizie di manifestazioni in programma. Evidentemente, le forze dell’ordine si aspettavano rivolte improvvise ed estemporanee, dettate dal malcontento per le restrizioni.

“Qui in giro è sempre così” ho rivelato alla ragazza che ormai correva via, forse verso la metro che l’avrebbe portata a un quartiere clar i català.

E in catalano ho pensato: “Dolça filla de l’estiu”. Dolce figlia dell’estate.

Chissà, magari un Jordi R. R. Martí avrebbe finito il suo Joc de Trons prima del suo equivalente americano, con tutto quello che succede da queste parti.

Darn it Amazon! - Meme by EmbraceTheChaos :) Memedroid Ho una nuova versione del meme “quando ordino qualcosa online vs quando arriva”.

Purtroppo sono solo due foto della mia faccia. Prima e dopo.

Nella prima foto, sto inviando un messaggio sulla pagina di una “clinica italiana a Barcellona” (sic), in cui richiedo una visita completa e, magari, qualche info sul metodo per togliersi le occhiaie, che sponsorizzano tra i servizi offerti.

Nella seconda foto, sono al telefono con una segretaria romana che non sa niente della storia delle analisi, ma ha ricevuto il mio numero perché “volevo una blefaroplastica“. E non ho problemi con lei, simpatica, precisa nei particolari, in difficoltà con l’italiano per il fatto di aver sempre dovuto spiegare la pappardella in spagnolo: il chirurgo per cui lavora (che ha due cognomi spagnolissimi), opera in un noto ospedale di qua, che non ha niente a che vedere con la clinica italiana di cui sopra. Insomma, d’italiano in tutta quella storia c’è solo lei, la segretaria! Comunque sono quattromila euro, più o meno. Per la storia della visita, che a ben vedere era quello che mi premeva, “è sicura che mi chiameranno”.

Ok. Intuirete che, se qui a Barcellona la pandemia ha preso certe pieghe e giriamo sempre in mascherina, è anche perché la sanità se la sono mangiata a furia di tagli: ci metterei mesi a ottenere la stessa visita con la sanità pubblica. Quando vivevo nel Raval avevano un solo ginecologo per tutto il Raval Nord, mi fecero aspettare un mese per una visita e, il fatidico giorno, il verdetto della dottoressa fu: “Ti chiamiamo solo se qualcosa non va nelle analisi”. Un’angoscia che non vi dico: se non hanno registrato bene il mio numero? Se non rispondo la prima volta e si dimenticano di riprovare?

Poi vabbè, accanto a un personale medico-infermieristico squisito c’è un piccolo esercito di infermiere sottopagate che sono, diciamo, diffidenti nei confronti della comunità straniera. A parte la simpaticona che faceva l’indifferente con un anziano rumeno ubriaco (“Que haga lo que quiera!”), ho sentito di cosette simpatiche come: “Ma voi italiani siete venuti tutti da queste parti?”. Oppure, a una conferenza sulla gentrificazione nel Gotico: “Molti residenti stranieri si comportano come eterni Erasmus, e poi il papillomavirus dilaga” (peccato che ci siano più probabilità che ce l’abbia tua nipote e se lo sia preso da un conterraneo, bonita). Oppure, detto a me alla reception dell’ospedale dopo la scenata di una francese esasperata (e io che c’entravo?): “Guardi, non sarei neanche tenuta a spiegarle questo che mi chiede, comunque…”. Meno male che, ogni volta che è successo, mi hanno presa in fase zen.

