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Mongolfiera_e_mongolfiera_al_contrarioMi ha colpito lo scherzo di un’amica che non sentivo da un po’ e che quindi si era persa qualche capitolo della mia vita. Mi ha detto, bontà sua, che le piace il blog, specie la serenità che trasmetto negli ultimi post, e poi mi ha chiesto ridendo:

– Ma di’ la verità, ti sei innamorata? Perché se è così non vale!

Nel senso che innamorarsi è un po’ la scorciatoia per cambiare la propria vita in meglio.

La domanda era in sintonia con l’idea, molto radicata, che la felicità te la dà qualcun altro, la “dolce metà”, maledetto Platone. Ho risposto:

– Veramente è stato il contrario. Prima ho cambiato la mia vita e solo allora mi sono innamorata.

Questo cercavo di dire ad altre amiche che giustamente si chiedevano: “Ho capito sta storia di bastarmi da sola, ma io voglio qualcuno a condividere la vita con me, è così sbagliato?”. Per niente, anzi! Solo che, almeno nella mia esperienza, ci puoi arrivare proprio quando avrai imparato a “bastarti da sola”.

E non capivo l’implicazione piena di quest’espressione. Bastarsi da soli è anche non aver bisogno di qualcuno che ci dica quanto siamo belli e speciali e unici, aspirare a sentircelo dire proprio da quella persona, affannarci perché succeda, e chiamarlo amore. Volerselo sentir dire è una cosa, averne bisogno è un’altra. So che si possa chiamare amore anche quello del primo caso, giacché ho amato gente che non voleva saperne di dirmi ste cose ed era prontissima a farlo con altre. E so anche quanto possa essere infelice, come amore.

Tempo fa ho avuto la fortuna un po’ bizzarra di confrontare i due “modelli”, diciamo, di amore. Per un po’ ho ricevuto sia i messaggi del ragazzo con cui stavo da poco, sia quelli di un “ex” particolarmente sofferto: nel secondo caso erano messaggi di servizio, legati alle attività comuni che svolgevamo o a esigenze completamente sue. Nel riceverli la mia reazione istintiva, legata all’abitudine, era sollievo, più che gioia, e la sensazione che mi sarei sentita meglio tutta la giornata, prima di ricordarmi che tutto questo casino non mi servisse più.

Il messaggio del mio ragazzo sapevo cosa mi volesse dire prima ancora di aprirlo: cose che mi avrebbero fatto sorridere. Ecco, qualcuno risponde facilmente “che palle” e argomenta che senza un po’ di pepe una relazione non si mantiene in piedi. Ma una relazione che ha bisogno di questo tipo di pepe, per mantenersi in piedi, d’incertezze, di gelosie reciproche, di punzecchiamenti mirati, quanto è solida? Quanto è divertente, anche, se ci si deve tormentare a vicenda per dimostrarsi di valere qualcosa attraverso l’importanza che ci dà l’altro?

So che per qualcuno tutto questo è un gioco, e allora buon divertimento: ma… si divertono davvero?

È vero, è difficile abituarsi a chiamare amore qualcosa che non sia un sussulto continuo, a rassegnarsi all’idea che quello che ci tocca ora sono gioie e attenzioni, prima dei problemi che qualsiasi relazione può portare con sé e si spera risolveremo insieme.

Per chi è abituato a non darsi gran valore e a inseguire persone che su questo punto siano perfettamente d’accordo, l’amore è stato sofferenza per così tanto tempo che ora ci si domanda perfino se riusciremo a cambiare idea.

Tranquilli, una parte di noi sta festeggiando. Non vedeva l’ora di avere il giusto spazio nella nostra vita, per mostrarci tutto quello che sappiamo fare quando non ci preoccupiamo di confermare a noi stessi, attraverso qualcun altro, di valere qualcosa.

Perché davvero, quando rompiamo questo circolo autoreferenziale del vederci attraverso gli altri, quando impariamo a vederci coi nostri occhi, allora sarà più facile trovare qualcuno che ci guardi con occhi giusti. Non vi dico poi quando smetteremo di passare il tempo a guardarci come due stoccafissi e scopriremo quante altre belle cose possiamo vedere insieme, per tutto il pezzo di strada che ci toccherà percorrere.

