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Adesso verrò radiata dall’albo delle femministe e da quello del buon gusto (se mai ne ho fatto parte), perché vi spiego la mia teoria dei culi base x altezza.

Che forse non mi frutterà il Nobel come a quelli che hanno scoperto che le cellule possono tornare indietro nel tempo (ma noi no), però almeno vi spiegherà perché, quando andate per il Corso Umberto di Napoli dalle 9 alle 12 del mattino, viaggiate a una velocità pari a quella dei cavalli di Bellomunno.

Ebbene, la rapidità con cui arriverete a destinazione sarà inversamente proporzionale all’area del sedere che vi ondeggia davanti.

Perché davanti a voi si staglieranno sistematicamente un paio di fondoschiena, di solito fasciati in jeans senza cintura, che si muovono con la lentezza di un pachiderma senza possederne la falcata.
Tra le caratteristiche della parte anatomica in esame ne spiccano due in particolare: mi arrivano quasi alle ginocchia (e io non sono esattamente la Torre Eiffel) e sono rettangolari. Davvero. Non c’entra l’adipe, o per convincercene dobbiamo scomodare le rotondità delle maggiorate anni ’50? No, è proprio la forma. A volte vorrei davvero prendere squadra e righello e scadere in qualche lombrosiana misurazione, di quelle che trovavo nei libri analizzati per la tesi in letteratura (La reclusa di Giarabub , E pei solchi millenari delle carovaniere ecc.). Riceverei una meritata borzettata nello stomaco, con tanto di tartarughina Carpisa tatuata sulla pancia (l’unico modo perché abbia anch’io “la tartaruga”). Ma almeno mi toglierei lo sfizio.

Perché le proprietarie dei fondoschiena, serafiche e imperturbabili, si fermeranno sistematicamente davanti a tutti i negozi. Non importa se di moda o di protesi dentarie, anche solo per specchiarsi in vetrina non si perderanno una tappa della Via Crucis. Bloccando tutto il senso di marcia e rendendoti difficile il sorpasso (fino a farti meditare seriamente il salto in lungo).

La marca del jeans cambia nel tempo, una volta erano Levi’s 501, poi esibirono un’enorme scritta Rich. Ora sono perlopiù ultraaderenti e a sigaretta. Ma la… sostanza è quella, geometricamente garantita.

Non mi lamento, eh. Sempre meglio della vrenzola, spesso italiana, che passeggiando sulla Rambla con una borsa di dimensioni epocali si lamenta ad alta voce del tuo rapido sorpasso. Vorresti tornare indietro e dirle che lei sarà pure lì in vacanza, ad abbuffarsi di paella surgelata e sangría fuori stagione mentre crede che Gaudí sia Barcellona, ma tu lì ci vivi, sei appena schizzata fuori da una biblioteca per andare a un seminario che ti dimostrerà che furono i catalani, a inventare la margherita, facendo cadere una mozzarella delle colonie sul pa amb tomàquet.

Andasse dunque a sculettare sul Corso Umberto, e la prossima volta che viene a Barcellona non scordasse di portarmi la mozzarella. La pizza migliore sarà pure veneta, ma preferisco ancora la margherita di Di Matteo. Se le implacabili leggi della geometria mi consentono di arrivarci per le due.

(per alzare un po’ il tono)

Valigia già in “cameretta”, biglietto aereo Barcellona-Napoli buttato… Cosa manca? Ovviamente, la frase:

– Mettiti comoda, che ci mettiamo a tavola.

È una parola! I panni per casa dovrei portarmeli da Barcellona, ma mi scoccio. Risultato? Dall’armadio mi si rovescia addosso una valanga d’anni sotto forma di veri e propri reperti d’epoca (perfino una giacchina batik di quando avevo una pancia da mostrare!).

I miei criteri di salvataggio panni sono stati dei più irrazionali, ripesco maglioni slabbrati accanto a camicie evidentemente comprate sotto effetto LSD. Ditemi che sta gonna me l’hanno regalata…

Alla fine riemergo vestita da museo ambulante: sopra, la T-Shirt con su la poesia del primo fidanzatino, che adesso forse si vergognerebbe di aver usato davvero la parola provvida. Ma è molto tenera, e poi il doppio cuore (!) si abbina alla gonna. Tra le prime un po’ zingare prodotte da marche “serie”: Garibaldi, dunque, aveva appena avuto il morbillo. Sopravvissuta ai miei lavaggi sperimentali in lavatrice, ha visto l’assurdo primo viaggio a Barcellona (“Ma, Maria, hai mai pensato davvero a come potrebbe essere, tra noi?”, “Non so… Bellissimo?”) e l’ancor più assurdo secondo viaggio (“Perdonas, dondes podemos mangiar una buenas paellas?”, “En Valencia!”).

