Forse l’ho già detto, ma mi piace il giorno dopo l’arrivo, quando mi sveglio e mi chiedo dove sono.

Quando succede so già che i mondi fantastici nascosti un tempo tra le venature del piano, a casa dei nonni, in realtà sono fatti delle nuvole che ammiri dall’oblò dell’aereo augurandoti che un Dio esista, per godersi lo spettacolo.

Le stesse nuvole che mi sono cadute addosso in goccioline educate su plaça Universitat, senza disturbare il nostro incontro.

Poi ricordo quanto sia vero, quello che scrive anche la catalana Marta Rojals: che solo vivendo fuori casa, e prima che “fuori” diventi casa, scopri che la fatina che ti nutriva e puliva non esiste, e il detersivo dei piatti non fa miracoli. Mastro Lindo, per l’occasione Don Limpio, almeno ci prova.

E 20 giorni hanno il potere di cancellare il presente, di trasformare una scrivania disordinata in un mistero. Che ci fa qua sopra questa moneta di 2 euro, salvata all’irresistibile caos che mi creo intorno? Ah, già, qualcuno l’ha lasciata sull’amaca in terrazzo, molte sere fa. E i libri di catalano sono inutili, ormai, il diploma è preso, addio lezioni, addio pronoms febles, spero diventiate presto chiacchiere e passeggiate all’aperto, in qualche posto, che esisteranno, in cui catalani e stranieri si sentano ben accetti.

La cosa più carina è stata quell’indirizzo scarabocchiato da una grafia sconosciuta e persa nella memoria, métro quai de la Gare. Così in questo risveglio apolide si annullano le distanze e Barcellona può diventare Parigi, come quando manco da tempo a Napoli e da qui vi vedo tutti insieme, i vivi e i morti, a riunirvi a tavola la domenica e ogni tanto a chiedere di me.

È un momento che dura poco, di spazio e tempo sovrapposti e precari anche loro, ed è l’unico momento in cui mi sento a casa.

Casa non è un posto, è un istante.

N.B: Il titolo è stato scelto nel pieno possesso delle mie facoltà mentali. Chiunque insinui il contrario riceverà notizie dal mio avvocato. Hic.

Ora, dire che il mio mondo italiano è un’istantanea di com’ero prima è senz’altro un’offesa a chi resta. Ma è vero che, una volta atterrata sul suolo natio, tra le varie epifanie c’è quella di rivedermi nello specchio o in un vecchio libro che oggi non leggerei mai (la biografia di Tiziana Maiolo, ne vogliamo parlare?) e di chiedermi cosa cavolo facessi, dov’era la mia testa prima di partire.

Oppure di fare una rimpatriata con gli amici di un tempo e chiedermi cosa diavolo ci faccia, lì, tra dei semisconosciuti che somigliano a gente che conoscevo.

E qui l’istantanea ci sta tutta. Perché, per scandire il passaggio del tempo, non c’è niente di meglio che una cesura, un momento da cui cominciare a contare. E tra le varie cesure possibili (cataclismi o date memorabili, tra cui trionfa l’ultima notte di sesso) il viaggio in fondo è tra le più soft. Anche perché di per sé rappresenta un bivio, un momento in cui tu e gli amici lasciati per strada avete imboccato, per forza di cose, percorsi diversi.

Magari non ti capita con gli amici dell’anima, come si direbbe in spagnolo. Ma scopri dei perfetti estranei in gente che ti stava simpatica, e guardi con occhi nuovi persone che hai sempre ignorato. E siccome per cambiare radicalmente, di solito, ci vuole un trauma o una motivazione forte, i tuoi amici non saranno troppo diversi da quelli che ti sei scelta non troppi anni fa, e nella loro vita puoi leggere ancora, in controluce, sprazzi della tua.

A pochi giorni dalla mia ripartenza, se tiro le somme degli incontri felici o infelici, passando ovviamente per quelli mancati, mi ritrovo a constatare che nei casi sfortunati il minimo comune denominatore è stato la paura. A volte mi sono dovuta rassegnare, e la vita è anche questo, all’idea di non essere più una priorità nella vita altrui, o di non esserlo come un tempo. Altre volte, invece, mi sono ritrovata davanti persone pavide, ambigue, troppo impegnate a rincorrere i loro alibi per rendersi conto che la vita fuggisse altrove.

