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Risultati immagini per valigia di cartone Ho un’amica che è stata l’ultima a partire.

Anche lei, come me, si ritrova i quarant’anni più vicini dei trenta, benché non proprio dietro l’angolo, e anche lei, una volta a Barcellona, non si è fatta prendere subito da quell’entusiasmo da Carnevale eterno che rende altri espatriati un po’ difficili da tollerare. Io avevo vissuto quest’esordio “sobrio” a ventisette anni, dimostrando se ce ne fosse il bisogno che certe teorie su cosa piaccia a trenta e cosa a venti sono spesso luoghi comuni.

Può essere vero, però, che più il tempo passa e più è difficile partire, a meno che in effetti non si fugga da qualcosa come un divorzio, un tracollo economico… Lo dico per far contenti quelli che si sentono una specie di supereroi a non muoversi da dove sono nati.

Parliamoci chiaro, anche la mia amica ha ceduto a quest’affascinante retorica, infatti mi ricorda sempre che “sta ricominciando daccapo a trentasei anni suonati“, ed è subito armatura d’oro, fulmine di Pegasus, e andiamo a comandare armate di curriculum tra le aziende di copywriter sulla Diagonal.

I curriculum li aveva già tradotti almeno in spagnolo, perché se devo pensare alla cosa più saggia che abbia fatto la mia amica me ne viene in mente una sola: si è informata. E molto prima di far passare le sue tre valigie strapiene al check-in di Capodichino.

Pare la più scontata delle misure di sicurezza, e invece è l’ultima che si fa: spesso i nuovi arrivati sono troppo rapiti dal “chi la dura la vince”, e poi si sa, “il mondo è di chi se lo piglia” (ho già detto che Steve Jobs ha fatto più danni delle cavallette?).

Mi ritrovo così delle trentenni che sui social mi chiedono informazioni per insegnare italiano a Barcellona, “anche se non parlano un’acca di spagnolo”. Finiscono per stupirsi: “Ma come, non basta una laurea italiana?”. Ora, io detesto i parrucchieri che attaccano chi si taglia i capelli da sé (presente), quindi non riservo a nessuno lo stesso trattamento da professionista offesa: faccio solo notare che non si è molto competitive, se una scuola deve scegliere tra un’italiana con la laurea e un’altra con laurea, diploma d’insegnamento e documenti in regola per lavorare (sempre io). A questo punto, però, viene la carrambata: le mie interlocutrici o vogliono partire in queste condizioni dalla Germania, lasciandosi alle spalle un lavoro ben remunerato, o vengono al seguito di un compagno già assunto con un modesto stipendio locale. Il “probabilissimo” lavoro d’insegnante era per riuscire a pagare l’affitto di 80 mq a Barcellona (e qui trattengo le risate), e anche una scuola privata al figlio di tre anni, che si sa, quelle pubbliche insomma… A questo punto ricordo i 500 euro per una escola concertada, comunque più economica delle private, e non rido più: penso a questo frugoletto che una volta qui, oltre a dover imparare i pronoms febles, rischia di sciropparsi 30 metri quadri in culo ai lupi e un’iscrizione alla scuola pubblica fatta in ritardo.

La mia amica è partita da sola, ma ancora prima di rivolgersi a me ha avuto la presenza di spirito d’informarsi sui documenti e di trovare un alloggio temporaneo intanto che gira a caccia di stanze non lillipuziane, né proprio in Papuasia.

Perché il problema delle autonarrazioni non è la pretesa sacrosanta di ricominciare a trentasei, cinquanta o settanta suonati: ricordo una negoziante sessantenne che dalla Toscana voleva le trovassi un posto da cameriera! Il problema è scordarsi delle mille cose da fare per riuscirci, tappe che hanno meno a che vedere col “sudore della fronte” e più con ore di fila all’alba fuori a un commissariato, chilometri macinati coi curriculum in mano, eterne rassegne di ripostigli riciclati come stanze a 350 + spese.