Un amico sindacalista commenta la corsa alle mutue private, tipica delle famiglie locali, obiettando che non possiamo condannare CatSalut basandoci solo sulla lentezza nel dare appuntamenti: sì, capisco, caro amico, ma tu non avrai mai due settimane di ritardo col ciclo e l’urgenza di vedere qualcuno! Io, quando ebbi anche questo problema (sempre nel Raval), imparando dai miei errori me ne andai in un centro medico in cui chiunque, dalle segretarie alle dottoresse, si meravigliava perché non fossi lì con qualche mutua privata. Non capivo tanto stupore finché non passai alla cassa: visita con ecografia inclusa, centodieci euro, gracias. Per fortuna era tutto a posto, era solo stress acuto perché stavo comprando casa: una ginecologa argentina cinquantenne mi prescrisse del magnesio per la mia dismenorrea (ahahah). Mi invitò pure a non lamentarmi delle bombe ormonali che m’erano state prescritte in Italia: avrei dovuto vedere le pillole dei tempi suoi! Ecco, la ginecologa della sanità pubblica mi aveva presa sul serio sulla questione ormoni, e mi aveva prescritto nuovi prodotti meno nefasti. Se solo fossi riuscita a rivederla prima del Natale successivo…

Non so, tutto questo per dire che è un peccato aspettare le pandemie per rendersi conto che la sanità pubblica vada coccolata come tuo figlio accarezza il suo peluche preferito. Specie con le rosee previsioni che abbiamo sull’autunno.

La prossima volta rischio di scrivere a un’altra clinica per delle analisi del sangue, e delle info sul “nuovo metodo per occupare meno spazio in casa”: allora, convinta di dovermi iscrivere a qualche corsetto alla moda sul decluttering, mi sentirò proporre una bella liposuzione.

 

 

 

 

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Ricapitolando: sabato i No-Vax erano fuori alla Cattedrale, i cantaores di flamenco erano fuori a un vascio, e io ero al TG.

Un sabato qualunque, un sabato catalano.

Soprattutto, c’era il Napoli al Camp Nou, ma giocava a porte chiuse.

Andiamo con ordine. No-Vax fuori alla Cattedrale: immaginatemi attraversare di pomeriggio questa folla di persone senza mascherina, azzeccate tra loro con la colla, che chiedevano a gran voce Libertad. Uh, indipendentisti a babordo, ho pensato lì per lì. Ma no, la piccola folla non esibiva bandiere, e invocare la libertà in spagnolo non è certo una consuetudine indepe. C’erano giusto due cartelli, e lì ho cominciato a capire: uno diceva “la salute è dentro di noi” (… solo che è sbagliata, mi sarebbe venuto da aggiungere con la penna che avevo in borsa) e “vogliono venderci il vaccino“. Quale? A questo stadio (chiedo sul serio) non ci staranno ancora morendo su centinaia di coniglietti?

Mi sono allontanata in fretta per non prendere nessuno a capate in bocca, e sono finita alla Barceloneta. Dio, no, il flamenco no, ho pensato mentre mi inoltravo in un vicolo e riconoscevo i primi, ehm, ululati tipici di quello stile canoro. È che nei quartieri turistici questa musica rischia di diventare una baracconata senza fine: uno spettacolo troppo caro, specie se scopriamo quanto del prezzo del biglietto vada davvero al complesso musicale. Una pantomima improvvisata a uso e consumo di gente di passaggio che, per qualche oscuro motivo, finisce per associarla al reggaeton e al sombrero messicano.

Macché, mi sono dovuta correggere subito: a suonare ci pensavano tre tizi seduti davanti a quello che a Napoli si chiamerebbe un vascio e che qui, più o meno, si pronuncia uguale. Un appartamento al piano terra, insomma. I due seduti ai lati erano più giovani, uno suonava il cajón. Quello al centro era più anziano e rantolava deliziosamente in versi cadenzati, raccontando non so che dramma a beneficio di due ragazze appostate a loro volta davanti al vascio di fronte (un amico che vive a Granada sostiene che i cantaores esperti ricaverebbero poesia anche da un paio di lacci rotti). Mi sono fermata ad ascoltare, sicura che le mie zampe di gallina tradissero il sorrisone che facevo sotto la mascherina di colore azzurro (ci torneremo). Poi ho cacciato tra i denti un pudico, pacato “olé”: si fa come in Italia, solo che la “l” è un po’ più gutturale, e la “e” finale, almeno in Catalogna, mi suona quasi come una schwa.