Che sia lungo o corto, con queste premesse ne varrà sempre la pena.

katniss_everdeen__by_xxhannahsalvatorexx-d4q9msuAdoro la parola inglese outgrow, che sostanzialmente significa “non stare più in qualcosa” (generalmente, nei panni dell’infanzia, perché si è cresciuti).

Il senso che mi piace di più è quello metaforico: ci facciamo troppo grandi per portare la terribile salopette regalo di zia Palmira? Be’, possiamo anche diventare troppo maturi per la situazione in cui ci troviamo.

La prima volta che ho riflettuto sul significato del verbo è stato in riferimento alla saga di letteratura giovanile (che sì, mi piace molto, ok?) The Hunger Games.

Come alcuni di voi sapranno, parla di una ragazza, Katniss, che cresce in una sorta di mondo postatomico, con una regione centrale e (pre)potente, The Capitol, per la quale devono lavorare, ridotti in miseria, il resto degli esseri umani. La saga accompagna la protagonista nella lotta “pubblica” per riscattare la sua gente. E in quella privata di adolescente divisa, secondo un luogo comune caro a certa letteratura al femminile, tra due ragazzi completamente diversi tra loro: l’affascinante “maschio alfa” Gale, cacciatore eroico e prestante, e il sensibile Peeta, romantico e pieno di risorse (ad esempio, beato lui, fa torte incredibili).

Non vi dico chi la protagonista scelga alla fine, ma ho trovato interessante uno dei tremila commenti sul web a proposito dei due “pretendenti”: secondo una lettrice, se non ci fosse stata tutta la rivoluzione alla base della storia, Katniss avrebbe, appunto, “outgrown” Gale. L’avrebbe “smesso” come si smette appunto la t-shirt delle medie quando ci cresce il seno (un brivido che personalmente non ho mai sperimentato).

In effetti, l’idea di diventare troppo grandi, mature/i o coscienti per una storia è affascinante.

Certe situazioni vanno accantonate in scatoloni da riciclare negli appositi contenitori, perché intanto saremo cresciute, saremo diventate persone infinitamente più “grandi” di quelle che hanno cominciato quella relazione, che si sono infilate in quella scomoda situazione familiare, che credono di uscire da ogni problema facendo i capricci.

Il fatto che un tempo questa vecchia vita ci calzasse bene non vuol dire che sarà sempre così. Se ormai ci va stretta, mettiamola da parte e ammettiamo che respiriamo meglio senza averla addosso. Che ci serve una taglia in più.

Che crescere di una taglia, checché ne dicano i guru della prova costume, non sempre è una brutta cosa.

casatiello-con-uova-e-formaggi-crop-4-3-489-370L’Inferno, se esiste, me l’immagino così: la figura celestiale di mia madre che varca la soglia della mia casa all’estero, con una sporta piena di crocchè, fiori di zucca ripieni, casatiello, piccola pasticceria… E io con raffreddore forte, lacrime agli occhi, al primo giorno di ciclo.

No, non è neanche un film horror, è esattamente cos’è successo sabato scorso a casa mia.

– Vuoi un’altra fetta di tortano, Maria?

Pensare che per me sapesse esattamente quanto un passato di verdure, mi faceva desistere.

Chi ha sperimentato ciclo e raffreddore, poi, sa quanto le visioni mistiche, in quei momenti, si alternino alla voglia di fare testamento.

Così, in un momento di particolare sconforto, mentre i miei al bar si sbafavano abbondanti piatti di tapas il cui sapore potevo solo indovinare, ho deciso che il senso del gusto non mi sarebbe tornato mai più.

Paranoia inutile, ovviamente. Col passare dei giorni, appena le patatas bravas mi si sono fatte sempre più presenti e squisite contro il palato, facendomi già pregustare le noci del casatiello veg ancora ottimo, mi sono ritrovata a pensare alle seconde opportunità: a quando imploravo, la sorte, o chi per lei, di donarmi un nuovo inizio in tutt’altro ambito. Gli ambiti erano diversi, per la verità, visto che affrontavo sta crisi globbale totale sul fronte abitativo, sentimentale, lavorativo… Allora mi chiedevo cosa avessi fatto di male, mi accorgevo che l’elenco era lungo, convenivo però che non tutto fosse dipeso da me, e speravo con tutte le mie forze di poter avere una seconda possibilità.