Si tratta, dunque, di noia, di esercizio e della costanza di ricordare perché si sta facendo tutto questo, anche quando i perché cambiano.

Solo allora scopriamo il magnifico lusso di “ricominciare daccapo”, e ci godiamo il processo.

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Da https://it.wikipedia.org/wiki/Calzotata

Vivo in un quartiere, il Poble-Sec, che ha tanti significati quanti sono i suoi abitanti.

Qualcuno che ci è nato, e già da un bel po’, lo vede ancora come un “quartiere operaio”, facendomi chiedere esattamente da quanti decenni non esca di casa: nei suoi sacrosanti tentativi di salvare il “barri”, in catalano, posterà anche foto di uomini addormentati a terra, e le sue rivendicazioni sfoceranno pericolosamente nel concetto a me odioso di “mantenere il decoro”. Però ha dei nipoti che si sono presi lauree, hanno viaggiato, e che nel quartiere vedranno la loro antica colla de diables o de castellers, e inseguiranno un po’ più i diritti e meno il decoro. Certo, per questi giovani di belle speranze gli ambulanti asiatici non sono benvenuti, alla festa del barri, perché sono una mafia: le birre le devono vendere solo loro.

In compenso ci siamo noi, scanzonati trentenni stranieri che cercavano una zona abbastanza centrale ma non troppo incasinata: i “salvatori” di cui sopra ci confonderanno con i turisti e ci accuseranno di girare le capitali europee gentrificando tutto quello che tocchiamo. Avranno ragione? In parte. Purtroppo per alcuni di noi il Poble-Sec è un posto in cui non imparare mai lo spagnolo (il catalano ahahah) e avere sempre un bar aperto fino a mezzanotte in cui mangiare l’unica specialità locale che conosciamo: il montadito.

Ci sono altri stranieri, eh, ma non so come vedano il Poble-Sec perché, in realtà, interagiamo poco: le pakistane sono troppo indaffarate a portare un nugolo di bambini alle giostrine, intanto che loro chiacchierano un po’ in santa pace, e la nutrita comunità latina sembra aver creato un micromondo tutto suo, in cui non sia necessario ricordarsi di vivere in una città europea (se non al lavoro, quando le donne devono pulire camere d’albergo per due euro a stanza, e senza le mance americane).

Ci sono i numerosi senzatetto che vivono, letteralmente, negli sportelli bancomat, quando la polizia non li caccia a beneficio dei turisti: ma s’era detto che “minacciano il decoro”, quindi scusate se mi permetto di menzionarli.

Infine, sì che ci sono i turisti: magari occupano gli appartamenti clandestini che aumentano a dismisura l’affitto ai vicini, e durante le manifestazioni per “salvare il quartiere” incitano dal balcone il corteo, per sentirsi rispondere a volte “Madarfaca!” (l’accento quello è). Per loro il quartiere è: Montjuïc, Mies van der Rohe (per pochi eletti) e, sì, i pinchos del carrer Blai (ma loro diranno “calle Blai”).

Non è una scoperta sensazionale che il significato dei posti ce lo mettiamo noi.

Per me il quartiere si riassume tutto in un angolino della strada dietro casa, che poi era la mia strada fino a un paio d’anni fa: a un certo punto, scendendo in direzione opposta alla montagna, ci trovi a destra uno di quei locali che non si capisce bene cosa vendano, una sorta di bar minimalista con una sedia, un caffè “speciale” e una sola torta conservata sotto una teca, come un diamante (sospetto che il prezzo giustifichi la premura).

Di fronte, invece… Beh, di fronte c’è lui: milanese barbuto che ha affittato un magazzino, ci ha piazzato due tavoli e un letto per lui nell’altra stanza, e ci vende il miglior tiramisù mai assaggiato, oltre a lasagne, salumi e pacchi di pasta italiana a un euro, “consegne anche a domicilio”. In pochi ci siamo seduti a quei tavoli odorosi di sigarette fumate sul retro, ma sul tiramisù siamo tutti d’accordo.

