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da ElNuevoDiario.com

Giornata piena, ieri.
La mattina catalano, il pomeriggio, udite udite, seminario, come ai vecchi tempi: Gender and Postcolonial Studies. Un obolo alla mia tutor catalana di dottorato e alla vita a cui, più volente che nolente, ho rinunciato causa crisi.

È dal master che non sento parlare di orientalismi e politiche postcoloniali, rifletto in classe, mentre adocchio il mio riassunto tra quelli corretti sulla cattedra, e conto gli scippi rossi.

I miei compagni hanno il vantaggio dell’esperienza, io quello dell’ignoranza. Non sono di madrelingua spagnola e il catalano è una lingua a cazzimma, scherzavo lontano dagli amici di qua: prendi una grammatica spagnola e fai l’esatto contrario.

Però non lo spiego alla giappocatalana Saori, sulla strada di casa, mentre lei mi analizza il suo nome per ideogrammi e lo traduce come “tessere suoni leggeri”. Faccio oh come i bambini e le spiego che in Italia siamo cresciuti a pane e manga censurati. Adesso oh lo fa lei: il suo fidanzato, Niccolò, non gliel’ha mai detto.
Sulla cyclette, in palestra, mi scopro a canticchiare la sigla sdolcinata di Ken il Guerriero.

Due ore dopo, mentre attacco i manifesti del seminario in giro per l’Universitat de Barcelona, la musica cambia. A Napoli dicevo alle colleghe che il dottorato è un corso professionale di attacchinaggio. Adesso mi devo correggere: lo fai anche dopo, ma gratis. Almeno intanto ho imparato a staccare lo scotch coi denti. Que parva que eu sou, canticchio riesumando le tre lezioni di portoghese. Che stupida sono.
Canto più forte, sulle scale della UB.

E che mondo stupido, che per essere schiavi bisogna studiare. E nella mia testa il Coliseu applaude ai Deolinda e alla loro canzone-manifesto di una generazione.

E come nei film, a questo punto squilla il telefono.

Il rappresentante di un sito web di matrimoni.

Non ci serve niente, sto per dire.

Mi spiega che servirei io a lui. Cercano content writer in italiano.

Quasi mi cade lo scotch.

Venerdì alle 11? Va bene. Ci vediamo là. Sì, mando il curriculum aggiornato.

Riattacco.

Una parte di me dice che hai fatto. E l’estate a studiare, scrivere, riflettere sulla tua vita? Sei un mostro di coerenza, lo sai?

L’altra dice solo: affitto.

Sì, ma i tuoi colleghi in pausa di riflessione come te?

Loro hanno un anno di assegno di disoccupazione, è come un part-time, e uno ha la casa di proprietà. Tu hai un sussidio minimo di 6 mesi.

E i tuoi già minacciano un “regalo per l’estate”, come i nonni quando, prima delle lunghe vacanze anni ’80, ti mettevano una banconota in mano e ti dicevano: “Comprati il gelato”. E tu calcolavi le montagne di gelato che avresti dovuto comprare e ti chiedevi se Provolino, Geppo e una bambola andassero bene lo stesso.

A 31 anni gelato e bambole non mi servono. Mi serve l’affitto, e vorrei pagarmelo io.

Que parva que eu sou, canticchio entrando nella sala conferenze.

Le seminariste invece parlano francese. Un’iraniana, un’algerina, una tunisina, una marocchina, una rumena, qualche catalana. La mia prof. mi ringrazia per l’acqua e il caffè, la moderatrice sciorina cognomi e titoli di ciascuna e poi mi presenta come “Maria, che dà una mano con la logistica”.

Io una volta ero come voi, penso sorridendo, mentre pian piano le furbone passano al francese.

Non era previsto, ma va bene. E in francese si scannano sul rapporto binario occidente e oriente, propongono ibridazioni, denunciano il paternalismo della questione Sakineh e prevedibilmente contestano l’ennesima studiosa marocchina che ci parla “del progresso che ci ha portato il nostro re”.

E in una lingua simile al francese penso “mo’ se vattono”.

L’iraniana mi conquista subito. Precisa, pungente, documentata. Oh, ne incontrassi una scema. Pure quella a Parigi: sapete che vuol dire essere donna, dalle mie parti? Eppure sono felice. If you want to be successful, you have to be successful.

Il giovane professore associato alla mia sinistra non capisce il francese e parla poco inglese, e scarabocchia il volto della locandina.

Rinuncio alla cena accademica per un altro importante seminario:

Rapporti iberici post-dittatoriali tra nuove democrazie scongiurate dalla crisi. Con una tavola rotonda sull’odio postcoloniale catalano verso Cristiano Ronaldo.

Insomma, per la partita Spagna-Portogallo i miei ex colleghi stanno già schierati nel bar di fronte all’ufficio.

In prima fila: Xisca, amica maiorchina che tifa Spagna con riserva; Dennis, o seu amor, olandese cresciuto in Portogallo; Carolina, mezza svizzera e mezza valenciana, a tifare Spagna; amici portoghesi di Dennis.
Seconda fila: David, mezzo francese e mezzo portoghese; sa copine Julia, tedesca, a tifare Spagna; David2, padre inglese, madre spagnola, nato a Malta, a tifare Spagna; la sua ragazza, inglese di origini indiane, a tifare Spagna; amici filospagnoli del gruppo.

– Hello! – fa Dennis.
– Perderete – rispondo.

Mi guarda in cagnesco mentre Xisca conferma.

Come Isabel, che arriva di corsa dopo il lavoro solo per vedere Ronaldo perdere, come i suoi colleghi.

Mangio pane e odio (e un po’ di jamón ibérico), mentre grido in un misto di lingue (perlopiù ma ch’ha fatto, chisto?!) e la selección si mangia goal su goal.

Quando passano ai rigori, Xisca esulta per una bella azione e Dennis l’afferra come in una partita di rugby, affogandola di baci per metterla a tacere. Tra David e Julia c’è più tensione, colgo l’occasione per dire a lei “Vinca il migliore, domani”. E a David “Vinca l’Italia!”. Paracula, lo so.

Il barista viene a chiedere quando minchia finisce la partita, che se ne frega e deve chiudere. Manco giocasse il Barça.

Infatti, quando finisce. 10 anni di vita li ho già persi, domenica, per i rigori italiani. Ci mancano solo questi.

– Ronaldo non tira? – chiede Isabel, pronta a gufare in tutti i modi.

Non fa in tempo. Fàbregas (per l’occasione Fábregas, sulla Vanguardia di oggi) lo precede. Come le nostre urla, e il capo chino di Dennis.

David guarda Julia e dice solo: “Forza Italia!”.

Forza Azzurri, correggo allontanandomi.

Mi aspetta un’altra giornata piena, e una notte di passione.

Ma senza rigori, per favore.

(per sentirvi un po’ stupidi anche voi)

Me la sono giocata e mi è andata bene, penso leggendo “Melchior de Palau” sulla targa all’angolo di strada.

All’ultimo momento avevo deciso di scendere a Plaça de la República, a una fermata da quella Sants-Estació costatami un quarto d’ora di strada e diverse bestemmie, sia quando avevo iscritto un’amica assente al fantomatico C di catalano, invidiandole il livello raggiunto mentre io scrivevo la tesi, sia ora che mi ero iscritta io al D, il corso successivo. Quello che non è necessario per trovare lavoro, basta il C, e sopra c’è solo il K, per filologi.

Nessuno lì in giro conosceva la strada, né i Serveis Lingüístics dell’Università di Barcellona, e mi cominciavo a preoccupare, che erano le 9.20 e mancavano 10 minuti all’inizio della lezione. Chiedevo pure in spagnolo, l’ideale per due ore e mezzo da passare col catalano, e m’innervosivo ancora di più.