Bello vedere gente che si riunisca a cantare flamenco così, perché le gira, ed è bello non dover ribadire che il flamenco non è tipico di queste altitudini, che è roba di giù: spiegatelo all’immigrazione andalusa, e al popolo gitano che l’ha ballato a lungo in queste strade che sono terribilmente vicine al Somorrostro di Carme Amaya.

Ma dicevo della mascherina azzurra: sembrava fatto apposta, ma le mascherine me le hanno sempre passate inquilino e coinquilino. Tutte azzurre. E indossando una delle più fluo, quella mattina ero finita fuori al Camp Nou, a straparlare del Napoli a beneficio di un giornalista del TG2, in compagnia del proprietario del Bar Blau (letteralmente, il Bar Azzurro): Diego parlava davvero di calcio, io invece ricordavo il trofeo Gamper di nove anni fa, e il meraviglioso gol di Cavani che ci aveva fatti volare dalle sedie, pochi secondi prima che lo annullassero.

Allora avevo le idee confuse sulla mia identità: tifavo pure un po’ Barça (ma mi è passata) e mi stavo per prendere il D di catalano, ai tempi il certificato di livello più alto se non ti occupavi di Filologia. Adesso mi sto scordando qualsiasi lingua io abbia mai parlato, soprattutto il catalano (ma solo perché sono asociale) e ho capito finalmente cosa sono: panpolide, che suona come un piatto di tapas e invece è tipo apolide, ma in versione hipster. Alessandro Barbero sostiene qui che la Catalogna carolingia fosse già più europea del resto della penisola iberica. Da qualche altra parte ho letto invece che buona parte del Sud Italia avrebbe più cose in comune con il resto del Mediterraneo che con il Nord.  Sono subcontinenti a parte? Boh, comunque bene così. Io mi sento tutte queste terre nelle vene, nei ricordi, e anche nelle zampe di gallina di cui sopra, che mi sono fatta sorridendo “troppo” (secondo un vicino pakistano del Raval) in tutti i miei spostamenti, tra Inghilterra e Sicilia. E mi piace così.

In televisione hanno tagliato la stragrande maggioranza delle minchiate che ho detto, in quello che potrebbe essere l’unico caso recente di donna messa a tacere perché davvero non capiva niente dell’argomento in questione: il calcio. Che volete. Prima di queste giocatrici, che ci hanno tolto gli schiaffi da faccia, ho trovato spesso divertente come le donne delle mie zone fossero in qualche modo escluse da una parte importante della propria cultura: tifose anche più sfrenate degli uomini, senza mai la possibilità di diventare “come Maradona” (oggi “come Messi”, se proprio ci tengono!) e a volte senza aver  mai dato un calcio al Super Santos. Con l’amico che mi aveva messo in contatto col giornalista del TG, e che era con noi al Camp Nou a registrare l’intervista, ci divertivamo della nostra incapacità di riconoscere i tre giocatori su cinque dei manifesti che sovrastavano gli ingressi: “però due sono boni”, commentava l’amico, che ha una bellissima bambina col compagno. Oh, a una certa si può scegliere cosa assimilare della propria cultura e cosa no.

Al ritorno in motorino con Diego del Blau, che andava piano perché avvertiva la mia presa angosciata alle sue spalle, riflettevamo sui locali che non aprivano più, messi in ginocchio dalla quarantena o troppo specializzati in turismo per sopravvivere a “incidenti di percorso” come una pandemia. Diego, che a quanto ho capito vive in un appartamentino al di sopra del suo bar, è stato bravo e lungimirante a diventare un abitante in più della zona: quello che parla catalano, propone piatti del giorno italo-catalani, e organizza in prima persona la festa del quartiere. Non è un obbligo fare così, e io, ribadisco, sono la prima asociale. Ma quella sera stessa, proprio nel Blau, mentre il Napoli portava a casa almeno un gol, Alessandro del Napoli Fan Club di Barcellona spiegava allo stesso giornalista che avevo incontrato quella mattina che a Barcellona e dintorni c’era un’incredibile presenza di gente di Napoli, e negozi napoletani. Aiuterebbe un sacco diventare una realtà del quartiere invece di un’enclave, di un negozio che vende pizzette lievitate male o arancini surgelati, e il giorno dopo magari ha già ceduto l’attività, come fanno sul serio alcuni sensali della comunità italiana.