Tuttavia è scendendo che troviamo la chiosa ideale a questo spettacolo, la nota locale che ci dice che il Poble-Sec non morirà mai: il classico Bar Manolo (versione locale del Bar Sport), con fuori il cartello antidiluviano “Tenim calçots”. Ora, i calçots sono una specialità invernale tutta catalana, è molto improbabile che ne abbiano tutto l’anno, a meno che non abbiano trovato il modo di congelarli. Non c’è bisogno però di ricordarlo alla clientela, fatta perlopiù di vicini non ancora disposti a pagare più di due euro per un café con leche. Loro sapranno esattamente quando troveranno calçots e quando no.

Ma passare là fuori mi fa bene, regala alle mie giornate un certo ottimismo: ogni volta mi devo trattenere dall’entrare, ad agosto come a novembre, e scoprire davvero se solo lì, nel giardino di cicche che il proprietario coltiverà sul retro, solo lì i calçots crescono tutto l’anno.

Risultati immagini per di che colore lo vuoi il drago Condivido in caso vi succeda la stessa cosa.

Poco prima di ripartire per Barcellona, ho confidato al mio migliore amico tuuutte le mie preoccupazioni. Che sono quelle che già conoscete, se vi prendere il disturbo (e la Madonna ve lo rende!) di leggervi il blog:

  • le lezioni d’italiano non proprio richiestissime;
  • la casa “sgarrupata” che non si vende per la questione catalana;
  • l’università che dalla crisi non accetta che manodopera a basso costo, senza possibilità di avanzamento carriera;
  • il rischio costante, dunque, che la mia convivenza con un neo-dottore di ricerca diventi un rapporto a distanza (e credo più agli unicorni e al posto fisso).

Chi conosce il mio migliore amico può immaginare la sua faccia mentre gli raccontavo tutto questo. Non sgranocchiava popcorn solo perché “d’ora in poi vuole mangiare sano” (parlando di propositi d’inizio anno…).

Quando finalmente è riuscito a interrompermi, e sapete che è un’impresa, mi ha chiesto:

“Ti rendi conto che, intanto che facevi l’elenco, mi presentavi anche due-tre soluzioni per ogni problema?”.

Ora, quell’uomo è di poche parole ma ha sempre ragione. Di solito ce ne rendiamo conto con almeno mezz’ora di ritardo, ma ha sempre ragione. Cavolo, sì!

Io mi lamentavo delle trasferte fuori città per insegnare italiano, e intanto gli spiegavo anche che contavo d’investire in un diploma d’inglese. Mentre parlavo della casa che non si vende, pensavo già a riaffittarla, a prezzi non da strozzinaggio, una volta scaduto il risibile contratto dell’inquilino attuale. Avevo poi elencato i possibili trasferimenti miei per riprendere a lavoricchiare nel mondo accademico, e a quel punto si trattava di capire tra me e il mio ragazzo quale progetto sarebbe andato in porto e quale no. Inutile anticiparsi agli eventi, vero?

Come dicevo all’inizio, vi racconto tutto questo perché magari succede anche a voi. Anzi, ci scommetto. Anche voi, ripassando tutti i vostri affari, ve ne uscite con possibili soluzioni per ogni difficoltà, ma forse siete troppo occupati a lamentarvi per accorgervene.

Oppure avete lei. Dai, sapete di chi parlo: di quella vocetta odiosa, così simile alla nostra dopo una doccia a scaldabagno guasto, che ci sussurra che non ce la faremo, che tutte queste soluzioni sono altrettante minchiate, quindi rassegniamoci, abbracciamo la croce e se ne riparla l’anno prossimo.

Ecco, vi lascio qui il mio post perché sappiate cosa fare, la prossima volta, con questa vocetta.

Il mio migliore amico non ve lo posso prestare, ma se lo incontrate provate a offrirgli una tisana detox, e magari vi ascolterà.