Ma adesso… Una volta a destinazione ordino al volo un cornetto al cioccolato al bar di fronte. 7 minuti. Ho fatto tardi perché ho dormito male, ho fatto sogni troppo belli.

Terzo piano, questo lo so. Aula 3F3.
Ascensore. Piano deserto. Corridoi con aule a tre cifre, senza lettere. Adesso bestemmio in napoletano. L’ideale per due ore e mezza di catalano.

Finché non viene un tizio stanco e perduto quanto me (e carino!) che mi chiede in catalano perfetto se cerco l’aula del D. Annuisco col cornetto in bocca, sperando di non aver macchie di cioccolato. Lui ha trovato le aule con le lettere. Sbagliamo una volta sola prima di arrivare alla classe già piena, con la prof. che spiega le solite cose.
80 ore, finisce a settembre, esame scritto il 29 (un numero a caso), orale la settimana dopo. Due composizioni a settimana, lavoro in classe, esercizi scritti e orali.

Mi guardo intorno.

Sono l’unica straniera.

Non ci vuole Lombroso per capirlo, basta una rapida occhiata ai vestiti fantasia delle donne, di varie età, e alle basette squadrate dei ragazzi, generalmente più giovani.

Non mi far parlare, non mi far parlare…

Vabbuo’, ma è il D. Possibile che ci faccia presentare come all’asilo?

– E adesso vi presenterete uno a uno, e mi racconterete la vostra traiettoria linguistica col catalano.

Ecco.

Meno male, comincia in ordine alfabetico! Starò al centro.

Solo che non legge i cognomi, non so quanto tempo ho.

La mia storia col catalano.

Che le dico?

Il tempo è poco, meglio separarla da quella coi catalani, anche se è quasi impossibile: quando vieni qua, se davvero ci tieni, devi prenderti tutto il pacchetto, lingua e paese.

Potrei cominciare con la rabbia dei primi giorni, io che faccio fatica a parlare spagnolo e i cassieri catalani che mi dicono cose incomprensibili.

O i prof. di Tarragona, durante il fantomatico Erasmus, che mi spiegano “aquest curs és en català”, e io mi sento precipitare nell’Appartamento Spagnolo, spiego che capisco il 70% della lezione e poi nei dibattiti non apro bocca perché mi fa strano essere l’unica a parlare un’altra lingua.

Al mio sfogo con l’amico di Toledo, il primo a rivelarmi, ai tempi di Manchester, che “los catalanes son pesados”.

La sopresa del toledano, in visita a Barcellona, quando scopre che ho afferrato il toro per le corna (metafora poco catalanista) e mi sono appena iscritta al B1, per ultraprincipianti offerto dal Governo catalano, costo 10 euro (per il libro).

La mia cotta per l’insegnante dall’accento fortissimo (avrei scoperto poi che era un maiorchino trapiantato), e la sera in cui “guarda caso” ci ritrovammo nello stesso vagone della metro, lui salutò un bel ragazzo coi capelli lunghi e mentre pensavo “ua’, pure isuoi amici sono interessanti!” li vidi darsi un dolcissimo bacio sulla bocca.

No, questa parte la salto.

Invece, le devo dire assolutamente che il catalano me l’hanno insegnato i soldati.

100 anni fa.

Sgrammaticati e morti di freddo, che scrivevano dalle trincee per chiedere soldi, sigarette e giornali, e sentirsi dire che se combattevano nella Legione Straniera francese era perché la Catalogna, un giorno, potesse essere indipendente, e perché un esercito ce l’avesse anche lei.

Quel barbiere così simpatico che chiedeva sempre tabacco, quello che mandò la foto e poi s’incazzò col destinatario e chiese di restituirla, o il povero Muñoz, morto “nei campi d’onore”. E Camil, ovviamente.

Camil Campanyà. Che scrive una lettera bellissima, che quasi non capisco perché mancano poche ore all’alba e all’attacco, e i suoi ultimi pensieri sono per l’amata Catalogna che non sa se vedrà ancora, e per la gente che dovrà continuare la sua battaglia quando, poche ore dopo, verrà colpito dalle raffiche dei boches (crucchi) di Belloy-en-Sainterre. 23 anni.

Pare che la bandiera che lo avvolgeva è stata nascosta chissà quanti anni, anche mentre Franco cercava di cancellare il catalano dalla faccia della terra.

Ma quando scoprii questa storia la tesi l’avevo già consegnata, insieme alla lettera di “Anchaleta Muñoz”.
Povera Angeleta, se scrivo come lei sai che botte prendo dalla prof., che adesso è arrivata alla lettera F (me ne accorgo per un caso di omonimia). Dovetti leggerla a bassa voce, nel silenzio dell’archivio, per capire che cavolo scrivesse da Parigi al Presidente del Comitè che voleva onorare la memoria di suo marito. Che piangesse e fosse stanca dopo ore e ore a lavorare “anche le domeniche” non aiutava. Ma i suoi figli sarebbero stati presi a carico dalla riconoscente nazione senza paese. La figlioletta sarà mandata a una scuola francese, addirittura, per diventare “une femme sérieuse”.

Povera piccola Muñoz, penso, mentre ormai siamo a Hernández (sì, qualche madrelingua spagnolo c’è, non sono del tutto sola), speriamo che non sia diventata troppo seria.

Il C invece rapido e indolore, quattro mesi di semintensivo al Consorci, di corsa dopo il lavoro, e lunghe domeniche a studiare i pronoms febles.

Quando scoprii che l’avevo passato, l’esame, il 13 febbraio, festeggiai guardando la partita del Napoli nella pizzeria lì vicino. Perfetto esempio d’integrazione. Speravo di avere compagnia, ma la margherita l’avevo mangiata da sola. Ma il giorno dopo, al lavoro, Ferrero Rocher per tutti, baci abbracci e auguri, Maria, lo sapevo, grazie, Xisca, grazie, Isabel, se non fosse stato per voi… Andy era arrivato tardi e gli avevo detto che il regalo era per San Valentino. Tutti a ridere.

Ci fu solo l’episodio dell’impiegato del Consorci che m’invitò a uscire e, vedendo che non messaggiavo ancora, si fregò il mio numero dal faldone.

Sono passata dal Consorci alla UB anche per questo, un po’, penso adesso, mentre aspetto di sentire il mio nome da un momento all’altro. Certo, il motivo principale è che ora ho tempo e voglia di studiare. E ho l’impressione che si possa farlo bene, qui, tra questi ragazzi che sembrano in gamba, tutti lì riuniti in nome del dio Lavoro e della madre, matrigna e meravellosa (con “s” sonora) Catalunya.

– Maria… Marcese, si dice così?

Sono commossa. È la prima prof. di catalano che me lo chiede, se lo pronuncia bene.

– Marchese – preciso sorridendo.

Poi aspetto un secondo, e comincio a parlare.

PS: Tre ore più tardi scopro che in realtà dalla fermata Sants bastava girarsi, invece di andare verso la stazione, e dopo la piazza ero già arrivata.

L’altra sera ero nel cesso di un pub con una sposa scozzese.

O meglio, io ero fuori, a contarmi i morsi di zanzara allo specchio, e lei in bagno. Le era pure caduto non so cosa, non so dove, come cercava di spiegare alla damigella che aspettava con me. Per fortuna l’accento e il tasso alcolico non aiutavano a capire i dettagli.

Improvvisamente era esploso un suono di cornamuse.

– Oh my gosh, it’s for us! – e la sposa si era precipitata fuori, nella ressa del Carders Public House.

Insomma, le mie uscite estive sono iniziate sotto i migliori auspici.

Il fatto è che, come ho già spiegato, allo squallore che può assumere una notte di “fiesta” barcellonese avevo risposto per anni col mio consueto equilibrio: non uscendo più. Non la notte, almeno.

Credo mi chiamassero Cenerentola.

