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Ci risiamo. Pioggia battente, e gli amici che lavorano ancora non possono uscire, come me un anno fa. E allora, dopo aver scritto e tradotto un po’, resto a casa a guardare quei tremendi film in costume, spezzettati su youtube con nomi criptati.

Ieri, ad esempio, alla lite tra Crocetta e Renzi ho preferito Becoming Jane, che è più insopportabile degli altri perché cerca di trasformare la vita di Jane Austen in un romanzo dei suoi. E allora i fans (o meglio, le fans) si scatenano a indovinare quali personaggi, di quelli reali, abbiano ispirato quelli dei romanzi. Non si rendono conto che è tutto il contrario, sono i personaggi dei romanzi a ispirare ora questi attori in redingote e crinolina, e chi ha scritto le loro battute. E il naufragar m’è dolce in questo mare di finzione.

Finché, all’improvviso, una scena più vera del vero: la Austen viene beccata dalla sorella a scrivere… una lettera? No, una cosa che ha iniziato da poco, su due sorelle. Titolo provvisorio, First impressions. Sì, è Orgoglio e pregiudizio. Ma Cassandra non lo sa. Finisce bene?, chiede. Jane la guarda. È innamorata di uno spiantato che non la può sposare, e Cassandra si è ritrovata vedova ancor prima di sposarsi. Sì, che finisce bene, risponde. Le due fanno matrimoni da favola e sono felici e contente per sempre. E allora la sorella ride, e ride pure lei, della vita che ai libri somiglia solo alla lontana.

Io il lieto fine di Orgoglio e pregiudizio lo lessi un giorno sopra le nuvole, il posto migliore per leggere un lieto fine. Anche se l’aereo va nella direzione sbagliata. Ero da tempo immune a queste illusioni, ma era la prima volta che leggevo le testuali parole di Lizzie, che spiega a suo padre perché quel tizio burbero alla fine se lo sposa, e la prima e l’ultima che speravo di ripetere a breve la scena con mio padre, che già immaginavo scendere a giocarsi i numeri.

Sulle nuvole tutto è possibile, è sotto che le cose si complicano.

Ma adesso che faccio la nana sulle spalle dei giganti, che scrivo invidiando quelle dalla penna facile (che però morivano quasi tutte vergini), devo ammettere che il lieto fine è la pornografia degli scrittori. Come gli attori superdotati e bruttini alle prese con splendide bambole gonfiabili. Come i vari scrittori maledetti che si ritrovano una bionda bendisposta sul pianerottolo. Le scrittrici si sono scritte la fine che non hanno avuto, l’antieroe che non hanno sposato, pure questa delle sfumature di grigio che non ho letto e che mi dicono essere una casalinga molto lontana dalla giovane protagonista sadomaso.

Ma questa fine non la voglio fare. Sfogare su Word (la piuma d’oca macchia) quello che non ottieni in 3D.
Allora coi miei personaggi ci gioco, quando scrivo di me. Cambio i nomi, chiamo un amore mancato come un altro che ho assaggiato poche ore, e mi diverto a scomporre come un puzzle i miei 4 anni a Barcellona, quasi fosse già un congedo.

Ora so che a PC spento possono succedere cose che se le scrivi in un romanzo ti dicono che non è credibile. Che stavolta l’hai sparata proprio grossa.

E allora è meglio, cara Jane, che te le tieni per te.

(Lizzie goes to Hollywood)

(Lizzie goes to Bollywood)

Nella “mia” pizzeria si parlano due lingue, napoletano e spagnolo. Lo spagnolo, però, è rivisitato.

Il carajillo si chiama ‘o carachiglie, e la birra alla spina, caña, diventa proprio ‘na cagna di quelle ‘e canciello, pronte a ringhiare agli avventori che si stipano intorno al bancone.

Il ragazzo abbronzato, poi, gli occhi azzurri sotto il cappellino, si ostina a dire al telefono che le pizze llegan a menudo, intendendo “tra qualche minuto” e garantendo, in realtà, che arrivano “spesso”. In omaggio al copricapo, il cameriere ragazzino, stasera con barbetta e ciuffo fonato, gli propone 5 cappielle a 100 euro ‘a fine d’ ‘o munno, e l’altro chiede in quale magazzino, da sempre, da noi, sinonimo di negozio.