Aggiungici gli orribili infradito gialli che il primo amore a distanza si chiedeva “perché non avessero successo”, e il quadro è completo.

Mi diverte, rimettere i panni di questa ragazzina tirchia ma non troppo, insicura al punto di non mettere mai colori sgargianti, ma non abbastanza da risparmiarsi magliette scollate (da riempire, immagino, con quei terribili push-up che ti strangolavano tipo bustino dell’ ‘800).

Eri proprio un’idiota, le dico affettuosa, guardandomi allo specchio.

E vorrei ancora il suo ventre piatto.

La sua incapacità cronica di campare gliela lascio in fondo all’armadio, sperando che non ci esca più.

Pizzeria De Figliole, Forcella, Naples, Campania, Italy
© Cubo Images / SuperStock

Vivere a 10 minuti dalla stazione. Sempre. Solo a Manchester non mi è riuscito, autobus a parte.

Non è voglia di fuga, è la libertà di piombare fuori casa in ogni momento con buone possibilità di prendere il treno, magari al binario 2 diretto a Napoli centrale.

Quando poi è deserto, specie ad agosto, una si mette nella prima carrozza perché, come dice mammà, “di solito ci sta il capotreno”.

E proprio il capotreno si mette a fare lo scemo.

– La signorina sta sola sola…

Deve stare proprio disperato, ormai mi chiamano signora. E mi dicono che sono: cambiata, migliorata, cresciuta, ingrassata ma sto bene. E che mi sono fatta bionda. Prima cos’ero, cerco di ricordarmi attraversando Piazza Garibaldi.

Percorro sempre gli stessi vicoli e torno senza accorgermene al portone scassato di Forcella, col Padre Pio gigante fuori.

E i miei accompagnatori sono pazienti con la turista e le sue mani ormai inesperte che maneggiano sfogliate frolle e pizze troppo cotte, e rincorrono nell’aria la traduzione di encajar.

Proprio non mi viene.

Ma la spiaggia in via Caracciolo è magnifica. Sabbia nera e bambini che nuotano fra le barche. Facciamo l’elenco delle possibili malattie ma non posso non pensare che un bagno lo farei anch’io, e che a Barceloneta mi basterebbe togliermi tutto e buttarmi nell’acqua così.

Qua al massimo si giocherebbero i numeri.

E qualche mamma mi farebbe lo strascino.

Era Napoli by night che mi mancava. Quella di quando tornavo dalla Biblioteca Nazionale, o dalle ripetizioni nei Quartieri (due poracce che volevano fare il classico) e c’era ancora gente per via Roma (per gli amici via Toledo).

Il portone del “mio” palazzo è ancora aperto, e c’è un vecchietto in canottiera seduto.

I contrabbandieri, però, non li riconosco.

E il treno delle 21.04 non circola ad agosto.

Una sosta al binario ad aspettare un bacio che viaggia con circa 30 minuti di ritardo, ma il treno parte ora, e treni e baci non aspettano.

In carrozza, allora, e arrivederci a ottobre.

(canta Barcellona!)

Finalmente ho capito.

Ho capito perché sono passati 4 anni e sembra ieri.

Tornare è come recitare in un vecchio spettacolo. Lo scenario ti riporta a come stavi un attimo prima di partire.

Ma le differenze ci sono eccome.

Prima avevo un’abitudine. Dormire sul fianco destro, occhi verso la porta. Ci ho perso 3 mesi di sonno, a Manchester, finché non ho spostato i mobili.

Adesso dormo sul sinistro, faccia in giù.

A parte queste piccole manie personali ho notato diverse cose che mi piacciono.

Un ragazzo bassino e riccio che baciava una ragazza con la pelle scurissima e le treccine, fuori la stazione.
E altre coppie miste.

Mi dicono anche di coppie gay tranquille, mano nella mano.

Sempre alla stazione, un testimone di Geova cercava di convertire un senegalese, mentre una sua connazionale lasciava un momento la carrozzina, faceva ondeggiare lo splendido vestito turchese con fantasie arancioni e sputava sul binario.