Ora che mi sono presa l’estate per riflettere, tradurre e studiare catalano, ho pensato che una seconda chance fosse d’obbligo.

Così una settimana prima ero uscita “solo per vedere la partita, eh, ragazzi”, e due ore dopo stavo girando per il Born sottobraccio a un francese di due metri. Gli avevo parlato del blog e dei progetti di scrittura, e lui:

– Naturalmente includerai un capitolo in cui incontri un uomo meraviglioso e affascinante di nome Mario.
Mi ero girata.
– Chi? – avevo chiesto all’avambraccio.
E una voce dall’alto:
– Mario. C’est moi.
Stavo girando per il Born sottobraccio a un francese di due metri di nome Mario.

L’avevo pure cercato, eh, nella zona dance del locale di Rambla Raval in cui eravamo finiti col gruppo, ma stava baciando una ragazza semiubriaca, che poi si era messa a ballare con due ragazzi con ciuffo e barbetta, che poi si erano messi a strusciarsi tra loro, prima che il più alto, a fine serata, baciasse la stessa tipa che aveva baciato l’altro all’inizio.
Mi ero detta: hai voluto la bicicletta? E mo’ pedala.

La sera della cornamusa, invece, andavo solo al concerto del tizio che sul palco, “soffiava” a pieni polmoni una melodia che il suo coinquilino non mi voleva insegnare a ballare.
– Non so come si balla, e comunque uomini e donne da noi ballano separati.
– Questo spiega molte cose.

Tanto aspettavo che lo showman suonasse il kazoo.

L’ha fatto a fine serata, in un P.K.P. (Private Kazoo Party) che a un certo punto mi ha vista indossare una parrucca rosa (prossimamente su facebook, ne sono sicura).

La seconda parte era rimandata al giorno dopo, sul loro terrazzo. “Tranquilla, è solo un barbecue tra coinquilini”.
Seh. L’Onu al gran completo. Uno di Derby ha pure dichiarato che parlavo inglese come questa.
Il resto era lì per il Sonar.
Mi ci sono volute almeno due claras per dichiarare che lo schifavo cordialmente.

Il che non ha impedito di darci appuntamento tutti insieme il giorno dopo, domenica, prima in spiaggia e poi a guardare l’ennesima partita, con un’amica new entry che se ne fregava del calcio e aspettava solo il terzo tempo del P. K. P.

Disputato nella casa del barbecue, con un ospite d’eccezione: un castoro di peluche. In realtà le ospiti eravamo noi, il castoro mi aveva spaventato la sera prima, appollaiato sul televisore, e adesso ammaliava al primo sguardo la giovane artista, che lo spupazzava suonando le più improbabili melodie kazoo.

È una martora, precisò il suo padrone la sera dopo.

Sì, perché, indovinate un po’, ero uscita ancora. Avevamo visto la partita in un locale con due sale e due schermi separati solo da un vetro: così mi giravo dalla mia stanzetta secondaria, consacrata all’Italia, e nella pausa tra i due goal osservavo il nutrito gruppo di spagnoli e filoispanici in attesa della svolta tardiva.

Poco prima del fischio d’inizio, le mie amiche mi avevano chiamata apposta “per togliersi un dubbio”:
– Scusa, ma abbiamo visto la lista invitati su facebook…
– E allora?
– Allora, viene anche…
– Lo so.
– E tu sei sicura di voler andare lo stesso?

Io ci avevo pensato due minuti, ripassando la serie di scuse possibili per non andare: devo temperare la punta alle matite per gli occhi, lavare gli scogli della Barceloneta, pettinare i capelli alle Barbie…
Poi avevo riassunto tutti i libri di filosofia, le ore di yoga e le letture di self-help in una sola parola, una specie di mantra purificatore dell’umanità:
– Sticazzi, ragazze.
– Amen – avevano risposto.

Ora festeggiavamo tutti insieme il mancato biscotto nel bar in cui lavorava la donna-kazoo, che ormai in pausa ripensava con nostalgia al peluche. Ah già, ridevo io, ahah, che idea tenersi sulla tv di casa quella sottospecie di castoro semovente…

È una martora, aveva ribadito il fan del Celtic, stavolta alquanto seccato. È un animale forte e coraggioso. Ed è il simbolo della mia squadra.

Gelo.

– Ma io la amo, la tua martora – aveva dichiarato infine la donna kazoo.

Ancora silenzio, poi il tifoso offeso l’aveva guardata con occhi nuovi:
– Ah, sì? Sei la prima che le si affeziona.

E con questa pace internazionale, potevo finalmente andare a dormire.
Perché in questa girandola di “notti magiche”, che finivano dalle 3 alle 5 del mattino, mi svegliavo comunque tra le 8 e le 10 e traducevo almeno fino all’una.
Non so perché, rimando sempre la correzione di quelle bozze lì.

(una canzone sulla depressione animale)

(Il cornamusaro quando non suona il kazoo):

(Adesso metterei il video di Come Undone di Robbie Williams in rappresentanza della “fiesta” media barcellonese, ma l’artista di cui sopra mi ammazzerebbe a colpi di cornamusa. Facendosi sgamare subito)

Non è che non lavori. Colgo l’occasione di una traduzione, che m’impegna 3-4 ore al giorno, per fare il punto della situazione.

Le ex colleghe ora svolgono lavori simili a quello che facevamo insieme, precari ma non proprio miseri e trovati nell’arco di un mesetto.

Annunci per Groupon, descrizioni di appartamenti per agenzie turistiche, call center.
Una, italiana, fa 3-4 lavori alla volta, tra bar e imprese di pulizie, per mantenersi durante il master.
Un’altra, catalana, sta perfino in una clinica per la fecondazione assistita, mi ha chiesto aiuto per la prova scritta, che con tutte le coppie italiane costrette a venire qua la lingua di Dante era un requisito fondamentale.
Una francese ha perfino cambiato lavoro, il primo non le piaceva, il collega italiano parlava da solo tutto il giorno e a un certo punto avevano licenziato il capo del personale. Ma non credo che l’offerta di cervelli italiani consenta tanto snobismo.

Comunque, sarà che modestamente ho delle amiche brillanti, ma pare che se parli le lingue, scrivi bene e hai un po’ di culo qualcosa si muove.

Non io, però. A fine mese comincio il corso intensivo per il certificato di catalano di livello superiore. Il fantomatico D. Per lavorare nella pubblica amministrazione catalana ci vuole il C, che già possiedo (e la raccomandazione di Sant Jordi, ma questa è un’altra storia).

Non so bene perché prendo il D. Un po’ perché quando parlo una lingua vorrei farlo bene. E poi m’illudo di opporre un pezzo di carta a eventuali considerazioni nazionaliste: “sì, ma non sei catalana”, “sì, ma ho il D”. In ogni caso, terminando a settembre con pausa ad agosto, il corso è una grande scusa per continuare a riflettere.

Su cosa? Be’, sul fatto che, quando parlano del nuovo lavoro, le mie chicas dicano in coro che “non è niente di che, una cosa per tirare avanti”. D’altronde, “con la crisi non c’è altro da fare”. Ma poi tutte sembrano risollevate dall’aver perduto il lavoro due mesi fa, non lo amavano per niente, ma “con la crisi che fai, ti licenzi?”.

E allora approfitto del piccolo sussidio, del lavoretto part-time e del corso per starmene tre mesi a cercare di quadrare il cerchio con un lavoro che mi piaccia “nonostante la crisi”. Tanto la ricerca pare arenata del tutto, e non mi manca. Quando ho iniziato il dottorato avevo 26 anni, vivevo a Napoli e m’interessava tutto e niente. Quando l’ho finito, l’anno scorso, ne avevo 30 appena compiuti ed era cambiato tutto.

Forse il vantaggio d’iniziarlo tardi, il dottorato, è avere già le idee chiare.