Certo, questo non salva dalla bancarotta. Però aiuta assai, o almeno così mi sono detta sabato sera in un Bar Blau che era finanche affollato, nei limiti consentiti dalle misure di sicurezza.

E gli Squallor, subito messi su da Diego a partita finita, erano là a confermarmi che quella di mischiarci tra noi è proprio la strada giusta.

 

Qui il secondo servizio:

http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-4f62ad24-fafa-4634-a676-1ce558730d65.html?fbclid=IwAR0MfyZefjWBWEe4HvUgBJUzUDJIs8W8wujERUXOZ2grXaUi5GNxXuFCPy0

Qui, scusate, momento mandolino:

 

 

 

 

In qualche momento del lontano 1983, mia madre mi faceva assaggiare la mia prima pastina.

Ben trentasette anni dopo, in un’operazione cui mia madre reagirebbe con un minuto di silenzio e un sorriso rassegnato, ho realizzato una delle schifezze del secolo: la pasta alla frutta! Attenzione, però: gli spaghetti che ho condito con una salsa fredda di nettarine non erano neanche di grano. Erano fatti con farina di legumi.

E no, non c’entra la mia filosofia alimentare falzza. Vedete, io sono quella che con un termine tecnico si potrebbe considerare la schifezza dei vegani: per chi fosse bilingue, la scumma. Detesto la frutta, non mangio insalata, e provate a mettermi davanti una di quelle Buddha Bowl, ovvero dieci euro di erbette schiaffate in una scodella senza mischiare: provateci e, come diceva una mia illustre compaesana, ve faccio chiagnere senza mazzate.

Però inso’, potevo mai mangiare solo schifezze? Allora mi sono ricordata: 1) dell’amico chef che mi consigliava la maionese alla mela verde (nella versione vegetale, la mela è ottima da usare al posto dell’uovo!); 2) di quella volta che con la famigliola andammo a mangiare in un prestigioso hotel casertano, e ci vedemmo presentare un conto stratosferico per delle pennette alla mela (mi sa che questa se la ricorda pure mio padre…). Dunque, ho preso la più classica delle componenti della mia vita, il mio matrimonio eterno e incondizionato con la pastasciutta, e l’ho decostruita giuuusto un pochetto. Mangerò più spesso roba del genere, così come mi faccio “il pesto” (un saluto per chi mi segue da Genova!) sostituendo il basilico con rucola, spinaci e perfino cetrioli, sempre che l’ex compagno di quarantena non ci aggiunga più la cannella: questo è troppo anche per me.

Non vi ho ancora dato il voltastomaco? Complimenti! È che sono così stanca della “procedura corretta”, del modo corretto di fare le cose, che sono sul punto di fare una follia: provare la pizza stile newyorchese (aprite il link solo lontano dai pasti)! In fondo, una volta che avrò lasciato sulla soglia del ristorante il mio concetto di pizza, cosa ci sarà di male ad avere opzioni vegane al di là della marinara? Ssst, non dite niente, vi prego: sto provando a convincermene io per prima!

