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Presto nelle nostre case, se facciamo domanda all’Ajuntament :p

Lo so, lo so, la strada più breve tra due punti è una retta. Se tanti italiani a Barcellona protestano per la cacerolada delle 22.00, è perché non ne sopportano il rumore.

Così come non imparano il catalano perché si scocciano, e perché per farsi capire basta lo spagnolo. Legittimo, specie quando non adducono motivazioni più creative.

Però niente da fare, provo sempre a guardare a monte, a individuare le predisposizioni mentali dietro proteste all’apparenza innocue come quella per gli “schiamazzi notturni”. Mi resta il sospetto che in tanti abbiano lo stesso problema che avevo io, da bambina, a trovare il Nord: pensavo che tutto quello che fosse davanti a me fosse Nord. Giuro!

Insomma, ero la bussola del mondo.

Poi sono cresciuta, o almeno spero, perché è un processo complicato che non sempre riesce.

Infatti ricordo gli italiani all’estero intervistati da Claudia Cucchiarato, che affermavano spesso: “Quando sono andato a vivere a Londra/Barcellona/Berlino volevo proprio vedere come mi avrebbe accolto la città”.

Peccato che le città non “accolgano”. Possono rendere molto complicato trovare un alloggio, procurarsi i documenti per lavorare, ma non possono aspettarci con un cartello di benvenuto e un contratto di lavoro in mano.

Certo, possiamo sempre ergerci a bussole del mondo, esigere dalla città che ci tratti bene. Così, se mezzo vicinato si mette a sbattere pentole siamo indignatissimi, perché ci rovinano la visione della TV. Ovviamente è la punta dell’iceberg, di tutta una roba che non ci piace. Perché? Perché crediamo nell’unità di Spagna? Uhm. Perché fuori dall’Italia siamo diventati all’improvviso i difensori dell’ordine e della legalità? Magari! Ripenso alla storia della retta e azzardo: perché a noi non ce ne viene niente in tasca. Anzi, abbiamo paura di perdere tempo e soldi.

Si sa che Barcellona esiste solo per soddisfare i nostri desideri frustrati dall’Italia ormai “invivibile”. Quanto accadesse prima del nostro arrivo, Sagrada Familia a parte, non è importante perché non ci riguarda.

È vero, non siamo i “giovani che non vogliono lavorare” che si sono inventati i giornali. Ma di questa “ricerca della felicità” non ne facciamo un progetto sociale: la felicità spetta a noi perché siamo noi.

E gli altri? Gli altri dovrebbero essere a nostra disposizione.

Ci accorgiamo solo dopo che non è vero: mai troppo tardi, si capisce, ma già in ritardo per non poter più fare almeno un po’ di cose.

Forse però era quello che almeno alcuni di noi volevano: una vita da “eterni illusi” (o eterni sognatori, se preferiamo), in cui ogni cosa non riuscita è sempre per colpa di qualcos’altro, qualcun altro.

Qualcuno che non si è messo a disposizione.

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Da Nació Digital*

Ieri, mentre mezza Catalogna si mobilitava per l’arresto dei consiglieri, io lavoravo e muovevo i primi passi burocratici per vendere casa.

Risultato: l’alunna della prima lezione credeva che il plurale di “ragazzo” fosse “ragazzis”; un amico di Madrid trapiantato a Siviglia mi mandava un articolo che diceva “comprate casa, ma non vendete”, in sintonia con le bestemmie del mio agente immobiliare.

Dopo ho raggiunto i miei, venuti in visita per la castanyada, al Corte Inglés di Portal de l’Àngel: scimunivano un povero commesso, intento a spiegare a mio padre che  i suoi pantaloni XL erano stati presi nel reparto infantile.

Risultato: l’indepe e io abbiamo trascinato i miei in un vietnamita hipster (di solito andiamo ai cinesi sozzi), dove mio padre si è messo a sindacare sulla passione di certi asiatici per le zuppe. Gli ho ricordato che lui è l’uomo che mette il gazpacho in microonde.

All’uscita abbiamo colto gli ultimi cinque minuti della cacerolada (cassolada in català), e i miei si sono impressionati. L’indepe è andato via per un impegno, mio padre ha proposto di tornare a casa a piedi.

Risultato: in prossimità del Paral·lel, abbiamo sentito in stereofonia a un volume proibitivo l’inno spagnolo, salutato da fischi, bis di cassolada e urla tipo: “Feixistes!”, “Visca Catalunya!” (“Visca!”).

“Cambiamo strada” ha proposto papà.

“Proseguiamo” ho imposto io.

“Che succede?” ha chiesto mamma.

Sulle nostre teste, affacciata a un balcone che batteva ben due bandiere spagnole, c’era la coppia che aveva trasmesso l’inno, intenta a ribattere con veemenza agli insulti di vicini e passanti.

“Mi limiterei a denunciare per schiamazzi notturni, verrebbero pure agenti catalani” ho osservato io.

“Smettila di esporti” ha replicato papà, e si è girato a sollecitare mamma.

Lei intanto avanzava placida in quel profluvio di parolacce.

Quel suo incedere sereno, da dea olimpica, mi ha ricordato l’atteggiamento che mi piacerebbe assumere in questi giorni in cui, nello spettro dei sentimenti possibili, la malinconia è un lusso.

Poi ha confessato che non ci aveva capito niente, che credeva che l’inno provenisse da un bar e che tutta quella gente fosse unita nel criticarlo.

Anche lì vorrei prendere esempio e NON capirci più un’acca.

Per fortuna manca poco, mi sa.