Io ho sempre saputo di voler scrivere, e pure che “lettere non danno pane”. Ma non avevo ancora deciso, come adesso, che non vale la pena di fare lavori a mille euro al mese senza nemmeno provarci, a scrivere, per paura di non farlo bene.

Intanto, però, veranito. Estate.

Ma le mirabolanti avventure dell’estate barcellonese le racconto in un altro articolo, che quelle di cui sopra devono rimanere elucubraz… Pippe. Pippe mentali. Ho deciso di scrivere come se doppiassi un film di Tarantino.
Così qualche libro lo vendo.

(Lezione di catalano):

La casa del mio amico è di quelle enormi e antiche che t’insegnano a catalano, nella lezione sulla “tipica casa barcellonese”, e non credi esistano finché non ne trovi una. Il mio amico in catalano sa dire solo “de res”, e nelle altre lingue ha un accento strano, che a volte dici sì anche se non hai capito.

Ci vivono in 4, ma in realtà sono 5. C’è la sua ragazza. Gli altri fidanzati vanno e vengono, a volte restano per la notte. La sua ragazza è lontana, ma è sempre lì, nel telefono fisso occupato mezz’ora al giorno, tarifa plana, o nel letto sfatto alle 4 del pomeriggio, intravisto un momento prima che lui chiuda la porta a chiave, che c’è una festa e non si sa mai. O quando, mentre suonano la chitarra in salotto, lui svanisce nel nulla, e il chitarrista mi guarda e chiede dove si sarà cacciato.

Tanto torna sempre. E offre birra calda, che in frigo è finita, o dà mezzo rotolo di Scottex alla mia amica che deve andare in bagno, perché è finita pure la carta. Misura a occhio. Che ne sa, lui, di quanta ne serve alle donne.
Non sempre mi manca, in salotto. Lui è silenzioso, tranquillo, gli altri sono allegri, simpatici. Il chitarrista soprattutto, è una star. Gli ho portato un’amica pazza quanto lui, non per fare la ruffiana, che non ne hanno bisogno, ma per sentirli cantare canzoni improbabili fino all’alba.

E io mi sono sentita bene. Certo che c’erano cose che m’innervosivano, in quel salotto con gli stucchi sul soffitto e il pavimento artistico: un cuscino vuoto, lo sbattere di una porta, una luce che si accendeva e spegneva dove io non posso entrare.

Ma stavo proprio bene. La cosa più strana era che la distanza non mi spaventava.
Posso andare in capo al mondo, ma quando ho una casa la voglio vicino. Lì non è che mi senta a casa, ma c’è la luce giusta per guardare tutti senza guastare l’intimità, e la possibilità di parlare di cose più o meno idiote per chissà quante ore.

Non ci sono abituata. Dipende dall’epoca della tua vita, ovviamente. In quella che ho lasciato in Italia insieme a mezzo guardaroba invernale, questi ragazzi di 3-4 paesi e 2 continenti diversi mi sarebbero sembrati noiosi. Nessun colpo di testa, nessuna crisi esistenziale, nessuna malattia paragonabile a quelle della mia Corte dei Miracoli, come la chiamava un amico rimasto lì.

Adesso invece rappresentano tutto quello che voglio. La pace.

E un bel terrazzo sul mondo affumicato dal barbecue.

– Secondo te è forte, Balotelli?

Guardo i miei interlocutori. 16 anni in due, dividono la sedia e sono bellissimi. Uno coi capelli a spazzola e gli occhi blu, l’altro scuro scuro con gli occhi a mandorla e la maglia dell’Italia.

– Mi pare di sì.

Protestano vivamente, mentre dietro imprecano per l’ennesimo goal mancato. Accanto al maxischermo c’è lo striscione della Casa degli italiani con una frase che dimentico presto, qualcosa come “Per sentirti sempre a Casa!”. Casa con lettera grande, però, questo lo ricordo.

Ricordo anche la mia replica:

– E voi chi preferite, Balotelli o Cassano?

Quello con gli occhi chiari spiega:

– Cassano. È molto meglio. E poi sono genoano.

In effetti l’accento è di Genova. Prima non l’avevo sentito, quando ha chiesto al padre, dietro di me, “Qual è il portero de l’Italia? Si dice ‘l’Italia’?”.
Il bambino con gli occhi a mandorla, invece, ha un accento del centro e un dubbio atroce:

– Ma Chiellini non è identico a Voldemort?

Romano, decido.

Mentre cerchiamo di segnare questo benedetto spareggio con la Croazia nei cinque minuti di recupero, parlottano tra loro come certi cuginetti napoletani in presenza dei genitori, quando censurano dialetto e parolacce. Mi domando se il loro “dialetto” non sia lo spagnolo, qui. O il català.

– Vedi, Cassano è maleducato. Balotelli è nero e lui è razzista, quindi non vanno d’accordo.
– Balotelli è gay.
Detto come una constatazione, nel senso di “Cassano lo odia per questo”.
– No, sembra che è gay, ma non è gay.

Alla fine escono a giocare, e io ascolto le voci della Casa degli italiani.

– Ma figa, non possiamo fare queste robe qui, sono alti per i falli!
– Ma n’ ‘o poteva sbaja’, er goal?

La Casa degli italiani, invece, sente me in prima fila dire solo “No, uagliu’, no!”, e invocare continuamente quello che sembra un giocatore della nazionale giapponese, tale Maronna-San.

Ma niente, oggi è pareggio. È una nazionale un po’ triste, commento con Stefano, uscendo dal viale nascosto nell’Eixample più elegante. Lo scandalo Juve, Buffon indagato, e tutti che trovano una ragione o un’altra per non guardare gli europei.

Chi lo fa per una giusta causa, i cani ucraini sacrificati al dio Calcio.
Chi non ci crede che ci sia una giusta causa da sbandierare, quest’anno, insieme al solito “il calcio è l’oppio dei popoli”.
Chi si tortura tra vedere la partita e rinnegare il nazionalismo, scomodando deliziosi stornelli anarchici.
E infine, quelli che non si sentono italiani, ma per fortuna o purtroppo sono italiani a Barcellona.

La prima partita l’ho guardata tra uno di loro e una maiorchina che “se segna la Spagna sono contenta, perché in pratica è il Barça, ma se vincete voi non mi uccido mica”.

Stavolta la Spagna non ce la faccio a guardarla, tornando nel Raval. Tanto qua la nazionale (“de qui?”) la seguono e non la seguono, il Folgoso è mezzo vuoto e mezzo pieno, e la parte piena accoglie l’unico goal che vedo con rumore di sedie: ci sono i soliti, la signora mezza ubriaca con accento andaluso, il vecchietto compito che siede in un angolo, e il cameriere bengalese che mi sorride come per dire “Ora siamo al completo. Una clara?”. La novità è un gruppo d’italiani, con uno che spiega all’unica spagnola che non depilarsi le ascelle non è una rivoluzione. “Il femminismo…” conclude laconico. Guardo la spagnola, le auguro mucha suerte e vado prima dell’intervallo. Mi spiace per l’Irlanda, ma vince la Spagna.

Davanti al Macba c’è il Sonar, dalle mura improvvisate e tappezzate di manifesti psichedelici mi accoglie un ronzio che mi fa vibrare la borsa e invidiare assai quelli che hanno pagato una fortuna per entrarci.
La musica migliora mentre ormai svolto verso il Carme, con un argentino che vende empanadas e un collega che mi chiede in moglie (“a vos te pido casamiento”). Per gli standard di qua devo essere particolarmente guardabile, stasera, e la clara comincia pure a farmi effetto, così canto la canzone di un film che guardavo sempre a Manchester, imparata a memoria nel limbo-ricotta tra laurea e dottorato. Mi domando se sia il barrio adatto, ma tanto chi mi capisce, e poi ho una pronuncia che l’ex coinquilina israeliana mi chiuderebbe con gli scarafaggi nella vecchia cucina.