È che tutta ‘sta correttezza mi ha stufato sia nelle scemenze, che nelle questioni importanti: mi stufano le crociate antiasterisco per la grammatica italiana, condotte da gente che magari scrive pultroppo, propio e qual’è. Mi stufa che si difenda l‘italianità solo quando si tratta di unirsi contro chi approda adesso, oppure di non considerare connazionale chi lo è da sempre. Dico io, se si arriva a intralciare pure una robetta minima come lo jus culturae

E non vi preoccupate, che mi stufa pure l’idea di politicamente corretto: ma solo perché è uno spauracchio usato da gente della mia età che a vent’anni si credeva kattivissima e kontrokorrente perché diceva ricchione e handicappato, e adesso teme “di essere fraintesa” (leggi: “di essere capita benissimo”). Mi dispiace, raga’, è che non faceva ridere neanche allora: ho provato pure a dirvelo più volte, ma confesso che alla fine non mi andava di morire vergine ed eremita (peccato). E se cominciamo da adesso a metterci sulla difensiva perché stiamo invecchiando, date un po’ un’occhiata alla galassia boomer e desiderate di non finire così.

Lo so, mi potreste far notare che oggi va di moda “rompere” le regole e divorziare dalla correttezza ufficiale, in un tripudio poliamoroso di derive pop: ma avete notato che questo si verifica solo quando non fa male, quando non cambia davvero le cose?

Ieri, nella Barceloneta dei pochi, sparuti turisti, una ragazza francese abbinava all’afro e agli occhiali da sole una mascherina indipendentista, e il telo del Barça, ma io non avevo occhi che per un milanese seduto a un tavolino all’aperto, che teneva banco tra amici in visita. Argomento: Barcellona. Se io, da napoletana, ho la sensazione di vivere in una sorta di Milano col mare, il milanese mi rendeva pan per focaccia spiegando: “Barcellona è come Napoli, ma una Napoli diversa…”. E abbassando la voce si portava l’indice sotto l’occhio destro, in quel gesto che Jerry Calà avrebbe accompagnato con un “Ocio!”.

Mi sono rifiutata di ascoltare oltre, poi ho deciso che il ragazzo fosse in fondo intelligente. Dunque, avrà proseguito nell’unico modo possibile: “Barcellona è come Napoli, solo che qui ti scippano tre volte tanto”.

Corretto!

 

(Va da sé che, per la salsetta alle pesche, ho usato latte di cocco.)

L'immagine può contenere: 4 persone, tra cui Norma Falconi, persone in piedi e spazio all'aperto

Dalla pagina Facebook di Sindihogar

Quando me lo metto, io, il vestitino simil-seta con motivi indiani? Quel pomeriggio che mi viene il ticchio di passare alla manifestazione Papeles para todas!

Era tardi, ci ho trovato poca gente: latina, africana e asiatica, stufa di dover lottare per un documento legale che permetta di restare a Barcellona senza subire i soprusi di una burocrazia confusionaria, dei datori di lavoro, delle forze dell’ordine. Per la verità, le due guardie urbane in mascherina presenti sul posto se ne stavano in disparte come me mentre gli ultimi rimasti ripiegavano striscioni, si facevano foto, ballavano in modo sublime qualcosa che identificherei come Bangla, ma chissà.

Certo, la mani era finita e, a quanto vedevo, ci si stava un po’ rilassando con la questione distanze di sicurezza: è che a dirla tutta ci sembra un po’ una presa in giro, sudare goccioloni in una mascherina a mezzo metro da un tavolino occupato da turisti americani che mangiano e bevono…

In casa si fanno premonizioni funeste sul sistema che escogiteranno per lasciare a casa noi non turisti (che quindi non consumiamo granché) e permettere alle nuove orde di cacciatori di sangria di proseguire indisturbate la fiesta. Insomma, in quest’immagine distopica ci diamo il cambio: maggio e giugno erano state una dolce stagione in cui i turisti non si vedevano, e i bambini si erano messi a fare il bagno nella fontana della Plaça Reial, davanti a genitori che brindavano tra loro col vermut portato da casa.

Adesso, magari, i bambini finiranno di nuovo dentro e ricominceranno le grida dei genitori per farli uscire ecc. ecc. in un cerchio senza fine degno di Dark.

