Questo è ciò che volevo dire quando parlavo di trarre il miglior finale possibile da una storia demmerda: nel romanzo che pubblicherò l’anno prossimo, ho mischiato vicende mie con fatti altrui o di pura fantasia. Le vicende mie erano state pesanti: colpi di scena, litigi, attese. Soprattutto le attese, lunghe giorni, mentre una persona a me cara, con problemi gravi, finiva nelle grinfie di chi la voleva curare con i “rituali indigeni” (sic). “E che sono indigeno, io?” direbbe Totò.
Io invece mi sono curata così, dopo l’esperienza: ho scritto tutto. Avrei potuto dire “amen” e tirare avanti, se lo sapete fare vi invidio e approvo. Intanto che mi svelate la vostra tecnica, la mia è quella di trarre il miglior finale possibile da una brutta storia. E vale per tutto, eh, compreso il panino “vegetale al tonno“, ossimoro che infesta le vetrinette dei bar iberici: la prima volta leggiamo solo “vegetale”, diamo un morso… Poi decidiamo se ingaggiare una lotta con l’ignara cameriera, o cedere il panino alla collega che non ha pranzato, né ha tempo per comprarsi qualcosa.
Io se becco la, ehm, “curandera indigena” (che poi era italianissima) le farò comunque uno strascino che non si dimenticherà. Ma ho deciso che questa brutta storia finisce qua: due anni dopo quelle antiche attese, e qualche istante prima del soiotutto che ora mi dice che in Italia non si legge, che se non pubblichi con la casa editrice Stocazzo non sei nessuno, ecc.
Perché mia madre pensava a tutto il resto. Non parlo solo di cucinare, rassettare prima ancora che me ne accorgessi, o pianificare le spedizioni puLitive della colf (come diceva Marco Balzano alla cerimonia, l’emancipazione di molte famiglie avviene sulle spalle di donne che lasciano i loro figli per curare quelli altrui). Parlo proprio delle piccole cose, i biscotti per la colazione, la coperta in più ai piedi del letto, il filo interdentale, che mi ritrovavo davanti prima ancora di accorgermi di averne bisogno.
Niente di che, direbbe mia madre, come lo dicevamo noi dopo aver imparato ad andare in bicicletta. Dimentichiamo in fretta il tempo che ci vuole a imparare qualcosa così bene, che poi la fai in automatico.
La cura si impara. Quando sono tornata a Barcellona sono stata una giornata intera a vomitare (labirintite da viaggio aereo?). Ebbene, il compagno di quarantena non ha conosciuto grandi esempi di lavoro di cura, così ci ha messo qualche ora a passare da “Ti serve qualcosa ora che esco?” (mi serve che tu non esca, avrebbe detto mia madre), a “Ti leggo un capitolo di quel romanzo sdolcinato che piace solo a me?”, fino ad assestarsi su un più efficace: “Uh, ti manca il bicchiere d’acqua sul comodino”.
A dirla tutta me ne sarei uscita pure io, con lui allettato, a meno che non mi chiedesse di restare, e non avrei mai ammesso di aver bisogno di assistenza h24. Dico solo che ci vuole allenamento: pensare al posto di qualcun altro non è qualcosa che si impara subito. Dare per scontato che sia solo una categoria a farlo non è esaltare l’istinto materno, ma ignorare la pressione sociale che lo spaccia per spontaneo.
Adesso avviso mamma che sono ancora viva, prima che mi mandi un’ambulanza.
Per esempio, ‘sta canzone non mi ha mai convinto. Ma come diceva quello a Masterchef, “so che a voi piace”.
Il mio piano diabolico era quello di approfittare del primo microfono che mi passasse davanti: ma che fosse un passaggio spontaneo, eh. Data la mia modesta altezza, per sottrarre il microfono alla brava presentatrice mi ci sarebbe voluta una scala!
Per fortuna, un microfono mi è stato offerto senza capitolazioni: allora, com’è ovvio, mi sono incartata. Ci ho messo un po’ a tornare in carreggiata. Se non avete capito bene le mie parole confuse, ribadisco qui ciò che volevo dire:
Ho avuto il privilegio di essere una donna bianca, di classe media, con una famiglia comprensiva alle spalle. Così ho potuto dedicarmi alla scrittura. Ci sono scrittrici migliori di me che non possono fare altrettanto, perché troppo impegnate a farsi sfruttare per due soldi, o intente in un lavoro fondamentale e disprezzato, come quello di cura.