A proposito di cucina, mi arrendo. Voglio il curry di Bismillah, da portare. È una droga. Speriamo solo che al bancone non ci sia…
C’è.
L’amico del mio ex, quello che non approvava la mia presenza e non saluta manco sotto tortura.
E mi serve lui.
Porello, tutto sto viaggio dal Kashmir per servire una zoccola occidentale che sorride troppo. Ma mi accorgo di aver peccato di superbia, magari non saluta nessuno perché è orso e basta.

– Muchas gracias.
– Qué? – sgrana gli occhi, tra il meravigliato e lo schifato.
– Que muchas gracias!
Passa al cliente successivo.

L’alunno di posteggia è più gentile. Sta lì, nel panificio, ad aspettare che le lancette facciano ¾ di giro. Gli sto insegnando a “ligar”, a “posteggiare” in napoletano. Lui mi fa un complimento e gli dico se andiamo bene. È giovane, si farà.
Stavolta mi dice:

– Sono stanco, italiana, è quasi ora di chiudere e sto solo in negozio, meno male che è venuta una chica guapa, grazie per l’energia che mi trasmetti.

Non male, commento con un avventore appena entrato in bicicletta. Mancano le palette alzate, ma brandisco la baguette calda di forno (me la sceglie apposta) e infilo le scale giusto affianco al negozio.
Il cartone che ho trovato stamane proprio fuori la porta è ancora lì. Lo uso per coprire la finestra per il sole, non c’è tenda che tenga e l’altro è bucato, pensavo di cambiarlo. Allora la Provvidenza esiste? Viva il Dio dei cartoni, che veglia su di me.
Mi sfugge un particolare, la morale della favola.

Ah, già.

Io il calcio, l’ho già detto, lo vedo per abbuffarmi e fare bordello, ma in questi 4 anni sono migliorata. Prima quando perdevamo era solo sfiga. O un arbitro bastardo, o degli avversari fallosi.
Adesso li vedo,i goal che non arrivano perché gli attaccanti non si capiscono, perché “il centrocampo è debole” o “non siamo abbastanza cattivi”.
Adesso ho imparato che la sfiga è l’alibi di chi non è abbastanza cattivo con se stesso da dirsi che era colpa sua.

E poi concedersi il bis.

Anzi, il ter.

Lo diceva, quello, che ci vorrebbe il terzo tempo.

(L’inno italiano di riserva)

Non ci venite mai, nel Raval. È un posto pericolosissimo. Sporco. E brutto.

Spacciatori in ogni angolo, che al posto del fumo vi danno l’erba di casa loro.

Sì, perché in tutte le case del Raval, ovviamente fatiscenti, cresce l’erba in mezzo alla quale pascolano gli scarafaggi. Enormi. Ovviamente gli spacciatori che trovate sono part-time, lavorano quando non sono impegnati a derubare i turisti o i cittadini perbene. E a organizzare attentati con Al Qaeda, naturalmente.

Non sapevate che il nuovo leader di Al Qaeda si nasconde nel Raval? Sapevatelo! Entrate in un qualsiasi negozio di frutta tenuto da immigrati. Cosa ascoltate? “Calabacín para ti un euro al chilo”. Capito? Le zucchine sono un linguaggio in codice per bombe, e l’euro e il kilo simboleggiano precise coordinate cartografiche che non stiamo qui a spiegare. Le trovate su Internet insieme alla teoria sui terremoti autoindotti.

E le donne, ne vogliamo parlare? Un giornalista, mi hanno riferito, scrisse un articolo, “le donne invisibili del Raval”. Smascherando un’importante verità. Non è che gli immigrati lì siano soprattutto maschi scapoli che vivono in 10 in 50 mq. Nooo. Si sono portati appresso uno stuolo di donne in burqa mimetico che quelle poche volte che escono si mimetizzano coi graffiti sui muri. Sì, perché sul burqa hanno riprodotto pure i graffiti, hanno pensato a tutto. Ovviamente il 50% della popolazione femminile “ravalenca” è costituito da prostitute. Scusate la banalità, è che non tutti lo sanno. Voi a scanso di equivoci provate. Alcune si nascondono bene, per ingannare la polizia. Ma voi avvicinatevi con delicatezza alla prima che trovate e chiedetele “Scusa, quanto prendi?”. Se non capisce la vostra lingua, chiedeteglielo in varie, dialetti compresi. Se vi dà un manrovescio sui denti non disperate: è il loro segnale di riconoscimento perché la polizia non le sgami. Se poi lo chiedete a una tizia bassina e biondiccia con un look molto creativo e due buste della spesa in mano vi è andata male: sono io, e lo faccio ancora gratis e solo con chi mi sta molto simpatico. Per vostra fortuna, non sarà il vostro caso. Ve la caverete portandomi su le buste della spesa. Poi, quando mi sarò accertata che abbiate imparato la lezione, che il Raval è un posto pericolosissimo e da non frequentare, vi porterò a fare un giro.

Se è domenica vi porto su Rambla Raval, che i pakistani chiamano qualcosa come “Rambla scacciapensieri”, e vi offro un tè alla menta con baklavà al bar all’aperto del mercato. Però ci sediamo all’aperto, tra palme e pappagalli, ad aspettare che si faccia l’ora per ascoltare un po’ di musica al Big Bang o a Robadors 23. O preferite un po’ di poesia al Colmado? Se avete fame scegliete: a meno che non vogliate la cucina rustica di Romesco, il venerdì vi porto dal marocchino a vedere se avanza un po’ di cous cous (me lo dicevate prima, che sareste venuti, se prenoto un giorno prima ce ne fanno trovare in quantità), oppure da Shalimar su c. Carme, anche se i miei vicini di casa mi raccomandano quello vicino alle giostre, verso la Rambla. Sì, dai, andiamo là, che vicino c’è il Pastis. C’è un concertino quasi ogni sera. Così imparate la strada della prima libreria araba aperta in Spagna.

Una birretta in una terraza e ci salutiamo. Non prima che ripetiate con me: il Raval è un posto orribile. E passate parola, eh. Soprattutto ai vostri amici che vivono qua. E pure a quello che “non se la sentiva di parcheggiare giù da me” e se ne tornò nel suo barrio in culandia citeriore col coprifuoco alle 8.
Se invece volete tornare in questo barrio sporco, pericoloso, orribile, sapete dove trovarmi. Ma resti tra noi. Potrebbero venire troppi cittadini perbene.

Il Rai è buono e caro (solo metaforicamente), ma non è facile da trovare. Prima di tutto perché sta in una di quelle stradine del Born che cominciano con un altro nome, in questo caso illeggibile perché nascosto da un divieto di transito. Tu vai sempre dritto, finché non ti accorgi che i civici si ripetono. Allora impari a prendere come punto di riferimento la chiesetta all’angolo. Infine, se non ti fai distrarre dalle botti-tavolino del bar affianco (non entrarci mai, 7 euro una tortilla e una coca) arrivi a questa porticina che la mia del Raval, scassata e buona, salta più facile agli occhi anche senza quei 2-3 manifesti freak messi lì pro forma.

Quando arrivo il 6 giugno sera sono spariti pure quelli, perché la porticina è aperta. Ma c’è Eva, messa lì a rivelare alla gente che finalmente sono arrivati al cabaret di solidarietà con le vittime del terremoto in Italia.
L’ultima volta che l’ho vista suonava The Final Countdown con un kazoo e un maialino di plastica di nome Miró. Stavolta aveva avuto la mezza idea di fare Romagna mia almeno col kazoo, ma aveva intuito fosse di cattivo gusto.

Perfino per un cabaret presentato dal Banzo, personaggio mitologico della Barcellona italiana metà uomo e metà mutandoni di Pacman. Quando lo scorgo tra la gente che si affolla in zona bar, uno stanzone alla buona con saletta attigua, mi accorgo con disappunto che non li indossa ancora. In compenso mi annuncia che lo affiancherà una valletta spagnola vestita da Colombina.