 

*http://www.naciodigital.cat/noticia/77263/catalunya/tornara/ressonar/aquesta/nit/amb/altra/cassolada/contra/tc

El cant cada vegada era més alt, més segur, Asturias, patria querida, cantaven tots i també la Natàlia, Asturias, patria querida, la Rambla s’omplí del seu cant, cada vegada més alt, cada vegada més fort, era un cant alegre […]. La Natàlia no cridava contra aquella massa burella que els havia colpejats, ni contra els jeeps, ni contra els tancs d’aigua, no cridava contra els gossos deixats anar que tustaven sense saber per què, la Natàlia cridava contra el seu passat, contra les ires del seu pare, contra el que ella havia estat. I no tenia por.

Montserrat Roig, El temps de les cireres

Ore 8.00

Irene

Una goccia.

Dove sei?

Due gocce.

Mi stai pensando?

Tre gocce.

Sei al sicuro?

Quattro gocce.

Stanno arrivando.

Irene scaglia a terra il suo caffè. Il rubinetto che perde in cucina la esaspera, e Pau non si decide a chiamare l’idraulico. D’altronde si rifiuta anche di comprare le tazzine da espresso italiano, così i frantumi della grande scodella presa dai cinesi si spargono per tutto il salón.

Irene non sarebbe arrivata a tanto se non avesse avuto gli occhi stanchi, se non si fosse svegliata alle quattro del mattino per salutare Pau che andava al seggio, mentre la sveglia digitale che lui aveva spento subito segnava la data che entrambi, per motivi diversi, aspettavano da giorni.

1 d’Octubre.

1-O.

Il Giorno dell’Indipendenza.

Almeno per Pau, che cercando le pantofole nel buio si lamentava di essere già in ritardo.

Per Irene, invece, cominciava il Giorno dell’Attesa.

“Lo so che lì alla scuola occupata avete da mangiare, ma ti ho fatto dei panini. Li trovi in frigo” era riuscita a farfugliargli prima di tornarsene a letto, troppo stanca anche per supplicarlo ancora di restare a casa.

“Con la capresse?” aveva chiesto lui, speranzoso.

Lei aveva scosso la testa:

“Butifarra d’ou e insalata mezclum. Se vuoi la Catalogna, mangia catalano”.

E aveva sbattuto la porta.

D’altronde, prima di coricarsi gli aveva detto con dispetto:

“Stanno scendendo”.

Lui non riusciva a dormire e le aveva pure chiesto:

“Chi?”.

“Loro” aveva risposto perfida. “Dalla nave di Titti”.

Arrivavano gli agenti della polizia nazionale mandati dal Gobierno. Alloggiavano da giorni in una nave italiana con sopra un’immagine di Piolín. Titti. Sui social era partito l’hashtag #FreePiolín.

Pau dopo la notizia aveva ripreso a dormire, o aveva fatto finta. Lei era rimasta con il cuscino sollevato sulla parete: non avevano neanche la spalliera per il letto, in quella topaia con angolo cottura in soggiorno, un bagnetto grande quanto una cabina telefonica e la doccia sospesa sul balconcino, dietro una vetrata che i due tortolitos si erano dovuti montare da soli al loro arrivo.

Non era quello che Irene si aspettava, quando aveva lasciato tutto per seguire quell’Erasmus catalano conosciuto a Roma. Si era abbandonata alle spalle l’Italia per la Barcellona degli affitti che aumentavano di giorno in giorno.

“Ringrazia il cielo di avere un fidanzato catalano” le diceva Marco, un compaesano arrivato da poco, che lei aveva piazzato nel bar di un amico olandese. Secondo lui, se Pau non avesse avuto amici di famiglia che affittassero pateras come quella, avrebbero pagato ben più dei settecento euro di adesso. Anche così ci buttavano quasi metà stipendio.

E quello lì pensava all’indipendenza.

“Nella repubblica catalana” le prometteva spesso in un italiano zoppicante, imparato nei loro mesi insieme a Roma, “gli speculatori stranieri che comprano i nostri palazzi avranno il fatto loro”.

Il salone puzza di caffè anche dopo che Irene ci ha passato lo straccio con la candeggina. I cocci della scodella bucano la busta di plastica che per il momento lei ha appeso alla porta del balcone.

Adesso, almeno, ha una scusa per uscire, quando prenderà coraggio.

Deve andare a buttare l’immondizia, sí senyora.

Adesso sa anche in quale bidone.

Quello a due passi dalla scuola occupata in cui Pau difende con altri il suo “diritto a decidere”.

Pepita

Il pane è caldo di forno e il caffè appena fatto. Mi basteranno due termos? Doncs no passa res, se non portano caffè le altre del Circolo della Sardana torno a casa apposta. Ma ora voglio dare il cambio a mia figlia, è rimasta lì dentro tutta la notte mentre il marito era a casa con la bambina. Meglio che torna a casa a riposare. Sono fiera di lei.

Ho cantato ogni giorno della mia vita di bimba Cara al Sol. Ho aspettato questa mattina per quarant’anni. Mamá era andalusa, ma io sono catalana. Non scrivo bene nella mia lingua, Franco non voleva che la imparassi, ma la parlerò fino alla morte solo per fargli un dispetto, al Cara Garbanzo.

A tomar por culillo (e Visca la terra)!

 

Ore 10.00

Marco

Guardi, la cacerolada mi ha svegliato alle 22.15, dodici ore fa.

Quelli finiscono di battere sulle pentole, e io mi sveglio troppo rincoglionito per spignattare qui al bar. Anche se per aprire sono andato a letto con le galline. Tipico, mi creda.

Ieri sera mi hanno pure scritto Fernando e gli argentini, amici conosciuti in ostello quando sono arrivato. Alla fine ci sono andati, al Moog, a sentire un DJ latino.