La persona che mi ha ispirato il protagonista del romanzo si sta curando grazie alla generosità di chi gli offre una psicoterapia gratuita (ben due persone). Dunque, il mio Sam ha avuto fortuna. La salute mentale non dev’essere questione di fortuna. Dev’essere accessibile a prescindere dal reddito, dal passaporto, dalla lingua parlata. Per chi non può permettersi il (legittimo) onorario del/la terapeuta, un “pigliate ‘sta pastiglia” non può essere l’unica soluzione.
Tutto qua. Se volete sentirmelo dire a voce, cliccate qui sotto, a vostro rischio e pericolo. Io sembro la rana dalla bocca larga, con una scopa di saggina in testa. Ma la cerimonia merita tutta.
Un concorso in cui la gente si commuove dopo averti consegnato un premio, in cui una perfetta sconosciuta viene messa davanti a un microfono, è qualcosa di prezioso, da coltivare sempre.
Voi e la vostra mania di avere una vita. Adesso che, come s’è detto, faccio una toccata e fuga in Italia, mi state coinvolgendo (bontà vostra) in attività di ogni genere: e quello ha la bambina che compie un anno, e sua sorella ha scoperto un nuovo dolce che vuole farci provare… Quell’altra va addirittura a correre la mattina, e accetta proseliti!
Ma io sono agnostica e, soprattutto, asociale.
E vi confesso un’altra cosa: faccio tanto la figa, ma non ho il coraggio di mandarvi a quel paese. Come voi non avete il coraggio di farlo con me (vivibbì!). E allora, come la mettiamo? Mi tocca davvero fare cose, vedere gente?
Ci pensavo mentre scolavo i fusilli di lenticchie: li vendono in pacchi da 250 grammi (maledeeetti!), dunque ogni volta li cucino tutti, e ogni volta mi dimentico che la mia padella da sugo è troppo piccola per poterceli saltare. Così li scolo, li verso nel sugo, e solo dopo mi rendo conto che è impossibile mescolare, o i fusilli cadranno. E quelli di lenticchie, specie in una padella non nuovissima, non hanno una consistenza che dia tempo di prendere mestoli, tentare lenti travasi… Allora impreco, afferro una presina (il compagno di quarantena ha giubilato il manico della padella), e provo a rovesciare di nuovo i fusilli nella pentola in cui li ho cotti. Anche lì, mission impossible: la padella è tonda e non ha un beccuccio come il bollilatte, quindi i fusilli cadranno, in quantità indefinite.
Insomma, non c’è modo di fare le cose alla perfezione. L’unica è non provarci nemmeno, e sacrificare un fusillo: se la traiettoria è precisa e non mi tremano le vene e i polsi, riesco a immolare un solo fusillo alla causa del mio pranzo. Il reietto cadrà sul piano cottura o nel lavandino, e a quel punto, se proprio gli va bene, finirà nelle fauci di Archie (che tanto fa merenda con la stoffa del materasso…). Capi’? Se non sacrifico un fusillo, perdo metà pranzo!
Allora sono così soddisfatta che ripenso addirittura a un canto semidimenticato dell’Odissea: a quando Ulisse, per poter viaggiare tranquillo, accetta il sacrificio di non ricordo quanti uomini (che ci teneva, quel Nettuno!).
Anche per il mio viaggio in Italia, sacrificherò un fusillo: un pomeriggio di foto in giro per Napoli, immolato sull’altare di una rimpatriata con dolce non vegano (“Ma come mai non sei solo vegetariana?”). Mezz’ora di corsa con l’amica sportiva, prima di deviare verso la cornetteria di sempre (“Avete cornetti vegani?”). Un’intera giornata a fingermi morta se viene l’amica di famiglia che mi incita ad avere figli “prima che sia troppo tardi” (mi sa che lo è già, signo’).