E quella sì che non sapevo se arrivasse, che il corpo da una febbre si riprende presto, ma se siamo stati proprio bravi bravi a rovinarci la vita, non siamo mai del tutto sicuri che le cose si aggiusteranno in tempi non geologici.

È per questo che, sfuggita a questa terribile faida del mio corpo ingannato da una primavera ancora fresca, ho giurato tipo Rossella O’Hara che, Dio mi è testimone, non soffrirò mai più la fame di casatiello.

Non metterò mai più il parmigiano nelle pellecchie (vabbe’, solo ogni tanto, rispettate le mie perversioni alimentari, ok?).

Non mi farò più convincere a mangiare la pizza da quei degenerati cileni che hanno la salsa di peperoncini verdi su ogni tavolo.

Perché ho avuto la mia seconda possibilità, come prima ho avuto quella di ricominciare tutto il resto, e farlo bene.

E quando si ha una seconda possibilità, il segreto per non sprecarla, se l’etica non funziona (vedi parmigiano sulle pellecchie), è non dimenticare come si stava prima.

Io la sensazione al risveglio di esser stata spianata da un bulldozer (che accomuna stranamente le delusioni d’amore al secondo giorno di ciclo) non la dimenticherò mai.

È passato ormai abbastanza tempo perché non ci si accusi di fare come la volpe e l’uva, quindi diciamocelo: la nostra svolta è stata proprio buona, niente a che vedere col triste passato che l’ha preceduta.

Sì, abbiamo fatto bene a partire, o a lasciare il lavoro incerto e squalificante per questo ancora più incerto, ma più gratificante. Abbiamo fatto bene ad accantonare quella frequentazione impossibile per dare una possibilità a chi ci voleva bene fin dall’inizio, anche se non ci aveva colpito subito.

Ma ci sentiamo come convalescenti, o come gente che porti ancora gli effetti di una lunga malattia. Rimane una cicatrice che ogni tanto, quando tira aria di ricordi, sembra fare ancora male. Ma cos’è che ci ferisce ancora, esattamente?

Forse, piuttosto che il vecchio lavoro, la vecchia casa o la relazione ormai passata, la cosa più difficile da lasciarci indietro siamo noi stessi, com’eravamo allora. Il nostro orgoglio ferito è l’ultima parte di noi a risanare. Ancora non digeriamo che non ci sia riuscita una cosa su cui abbiamo investito tempo ed energie, su cui, soprattutto, avevamo delle precise aspettative. Anche nelle ultime, disastrose fasi, in cui aspettavamo una mano provvidenziale che trasformasse il nostro obra de servicio in un contratto vero (qua a Barcellona ho visto gente licenziata all’americana anche con un contratto a tempo determinato) o ci avrebbe fatto riservare lo stesso trattamento innamorato che l’altro dedica solo a chi non se lo fila.

Insomma, la mia teoria è che non ci manca tanto quella situazione disastrosa: ci manca la speranza, ormai disillusa, che le cose si aggiustino come vogliamo noi.

A proposito della gente che si lascia truffare facilmente, qualche autore dice che le persone hanno talmente bisogno di credere in qualcosa che alcuni, in virtù di questo bisogno, sono disposti anche a farsi truffare.

E allora facciamo questo gioco: se fossimo un perfetto estraneo, come vedremmo, dall’esterno, la situazione che abbiamo lasciato? Ci mancherebbe quel manager odioso o quel tipo strambotico che manco ci annovera tra le sue ex?

Magari mi sbaglio, ma la risposta è no. Perché? Perché la persona che ci osserva dall’esterno in questo momento non è affetta dall’orgoglio. Che può essere utile quando ci spinge a ribellarci ai soprusi, ma diventa un fardello quando ci impone la sua versione dei fatti e la sua soluzione, e chiama fallimento tutto quanto se ne discosti.