Come i vecchietti di qua e le loro t-shirt a righe, sulle strade deserte della domenica pomeriggio, quando mettono le sedie sul marciapiede per prendere il fresco. Ho visto 6 donne, e solo 2 non erano né in coppia, né straniere. E una aveva appena dichiarato di tornare dalla chiesa.

Tutte aperte, le chiese. Dio non va in vacanza.

Il resto sì, nonostante la crisi.

Resta qualche amico, e mi fa piacere. Nessuno è rimasto bloccato allo scenario di cui sopra. Certo, c’è chi avanza veloce e chi no. Ma camminano tutti.

E io guardo la mia stanza, il parato a fiorellini per bimbe leziose e penso sempre di modificarla, ma non riesco mai. Come mia madre non dà via i miei abiti smessi, un curioso miscuglio di cappotti infantili e sciatte gonne ventenni, nel ripostiglio di nonna.

“Maria, ma chill’amico tuojo che era ‘e chillu paese… Afragola? No… Chillo ca nun me piaceva… ‘nu poco cafunciello… Brava, chillu llà. Ma chillo te piace, a te? Brava, a nonna, meglio accussì”.

Tra i libri che mi ripromettevo di portare in soffitta c’è “Mi chiedo quanto ti mancherò”.

Tanto.

Non ci date manco i soldi per un panini, e sbagliate pure a scrivere il ristorante! Il catalano sventola il buono pasto da 4 euro e 70, che per la Vueling compenserebbe 4 ore di ritardo e l’arrivo a Barcellona dopo la mezzanotte.

La hostess di Capodichino sorride alla profusione di coño ( = figa) che le piove addosso, corregge il nome e mormora:

– Sì, però ti devi togliere dal cazzo.

Il catalano ringrazia e se ne va.

Finalmente è il mio turno.

– Senta, potrei riavere indietro la mia valigia e spostare il volo?
– Certo.
– Gratis?
– Gratis.

Eccomi ancora qui. Dopo una settimana che si preannunciava strana ed è rimasta sospesa a mezz’aria, come la bolla di calore che ha contribuito alla mia indolenza.

Volevo annichilirmi davanti a Sky, e l’avevo guardato pochissimo. Temevo di non trovare nessuno, e avevo rivisto gente che manco a immaginarlo. Volevo una pizza come si deve, e avevo girato invano per il centro storico con un malcapitato più affamato di me.

Almeno lo scialatiello ai frutti di mare, l’ultima sera.

Che adesso diventa la quintultima per la gioia di mio padre, ripiombato all’aeroporto coi tappetini dell’auto bagnati. Ho lo zaino ancora ad asciugare.

Perché non sono partita?

Mio fratello è a Parigi e i miei vengono da me a settembre.

Potrei dire per i soldi. Per il rimborso difficile da ottenere (impossibile per il taxi), mentre il volo me lo spostavano gratis.

Oppure per il tempo. 4 ore d’attesa, più 2 di volo, e almeno un’ora tra bagagli, reclamo e taxi.

Ma ero armata di libri e quaderni, e mouilletes, le striscioline di carta per provare i profumi dell’outlet (Escada Sexy Graffiti, annusato a distanza, è il Didò. E costa 62.50. Quanto costava il Didò?). E poi nel mal comune avevo già conosciuto delle argentine, una rumena diretta al matrimonio del fratello, e un napoletano simpatico.

Insomma, non sono rimasta manco per il tempo.

E allora perché?

Perché mi era indifferente.

Perché stasera tra la mia terra d’origine e quella che mi ero scelta non avevo preferenze.

Ed è un male. Ma questi 5 giorni mi diranno quanto m’importa ancora del mio fazzoletto di cielo tra le antenne del Raval.

E poi sono anni che non resto più di una settimana. Mi spaventa l’idea di scoprirmi a contare “quanto manca”, come in un quiz della domenica.

Soprattutto, è la prima volta che non ho più alibi, per le cose lasciate in sospeso.

Adoro le seconde opportunità. Sono il mio nuovo Didò.

foto inedita… :p

– Tieni, questo è l’anello che mi regalò tuo nonno la nostra prima Epifania da sposati.

6 gennaio 1951, ho calcolato, sopraffatta dal regalo. Un fiore coi petali d’oro, di tre colori diversi.

– Me ne fece qualcun altro, poi quasi niente – ha continuato al passato remoto – il fidanzamento è una follia. Il matrimonio, invece … – .