Mi hano mandato una foto col culo di una: aveva i pantaloncini così corti che all’inizio li ho presi per mutande. Questo però non lo metta nell’articolo, per favore, che sembrerò un pervertito. Per quale giornale ha detto che lavora, in Italia? Ah, ok. Non lo conosco, scusi, ma tanto i giornali non li leggo. Scrivete solo stronzate, permetta che glielo dica.

Ieri volevano intervistarmi per Rete 4, ma che gli dicevo? E poi il sabato sera il bar è pieno. Quelli insistevano, erano una giornalista e un cameraman: stai vicino a uno dei seggi principali del quartiere, dicevano, non puoi non aver visto niente.

Io non so perché perdete tempo con me, davvero. Qua a Barcellona ci sono venuto per lavorare. Se no me ne restavo a casa mia, che oggi è domenica e mia nonna… Lo so che è un cliché, ma fa il miglior ragù del mondo. Mi manca mia nonna, lo sa? È quella che mi manca di più.

Come, che lavoro voglio fare? Qualsiasi, no? Va bene anche questo bar. Sto qua da tre mesi, sto imparando lo spagnolo, estoy apprendiendo castigliano. O ci vuole “el”, davanti a castellano? Non ci faccia caso, alla fine col tipo di clienti che mi ritrovo parlo giusto quelle due parole d’inglese, sempre le stesse.

Se arriva l’ispezione, via il grembiule: è che non ho il Nie, che è come il codice fiscale, ma più difficile da ottenere. Sono il cugino del proprietario. Considerando che il proprietario è olandese, non so proprio quanto mi crederanno.

Ok, torniamo a noi. Cosa ne penso di quello che sta succedendo in queste ore, mi chiedeva.

E che vuole che ne pensi? Sono pazzi. Tutti! Sono come la Lega Nord, ha presente? Certo che ha presente, lei vive in Italia, quindi adesso se li sciroppa lei. E io che pensavo di essermeli lasciati alle spalle!

Dico io, venite a Napoli, prima di lamentarvi! Venite a fare la fame come me laureato a ventiquattro anni con 105, e in sei anni non ho trovato uno straccio di lavoro. Che cavolo! E non posso fare chissà cosa neanche qua, finché non imparo lo spagnolo. Il catalano no, mi scoccio, francamente. C’è chi dice che non lo impara per una questione politica, “per rispetto alla Spagna che ci ospita”. Io no, mi scoccio e basta.

Come? Cosa penso della Catalogna? Che potrebbe anche continuare come ha fatto per tre mesi a darmi una casa e un lavoro, invece di mettersi a fare la stronza come l’Italia!

Prendiamo il mio contatto qui, quella che mi ha aiutato a trovare lavoro: Irene Morelli, la sorella di un mio amico.

Lei ha conosciuto a Roma il fidanzato, un fanatico indipendentista di quelli “visca” di qua e “visca” di là. Lui era in Erasmus e lei alla Sapienza a studiare giornalismo.

Ha lasciato tutto per seguirlo, capisce? Vabbe’, diceva che l’Italia non le dava sbocchi, e avrà anche ragione. Ma adesso lavora come una pazza da matrimoni.com, che la sede sta pure a Sant Cugat, deve prendere il treno. Ha lasciato tutto per mettersi in questo casino, cazzo! Era veramente brava, capito? Già scriveva ogni tanto in giornali buoni: se glieli nomino, che lei è del mestiere…

Scusi un attimo, c’è una cliente.

Ciao, Tati! Il macchiato di sempre, vero? Ah, siete in tre, oggi… È vero, fai l’osservatrice per i diritti umani, per il referendum. Me l’hai detto pure, che capa fresca che tieni. Tranquilla, a te lo faccio corto de café, mica ci beviamo il piscio di questi qua…

Ehi, adesso non ti arrabbiare, che questo signore è della stampa italiana! La guardi bene, signore, questa sì che è un’indepe convinta. Da dove viene, secondo lei, con questo gilet fosforescente e la frangetta a metà fronte?

Da Como, viene! Dal ramo del lago eccetera. Ci crede, lei?

Neanche io. È conciata così perché fa l’osservatrice dei diritti umani, va a difendere il seggio di chi può votare: lei da italiana non potrebbe nemmeno!

Sei una bella ragazza, Tati, e sei ancora in tempo. Salvati da questi pazzi!

Ok, ok, sto zitto.

Fanno tre euro e cinquanta in tutto, i tre caffè.

E pure a lei, signore, sono tre euro il caffè e los bollos… volevo dire, le paste. Le faccio uno sconto ma non è che la stampa consumi gratis, qua.

Con tutte le stronzate che scrivete.

Adesso parlate pure tra voi mentre mi assento un attimo. Mi sono finiti i ceci e i clienti fighetti vogliono l’hummus a colazione. Il magazzino sta pure vicino al seggio, speriamo che non mi succede niente. Appena viene il proprietario a sostituirmi esco un attimo. Ah, eccolo.

Tati

E poi vai un attimo a prendere il caffè per tutti e succede questo. Il giornalista italiano che ti vede il gilet di osservatrice dei diritti umani e vuole il sangue.

Nel senso che ti chiede: hai visto la polizia caricare? E la gente che faceva?

Ma tu ancora non hai visto nulla, e speri di continuare così fino a stasera. Sono due giorni che non dormi per la paura e vorresti credere che stai solo sognando: adesso apri gli occhi e sei a casa tua, in una Catalogna libera, accanto a Virginia.