Non cadiamo nella sua trappola. Ascoltiamolo come un vecchio amico brontolone che già sappiamo come la pensi, e godiamoci la nostra nuova condizione.

Soprattutto, dedichiamo le nostre energie a migliorare quella, invece che a rimpiangere situazioni che non avevano margini di miglioramento.

Magari perché, fuori dalla nostra testa, non esistevano.

Leonid Afremov, afremov.com

Leonid Afremov, afremov.com

Scena decadente: un piatto con avanzi di nachos, briciole di hamburger veg dappertutto e lui che si mette a fare considerazioni politiche, come sempre.

Ha scoperto che una sua ex si è candidata alle elezioni comunali con una lista che va contro tutto ciò che LUI rappresenta. Si chiede a cosa siano serviti gli anni insieme, le spiegazioni che lei digiuna di politica gli chiedeva, i libri che le ha prestato, se poi doveva fare questa fine.

– Tanto – ammette sconsolato – io non sono mai stato niente.

– Neanche io – sorrido, a caccia dell’ultima patatina in fondo al cartoccio. – Se stai a sentire chi mi ha scritto oggi, la sua vita è tutto un rincorrersi di storie tristissime che lo vedono sempre vittima e durano poche settimane. Pazienza se con lui, tra tira e molla, sono durata un anno. Stono nel quadro pietoso. Dunque, non esisto.

Ci guardiamo. Abbiamo progetti in comune. Non dividiamo solo avanzi di una cena troppo costosa sulla Rambla del Raval, ma anche un presente che ci siamo guadagnati a botta di esperienze, in genere non eccelse.

Gli sorrido:

– Ma non ti accorgi di una cosa che ci accomuna, nelle storie passate? Non siamo stati niente finché siamo restati nell’ambiguità. Finché ci siamo accontentati di situazioni poco chiare, con gente non disposta a lasciarci andare, ma neanche pronta a lasciarci entrare del tutto. Da quando ci siamo incontrati siamo stati sempre onesti, l’uno con l’altra. Abbiamo lasciato a casa i piedi di piombo. In fondo, all’inizio, è stato come giocare alla roulette. E pare che stiamo vincendo, no?

Usciamo, le ombre un po’ comiche, unite sul bacino, una lunga lunga e la mia incerta.

Fuori c’è la cameriera che ero sicura di conoscere.

– Due anni fa – mi conferma, fumando. – Sì, ero la fidanzata di… – sorride imbarazzata, la ricordo minuta e carina con uno stronzo matricolato, mi scopro contenta che sia finita. – Be’, è passato tanto tempo.

Lungo la strada per la metro ci raggiungono messaggi lamentosi, messaggi felici. Vecchi amici si lamentano degli acciacchi, nuovi si rallegrano per dei risultati elettorali, qualcuno ne approfitta per comunicare il suo dolore esistenziale che gli rende impossibile gioire come dovrebbe.

Lo ignoro. Per quanto certa gente vorrebbe il contrario, nessuno può vivere per interposta persona.

Stanotte ho sognato che vincevamo delle elezioni, ma dovevamo morire tutti.

Credo sia un sogno di rinascita.

rabbit-v-duck-godsCerte discussioni perdono ogni rilevanza quando non ci concentriamo sull’argomento in sé, ma sull’attacco all’interlocutore. Allora tutte, direte voi, tutte le discussioni sono così.

Non è detto. Se riusciamo a tener presente l’obiettivo (qualsiasi, da “mare o montagna” a “e allora le foibe???”) non è impossibile che la discussione sia reale, e proficua. Se invece l’argomento è un pretesto per sfogare i nostri problemi personali, magari quelli che abbiamo con la persona con cui litighiamo, è la fine. Avremo perso il nostro tempo, il nostro fiato e la stima per l’altro.

Ok, è difficile, in un litigio, non farne una questione personale. Ci sentiamo chiamati in causa nella nostra identità, l’attenzione si sposta facilmente dall’argomento della disputa a noi, a come ragioniamo, a come siamo, a come decidiamo di passare il tempo.

