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Da The Flight Deck, su Twitter

Ricordate il pilota stronzo del salto alla nuvola?

Ebbene, quello di ieri notte non so se era stronzo, ma di sicuro era un po’ sadico: “Ciao, passeggeri, siamo fermi perché stiamo cercando invano di contattare la torre di controllo per il via libera, visto che ci sono brutte tempeste su Valencia e Madrid: infatti, una volta in volo, alla vostra sinistra potrete vedere dei lampi…”.

Ci ha anche tenuto a mostrarceli, quando poi ci siamo passati vicino: spero che l’abbassamento delle luci non fosse per quello! Ovviamente, mentre nella fase finale ci muovevamo come uova sbattute per una tortilla, con voce allegra avvertiva il personale di bordo: “Venti minuti all’atterraggio!”, come se fosse stato Carlo Conti che annunciasse “Trenta secondi all’anno nuovo!”.

Ma chi se ne frega, tanto io stavo facendo un viaggio astrale. No, non fraintendetemi, avevo preso una compressa di melatonina (e nient’altro, malfidati!), quindi tenevo gli occhi chiusi da mezz’ora, in un insperato dormiveglia: ragion per cui cominciavo a vedere cose. La prima è stata Gesù Cristo, o uno che gli somigliava. A parte i lineamenti un po’ yankee che ci spacciano per credibili da almeno un millennio prima di sapere cosa fosse uno yankee.

Fatto sta che quando, deliziata da un video di YouTube, allacciai cinture immaginarie per un viaggio astrale (meicojoni, e quando mi ricapita, pensai), scoprii che più che altro è una specie di dormiveglia in cui entri dopo mezz’ora passata a sentire dei suoni ripetitivi, che pretendono di essere misticheggianti. Su un aereo non mi ci voleva neanche quello: mi bastava la fifa blu.

E niente, ho ripreso l’interrogativo su cosa sia un posto sicuro, e ho capito ancora una volta che non è un posto, è un momento: quello in cui, nonostante un pilota un po’ sadico e un aereo che fa Twist and Shout (allo “shout” ci pensavano i bambini a bordo), tu stai nel tuo mondo tranquillo, complice anche dell’innocua melatonina (che aiutarsi un po’ non fa male, il dolore superfluo è anche inutile). E vedi Gesù Cristo o uno che gli somiglia.

Sono sempre più convinta che il posto sicuro sia un momento: quello in cui riusciamo a essere noi, nonostante tutto.

Una volta, da adolescente, presi un aereo che partiva all’alba, e doveva passare tra due banchi di nubi, rosati al punto giusto. Allora, beata gioventù, decisi che il posto sicuro era quello: la farcitura a motore in un sandwich di nuvole.

Chissà se tornerò ad avere quel coraggio lì.

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L'immagine può contenere: persone sedute e spazio al chiuso Finita una delle vacanze più bizzarre della mia vita, quella con l’itinerario creativo, i chilometri percorsi a piedi tra vetrine chiuse, quella in cui ho visto a trenta centimetri, con le buste della spesa, uno che oltre vent’anni fa ascoltavo da svariate decine di metri, con un microfono in mano. Quella in cui mio fratello, al rientro dalle ferie, ha rischiato di togliersi un’ora preziosa di sonno per farmi assaggiare un hamburger di fagioli.

Come ogni viaggio che si rispetti, questo mi ha insegnato quel genere di cose che si finisce per essere leziosi a elencarle, ma lo faccio lo stesso.

· Va’ a fa’ ‘o bene ‘a gente. Così dicono al paese mio. Nel dubbio, elargirò sempre le mie monete a chi in tutta probabilità ci si comprerà del vino scadente, anche se credo che le istituzioni facciano scaricabarile su volontariato e beneficenza. Poi però mi ritrovo in una stazione metro di Roma, senza un centesimo di spiccioli, davanti a una macchina che accetta solo monete, e il Frecciarossa che mi parte da Termini tra venti minuti. Ovvio invece che mi farò molti meno scrupoli a rovinare lo scatto del Doisneau in erba che, per fotografare artisticamente le due torri di Bologna, mi ha bloccato il cammino verso la Feltrinelli: manco a dirlo, quando il grande fotografo si è spostato, hanno chiuso i battenti davanti al mio naso.