‘nnamo bene. Nella saletta un gruppo sta suonando Zombie con strumenti ad arco. Ci metterò tempo a capire che lo spettacolo vero e proprio è nella sala grande, quella usata per le proiezioni e presentazioni come quella della settimana scorsa, quando al Banzo prese l’attacco di panico.

Andò così, ricordo pagando i 5 euro del biglietto e i 5 per il buffet de La piccola cucina italiana (pasta fresca, caponata e salsiccia e friarielli in dosi omeopatiche). Eravamo col Banzo e una coppia di amici alla presentazione di due libri sulla camorra (un’inchiesta giornalistica e una parodia tragicomica), quando il giornalista venne interrotto dall’ingresso di… Pulcinella. Mentre nascondevo la testa tra le mani, incerta se prendere a testate la sedia, Banzo si aggrappava spaventato alla fanciulla al suo fianco: per un secondo aveva creduto di stare a casa, vicino Ravenna, e che il grido con cui era entrato l’attore annunciasse il terremoto. Un flash spaventoso e dieci minuti di attacco di panico.

Dopo Pulcinella, rifletto mangiando (e commuovendomi per quanto sia buono) Colombina è d’obbligo. Anche perché fa la valletta pure alla prima parte dello spettacolo, presentata da una drag queen.

Ma io, per chi non l’avesse capito, voglio il Banzo su quel fottuto palco. Oh yeah. E seduta accanto a Eva modello groupie possiamo finalmente applaudirlo verso le 22, preannunciato dal tecnico-regista che parla di spettacolo di varietà, cabaret e danza del ventre. Danza indiana!, gridano da dentro (in realtà gridano il nome della danza, destinato a rimanere incomprensibile ai più).

Finalmente il nostro eroe, in mutandoni d’ordinanza, maglietta Odio il Brodo stile Skiantos e giacca da Bravo Presentatore, si siede sui gradini del palco a gambe larghe (mentre cerco disperatamente di fargli cenno di chiuderle) e legge una cosa in una lingua sconosciuta, che Colombina traduce in spagnolo. Mi spiegano che è modenese, o una cosa così.

Primo numero: -Danza del ventre!
Altra smentita da dietro al palco.
– Scusate, la mia pancia mi ha suggerito male – commenta il Banzo in spagnolo.

Parte la musica e comincia subito la parte più bella: quando i ballerini non appaiono. Diventa una specie di gag, il pubblico applaude e il tecnico va a controllare che siano ancora vivi. Sì. Aspettano la reincarnazione e l’inizio della canzone, dopo un intro lungo quanto una canzone dei Pink Floyd.

Tra un numero e l’altro messaggio un’amica catalana in dirittura d’arrivo: conoscendo i miei polli le comunico che lo spettacolo volge al termine e sono 5 euro, sicura? Prevedo che o mi aspetterà fuori o troverà il modo di entrare gratis.

Intanto una strepitosa sessuologa ci parla delle tecniche d’approccio degli uomini nella storia, ricordandomi che la più schietta della mia vita è stata fuori alla Biblioteca de Catalunya:
– Quieres polla?
Eva ha un infarto. Da dietro fanno ssst. Si gira: – Ma LEI mi fa ridere.

Come la comica milanese alle prese con la famiglia del fidanzato “locale”. Lei cerca di dare la mano al suocero, che cerca di baciarla alla spagnola, poi non si mettono d’accordo sulla guancia (si comincia a destra in Italia e a sinistra in Spagna). Anche qui ricordo quando, per lo stesso problema, stavo baciando sulla bocca Tonino Carotone

Fortuna che c’è la ballerina seria. E bravissima. L’avevo già vista fuori alla sala, con un trucco modello Misfits mentre si faceva un punto d’onore di allenarsi davanti a tutti, stendendo il piede flessuoso a qualche centimetro dalla mia salsiccia e friarielli. Stavolta entra in scena con una musica tragica e una catena in vita. Non riesco a reprimere un “Mamma d’ ‘o Carmene”.

Quando temiamo che si stia per suicidare, le luci si spengono. Applaudiamo risollevati ma è un falso allarme: la danza riprende. Ci caschiamo un’altra volta prima che la sua uscita di scena, risorta e senza catene, ci prepari al gran finale: la poesia antisismica.
Siccome l’ho ascoltata alla fine del primo spettacolo medito la fuga, poi resto e scopro cose che non avevo capito bene, in questa gustosa allegoria con excursus storici e papi striscianti per Milano “come preservativi dorati”.
La serata finisce con Banzo applaudito, per sua richiesta, come Justin Bieber davanti a un esercito di 16enni.

Missione compiuta: qualcosina di soldi s’è racimolata, noi ci siamo illusi per una sera di essere vicini all’Italia, e i romagnoli in sala si sentono meno in colpa (non so perché, ci si sente sempre in colpa a non soffrire quanto gli altri). Lo spettacolo improvvisato in pochi giorni è stato più che dignitoso, come mi conferma il sorriso dell’amica catalana, entrata gratis nell’ultima mezz’ora.

Tutto è bene quel che finisce bene, se non fosse per la Proposta. Sempre quella, innocua e fatale come i dadi della morte.
– Birretta?
Dici di no, dici di no, dici di no.
– Se è una cosa veloce…

Un chilometro più tardi, ci ritroviamo in 10 in Rambla Raval. Banzo, con la musica nelle orecchie, ci arriva dopo varie piroette metal, che mi distraggono dalla notizia che il mio ammore mancato partirà tra poco. Amen, penso, mentre sfogando la comune passione per il demenziale intoniamo T’appartengo di Ambra, e la parte fricchettona del gruppo siede a terra con la cerveza dei paki beer.

– Perché rifiutiamo sdegnosamente la sedia come simbolo della modernità che ha corrotto la natura umana primigggenia – cerco di parafrasarli in contumacia, con un accento alla Verdone, al tavolino del bar turco. Eva ride e illustra le nostre parole (e i loro capelli) sui tovagliolini, la catalana ci guarda sempre più perplessa, Banzo si accorge che non ha soldi, io mi accorgo invece che sta succedendo di nuovo.

Ho un attacco di acidità.

Non di stomaco, di capa. Da un mesetto a questa parte m’incazzo facile e non mi tengo un cece in bocca. A proposito, la lentezza del servizio mi porta dentro a trattare per un misto di tapas turche comprendenti non a caso hummus e uno yogurt acido.

Tornando al tavolo, un tizio che conta delle monete e che già aveva offerto un prestito al Banzo squattrinato, dichiara in italiano perfetto:
– Ciao, mi chiamo Samuel, sono negro e sono uno stronzo di merda.

– Tutti a te, capitano, sti incontri – sorride la catalana mentre cerca di farsi portare un piatto simile al mio.
Il cameriere chiede aiuto a un collega, che sentenzia che trattasi di “hummus” (in realtà ci sono 4 pietanze diverse), e quando arriva un piatto di solo hummus viene rispedito al mittente.

Poi il silenzio.

Poi esplodo.

Prendo la catalana, entro e cerco quello che ha servito me. Ci preparano un nuovo conto. Banzo capisce che ha tutto l’agio di andare a prelevare, sposarsi, andare in pensione e tornare.

La frangia catalana propone già un simpa quando arriva il piatto seguito da un terzo conto che include pure l’hummus rifiutato. Alla fine il cameriere con un gesto magnanimo “ce lo abbona”, io penso a quando per legge dovranno imparare pure il catalano, e la catalana si ripromette di tornare con petrolio, stracci e accendino.

Ci separiamo dagli altri sulle note di Spalman di Elio e lei dichiara:

– Uscire con gli italiani è strano, siete tutti normali finché uno non attacca una canzone e allora vi trasformate tutti. Come in un musical!