E in quegli occhi sfuggenti e in quegli alibi ho riconosciuto i miei. La mia antica incapacità di amare che giustificavo con l’inadeguatezza altrui, la volubilità che scambiavo per vastità d’interessi e l’arroganza così facile da indossare per difendersi da ciò che neanche ti minaccia, fosse anche un comune di pace gemellato con non so quale città santa.

E allora dovrei rallegrarmi, immagino, per non avere più paura, o aver imparato a controllarla. Anche se sono un ibrido che ancora si riconosce nelle scuse per non uscire, “con quello che costa la benzina”, che ancora è tentato di sedersi sul ciglio della strada e dire andate avanti voi, io schiaccio un pisolino.

Fortuna che in quel caso la mia unica paura sarebbe davvero quella di non svegliarmi più.

(scherziamoci su)

(ok, piangiamo senza ritegno)

Innanzitutto un appello a San Gennaro, Sant’ Edinson (se non esiste, provvedere) e pure a Santu Sossio, probabilmente invocato dal compaesano Insigne nell’entrare in campo: quando la partita la vedo in Italia, il Napoli deve vincere sempre. Grazie.

E ora mi rivolgo a tutti voi: aridatece il Bar Sport! Quest’italica istituzione, tutta aperitivi e grappini, fatta apposta per guardare la partita tutti insieme. Io che sono fautrice della tecnologia, che non ne ignoro i pericoli ma ne apprezzo soprattutto le opportunità, non rimpiango certo gli anni ’50 di Lascia o raddoppia, con le famiglie costrette a riunirsi in una casa sola per penuria di mezzi, televisivi e non.

Ma cavolo, la soddisfazione di esultare e soffrire tutti insieme, a parte qualche sporadica eccezione ai Mondiali, ormai la viviamo solo noi italiani all’estero, che ci arrabattiamo per sfuggire allo streaming e cercarci un baretto di fiducia, magari tenuto da italiani come noi che controllano tre schermi alla volta per poi esultare, come è capitato ai miei camerieri preferiti, per aver “pigliato ‘a bulletta”.

Ebbene sì, sono disposta a soprassedere sulla novità del multischermo, e a vedere l’intramontabile Luisona di Benni sostituita con dolci più moderni (e, possibilmente, più freschi), come la grandiosa Torta Pan di Stelle che riesce a far gola perfino alle amiche catalane. D’altronde la preclusione alle donne, altra caratteristica del Bar Sport, almeno all’estero è stata ampiamente archiviata, con qualche agguerrita tifosa che oltre ai pettorali in campo bada anche ai lardominali dei camerieri.

Sarà che a casa mia la partita la vedono a spizzichi e mozzichi, ovvero a intermittenza. A volte, ahimé, per noia, a volte perché, al contrario, “non gli regge il cuore”. Ed eccomi da sola sul letto di mio fratello, che ha dovuto comprarmi l’evento Sky (e faccio presente che la Luisona è più economica), a seguire attenta i balletti di Zuniga e a esultare a sproposito di qualche azione sfortunata (ma tanto chi mi sente). Intanto il neolaureato, nello studio, interpreta un mio rantolo come un goal della Juve, e mi chiede ragguagli, e mia madre viene a fumarsi la sigaretta proprio sul balcone alle mie spalle. Mio padre, poi, entra ogni tanto a fare qualche commento sul bimbo Insigne, che ricorderebbe sotto il suo fonendoscopio in un’età in cui si era più certi della sua scarsa statura che del suo futuro di attaccante. E magari lancia qualche seccia tipo: “Attenzione, è a questo punto della partita che cominciano a rubare”. E allora BAM! Due goal in 5 nanosecondi e io a bestemmiare in diverse lingue di origine incerta. Ma stavolta, va detto, furti niente.

In ogni caso, anche se la vostra situazione è migliore, anche se avete una postazione già assegnata sul divano e il numero della pizzeria memorizzato sul Blackberry (e poco importa se stasera vi è andata la margherita di traverso), la partita in compagnia vi farebbe bene. Si parla tanto d’isolamento, d’individualismo, di chiusura in se stessi, che sarebbe carino cominciare da queste piccole cose. Anche quando ci si rattrista tutti insieme, tra una battuta e due chiacchiere la serata un po’ s’appara.

