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Niente, volevo solo dire che oggi è andato tutto bene.

Qua pare che Barcellona dev’essere per forza caotica, o molesta, o malinconica, per essere lei.

E invece sono giornate come questa che me la fanno amare, o quantomeno stimare moltissimo.

I giorni in cui il sole non ha ancora capito che vuole fare, come me che in attesa di scoprirlo lavoro un po’, faccio i compiti di catalano, litigo su facebook e, udite udite, pulisco casa.

Poi esco verso le 18, quando l’astro bastardo ha deciso di uscire e ustionarmi ma è ormai troppo tardi, e a Drassanes scopro un mercatino “di prodotti del Raval”. Saranno progetti finanziati dagli enti locali per promuovere l’artigianato multietnico: bancarelle di borse marocchine, pakistane che ti offrono tatuaggi all’henné… Ma la Catalogna è in ogni dove, nelle bandiere bicolori in ogni stand e nei formaggi che ti offrono a prezzi su cui è meglio non indagare (come è meglio non chiedere se quelle che vedo sono pizze o… coche salate).

Dev’essere giorno di mercatini, ormai, la domenica, perché ce n’è uno anche a Barceloneta: tanti vestiti fricchettoni e una Xurreria ambulante che mi affumica di deliziosa fritanga, l’inconfondibile odore spagnolo di frittura che ti appesta per giorni. Proseguo, che i miei amati Made in Barcelona sono cambiati, ne è rimasto uno solo ed è cambiato un po’ lo stile: più melodia, meno spettacolo e meno pubblico seduto sulle scale ad ascoltarli.

Mi siedo in riva al mare col mio libro, che mi sta appassionando. Finora l’anziana signora estone del 1992 non capisce ancora che ci faccia nel suo giardino una ragazza russa vestita da zoccola e sporca di fango, timorosa che passi una macchina nera stile pappone a riprendersela. Vediamo quanto ci mette.

Barceloneta scoppia di gente, ovvio, ma a parte che sotto l’Hotel Vela al tramonto è bellissimo (nonostante l’Hotel Vela), non capisco quelli che vanno a Masnou, o Montgat. Capirei la Costa Brava, Sant Pol de Mar, Calella: anche un’ora di treno mi sembra più sensata di mezza per una spiaggia che fa tanto Villaggio Coppola con l’acqua pulita. A questo punto, non è meglio Poblenou, a portata di metro? Con le sue reti da pallavolo, la gente giovane, la collinetta per nudisti, la rambla elegante e tranquilla lì vicino… E l’acqua che alla fine non è malaccio. Boh, per leggere un libro va bene anche Barceloneta.

Al ritorno passo per il 7 Portes, ristorante übercatalà carissimo, in cui magari mi faccio portare dai miei quando vengono. Sarà la punizione per l’ora d’attesa che già mi piango davanti alla Cervecería catalana, ma mamma ci tiene. Poi, forse, accontenterò papà mettendogli il salmorejo nel microonde, che è come mettere una margherita di Michele calda in frigo.

Entro pure a Santa Maria del Mar. È bellissima, l’unica chiesa che mi piace finora. Oggi alla Casa del Tibet c’era un festival di musica, ma era per il compleanno del Dalai Lama, mi faceva strano partecipare a una ricorrenza così.

Niente di nuovo sotto il sole. C. Ferran puzza di vomito anche se qualche cameriere ha cercato di pulire. Nel tragitto scopro Troika, meganegozio di prodotti russi in c. de la Unió, con in vetrina una sfilza di annunci in russo di cui capisco giusto “Natalia, centro di bellezza”.

Lì vicino due ragazze bussano a un portone senza insegne e dicono serie “Hola, due pizze da portare”, e non saprò mai se è uno scherzo o una pizzeria clandestina.

Più avanti una ragazza in shorts piange e un poliziotto prende appunti. Le faccio un sorriso triste, solidale, sperando che nel suo non ci fosse nessun documento, come successe a me.

A fine strada, in un bar da due soldi esplode una canzone latina, e mezza clientela si mette a cantarla.

Mi resta solo un mercato, quello domenicale per eccellenza.

Compro una quiche alla tenda marocchina su Rambla Raval. Me le mangiavo con gli occhi da ieri, ma andavo in palestra e avevo già provveduto al pranzo. Oggi scopro che stanno 2 euro. E il profumo di tè alla menta è sempre eccezionale.

Anche Joaquim Costa profuma di menta. Sarà passato il furgone a rifornire i negozi di frutta.

Ma questi minuti in cui l’odore rimane nell’aria, e ti giri per capire da dove viene, sono la parte più bella.

(i Made in Barcelona che mi piacciono)

(attenzione, articolo ad alto contenuto Stugots)

Avete presente quando vi svegliate e capite che non è cosa?

Prima di tutto mi sono alzata alle 7 per poi ricordarmi che era sabato, e dormire fino alle 11.

Risultato? Mal di testa e buon umore: a un certo punto faccio a pezzetti un ciondolo staccatosi dal laccetto. Meno male che valeva 3 euro.

Il latte freschissimo e costoso che ieri era diventato panna oggi è proprio yogurt.

Lo apro pure, eh, il documento che sto traducendo, ma capisco che oggi Vasari non si sopporta e la butto sul fitness (oh yeah).

In palestra almeno tutto liscio. Addirittura trovo il vogatore libero e la tizia alla macchina degli adduttori si alza in tempo perché non le secci (“maledica”) tutta la famiglia.

Il problema inizia a casa quando scopro le formiche in bagno. Un esercito. Ora, io ho scatenato liti familiari per risparmiare uno sciame di api, figurati se ammazzo le formiche.

Che fare?

A proposito di problemi, almeno lavoriamo su quelli “emozionali”. Mi hanno prestato un libro serio, di una vera terapeuta (non una santona a 30 euro a volume) pieno di esercizi. Pure quella che me l’ha prestato, dice non puoi passare la vita a rimandare i problemi che ti bloccano (vedi articolo precedente).