Ecco, è questo, che mi dà più fastidio, dell’intera questione: le ore che perdiamo in questa roba.

Ci sono svariate pagine su internet d’italiani all’estero che sembrano fatte apposta per quello. Perché siamo tanti, di origini e storie diverse e di idee politiche spesso diametralmente opposte, con decine di provocatori che trollano, esasperati dalla loro vita di lavori precari e alienazione linguistica. Allora passiamo le ore a commentare anche le cose più sceme, tipo dove trovare la pasta a buon mercato. Non vi dico i rigurgiti neofascisti e quelli altrettanto controproducenti (ma per me ben più motivati) di chi li contrasta con la violenza verbale. Muso contro muso, ti spacco contro ti sprango, “10 100 1000 Piazzale Loreto” vs “partigiani conigli”. Senza parlare di quelli che si sentono furbi perché “non fanno più ste discussioni in bianco e nero” e cercano mille sinonimi originali per il solito SVEGLIAAA!11!!!!

Difficilmente si raggiungerà un accordo, o almeno un dialogo sereno, finché gli interlocutori sentiranno minacciata non tanto la loro visione politica, ma una giovinezza passata alle Feste dell’Unità, o (brrr) in gita a Predappio una volta all’anno. O avranno avuto una deludente giovinezza di attivismo e ora che “tengono famiglia” fanno i padri saggi e delusi che “ci vanno coi piedi di piombo“.

Allora niente, calcolo il tempo. L’ultima volta che mi sono lasciata trascinare in una discussione, ho perso 30 minuti.

Sono uscita e ho scoperto che equivalevano a un intero giro del quartiere. Magari al tramonto, tra marciapiedi invasi non da turisti, ma da dominicani caciaroni, i cui figli giocavano in catalano coi figli dei pakistani. Una tizia dalla panettiera gridava contro la presunta riconversione di certe arene in moschee: allora voglio una cattedrale in Marocco, sbraitava, non solo ci hanno “levato i tori”, ci vendono anche ai moros. Perché anche i fasci di qua hanno un’infanzia da difendere, un pomeriggio in cui, come la Colometa di Piazza del Diamante, si erano mangiati “polipetti e vermut” fuori a un’arena, magari con un amatissimo padre franchista.

Ma la complicità che la nostalgica cercava non sarebbe arrivata mai.

Io ho ordinato la mia chapata, la cosa più vicina al pane cafone, e sono tornata a casa ripromettendomi di star lontana dalle baruffe da computer.

Che mezz’ora tra bambini che giocano insieme in una lingua diversa da quella che parlano a casa riconcilia con la vita, fa sperare che si impari a discutere di cose importanti, non di noi che le pensiamo.

Logo_Voyager_2009No, perché se no pensate che viva sulla montagna del sapone e sia appena scesa a fare due passi nel mondo reale. Che intendiamoci, non mi sembra neanche quel capolavoro di cinismo che usano i disincantati come alibi, perché si sa che la nostra è una generazione difficile e che nessuno vuole impegni seri e che insomma io ce la metto tutta ma sono-sempre-gli-altri.

Al che devo credere che, come i casi umani capitano per sfiga, l’ammore bello come un fiore bello che canta Claudione Baglioni (no, vabbe’) capita per botta di culo. Pazienza che in mezzo ci sia tanta roba, sbagli, ripensamenti e tutte quelle cose che ciascuno può sostituire col suo personale modo per “ritrovare la strada”. Dev’essere solo un caso.

Oook, crediamoci. Intanto, questa fantomatica la persona giusta: è quella che durerà per sempre? Quella che ami alla follia, che non ti “tradirà” mai, cioè starà sempre sempre solo con te? Che “avrà i suoi periodi di crisi, ci mancherebbe, ma li supererete tutti”?

Sentite, io il sospetto ce l’ho, che questo “profilo” più che una cosa naturale sia un’astrazione che ci ha fatto comodo per qualche tempo e che ora, in soldoni, non ci vada bene più perché comporta tempo e fatica e nessuno ha tanta voglia.

In ogni caso, per persona giusta non intendo il principe azzurro delle favole, ma uno che ne valga la pena.