Si tratta di sacrificare un fusillo, in attesa di decidermi a buttar via la padella senza manico.
Se poi avete il coraggio di venire voi ad assaggiare i miei fusilli, giuro che non mi fingo morta.
Dio, torno in Italia qualche giorno. Devo. E non so cosa mettermi!
No, scherzo, butterò due gonne e tre calze nello zaino. Ma riassumevo il mio shock post-lockdown, che mi porta a girare con i capelli lunghissimi perché mi scoccio di trascorrere anche mezz’ora dalla parrucchiera. E vado addirittura con i pantaloni della tuta (chi mi conosce sa che è inaudito!).
Specie fino a poco fa, le donne che “si curavano poco” (espressione che odio, “curarsi” per me è fare il ca’ che ti pare) erano spesso tacciate di pigrizia.
Invece, una scrittrice come Zadie Smith ha dichiarato che a sua figlia concede solo un quarto d’ora da passare davanti allo specchio: il fratellino non è sottoposto alla stessa pressione estetica per uscire di casa tutto caruccio, così ha il tempo di fare altro.
Tipo? Beh, io, la sera che ho smesso di documentarmi sulla gloriosa lotta ai punti neri, ho visto un documentario su Mayakovski.
Dite che sono meglio i punti neri? De gustibus! Io ho la sensazione che il lockdown ci abbia confermato qualcosa che sospettavano in tante, senza mai articolarla: se andiamo in giro nature, non si ferma il mondo. Nonostante i vari meme scimpatici su come sarebbero state pelose le donne a fine quarantena. Nonostante gli inviti della giornalista boomer madrilena, che si faceva un punto d’onore di mettersi il reggiseno anche per lavorare in casa (e varie ventenni le hanno fatto ciaone con il no bra movement, di cui sono seguitrice inconsapevole da anni).
Sì, già vi vedo: “Ci voleva il lockdown”. Non lo dite a me! Intanto, è la prima volta in vita mia che, quando osservo le vetrine sul Portal de l’Àngel, devo controllare il nome del negozio per accertarmi che sia Benetton e non Oysho! Il “look pigiama” introduce nuovi orizzonti.
Però (apro parentesi sociale), non posso prevedere grandi cambiamenti di costume se l’economia non si muove di un millimetro, se il lockdown ha fatto perdere il lavoro a un’incredibile quantità di donne: allora, la dipendenza economica può spingere una a rendersi il più indispensabile possibile (anche rinforzando gli stereotipi di genere), per non finire in mezzo a una via. Io dico scherzando che la maggior emancipazione che in Catalogna è dovuta alla crisi economica, che ha costretto tante coppie giovani ad avanzare verso la parità: la mattina lavora il papà, il pomeriggio la mamma, e i soldi per l’asilo non ci sono, quiiindiii… Sul serio, al mio arrivo ero stupita da quanti papà vedessi in giro coi figli nel marsupietto, o come si chiama.
Ora (chiudo parentesi sociale), conveniamo che la parità ottenuta con le pezze a culo non è l’ideale. Però è importante trarre qualsiasi lezione legittima dal periodo demmerda che stiamo trascorrendo. Una è che il “Lo faccio per me stessa” non sempre sta in piedi, se riferito ai soldi e al tempo che crediamo di dover investire per renderci accettabili (visto che, così come siamo, non andiamo mai bene…).
Quando mi tornerà lo sfizio, riprenderò a truccarmi gli occhi, perché mi diverte giocare coi colori, e in strada avvisto molti più ragazzi che si cimentano.
Speriamo che, un giorno, la mia nipotina nata nel 2020 possa uscire in pigiama o addobbata come un lampadario, o senza niente addosso: come più le gira di fare.
Avete presente quando vi ordino di rinunciare a voler controllare tutto?
Ebbene, sono incappata in una situazione in cui il controllo ce l’avevo, o quasi. Quello che mi mancava erano informazioni.
Sto delirando? No, è che non posso dare troppi dettagli: mica so’ Dagospia! Diciamo che, tre giorni fa, una persona con cui stavo svolgendo un piccolo lavoro ha cambiato umore in un nanosecondo. Quindi ha cominciato a evitarmi, sabotando il lavoro stesso.