Rispetto a marzo sappiamo cosa ci aspetta, e sappiamo (lo sapevamo già) che non era detto che arginasse la situazione: continuiamo a chiederci perché si debba far ricadere sulla popolazione la “responsabilità” di una nuova diffusione del virus quando, dico tra il serio e il faceto, mezzo Stato spagnolo ha perso il lavoro e l’altra metà è in cassa integrazione, e questo virus, a osservare i tavolini all’aperto, sembra contagiare solo chi non consuma.

So che stiamo cercando una difficile quadratura del cerchio tra salute ed economia, ma le manifestanti di ieri erano colf che per sopravvivere alla primavera hanno dovuto fare cassa comune e vendere borsette e bamboline: si sono ritrovate senza né clienti né sussidi statali, visto che per lo stato non esistono (e vorrebbero esistere, ma la strada è tortuosa ai limiti del surreale…).

Allora che si fa? I miei amici partono: vacanze catalane in case affittate a conoscenti, senza sapere quando potranno tornare. Oppure si arrischiano ad andare in Italia, con la Vueling che è tornata a cancellare voli tre settimane prima. Nel caso ventilato di cordone sanitario intorno a Barcellona, l’ex compagno di quarantena mi prospetta scenari che vanno dal rifugiarsi da un’amica a Huesca al farsela a piedi fino alla Francia.

Insomma, qui siamo in una situazione strana: ci prepariamo, non sappiamo ancora a cosa o lo sappiamo benissimo. Ed è più un godersi, in mascherina e a distanza, e con le mani spellate di disinfettante, gli ultimi momenti di sole, di mare, di libertà, un chi vuol esser lieto sia.

Ma lo capisco benissimo.

Quando non c’è nessuna certezza, né del domani né del dopodomani, ciascuno reagisce a modo suo.

 

 

FB_IMG_1591866869874 Si torna alla vita normale!

Infatti martedì scorso, verso le nove e mezzo di sera, scendevo da Plaça Sant Jaume in direzione della Rambla, nel secondo giorno utile per godersi la fase 2 della quarantena barcellonese (il giorno prima pioveva a dirotto). Non avevo più limiti di tempo e d’orario, e me ne andavo in giro con la mascherina e la tenuta pantacollant/scarpe da ginnastica che riservo alle passeggiate lunghe.

Imbruniva ma non troppo sul carrer Ferran, che percorrevo a passo spedito circondata da gruppi e coppiette, e qualche passante che, come me, circolava solo. Era stato proprio a me, però, che si era rivolto un tizio che andava in direzione opposta alla mia. Aveva voluto confidarmi ad alta voce una cosa che, a dirla tutta, non avevo capito bene, per via dell’accento italiano e della scarsa padronanza della lingua spagnola: ripensandoci resto indecisa tra “me falta la cabeza” e “te falta una carezza”. In ogni caso avevo risposto: “Sì, sì, hai ragione”. Quello allontanandosi mi aveva gridato dietro altre cose, tra l’ironico e il condiscendente: non capiva perché m’innervosisse essere interrotta nella mia passeggiata da uno che, boh, voleva solo assicurarsi di poterlo fare.

Proseguivo perplessa. Un altro tizio mi veniva incontro, anche lui in direzione opposta alla mia: pelle scura, t-shirt color oliva, lattina di birra in mano. Vedendomi mi aveva lanciato un “Hola, guapa” ubriaco, e la sua improvvisa virata a 180 gradi era diventata un inseguimento quando avevo cambiato marciapiede.

Quando gli avevo intimato di lasciarmi stare, si era arrestato e mi aveva replicato, traduco letteralmente: “Stai zitta! Ricchione!”. Quindi era tornato sui suoi passi. A quel punto, esasperata, costeggiavo ormai Plaça Reial, quando un ragazzo in bicicletta che aveva al massimo una ventina d’anni s’era staccato dal compagno ciclista, con cui sostava fuori al KFC all’angolo con la Rambla. Quindi, pedalando con una certa esitazione, mi si era avvicinato apposta. “No, eh” avevo pensato.