Anche se scommetto che alla fine sceglierà i popcorn.

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‘O sapevate? La CUP canta l’inno col pugno alzato. Da: https://www.thetimes.co.uk/article/eu-rebuffs-catalan-leaders-as-they-are-accused-of-rebellion-2pqjg3s2c

“Comunque vada, ho perso io”: questo spiegavo ieri a chi mi chiedeva lumi sulla questione catalana.

Intanto toccavo con mano l’approssimazione italiana nel riferire della situazione, con un picco importante: un tizio che da Mannoni tesseva le lodi di Inés Arrimadas di Ciutadans. La stessa che nel suo intervento il giorno della “finta dichiarazione” ha cacciato un cuore con tre bandierine (catalana, spagnola ed europea), e ha dichiarato che il suo, di cuore, fosse abbastanza grande da contenerle tutte e tre. Non si sa invece come stia messo il suo cervello, e quello dell’altro frontman Albert Rivera, se saranno mai abbastanza grandi da superare il loro inesorabile qualunquismo o, in spagnolo, cuñadismo.

Ma era ovvio che i voti di chi era stufo di indipendentismo andassero a lei: in Catalogna o sei pro o sei contro l’indipendenza, i miei Comuns non se li caca nessuno. Ultimamente nemmeno io, da quando l’alleato Pablo Iglesias se n’è uscito che l’indipendentismo ha risvegliato il fascismo in Catalogna (dunque se l’è cercata?).

Insomma, avevo chiaro che, chiunque vincesse, perdevo io. Perché non sono indipendentista, non sono cuñada, e vorrei vendere casa.

E casa mia dietro la Rambla in questo momento non la vuole nessuno, perché se la fanno tutti addosso per la situazione politica.

Almeno l’Universo, direbbe l’amico yogi del post precedente, mi ha accontentato nel desiderio non fomentare la speculazione: gli avvoltoi stanno cercando nuovi lidi da spolpare. Ma mi pare che la gentrificazione abbia ricevuto una battuta d’arresto per i motivi sbagliati.

Di una cosa sono sicura: la Catalogna non è a mia disposizione. Questo almeno ce l’ho più chiaro di tanti italiani che sono venuti a Barcellona con soldi da investire, e che ora sono solo indignati per i guadagni che starebbero perdendo. Come se il posto che hanno scambiato per la gallina dalle uova d’oro dovesse perdere la sua storia, i suoi problemi sociali, le sue lotte più o meno condivisibili perché ehi, adesso c’è il loro baretto col Kimbo macinato fresco (magari, in genere è Lavazza). Come si permette questa gente fanatica dal “dialetto” incomprensibile di avere una vita al di fuori di quello?

Io so da un po’ che il mondo non mi gira intorno, e attendo serena di scoprire quando e come venderò una casa che, dimezzandomi le spese, mi ha permesso di scrivere otto romanzi in quattro anni: anche se non me li dovessero mai pubblicare, tutto quello che volevo fare era scriverli. Ma questa casa ormai mi porta solo crolli improvvisi, liti condominiali, e meno soldi dell’affitto che pago.

So che è già un lusso e un privilegio avere una casa da vendere, mentre c’è gente che si vede proporre l’indipendenza come panacea per sfratti e disoccupazione, e per gli eterni problemi che abbiamo noi migranti di ogni classe sociale coi documenti (tanto noi non abbiamo diritto al voto).

Comunque vada ho perso io. Ho vinto solo un biglietto per scoprire sulla mia pelle, molto più protetta di altre, come andrà a finire questa storia, e intanto mi saltano fuori nuove lezioni d’italiano.

Comunque vada l’italiano a Barcellona continueranno a impararlo (anche perché l’Italia possiede diverse aziende spagnole, ci avete fatto caso?). E continueranno a imparare le altre lingue, e gli stranieri saranno sempre benvenuti, o non meno graditi che altrove (l’Italia, per esempio).