E perché no?, mi chiedo.

Ok, ok. Prendo il quaderno e traccio 3 linee, tipo nomi cose e città: “scherzi della sorte”, “minchiate che ho fatto io”, “possibili soluzioni”.

Ce la posso fare!

10 minuti dopo piove sul foglio, piange il telefono ed è l’esatto momento che sceglie il mio miglior amico per avvisarmi via SMS che è collegato alla chat.

La brutta giornata comincia anche per lui, penso con un sorriso sadico.

Mezz’ora e varie imprecazioni dopo, mi convince a uscire “a prendere aria”.

Bene, ho un’oretta prima di andare alla festa di stasera.
Sono un po’ tesa, penso guardando le vetrine, ci saranno tanti “italiani di Barcellona” e come disse una volta un’amica di qua: “Non ho mai conosciuto un popolo così estremo, o siete bestie o radical-chic. Noi però non riusciamo a essere nemmeno quello”.

Dimenticava i punkabbestia, penso entrando alla Fnac. Solo per un’occhiata, eh, niente acquisti. Stavolta proprio no.

Mezz’ora dopo esco con The Mill on the Floss, e Purge, amena storia di prostituzione e violenza nelle foreste post-sovietiche.

Andiamo alla festa, va’.

È nel barrio dell’Eixample.

Io l’adoro, l’Eixample.

Le stesse quattro strade per chilometri, negozi chiusi entro le 8, come fossi al paese, percentuale di stranieri nettamente inferiore rispetto al centro. Certa gente preferisce vivere in un posto in cui i vicini NON ti salutino nella tua stessa lingua.

Soprattutto, mi ci raccapezzo benissimo. Infatti finisco a Plaça Espanya.

Ok, per come vanno le cose, meglio prendere la metro.

Arrivo a destinazione con una trista busta piena di patatine, per scoprire che la festeggiata è uscita. E ha messo la segreteria al cellulare.

Finalmente un amico comune risponde al telefono.

– La festa è rimandata, Maria, non lo sapevi?
– Non ho la sfera di cristallo.
– Io l’ho saputo per caso. Ero a un compleanno.

Il primo di una bambina a cui fa da baby-sitter.
È commovente, quando parla di lei. Dovevo andare a una festa e mi ritrovo nell’Eixample a cantare al cellulare Era una casa molto carina.

Ecco, appunto, di corsa a casa prima di fare altri danni.

Ma mi fermano due italiani, un uomo e una donna:

– Scusa, questo è il Gaixample?
– Be’, sì, lo chiamano anche così.
– Qual è la zona più gay?
– Uhm, non so, immagino questa, calle Aribau, magari un po’ più avanti, e le parallele…
– Sai dov’è l’Eterna?
– Mi spiace, non frequento…

Lui sembra decisamente deluso dalla scena gay barcellonese.

Io torno finalmente al mio Raval. Fuori alla rosticceria filippina un giovinastro a torso nudo, t-shirt gettata sulle spalle e cappellino da paninaro, sputa. Poi, non contento, sputa ancora. Casa dolce casa.

Decido di consolarmi con un curry.

Speriamo che non mi serva ancora quello che mi odia.

No, il piatto me lo fa quello simpatico!

Ah, me lo incarta quello che mi odia.

– 4.50.

Por favor è un optional. Gli do 5 euro. Mi getta i 50 centesimi sul bancone. Qui te li danno in mano, ma si vede che Allah non vuole.

No, decisamente stasera non vuole.

Per la gioia di chi crede che tutti i sabati a Barcellona siano fiesta fiesta.

… che vivo nell’unico quartiere di Barcellona centro in cui sembrano fregarsene qualcosa della nazionale spagnola!

È tutto uno scoppio di petardi, un suono di trummettelle e addirittura un crepitare di bottiglie sulle saracinesce. I paki multali per non aver messo i nomi della frutta in catalano, chiamali moros, fagli un po’ quello che ti pare, ma la Roja non si toca.

Spiegatemi mo’ come faccio a dormire con questo strazio fuori al balcone. Quasi quasi gli svuoto addosso la wok-portafiori con tutta l’acqua piovuta oggi mischiata alla ruggine!

Meno male che durante la partita ci sono stati momenti divertenti che hanno compensato un po’:

– Il condizionatore del No Sweat che senza tanti complimenti si è messo a gocciolare per solidarietà con l’acquazzone di fuori.

– Isabel che faceva l’infiltrata in incognito, godendo in segreto a ogni goal per poi affermare “Ci voleva l’Italia perché tifassi per la Spagna“.

– Noi che dal terzo goal in poi esultavamo a prescindere, escogitando piani per evitare di uscire di casa domattina.

– I ragazzi al mio fianco che minacciavano le seguenti vendette:
a) se non si segna dall’82simo cominciare a spezzare braccine (sportivi innanzitutto)
b) mentre gli spagnoli festeggiano a Canaletes, farsi consolare dalle fidanzate rimaste a casa (hai voluto vedere la partita con gli italiani? e mo’ pedala)
c) dare addosso al bastardissimo spagnolo NON in incognito che quando leggevano il risultato ripeteva “ITALIA… ZERO!” tutto entusiasta.

– Il gestore del bar, italiano, che a un certo punto ha levato l’audio dei due esagitatissimi cronisti di Tele5, che cominciavano a ringraziare i giocatori a 10 minuti dalla fine.

– La constatazione che oh, il mio amato Silvolo, l’ottavo nano, prima mi segna per primo, poi se ne va prima, che manco lo posso ammirare un altro po’, e in compenso non se lo filerà nessuna in quanto a bellezza (il che in fondo, se viene a Barcellona, potrebbe risultarmi propizio verso la quinta copa… Pere ‘e palummo, lo faccio venire apposta).

E dopo la partita, flagellarsi con l’ombrello e meditare suicidi creativi con Isabel “disposta a farmi da messaggera postuma, vestita con un cappuccio nero”.