Rimasta sola, dopo aver citato più volte gli Squallor, mi sono detta che sapevo di avere a che fare con un personaggione umorale, e che era inutile farsi domande. Meglio andare per la mia strada, accettare le cose che non posso cambiare, ecc.
Quando sono riuscita a ottenere un cavolo di confronto, a cui mi sono presentata dopo svariate pere di camomilla, ho scoperto che il problema era stato qualcosa che avevo detto: uno scherzo generico sulla sciatteria, che era stato interpretato come una critica personale. Il bello era che la parte di lavoro svolta dall’altra persona mi sembrava troppo “leccata”, altro che sciatta! Forse era l’altra persona a sentirsi sciatta di suo (il che spiegava l’approccio “leccato” al lavoro).
Ho ripensato a quella rimpatriata che organizzavo anni fa in chat. Visto che una sola amica (che chiameremo Lucia) aveva proposto delle date per vederci, avevo commentato con: “Grazie, Lucia! Però voglio incontrare anche gli altri, eh!”. Lucia mi aveva scritto in privato: “Questa te la potevi risparmiare! Io ti dico in che giorni sono disponibile, e mi snobbi così?”. Quando le avevo spiegato cosa intendessi, lei aveva provato a buttarla sul “Vabbè, abbiamo sbagliato tutte e due: tu a esprimerti, io a interpretare”.
No, Luci’. Se tu hai problemi di autostima, o di paranoia, la colpa forse non sarà tua, ma di certo non è mia. E meno male che era un equivoco scemo. Mi è capitato invece un interlocutore molto ansioso, che si appigliava a ogni parola che gli avessi detto o scritto per vederci un attacco personale: forse ci trovava solo l’incarnazione delle sue paure.
Almeno, la persona di cui parlavo all’inizio del post ha ammesso che il nostro era un equivoco “alla Lucia”: io non c’entravo niente con le sue insicurezze. Le avevo solo subite!
Due conclusioni.
1. Vi rendete conto di quante energie ci avrebbe risparmiato un confronto immediato, che scattasse subito dopo la frase “offensiva”? Quella volta che abbiamo il controllo di una situazione, non sprechiamolo.
2. Parafrasando Thais Gibson: se vi dico venti volte che siete l’orco delle favole, non vi convincerò mai, a meno che… A meno che non crediate voi di essere l’orco delle favole!
Io ero un’adolescente in vacanza con la famiglia, e lui uno più grandicello che diceva le parole giuste, o il giusto numero di parole perché risultasse “un mistero”. Come persona, dico: le sue opinioni su tutto erano talmente poetiche e fumose che potevano significare ogni cosa, e il suo contrario. Era un po’ troppo perché un’adolescente fricchettona, che amasse sentirsi la pecora nera della situazione, non fosse almeno intrigata dal tipo.
Rimasi indietro il giorno della partenza: gli adulti sarebbero andati a fare l’ultima gita (che palle!), e io avrei esplorato un posto mai visto con questo concentrato di carisma e sintomatico mistero… Un posto un po’ isolato e molto romantico: pure troppo. Infatti io, teenager timidona, per calmarmi feci una battutaccia: “Dai, chissà quante ne porti qui!”. Flagellatemi pure, ma inso’, ero alle prime armi, e giuro che, da brava nerd, stavo più o meno citando un film con Gastone Moschin.
Apriti cielo. Il tipo si risentì tantissimo, mi schifò all’istante e mi riportò indietro. Adesso, spero che siamo più o meno d’accordo su questo: siccome lui non aveva mostrato chissà che segni d’amore appassionato, quella mia battuta per sdrammatizzare poteva essere infelice, non imperdonabile. Ma spiegatelo a un’adolescente complessata, prontissima ad addossarsi le colpe di tutto. Diciamo che quell’episodio spiacevole influì un bel po’ sulle mie scaltre scelte sentimentali degli anni a venire.