Pobreta, le sbagliano tutti il nome. Padre andaluso e madre dell’Estremadura, ma è nata qui, è la Virginia, con l’articolo davanti come si fa in Catalogna, e anche dalle tue parti. Se non pronunci dolce la “g”, alla catalana, non si gira. Non che le faccia schifo la pronuncia spagnola, che è quella di sua mamma. È che non ci si riconosce.

Ti ha fatto capire lei cosa significhi volere una nazione nuova senza essere razzisti, capitalisti, o stronzi.

Virginia un po’ ti ha salvato la vita e lo sai: ci hai lavorato tanto tu, un po’ da sola e un po’ al collettivo, ma è stata lei a scrollarti di dosso una volta per tutte l’Italia del “Perché non ci provi, almeno, con gli uomini?”, “Magari non hai ancora incontrato quello giusto”, “Ai bambini servono una mamma e un papà. I ruoli!”.

Quando tutto questo sarà finito chiederai a Virginia di sposarti, lo farete nella chiesa sconsacrata che avete visto in quell’escursione col gruppo di Senderisme, e avrete un bambino. Se i tuoi non vogliono venire, gli manderai la bomboniera. La farai apposta per mandarla a loro, coi colori della bandiera catalana e in più la stella anarchica.

Adesso, però, ti tocca prendere i tre caffè e tornare ai seggi, che la giornata è lunga e ve ne mancano tanti da ispezionare.

Inutile parlare con questo giornalista, che crede di aver già capito tutto, di sapere che quelli a votare lì fuori sono leghisti un po’ più civilizzati che non vogliono pagare più tasse.

Vabbe’, che l’Italia si faccia l’opinione che vuole.

L’Italia è finita, da un pezzo.

Per te ormai esiste solo la Catalogna libera. E prima ancora, la Virginia.

Pepita

Quanta gente. Più di quanti me ne aspettassi. Ci sono perfino gli italianini dell’appartamento vicino, quelli che una volta si sono lamentati con me per la cassolada che facevo ogni sera. Da che pulpito, ma mi fa piacere vederli. Allora non servono solo a fare schiamazzi il sabato sera.

Il caffè è finito ma non so se andare o restare. Dai messaggi ai cellulari dicono che stanno arrivando los nacionales. Mia figlia mi ha chiamato terrorizzata. “Mando Marc a prenderti, anche la bambina chiede di te!”.

Se lei fosse qua, resterebbe dove sto io. Seduta a terra davanti a scuola ad aspettarli.

Io difatti non mi muovo neanche morta.

Per tutte le botte che ha preso Carles mentre cantavamo insieme Asturias, patria querida, sulla Rambla, nel ’62.

Per l’aborto che ho dovuto fare a Londra, con lui senza cojones per seguirmi. Si è sposato una del suo paese, una brava ragazza cattolica della Sección Femenina della Falange.

Per tutto quello che credevate di farmi, e che non mi ha impedito di stare qua, oggi, a dirvi che merde siete.

Ore 11.00

L’incontro

Arrivano quando nessuno li aspetta più, preceduti da tre falsi allarmi. “Vanno verso Laietana”. “No, verso il seggio dell’Institut del Teatre”. “Macché, non sono stati neanche avvistati”.

E invece arrivano.

Arrivano all’improvviso e tutti insieme, prima lenti e poi, davanti ai corpi barricati sulle scale della scuola, sempre più decisi. Gli anfibi neri pestano ginocchia che si ritirano per il dolore, calciano mani che anche tra le grida crocchiano di un rumore sinistro. Finché non calano i manganelli su chi ha ancora il sangue freddo per non spostarsi, o semplicemente non può più muoversi.

È la fine di tutto, è l’inizio.

Se ne accorge perfino Irene, che ci ha messo ore a vincere la paura di uscire, ma prima dell’irruzione della Policía Nacional ha buttato la busta coi resti della sua colazione, e non sapeva se farsi largo o no tra la fila di ombrelli in attesa del voto e chiedere di Pau, sempre che fosse ancora là.

Quando vede l’assalto si precipita verso il seggio mentre chiama al cellulare. Nessuna risposta. Si accascia in un angolo della piazza, non vede più niente e non è per la pioggia, che ormai le inzuppa i capelli e la felpa.

La scorge Marco, incamminato verso il magazzino.

“Irene!”.

La trascina via gridando, prima ancora che lei lo veda.

Si divincola, chiede solo dov’è Pau, dov’è Pau.

“Forse l’ha visto Tati, dev’essere qui in giro, chiama lei” le soffia nell’orecchio quando finalmente la porta al riparo, dietro l’angolo.

Non risponde neanche Tati.

Irene si accascia sul suolo bagnato per la seconda volta in quel giorno.

La sua vita diventa il grigio della pioggia in un angolo di strada che sa di umido e bidoni troppo pieni.

Il primo a individuare il gilet è Marco: lo vede tra la folla disordinata che accorre all’ingresso ormai sfondato. Ma è addosso a una ragazza troppo alta per essere la loro amica.

Tati però è lì accanto, nel cordone che gli assediati hanno formato per impedire almeno l’accesso ai rinforzi.

Non ha resistito, nonostante le regole d’ingaggio da osservatrice. Anche lei vuole mettersi tra i manganelli e il seggio, come gli altri appena accorsi.

E come gli altri sparisce subito, cancellata dai corpi estranei in casco nero, ingoiata dalla massa di bandiere e maglie di tutti i tipi che ondeggiano nel corpo a corpo dell’assedio.

Riemerge con una donna, ferita, che sanguina dalla testa. Per non perdere l’equilibrio punta dritta verso i due italiani che si sbracciano man mano che le due si avvicinano.