Pure i clienti parlano napoletano, mentre masticano Napoli – Chievo piegata a portafoglio. Non lo distinguevi subito, stasera, tra i romani che si intossicavano contro l’Udinese, la siciliana bionda come solo certe siciliane sanno essere, e un suo compaesano che sfottevano tutti, compa’, t’ ‘o dissi, giocavi ‘a bulletta pure tu e ti facevi ricco (ma ‘mbari è messinese o catanese?, chiede qualcuno alla siciliana).

Invidio quei soliti noti che già si conoscono tutti. Il bellillo dopo più di un anno deve ancora chiedermi come mi chiamo, per mettermi in conto il saltimbocca Positano. Più buono del solito, tra l’altro, l’ha fatto un pizzaiolo nuovo che ancora dice Escudellers con la “l” italiana (ma in bocca a lui suona quasi catalana) e che ora mi scruta, ricambiato, senza che nessuno lì in mezzo ricordi il suo nome. Manco i camerieri. “‘E chi è stu cafè?”, “‘E Davide!”, “Davide chi?”, ” ‘O pizzaiuolo”. Però anche un cliente chiama il ragazzino fratomo, poi nel dubbio chiede agli amici “Comme se chiamma?” e gli viene risposto “Luca”.

Luca che stasera vuole andare a ballare ‘o Suttan’, solo che teme che gli avventori si interessino eccessivamente a lui. Come già in palestra, specifica, e a tal proposito, per difendere la propria rispetto alle più blasonate, chiede è meglio ‘na palestra abbuffata ‘e femmene o chiena ‘e molleggiate?. No, stasera a ballare, è deciso, e il collega rossolillo che consegna le pizze non facesse che verso la mezza dice nun da’ retta: lui, adda muri’ mamma’, ci andrà eccome.

Ma poi mi guarda, dopo che mi sono sgolata a esultare del gol di Ammsícc, a gridare ma che sta a fa’ nei passaggi mancati, e a dire addirittura un ‘u ssapevo, proprio di paese. Imperterrito mi guarda e nel suo migliore italiano mi chiede:
– Ma tu, sei una tifosa del Napoli?

Niente da fare. Ti sembro veronese?, scherzo, cacciando un’ultima volta la carta “compaesana d’Insigne” come se mi desse honoris causa cittadinanza e titolo di tifosa.

– E che era, inglese? – propone invece la ragazza, una delle splendide guaglione bassine e carnose che vedo ogni tanto dietro il bancone.
– Quasi – si giustifica lui – mi sembrava irlandese…
– Sono le mèches – sorrido.
Il bellillo e il siciliano stanno dicendo che Di Natale all’Udinese per segnare ha proprio fatto il cucchiaio pe’ raccogliere ‘a sarza (che il siculo chiama tipo ‘u sucu).

Pago il conto, 9,50 pecché sei tu, tesoro (“Si ero ‘n’ ata erano 8?”), e negli ultimi minuti di gioco, prima che la folla in uscita mi butti fuori dal locale, penso che a parte me, che so’ irlandese, la distanza dall’Italia, dal Sud, li fa tutti compaesani, tutti napoletani. Se vivessimo insieme, dopo un po’, le differenze si noterebbero, ma ora no.

A sproposito penso a una ragazzina olandese che diceva qualcosa tipo non vedo l’ora che smettiamo di essere solo ebrei e torniamo a essere noi stessi.

Chissà perché mi è venuta in mente, penso allontanandomi nel primo freddo.

N.B: Il titolo è stato scelto nel pieno possesso delle mie facoltà mentali. Chiunque insinui il contrario riceverà notizie dal mio avvocato. Hic.

Ora, dire che il mio mondo italiano è un’istantanea di com’ero prima è senz’altro un’offesa a chi resta. Ma è vero che, una volta atterrata sul suolo natio, tra le varie epifanie c’è quella di rivedermi nello specchio o in un vecchio libro che oggi non leggerei mai (la biografia di Tiziana Maiolo, ne vogliamo parlare?) e di chiedermi cosa cavolo facessi, dov’era la mia testa prima di partire.

Oppure di fare una rimpatriata con gli amici di un tempo e chiedermi cosa diavolo ci faccia, lì, tra dei semisconosciuti che somigliano a gente che conoscevo.