· Bisogna dormire. Ora, mi può capitare anche da sveglia e riposata di mettere in lavatrice tutti i miei indumenti, tranne un pareo che in mancanza d’altro sfoggi come abito in giro per Bologna (nota città marinara). Può capitare anche da riposata che la suola del sandalo si scolli una volta per tutte a un chilometro da casa, e che l’orecchino usato per fissarla – sottratto a sua volta alla stanghetta degli occhiali – ceda stortigliandosi, e addio ferma orecchini. Così come può capitare che, raggiunto zoppicando l’appartamento, il pareo resti attaccato alle estremità e mi costringa a cucinare nuda alle dieci di sera su fornelli a induzione, che ovviamente, combinati col condizionatore, faranno scattare il contatore. Può capitare infine che mi ritrovi a cercare nel buio il meno bagnato dei vestiti appena stesi, e scendere quattro piani di scale per riattaccare la corrente, mentre la mia cena sui fornelli ancora roventi brucia senza rimedio. Ma da più riposata, magari, la prendo con filosofia, invece di bestemmiare tutti i santi di Bologna compreso San Giovese (che poi dev’essere romagnolo).

· È già tutto qua. I salviniani hanno perso, l’Italia è multietnica da un pezzo e loro lo sanno bene. Chi? La cameriera mezza cinese che mi parla con lo stesso accento bolognese della coppia (lei occhi a mandorla) appena entrata, e quando rispondo bene alla domanda “Forchetta o bacchette?”, replica: “Braaava!”. Il tizio per strada che, condividendo il rispetto tutto italiano per le passanti, interrompe la sua conversazione in hindi per dirmi: “Tanta roba” (ma fraintende il senso dell’espressione, o l’ho sempre fraintesa io?). L’italiana tatuata coi rasta che se ne sta sull’erba dello Sferisterio con due ragazzi africani che, in altre circostanze, avrebbe forse trovato un po’ fighetti.

· Quando prendo un volo da Barcellona a Marsiglia e poi finisco in Italia, la prima cosa che penso non è: “Casa!”. È: “Ah, meno male, qua capisco tutto quello che dicono”. A Roma, neanche tutto tutto.

Più che di casa, infatti, parlerei di posto sicuro. Non dev’essere per forza uno spazio, va bene anche un’ora del giorno, o un fratello, o una fidanzata imperfetta che però c’è sempre, o un posto in treno che non speravamo di fare in tempo a occupare.

In un’estate di tragedie immani e crolli strutturali, io lo so che non esiste un posto sicuro al 100%. Che le certezze vengono meno, troppo spesso per colpa di qualcuno o qualcosa, qualche volta perché così va.

Diciamo allora che nessun posto è sicuro, perché nessuno può fermare gli imprevisti, gli elementi, i cambiamenti di rotta. Ma deve restare l’idea che, per quanto sta in lui, quel posto sarà sicuro, farà di tutto per esserlo.

Io ho imparato per prove ed errori a essere un posto sicuro per me.

Non riesco ad augurarvi cosa migliore.

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da buonissimo.org

Io ve lo dico: la Vueling è impazzita di nuovo.

L’indepe di casa è rimasto, appunto, a casa. Io, in un Armageddon di sportelli non funzionanti, ho lottato prima con un terminale automatico, e poi con un giovanotto piantonato da due russe in lacrime, che volevano essere spedite a Mosca. Il mio incredibile 1E, assegnato “last-minute”, è diventato 1A per la distrazione di una passeggera: dunque, primo finestrino a sinistra, in categoria lusso.

Ma il “trova l’intruso”, per le hostess, è stato fin troppo facile: ero l’unica sotto i 60 anni, avevo un vestito a margherite slabbrato dai lavaggi e due sporte della spesa, di cui una conteneva il Lenovo.

Insomma, la sensazione di non appartenenza che mi prende quando torno “a casa” è cominciata, comicamente, in aereo: ormai è un gioco, per me, scoprire cosa c’entro col posto a cui torno, e cosa proprio ci separa per sempre.

Come la villa antica che contemplavo ammirata al ritorno dai pomeriggi con le amiche: è diventata un Bed & Breakfast! A un quarto d’ora di treno da Napoli: mi hanno fregato l’idea, maledetti.

I pettegolezzi, invece, non cambiano mai: chi si è lasciato con chi, e chi (di solito donne) sta con qualcuno che “dovrebbe lasciare”. Mi fa ridere sempre un po’, quest’ultima idea di dire a una con chi deve stare, perché non funziona e fa sentire ancora più sola la tizia in questione. Che magari lo sa benissimo, che non dovrebbe starci, ma lo vuole fare per motivi assortiti, che c’entrano con l’amore e con… Whitney Houston (sì, proprio lei), che chiede a Kevin Costner se non ha mai fatto qualcosa che non avesse nessun senso, tranne “dentro di te, nel tuo stomaco”.