No, perché onestamente io il “meglio aver amato e perduto che non amato affatto” non me lo bevo. Io me ne sono pentita eccome, in molti casi. Guarda caso, quelli in cui o sono stata lasciata io (che ammontano a uno) o sono stata sostituita con un’amica mia (ho perso il conto).

Per me la persona giusta, in soldoni, è banalmente una che quando le cose andranno male, se dovesse succedere, quando incontreremo qualcun altro in questo mercato della carne che è diventata la vita umana, quando la precarietà lavorativa ci porterà altrove, o la vita ci farà “evolvere in maniera diversa” come dicono i guru spirituali, mi sembrerà comunque un bel regalo, di quelli che non riciclerei mai.

Che le circostanze che ci hanno separati erano difficili da calcolare, prevenire, o curare, ma ce l’abbiamo messa tutta e non solo per portare a casa il risultato, per fare il compitino, per svolgere la nostra funzione di coppia-che-resiste-invidiata-da-tutti, ma perché così volevamo e così ci è girata.

Che ne usciamo o meno, l’importante è non trascinare un cadavere. Provarci finché quello che ci spinge e non si può spiegare né contenere (non perché sciabordi, ma perché persiste) ci porti ancora a provare.

Allora sì, ne sarà valsa la pena e quella sarà stata la persona giusta, a prescindere da quanto possa durare.

Se poi si riesce a sfangarla e scrivere questo benedetto “sempre”, e non a prezzo di una vita da incubo ma a coronamento di un’esistenza spesa bene, tanto meglio.

Cavolo, la prossima volta metto direttamente il logo di Incontri ravvicinati del terzo tipo.

empty roomVuoto. Sì, è questo che sentiamo, magari. Quando abbiamo perso, o stiamo perdendo, il motivo del nostro tormento.

Quando ci rassegniamo all’ineluttabilità di un cambiamento, e di un cambiamento in meglio. I primi tempi, mentre ci concediamo che questo succeda, non sono piacevoli, non del tutto. C’è questa sensazione nuova che serpeggia, è vero. Ma è come se il senso di vuoto che ci accompagnava prima, vuoto da mancanza di qualcosa (un amore, un lavoro, una condizione esistenziale che avevamo sognato allontanandoci dalla realtà che sola ce la può dare) venisse sostituito da un altro vuoto.

E vuoto per vuoto, ci teniamo quello che conosciamo meglio, no?

No. Perché, se facciamo attenzione, questo che sentiamo ora non è un semplice vuoto.

È, finalmente, lo spazio per le cose. Uno spazio che ci siamo creati col tempo e col lavoro e che ci permette ora d’immagazzinare nuove esperienze, di raccogliere finalmente sentimenti che ci facciano bene.

Quel vuoto di prima non lo era davvero perché ci riempiva, a suo modo: ci invadeva tutto, ci prosciugava energie, ci chiedeva tutto il nostro essere per continuare a esistere. Un vuoto così si coltiva giorno per giorno, delusione per delusione, ricordo amaro per ricordo amaro.

Ora no, ora c’è questo spazio tranquillo che aspetta solo di essere arredato di ciò che abbiamo imparato, finalmente, a cercare, a volere, ad amare: ciò che siamo e le persone con cui vogliamo condividerlo.

Persone che ci amino per quello che siamo, e non per quello che potremmo essere “col loro aiuto”, o per “quello che saremmo se solo fossimo come vogliono loro”.

In questo nostro spazio privato che in realtà è più pubblico di tutti perché lo sappiamo condividere, condividiamo e trasmettiamo gioia, serenità, come prima comunicavamo agli altri le nostre angosce, possiamo sperimentare.

Vedere se i nuovi quadri della situazione si abbinano bene alla tappezzeria delle vecchie idee, e se la risposta è no cambiare qualcosa, continuare a giocare, ad arredarci, finché non troviamo davvero la nostra dimensione, la nostra bellezza.