E qui l’istantanea ci sta tutta. Perché, per scandire il passaggio del tempo, non c’è niente di meglio che una cesura, un momento da cui cominciare a contare. E tra le varie cesure possibili (cataclismi o date memorabili, tra cui trionfa l’ultima notte di sesso) il viaggio in fondo è tra le più soft. Anche perché di per sé rappresenta un bivio, un momento in cui tu e gli amici lasciati per strada avete imboccato, per forza di cose, percorsi diversi.

Magari non ti capita con gli amici dell’anima, come si direbbe in spagnolo. Ma scopri dei perfetti estranei in gente che ti stava simpatica, e guardi con occhi nuovi persone che hai sempre ignorato. E siccome per cambiare radicalmente, di solito, ci vuole un trauma o una motivazione forte, i tuoi amici non saranno troppo diversi da quelli che ti sei scelta non troppi anni fa, e nella loro vita puoi leggere ancora, in controluce, sprazzi della tua.

A pochi giorni dalla mia ripartenza, se tiro le somme degli incontri felici o infelici, passando ovviamente per quelli mancati, mi ritrovo a constatare che nei casi sfortunati il minimo comune denominatore è stato la paura. A volte mi sono dovuta rassegnare, e la vita è anche questo, all’idea di non essere più una priorità nella vita altrui, o di non esserlo come un tempo. Altre volte, invece, mi sono ritrovata davanti persone pavide, ambigue, troppo impegnate a rincorrere i loro alibi per rendersi conto che la vita fuggisse altrove.

E in quegli occhi sfuggenti e in quegli alibi ho riconosciuto i miei. La mia antica incapacità di amare che giustificavo con l’inadeguatezza altrui, la volubilità che scambiavo per vastità d’interessi e l’arroganza così facile da indossare per difendersi da ciò che neanche ti minaccia, fosse anche un comune di pace gemellato con non so quale città santa.

E allora dovrei rallegrarmi, immagino, per non avere più paura, o aver imparato a controllarla. Anche se sono un ibrido che ancora si riconosce nelle scuse per non uscire, “con quello che costa la benzina”, che ancora è tentato di sedersi sul ciglio della strada e dire andate avanti voi, io schiaccio un pisolino.

Fortuna che in quel caso la mia unica paura sarebbe davvero quella di non svegliarmi più.

(scherziamoci su)

(ok, piangiamo senza ritegno)

Innanzitutto un appello a San Gennaro, Sant’ Edinson (se non esiste, provvedere) e pure a Santu Sossio, probabilmente invocato dal compaesano Insigne nell’entrare in campo: quando la partita la vedo in Italia, il Napoli deve vincere sempre. Grazie.

E ora mi rivolgo a tutti voi: aridatece il Bar Sport! Quest’italica istituzione, tutta aperitivi e grappini, fatta apposta per guardare la partita tutti insieme. Io che sono fautrice della tecnologia, che non ne ignoro i pericoli ma ne apprezzo soprattutto le opportunità, non rimpiango certo gli anni ’50 di Lascia o raddoppia, con le famiglie costrette a riunirsi in una casa sola per penuria di mezzi, televisivi e non.

Ma cavolo, la soddisfazione di esultare e soffrire tutti insieme, a parte qualche sporadica eccezione ai Mondiali, ormai la viviamo solo noi italiani all’estero, che ci arrabattiamo per sfuggire allo streaming e cercarci un baretto di fiducia, magari tenuto da italiani come noi che controllano tre schermi alla volta per poi esultare, come è capitato ai miei camerieri preferiti, per aver “pigliato ‘a bulletta”.

Ebbene sì, sono disposta a soprassedere sulla novità del multischermo, e a vedere l’intramontabile Luisona di Benni sostituita con dolci più moderni (e, possibilmente, più freschi), come la grandiosa Torta Pan di Stelle che riesce a far gola perfino alle amiche catalane. D’altronde la preclusione alle donne, altra caratteristica del Bar Sport, almeno all’estero è stata ampiamente archiviata, con qualche agguerrita tifosa che oltre ai pettorali in campo bada anche ai lardominali dei camerieri.