Insomma, che il Bar Sport non sia relegato a istituzione da neoemigranti. Che torni a risplendere tra le nostre tradizioni migliori. E se qualcuno prova di nuovo a mangiarsi la Luisona, la difenderemo con le unghie e coi denti.

Vi ho sgamati. Erano anni che non “scendevo” che per esami o feste comandate, o per una breve vacanza estiva. Ed erano anni che non restavo tanto in Italia, quindi vi ho scrutati, spiati, analizzati minuziosamente mentre lavoravate o cercavate lavoro, casa (i miei amici medici, beati loro) o vi ispezionavate il naso nella nuova metropolitana di Napoli. A proposito, bella, la fermata di via Toledo, grazioso quel mare che si muove mentre cammini e allora come una scema ti fermi e scopri che no, non si muove davvero, e manco un bambino di 4 anni ci sarebbe cascato.

Come vi trovo? Non ci crederete, ma più ottimisti, nonostante l’IMU. Non so se perché avete perso pure la voglia d’indignarvi, che pure sembrava lo sport nazionale, o proprio perché un po’ ci sperate perfino a Napoli, perché certi pessimisti che avete sbolognato a me a Barcellona dicono che Giggino de Magistris ha fatto solo ‘e chiacchiere e un po’ di scena. Ma insomma, la scena almeno mi piace. Infine, e la chiudo qua che questo è un blog per ridere, quando succedono immani tragedie, che poi sono le stesse di sempre, sembra che v’incazziate sul serio.

Come mi trovo? Meglio. 20 giorni di permanenza sono strani, perché c’è troppo tempo per riflettere. Anche se scrivo, lavoro, studio finalmente le lingue che mi piacciono. Leggo pure La Storia di Elsa Morante, le… gentilezze che si scambiavano i ventenni tedeschi e italiani nel ’44, e caso mai avessi dei dubbi su come finisse il libro mi basta pensare che, nel 2012, coi miei amici tedeschi parlo inglese, e in inglese auguro loro che sta Merkel “anche basta” (come diceva Renzi su D’Alema, perché dopo l’indipendentismo catalano le primarie del PD sono quasi divertenti).

Anche così, mi sento come Harrison Ford in A proposito di Henry, e mi chiedo che razza di vita facevo prima. La gente invece, quando va bene, mi vive tipo Richard Gere in Sommersby (lo so, so’ cinefila d’élite…), e dice ah però, quasi quasi torna da dove sei venuta e ripassa quando qualunque cosa mettano in quella paella ti faccia diventare addirittura ‘na persona seria.

In questo non cambiate mai: siete degli illusi. Bravi. Così vi voglio.

E voglio ancora l’Erasmus, per favore. Per favore. Ha fatto più miracoli quello che tutti i santuari della Campania. Senza quello, come tanti della mia generazione, non sarei mai partita, per poi tornare ogni tanto e scoprire che, come Spinaceto, l’Italia… pensavo peggio.

(voglia di ricominciare abusiva)

Per cominciare dovrò invocare la Musa delle periferie, la Calliope dell’enjambement alla Tiziano Ferro (puoi rima/nere…), la paladina della poesia pulp, molto pulp, pure troppo.

Che secondo me somiglia un po’ ad Ambra Angiolini, non quella di Ozpetek e Remedios linda pequeña chiquita, ma la pischella che di fronte al Principe Azzurro postmoderno che entrava in non so che negozio diceva: “Che fico, altro che i Take That!”.

La invoco perché mi aiuti a esporvi i miei dubbi sul linguaggio letterario degli scrittori italiani contemporanei, da lettrice incostante e trapiantata altrove.

Ho appena letto Acciao, di Silvia Avallone, e a parte le incredibili coincidenze e certi monologhi da Paninaro di Drive In, mi è piaciuto. Nonostante abbia aperto subito dopo La Storia di Elsa Morante, un’eco di questi personaggi livornesi fragili e (s)coinvolgenti si sovrappone ancora a quello dei passi di Gunther nella Roma del 1941.

Ma il linguaggio, nelle sue declinazioni più bimbeminkia, mi ha spaventata, proprio perché stavolta mi ha annoiata un po’. Eppure è la lingua di tante “novità editoriali”, quella profusione gratuita di cazzi che sembra il “fottuto” dei film tarantiniani, figlio dell’italiano artificiale del doppiaggio.