Sì. L’Italia è un musical.

Ma io sono in preda a un altro problema: il famoso hummus mi ha fatto contatto con la salsiccia e friarielli e i postumi dell’influenza. Mi trascino verso casa pallida e con lo stomaco in rivolta, e mentre salgo i cinque piani tra me e la salvezza cado in un vortice di pensieri ripido quanto le scale, fatto di mutande di Pacman, camerieri scemi, danzatrici incatenate e un tizio in partenza che finita tutta la birra in casa strimpellerà una chitarra di prima mattina.
Su questo degno epilogo mi riprometto che la prossima serata italiana la birretta si eviterà accuratamente.

Possibilmente, pure il terremoto.

(Precedente apparizione del Banzo featuring Pacman)

(Madrina morale della serata)

(Artista che ha declinato l’invito all’ultimo minuto)

Quando hai il raffreddore, il peggior inconveniente di vivere da sola è non aver nessuno a cui rompere le scatole. E se anche ce l’avessi, 35 mq sono troppo pochi per trascinarsi da una stanza all’altra con una faccia da funerale, estorcendo attenzione ed eventuali regalini. Quali, poi? I Grisbì a Barcellona non li ho mai visti, per non parlare dei Pan di Stelle.

Il fatto è che il destino ieri mi ha benedetta con un acquazzone.

Dovete sapere che gli italiani a Barcellona sono molto sentimentali. Troppo. E in occasione di concerti come quello di ieri sera, Yann Tiersen gratis ad Arc de Triomf per il Primavera Sound, la sfilza dei nuovi e vecchi amori non corrisposti vaga tra la folla in libertà, come zoccole uscite dalla saettella (mi si perdoni la metafora partenopea). Ho incontrato amici ambosessi distrutti dalla vista della loro zocc… ehm, del loro amore mancato, tra una folla improvvisamente trasformatasi in campo minato.

Ma non per me. Mentre spettegolavo distratta e il mio “zoccolo” già s’intravedeva inatteso e salutato da mezza comitiva, ZACCHETE!, ha cominciato a piovere che Dio la mandava.

Le mie interlocutrici non facevano in tempo ad avvistarlo che si era già dileguato verso non so che rifugio. Io sono rimasta lì, con l’ombrello che non riusciva a coprirmi l’orlo del vestitino appena inaugurato (ok, 5 euro al Mercatino de la Virgen), le ballerine traforate e un sorriso trionfale. E a chi suggeriva di seguire le orme del fuggiasco, evitando di stare impalati sotto gli scrosci da film di Tim Burton, rispondevo serafica: “Ma no, adesso smette!”.

Insomma, il cuore è in salvo e il naso ringrazia.

E adesso non mi resta che aspettare che passi. Penso alle generazioni di prozie vissute da sole, che alla mia nascita avevano 60 anni e quando andavano a Napoli in treno erano considerate donne audaci (quindi io sarei la Pasionaria). E quando avevano il raffreddore se la piangevano da sole.

Però loro avevano la Madonna.

Pure tu ce l’hai!, tuonerebbe la zia più ‘nzista se non fosse morta. Ma io ci ho provato, zia, a sgranare rosari, sono troppo meticolosa: avevo deciso di concentrarmi per ogni Ave Maria recitata. Se mi distraevo ricominciavo. Si faceva notte. Adesso hanno messo pure i misteri luminosi! Cinquanta Ave Maria in più. No, no, non fa per me.

Mi butto sul lavoro. Le mie traduzioni. Ma il naso che gocciola mi rende dispettosa e comincio a scimmiottare gli inglesi che leggeranno questo testo “artistico” che malamente traduco nella loro lingua, pronunciando alla Stanlio e Ollio Leonardow, Vasawri e Fgnhkornvjgkd (questo era latino). Arrivata a non so che discepolo di Leo che ereditò tutti i suoi manoscritti arrivo a pensare “seh seh, mo’ si dice discepolo, come l’amico del cuore di Lucio Dalla al funerale!”.
Basta, finisco il paragrafo e mi metto a leggere un libro per distrarmi.

La sorte qui ha fatto proprio il dovere suo: ho scoperto Cold Comfort Farm di Stella Gibbons! Dopo che ti ossessioni con un classico alla Cime Tempestose non c’è niente di meglio che leggerne la parodia. Ma fatta bene. Gli zombie della Austen se ne tornassero al cimitero, davanti a questo capolavoro incredibilmente sconosciuto. Mi mangio solo… li gomiti, per l’ignoranza che non mi fa individuare tutti i romanzi rurali scimmiottati nel testo: Cime Tempestose, Tess of the d’Urbervilles, forse qualcosa di Lawrence… Ahò, che importa, è esilarante e basta. E quando arrivo allo sgangherato matrimonio che conclude il libro rimpiango solo che sia finito troppo presto.
Anche perché adesso non ho più niente da fare.

Allora provo l’arma cazzimma: mi metto a scrutare le nuvole nere aspettando la pioggia. Se il mio glorioso lunedì sera è rovinato, lo deve essere per tutti. Cosa c’è da fare un lunedì sera a Barcellona? Niente! C’è solo la jam di jazz più interessante in centro, con un maestro di cerimonie catalano dotato di senso dell’umorismo, e il giorno dello spettatore al mio cinema preferito, il Renoir Floridablanca. Stasera c’era il film di Sorrentino, e se fossi stata in vena di vita sociale avrei visto perfino Biancaneve (un altro classico su cui ossessionarsi!). Ma il termometro scassato mi segna 36,2, quindi ho almeno un grado in più. E allora che piovessero pure le mad… ehm, no, zia, intendevo le mattonelle del tetto!
Ma i tonfi che sento lassù sono quelli delle gazze formato faraona che attendono invano da me qualcosa di luccicante da rubare.

Vabbuo’, va’, andiamo a cucinare. Approfitto del naso otturato per fare qualcosa di sano ma schifoso che normalmente non mangio mai. Come le lenticchie rosse comprate in un supermercato asiatico in barba al km 0 e destinate a trasformarsi in poltiglia a ogni timido tentativo di buttarci un po’ di pasta (mentre mamma su Skype mi mostra trionfale, ogni tanto, le lenticchie di Castelluccio).

Mentre l’aglio sfrigola appestandomi casa a mia insaputa, ascolto le voci nel palazzo. Sarebbe meglio se col raffreddore si perdesse l’udito, invece che gusto e olfatto. Gli operai al piano di sotto stanno ancora lavorando. Sono giorni che un nero filo impolverato sulle scale insidia i bottiglioni d’acqua e le buste della spesa che porto su palleggiando la borsa (fateci caso, quando una torna con la spesa la borsa le cade immancabilmente sulla coscia al terzo scalino, e la manica della giacchetta le scende sulla spalla).

E poi c’è sto bambino che frigna.

Caro, dolce frugoletto che piangi a tutte le ore del giorno e che grazie al cielo non ho mai beccato per le scale. Capisco che non hai granché da ridere, se tuo padre è quello col copricapo tradizionale che sale le scale senza salutare, perché vive in una città di perdizione e non deve vedere la mia aura (come se la facessi vedere a tutti!), e se è da casa tua che si sentono ogni sera quelle amabili litanie sulla stessa nota che Resta con noi al confronto è la nona di Beethoven.

Vorrei solo farti notare che se è così che affronterai gli anni a venire, la scuola in catalano e i primi brufoli, e il matrimonio combinato dai tuoi o il corteggiamento sistematico di tutte le vrenzole del quartiere, andiamo proprio male. E un giorno potresti ritrovarti a pensare come un comico “di mia cultura” che era meglio morire da piccolo.

Scusate, è il mal di gola.

In compenso, quando vado a girare le lenticchie, più melmose che mai, scopro che mi è tornato il senso del gusto.