Da fidanzati il nonno si era intrufolato nell’aula in cui lei insegnava, prima della campanella, e aveva scritto “Ergerti vorrei un trono vicino al sol”. L’Aida, di Verdi. Quello dell’inno padano.

Poi Aida si era messa il grembiule e addio poesia.

Oggi abbiamo altri regali e altri alibi. Uno che ho smesso da poco, comodissimo, è gli uomini si mettono con le tipe insulse perché hanno paura di quelle intelligenti. Ora mi sembra l’equivalente femminile dell’odioso le donne si mettono con quelli che hanno i soldi.

E poi, cos’è “insulse”? Tranquille, allegre, serene? La mia generazione confonde spesso intelligenza e inquietudine.
E se ci sono ancora uomini che non lo fanno, allora dovremmo prendere esempio, penso con un sorriso.

Ma io l’ho già fatto. Che ci trovi, mi chiedevano l’anno scorso, in uno che non parla nessuna delle lingue che parli tu, che obbedisce ciecamente alla sua religione, che a volte ti fa domande da bambino delle elementari?

Innanzitutto, quelli che l’hanno visto sanno che ci trovavo. Al diavolo il discorso sull’intelligenza più importante della bellezza. La bellezza è un miracolo, e se non è un “merito” non sono sicura che l’intelligenza lo sia.

E poi ci trovavo la pace. Una filosofia ovvia e tranquilla: “Che non possiamo comunicare non è un problemo. Un problemo è bimbo senza gambe”. E sospetto che in Kashmir ne avesse visto più di uno.

E il futuro. La rarità di essere uomo a 30 anni. Di voler solo un po’ di pace e un terrazzo vicino al sol (il trono è scomodo), e un figlio da circoncidere con una bella cerimonia (“Sul mio cadavere”, annunciavo bellicosa).

Non è durata, però, il rimedio all’inquietudine non è la noia. Ci vuole equilibrio.

Che se lo cercassero altri, io sto bene sulla mia amaca a una piazza sola. Ok, una piazza e mezzo.

Ma la nonna non capisce quando parlo così.

Ho infilato l’anello all’anulare sbagliato, pensando alle cose che non saprà mai.

E a quelle che non saprò mai io.

– Espulso Pandev! – ho gridato dal balcone.

I 4 ragazzi intorno all’auto mi hanno guardata curiosi, le valigie già scaricate.

– E perché?
– Boh.

Sono scesa ad abbracciare mio fratello, di ritorno dalla prima tranche di vacanze, e a salutare la sua ragazza e i loro amici.

Fino alla sconfitta del Napoli (in 9 contro 15, ironizzano su fb) il ritorno stava andando piuttosto bene.

Vari momenti di tensione, ma una tensione allegra.

Come in fila per i bagagli, quando è squillato il telefono e non credevo ai miei occhi, ma me l’aspettavo, anche.

Come mi aspettavo la strana conversazione che sarebbe seguita. Troppo normale per non essere strana. E in spagnolo, che per noi è sempre stato la lingua della distanza, del “come va, tutto pronto per la partenza, trovato casa (mi dice il prezzo intero, come se vivesse solo), sei contento di andartene, scrivi”. E la lingua del non detto, o così mi sembrava mentre il tizio davanti mi credeva spagnola e mi sfotteva coi compagni.

Ho risposto con una smorfia napoletana e mi hanno pure salutato, mentre già poggiavo la valigia sul rullo trasportatore.

I souvenir di sempre, sempre più scemi, la confusione a Capodichino, mamma sto alle partenze, ma io ti aspettavo agli arrivi, e via fino a casa, senza passare dalla zia che mi fa strano non esista più.

Come il giardino del nonno, che fa male a guardarlo, senza più alberi e pieno di erbacce. Almeno adesso si vede il rubinetto vecchio, che messo lì tra le rose aveva un’aria di mistero, e la porticella chiusa in cui avevo deciso vivessero le fate.

Stavo per toglierci il fil di ferro per scoprire se nascondeva cavi elettrici o tubature. Poi ho deciso di no.

Le fate vanno bene.

Fate vrenzole come le trummettelle che hanno festeggiato i due goal oggi pomeriggio, prima del tossico.

L’unico momento brutto è stato mentre cercavo invano di allattare il gattino, scovato minuscolo in cortile e adottato all’istante, mentre la nonna cadeva l’ennesima volta e mamma per accudirla non rispondeva al telefono. Era la mia amica, in ritardo.