Quello che non è chiaro è se la donna ferita, capelli bianchi, esile, cammina sulle sue gambe, o è il braccio robusto della ragazza a sostenerla come un peso morto.

“Nonna!” grida Marco, prima ancora di accorgersi di aver aperto la bocca.

“Che cazzo dici?” Irene piange, cerca di mettere insieme il respiro per muoversi.

Marco non risponde, corre verso la donna.

La sostiene tra le braccia nude nell’aria fredda di pioggia. Sembra sorprendersi un momento, tastarla bene per controllare che non sia sua nonna, che sia stato un miraggio della foschia e della concitazione. Ma l’abbraccia lo stesso, col pudore dei ragazzi ormai adulti verso le loro parenti vecchie. Le porta un braccio sulla sua spalla e fa per muoversi, per controllare se la regge bene, se può camminare. Sì, cammina.

“C’è un’ambulanza sul Paral·lel, portala lì” grida Tati, l’occhio di nuovo alla folla che urla alle sue spalle. Arrivano ancora vicini, la polizia forse non riuscirà a requisire le urne.

“Tati, dov’è Pau?” grida Irene, quando la raggiungono.

“Al seggio dell’Institut del Teatre, l’ho visto lì alle sette, credo mancassero scrutatori” Tati abbassa gli occhi, disgustata suo malgrado dal sollievo egoista dell’amica. Irene se ne accorge, e torna buona.

“Adesso vieni con me a casa” le intima, con aria preoccupata.

Tati la guarda con commiserazione e torna indietro. Non si chiede più niente, neanche dov’è Virginia. Ovunque sia, l’unico modo per difenderla è difendere quelli lì, che stanno facendo lo stesso che fa lei.

Marco si allontana con la signora. Pepita, si chiama, così ha detto nella voce confusa e un po’ infantile dei feriti sopraffatti dal dolore. I ceci lo aspetteranno in magazzino, quando avrà finito di soccorrerla. Tanto sono scaduti.

Irene resta sola, nel suo angolo di pioggia. Tra poco tornerà a prendere il telefono, a provare a raggiungere Pau. Ma non ci riuscirà, le viene da pensare. Non ci riuscirà mai.

Prima d’immergersi nella schermata del WhatsApp, si scopre addosso un’ultima volta gli occhi di Marco e Tati.

Un solo sguardo per tutti e tre.

Poi ritornano ciascuno alle sue cose.

Pepita sussurra a Marco, ridendo nervosa sotto il sangue che le cola sul viso, che è la prima volta che gli italianini si rendono utili nella sua vita.

Ma lo dice in catalano e a bassa voce, Marco non capisce e si limita a spiegarle in un misto di lingue che già intravede l’ambulanza, che è vicina, che manca poco.

Pepita annuisce e ripete: manca poco.

 

 

L’appuntamento era alle 19, col Comitè de defensa del barri. In Plaça del Sortidor, almeno stasera. Io però alle 18.30 sto ancora in tuta, finisco gli ultimi esercizi coi pesi, che prolungo all’infinito manco fossi Schwarzenegger.

I miei amici, ovviamente, sono già preparati in tutti i sensi, pronti a prendere nota di quanto si deciderà all’assemblea per il referendum del primo ottobre: se bisognerà occupare i seggi elettorali, se si dovrà creare un gruppo WhatsApp per aggiornarsi su eventuali incursioni della polizia (nazionale o catalana, poco importa).

Arrivo quindi con un ritardo spaventoso e li vedo da lontano: sono così tanti che mi spavento. Poi scoprirò che al centro della folla c’è un circolo di sedie, un microfono, e ritorna dolce il ricordo degli indignados. Me li rievoca ora anche la signora che prende la parola, per auspicare una repubblica che dia lavoro ai giovani, che non meritano quello che gli sta succedendo e “mica si drogano tutti”. Riceve gli applausi anche dei “drogati” di mia conoscenza, felicemente iscritti ai loro club cannabici. Questa città è straordinaria e non perde occasione per ricordarmelo.

Ma succederà qualcosa, il primo ottobre, coi seggi occupati e i turni per portare da mangiare agli occupanti, i manifestini distribuiti in metro e affissi negli androni dei palazzi, i gruppi WhatsApp divisi in “logistica” e “diffusione”. Non mi ci aggiungo, e quando gira il barattolo non do soldi a una causa che non condivido (quella indipendentista): sono lì per dare solidarietà contro una causa che condivido ancora meno (quella delle armi in risposta alle urne). Metto però il numero di un amico, impegnato in una lunga telefonata.

Quando riattacca spiega: “Mi hanno chiesto di fare l’osservatore per i diritti umani. Significa che non mi toccheranno”. E penso che, tutto sommato, è un compromesso ragionevole tra la tentazione di chiudere i miei cari in casa, come fecero il 2 giugno del ’46 col mio bisnonno socialista repubblicano (solo che io ci avrei chiuso il resto, monarchico, della famiglia), e accettare che tanto usciranno comunque, con gli altri compagni che saranno venuti apposta da Valencia. Difenderanno il diritto al voto degli altri: loro, come stranieri, non ce l’hanno nemmeno.

Qualcosa accadrà, insomma. Meno di quanto tema, magari, come spesso succede.

Ma sapete qual è il peggio, in questo momento e sempre, per tutte le vicende di cui non conosciamo l’esito? Non saperlo.

Ora che non è ancora successo niente mi viene da pensare che preferirei poter dire con certezza che le centinaia di agenti ormeggiati nella nave di Titti usciranno tutti insieme armati fino ai denti, piuttosto che non sapere cosa accadrà.