Sarà che a casa mia la partita la vedono a spizzichi e mozzichi, ovvero a intermittenza. A volte, ahimé, per noia, a volte perché, al contrario, “non gli regge il cuore”. Ed eccomi da sola sul letto di mio fratello, che ha dovuto comprarmi l’evento Sky (e faccio presente che la Luisona è più economica), a seguire attenta i balletti di Zuniga e a esultare a sproposito di qualche azione sfortunata (ma tanto chi mi sente). Intanto il neolaureato, nello studio, interpreta un mio rantolo come un goal della Juve, e mi chiede ragguagli, e mia madre viene a fumarsi la sigaretta proprio sul balcone alle mie spalle. Mio padre, poi, entra ogni tanto a fare qualche commento sul bimbo Insigne, che ricorderebbe sotto il suo fonendoscopio in un’età in cui si era più certi della sua scarsa statura che del suo futuro di attaccante. E magari lancia qualche seccia tipo: “Attenzione, è a questo punto della partita che cominciano a rubare”. E allora BAM! Due goal in 5 nanosecondi e io a bestemmiare in diverse lingue di origine incerta. Ma stavolta, va detto, furti niente.

In ogni caso, anche se la vostra situazione è migliore, anche se avete una postazione già assegnata sul divano e il numero della pizzeria memorizzato sul Blackberry (e poco importa se stasera vi è andata la margherita di traverso), la partita in compagnia vi farebbe bene. Si parla tanto d’isolamento, d’individualismo, di chiusura in se stessi, che sarebbe carino cominciare da queste piccole cose. Anche quando ci si rattrista tutti insieme, tra una battuta e due chiacchiere la serata un po’ s’appara.

Insomma, che il Bar Sport non sia relegato a istituzione da neoemigranti. Che torni a risplendere tra le nostre tradizioni migliori. E se qualcuno prova di nuovo a mangiarsi la Luisona, la difenderemo con le unghie e coi denti.

Vi ho sgamati. Erano anni che non “scendevo” che per esami o feste comandate, o per una breve vacanza estiva. Ed erano anni che non restavo tanto in Italia, quindi vi ho scrutati, spiati, analizzati minuziosamente mentre lavoravate o cercavate lavoro, casa (i miei amici medici, beati loro) o vi ispezionavate il naso nella nuova metropolitana di Napoli. A proposito, bella, la fermata di via Toledo, grazioso quel mare che si muove mentre cammini e allora come una scema ti fermi e scopri che no, non si muove davvero, e manco un bambino di 4 anni ci sarebbe cascato.

Come vi trovo? Non ci crederete, ma più ottimisti, nonostante l’IMU. Non so se perché avete perso pure la voglia d’indignarvi, che pure sembrava lo sport nazionale, o proprio perché un po’ ci sperate perfino a Napoli, perché certi pessimisti che avete sbolognato a me a Barcellona dicono che Giggino de Magistris ha fatto solo ‘e chiacchiere e un po’ di scena. Ma insomma, la scena almeno mi piace. Infine, e la chiudo qua che questo è un blog per ridere, quando succedono immani tragedie, che poi sono le stesse di sempre, sembra che v’incazziate sul serio.

Come mi trovo? Meglio. 20 giorni di permanenza sono strani, perché c’è troppo tempo per riflettere. Anche se scrivo, lavoro, studio finalmente le lingue che mi piacciono. Leggo pure La Storia di Elsa Morante, le… gentilezze che si scambiavano i ventenni tedeschi e italiani nel ’44, e caso mai avessi dei dubbi su come finisse il libro mi basta pensare che, nel 2012, coi miei amici tedeschi parlo inglese, e in inglese auguro loro che sta Merkel “anche basta” (come diceva Renzi su D’Alema, perché dopo l’indipendentismo catalano le primarie del PD sono quasi divertenti).

Anche così, mi sento come Harrison Ford in A proposito di Henry, e mi chiedo che razza di vita facevo prima. La gente invece, quando va bene, mi vive tipo Richard Gere in Sommersby (lo so, so’ cinefila d’élite…), e dice ah però, quasi quasi torna da dove sei venuta e ripassa quando qualunque cosa mettano in quella paella ti faccia diventare addirittura ‘na persona seria.

In questo non cambiate mai: siete degli illusi. Bravi. Così vi voglio.

E voglio ancora l’Erasmus, per favore. Per favore. Ha fatto più miracoli quello che tutti i santuari della Campania. Senza quello, come tanti della mia generazione, non sarei mai partita, per poi tornare ogni tanto e scoprire che, come Spinaceto, l’Italia… pensavo peggio.

(voglia di ricominciare abusiva)

È da quando sono tornata che mi raccontano storie di amori infelici, di donne che volevano a uno ma la famiglia non voleva, o non voleva lui, e allora si sono sposate con altri ma il pensiero è sempre lì.