Ebbene, ieri su LinkedIn ho ribeccato il fenomeno. Stando ai suoi commenti su varie pagine (*indossa il cappotto da ispettore Clouseau*), lui è convinto delle seguenti verità:
i vaccini servono per inoculare un nanochip che, tra le altre cose, ti fa prendere Radio Maria;
c’è un complotto in atto per farci morire di cancro;
il complotto vale solo per la popolazione bianca: quella nera pensa a rubare e a dormire negli hotel a 5 stelle (e gli italiani finiscono in strada!1!1!!);
ci vuole un bel colpo di stato (dichiarazione seguita, giuro, da un preventivo step-by-step).
Magari il tipo non è sempre stato così. Magari i suoi discorsi fumosi q.b. avrebbero portato a qualcosa di diverso, anche se dopo l’incidente della battuta avevo già indagato con la “comitiva del mare” (esistevano ancora le lettere!), e scoperto che il Nostro aveva guai con la giustizia (poi rientrati), e delle simpatie politiche che, per intenderci, prevedevano pose da giuramento degli Orazi… Alla luce di ciò che ho letto ieri, mi è difficile non pensare che questo qui era, diciamo, un caso perso già allora. Così vedo sotto altri occhi quella reazione inconsulta davanti alla mia battuta, così poco normativa per una pulzella da corteggiare alla vecchia maniera.
Non è la prima volta che mi succede, di spiegarmi il passato con informazioni che arrivano a distanza di decenni. Il precedente più triste riguarda una compagna di università che mi lasciò sola a fare una presentazione che avevamo scritto insieme, dividendoci le diapositive da esporre in classe. Solo anni dopo, a una rimpatriata, scoprii che la poveraccia, proprio in quel periodo, era invischiata in una relazione violenta: forse il giorno della presentazione non aveva davvero le forze per presentarsi in classe.
La vita è una narrazione che abbiamo ricavato da informazioni parziali, anche nel senso di “un po’ di parte”. Capire i perché delle cose non è risolutivo, ma aiuta. Ci permette di scoprire come sarebbe andata se avessimo interpretato lo stesso fatto in modo diverso. Non ottimistico, o positivo a tutti i costi: diverso.
E voi, avete un episodio fumoso che vi ha cambiato la vita, o almeno la media universitaria? Potete giurarci, che le cose siano andate proprio come ve le raccontate?
Pensateci un po’, e se vi va fatemi sapere.
(Dell’estate col tipo “peculiare” mi è rimasta questa bella canzone, che mi ispirò il titolo per il mio primo romanzo!)
A volte viene alle 5, a volte alle 7. Pensavo dipendesse da quante crocchette avesse nella ciotola, ma no: va proprio a sfizio suo.
Di solito, una volta sul letto, si accoccola contro la mia ascella (temerario!) e mi lascia dormire. Per un’oretta. Poi vengo svegliata dal rumore di una piccola mascella al lavoro, e mi rendo conto che il “fiero pasto” sono i miei capelli.
In realtà non ci pare, ma Archie non sa bene cosa vuole. Per questo a un certo punto batte a ferro e fuoco il mio letto, che manco Attila, flagello di Dio. Quello che vuole, lo so io: mi basta disporre le gambe nella posizione in cui mi è impossibile prendere sonno, e lui ci si accoccola felice.
Visto? Sapere ciò che si vuole è tutto. Finché non lo sai, giri a vuoto e mastichi capell… Uhm, scusate, esempio troppo specifico.
Succede anche a un mio amico, che ha una caratteristica assurda: è un agente immobiliare onesto! Cioè, rifiuta “regalini” per spuntarti il prezzo che vuoi (visto coi miei occhi), e aggiusta sempre la cifra a favore di chi compra. Il segreto? È un “culoinquieto“, come si dice in spagnolo: niente di volgare, significa solo che non sta mai fermo. Infatti voleva diventare coach aziendale, ma quando c’è riuscito si è dato alla ludoterapia. Poi ha lasciato il suo lavoro in agenzia per mettersi in proprio, diventare finalmente meno agente e più “faccendiere” in senso buono: ti accompagna in tutto il processo che ti porterà a “sentirti a casa”, ristrutturazioni comprese. Ma non è contento neanche adesso, e non ne ignora il perché: non sa ancora qual è il suo cammino.
Sono tante, le persone così. Il mio caro Archie al confronto è un dilettante, col suo unico dubbio riguardo a come condannarmi all’insonnia.