Se non è caponata, è amore romantico, ed entrambi vanno presi a piccole dosi: ma ormai il secondo l’abbiamo respirato con l’aria fin da piccole, ed è difficile capire perché non va.

Allora, quando un’amica sta con uno che la considera un’alternativa in 3D a youporn, o una minaccia alle sue convinzioni, parto con lei da quell’idea balzana per cui, se l’altro la disprezza, in fondo in fondo ha ragione. Finché una parte di lei lo penserà davvero, sarà difficile tracciare limiti.

E la forza che la può cacciare da quest’impiccio è come la presa per caricare il cellulare, in ufficio: da qualche parte esiste.

Tutt’è spostare mobili.

 

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Da fromthegrapevine.com

Ok, lo confesso: ieri è stata una giornata complessa e innaffiata di limoncello, quindi non ho le idee lucidissime.

Però mi è successo lo stesso che in quella puntata di Black Mirror col sensore che ti ritrasmette i ricordi: solo che nel mio caso è bastata una telecamera.

Ero alla premiazione di un concorso letterario all’aeroporto di Capodichino, e dal posto comodissimo che avevo trovato non vedevo la faccia del ben noto presidente della giuria. Mi giungeva smorzata la sua voce che faceva un po’ Pino Daniele, e che a un certo punto mi era sembrata dire:

“Il racconto che ha vinto non è mica bello, ma è quello che meglio rispondeva agli scopi del concorso”.

“Ua’, a questo punto non voglio essere la vincitrice!” ho sibilato all’amico seduto al mio fianco.

Immaginerete cosa sia successo subito dopo.

A dirla tutta tutta, non avevo capito nemmeno di aver vinto: pensavo fosse tipo Miss Italia, che annunciassero prima il terzo posto. Con impeccabile aplomb mi ero avvicinata alla giuria, decisa a vedere che succedesse e agire di conseguenza. Allora mi era piombata in mano una carta d’imbarco gigante con il posto 26B, che è il tipico asiento trasero esposto a ogni perturbazione che mi assegna la Vueling.

Già che ero lì, ho chiesto al giudice indicazioni per migliorare la scrittura, e lui ha esordito con: “Ti taglio le mani!”. Promettente premessa per una bella scoperta: ero “colpevole” di scelte stilistiche suggeritemi da amici più esperti, e adottate a malincuore. Vatte a fida’ d’ ‘a gente!

Svariate ore e diversi bicchieri di limoncello dopo, ero ancora convinta di aver vinto “nonostante il mio racconto non fosse manco ‘a chiaveca”, parafrasando. Quando i potenti mezzi della tecnologia (il mio Lenovo collegato al sito di Capodichino) mi hanno riproposto il discorso del giudice, ho scoperto di non averci capito una ceppa.

Il che mi porta a pensare: quante volte non abbiamo capito una ceppa e coviamo rancore per tanto tempo? O ci resta una brutta impressione di qualcuno che in realtà era del tutto innocente.

Ho scoperto molti anni dopo che un’amica non intervenuta a una mia festa aveva subito un brutto incidente proprio quel giorno, e non me ne aveva parlato per delicatezza.

Così come è uno spasso pensare di aver fatto colpo su qualcuno per bellezza o simpatia, e scoprire che invece quella persona sta sparlando di noi.

Suppongo che l’indicazione generale sia sempre quella: inutile sprecare tempo ed energie in ricordi che non siano belli o almeno utili. Anche perché quello che capiamo noi è una parte infinitesimale di ciò che accade.

A proposito: io ancora non sto capendo cosa accada in Italia. Ma che davero uno spara per strada a persone immigrate e non è razzismo ma “il gesto di un folle”? Allora non lo fate solo col femminicidio! (Scusate il termine, eh).

Quindi mi permetto di saltare di palo in frasca (lo so, che novità) e tradurre dal catalano le conclusioni di quest’articolo, scritto da un maceratese che non ci sta a vedere la propria città utilizzata come sinonimo di una tentata strage fascista. Manifestate anche per me!