Questa è una cosa che, nella foga di paragonare questa telenovela con le realtà che conosciamo, non ci entrerà mai in testa.

(Una gloria catalana)

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Da https://www.express.co.uk/news/uk/758128/Beer-price-UK-pubs-goes-up-6p-pint

Attenzione: la seguente riflessione è così “volemose bene” da risultare quasi natalizia.

Sono passati cinque anni da quando una me più giovane, e infinitamente più melodrammatica, scriveva questo post: parlava di un amico che, nel corso di un’innocua uscita pomeridiana, mi annunciava all’improvviso che il giorno dopo sarebbe partito “per sempre”.

Ok, anche se non vi sciroppate il blog da tutto ‘sto tempo avrete capito che l’amico in questione non mi dispiaceva affatto, nonostante la timidezza e le… barriere linguistiche: diciamo che, se avesse voluto la separazione della sua terra per motivi linguistici, io gliel’avrei appoggiata.

Quell’antico addio “a tradimento” era quindi entrato a far parte della struggente narrativa dei miei primi anni a Barcellona, e delle illusioni (diciamo anche delle “pippe mentali”) che mi facevo allora.

Fino a ieri sera.

Perché secondo voi chi c’era al pub quiz domenicale, seduto a un tavolo di amici comuni? Esatto, lui! Io lo dico sempre, che ci ho i lettori intelligenti.

Quasi non lo riconoscevo, col nuovo taglio, così come lui quasi non riconosceva il pezzo di donna che intanto sono diventata (e solo una delle due affermazioni precedenti è falsa!).

Giocavamo in squadre diverse e nessuno di noi due ha vinto il quiz, anche se il mio gruppo si è aggiudicato a pari merito il premio per l’haiku più creativo (una scatola di biscotti non proprio a prova di vegano).

Ma ho rinunciato al mio progetto di rientrare presto per fare due chiacchiere col redivivo, e constatare che, dopo svariate puntate di Outlander, riesco a capire quasi tutto quello che dice. Forse ci vediamo in settimana per una birra con gli altri, o forse no. In ogni caso sono rientrata contenta anche senza aver vinto il jackpot (impresa quasi impossibile, con quel nerd del mio ragazzo in Italia!).

Tutto questo per dire: era molto più “ad effetto” il finale di cinque anni fa. I poeti romantici suoi conterranei avrebbero sorriso da lassù, se quello di allora fosse stato l’ultimo abbraccio, seguito da un mio crollo sulle scale di casa che Eleonora Duse in confronto è la protagonista di The Lady (erano pure cinque piani senza ascensore…).

Ma sapete che vi dico? Che mi è piaciuto molto di più così.

È stato bello non credere ai miei occhi, cacciare un urletto di svariati decibel e fare due chiacchiere da vecchi amici davanti a una birra (lui) e a un… ginger ale, visto che la mia resistenza all’alcool non è cambiata, intanto.

Insomma, mi è venuto da pensare nientepopodimeno che alla differenza tra vita e illusione.

Solo per concludere, insieme a Calvino, che “se la vita è sempre varia e imprevista e cangiante, l’illusione è monotona, batte e ribatte sempre sullo stesso chiodo”.

Nel dubbio, adesso so quale scegliere.

L'immagine può contenere: una o più persone, persone in piedi, occhiali e notte

Quando avevo l’età di Julien (gli occhiali pre-hipster sono finti!)

Il mercoledì era il mio giorno preferito, ma adesso lo schifo.

Il principio di “accumulare tutti gli impegni in una sola giornata” mi si è ritorto contro alla grande.

D’altronde l’imprevisto è il mio mestiere, visto che noi insegnanti d’italiano all’estero rientriamo nella categoria dei monitores, che è la stessa degli istruttori di palestra e di sci: ho pure provato a chiamare “collega” la scultorea istruttrice della mia ex palestra, ma non l’ha presa benissimo.