Come sempre è l’impotenza, a farla da padrona. È accorgersi di quanto piccoli siamo, quanto insignificanti le nostre idee, quanto facili da rompere i nostri corpi se un gruppo di “difensori armati della democrazia” ci si mette proprio d’impegno a dimostrarcelo.

Però è vero che, nonostante non condivida la causa, quelle persone in piazza hanno trovato il miglior modo di affrontare l’impotenza: riderle in faccia e andare avanti con le proprie idee. Con la stessa pazienza e determinazione dei loro bambini, che intanto formavano complicate torri umane  di castellers, anche se l’ente che coordina la disciplina si è appena visto bloccare il conto corrente.

Come ve lo spiego, questo?

Forse l’unico modo di capirlo è credere che sia possibile, e che, magari per cause che mi stiano più a cuore, possiamo arrivarci tutti.

Spero che facciamo lo sforzo.

 

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Da cityvisitguide.com

Confesso il mio disagio.

(Era ora, direte voi).

No, il mio disagio su Barcellona e la sua gente. Mi hanno sorpreso, non avevo capito niente. Anche ora che tornano dissidi e polemiche, mi ha sorpreso la solidarietà che ho visto in queste ore, la capacità di mettere da parte qualsiasi considerazione su problemi pur urgenti e reali (turismo di massa, gentrificazione, spersonalizzazione degli spazi comuni) per fare quadrato.

Non c’è turismofobia che tenga, quando morti e feriti sono pianti come se fossero tutti della stessa città, e in qualche modo lo sono. E da ogni parte si parla di una città libera, aperta, multietnica, cosmopolita.

Adesso è il momento di non rendere tutto questo proprio inutile e pensarci bene, alla Barcellona che vogliamo.

Di ridefinirla anche quando questa tragedia sparirà dai riflettori e avrà preso posto accanto alle altre, a tutte quelle che Barcellona ha sopportato nei secoli dei secoli, uscendone abbattuta, incenerita, ma sempre in piedi anche quando la bombardavano. Perché questa Barcellona l’avevo lasciata il primo agosto (priva del soffitto in bagno e derubata del portafogli, ma vabbe’) con la sensazione che, come altre città che ho vissuto di meno, diventasse sempre di più a compartimenti stagni.

Ovviamente ci sono eccezioni, ma la mia sensazione è: ciascuno per sé. I catalani coi catalani, troppo presi dai progetti politici e dal fatto di perdere casa e lavoro, per considerare l’apporto degli stranieri al di là di un generico orgoglio cosmopolita. Fatto sta che in tanti ai loro occhi sembrano restare “guiris“, eterni turisti perlopiù occidentali.

Non nego che alcuni di questi guiris siano a loro volta rinchiusi in una loro torre d’avorio, capaci di vivere 10 anni a Barcellona con due parole in croce di spagnolo, e nessuna di catalano.

E quelli che sono solo di passaggio, come spesso accade in questi casi, non sempre si rendono conto di ciò che succede a un metro dai baretti di birra economica.

Insomma, mentre volavo verso Parigi intravedevo dall’alto le due, tre Barcellone sovrapposte: una città di mojitos che i turisti sono capaci di percorrere scambiandola per quella degli autoctoni; una città degli autoctoni in cui il negozio della nonna, o il Bar Manolo, viene sempre più spesso sostituito da un’ingombrante e costosa catena di bibite preconfezionate, senza che si trovi una terza via.

E poi c’è la Barcellona di mezzo, quella in cui ci si lamenta della supremazia dello spagnolo, ma si risponde in spagnolo agli stranieri che parlano catalano. Quella in cui vivaddio i rifugiati sono benvenuti, ma guiris go home. E i “paki” sono parte dello scenario, ma guai a togliere guadagni ai vicini “veri” in una festa de barri.

È questa la Barcellona di chi si crede catalana perché si sta scordando la lingua d’origine, e che prima o poi, quanto ci scommettiamo?, si sentirà dire da qualcuno “Torna al teu país”. Ma non perché sono razzisti, anzi, solo perché gli stronzi sono dappertutto.

È questa la Barcellona in cui la sacrosanta lotta per restare a casa propria, senza doverla cedere a chi paga di più, si confonde con la retorica del barri digne, e a qualche Consell de barri la richiesta di più polizia ottiene il pienone dei voti, soppiantando totalmente quella di più asili.

Ecco, queste Barcellone non dialogano abbastanza, secondo me, ed è un peccato che ci voglia una tragedia per ricordarci di quanto dobbiamo essere orgogliosi della città che ci ha dato i natali, o ospitati per qualche giorno, o accolti come se già fossimo un po’ suoi.

Allora perché sparare a zero sui catalani, se quello che ci rode è che loro qua ci sono nati e noi siamo gli stranieri?

Perché considerare gli stranieri occidentali tutti “guiris”? Va bene difendere la propria identità dalle minacce, ma non lasciamo fuori anche le nuove risorse.

E perché insultare la nostra intelligenza e ridurre una città incredibile a una sbronza nel Gotico?

Barcellona è questo e altro, ci mancherebbe.

E se delude chi ci vede solo la capitale della Catalogna, o solo la città cosmopolita, o solo un posto in cui ubriacarsi, è perché non può dare quello che non ha: un’identità piatta, stagnante.

Però può dare tutto il resto.

Prendiamocelo.

quai-de-seine Sulle coincidenze dovrei scrivere due post a parte.

Uno sulle due cifre segrete che continuava a chiedermi al telefono uno sgarbatissimo operatore della mia banca, fresca di fusione con un altro gruppo bancario e, dunque, di nuovi codici. Ebbene, i due numeri che mi richiedeva lo zotico erano gli unici che avessero in comune i due codici papabili. Fiuuu.