(e per le buonanime della zia e di Leonardow…)

Avrei dovuto accorgermene prima. Eppure era nell’aria: le parole sono importanti.

“Fuga di cervelli”, “scappare dall’Italia”, “fuitevenne ‘a Napule” (senza rancore, don Edua’).

Ma che fossi “scappata dall’Italia” me ne sono accorta da poco e grazie a facebook. Informavo degli ex dottorandi sulle attività accademiche di alcuni amici miei: dottorato in Spagna, postdoc in Olanda… Qualcuno rispose che “i titoli all’estero non sono un valore aggiunto”. Quella che per me era una precisazione inutile, non lo era per altri. E un anno prima delle lauree in Albania!

Poi sono arrivate le frasi più esplicite e meglio articolate: “scappare è la cosa più facile, bisogna restare e cambiare le cose”.

Scappare. Io qualche volta ci ho scherzato su, più o meno amaramente. Quando mi lamentavo per qualche rito domestico partenopeo comprendente interminabili cene e 20.000 parenti da chiamare, mia madre m’imitava: “Nooo, Barcellona for ever!”.

E invece non è uno scherzo. Noi italiani all’estero saremmo scappati, invece di restare a cambiare un’Italia che ha bisogno di noi. Chi resta tra mille difficoltà, invece, fa il suo dovere nei confronti del paese.

Davvero non capisco, signori della Corte. I cervelli in fuga non vi fanno più concorrenza sul lavoro ma votano, e perlopiù a sinistra (che per me significa ancora votare “per il bene del paese”, o almeno provarci). Quando andate all’estero ormai gli hotel li vedete solo in cartolina (ho degli amici a Barcellona con la stanza degli ospiti prenotata fino al 2013…), e se siamo dei signori sul divano letto dormiamo noi. Insomma, di che vi lamentate? La botte piena e la moglie ubriaca, proprio!

Scherzi a parte, la prima domanda che mi venne quando scoprii di essermene scappata fu: da cosa?

E mi risposi sorridendo: dal Polo Nord.

Una volta mio fratello era a letto con la febbre, in casa non c’era nessun altro e, di ritorno da un esame, mi ritrovai in macchina alla ricerca della farmacia di turno. Il nome e la via mi erano del tutto ignoti, e allora chiesi informazioni.

“Ah, signuri’, sta vicino ‘o Polo Nord!”.

Ma detto con tanta convinzione che annuii e ringraziai: “Ah, già!”. Parcheggiai in via Montegrappa, una traversa del Corso, e chiesi di nuovo alla madre di un amico. Pure lei, sicura: “Vicino al Polo Nord!”.

Decisi di giocare d’astuzia: “E dove si trova, più o meno? Sono un po’ smemorata!”. Già m’immaginavo su una slitta trainata da renne quando la signora, sbalordita, rispose: “Ma verso Piazza Riscatto!”.

Ok, Piazza Riscatto la sapevo perfino io. Percorsi a piedi una distanza considerevole e finalmente lessi: Pasticceria Polo Nord. Un simbolo del paese, mi venne spiegato poi. Come facevo a non conoscerla?

Insomma, questo è il mio rapporto col paese che ho crudelmente lasciato al suo destino, insieme ai volti che mi scrutano a ogni ritorno e che, a giudicare dall’età, dovrebbero essermi familiari, come mi confermano i miei sciorinandomi l’intero albero genealogico della persona incontrata.

E allora da cosa sono scappata? Da Napoli, che ho scoperto e amato solo a 18 anni? Dall’Italia, che finché non la lasci non è quasi mai Italia, ma Roma, Bologna, Napoli-Juve, Campioni del Mondo, l’inno mai imparato e poi fischiato, e poi Nord, Centro e Sud?

L’Erasmus mi ha insegnato invece che sono europea. Ho fatto tutto al contrario: un Erasmus a Manchester a 22 anni e uno a Barcellona a 27. Ho imparato le lingue con accenti “strani”, in città che per un motivo o per un altro non si consideravano parte del loro paese, come Napoli.

Insomma, da cosa diavolo sono scappata?

Se cerco trovo cose da cui sarei scappata comunque, in ogni paese: la mia stanza tanto comoda da essere un rifugio, un cognome che avrei voluto per i miei figli, o la provincia, che nella letteratura di ogni paese, da Balzac a Vonnegut, può andarti stretta senza che ti accusino di una fuga ignominiosa.

Anzi. Penso ai miei compagni di fuga che lavano i panni, puliscono casa, si fanno da mangiare da soli. Magari chiamando per le emergenze la stessa mamma che a volte accudisce i loro fratelli come se avessero ancora 10 anni, tanto che le ragazze per programmare una lavatrice devono sposarsi o andare la prima volta in vacanza con gli amici, e i ragazzi, come disse una volta un amico, “possono ancora sperare di morire senza mai stirarsi una camicia”.

Ma i vigliacchi sono quelli che partono. Quelli che in patria provavano la rassicurante convinzione di essere gli ultimi soldatini ad aspettare i tartari, gli unici spettatori dei concerti indie “che la gente non capisce”, e che in poche ore d’aereo si ritrovano in un mondo in cui non sono né i più intelligenti né i più coraggiosi, in cui i tartari ci sono pure ma sono diversi, in cui gli autori sempre letti in traduzione non cancelleranno il patetico accento che i nuovi amici imiteranno mettendo le mani a cuppetiello anche per dire “buongiorno”.

I vantaggi sono quelli che sono: ricordo quando uscivo solo perché un conoscente aveva un ospite straniero, magari asiatico, ed ero stanca ma non volevo perdermi questa novità. Adesso il mondo intero mi attraversa la strada in ogni momento, non devo andare a caccia di concerti belli, m’inseguono insieme ai volantini, e per due cinema che trasmettono solo stronzate ce ne sono tre che danno quello che voglio, e in lingua originale…

E adesso che il lavoro non c’è neanche qui a Barcellona, resta la differenziata, le strade pulite ogni sera, e la possibilità, un po’ troppo fricchettona anche per me, di trovarti una sera in un ristorante senegalese con un’avvocatessa mezza palestinese e mezza ungherese, il fidanzato catalanissimo, una coppia gay palestinese e un’attivista colombiana perseguitata dalle FARC, a cui i palestinesi della tavolata finiscono per regalare una kefiah, spiegandole come s’indossa (l’avete sempre fatto male, fricchettoni miei).

Quindi aveva ragione il mio interlocutore, sui titoli esteri: non è un valore aggiunto. Non è né una fuga, né un’impresa eccezionale. È inseguire come meglio puoi un lavoro, un’opportunità, la tua stessa felicità, che è molto più importante dell’Italia, della Spagna e della Papuasia citeriore.

Soprattutto è una cosa che Internet, l’Erasmus, i voli economici, e tutte le caratteristiche di quest’epoca hanno reso normale. Anche per quegli italiani che nessuno si fila perché non sono né cervelloni né di sinistra, ma coi loro ristoranti prosperano e fanno splendidi bambini coi lineamenti un po’ indios (sono quasi tutti uomini e si mettono spesso con ragazze latine) a cui parlano tipo: “Cuantas veces te lo he dicho? Mi fai incazzare!”. Quei bambini un giorno prepareranno “spaghetti alla bolognese”, che lasceranno sconditi col sugo in cima. Ma poco importa.

In questo mondo liquido si fa liquida anche l’Italia, come ha sempre saputo essere ma ce ne accorgiamo solo ora. Si fa tascabile, incorporea, virtuale. Da portarsi nel bagaglio a mano come i tralci di vite dei primi emigranti italiani.

Da trasportare nel comodo spazio di una memoria RAM e di una fase REM particolarmente agitata, quando, in qualche notte da “fuggiasca” pentita, sogni cosa sarebbe accaduto se invece di andar via fossi rimasta a casa a cercare il Polo Nord.

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