La chiamerei pure sindrome di Brooke, dall’eterna innamorata che intanto si passa il resto del mondo. Se non fosse che i fatti risalgono addirittura a prima di Beautiful (cominciato notoriamente con la guerra del Peloponneso). Perlopiù queste vittime dell’ammore sono donne mature, quando sono ancora vive. Ma io ascolto terrorizzata e mi chiedo se in questo il mondo che mi lascio alle spalle decollando da Capodichino debba essere doloroso e immutabile come una tragedia greca. O, peggio, come una telenovela venezuelana.

Forse mi sbaglio, forse succede lo stesso anche alle amiche olandesi, che mi imitano tra il divertito e commosso il loro buffo modo di ballare a 15 anni, e avranno lasciato anche loro un amore impronunciabile in pista.
Magari ne sanno qualcosa anche le Brit, coi loro falò in spiaggia e i martellamenti ai maggiorenni per farsi comprare la birra. E che bevendo la Estrella a Barcellona si chiederanno che fine ha fatto quello della festa di fine anno, incontrato tra la seconda e la terza Forster.

Ma che volete farci, io ho la sensazione che ste cose succedano solo qua, nella provincia denuclearizzata a sei chilometri di curve dalla vita. E mi chiedo se mi sono liberata dal maleficio o me le devo portare nel sangue come la monnezza di 30 anni di mozzarella alla diossina.

Intanto a mo’ di difesa sono scivolata in un delizioso torpore, in cui, come si direbbe dalle parti mie (quelle nuove) me da igual, mi scivola tutto addosso in questo piacevole ottobre un po’ estivo.
Tornare a Barcellona o restare qua, andare con un ex collega di Lettere o enrollarme con un company di catalano, pizza da Di Matteo o da Sorbillo (e questo è il dato più preoccupante).
Forse quest’atarassia godereccia, oltre a un palese ossimoro, è anche un modo di dire a Veneri discinte e Madalene piangenti che stanno bene dove stanno e, senza offese, vorrei fare di testa mia.

La mia frase preferita del Tao Te Ching (ok, l’unica che conosco) è: solo quando ti stanchi della tua malattia te ne puoi liberare.

M’ ‘o segno.

(ci sarebbe anche questa, sconsigliata ai deboli di stomaco)

Adesso verrò radiata dall’albo delle femministe e da quello del buon gusto (se mai ne ho fatto parte), perché vi spiego la mia teoria dei culi base x altezza.

Che forse non mi frutterà il Nobel come a quelli che hanno scoperto che le cellule possono tornare indietro nel tempo (ma noi no), però almeno vi spiegherà perché, quando andate per il Corso Umberto di Napoli dalle 9 alle 12 del mattino, viaggiate a una velocità pari a quella dei cavalli di Bellomunno.

Ebbene, la rapidità con cui arriverete a destinazione sarà inversamente proporzionale all’area del sedere che vi ondeggia davanti.

Perché davanti a voi si staglieranno sistematicamente un paio di fondoschiena, di solito fasciati in jeans senza cintura, che si muovono con la lentezza di un pachiderma senza possederne la falcata.
Tra le caratteristiche della parte anatomica in esame ne spiccano due in particolare: mi arrivano quasi alle ginocchia (e io non sono esattamente la Torre Eiffel) e sono rettangolari. Davvero. Non c’entra l’adipe, o per convincercene dobbiamo scomodare le rotondità delle maggiorate anni ’50? No, è proprio la forma. A volte vorrei davvero prendere squadra e righello e scadere in qualche lombrosiana misurazione, di quelle che trovavo nei libri analizzati per la tesi in letteratura (La reclusa di Giarabub , E pei solchi millenari delle carovaniere ecc.). Riceverei una meritata borzettata nello stomaco, con tanto di tartarughina Carpisa tatuata sulla pancia (l’unico modo perché abbia anch’io “la tartaruga”). Ma almeno mi toglierei lo sfizio.

Perché le proprietarie dei fondoschiena, serafiche e imperturbabili, si fermeranno sistematicamente davanti a tutti i negozi. Non importa se di moda o di protesi dentarie, anche solo per specchiarsi in vetrina non si perderanno una tappa della Via Crucis. Bloccando tutto il senso di marcia e rendendoti difficile il sorpasso (fino a farti meditare seriamente il salto in lungo).