Ho scoperto che ci sono un sacco di connazionali all’estero che sfoggiano i loro curriculum eclettici, vantandosi di una grande multipotenzialità (considerata da poco un vero e proprio fenomeno psicologico).
Invece, eccomi qua a studiare di nuovo, così de botto e senza senso, e a riformulare la mia idea di famiglia. Intanto penso: pessimismo e fastidio! Perché non ho la vita controllata al millimetro?
Devo arrendermi: è vero che l’eterna indecisione è una posa, a volte, ma spesso non sappiamo davvero cosa fare, per la scarsa capacità di prevedere ciò che ci renderà felici. Ammesso che il precariato ci permetta di scoprirlo, le persone sposate, dal terzo anno in poi, non sarebbero più felici di quelle non sposate, e neanche i figli sono una discriminante significativa. Quanto ai soldi, al di sopra di una certo guadagno annuale (bello altino, per la verità) non importa se sei Rockefeller: il grado di felicità potenziale sarebbe lo stesso.
Io sono fritta perché, stando al tipo che si occupa di queste cose, la vera felicità sembra risiedere nell‘interazione pacifica tra esseri umani, che è la mia attività più aborrita dopo quella di pulire la lettiera di Archie.
Quindi devo accettare questa realtà provvisoria: so di non sapere. Ammetterlo è il primo passo per… sapere, appunto.
Vabbè, facciamo una cosa: mi sono sempre rifiutata di cliccare sul video qui sotto. Troppa gente sui social lo vedeva e dichiarava: “Ecco perché ho venticinque lauree e trentamila interessi: sono una persona speciale!”.
Al che io, che volevo una vita tranquilla (la la), mi sentivo il latte alle ginocchia.
A nove anni portavo la macchinetta, senza capire perché. Ma in famiglia insistevano, quindi doveva esserci una ragione importante.
Era il 1990, le macchinette erano una ferraglia immonda, e non sempre efficace. “Che succede se le ritornano avanti i denti?” chiese il dentista ai miei. “Proviamo”, risposero loro. Per quando avevo diciannove anni, mi erano ritornati avanti i denti.
A ventinove anni provai a vedere se le macchinette fossero migliorate e potessi risolvere tutto con un apparecchio estraibile. Altrimenti, non se ne faceva niente. Non se ne fece niente. Per una volta capii qualcosa che in vita mia non sempre afferro: i tempi non erano maturi, e in quel momento il gioco non valeva la candela. Dovevo aspettare due cose: gli apparecchi trasparenti, e la mia grassa risata in faccia ai canoni estetici inculcati. Sono riuscita ad allineare i denti a trentanove anni, quando per me era diventato solo uno sfizio, che mi potevo permettere.
Cinque anni fa, invece, volevo studiare psicologia. Era un vecchio desiderio, ma avevo avuto sempre altre priorità. Peraltro, cinque anni fa il piano era studiarla solo per poter diventare terapeuta junghiana, e avevo detto alla società preposta: visto che è contemplato nel regolamento, prima decidete se accettarmi come apprendista, poi formalizzo l’iscrizione. Non mi hanno accettata. A parte l’impreparazione (ma va’), il problema segnalato dai miei esaminatori era che volevo “aiutare il prossimo“. Si vede che dovevo aspirare solo al loro grasso onorario.
Sono passati cinque anni. Intanto sono stati sdoganati i corsi universitari 100% online, con la possibilità di pagare per modulo invece che tutto insieme. Sono arrivati anche i corsi per imparare il coaching: terapia che, dite quello che volete, era proprio quello che cercavo, il che mi era stato predicato già dodici anni fa. Che dire? Allora i tempi non erano maturi. Solo che stavolta sono io, e non una società che vede in Jung il suo profeta, a volere una solida preparazione psicologica prima di pensarmi come coach.
Così, stamattina sono stata accettata nel Master abilitante in Psicologia dall’università scrausa di mia scelta, che il compagno di quarantena ha aborrito subito col suo disgusto-windsor (che è come il disgustorama di Luttazzi, ma inglese), e che però ha una retta più bassa e orari flessibili. Soprattutto, quest’università qui mi ha accettata: i tempi sono maturi.