Ma ci vorrebbero due romanzi per descrivere il momento in cui, in procinto di attraversare la strada all’altezza del canale sotto casa, ho sentito gridare il mio nome. E con accento italianissimo.

Amico di Barcellona, residente a Parigi per anni. Lo credevo nella sua Sardegna, non sapevo fosse tornato in Francia. Lui, a sua volta, ignorava la mia presenza nel suo quartiere… Ed eccolo lì, che sfrecciava per caso in bici tornando dal lavoro proprio mentre passavo io.

Un minuto dopo, mi sono ritrovata seduta a cassetta tipo anni ’50, aggrappata al sellino in un impeto di terrore (“Giuro che non ti sto molestando apposta, Gavino!”, “Dicono tutti così!”), fino a uno di quei bar carinissimi (e cari) che, capirete, specie senza carta di credito non tanto sto frequentando.

Per fortuna ha offerto lui e abbiamo chiacchierato tanto, di come si stia a Parigi, dei prezzi delle case, della gentrificazione… Mi ha colpito una cosa, in particolare.

Lui afferma allo stesso tempo di adorare Parigi e di non sapere se abbia fatto la scelta giusta, lasciando Barcellona e i suoi ritmi più rilassati.

“È che qui a Parigi costa tutto caro, ma se sai fare qualcosa, e la sai fare bene, alla fine trovi lavoro, casa, e vieni pagato come si deve. A Barcellona, invece…”.

Vecchia storia, antico dibattito. Lo leggo ogni giorno sulla pagina che modero. “Ciao, sono Immacolata, vivo a Londra con una famiglia meravigliosa, guadagniamo un sacco e abbiamo tutti i comfort, ma piove sempre! E se ci trasferissimo a Barcellona?”. Risposta frequente: “Qua c’è il sole, ma non guadagni un cazzo e gli affitti sono schizzati alle stelle. Resta dove sei”.

Perché non sono pochi, tra i girovaghi vissuti in più paesi, a dire che Barcellona diventa un parcheggio eterno, in cui approdi a 20 anni e ti ritrovi a 40 a fare la stessa vita precaria, coi soliti due soldi in tasca per permetterti giusto la stanzetta e la sbronza il sabato. Ovviamente non succede a tutti così, ma non è una situazione infrequente.

È un argomento sensibile di cui ho discusso anche col mio ragazzo.

E perché dovresti adeguarti, chiede lui, a quello che qualcun altro ha categorizzato come “maturità”? Casa di proprietà, famiglia e stipendio fisso sono l’unico obiettivo possibile?

Non necessariamente, rispondo io, però ho la sensazione che in tanti vorrebbero anche fare qualcosa di diverso che la stessa vita da 20 anni. Ma non hanno il coraggio di uscire dal loop in cui sono finiti.

Senza più un posto in Italia, né abbastanza energie per andare altrove o per inventarsi una Barcellona diversa. Le coppie di amici miei stranieri, quando si sono sposate, hanno lasciato la città. Per tornarsene al paese di uno dei due. O tentare la fortuna più a nord. È come se Barcellona, per loro, non potesse essere altro che la città che hanno conosciuto ubriachi. Quella fatta di cartapesta e mojitos.

Parigi, invece, è una città per davvero? Ci scherzavo tra me ieri, dopo aver ascoltato l’unica coppia di artisti di strada che abbia trovato in una settimana, belli che piazzati sul gazebo ai giardinetti di fronte al canale. Così rari che si è formato un capannello (di parigini) per applaudire.

Ma credo che di base, per capire quale città sia “per davvero”, per noi, dovremmo rispondere a una e una sola domanda, che ultimamente risulta chic liquidare con un “non so”.

“Cosa voglio, per davvero, io?”.

Se la città in cui mi trovo mi aiuta a ottenerlo, è la mia città. Altrimenti è un parcheggio dorato. A volte voglio cose diverse, ok. Ma quale prevale e dove la troverei più facilmente?

Non tutti emigrano, ad esempio, per migliorare la situazione economica, e chi lo fa dovrebbe pensarci due volte, prima di sbarcare a Barcellona. Non tutti emigrano per sottrarsi alla tombola paesana del mettere la testa a posto, e allora ci sono città che aiutano meglio a farlo “a modo nostro”.

Io mi rendo conto che in ogni città, più che altro, mi serve una stanza per davvero, che mi dia riparo e tempo per lavorare, riflettere, fare quello che voglio.

Se trovo quella, ciò che mi aspetta fuori andrà bene lo stesso. Più o meno.

(Continua)

Risultati immagini per woman wallet Un turista americano vuole aiutarmi con la valigia. L’Aerobus è appena partito da Plaça Espanya, prima tappa del viaggio che mi porterà a Parigi. Gli rispondo:

“No, thanks, they’ve just stolen my wallet”.

Mi hanno appena fregato il portafogli, con dentro i documenti per partire, e sono impassibile.

Cioè, non proprio.

È che annaspando nella borsa per riporvi il resto del biglietto appena comprato, ho capito subito che il portafogli fosse andato. Troppo voluminoso per non spiccare immediatamente tra le mie cianfrusaglie da partenza. Puntellando con il piede la valigiona che ero lì lì per stipare con le altre, do un’occhiata da lontano sul banchetto accanto all’autista.

Poi mi chiedo un istante se non sia stato il poveraccio seduto di fronte a me.

Infine capisco.

E mi verrebbe da ridere, se non fossi troppo occupata a urlare:

“Per favore, si fermi!”.