La marca del jeans cambia nel tempo, una volta erano Levi’s 501, poi esibirono un’enorme scritta Rich. Ora sono perlopiù ultraaderenti e a sigaretta. Ma la… sostanza è quella, geometricamente garantita.

Non mi lamento, eh. Sempre meglio della vrenzola, spesso italiana, che passeggiando sulla Rambla con una borsa di dimensioni epocali si lamenta ad alta voce del tuo rapido sorpasso. Vorresti tornare indietro e dirle che lei sarà pure lì in vacanza, ad abbuffarsi di paella surgelata e sangría fuori stagione mentre crede che Gaudí sia Barcellona, ma tu lì ci vivi, sei appena schizzata fuori da una biblioteca per andare a un seminario che ti dimostrerà che furono i catalani, a inventare la margherita, facendo cadere una mozzarella delle colonie sul pa amb tomàquet.

Andasse dunque a sculettare sul Corso Umberto, e la prossima volta che viene a Barcellona non scordasse di portarmi la mozzarella. La pizza migliore sarà pure veneta, ma preferisco ancora la margherita di Di Matteo. Se le implacabili leggi della geometria mi consentono di arrivarci per le due.

(per alzare un po’ il tono)

Valigia già in “cameretta”, biglietto aereo Barcellona-Napoli buttato… Cosa manca? Ovviamente, la frase:

– Mettiti comoda, che ci mettiamo a tavola.

È una parola! I panni per casa dovrei portarmeli da Barcellona, ma mi scoccio. Risultato? Dall’armadio mi si rovescia addosso una valanga d’anni sotto forma di veri e propri reperti d’epoca (perfino una giacchina batik di quando avevo una pancia da mostrare!).

I miei criteri di salvataggio panni sono stati dei più irrazionali, ripesco maglioni slabbrati accanto a camicie evidentemente comprate sotto effetto LSD. Ditemi che sta gonna me l’hanno regalata…

Alla fine riemergo vestita da museo ambulante: sopra, la T-Shirt con su la poesia del primo fidanzatino, che adesso forse si vergognerebbe di aver usato davvero la parola provvida. Ma è molto tenera, e poi il doppio cuore (!) si abbina alla gonna. Tra le prime un po’ zingare prodotte da marche “serie”: Garibaldi, dunque, aveva appena avuto il morbillo. Sopravvissuta ai miei lavaggi sperimentali in lavatrice, ha visto l’assurdo primo viaggio a Barcellona (“Ma, Maria, hai mai pensato davvero a come potrebbe essere, tra noi?”, “Non so… Bellissimo?”) e l’ancor più assurdo secondo viaggio (“Perdonas, dondes podemos mangiar una buenas paellas?”, “En Valencia!”).

Aggiungici gli orribili infradito gialli che il primo amore a distanza si chiedeva “perché non avessero successo”, e il quadro è completo.

Mi diverte, rimettere i panni di questa ragazzina tirchia ma non troppo, insicura al punto di non mettere mai colori sgargianti, ma non abbastanza da risparmiarsi magliette scollate (da riempire, immagino, con quei terribili push-up che ti strangolavano tipo bustino dell’ ‘800).

Eri proprio un’idiota, le dico affettuosa, guardandomi allo specchio.

E vorrei ancora il suo ventre piatto.

La sua incapacità cronica di campare gliela lascio in fondo all’armadio, sperando che non ci esca più.

Il tabacco e gli orari dei negozi. Annunciato da Elisenda via SMS, confermato da Raul per mail. L’argomento degli articoli da leggere e commentare per la prova orale di catalano.
Vabbe’, ma erano tanto scemi da proporli anche a noi del secondo giorno?
Ebbene sì.

E la prof. sembrava simpatica.

– Entra e comincia a leggere gli articoli. Tu sei…?

Stavolta l’ho fatto:
– Marchese, si scrive Marcese.
Ma lei se n’è fatta un punto d’onore:
Marchese. Mi piace pronunciar bene i cognomi. E poi noi abbiamo sempre questa convinzione che parlare italiano sia facilissimo.
– Tranquilla, noi italiani abbiamo la stessa illusione col catalano!