Finché, per una volta, non ci sentiamo proprio a casa.

quarkInnanzitutto, un po’ di lessico:

Pesaturo: termine popolare per cataplasemus sammentis lini. Persona ambosessi “pesante”, ovvero lamentosa, egocentrica, tendente ad anteporre i propri problemi a qualsiasi cosa, dalla rotazione dei pianeti alla relazione con noi.

Persona giusta: essere mitologico, metà chimera e metà principe azzurro/principessa delle favole (per qualcuno, pornostar da antologia), che fin dai racconti della nonna, che magari teneva il nonno a bacchetta, si narra dobbiamo incontrare a un certo punto della nostra vita, rigorosamente senza cercarla perché “ci capiterà”, come le indigestioni da peperonata e lo sciopero dei controllori di volo.

Queste due figure, ahimè, tendono spesso a essere confuse tra loro, magari per qualche atroce equivoco che ci accompagna dall’infanzia su cosa sia bello e auspicabile in amore (leggi “amore romantico”, da non stigmatizzare a tutti i costi, ma da tenere sotto stretta osservazione in quanto più dannoso, in certi casi, di un cappuccino dopo la peperonata di cui sopra).

Vediamo dunque quali sono, nella mia esperienza trentennale in pesaturi (mi professo invece neofita sulla seconda categoria), le principali differenze tra le due figure.

… ops, mi sa che si possono riassumere in una sola:

Il pesaturo, quando ci guarda, vede se stesso. La persona giusta, quando ci guarda, vede noi.

Perché il pesaturo, quando ci guarda, vede se stesso: perché il suo dolore esistenziale, il mal di vivere che lo accompagna pure quando sta al cesso, permea di sé tutta la vita (parola di ex pesaturo). Siccome non vuole risolverlo, o non sa farlo (quindi non vuole), lo vede dappertutto. Avete presente quando avete fame, vi hanno promesso una scorpacciata di fiori di zucca ripieni e dove andate andate vedete solo quelli? Ecco, al pesaturo succede la stessa cosa. Ha fame di sé, della parte di sé che vuole per forza cancellare per non doverla accudire, e allora la vede dappertutto. Quindi non vi preoccupate, se vi tratta male, se vi chiama solo quando ha bisogno di assistenza, sessuale o economica o morale: niente di personale, fa così con tutti. Infatti, avete indovinato, per lui/lei siete parte del paesaggio. E sì, il sospetto ferradiniano per cui vi preferirà qualcuno che lo tratti male come crede (forse a ragione) di dover essere trattato, potrebbe essere più che fondato. Dunque, noi o siamo una sorta di soprammobile nella sua vita, o, peggio, siamo l’incarnazione di qualcosa che vorrebbe possedere, ma non riesce. L’altruismo, per esempio. O l’operosità. Dunque, sta’ a vedere che un po’ ci disprezza pure.

Perché la persona giusta, invece, vede noi: ok, adesso non vi montate la testa, che specie i primi mesi ce piacerebbe essere davvero quel concentrato di virtù fisiche e spirituali per cui ci ha scambiato. Ma, sostanzialmente, la persona giusta ha la virtù di non necessitare di proiettare i suoi problemi, che pure ha come tutti, sul resto del creato, di essere quindi pronta ad accogliere nella sua vita dei simili altrettanto imperfetti e altrettanto desiderosi di imparare a campare. Noi, per esempio. Che scopriremo improvvisamente che i salti mortali per piacere al pesaturo fingendo di essere qualcun altro (e magari è pure odioso, come alter ego) non servono a una ceppa quando incontriamo qualcuno che ci ami esattamente per quello che siamo. Che, tolto il prosciutto sugli occhi che gli facesse dire “Sei bella anche appena alzata, col pigiama color puffo e i capelli sconvolti”, continuerà a vedere i nostri difetti come adorabili vezzi e i nostri pregi come, appunto, pregi.

Problema: mi si dice che i pesaturi siano una sorta di lupi in veste di agnelli, non distinguibili immediatamente dall’altra categoria in esame. Fino a un certo punto, rispondo. Perché, prima ancora di cascare come pere cotte, se vediamo che al ritorno dalle vacanze di Natale possono passare a trovarci solo la settimana prossima, perché devono asciugare gli scogli della Barceloneta, qualche sospetto di avere a che fare con un pesaturo potremmo anche avercelo.