Ecco, pensavo al linguaggio di cui mi sono nutrita nella mia vita di lettrice, e a quello che vorrei adottare come aspirante scrittrice.

È da quando ho portato il postmoderno all’esame di Letteratura comparata che sospetto di avere una cultura da supermercato. Un pastiche costruito, si diceva, su film doppiati e su Jack Frusciante che esce dal gruppo, e mi lascia senza virgole 10 anni prima di conoscere Molly Bloom. Su un umorismo al femminile tra Bridget Jones e Zelig, di quelli che criticano i maschi, ma poi gli lavano i calzini e si dicono che in fondo, “lui almeno è reale”. Almeno. Che brutta parola.

Un imbroglio linguistico sporcato dalle lingue e dai viaggi, e dagli assegni di disoccupazione stranieri.
Destrutturato, sgrammaticato e contento, che plasma ad arte un vuoto incolmabile, perché non sai bene con che riempirlo.

E con questo linguaggio vorrei costruire libri. Ma come?

Leggendo il Vargas Llosa di Conversación en la Catedral, e l’Eduardo Mendoza del caso Savolta mi sono resa conto che stilisticamente parlando niente è più patetico di un linguaggio di rottura quando ormai si fa vecchierello.

E allora che alternativa propongo, un ritorno all’ordine? A un Canone riveduto e (s)corretto? Queste velleità si distruggono mettendo a confronto pedanti di paesi diversi. A un corso di scrittura a Gràcia, il classico nerd corpulento e occhialuto ci omaggiava della seguente metafora sulla buona letteratura:

– Una birra con un piatto di bravas è un delizioso spuntino, ma la gastronomia è un’altra cosa.

Per poi confessare che per lui la gastronomia (ovvero la Letteratura con la “l” maiuscola) era Baricco. Baricco! Quello che i suoi colleghi nerd italiani, davanti a una Peroni e un piatto di patatine fritte, avrebbero condannato senza pietà. Per poi incensare, magari, Zafón, che per gli spagnoli sarebbe le bravas.
D’altronde, peggio di richiamarsi a un imprecisato canone è scriverci rabbiosi contro, denunciando in ogni rigo, in ogni cazzo sparso la volontà (e l’incapacità) di chiamarsene fuori.

E allora, che stile adottare, per scrivere “bene”?

Non so voi, ma io ultimamente sono presa da una voglia di essenzialità. Sfrondo a ripetizione le mie frasi gonfie di immagini e azioni (troppe) fino a cercare un mondo delineato in due scippi,o due righe Times New Roman.

Niente di originale, ma è quello che voglio ora. Anche se con questo bazaar in testa che a casa mia si è chiamato cultura (o controcultura, a seconda della spocchia) non so quanto ci metterò.

È da quando sono tornata che mi raccontano storie di amori infelici, di donne che volevano a uno ma la famiglia non voleva, o non voleva lui, e allora si sono sposate con altri ma il pensiero è sempre lì.

La chiamerei pure sindrome di Brooke, dall’eterna innamorata che intanto si passa il resto del mondo. Se non fosse che i fatti risalgono addirittura a prima di Beautiful (cominciato notoriamente con la guerra del Peloponneso). Perlopiù queste vittime dell’ammore sono donne mature, quando sono ancora vive. Ma io ascolto terrorizzata e mi chiedo se in questo il mondo che mi lascio alle spalle decollando da Capodichino debba essere doloroso e immutabile come una tragedia greca. O, peggio, come una telenovela venezuelana.

Forse mi sbaglio, forse succede lo stesso anche alle amiche olandesi, che mi imitano tra il divertito e commosso il loro buffo modo di ballare a 15 anni, e avranno lasciato anche loro un amore impronunciabile in pista.
Magari ne sanno qualcosa anche le Brit, coi loro falò in spiaggia e i martellamenti ai maggiorenni per farsi comprare la birra. E che bevendo la Estrella a Barcellona si chiederanno che fine ha fatto quello della festa di fine anno, incontrato tra la seconda e la terza Forster.

Ma che volete farci, io ho la sensazione che ste cose succedano solo qua, nella provincia denuclearizzata a sei chilometri di curve dalla vita. E mi chiedo se mi sono liberata dal maleficio o me le devo portare nel sangue come la monnezza di 30 anni di mozzarella alla diossina.