Stress.

Ma l’ho affogato nel gattò.

Il gattò è una cosa seria, altro che babbà.

A Barcellona esiste anche l’addio a puntate.

Anzi, mi sa che è la prassi.

La mia sarda preferita la sfottiamo ancora per le dieci serate di birra, capellini (“andiamo al mio cinese o al tuo?”) e Antikaraoke con cui ha fatto la sua sontuosa uscita di scena, l’unica ad aver trovato lavoro in quel di Sassari.

Spesso si emigra in due episodi: prima un viaggetto nella nuova città, con metà dei bagagli, poi un’ultima notte nella vecchia stanza, già pubblicata su loquo tra quelle in affitto, e infine addio. O anche in tre parti: puntatina al paese per una visita a mammà, notte barcellonese (magari in spiaggia a ubriacarsi e farsi rubare le scarpe) e addio.

L’addio è sempre alla fine, ovviamente, ma non è mai definitivo. O così sembra. Scommetto che me li ritrovo tutti alle feste di Gràcia, a offrirmi un sorso di birra da un bicchiere di plastica. Il problema è che a parte la rumba catalana e qualche concertino le feste di Gràcia mi sembrano tristi, come tante cose organizzate dalla gente di qua in quartieri che ormai non la rappresentano.

Così mi accontento di un saluto frettoloso, delle pacche sulle spalle date sulla porta, quando scappo prima che chiuda la metro.

O di due chiacchiere prima che si sfaldi la comitiva, che una parte vada in spiaggia e un’altra a ballare i Beach Boys al Magic (“Ma Beyoncé che vi ha fatto?”, piagnucola l’amica spagnola che di addii ne vede pochi).

Certi episodi, poi, mi fanno capire ho ancora molto da imparare, per evitare le situazioni ridicole.

È tornato per una notte sola, ma che non si sapesse in giro, che “non voleva mettersi a lavare piatti”. Anche noi ti vogliamo bene, avevo pensato.

Gli hanno teso un’imboscata, una cena improvvisata. Ho disertato rispettosa, ma era un no a metà, “fatemi sapere che magari vengo dopo”. È difficile essere razionali e rispettosi se non sai più qual è l’ultima volta.

Ma sì, che lo sai. Tornerà presto, per le ultime cose. E non sarà solo. Ripenso con un brivido a certe serate a Napoli, ere geologiche fa. Non c’è paragone. Ma il ridicolo che non avvertivo allora adesso m’invade la bocca.

Tanto non mi hanno più “fatto sapere”, per la cena, e mi sono sentita un’idiota.

Mi tengo il mio saluto privato e il sospetto che qualcosa non vada, in questa città di adii a puntate.

Artificiali. Come i festoni di carta delle feste di Gràcia.

(però questi alla festa mi piacciono, specie se non nominano la buonanima di Gato Pérez ogni 10 secondi)

da homeaway.es

Il giorno che lui è partito mi ha chiamato il manager per dirmi che non mi assumeva.

La prima cosa che ho pensato è stata: meno male.

Brutto segno. La crisi ti fa accettare lavori che quando li perdi ti senti meglio.

Non lavorerò perché sono laureata da più di 5 anni, e per spacciarmi per stagista dovrei avere un titolo più fresco.

I manager hanno la stessa voce, quando te ne mandano, contrita quanto basta, solidale quanto basta, sempre un po’ impersonale.

Mi hanno segnalato un altro annuncio, più o meno la stessa storia, ma contratto di 6 mesi invece che 3. 6 mesi a guadagnare 10 euro in meno dell’affitto. Lo sapete meglio di me, questi ormai vanno a scatafascio, sono indebitati fino al collo e la gente è esasperata.

Adesso, quindi, mi tocca pensare a cosa fare.

Ed è difficile perché qui è veranito, piena estate. L’estate non si dimentica mai di cominciare. Concerti e cinema all’aperto ogni sera, spesso gratis. I vicini hanno cominciato il Ramadan. I marocchini hanno chiuso i ristoranti giusto venerdì scorso, che con Petra finalmente si andava a mangiare il cous cous.

E i poliziotti che li fermano sono scuri quanto loro. A volte vedo le volanti da lontano, magari a Plaça Universitat, e so che fa un po’ figo, alzare la testa preoccupata come se fossi Lupin, ma dallo sciopero generale tante volanti insieme mi fanno un po’ paura. Adesso, poi, dopo i minatori a Madrid…

Chissà dove vanno al mare, i poliziotti. In quei posti in culo al mondo in cui vanno quelli di qua, snobbando i guiri, come ci chiamano.