Ma lui: “Stai bene?”. Me l’aveva ripetuto due volte, perché capissi: doveva aver assistito almeno al secondo alterco e, suppongo, voleva davvero confortarmi. Aveva l’accento del posto. Credo percepisse la mia perplessità iniziale, la chiusura a riccio che già cominciavo a mettere in atto: poi spero che il mio sorriso gli sia arrivato anche da sotto la mascherina.

Finalmente, la Rambla. Mentre riflettevo su quanto mi fosse accaduto nello spazio di pochissimi metri, un tizio con la brillantina e i tratti che davo per latini (anche lui veniva in senso opposto al mio) mi lanciava un suadente: “Adéu…”, che pareva più un “Hola, cosa ci fai fuori dal mio letto?”.

Confesso che il primo istinto era stato osservare i miei indumenti: in fondo così ci addestrano, no? A pensare che c’entri qualcosa ciò che indossiamo. Embe’, i pantacollant erano sempre neri e un po’ larghi, la maglia abbinata cadeva morbida sui fianchi e il foulard mi scendeva ancora sul petto: un accorgimento che mio malgrado prendo da quando, tra portare un reggiseno e respirare, scelgo la seconda opzione. Avevo pensato allora che la mascherina mi copriva i segni del tempo: sospetto da un po’ che l’età che avanza mi stia proteggendo in parte da episodi del genere. Non tanto perché a vent’anni si rientra più facilmente negli standard di bellezza diffusi, ma perché, chissà per quale motivo, da più giovani si è considerate anche più disponibili e fragili: un bersaglio facile, insomma.

E poi, oh, che dicevo all’inizio? Si torna alla normalità. A marcare il territorio, a fermare una perché al massimo, specie se hai il colore di pelle giusto, passerai per maleducato e non per un molestatore. In una parola: perché puoi farlo.

Ed è ovvio che “non tutti gli uomini lo fanno”, però forse è su questo che non ci capiamo: il ragazzo in bicicletta, per quanto ne sapessi io, avrebbe potuto regalarmi anche lui qualche fantastica confidenza o frase insinuante, oppure avrebbe potuto solo informarsi del mio stato d’animo, come poi aveva fatto. Il punto è: era una decisione sua, non mia. Poteva fare entrambe le cose. Io potevo al massimo aspettare a vedere cosa facesse e, se fosse andata male, compiere un’esaltante scelta tra subire e reagire, con tutti i rischi del caso.

Quindi non è: “gli uomini sono”… Ma è: gli uomini possono essere.

Prenderla sul personale è una tentazione che ha solleticato anche me quando, nei film americani, sentivo che “white man”, o “gringa” era usato come un insulto. Peccato che poi la polizia mi ha sempre trattata coi guanti, a me. Forse ci diamo troppa importanza, quando la buttiamo sul personale: siamo parte di una categoria che può discriminare  le altre, con esiti anche letali, e può farlo senza tutte le conseguenze che la legge prevede o dovrebbe prevedere. Non approfittare di questo privilegio è fare la metà del nostro dovere. Per capirci: il giovane ciclista del mio terzo incontro non è una brava persona perché non ci ha provato, ma è una persona gentile perché mi ha chiesto come stessi.

Quando mio padre, nella sua ultima visita, mi consigliava “prudenza” sull’ora di rincasare (di nuovo il controllo delle donne!), gli ho chiesto se lui avrebbe accettato delle limitazioni di movimento per il solo fatto di essere qualcosa (mettiamo, un napoletano in un quartiere leghista, o un signore anziano in una zona famosa per le rapine frequenti).

Papà non sapeva cosa rispondere, capisco che voleva solo sapermi sana e salva. Ho letto le testimonianze di diversi padri che si sono posti il problema solo quando hanno avuto figlie femmine.

E sì, meglio tardi che mai, ma non è questo il punto.

In fondo, essere ciechi ai problemi altrui è un privilegio che funziona così: se non lo vediamo, con ogni probabilità ce l’abbiamo. E possiamo permetterci di fregarcene.

E allora, che vi devo di’? Buona passeggiata.

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