Insomma, tra corsi annullati e proposte di lavoro telefoniche, me ne andavo bella bella per carrer Ferran, con lavagnetta dei cinesi al seguito per illustrarci i misteri dell’articolo determinativo, quando ho incrociato un ragazzo armato di volantini.

Se siete venuti almeno una volta a Barcellona avrete visto questi giovani virgulti freschi d’aereo, che per accomodare i loro vent’anni in cinque metri quadri di ripostiglio nel Gotico fanno anche questo, tanto hanno pure i chupitos gratis.

Sono quasi sempre stranieri: i coetanei del posto qualcosa di meglio rimediano, e poi non sempre parlano quattro-cinque lingue. In compenso questi “volantinari” potrebbero parlare uno spagnolo approssimativo, ma vicino alla Rambla chi se ne accorge!

Questo qui almeno non aveva la tenuta da spiaggia di certi colleghi anglosassoni a novembre, il che lo camuffava abbastanza bene tra i passanti. Solo che, proprio mentre lo evitavo per passare, all’ultimissimo momento mi ha fermata.

“A me! A me che sono la catalanità in persona!” ho pensato con un sorriso, guardandomi la trapuntina grigia presa in saldi e le antiche Calzedonia nere che cominciavano a stingere. Cosa avevo sbagliato? Era per gli occhi truccati? I capelli senza frangetta?

A scanso d’equivoci, ho sventolato la bustona con la lavagna cinese, come a dire: “Guarda che vado a lavorare, non sono una turista”. Ma lui imperterrito mi ha chiesto qué tal.

Due ricordi sono affiorati nella mia mente: la sera dell’ultimo esame di catalano, quando il mio orgoglio si era infranto contro il menù mostratomi da un cameriere che mi chiedeva con finto accento inglese: “Paella? Sangría?”; la sera di Napoli-Verona in cui il barista dello Sports Bar mi aveva chiesto se fossi irlandese.

Stavolta ho dunque gettato la spugna e spiegato al ragazzo che andavo di fretta.

Quello non si è dato per vinto e mi ha chiesto di dove fossi. Gliel’ho spiegato. Lui? Francese.

“Mi chiamo Julián” ha dichiarato, con tanto di jota alla madrilena.

E qui mi ha fatto veramente pena. Perché una delle prime cose che perdiamo partendo è il nostro nome. Cosa c’è in un nome? Beh, quello che credevamo di essere fino a quel momento, fino a un minuto prima di diventare “l’italiana” o “il francese”.

Ci ho scritto pure un romanzo, che nessuno ha pubblicato. Ma in effetti faceva un po’ schifo, quasi quanto i mercoledì.

Allora ho deciso di fare un piccolo omaggio al ragazzo. Prima di filar via gli ho detto:

Julien“.

Con la “u” più a culo di gallina che mi venisse.

È rimasto contento, ma non avevo tempo per un patetico scambio di battute nel mio francese: ho incassato il suo bonne soirée e sono tornata ai miei articoli determinativi.

Però, ve lo confesso, per un secondo ho pensato di prendergli il volantino.

Allora avrei regalato lavagna e libro di testo al vagabondo seduto a terra con cinque bicchieri davanti (“cibo”, “fumo”,”LSD”…) e sarei entrata nel bar di Julien a intascare il mio chupito gratis.

Ci sarei entrata come se dall’ultima volta fosse passato un week-end, e non un decennio o giù di lì. Mi sarei messa a scherzare col francesino al bancone, anche se stavolta avrei tenuto bene a mente che mi avrebbe ceduta volentieri al suo amico, se ne avesse trovata un’altra “mejor”. Così come mi sarei guardata bene, stavolta, dallo spiegare al bellissimo barman di Liverpool che ho vissuto due anni a Manchester.

Avrei bevuto dimenticando di dover andare il giorno dopo in biblioteca, specie adesso che la biblioteca è diventata la scuola di lingue, la lezione a Sant Cugat, il colloquio occasionale per entrare nell’ennesimo gruppo di ricerca rimasto senza fondi.