L’ha colta a metà. E mi ha fatto leggere tutto l’articolo. Tutto.
Le neutre scricchiolavano sotto la voce allenata a pronunciare 7 suoni vocalici, e gli altri s’attaccassero, specie se troppo simili al napoletano…

Già, il napoletano. Perché quando abbiamo esaurito l’argomento negozi aperti/negozi chiusi, e vivere nel Raval non aiuta col catalano (stavolta ha riso) ma ti dà un’idea sulle abitudini del mondo, mi ha fatto:
– Ah, sei di Napoli? Il napoletano è simile al catalano, no? Me ne sono accorta ascoltando quel cantautore…
Gigi D’Alessio? – chiedo diffidente.
– No. Quello degli anni ’70…
Fabrizio De André? – butto lì, pensando a Don Raffae’.
– Nemmeno.
– Pino Daniele?!
– Ecco, quello. Me l’ha fatto conoscere mio nipote. Glielo dirò, che ho esaminato una napoletana. Pino Daniele mi ha divertito tanto, e ho pensato, cavolo, è una lingua. Potranno pure dire che è un dialetto, ma è una lingua.
– Be’, non abbiamo una grammatica ufficiale, ma è derivato direttamente dal latino, con le dovute contaminazioni – chissà quante vongole sparavo, improvvisando, ma l’argomento mi emozionava. Infatti l’ho ammesso, prima di tutto a me:
– Col catalano avrei potuto fermarmi al C, il diploma che serve per lavorare. Ma volevo fare quello che non ho potuto con la mia lingua, perché dove sono nata io se la parli dicono “Parla bene!”. E ‘bene’ è italiano.
– Quand’ero ragazza parlavamo catalano in casa, fuori però spagnolo. Ma perché c’era Franco…
– Alla fine, il mio catalano è meglio che il napoletano, quindi immaginati il napoletano!
Questa non l’ha colta. Buon segno.

Alzandomi ho pensato che l’ho imparato al centro storico, il napoletano, senza tracce dell’accento del paese, che mio padre si chiede da dove l’ho cacciata, sta parlata da vaiassa. Qualcosa la sapevo anche prima, poesie, o proverbi incomprensibili per una bambina:

‘a capa ‘e sotto fa perdere ‘a capa ‘a capa ‘e coppa

Fuori all’aula c’era Gabriel.

E parlava dell’esame scritto.
– Alla fine “impigrirsi” era emperesir – gli ho ricordato – Io ho messo emperesar e tu enperesir -.
– Ahah, per fare una cosa buona avremmo dovuto fonderci tra di noi.

I tant!

Certe ragazze già esaminate tornavano piano allo spagnolo, come quando ti togli i tacchi a un matrimonio e metti le pantofole.

E Gabriel se n’è andato presto, soddisfatto per aver scelto l’articolo sul fumo e aver scoperto che pure la prof. era fumatrice. Volevo seguirlo, salutarlo bene, quando la capa ‘e coppa mi ha ricordato che a non aspettare Silvia, sempre così gentile, sarei stata un’infame…
Ma uscendo l’ho buttata, un’occhiata al patio fumatori. Perché lo dice pure Pino:

Tu ho saps com fa el cor, quan s’ha equivocat.

Tu ‘o ssaje comme fa ‘o core, quanno s’è sbagliato.

Non posso andare a nanna prima di raccontare questa serata.

Cominciata col mitologico video di due anni e due fegati fa, e la seguente, profonda riflessione: l’idea che tutto questo sia passato, e che abbia una vita nuova, mi va stretta come le ballerine bioniche che mi hanno martoriato i piedi per un mese, con tanto di cerotti perforati e zoppicamenti luciferini, ma che un bel giorno hanno cominciato a calzarmi a pennello (le cesse).

Insomma, dopo ragion pura e ragion pratica, ecco la Critica della ragion pezzotta. Cosa si fa pur di non ripetere catalano a tre giorni dall’esame.

Fatto sta che con quelle ballerine ci esco, subito dopo, diretta troppo tardi a una mostra sarda. Ma lungo Joaquín Costa, tra la folla delle 8 di sera, comincio a rallentare. Non per le scarpe (tie’!), ma per guardare meglio una bambina in piedi su un bidone, di quelli alti e cilindrici che qua piazzano ai margini della strada. Di fronte a lei, suo padre, brizzolato, che le sorride e in inglese l’invita a saltare. E le giura che la prenderà.

Mi giro ancora verso di loro, assorta.
E allora una voce mi dice:
– Stai pensando alla tua infanzia, vero?”.

È l’argentino.