La frase “Ogni cosa a suo tempo” può essere una trappola per rimandare all’infinito ciò che vogliamo fare oggi. Oppure può essere un proposito sacrosanto: basta imparare che certe cose, come le tecniche di ortodonzia e le rette universitarie, sfuggono al nostro controllo, e non ci resta che aspettare o passare avanti.
A volte aspettare è la cosa giusta: arriverà l’occasione di fare ciò che vogliamo. Altre volte… aspettare è comunque la cosa giusta: non arriva un bel niente, e cambiamo percorso. Se non abbiamo colto al volo l’occasione, nella miglore delle ipotesi non ce la sentivamo, che è la migliore premessa per fare disastri.
E i disastri, almeno, facciamo quasi sempre in tempo a scongiurarli.
Sono al Port Vell di Barcellona, davanti a un praticello costeggiato da un parapetto grigiastro, su cui è possibile sedersi. E io, infatti, siedo. A due metri da me, un’intera scolaresca sta osservando un pappagallo.
Capito? I pappagalli sono numerosi in città, ormai da decenni. Ma quelle creaturine di sette-otto anni facevano “oh” lo stesso.
Io non mi sforzavo neanche di guardare. Non ero abbacchiata, ero stanca. Avete presente quando cambiate vita, e allora non riconoscete più la vostra tribù?
La mia tribù è tanto caruccia, ma fa molto Pasqualino Passaguai, come direbbe mia madre: perde il lavoro, perde il cellulare, perde soldi, perde l’appartamento. Non si presenta agli appuntamenti e neanche avvisa, perché ancora resiste alla “dittatura dei cellulari”. Vuole farsi i soldi “senza puntare troppo al guadagno”. Vuole fare acquisiti di qualità, ma “senza spendere troppo”. Prima o poi chiede aiuto per le questioni più assurde, proponendo soluzioni poco legali. Non vi dico se c’è da viaggiare, in questi tempi di “medicalizzazione eccessiva” (sic) e “dittature farmacologiche”. Come se il biglietto se lo procurassero loro, poi.
Credetemi, la mia tribù è estenuante. Soprattutto, non è più la mia tribù.
Non lo è da quando ho affrontato la mia crisi. A volte non si tratta neanche di superare: affrontare basta e avanza. Per questo l’altro giorno, quando mi sono seduta lì al porto, stavo pensando di formare un gruppo MeetUp: Il club della seconda opportunità. Lo so, nome demmerda. Ma ci sarà pure della gente che si trova nella mia stessa situazione. Donne divorziate che hanno scoperto che c’è vita al di là della coppia, e che le loro amiche non la pensano come loro. Emigranti che passano dieci anni a Berlino, e poi tornano in paese: lo stesso paese dell’anziana coppia che anni fa aveva il figlio disperso per Barcellona (il ragazzo dormiva in strada), ma aveva ritardato le ricerche purché non si sapesse in giro. Per usare una metafora letteraria: non sempre il nostro mondo esteriore cambia con la stessa velocità di quello interno.
Stavo pensando a tutto questo, a pochi metri dalla scolaresca che osservava il pappagallo, quando mi sono accorta che le deliziose creaturine, adesso, guardavano me. In effetti, dovevo essere uno spettacolo affascinante, col muso lungo venti mentri che mi ritrovavo.
Era pietà, quella che leggevo negli occhi della bambina davanti a me? La sua mascherina formato Lilliput non mi aiutava a capire. Un compagnello della piccola mi ha buttato lì un “Hola” dolcissimo, all’unisono con un’altra amichetta. Ho ricambiato: mica sono un mostro! E so’ trentacinque anni che degli adorabili marmocchi mi vedono col broncio e si chiedono cosa non vada. Solo che le prime volte ero una loro coetanea, e adesso ho l’età delle loro madri, o giù di lì.
Sarà una mia proiezione, però sembravano chiedersi davvero, magari in catalano, “Chesta che ha passato?”. Con interesse genuino, e pure voglia di aiutare.
Magari mi sbaglio. O magari le future generazioni non avranno bisogno di una seconda opportunità.