Avrei bevuto alla salute di tutti e avrei dedicato l’ultimo chupito a Julien, che magari a fine serata sarebbe entrato a brindare con me.

Poi sarei tornata a casa col singhiozzo, mi sarei sentita male e mi sarei chiesta che cavolo stessi facendo con la mia vita.

Va detto che è una domanda a risposta multipla, eh, ciascuno trovasse la sua dove meglio crede: in fondo a un chupito di tequila (prima il sale, poi tracanni, poi il limone), o in quel vecchio progetto démodé del tetto sulla testa e del marmocchio da finanziare fino all’università. Tra le due opzioni ci sono anche tante vie di mezzo. Io è da un po’ che ho trovato la mia.

Così, anche questo mercoledì ho sollevato un po’ meglio la borsa che mi scivolava dalla trapuntina, ho stretto forte la busta che cadeva sotto il peso della lavagna cinese, e sono corsa ad ammazzare il resto del mercoledì.

Il mio vecchio mondo lo lascio a Julien.

 

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Presto nelle nostre case, se facciamo domanda all’Ajuntament :p

Lo so, lo so, la strada più breve tra due punti è una retta. Se tanti italiani a Barcellona protestano per la cacerolada delle 22.00, è perché non ne sopportano il rumore.

Così come non imparano il catalano perché si scocciano, e perché per farsi capire basta lo spagnolo. Legittimo, specie quando non adducono motivazioni più creative.

Però niente da fare, provo sempre a guardare a monte, a individuare le predisposizioni mentali dietro proteste all’apparenza innocue come quella per gli “schiamazzi notturni”. Mi resta il sospetto che in tanti abbiano lo stesso problema che avevo io, da bambina, a trovare il Nord: pensavo che tutto quello che fosse davanti a me fosse Nord. Giuro!

Insomma, ero la bussola del mondo.

Poi sono cresciuta, o almeno spero, perché è un processo complicato che non sempre riesce.

Infatti ricordo gli italiani all’estero intervistati da Claudia Cucchiarato, che affermavano spesso: “Quando sono andato a vivere a Londra/Barcellona/Berlino volevo proprio vedere come mi avrebbe accolto la città”.

Peccato che le città non “accolgano”. Possono rendere molto complicato trovare un alloggio, procurarsi i documenti per lavorare, ma non possono aspettarci con un cartello di benvenuto e un contratto di lavoro in mano.

Certo, possiamo sempre ergerci a bussole del mondo, esigere dalla città che ci tratti bene. Così, se mezzo vicinato si mette a sbattere pentole siamo indignatissimi, perché ci rovinano la visione della TV. Ovviamente è la punta dell’iceberg, di tutta una roba che non ci piace. Perché? Perché crediamo nell’unità di Spagna? Uhm. Perché fuori dall’Italia siamo diventati all’improvviso i difensori dell’ordine e della legalità? Magari! Ripenso alla storia della retta e azzardo: perché a noi non ce ne viene niente in tasca. Anzi, abbiamo paura di perdere tempo e soldi.

Si sa che Barcellona esiste solo per soddisfare i nostri desideri frustrati dall’Italia ormai “invivibile”. Quanto accadesse prima del nostro arrivo, Sagrada Familia a parte, non è importante perché non ci riguarda.

È vero, non siamo i “giovani che non vogliono lavorare” che si sono inventati i giornali. Ma di questa “ricerca della felicità” non ne facciamo un progetto sociale: la felicità spetta a noi perché siamo noi.

E gli altri? Gli altri dovrebbero essere a nostra disposizione.

Ci accorgiamo solo dopo che non è vero: mai troppo tardi, si capisce, ma già in ritardo per non poter più fare almeno un po’ di cose.

Forse però era quello che almeno alcuni di noi volevano: una vita da “eterni illusi” (o eterni sognatori, se preferiamo), in cui ogni cosa non riuscita è sempre per colpa di qualcos’altro, qualcun altro.

Qualcuno che non si è messo a disposizione.