Chi davvero sta esprimendo una forte condanna dell’accaduto è l’antifascismo cittadino, con a capo il centro sociale autogestito della città, il Sisma. All’indomani dei fatti, domenica 4, ha avuto luogo una flash-mob antirazzista spontanea senza sigle politiche. Il Sisma sta lanciando anche un appello a una manifestazione nazionale a Macerata per il prossimo sabato 10 febbraio. Nel comunicato del centro sociale sull’accaduto, si evidenziano la definizione del gesto di Traini come “terrorismo fascista” e le prove della continuità ideologica rispetto al discorso politico incentrato sulla “sicurezza”, che il Sisma indica come predominante in Italia. Ovviamente troviamo l’invito a tutte le forze antifasciste del paese a partecipare alla manifestazione del 10.

 

 

azzurritàIl bello di stare a Barcellona è che le mie vite ritornano.

Di solito lo fanno ogni estate, ma non sempre aspettano l’aumento del biglietto, o il Primavera Sound, per incrociare le mie faccende di adesso e chiedermi dov’eravamo rimasti. Più che altro, dov’ero rimasta io.

Mi avevano lasciata entusiasta nel Raval, e adesso faccio loro da guida nel “nuovo” quartiere. Mi ricordavano litofaga (cioè, “magnavo pure le pietre”) e mi sorprendono a rimpinzarmi di verdurine. Dopo aver sbalordito con questi dettagli gli amici che popolavano le mie vite passate (giacché sono loro, ovviamente, a ritornare per un po’, le vite passate mica lo fanno), li lascio ai loro treni, o ai biglietti d’aereo da stampare, e me ne torno al mio presente. Senza rimpianti.

O quasi.

Perché a volte ritornano vite che abbiamo bistrattato, trascurato, lasciato andare.

Non che la cosa conti più: anche noi, col tempo, diventiamo aneddoti nelle vite altrui. Com’è giusto che sia.

Ma quando ci prendiamo un caffè, con queste vite abbandonate insieme alla terra in cui siamo nati, o perse per strada in un momento difficile, a volte siamo presi dall’impossibile impulso di tornare indietro. Di cambiare le cose, di applicare a ritroso la placidità che intanto, magari, abbiamo strappato centimetro a centimetro alla nostra antica incapacità di vivere.

Ovviamente non possiamo. Possiamo andarci vicini. Con la compassione, col perdono reciproco e, soprattutto, con la voglia di fare bene qui e ora.

Ma questo posso dire: c’è chi merita il nostro rimorso.

E la peggior vendetta della vita, presente e passata, è trasformarlo in rimpianto.

 

Risultati immagini per sowing Torno a Barcellona con un po’ di ritardo e più tempo di quello che vorrei (il tempo libero è più gradito quando è una scelta) per fare bilanci.

Quelli in Italia sono stati giorni importanti, è stato bello parlare con persone che avevo un po’ perso di vista, nelle infinite peripezie che a distanza non avvengono quasi mai in sincrono, e che spesso si raccontano in differita.

Mi sono ritrovata davanti ad amici che ricordavo con 10 anni di meno e con caratteristiche che non hanno più, o che sono state smussate da esperienze uguali e contrarie alle mie, nonostante le due ore d’aereo di separazione.

In loro ho incontrato anche la me stessa di allora, quella che viveva in Italia e che si aspettavano di ritrovare solo un po’ invecchiata, per finire spiazzati o delusi o incuriositi da questa sconosciuta che si confonde con lo spagnolo, ma parla ‘n faccia nella lingua dei nonni. Dalla comodità del senno di poi ho rinfacciato due o tre errori anche a lei, a quella che sono stata.

Le ho insegnato infatti questa che vi sembrerà una banalità, ma che a me è costata cinque chili di peso e mezzo guardaroba: se t’impegni, magari non ottieni sempre quello che vuoi, ma ottieni spesso quello che dai.

Se presti ascolto e attenzione, sarà più facile che ne prestino a te, fosse anche per decidere che non la meriti.

Se offri sincerità, spesso l’altra persona si predispone a essere altrettanto sincera.

Non ti dirà “ti amo”, se non lo sente. Ma magari un “non ti amerò mai” è più atrocemente benefico che i “non lo so” che ti attiravi con la tua passata ambiguità.

Sta storia che “si semina ciò che si raccoglie” ci va spesso di  traverso, quando non raccogliamo quello che volevamo.

Però in nessun momento era stata quella, la questione. Al massimo, si sa, possiamo seminare bene e sperare in un tempo clemente.

E calmare l’ansia ricordandoci che: 1) ci abbiamo provato, 2) non è stata la paura a fermarci.

A volte è tutto quello che possiamo fare.