Intanto a mo’ di difesa sono scivolata in un delizioso torpore, in cui, come si direbbe dalle parti mie (quelle nuove) me da igual, mi scivola tutto addosso in questo piacevole ottobre un po’ estivo.
Tornare a Barcellona o restare qua, andare con un ex collega di Lettere o enrollarme con un company di catalano, pizza da Di Matteo o da Sorbillo (e questo è il dato più preoccupante).
Forse quest’atarassia godereccia, oltre a un palese ossimoro, è anche un modo di dire a Veneri discinte e Madalene piangenti che stanno bene dove stanno e, senza offese, vorrei fare di testa mia.

La mia frase preferita del Tao Te Ching (ok, l’unica che conosco) è: solo quando ti stanchi della tua malattia te ne puoi liberare.

M’ ‘o segno.

(ci sarebbe anche questa, sconsigliata ai deboli di stomaco)

Adesso verrò radiata dall’albo delle femministe e da quello del buon gusto (se mai ne ho fatto parte), perché vi spiego la mia teoria dei culi base x altezza.

Che forse non mi frutterà il Nobel come a quelli che hanno scoperto che le cellule possono tornare indietro nel tempo (ma noi no), però almeno vi spiegherà perché, quando andate per il Corso Umberto di Napoli dalle 9 alle 12 del mattino, viaggiate a una velocità pari a quella dei cavalli di Bellomunno.

Ebbene, la rapidità con cui arriverete a destinazione sarà inversamente proporzionale all’area del sedere che vi ondeggia davanti.

Perché davanti a voi si staglieranno sistematicamente un paio di fondoschiena, di solito fasciati in jeans senza cintura, che si muovono con la lentezza di un pachiderma senza possederne la falcata.
Tra le caratteristiche della parte anatomica in esame ne spiccano due in particolare: mi arrivano quasi alle ginocchia (e io non sono esattamente la Torre Eiffel) e sono rettangolari. Davvero. Non c’entra l’adipe, o per convincercene dobbiamo scomodare le rotondità delle maggiorate anni ’50? No, è proprio la forma. A volte vorrei davvero prendere squadra e righello e scadere in qualche lombrosiana misurazione, di quelle che trovavo nei libri analizzati per la tesi in letteratura (La reclusa di Giarabub , E pei solchi millenari delle carovaniere ecc.). Riceverei una meritata borzettata nello stomaco, con tanto di tartarughina Carpisa tatuata sulla pancia (l’unico modo perché abbia anch’io “la tartaruga”). Ma almeno mi toglierei lo sfizio.

Perché le proprietarie dei fondoschiena, serafiche e imperturbabili, si fermeranno sistematicamente davanti a tutti i negozi. Non importa se di moda o di protesi dentarie, anche solo per specchiarsi in vetrina non si perderanno una tappa della Via Crucis. Bloccando tutto il senso di marcia e rendendoti difficile il sorpasso (fino a farti meditare seriamente il salto in lungo).

La marca del jeans cambia nel tempo, una volta erano Levi’s 501, poi esibirono un’enorme scritta Rich. Ora sono perlopiù ultraaderenti e a sigaretta. Ma la… sostanza è quella, geometricamente garantita.

Non mi lamento, eh. Sempre meglio della vrenzola, spesso italiana, che passeggiando sulla Rambla con una borsa di dimensioni epocali si lamenta ad alta voce del tuo rapido sorpasso. Vorresti tornare indietro e dirle che lei sarà pure lì in vacanza, ad abbuffarsi di paella surgelata e sangría fuori stagione mentre crede che Gaudí sia Barcellona, ma tu lì ci vivi, sei appena schizzata fuori da una biblioteca per andare a un seminario che ti dimostrerà che furono i catalani, a inventare la margherita, facendo cadere una mozzarella delle colonie sul pa amb tomàquet.

Andasse dunque a sculettare sul Corso Umberto, e la prossima volta che viene a Barcellona non scordasse di portarmi la mozzarella. La pizza migliore sarà pure veneta, ma preferisco ancora la margherita di Di Matteo. Se le implacabili leggi della geometria mi consentono di arrivarci per le due.

(per alzare un po’ il tono)

Valigia già in “cameretta”, biglietto aereo Barcellona-Napoli buttato… Cosa manca? Ovviamente, la frase:

– Mettiti comoda, che ci mettiamo a tavola.