Insomma, quest’anno è andata così. Due passi avanti e uno indietro.  Pure l’amore per il calcio inaugurato col Gamper. Meno male che dopo il 5 a 0 di Barça-Napoli (Isabel chiedeva pure “a favore di chi?”) posso sopportare qualsiasi cosa, anzi, è da lì che è nata la mia inedita passione calcistica! E poi che strano, il mondo ibrido in cui mi muovo, ero fiera della Spagna mentre soffrivo per l’ennesima maglia azzurra in difficoltà.

Domani qualche compagno di corso meno ultracatalanista mi saluterà sventagliando quattro dita, e il manager del colloquio di venerdì mi chiamerà: “No, niente, sei scartata, ti chiamavo per sfotterti un po’!”. E stasera qualcuno festeggerà in buona compagnia e io andrò a letto con la camicia color Big Babol detta anche “la tomba dell’amore”.

Tutt’è ammetterlo, non fare le vittime se non per scucire claras ai vincitori, e prepararsi per la prossima volta.

Perché la prossima volta m’impossesso del telecomando del bar: il commento quei due pazzi lo facessero al principe
Felipe
! O a Rajoy, salutato con un intraducibile steveme scarze.

Ovviamente, mentre cerco immagini di Silva su google, la prima voce che mi esce è “David Silva y su novia”. Adda veni’ BUffone…!

(commento a caldo di una pop star nostrana)

(due che hanno appena vinto gli europei)

Me la sono giocata e mi è andata bene, penso leggendo “Melchior de Palau” sulla targa all’angolo di strada.

All’ultimo momento avevo deciso di scendere a Plaça de la República, a una fermata da quella Sants-Estació costatami un quarto d’ora di strada e diverse bestemmie, sia quando avevo iscritto un’amica assente al fantomatico C di catalano, invidiandole il livello raggiunto mentre io scrivevo la tesi, sia ora che mi ero iscritta io al D, il corso successivo. Quello che non è necessario per trovare lavoro, basta il C, e sopra c’è solo il K, per filologi.

Nessuno lì in giro conosceva la strada, né i Serveis Lingüístics dell’Università di Barcellona, e mi cominciavo a preoccupare, che erano le 9.20 e mancavano 10 minuti all’inizio della lezione. Chiedevo pure in spagnolo, l’ideale per due ore e mezzo da passare col catalano, e m’innervosivo ancora di più.

Ma adesso… Una volta a destinazione ordino al volo un cornetto al cioccolato al bar di fronte. 7 minuti. Ho fatto tardi perché ho dormito male, ho fatto sogni troppo belli.

Terzo piano, questo lo so. Aula 3F3.
Ascensore. Piano deserto. Corridoi con aule a tre cifre, senza lettere. Adesso bestemmio in napoletano. L’ideale per due ore e mezza di catalano.

Finché non viene un tizio stanco e perduto quanto me (e carino!) che mi chiede in catalano perfetto se cerco l’aula del D. Annuisco col cornetto in bocca, sperando di non aver macchie di cioccolato. Lui ha trovato le aule con le lettere. Sbagliamo una volta sola prima di arrivare alla classe già piena, con la prof. che spiega le solite cose.
80 ore, finisce a settembre, esame scritto il 29 (un numero a caso), orale la settimana dopo. Due composizioni a settimana, lavoro in classe, esercizi scritti e orali.

Mi guardo intorno.

Sono l’unica straniera.

Non ci vuole Lombroso per capirlo, basta una rapida occhiata ai vestiti fantasia delle donne, di varie età, e alle basette squadrate dei ragazzi, generalmente più giovani.

Non mi far parlare, non mi far parlare…

Vabbuo’, ma è il D. Possibile che ci faccia presentare come all’asilo?

– E adesso vi presenterete uno a uno, e mi racconterete la vostra traiettoria linguistica col catalano.

Ecco.

Meno male, comincia in ordine alfabetico! Starò al centro.

Solo che non legge i cognomi, non so quanto tempo ho.

La mia storia col catalano.

Che le dico?

Il tempo è poco, meglio separarla da quella coi catalani, anche se è quasi impossibile: quando vieni qua, se davvero ci tieni, devi prenderti tutto il pacchetto, lingua e paese.

Potrei cominciare con la rabbia dei primi giorni, io che faccio fatica a parlare spagnolo e i cassieri catalani che mi dicono cose incomprensibili.

O i prof. di Tarragona, durante il fantomatico Erasmus, che mi spiegano “aquest curs és en català”, e io mi sento precipitare nell’Appartamento Spagnolo, spiego che capisco il 70% della lezione e poi nei dibattiti non apro bocca perché mi fa strano essere l’unica a parlare un’altra lingua.

Al mio sfogo con l’amico di Toledo, il primo a rivelarmi, ai tempi di Manchester, che “los catalanes son pesados”.

La sopresa del toledano, in visita a Barcellona, quando scopre che ho afferrato il toro per le corna (metafora poco catalanista) e mi sono appena iscritta al B1, per ultraprincipianti offerto dal Governo catalano, costo 10 euro (per il libro).

La mia cotta per l’insegnante dall’accento fortissimo (avrei scoperto poi che era un maiorchino trapiantato), e la sera in cui “guarda caso” ci ritrovammo nello stesso vagone della metro, lui salutò un bel ragazzo coi capelli lunghi e mentre pensavo “ua’, pure isuoi amici sono interessanti!” li vidi darsi un dolcissimo bacio sulla bocca.

No, questa parte la salto.

Invece, le devo dire assolutamente che il catalano me l’hanno insegnato i soldati.

100 anni fa.

Sgrammaticati e morti di freddo, che scrivevano dalle trincee per chiedere soldi, sigarette e giornali, e sentirsi dire che se combattevano nella Legione Straniera francese era perché la Catalogna, un giorno, potesse essere indipendente, e perché un esercito ce l’avesse anche lei.