Le due spintarelle sul predellino, mentre ero in fila per il biglietto. Mi ero girata alla seconda, la zip della borsa lasciata aperta nel breve istante tra il prelievo dei 5,90 (pure le monete, avevo cercato) e un colpetto di assestamento alla valigia grande. Signora anziana, corpulenta, vestito azzurro maculato, sembrava avere difficoltà nel salire. Da brava bambina educata mi ero fatta da parte.

“Prego, dopo di lei”.

Aveva ricambiato il mio sorriso, vagamente lusingata. Come se nessuno le avesse mai dato la precedenza in vita sua.

Poi mi aveva invitato in uno spagnolo stentato a entrare per prima.

Senza seguirmi, inutile aggiungere ora.

Il mio portafogli in effetti era proprio un bel reperto da rubare: l’avevo rivestito col primo, patetico tentativo di fodera a costine fatta a uncinetto. Avevo pure sbagliato le misure, aggiunto all’ultimo momento un’appendice con le costine che andavano in un altro verso. Chissà se la ladra non stia già ridendo di me.

Anche perché non ha molto altro da fare. Il suo bottino è stato di soli 40 euro.

Va detto che l’autista ferma subito, con un compassionevole “Joooder”. Ma ancora una volta le sorti della mattinata cambiano sul predellino.

“Vacci, all’aeroporto” bisbiglia in tempo il passeggero in prima fila. “Sporgi denuncia al commissariato lì, ti danno un documento da mostrare al check-in e passi lo stesso”.

“Ma se non funziona non ho i soldi per tornare!”.

“Ma se ti ho dato 15 euro di resto!” ricorda l’autista, che magari mi aveva anche maledetto per l’esborso. E piano piano la memoria torna anche a me. La bustina col grosso dei soldi, ben nascosta nel bagaglio a mano, è intatta. Più che prudenza, era stata paura della commissione carissima che mi avrebbe inflitto la mia banca, per prelevare a Parigi.

In piedi con la valigia accanto al volante, ragiono meccanicamente. Bloccare la carta, subito. L’operatrice giusta la trovo al terzo tentativo, dopo due numeri sbagliati. Il servizio clienti di BBVA sembra avere problemi seri, ragazzi. Questa infatti, gridando al di sopra del rombo del motore, mi chiede: “Blocco anche il conto?”. Sono perplessa.

“Così nessuno va in banca a prelevare col suo documento spagnolo”, spiega.

Ah, già, nel portafogli c’era anche il Nie. Accetto riluttante proprio mentre la navetta ferma davanti all’aeroporto. Mi sono appena condannata a un mese a Parigi con un budget di 15 euro al giorno (l’ammontare dei soldi in borsa).

“A ver si hay suerte” mi saluta l’autista.

Non penso più, corro. Trovo il Commissariato. Spiego. A due poliziotte diverse, in spagnolo e in catalano. Nell’eternità che dura la trascrizione del mio verbale (ma perché ci vuole tanto?) mi organizzo: messaggio mio fratello al lavoro perché mi anticipi il versamento per la stanza, dopo la consegna delle chiavi; messaggio il mio ragazzo, in partenza anche lui, anticipandogli che al ritorno dovrà spedirmi delle cose con un corriere; messaggio l’amico avvocato che mi dovrebbe seguire la contesa con la vicina di sopra, il cui pavimento sta cadendo nel mio bagno; rassicuro l’inquilino, che ignaro di tutto vuole solo sapere quando tornerà a farsi la doccia, e lo avverto che potrebbe ricevere “entro quattro giorni lavorativi” una carta di credito per me. È subito solidale, nonostante la settimana senza docciarsi.

Ho di nuovo il tempo di pensare, e va bene. Perché sto bene. Mi hanno rassicurata subito, le poliziotte: col documento che ti facciamo riesci a partire. I soldi ce li ho e basteranno. I documenti si rifanno. Che mi manca?

Che mi mancava, più che altro.

Un motivo reale per partire. Ero assorbita da questo crollo in bagno, dall’irresponsabilità della vicina di sopra, dalle condizioni in cui devono vivere i suoi inquilini immigrati.

Adesso, invece, riuscire a partire è l’unica cosa che conta. Questo, strano a dirsi, è un passo avanti: ricordare quali sono le mie priorità.

Con quelle in mente mi metto in coda al check-in e ai controlli, sostenendo gli sguardi arrabbiati di chi scambia la mia confusione per un tentativo di saltare la fila. La gente si crede incredibilmente furba, nel sospettare che gli altri la vogliano fregare.

Io no, forse è stato questo a causarmi quest’inconveniente stupido.

Ma mi dispiace, la lezione è “Stai più attenta”, non “Smetti di fidarti”.

Perché nel casino che mi aspettava all’arrivo (pesca i soldi dalla bustina per l’RER, prendi la metro con le valigie, chiedi in francese la chiave nel bar dove te l’hanno lasciata, fatti i restanti 20 minuti a piedi…), in questo percorso a ostacoli che prima del fattaccio mi terrorizzava, mi aiutano in tanti.

“Voulez-vous que je vous aide, mademoiselle?”.

Uno mi porta la valigia per due rampe di scale. Un altro me la fa salire sulla metro, senza offendersi per la mia mano ferma sul manico accanto alla sua. Anche prima del furto, una ragazza con lo zaino mi aveva fatto affrontare senza colpo della strega le scale in salita della metro Espanya.

Senza un motivo, senza chiedermi soldi o il mio numero, senza guadagnarci nient’altro che gracias, thanks, merci.

La gente a volte non è affidabile, a volte sì.

E la mia vacanza è appena iniziata.

(Continua)