È una parola! I panni per casa dovrei portarmeli da Barcellona, ma mi scoccio. Risultato? Dall’armadio mi si rovescia addosso una valanga d’anni sotto forma di veri e propri reperti d’epoca (perfino una giacchina batik di quando avevo una pancia da mostrare!).

I miei criteri di salvataggio panni sono stati dei più irrazionali, ripesco maglioni slabbrati accanto a camicie evidentemente comprate sotto effetto LSD. Ditemi che sta gonna me l’hanno regalata…

Alla fine riemergo vestita da museo ambulante: sopra, la T-Shirt con su la poesia del primo fidanzatino, che adesso forse si vergognerebbe di aver usato davvero la parola provvida. Ma è molto tenera, e poi il doppio cuore (!) si abbina alla gonna. Tra le prime un po’ zingare prodotte da marche “serie”: Garibaldi, dunque, aveva appena avuto il morbillo. Sopravvissuta ai miei lavaggi sperimentali in lavatrice, ha visto l’assurdo primo viaggio a Barcellona (“Ma, Maria, hai mai pensato davvero a come potrebbe essere, tra noi?”, “Non so… Bellissimo?”) e l’ancor più assurdo secondo viaggio (“Perdonas, dondes podemos mangiar una buenas paellas?”, “En Valencia!”).

Aggiungici gli orribili infradito gialli che il primo amore a distanza si chiedeva “perché non avessero successo”, e il quadro è completo.

Mi diverte, rimettere i panni di questa ragazzina tirchia ma non troppo, insicura al punto di non mettere mai colori sgargianti, ma non abbastanza da risparmiarsi magliette scollate (da riempire, immagino, con quei terribili push-up che ti strangolavano tipo bustino dell’ ‘800).

Eri proprio un’idiota, le dico affettuosa, guardandomi allo specchio.

E vorrei ancora il suo ventre piatto.

La sua incapacità cronica di campare gliela lascio in fondo all’armadio, sperando che non ci esca più.

Il tabacco e gli orari dei negozi. Annunciato da Elisenda via SMS, confermato da Raul per mail. L’argomento degli articoli da leggere e commentare per la prova orale di catalano.
Vabbe’, ma erano tanto scemi da proporli anche a noi del secondo giorno?
Ebbene sì.

E la prof. sembrava simpatica.

– Entra e comincia a leggere gli articoli. Tu sei…?

Stavolta l’ho fatto:
– Marchese, si scrive Marcese.
Ma lei se n’è fatta un punto d’onore:
Marchese. Mi piace pronunciar bene i cognomi. E poi noi abbiamo sempre questa convinzione che parlare italiano sia facilissimo.
– Tranquilla, noi italiani abbiamo la stessa illusione col catalano!

L’ha colta a metà. E mi ha fatto leggere tutto l’articolo. Tutto.
Le neutre scricchiolavano sotto la voce allenata a pronunciare 7 suoni vocalici, e gli altri s’attaccassero, specie se troppo simili al napoletano…

Già, il napoletano. Perché quando abbiamo esaurito l’argomento negozi aperti/negozi chiusi, e vivere nel Raval non aiuta col catalano (stavolta ha riso) ma ti dà un’idea sulle abitudini del mondo, mi ha fatto:
– Ah, sei di Napoli? Il napoletano è simile al catalano, no? Me ne sono accorta ascoltando quel cantautore…
Gigi D’Alessio? – chiedo diffidente.
– No. Quello degli anni ’70…
Fabrizio De André? – butto lì, pensando a Don Raffae’.
– Nemmeno.
– Pino Daniele?!
– Ecco, quello. Me l’ha fatto conoscere mio nipote. Glielo dirò, che ho esaminato una napoletana. Pino Daniele mi ha divertito tanto, e ho pensato, cavolo, è una lingua. Potranno pure dire che è un dialetto, ma è una lingua.
– Be’, non abbiamo una grammatica ufficiale, ma è derivato direttamente dal latino, con le dovute contaminazioni – chissà quante vongole sparavo, improvvisando, ma l’argomento mi emozionava. Infatti l’ho ammesso, prima di tutto a me:
– Col catalano avrei potuto fermarmi al C, il diploma che serve per lavorare. Ma volevo fare quello che non ho potuto con la mia lingua, perché dove sono nata io se la parli dicono “Parla bene!”. E ‘bene’ è italiano.
– Quand’ero ragazza parlavamo catalano in casa, fuori però spagnolo. Ma perché c’era Franco…
– Alla fine, il mio catalano è meglio che il napoletano, quindi immaginati il napoletano!
Questa non l’ha colta. Buon segno.