Pure io ho inaugurato la stagione delle ustioni. Sabato a Sitges, tra addii al celibato per matrimoni gay (c’era un clone di Borat) e venditori statuari ma quasi più ‘nzisti dei pakibeer della Barceloneta. Volevo pure fare la battuta “è succieso ca m’aggio appicciato”, ma coinciderebbe col più devastante incendio della storia recente di Catalogna, che ci arriva fino alle narici e avvolge Barcellona in una nebbiolina irreale.

Sabato invece minacciava pioggia, il sole sembrava non voler proprio uscire, e poi…

Prima o poi Barcellona lo fa sempre uscire, il sole, e le sono grata per questo.

Ma non mi basta più. Quattro anni a settembre e quasi non ho amici fissi, che non se ne vadano o pensino di farlo, che non si sentano in vacanza tutto l’anno per poi fuggire appena decidono di metter su famiglia, perché di Barcellona conoscono solo i bar e le agenzie interinali.

E allora ho pensato perfino a…

Sì. Perfino a tornare.

Come soluzione estrema. Fare quelle cose che ho rifiutato a 20 anni, il master chiattillo per comprarmi il tesserino, o il lavoro aggratis per fare curriculum. No, fin lì non ci arrivo.

Gli italiani quanti sono? 60 milioni. Non è detto che perché non mi sono trovata bene con quei 3 o 4 debba essere sempre così.

Sarebbe una specie di tregua. Tornerei a casa serena e “riconciliata” come se fossi appena uscita a giocare, a saltare sulla pietra enorme spuntata un giorno in mezzo al marciapiede. Chissà da dov’era uscita. Magari era un avanzo di costruzione.

“La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo”, diceva il protagonista di un best-seller che leggevo allora.

Io è già tanto che non prendo a testate gli angoli di casa!

Ma vi dico cosa faccio. Faccio passare un altro po’ d’estate, che Barcellona non la lascio facile, e decido finalmente che sarà di me.

Parola di scout.

Non l’ho mai fatta, la scout.

E così se ne vanno tutti.

Pure da qua. Barcellona non è più la Terra Promessa di Zapatero, quella che un lavoro lo trovi sempre, che sole mare e fiesta.

Adesso è anche crisi, gente che rovista nella spazzatura, licenziamenti improvvisi e collettivi e riassunzioni per due soldi, che per qualcuno è meglio prendere il sussidio di disoccupazione e non fare niente. Anche se è una miseria, anche se la coinquilina olandese ti guarda e si chiede “come fai a vivere da parassita”.

Altrimenti te ne vai.

E la cosa strana degli addii di qua è che veramente è l’ultima volta che vi vedete. Oddio, non si sa mai, vi potete sempre incontrare nello stesso angolo di mondo. Questa è gente che viaggia, che cambia spesso paese. Magari approfitti per un viaggio con alloggio assicurato.

Ma se dici addio al tuo ex o litighi con un’amica al paese, 9 su 10 dovrai incontrarli per strada, e sarà perfino una scocciatura.

Qui ti abbracci, dici “suerte”, “good luck” in qualsiasi lingua vi parlaste quando lavoravate o bevevate insieme, e buonanotte.

Lui che se ne va perché sì, perché non sa cos’è meglio ma intanto qualcosa vuole fare. Tu che resti per gli stessi motivi.

E a volte l’addio può essere improvviso e scioccante, come oggi.

Che se ne andasse a breve me l’avevano detto, e ci sono rimasta male ma ho detto vabbe’. Meglio ora che sto bene, che so che al massimo ci si sarebbe visti ogni tanto per una birra e due risate.

Ma oggi aspettando la birra dico “te ne vai”, e risponde “sì, dopodomani”, “pensavo tra un mese”, “no, ho anticipato”. E capisci che è l’ultima volta, e non puoi fare niente di quello che ti chiede lo stomaco in panne.

Solo sorridere e mettere insieme due chiacchiere mentre ti riaccompagna a casa per scherzare un altro po’. Che diamine, dopo tanti mesi un’amica non si saluta in tre secondi davanti alla metro.

E poi abbracciarsi e dire in bocca al lupo, addio adiós adéu.

Fine delle trasmissioni.

(quando ancora si aspettava)

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