Risultati immagini per barcelona paella sangria  Eccomi qua. Mi aggiro per le stanze, cercando di riconoscerle. Camere in affitto vs camere dell’infanzia, lasciate da poche ore insieme alla famiglia radunata in corridoio per abbracciarmi.

Scendendo all’una di notte dalla navetta dell’aeroporto a Plaça Espanya, lo zaino che mi ballava sulla schiena, ho stretto il braccio al mio ragazzo:

– Siamo tornati a casa.

Lui ha guardato i gradoni bui di Montjuïc, odorosi di un’erba che non avvertivo (ho un raffreddore da cavallo) e ha specificato:

– Siamo tornati a casa, da casa.

È il paradosso nostro, e dei tanti come noi.

Che in aereo ascoltano come noi gli scherzi facili dei connazionali che volano a Barcellona per turismo, e possono ancora fare giochi di parole sulle indicazioni che non capiscono: “Estamos llegando a nuestro destino” diventa “È l’ora del nostro destino”, che rende ancora più inquietante un atterraggio che noi non siamo più tentati di applaudire, visto che viaggiamo spesso e atterriamo sempre.

E allora, davanti a questi ragazzi che chiamano vacanza quello che per noi è vita quotidiana, con la differenza che per noi non è tutta mojitos e fiesta en la playa, davanti a loro sorgono domande esistenziali tipo:

– Ti ricordi quando eravamo italiani?

Intendiamo quegli italiani, quelli che non devono restare, solo godersi questa cartolina turistica e ripartire, al massimo scrivere sulla pagina Gli italiani a Barcellona per chiedere “info sul lavoro lì”, subito bersagliati dagli insulti di chi è restato e lotta ogni giorno con la precarietà.

Già, perché restare non è che ti migliora la vita, o non è così ovvio. È il paradosso che cito sempre del libro di Claudia Cucchiarato, Vivo altrove: chi parte non è che si mette a posto, eh, anzi. Magari non vive coi suoi a 30 anni, ma spesso condivide con due semisconosciuti un appartamento che mantiene lavorando in un call center, con l’unico lusso di non prendersi Erasmus in casa: troppo rumorosi, troppo sporchi, troppo entusiasti per chi ha avuto la malaugurata idea di trasformare in casa il teatro di una vacanza sempre più lontana nel tempo.

Ma chi resta perché lo sa, non corre questo rischio. Parlo di chi sa che tornerà sempre a casa, da casa. Perché ha imparato a caricarsi nello zaino tutto quello che gli serve e ci starà bene dappertutto, e ha smesso di chiedersi “come l’accoglierà questo nuovo posto”, capendo che i posti non accolgono, gli vai incontro tu e vedi se ti ci puoi adattare.

Io per la verità ho trovato il ripostiglio allagato, segno che questa casa comincia a non accogliere me come un tempo. Che la padrona di casa sarà anche gentile, ma lotta da anni con la vecchiaia di un piso ereditato forse da un padre coi calli alle mani e poca pazienza con le autorizzazioni, come tanti padri costruttori del mio “nuovo” quartiere.

Le macerie della mia vecchia vita, vecchia di una settimana fa, mi accolgono tali e quali a come mi hanno cacciata: i soldi rovesciati a terra nella fretta di trovare il caricabatterie, la finestra che incornicia una fetta di tetti e di mare, solcati dall’occasionale sventolio della busta appesa ai fili del bucato, per spaventare i piccioni. Oggi sembra svolazzare al ritmo dei pianti del solito neonato, che purtroppo no, in questi sette giorni d’assenza non si è svezzato, laureato e sposato, come auspicavo (ho scoperto che svezzarsi esiste, come riflessivo: vuol dire togliersi un vizio, e questo l’abitudine di piangere a tutte le ore proprio non l’abbandona).

Il mortaio è ancora nella bustina di cellophane, sul tavolo in soggiorno: l’avevo portato alla lezione pre-vacanze al mio alunno più bravo, un americano volenteroso che studiava italiano per comunicare con su pareja.

Il giorno prima di partire mi avevano mandato le foto della pasta fatta col pesto ricavato dalla lezione, il risultato più concreto che abbia mai ottenuto insegnando italiano.

Si sono lasciati mentre ero via, lui mi ha messaggiato per “sospendere” le lezioni, almeno finché non trova casa.

È quello che succede a parlare una lingua stupenda, ma pleonastica, nell’economia mondiale.

Speriamo riprenda. È proprio bravo.