Alzandomi ho pensato che l’ho imparato al centro storico, il napoletano, senza tracce dell’accento del paese, che mio padre si chiede da dove l’ho cacciata, sta parlata da vaiassa. Qualcosa la sapevo anche prima, poesie, o proverbi incomprensibili per una bambina:

‘a capa ‘e sotto fa perdere ‘a capa ‘a capa ‘e coppa

Fuori all’aula c’era Gabriel.

E parlava dell’esame scritto.
– Alla fine “impigrirsi” era emperesir – gli ho ricordato – Io ho messo emperesar e tu enperesir -.
– Ahah, per fare una cosa buona avremmo dovuto fonderci tra di noi.

I tant!

Certe ragazze già esaminate tornavano piano allo spagnolo, come quando ti togli i tacchi a un matrimonio e metti le pantofole.

E Gabriel se n’è andato presto, soddisfatto per aver scelto l’articolo sul fumo e aver scoperto che pure la prof. era fumatrice. Volevo seguirlo, salutarlo bene, quando la capa ‘e coppa mi ha ricordato che a non aspettare Silvia, sempre così gentile, sarei stata un’infame…
Ma uscendo l’ho buttata, un’occhiata al patio fumatori. Perché lo dice pure Pino:

Tu ho saps com fa el cor, quan s’ha equivocat.

Tu ‘o ssaje comme fa ‘o core, quanno s’è sbagliato.

Giugno 1987: esame di prima elementare dalle suore. Il pulmino non passa, la signora delle pulizie mi accompagna alla scuola sbagliata (ma glielo dico quando hanno già chiamato il direttore). All’orale contando sulle dita dichiaro che, se io ho 6 anni e mio fratello 2, abbiamo 3 anni di differenza.

Giugno 1994: esame di terza media. Scelgo la traccia sui Promessi Sposi, ma poi passo al tema di fantasia. La prof. deve trattenersi apposta. All’orale la prof. di Musica mi chiede la trama della Butterfly, mai spiegata. Per fortuna mio nonno durante l’harakiri si commuoveva.

Giugno 1999: esame di maturità. La prof. di Scienze non mi chiede l’argomento concordato ma lo espongo lo stesso. Dopo l’esame litigo col mio ragazzo, segretario di Rifondazione, per aver detto che con Lenin pure ne erano morti un bel po’, in Russia.

Ottobre 2007 (o era novembre?): esame di dottorato. Arrivo senza la carta d’identità e non so che documento della segreteria. Mi presento all’orale con una sciarpa verde transgenico di cui mi pento ancora oggi.

29 settembre 2012…

L’hanno detto, l’hanno fatto: all’esame con la barretina.
Ma il tipico copricapo catalano, di lana rossa, tolto un attimo prima di entrare in aula, me l’hanno mostrato in foto quando ormai tutto era finito, il dado era tratto e la pasta (quasi) buttata.

Perché mentre i miei compagni si ritrovavano fuori la Facoltà di Economia della UB, mezz’ora prima dell’esame di Nivell Superior di catalano, io stavo a 10 fermate di metro.
E vabbe’, mi so’ sbagliata con gli orari. Pensavo che andando direttamente a Gràcia accorciassi il tragitto, e invece l’ho allungato.
Infatti l’anziana signora che spiega la procedura all’aula gigante (ah, non eravamo solo noi?) scuote la testa ma mi fa sedere.
E al momento di controllare le carte d’identità s’inclina mezz’ora sul mio banco: sono l’unica col NIE, il documento degli stranieri. Almeno nelle prime file.

Ma non me ne frega, sto lottando con le parole. E complici la corsa e il sonno sprofondo tra accenti aperti e chiusi, e le piane in “en” si accentano, o erano le tronche?
Le basi, Maria, le basi. Che all’esame si perdono ignobilmente tra i mille dubbi della presentazione scritta (Buon pomeriggio, benvenuti alla mostra sui mestieri di un tempo…), dell’articolo di opinione (L’educazione emozionale a scuola sarebbe un buon rimedio all’assunzione di droghe… Ma assumpció va bene? Meglio consum, va’, come il supermercato!) e del riassunto del brano letto due volte ad alta voce (si dice la marxa degli immigrati? Uff, disminució già l’ho usato!).