Il guaio è se crediamo che sia normale, che qualcuno abbia sempre cose più importanti di noi di cui occuparsi.

Se ci diciamo:

1) già è difficile che ci piaccia qualcuno, per una volta che ci piace questo ce lo teniamo anche se non chiama da tre giorni;

2) ovvio che il pigiama party della nipotina di 4 anni sia più importante di venirci a prendere con una ruota a terra;

3) l’uomo vero deve puzzare e la donna vera dev’essere capricciosa…

… allora siamo a cavallo, il pesaturo è in agguato con tutta una trafila di giustificazioni socioculturali a camuffarne le malefatte.

Sentite a mmme: lasciateli a cuocere nel loro brodo alle prime avvisaglie. La seconda categoria s’incontra sul serio quando si è disposti a incontrarla, ad accettare che esista un amore che faccia bene e che amore significhi prendersi cura dell’altro, non lasciarlo coi brividi ad aspettare una telefonata, manco avesse la febbre a 38.

Se poi per voi l’amore è per forza quello, montagne russe e sofferenza, chi sono io per smentirvi. Da ex collega che ha trovato la serenità, suggerisco solo di considerare anche l’ipotesi che, per una volta, avesse ragione la nonna.

Non solo sulla ricetta della peperonata.

Empty-TableNiente di meglio che una rimpatriata, meglio se con uno scopo preciso (regalo di compleanno, progettare un viaggio…) per vedere quanto sia cambiata la nostra vita.

Gli amici non ce li scegliamo a caso, ci “capitano” in epoche diverse a seconda di com’eravamo in quel momento, di chi sentissimo affine a noi. Se una qualsiasi comitiva ha più di qualche anno, quasi sicuramente al suo interno ci sono stati diversi cambiamenti: qualcuno si è allontanato per problemi personali, altri si sono trasferiti altrove, qualcuno ha litigato col resto della gente ed è sparito. E poi ci sono gli ex, che a volte dovete fare i giochi di prestigio per evitare di farli incontrare.

A me è capitata una sorta di rimpatriata l’altro giorno, in una comitiva in cui, da brava espatriata, ero relativamente nuova. Allora ho subito l’immancabile pippone nostalgico sull’ “età dell’oro” in cui si era molto di più, con le immancabili critiche a chi fosse sparito. Io, in realtà, ero contenta: è brutto ammetterlo, ma qualche assenza mi era più che gradita. Mancavano individui che avrebbero messo in primo piano i loro bisogni e solo per lamentarsene, calamitando ogni possibile conversazione su problemi e lamentele.

Che strano pensare che con quelle persone, fino a qualche tempo fa, andassi più d’accordo che con altri. E invece eccomi qua, contenta di stare più a mio agio con quelli che all’inizio mi sembravano noiosi solo perché non erano abbastanza egocentrici da creare problemi.

Quando poi i “problematici” costituiscono il nucleo principale di un gruppo, non si tratterà più di gruppi, ma di società di mutuo soccorso in cui ciascuno riconoscerà se stesso nei guai altrui, e si sentirà tradito quando gli altri si discosteranno dal copione di sempre. Nella mia esperienza, chi litiga costantemente con se stesso lo fa spesso e volentieri anche con chi ha più caro. E tra i più cari, a meno che non trovi qualche santo martire votato alla sua salvezza, annovererà spesso persone come lui, in guerra col mondo.

Insomma, di tutte queste cose mi rendevo conto l’altro giorno, coi miei amici: a volte è un bene, che la gente si allontani dalla nostra vita. Torneranno, quando sarà il momento, quando saremo più pronti noi ad ascoltarli o quando saranno meno pronti loro a ignorarci.

L’importante è non far finta di niente mentre ci sono. Non fingere di apprezzare anche i comportamenti che non ci piacciono, di assecondarli quando si rendono molesti. Facciamo solo un torto a loro, al nostro quieto vivere, e alla pizza che dovremmo mangiarci insieme.

E quando si mangia una pizza fatta bene, non dev’esserci problema che tenga.

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