Quel barbiere così simpatico che chiedeva sempre tabacco, quello che mandò la foto e poi s’incazzò col destinatario e chiese di restituirla, o il povero Muñoz, morto “nei campi d’onore”. E Camil, ovviamente.

Camil Campanyà. Che scrive una lettera bellissima, che quasi non capisco perché mancano poche ore all’alba e all’attacco, e i suoi ultimi pensieri sono per l’amata Catalogna che non sa se vedrà ancora, e per la gente che dovrà continuare la sua battaglia quando, poche ore dopo, verrà colpito dalle raffiche dei boches (crucchi) di Belloy-en-Sainterre. 23 anni.

Pare che la bandiera che lo avvolgeva è stata nascosta chissà quanti anni, anche mentre Franco cercava di cancellare il catalano dalla faccia della terra.

Ma quando scoprii questa storia la tesi l’avevo già consegnata, insieme alla lettera di “Anchaleta Muñoz”.
Povera Angeleta, se scrivo come lei sai che botte prendo dalla prof., che adesso è arrivata alla lettera F (me ne accorgo per un caso di omonimia). Dovetti leggerla a bassa voce, nel silenzio dell’archivio, per capire che cavolo scrivesse da Parigi al Presidente del Comitè che voleva onorare la memoria di suo marito. Che piangesse e fosse stanca dopo ore e ore a lavorare “anche le domeniche” non aiutava. Ma i suoi figli sarebbero stati presi a carico dalla riconoscente nazione senza paese. La figlioletta sarà mandata a una scuola francese, addirittura, per diventare “une femme sérieuse”.

Povera piccola Muñoz, penso, mentre ormai siamo a Hernández (sì, qualche madrelingua spagnolo c’è, non sono del tutto sola), speriamo che non sia diventata troppo seria.

Il C invece rapido e indolore, quattro mesi di semintensivo al Consorci, di corsa dopo il lavoro, e lunghe domeniche a studiare i pronoms febles.

Quando scoprii che l’avevo passato, l’esame, il 13 febbraio, festeggiai guardando la partita del Napoli nella pizzeria lì vicino. Perfetto esempio d’integrazione. Speravo di avere compagnia, ma la margherita l’avevo mangiata da sola. Ma il giorno dopo, al lavoro, Ferrero Rocher per tutti, baci abbracci e auguri, Maria, lo sapevo, grazie, Xisca, grazie, Isabel, se non fosse stato per voi… Andy era arrivato tardi e gli avevo detto che il regalo era per San Valentino. Tutti a ridere.

Ci fu solo l’episodio dell’impiegato del Consorci che m’invitò a uscire e, vedendo che non messaggiavo ancora, si fregò il mio numero dal faldone.

Sono passata dal Consorci alla UB anche per questo, un po’, penso adesso, mentre aspetto di sentire il mio nome da un momento all’altro. Certo, il motivo principale è che ora ho tempo e voglia di studiare. E ho l’impressione che si possa farlo bene, qui, tra questi ragazzi che sembrano in gamba, tutti lì riuniti in nome del dio Lavoro e della madre, matrigna e meravellosa (con “s” sonora) Catalunya.

– Maria… Marcese, si dice così?

Sono commossa. È la prima prof. di catalano che me lo chiede, se lo pronuncia bene.

– Marchese – preciso sorridendo.

Poi aspetto un secondo, e comincio a parlare.

PS: Tre ore più tardi scopro che in realtà dalla fermata Sants bastava girarsi, invece di andare verso la stazione, e dopo la piazza ero già arrivata.

da zimbio.com

Il camion dell’immondizia si ferma sulla Rambla, di fronte ai poliziotti fuori la centrale.

– Abbiamo questo per voi!

Il poliziotto riconosce da lontano il documento d’identità:

– Italiano. L’avranno perso mentre festeggiavano per la partita.

6 ore prima, ero seduta contro un lampione del Porto Vecchio di Barcellona, di fronte all’acqua torbida, e ridevo, piangevo e un po’ m’incazzavo sottolineando il libro sulle mie gambe. Ero tesa, dovevo ammetterlo. Dopo mesi ancora mi succede, di essere tesa, finché non arriva la telefonata:

– Sicura che vuoi vedere la partita allo Sports Bar?
– Veramente no, sarà una bolgia infernale, ma lo facciamo per Mark, no?
– No, che hai capito! Sta a Madrid, nell’e-mail che ci ha mandato diceva solo che “gli sarebbe piaciuto” guardare la partita con noi. Ma non può.
– Vuoi dire che ho organizzato questa follia per niente?
– Ahah, ci vediamo là.

L’e-mail di Mark, scozzese non proprio tenero con la vicina Inghilterra, aveva un titolo molto significativo: “The Free World is With You”. Seguito da un video di 8 minuti su un’epica partita Inghilterra – Scozia del 1985. Avevo risposto con toni altrettanto enfatici:

Figli di Scozia,
è giunta l’ora. Siamo in guerra, signori. Dobbiamo mandare l’intera compagine spart… ehm, italiana, per preservare la libertà, la giustizia e la ragione. E soprattutto la speranza.
Mai più parmigiano sulle linguine allo scoglio!

E dopo un’altra serie di menate mi firmavo Maria Gorgo Schillax de Neapoli.

Alti livelli, consideravo guardando gli yacht tamarri di fronte a me.
Ogni tanto un turista si fermava al mio fianco e faceva una foto al veliero alla mia destra, riproduzione di non so che nave storica.

Finché uno dall’aria un po’ nerd invece di scattare la foto mi fa:
– Española?
– No.
– Your country?
– Soy italiana.
– Ah. You’re beautiful. I like you.
Fa il pollice alzato e se ne va.