Meno male che gli esercizi sono facili… Sì, facili un corno. Le regole le so, metto i que e gli a al posto giusto, ma le espressioni tipiche no. Per quelle avrei dovuto leggere in catalano, pensare in catalano e, suggerisce qualcuno, cardar in catalano (non andate su translator, significa quello).
Ma guiri (straniera) so’ arrivata e guiri so’ rimasta, sono l’unica che sa tutti i concerti, tutte le mostre e, soprattutto, tutti gli eventi in cui si mangia gratis. E l’unica che non parla catalano più di un’ora a settimana.

E vabbe’, però… Formare una parola con “fer-se entrar peresa”? Allora, pigrizia si dice pereza in spagnolo e mandra in catalano, che è sta novità?

Infatti appena consegno, a 20 minuti dalla fine, chiedo fuori:
– Ahò, ma peresa?
– Boh! Tu hai scritto baixar o abaixar?.
– Che cosa?
– Il prezzo della benzina!
– Che benzina?
– Il penultimo esercizio, quello dell’ultimo foglio, non l’hai fatto?
– Merda!
Si dice uguale, italiano e catalano.

Rientro timidamente e spero che la scrutatrice abbia una nipote della mia età.
Lo scrutatore no.
– Sì, non hai fatto quest’esercizio. Ma potrebbero averti dato i risultati fuori, non so se posso…
Ja’, che il cognome l’ho pronunciato pure Marcese per fartelo trovare subito, somma umiliazione.
– Se si può fare qualcosa…
Ci mettono più a sganciarmi il foglio che io a sedermi, fare due scippi e riconsegnarlo. Le due cose che sapevo le ho individuate, per il resto improvviso.
Tanto sono stanca.

Li trovo fuori a fumare e chiedersi “Ma peresa?”. Pure la prof, beccata in extremis sulla soglia, dice “Sarebbe mandra”. E poi propone: emperesir, impigrirsi.
Ma nessuno ci fa più caso, cominciano a riconoscere la gente delle altre classi, sono quasi tutti infermieri, fanno il corso per aumentare il punteggio.
Mi mancheranno le loro storie splatter di pazienti che iniziano a correre, vecchiette ‘nzallanute e litigi coi poliziotti, che sfottevano una paziente sotto custodia perché non era depilata.
Non mi mancherà il racconto di María Josefa, la famiglia arrivata all’ospedale con non so quanti colpi in corpo, padre italiano, agguato in auto, e mi sono scordata di guardare le notizie per scoprire se era quello che temevo.

Adesso invece guardo María Josefa e dichiaro:
– È colpa tua! Verniciare l’ho sempre scritto envernissar, ma tu mi correggevi sempre e mi hai fatto sbagliare!”.
– Sì, adesso è colpa mia, italiana!

Mi mancherà pure María Josefa.
E gli occhi di Gabriel. E il suo passaggio sistematico dal catalano all’andaluso, quando lo chiama la nonna. Come l’imitatrice di Monica Bellucci.
Una volta siamo finiti sotto lo stesso ombrello e gli ho poggiato la mano sul bicipite teso, ma leggera, come se ce l’avessi dimenticata.

Stavolta, invece, sotto l’ombrello finisco con Genís. E stringo eccome, che piove a dirotto. Ultimo caffè del gruppo, Elisenda dice basta correzioni!, ma non parliamo d’indipendenza. Quella la lasciamo alle elezioni anticipate del 25 novembre, al referendum che forse ci sarà tra qualche anno, ad altri giorni meno piovosi e malinconici.

Perché adesso è proprio l’adéu, Eli e Genis hanno l’orale lunedì, li bacio e finisco in macchina con Gabriel, diretto al pranzo familiare di sabato, “da buoni andalusi”. Siamo due terroni, col catalano abbiamo fatto gli stessi errori.
Lasciandomi fuori alla metro chiede un petó.
Significa bacio, non mi è mai piaciuto per ovvie assonanze.
Ma stavolta sì.

Comunque era emperesir.


(e paraules si scrive con una “l”!)

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora