Archivio degli articoli con tag: relazioni tossiche

katniss_everdeen__by_xxhannahsalvatorexx-d4q9msuAdoro la parola inglese outgrow, che sostanzialmente significa “non stare più in qualcosa” (generalmente, nei panni dell’infanzia, perché si è cresciuti).

Il senso che mi piace di più è quello metaforico: ci facciamo troppo grandi per portare la terribile salopette regalo di zia Palmira? Be’, possiamo anche diventare troppo maturi per la situazione in cui ci troviamo.

La prima volta che ho riflettuto sul significato del verbo è stato in riferimento alla saga di letteratura giovanile (che sì, mi piace molto, ok?) The Hunger Games.

Come alcuni di voi sapranno, parla di una ragazza, Katniss, che cresce in una sorta di mondo postatomico, con una regione centrale e (pre)potente, The Capitol, per la quale devono lavorare, ridotti in miseria, il resto degli esseri umani. La saga accompagna la protagonista nella lotta “pubblica” per riscattare la sua gente. E in quella privata di adolescente divisa, secondo un luogo comune caro a certa letteratura al femminile, tra due ragazzi completamente diversi tra loro: l’affascinante “maschio alfa” Gale, cacciatore eroico e prestante, e il sensibile Peeta, romantico e pieno di risorse (ad esempio, beato lui, fa torte incredibili).

Non vi dico chi la protagonista scelga alla fine, ma ho trovato interessante uno dei tremila commenti sul web a proposito dei due “pretendenti”: secondo una lettrice, se non ci fosse stata tutta la rivoluzione alla base della storia, Katniss avrebbe, appunto, “outgrown” Gale. L’avrebbe “smesso” come si smette appunto la t-shirt delle medie quando ci cresce il seno (un brivido che personalmente non ho mai sperimentato).

In effetti, l’idea di diventare troppo grandi, mature/i o coscienti per una storia è affascinante.

Certe situazioni vanno accantonate in scatoloni da riciclare negli appositi contenitori, perché intanto saremo cresciute, saremo diventate persone infinitamente più “grandi” di quelle che hanno cominciato quella relazione, che si sono infilate in quella scomoda situazione familiare, che credono di uscire da ogni problema facendo i capricci.

Il fatto che un tempo questa vecchia vita ci calzasse bene non vuol dire che sarà sempre così. Se ormai ci va stretta, mettiamola da parte e ammettiamo che respiriamo meglio senza averla addosso. Che ci serve una taglia in più.

Che crescere di una taglia, checché ne dicano i guru della prova costume, non sempre è una brutta cosa.

casatiello-con-uova-e-formaggi-crop-4-3-489-370L’Inferno, se esiste, me l’immagino così: la figura celestiale di mia madre che varca la soglia della mia casa all’estero, con una sporta piena di crocchè, fiori di zucca ripieni, casatiello, piccola pasticceria… E io con raffreddore forte, lacrime agli occhi, al primo giorno di ciclo.

No, non è neanche un film horror, è esattamente cos’è successo sabato scorso a casa mia.

– Vuoi un’altra fetta di tortano, Maria?

Pensare che per me sapesse esattamente quanto un passato di verdure, mi faceva desistere.

Chi ha sperimentato ciclo e raffreddore, poi, sa quanto le visioni mistiche, in quei momenti, si alternino alla voglia di fare testamento.

Così, in un momento di particolare sconforto, mentre i miei al bar si sbafavano abbondanti piatti di tapas il cui sapore potevo solo indovinare, ho deciso che il senso del gusto non mi sarebbe tornato mai più.

Paranoia inutile, ovviamente. Col passare dei giorni, appena le patatas bravas mi si sono fatte sempre più presenti e squisite contro il palato, facendomi già pregustare le noci del casatiello veg ancora ottimo, mi sono ritrovata a pensare alle seconde opportunità: a quando imploravo, la sorte, o chi per lei, di donarmi un nuovo inizio in tutt’altro ambito. Gli ambiti erano diversi, per la verità, visto che affrontavo sta crisi globbale totale sul fronte abitativo, sentimentale, lavorativo… Allora mi chiedevo cosa avessi fatto di male, mi accorgevo che l’elenco era lungo, convenivo però che non tutto fosse dipeso da me, e speravo con tutte le mie forze di poter avere una seconda possibilità.

E quella sì che non sapevo se arrivasse, che il corpo da una febbre si riprende presto, ma se siamo stati proprio bravi bravi a rovinarci la vita, non siamo mai del tutto sicuri che le cose si aggiusteranno in tempi non geologici.

È per questo che, sfuggita a questa terribile faida del mio corpo ingannato da una primavera ancora fresca, ho giurato tipo Rossella O’Hara che, Dio mi è testimone, non soffrirò mai più la fame di casatiello.

Non metterò mai più il parmigiano nelle pellecchie (vabbe’, solo ogni tanto, rispettate le mie perversioni alimentari, ok?).

Non mi farò più convincere a mangiare la pizza da quei degenerati cileni che hanno la salsa di peperoncini verdi su ogni tavolo.

Perché ho avuto la mia seconda possibilità, come prima ho avuto quella di ricominciare tutto il resto, e farlo bene.

E quando si ha una seconda possibilità, il segreto per non sprecarla, se l’etica non funziona (vedi parmigiano sulle pellecchie), è non dimenticare come si stava prima.

Io la sensazione al risveglio di esser stata spianata da un bulldozer (che accomuna stranamente le delusioni d’amore al secondo giorno di ciclo) non la dimenticherò mai.

Leonid Afremov, afremov.com

Leonid Afremov, afremov.com

Scena decadente: un piatto con avanzi di nachos, briciole di hamburger veg dappertutto e lui che si mette a fare considerazioni politiche, come sempre.

Ha scoperto che una sua ex si è candidata alle elezioni comunali con una lista che va contro tutto ciò che LUI rappresenta. Si chiede a cosa siano serviti gli anni insieme, le spiegazioni che lei digiuna di politica gli chiedeva, i libri che le ha prestato, se poi doveva fare questa fine.

– Tanto – ammette sconsolato – io non sono mai stato niente.

– Neanche io – sorrido, a caccia dell’ultima patatina in fondo al cartoccio. – Se stai a sentire chi mi ha scritto oggi, la sua vita è tutto un rincorrersi di storie tristissime che lo vedono sempre vittima e durano poche settimane. Pazienza se con lui, tra tira e molla, sono durata un anno. Stono nel quadro pietoso. Dunque, non esisto.

Ci guardiamo. Abbiamo progetti in comune. Non dividiamo solo avanzi di una cena troppo costosa sulla Rambla del Raval, ma anche un presente che ci siamo guadagnati a botta di esperienze, in genere non eccelse.

Gli sorrido:

– Ma non ti accorgi di una cosa che ci accomuna, nelle storie passate? Non siamo stati niente finché siamo restati nell’ambiguità. Finché ci siamo accontentati di situazioni poco chiare, con gente non disposta a lasciarci andare, ma neanche pronta a lasciarci entrare del tutto. Da quando ci siamo incontrati siamo stati sempre onesti, l’uno con l’altra. Abbiamo lasciato a casa i piedi di piombo. In fondo, all’inizio, è stato come giocare alla roulette. E pare che stiamo vincendo, no?

Usciamo, le ombre un po’ comiche, unite sul bacino, una lunga lunga e la mia incerta.

Fuori c’è la cameriera che ero sicura di conoscere.

– Due anni fa – mi conferma, fumando. – Sì, ero la fidanzata di… – sorride imbarazzata, la ricordo minuta e carina con uno stronzo matricolato, mi scopro contenta che sia finita. – Be’, è passato tanto tempo.

Lungo la strada per la metro ci raggiungono messaggi lamentosi, messaggi felici. Vecchi amici si lamentano degli acciacchi, nuovi si rallegrano per dei risultati elettorali, qualcuno ne approfitta per comunicare il suo dolore esistenziale che gli rende impossibile gioire come dovrebbe.

Lo ignoro. Per quanto certa gente vorrebbe il contrario, nessuno può vivere per interposta persona.

Stanotte ho sognato che vincevamo delle elezioni, ma dovevamo morire tutti.

Credo sia un sogno di rinascita.

snowbudDevo dire una cosa, magari vi è utile.

Quando sono passata da storie assurde a storie diverse, serene, “nutrienti”, perché nutrivano la mia autostima, la voglia di vivere, scoprire nuove cose, è stato perché qualcosa è cambiato, prima di tutto, dentro di me.

Non ci credo più, alla storia della sfiga. Ci possono capitare incontri sfigati, una volta, anche due. Ma le coincidenze diventano un po’ difficili da sostenere, se ci innamoriamo solo di gente che ci fa del male, che non ci caga manco di striscio, e magari è interessantissima, eh, magari con gli altri è super, ma quando si tratta di amare, e amare noi, è un disastro.

Allora, capisco che ci guardiamo intorno e vediamo che le coppie o sono così o sono noiose, stanno insieme per routine o così ci sembra, l’amore o è montagne russe o una palla, e allora scegliamo le montagne russe.

E invece è uscendo da questa idea, che almeno io ho trovato un amore diverso, un amore che spiazza perché sfugge un po’ all’immaginario romantico.

Banalmente, man mano che ho cominciato a trattarmi bene, ho trovato gente che mi trattasse bene. Perché l’ho ammessa nella mia vita, non l’ho lasciata sulla soglia col cartello “noioso”, che cela solo la dicitura “improbabile”: finché crediamo che è improbabile che ci amino, allora filiamo a trovarci gente che ci confermi quest’idea.

Fare la vita maledetta è dura, struggente, sono scelte di vita, a volte anche drastiche. Ma c’è una poetica, dietro, un’antiretorica, un culto del maledetto che ormai va di moda.

Campare in modo da star bene è bassa manovalanza, un lavoro quotidiano, un rinominare le cose e riconoscerle come un cieco che ha riacquistato la vista deve imparare a riconoscere una mela, senza toccarla, mentre noi vorremmo gridargli “guarda che è una mela” (e magari bendati, al tatto, non sapremmo distinguerla a nostra volta da una prugna molto grande).

Allora, davvero, è semplice e noioso e faticoso quanto volete voi, ma efficace: se scopriamo di amarci (ed è una scoperta, non una cosa che impariamo), ci troviamo gente che ci ami.

E gli altri, quelli che ci hanno snobbato o trattato male (che non amare non è reato, trattar male lo è eccome), ci sembreranno perfino ridicoli, come ci può sembrarlo una foto in bianco e nero di una vita che non riconosciamo più, che a rievocarla stride.

Il passato intero stride, quando scopriamo un presente più umano, più vicino a noi.

Tutto sta, e a volte non basta manco quello, nel volerlo, e avvicinarci ogni giorno un po’ di più, e mai più di un passo alla volta.

Io dico che ne vale la pena.

miróIl problema di stare sempre con musicisti: vado a un concertino col mio ragazzo, che stiamo insieme da poco, a un festivalino hipster di provincia, e cosa c’è? Il gruppo del mio ex, che suona la chitarra. Non che non ce lo aspettassimo, o che fra il mio nuovo ragazzo e il mio ex non corra buon sangue. Anzi, sono amici. La differenza è che uno mi ama e l’altro non mi ha mai amata, ed è troppo poco per separare due uomini, e va bene così.

Allora ci mettiamo tra il pubblico, applaudiamo alle prime canzoni, ci baciamo un po’ tra una pausa e l’altra, finché non succede. Finché il cantante non prende il microfono e dice:

– Questa canzone l’ha scritta il nostro chitarrista, speriamo vi piaccia.

E fin dai primi accordi capisco per chi è. Per quella che mi ha preferito, per quella che ha amato e a me mai, a me niente, per quella che ha inseguito lasciando me nella merda e che a sua volta ha lasciato nella merda lui.

E allora che faccio? Sorrido, mi giro verso il mio ragazzo, gli cingo le spalle con le mani mai abbastanza lunghe per afferrare i suoi pensieri, e la balliamo. Lentamente. Sul suo petto sento il sole che la canzone caccia via da sé, una canzone di amore frustrato che sembra la mia, fino a poco tempo prima. Capisco che io ne sono uscita, lui che ora suona mestamente la chitarra, sgarrando anche qualche accordo, no.

E allora sento la cosa più strana del mondo: compassione. Sento che il mio amore e quello che mi corrisponde e quello dell’altro sul palco e quello dell’altra che l’ha mollato, che gli amori mai dati e quelli solo ricevuti, siano un’unica palla gigante che non sappiamo come afferrare. Ma ci proviamo, con tutte le nostre forze, meglio che possiamo. E in quel momento la palla gira con me, a ritmo lento di note un po’ stonate, oblique come il bacio che adesso mi concedo, viva, felice.

Resta la ferita, restano le crepe. Ma oggi ho letto questa frase, dice che è di Leonard Cohen:

C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce.

E dopo questo, che altro vuoi dire?

https://www.youtube.com/watch?v=nkoaP6ce4z8

mirrormirror  L’altro giorno leggevo la classica frase ad effetto su facebook: “come ti tratta la gente dipende dal suo percorso, come reagisci tu dipende dal tuo”.

Non so voi, ma conosco persone che, per quanti problemi possano avere anche con gli altri, con me danno il peggio. A prescindere da quello che faccia io. Possono essere “eccentriche” per conto proprio, ma, quando devono interagire con me, anche per questioni importanti, semplicemente oscillano tra l’indifferenza e il disprezzo, che a volte cela un’ambivalente ammirazione per cose che in teoria io possiederei e loro no. L’invidia non ha bisogno di fondarsi su prove concrete, per esistere.

Magari la questione è questa, con chi ci disprezza: vedono in noi quello che amano o odiano di sé.

Qualunque sia la loro ragione, il problema, a mio avviso, è farla anche nostra.

Cioè, credere sul serio che siamo degni di disprezzo solo perché qualcuno si ritrova a disprezzarci. Che ci siamo meritati la freddezza o i maltrattamenti di chi quel giorno era nervoso per fatti suoi.

Perché un’altra questione importante è: capire che non è un fatto personale. Capire che, davvero, il problema non siamo noi, è qualcosa che la persona che ci tratta male ha contro se stessa e che riversa su di noi. Forse è vero che quella persona è la prima vittima del suo comportamento. E noi? Noi siamo vittime finché ci adattiamo a esserlo.

E non fraintendetemi, non è che che uno può trattarci come voglia “perché lo picchiavano da piccolo”, eh. Esiste una cosa che si chiama responsabilità. Né sono così ottimista da credere che soffrire o meno sia una questione unicamente di scelta: se chi amo (genitore, amico o compagno) mi ignora o mi tratta con ambiguità, sto male che lo voglia o no.

Semplicemente, man mano che acquisto la consapevolezza che quella persona stia male prima di tutto con se stessa, ma che non posso né tenermi le sue paturnie né salvarle la vita, passo avanti. M’inchino, sorrido, le do l’in bocca al lupo e vado. Dove? A trovarmi qualcuno che mi guardi “con gli occhi giusti”, senza turbe psichiche né proiezioni malsane.

Spoiler: esistono. Che ci crediate o no.

https://www.youtube.com/watch?v=Z_-pDpLVVNc

cruzar_las_aguasHo tanti amici che dicono che “ci vanno coi piedi di piombo”, nei loro nuovi progetti. Io la trovo più che azzeccata, quest’espressione, nel caso di progetti lavorativi, di decisioni importanti che riguardino la famiglia, di politica (e non sempre manco in quella)…

Il campo che nella mia esperienza è il meno adatto, per i piedi di piombo, è l’amore.

Per un motivo molto pratico: le paure che abbiamo in questo settore si avverano proprio se le assecondiamo.

Magari vediamo questa persona da un mese, ne conosciamo ogni centimetro di pelle ma non sappiamo che faccia abbia quando è triste. E vogliamo scoprirlo, e in generale approfondire la conoscenza, ma abbiamo pure paura di soffrire. La cosa più stupida che possiamo fare, a mio parere, è assecondare questa paura e soffocare ogni spinta in un eccesso di precauzioni.

Perché per evitare di soffrire boicotteremo qualsiasi possibilità che abbia questa storia di nascere, ma pure di morire, se è meglio così, e finiremo per stare da cani.

Perché cominceremo a usare le strategie:

– a negarci al telefono, o a non mandare il WhatsApp dopo l’uscita, perché poi penserà che siamo troppo prese (così si metterà in guardia a sua volta e ci sembrerà troppo poco preso);

– a evitare quegli argomenti di conversazione su cui potremmo dissentire (così esploderanno tutti insieme e sfoceranno in un litigio epocale);

– a negare i nostri bisogni, per evitare che l’altra persona si senta oppressa (certo che ci dispiace che non venisse a cena da noi per andare a fare le treccine al gatto, e abbiamo tutto il diritto di dirglielo);

– a non dirci in faccia che le cose non vanno bene (così la questione salterà fuori dopo mesi e mesi a fingere che stiamo ottenendo esattamente quello che vogliamo);

– a essere ambigui sui nostri reali desideri (eh, se va bene voglio una storia seria, ma va bene anche così, eh… No, non credo che stiamo bene insieme, ma forse mi sbaglio…).

Tutto questo perché lo facciamo? Per non soffrire. E finora cosa ci ha portato? Sofferenza. Chiamatela come volete: ambiguità, tristezza, malinconia, lutti da elaborare. È sofferenza. Nostra e altrui.

Quindi capisco tutto quello che volete, sull’andarci piano a cominciare una storia, e anche ad ammettere con se stessi che una storia, per quanto ci si piaccia, non può cominciare.

Ma se non troviamo un equilibrio tra cautela e vigliaccheria, non potrà mai nascere niente.

Perché l’entusiasmo è contagioso, inutile nasconderlo se l’altro è titubante per esperienze pregresse. Io almeno ne sono stata travolta e ho finito per sposarlo (l’entusiasmo, dico!).

Perché “gli uomini fuggono se dico che voglio una storia seria” è una verità incompleta: fuggono proprio gli uomini (e le donne, eh!) che dovresti scartare a priori perché non ti daranno la storia seria che vuoi.

Perché “posso benissimo gestire una scopamicizia anche se sono innamorato” è una grande verità finché non viene qualcuno di cui s’innamori lei e ti trovi, per dirla in francese, con le pacche nell’acqua.

Perché il coraggio non deve per forza diventare spericolatezza, né la sincerità oppressione, e coraggio e sincerità insieme garantiscono quasi sempre il migliore degli esiti possibili alla peggiore delle situazioni.

L’altra strada, quella dei sotterfugi e della vigliaccheria mascherata da cautela, l’abbiamo già imboccata. Che ne dite di vedere dove sfocia questa?

Specie se intanto c’è un intero panorama da ammirare, e ce lo costruiamo noi.

wakeupNo, non voglio fare come le vostre amiche, e dirvi di trovarvene un altro. Non voglio fare come chi ogni tanto vi butti lì il celebre “Chiodo scaccia chiodo…”.

So che dovete arrivare alla vostra soluzione, coi vostri tempi.

So che, in barba a qulasiasi manuale sulle relazioni sane (?) e qualsiasi dichiarazione d’intenti contro la dipendenza sentimentale, mi sarei tenuta la mia infelicità a vita, e sarebbe stata una decisione solo mia.

Volevo solo confermarvi quello che già sapete e che forse vi fa paura, e che magari legittimamente non volete, perché si può legittimamente non voler essere felici.

Ebbene sì, se sapeste com’è nell’altro modo, la versione lieto fine (non quello che vi aspettavate voi, che forse neanche lo è), non sareste più ancorati a quello che avete ora. E non vorreste più tornare indietro.

Ma non riuscite neanche a immaginarvelo, forse, un amore in cui tutto il lavoro di conquistare, sedurre, convincere l’altro che valete qualcosa nonostante voi stessi pensiate di non valere niente, diventa inutile, perché l’altro lo sa a priori, quanto valete. E, quel che è peggio, vi dimostra di saperlo, ogni giorno. Dalle piccole premure alle grandi prove d’affetto.

La lotta, allora, diventa ancora più inquietante: non si tratta più di convincere, ma di mantenersi, in questa convinzione, di non dare per scontato che sia sempre così bello e ringraziare ogni giorno per la fortuna che avete avuto.

E, vi assicuro, è molto più complicato delle manfrine da inizio storia, dal “te la faccio odorare ma intanto faccio la preziosa”, al “ti corteggio ma intanto faccio il bel tenebroso”. Dei ruoli che per qualche sciocco motivo ci hanno insegnato far parte dell’amore, e ci portano a storie ipocrite in cui impariamo, prima di tutto, a nascondere i nostri bisogni.

Tutto questo diventa fuffa quando trovate l’originale, la gioia vera che si costruisce giorno per giorno.

E sparisce pure quella barzelletta in cui vivevate prima, e magari vivete ancora, quel continuo osservare il cellulare per vedere se “quello lì” e “quella là”, questi fantasmi tutti uguali in cui si trasformano i nostri amori frustrati, vi ha mandato un messaggio, come se la vostra vita dipendesse da quello.

Se lo sapeste, se lo sperimentaste coi vostri occhi e la vostra pelle, questo piano B che si chiama amore felice, ora non stareste lì a dirvi che potete benissimo portare avanti una relazione solo sessuale con una persona che amate, o che prima o poi si accorgerà di voi (e magari lo farà, eh, ma vale la pena aspettare?).

Ma il paradosso è questo: per saperlo, dovete permettervi di scoprirlo.

Dovete decidere voi di essere abbastanza curiosi da voler vedere com’è quest’altro tipo di amore, consapevoli che potreste non riconoscerlo subito, ma che poi la vostra pelle stessa vi saprà dire sì, era questo, era questo di cui ti parlavo mentre eri troppo occupata ad ascoltare la tua mente, la tua ossessione, per darmi fiducia.

Allora, fate il vostro processo, fino ad ammettere che la voglia di amare ed essere amati supera quella di amare quella persona che non può, non vuole corrispondervi.

Quando l’avrete fatto, verrà il resto.

E allora saprete.

proprieabitudini5Semplicemente, non sappiamo come si fa.

Come si ama, senza cadere nel solito loop? Quello dell’illusione, del piacersi all’inizio, di aspettarsi chissà che cosa dall’altro, di scoprire che la vita non è come ce la immaginiamo solo perché così vogliamo, di non avere il coraggio di lavorarci su, e di lasciarsi odiandosi.

Se poi siete come me, come si ama senza abituarsi all’orrore come pane quotidiano? Senza vivere aspettando un messaggio che non viene mai, oppure arriva con tre giorni di ritardo, prima che si presenti qualcuno a cui scriverà ogni giorno e che aspetterà con la stessa angoscia con cui noi lo aspettiamo ora?

Come si arriva a capire che l’amore è qualcosa di diverso da questo gioco, da questa caccia autoreferenziale che serve solo a farci capire che siamo degni di essere amati, quindi ci dà una certezza che avremmo dovuto procurarci noi, e che come i compiti copiati è una lezione che non facciamo mai nostra?

Perché l’amore condiviso sul serio non si nutre di insicurezze altrui, non ha bisogno di sentirsi potente misurando quanto sappiamo attrarre l’altro nel nostro mondo. Parte da un’idea di completezza in noi, che magari non sarà perfetta, ma fa capolino.

E meno male, perché ci spiazza, qualcuno che non ci faccia la manfrina dell’apparire e sparire solo quando gli fa comodo, qualcuno che ci sia davvero e abbia l’inquietante proposito di restare.

Semplicemente, è questione di abitudine.

Ci siamo abituati all’orrore, possiamo abituarci anche a questo.

Anche a star bene, a essere noi, a scoprire quanto possiamo diventare se c’è qualcuno a fare il tifo per noi, un tifo sincero e genuino, non un preoccupato osservare quanto potremmo arrivare a svincolarci dalle voglie altrui.

Cerchiamo di abituarci a questo, devo ripetermi ma è una figata.

Il guaio è che, se abbiamo passato tutta la vita a sentire che l’amore sia lotta, conquista dell’attenzione, ci è difficile identificare questo come amore, adesso.

L’indizio è renderci conto per una volta che quello che stiamo facendo, lo stiamo facendo in due, sul serio, non sono monologhi incrociati tra due esseri troppo soli per stare davvero bene insieme all’altro.

Ora abbiamo imparato che l’unica solitudine è non avere nulla da condividere, e per fortuna di quello, di vita da insegnare e imparare insieme, ne abbiamo a pacchi.

https://www.youtube.com/watch?v=zRTimNU3Fwo

piumaAllora, vi dico come ho fatto io. Non so se vale per tutti, quindi cercate di adattarlo alla vostra situazione.

Ma se mi guardo indietro, se osservo questi giorni in cui, comunque vada a finire, ho messo le basi per uscire dalla mia crisi, mi rendo conto di aver fatto una sola cosa, fondamentale.

Di essermi aperta al mondo, alla vita. Quello che mi arrivava prima, lo respingevo. Prima è quando mi ostinavo a far rivivere un passato che non esisteva più, che forse non era mai esistito.

Ma io ero li a custodirlo perché si possono amare anche le cose che non esistono, lo sappiamo bene, forse sono quelle che si amano di più, perché non bisogna prendersi il fastidio di accettarle così come sono.

E allora eccomi qui, improvvisamente, ad aprirmi alle cose come sono davvero. No, improvvisamente no, non posso ingannarvi. C’è voluto lavoro, tanto.

Amore, tanto, per me, finalmente. Per chi non mi ha mai abbandonata e ha continuato a crederci, in me, anche quando io avevo smesso da tempo.

E poi, quel pizzico d’imprevedibilità, quella legge della vita per cui a lasciar fare agli eventi, invece di forzarli sempre come ci fa più comodo (a costo di forzarli in modo che ci faccia male sul serio), le cose succedono.

Non tutte quelle che vogliamo noi, né esattamente come le vogliamo, non importa cosa facciamo al riguardo. Ma, una volta accettato questo per i miracoli che avremmo voluto, possiamo aprirci a miracoli che neanche sapevamo di volere.

Bisogna trovare il coraggio di fare tutto questo, e un po’ è preparazione e un po’ è lasciare che sia.

Cominciate con la prima parte. La seconda, ora ve lo posso quasi promettere, verrà da sé.

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