Il cameriere che fuma fuori allo Sports Bar, mezz’ora dopo, dice solo:
– Per un tavolo da 5 chiedi dentro, sarà impossibile dirti di no.
Ma Mimmo è carta conosciuta, è nuovo e già so che mi porterà lui la clara in cui affogare i 45 minuti di anticipo sacrificati sull’altare della patria (e del posto a sedere). E ci proverà con tutte le ragazze del tavolo di fronte, che piano piano prendono posto insieme agli amici inglesi e tedeschi (ah, l’Erasmus…), imitandomi col surrogato di birra che fa tanto estate.
La prenderà anche la tedesca alla mia destra, appena giunta col fidanzato napoletano e perplessa per la splendida porzione di zeppulelle alle alghe che lascerà a metà.

Quando sopraggiunge l’amica sarda gliele indico, ma lei è indecisa. Lo scozzese superstite, quasi abbronzato e fresco di sbronza di San Juan, è più facile da gestire:

– Maria, come si chiama quella pizz…
– Salsiccia e friarielli.

Friarielli, ripete al cameriere con accento perfetto.
I miei napoletani preferiti, invece, giungono tardi ma non hanno bisogno di consulenze, semmai cercano un motivo per restare 90 minuti a sudare davanti a una squadra di cui non gliene frega niente.

– Come sei patriottica – ironizza lui mentre canto l’inno.
– Grazie!

In realtà canto un peana neomelodico alla mia infanzia, l’Italia ‘90 che m’insegnò che guardare la nazionale in compagnia era divertente.

– Io non mi sento italiano. Solo di Napoli.
– E allora sei venuto a intossicarti?
– No. A tifare Maggio!

Non fa una piega, penso attaccando il saltimbocca Positano. Le melenzane non sanno di niente, la partita nemmeno. 45 minuti e già sudo e soffro, la sarda impreca con me, lo scozzese è soddisfatto: alla fine giocate bene, sentenzia.
Ma il vero capo ultrà è Mimmo, che tra una caña e una pizza a metro incita la curva e distribuisce complimenti tra le nuove venute, che si piazzano davanti allo schermo. Uff, che fatica. Ma Balotelli quando minchia segna?

Nocerino ai supplementari va bene lo stesso?

Sì!`
No.
Fuorigioco.

Ingoiamo l’esultanza e torniamo all’ansia.
In fondo che ne capisco, io, di calcio. Vedo solo che Balotelli non segna mai e il falloso Carroll non è niente male.

E che i rigori mi daranno l’infarto.

– Non ci credo, io sto schiattando in cuorpo e Buffon ride!

Ripenso alle discussioni di tesi altrui, che mi davano l’ansia finché non toccò a me.

– Ma ti credo, che ride – fa il napoletano – ha i milioni! Tu ce li hai i milioni? – .

No, ma ho un coccolone, quando Montolivo sbaglia il rigore. E un po’ mi fa pena, cavolo, io mi sarei sentita uno schifo a non trovavare posto dopo aver organizzato la serata, figurati a far uscire la mia squadra dagli europei. Solo Rajoy non si sente in colpa a mandarci sul lastrico, direbbe un’amica di qua.

Mi accorgo che in queste cose che mi riportano all’infanzia, i rigori in nazionale, penso ancora come un tempo: è finita, non farti illusioni. E invece insorge la me che ci ha lavorato tanto, in questi due anni. Siediti e aspetta.

Aspetto. Esulto. Aspetto. Esulto.

Finché lo scozzese da albicocca si fa paonazzo dalla gioia e capisco che è finita.

Non capisco mai qual è il rigore decisivo, non mi concentro. Pure nel 2006, mi ritrovai un amico addosso a Piazza Plebiscito e intuii che forse eravamo campioni del mondo.

Adesso abbiamo solo sconfitto l’Inghilterra, e possiamo saltare e fare il solito poporopopopopo… Pure in strada, almeno gli altri avventori, che invadono il c. Ample mentre io mi riparo già dagli scrosci d’acqua che prevedo dai palazzi intorno.

Il cameriere ci caccia con gentilezza, e fa bene.

Noi ci facciamo un’altra birra al Sor Rita (gioco di parole tra “Suor Rita” e zorrita, “zoccoletta”) e tra parati kitsch e bambole che fanno il kamasutra ci diciamo che Barcellona è un fumettone per turisti, che illude chi voglia vivere una vita vera. In realtà io stento ancora a crederci. Ma ripenso anche alle considerazioni del libro di oggi, e temo che prima o poi dovrò farmene una ragione.

Intanto, però, viviamo il fumettone, dico dando appuntamento a La Casa degli italiani per Italia-Germania.
Chissà che tra le pagine chiare e le pagine scure qualcosa di autentico non si trovi.

Come l’ansia sottile che aveva preceduto la telefonata, e poi l’aveva pure seguita, e che qui non ha spazio, perché qui si ride e si scherza e si cerca un bandolo a questa matassa intricata che chiamano serenità.

(la lettera di Mark per intero, letta con un accento strano)

Mierda, la partita.

M’ero scordata che coincidesse con la Nit de Sant Joan, finché non vedo dei turisti in zainetto e sandali entrare in un ristorante di Rambla Raval, attirati dalla scritta: España – Francia 20.45. Ne escono sconsolati un secondo dopo, seguiti dal cameriere interdetto.

Io rimango col dubbio: la guardo?

No, è la prima volta in 3 anni che mi permetto di festeggiare San Juan.

Ah, i riti celtici di Beltane, il sogno di una notte di mezza estate, il sole che dimentica di tramontare…
Seh.
La notte più breve dell’anno qua si festeggia in due modalità diverse e schizofreniche.

Amici catalani:

– Vieni a fare un barbecue in culo ai lupi per sfuggire alla folla?

Amici “folla”:

– Vieni alla spiaggia più affollata per bere, ballare e pisciare in tutti i posti non occupati da coppie che pomiciano?

Per non parlare della simpaticissima abitudine di sparare petardi, sollevando polveroni di sabbia e facendoti starnutire zolfo puro.

Dopo il primo anno sono rimasta tappata in casa.

Stavolta però mi ha invitato gente tranquilla, di quelli che vivono qua da anni e non sembrano appena scesi dall’aereo (conosco italiani che quando ripensano a Barcellona rievocano gli stessi luoghi di un turista di passaggio).

Deciso. Deviazione per lo Sports Bar, vedo il primo tempo e poi dritta in spiaggia.

Solo che ordino una clara e il cameriere capisce che voglio una Moritz, che essendo molto chiara e fruttata scende giù che è un piacere. Lui se ne accorge e fa ammenda che già me ne sono scolata mezza, e ho la tolleranza all’alcool di un neonato allergico.

– Goal! – esulto come se fossi di Toledo.
– Ti vedo molto partecipe – fa un cameriere che non ho mai visto.
– Be’, domani per l’Italia mi sentirai urlare, intanto però oh, sono contenta che la Spagna vinca.
– Ma sei italiana, no?
– Sono di Frattamaggiore.
È la prima volta che lo dico, ricordo misurando il tasso alcolico.
– Devo andare più spesso a Frattamaggiore – conclude lui.
Ecco, bravo, vacci tu, che io prima di ottobre non la vedo. Torno in strada a fine primo tempo, cantando Will you still love me tomorrow?

Urge mangiare prima che passi al repertorio di Chavela Vargas.
– Pronto, Alessandro, siete ancora lì?
– Sì, sì, di fronte al chiringuito Inercia della spiaggia di Nova Icària. Non puoi sbagliare, c’è una bandiera sarda.
– ‘O sapevo.

Però è un buon sistema per riconoscerli, insieme al fatto che il 50% degli uomini si chiami Alessandro. Il più ballerino mi procura pure un panino!
Lo mangio seduta sulla sabbia, di fronte allo schermo del chiringuito, mentre il cronista continua a informarci di quanti minuti manchino perché la Spagna passi in semifinale. Quando il rigore finale diventa goal scatta un boato sottolineato da una nuova scarica di botti.

Già, perché i catalani sdegnosi della nazionale staranno perlopiù a ballare coi lupi, ma gli altri sono lì decisi a sollevare quanta più sabbia possibile.

Fortuna che ci sono anche i fuochi “veri” verso Barceloneta, tra cui delle splendide fiammelle volanti che diventano un cuore. E a partita finita tolgono le sedie e si balla. C’è un tizio sulla cinquantina che si ferma davanti a tutte le ragazze, spalanca le braccia per invitarle e fa un sorriso così sfigato e disarmante che… lo mandiamo a quel paese lo stesso.

Un ragazzo si mette a suonare il bongo a ritmo con Shakira, ai margini del chiringuito. Un sessantenne balla in costumino. Due ragazzi si studiano e corteggiano, e mi piace, un approccio alla pari, senza cacciatori e prede. Dei paki hanno rimorchiato prima di tornare a criticare birra e discoteche coi vicini di casa. Will you still love me tomorrow? Io rifiuto sdegnosamente house e techno per ballare nell’ordine Danza Kuduro, Waka Waka, e un po’ di Bollywood d’annata, di due fidanzati paki fa.

Lo so, fatti non fummo a viver come bruti.
Ieri, però, c’erano molti fatti e, soprattutto, molto fummo.

Ma noi ce ne stiamo tranquilli, tranne le fidanzate internazionali dei sardi che fanno scattare un polemica sui prodotti biologici, che le dolci metà snobbano perché troppo cari “e in Sardegna non ne abbiamo bisogno”. Io mi diverto a soffiare sul fuoco prima di rifugiarmi tra una minoranza di siculi (e una compaesana scatenata) a ripassare le glorie di Bip Bip Ballerina.

Ma l’ora è tarda, l’alluce mi duole, e levo le tende.
– Ma no – mi trattiene il re della pista – semmai riposati un po’ come questi qua a terra – .
– Veramente stanno trombando.
– Ah, vero.

Pur di non prendere la metro sovraffollata me la faccio a piedi. Un’ora di cammino in una Barcellona in delirio. Un gruppo di brasiliani balla per strada, assiepato sotto non so che bandiera (ero rimasta a quella verde e gialla). Un ragazzo piscia tranquillamente vicino a un albero, tra la fidanzata e un amico.

Ai piedi di un Suv, una ragazza è accasciata a peso morto tra le braccia di un uomo. Sirene in lontananza.

Un senegalese m’insegue con una strana bicicletta, incredulo che non voglia parlare con lui. Quando glielo confermo dice “ok, la prossima volta”. L’ottimismo innanzitutto.

Un gruppo di ragazzi che ballano vicino a un’auto mi urla dietro “Shakira, where you were?”. Pure ignoranti. Ma no, sono solo francesi. Hanno perso gli europei e si consolano come possono.

Arrivo a casa che non mi sento più le gambe, ma riesco ad addormentarmi prima dell’alba.
Dice che per stare in salute tutto l’anno devi aspettare l’alba a San Giovanni.
In effetti stamane mi ha svegliata un crampo al ginocchio che ancora zoppico.

(una canzone che sono riusciti a remixare)

(una canzone che chiederò al DJ l’anno prossimo)

L’altra sera ero nel cesso di un pub con una sposa scozzese.

O meglio, io ero fuori, a contarmi i morsi di zanzara allo specchio, e lei in bagno. Le era pure caduto non so cosa, non so dove, come cercava di spiegare alla damigella che aspettava con me. Per fortuna l’accento e il tasso alcolico non aiutavano a capire i dettagli.

Improvvisamente era esploso un suono di cornamuse.

– Oh my gosh, it’s for us! – e la sposa si era precipitata fuori, nella ressa del Carders Public House.

Insomma, le mie uscite estive sono iniziate sotto i migliori auspici.

Il fatto è che, come ho già spiegato, allo squallore che può assumere una notte di “fiesta” barcellonese avevo risposto per anni col mio consueto equilibrio: non uscendo più. Non la notte, almeno.

Credo mi chiamassero Cenerentola.

Ora che mi sono presa l’estate per riflettere, tradurre e studiare catalano, ho pensato che una seconda chance fosse d’obbligo.