Quello altissimo bellissimo sbandatissimo che vedo sempre coi barboni sotto l’Arco de la Virgen, o con l’ex vicino spacciatore, o a discutere di soldi prestati. Quello che ho notato troppo tardi, per fortuna, e anche se adesso sono una personcina giudiziosa (con “z” sonora, come la diceva mio nonno) meglio che non ci parli troppo. Anzi, meglio che non ci parli affatto.

Infatti gli dico:
– Stavo pensando che lei se ne ricorderà per sempre.
– Vero, sono cose che restano impresse.
Sensibile. No, Maria, si dice drogato.
– E poi mi sembra una metafora, no? Il padre che insegna a sua figlia a lanciarsi, nella vita…
– Già.
Ci guardiamo un secondo, sorridenti, incerti. Poi dico:
– Be’, ciao.
– Hasta luego, guapa.

A rompere la poesia ci pensa la mostra sarda, già finita. Almeno mi guardo anche il primo tempo di Napoli-Lazio.

Ma sulla strada della “mia” pizzeria, rallento di nuovo.

E stavolta sono le scarpe.
Ma come, non mi calzavate a pennello? Come il passato? ‘o tiempo se ne va…
Seh. Compro i cerotti e mi piazzo al bancone, tra la calca.
A quanto stiamo? 1-0.

Adesso ragioniamo.

Tre schermi. Alla mia sinistra il Napoli, di fronte il Catania (colpo basso, perché amo Catania) e a destra la Roma.

Spettacolo.

Mentre i romani acclamano “er capitano”, dopo il goal, l’unico laziale presente mormora qualcosa sulle medicine che dovrebbe comprarsi… Non capisco chi, spero non Insigne, che quando l’ho visto ho capito subito di che zona fosse, nel mio paese, e mi sono detta “Ua’, adesso la gente che non l’avrebbe cagato manco di striscio si starà gloriando di avercelo come compaes… ehm, concittadino”. Ho pensato gloriando perché in paese chi crede di sapere l’italiano ama i paroloni. Dalle parti del laziale evidentemente no.

– Sta azzeccanno – ammicco dopo il secondo di Cavani. Il ragazzo alla mia destra, che becco sempre, sorride. Il cameriere bellillo, invece, entra col casco ancora in testa e annuncia al barista:
– Pare ‘o cazzo!

Musica per le mie orecchie. Stasera le consegne le fa lui e, complice un’ordinazione appuntata male, ha dovuto fare i conti col principal catalano. Una specie di ammezzato fatto per confondere i fattorini stranieri, che aumenta sistematicamente i piani senza che qui lo si ammetta. Il tuo bisnonno avrebbe saputo cos’era un piano nobile, penso mentre lo circondano tre siciliane. Va forte con le siciliane, a un’amica catanese ricorda l’ex.

– Noi ci andiamo a preparare per andare in discoteca, vièni?

Il bellillo si aggiusta il capello in cemento armato sull’intramontabile abbronzatura e indaga:
– Ci andate tutte e tre?
Annuiscono.
E allora si appoggia al bancone, le guarda intensamente e, dondolando leggermente la testa, dice in italiano perfetto:
– Allora non posso proprio mancare.

Non so se affogare le risate nella birra o nel saltimbocca.
In borsa ho ancora il buono per il negozio aperto dalla sua ragazza, vai che ti fa lo sconto, mi garantiva il collega. Avevo deciso che lei fosse malamente, o semplicemente manesca, per la fedeltà esemplare che lui aveva ostentato finora.

Ma all’inizio del secondo tempo concludo che magari non ci va, ma non poteva far vedere agli altri che faceva il ricchione.
Poi mi chiedo: ma perché Cavani sbaglia i rigori, sono troppo facili?

– Facevate tirare Insigne! – sbraitano intorno a me.

Ma il risultato è salvo, sicuro come l’appuntamento alla prossima volta coi compagni di bancone. Il cameriere al telefono mi parla il napoletano dei segni: “Stu saltimbocca nun t’ ‘o magne cchiù?”. “Dammi una bustina”, rispondo con l’indice.
Sulla strada del ritorno la scarpa s’insinua di nuovo tra me e il cerotto, ma resisto fino a casa. Stavolta non mi frega.

Lascio perdere scorze ‘e limone e cieli ‘e cartone. Penso ai libri già prenotati in biblioteca, per domani, all’aperitivo in compagnia che li compenserà, e allora…

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