Così una settimana prima ero uscita “solo per vedere la partita, eh, ragazzi”, e due ore dopo stavo girando per il Born sottobraccio a un francese di due metri. Gli avevo parlato del blog e dei progetti di scrittura, e lui:

– Naturalmente includerai un capitolo in cui incontri un uomo meraviglioso e affascinante di nome Mario.
Mi ero girata.
– Chi? – avevo chiesto all’avambraccio.
E una voce dall’alto:
– Mario. C’est moi.
Stavo girando per il Born sottobraccio a un francese di due metri di nome Mario.

L’avevo pure cercato, eh, nella zona dance del locale di Rambla Raval in cui eravamo finiti col gruppo, ma stava baciando una ragazza semiubriaca, che poi si era messa a ballare con due ragazzi con ciuffo e barbetta, che poi si erano messi a strusciarsi tra loro, prima che il più alto, a fine serata, baciasse la stessa tipa che aveva baciato l’altro all’inizio.
Mi ero detta: hai voluto la bicicletta? E mo’ pedala.

La sera della cornamusa, invece, andavo solo al concerto del tizio che sul palco, “soffiava” a pieni polmoni una melodia che il suo coinquilino non mi voleva insegnare a ballare.
– Non so come si balla, e comunque uomini e donne da noi ballano separati.
– Questo spiega molte cose.

Tanto aspettavo che lo showman suonasse il kazoo.

L’ha fatto a fine serata, in un P.K.P. (Private Kazoo Party) che a un certo punto mi ha vista indossare una parrucca rosa (prossimamente su facebook, ne sono sicura).

La seconda parte era rimandata al giorno dopo, sul loro terrazzo. “Tranquilla, è solo un barbecue tra coinquilini”.
Seh. L’Onu al gran completo. Uno di Derby ha pure dichiarato che parlavo inglese come questa.
Il resto era lì per il Sonar.
Mi ci sono volute almeno due claras per dichiarare che lo schifavo cordialmente.

Il che non ha impedito di darci appuntamento tutti insieme il giorno dopo, domenica, prima in spiaggia e poi a guardare l’ennesima partita, con un’amica new entry che se ne fregava del calcio e aspettava solo il terzo tempo del P. K. P.

Disputato nella casa del barbecue, con un ospite d’eccezione: un castoro di peluche. In realtà le ospiti eravamo noi, il castoro mi aveva spaventato la sera prima, appollaiato sul televisore, e adesso ammaliava al primo sguardo la giovane artista, che lo spupazzava suonando le più improbabili melodie kazoo.

È una martora, precisò il suo padrone la sera dopo.

Sì, perché, indovinate un po’, ero uscita ancora. Avevamo visto la partita in un locale con due sale e due schermi separati solo da un vetro: così mi giravo dalla mia stanzetta secondaria, consacrata all’Italia, e nella pausa tra i due goal osservavo il nutrito gruppo di spagnoli e filoispanici in attesa della svolta tardiva.

Poco prima del fischio d’inizio, le mie amiche mi avevano chiamata apposta “per togliersi un dubbio”:
– Scusa, ma abbiamo visto la lista invitati su facebook…
– E allora?
– Allora, viene anche…
– Lo so.
– E tu sei sicura di voler andare lo stesso?

Io ci avevo pensato due minuti, ripassando la serie di scuse possibili per non andare: devo temperare la punta alle matite per gli occhi, lavare gli scogli della Barceloneta, pettinare i capelli alle Barbie…
Poi avevo riassunto tutti i libri di filosofia, le ore di yoga e le letture di self-help in una sola parola, una specie di mantra purificatore dell’umanità:
– Sticazzi, ragazze.
– Amen – avevano risposto.

Ora festeggiavamo tutti insieme il mancato biscotto nel bar in cui lavorava la donna-kazoo, che ormai in pausa ripensava con nostalgia al peluche. Ah già, ridevo io, ahah, che idea tenersi sulla tv di casa quella sottospecie di castoro semovente…

È una martora, aveva ribadito il fan del Celtic, stavolta alquanto seccato. È un animale forte e coraggioso. Ed è il simbolo della mia squadra.

Gelo.

– Ma io la amo, la tua martora – aveva dichiarato infine la donna kazoo.

Ancora silenzio, poi il tifoso offeso l’aveva guardata con occhi nuovi:
– Ah, sì? Sei la prima che le si affeziona.

E con questa pace internazionale, potevo finalmente andare a dormire.
Perché in questa girandola di “notti magiche”, che finivano dalle 3 alle 5 del mattino, mi svegliavo comunque tra le 8 e le 10 e traducevo almeno fino all’una.
Non so perché, rimando sempre la correzione di quelle bozze lì.

(una canzone sulla depressione animale)

(Il cornamusaro quando non suona il kazoo):

(Adesso metterei il video di Come Undone di Robbie Williams in rappresentanza della “fiesta” media barcellonese, ma l’artista di cui sopra mi ammazzerebbe a colpi di cornamusa. Facendosi sgamare subito)

La casa del mio amico è di quelle enormi e antiche che t’insegnano a catalano, nella lezione sulla “tipica casa barcellonese”, e non credi esistano finché non ne trovi una. Il mio amico in catalano sa dire solo “de res”, e nelle altre lingue ha un accento strano, che a volte dici sì anche se non hai capito.

Ci vivono in 4, ma in realtà sono 5. C’è la sua ragazza. Gli altri fidanzati vanno e vengono, a volte restano per la notte. La sua ragazza è lontana, ma è sempre lì, nel telefono fisso occupato mezz’ora al giorno, tarifa plana, o nel letto sfatto alle 4 del pomeriggio, intravisto un momento prima che lui chiuda la porta a chiave, che c’è una festa e non si sa mai. O quando, mentre suonano la chitarra in salotto, lui svanisce nel nulla, e il chitarrista mi guarda e chiede dove si sarà cacciato.

Tanto torna sempre. E offre birra calda, che in frigo è finita, o dà mezzo rotolo di Scottex alla mia amica che deve andare in bagno, perché è finita pure la carta. Misura a occhio. Che ne sa, lui, di quanta ne serve alle donne.
Non sempre mi manca, in salotto. Lui è silenzioso, tranquillo, gli altri sono allegri, simpatici. Il chitarrista soprattutto, è una star. Gli ho portato un’amica pazza quanto lui, non per fare la ruffiana, che non ne hanno bisogno, ma per sentirli cantare canzoni improbabili fino all’alba.

E io mi sono sentita bene. Certo che c’erano cose che m’innervosivano, in quel salotto con gli stucchi sul soffitto e il pavimento artistico: un cuscino vuoto, lo sbattere di una porta, una luce che si accendeva e spegneva dove io non posso entrare.

Ma stavo proprio bene. La cosa più strana era che la distanza non mi spaventava.
Posso andare in capo al mondo, ma quando ho una casa la voglio vicino. Lì non è che mi senta a casa, ma c’è la luce giusta per guardare tutti senza guastare l’intimità, e la possibilità di parlare di cose più o meno idiote per chissà quante ore.

Non ci sono abituata. Dipende dall’epoca della tua vita, ovviamente. In quella che ho lasciato in Italia insieme a mezzo guardaroba invernale, questi ragazzi di 3-4 paesi e 2 continenti diversi mi sarebbero sembrati noiosi. Nessun colpo di testa, nessuna crisi esistenziale, nessuna malattia paragonabile a quelle della mia Corte dei Miracoli, come la chiamava un amico rimasto lì.

Adesso invece rappresentano tutto quello che voglio. La pace.

E un bel terrazzo sul mondo affumicato dal barbecue.

Non ci venite mai, nel Raval. È un posto pericolosissimo. Sporco. E brutto.

Spacciatori in ogni angolo, che al posto del fumo vi danno l’erba di casa loro.

Sì, perché in tutte le case del Raval, ovviamente fatiscenti, cresce l’erba in mezzo alla quale pascolano gli scarafaggi. Enormi. Ovviamente gli spacciatori che trovate sono part-time, lavorano quando non sono impegnati a derubare i turisti o i cittadini perbene. E a organizzare attentati con Al Qaeda, naturalmente.

Non sapevate che il nuovo leader di Al Qaeda si nasconde nel Raval? Sapevatelo! Entrate in un qualsiasi negozio di frutta tenuto da immigrati. Cosa ascoltate? “Calabacín para ti un euro al chilo”. Capito? Le zucchine sono un linguaggio in codice per bombe, e l’euro e il kilo simboleggiano precise coordinate cartografiche che non stiamo qui a spiegare. Le trovate su Internet insieme alla teoria sui terremoti autoindotti.

E le donne, ne vogliamo parlare? Un giornalista, mi hanno riferito, scrisse un articolo, “le donne invisibili del Raval”. Smascherando un’importante verità. Non è che gli immigrati lì siano soprattutto maschi scapoli che vivono in 10 in 50 mq. Nooo. Si sono portati appresso uno stuolo di donne in burqa mimetico che quelle poche volte che escono si mimetizzano coi graffiti sui muri. Sì, perché sul burqa hanno riprodotto pure i graffiti, hanno pensato a tutto. Ovviamente il 50% della popolazione femminile “ravalenca” è costituito da prostitute. Scusate la banalità, è che non tutti lo sanno. Voi a scanso di equivoci provate. Alcune si nascondono bene, per ingannare la polizia. Ma voi avvicinatevi con delicatezza alla prima che trovate e chiedetele “Scusa, quanto prendi?”. Se non capisce la vostra lingua, chiedeteglielo in varie, dialetti compresi. Se vi dà un manrovescio sui denti non disperate: è il loro segnale di riconoscimento perché la polizia non le sgami. Se poi lo chiedete a una tizia bassina e biondiccia con un look molto creativo e due buste della spesa in mano vi è andata male: sono io, e lo faccio ancora gratis e solo con chi mi sta molto simpatico. Per vostra fortuna, non sarà il vostro caso. Ve la caverete portandomi su le buste della spesa. Poi, quando mi sarò accertata che abbiate imparato la lezione, che il Raval è un posto pericolosissimo e da non frequentare, vi porterò a fare un giro.

Se è domenica vi porto su Rambla Raval, che i pakistani chiamano qualcosa come “Rambla scacciapensieri”, e vi offro un tè alla menta con baklavà al bar all’aperto del mercato. Però ci sediamo all’aperto, tra palme e pappagalli, ad aspettare che si faccia l’ora per ascoltare un po’ di musica al Big Bang o a Robadors 23. O preferite un po’ di poesia al Colmado? Se avete fame scegliete: a meno che non vogliate la cucina rustica di Romesco, il venerdì vi porto dal marocchino a vedere se avanza un po’ di cous cous (me lo dicevate prima, che sareste venuti, se prenoto un giorno prima ce ne fanno trovare in quantità), oppure da Shalimar su c. Carme, anche se i miei vicini di casa mi raccomandano quello vicino alle giostre, verso la Rambla. Sì, dai, andiamo là, che vicino c’è il Pastis. C’è un concertino quasi ogni sera. Così imparate la strada della prima libreria araba aperta in Spagna.

Una birretta in una terraza e ci salutiamo. Non prima che ripetiate con me: il Raval è un posto orribile. E passate parola, eh. Soprattutto ai vostri amici che vivono qua. E pure a quello che “non se la sentiva di parcheggiare giù da me” e se ne tornò nel suo barrio in culandia citeriore col coprifuoco alle 8.
Se invece volete tornare in questo barrio sporco, pericoloso, orribile, sapete dove trovarmi. Ma resti tra noi. Potrebbero venire troppi cittadini perbene.

E adesso sedetevi in posizione del loto, chiudete gli occhi e concentratevi sulla vostra respirazione, perché parliamo della Barcellona “spirituale”. Che cos’è? Non lo so neanch’io, ci sono capitata per caso.

Questa storia comincia come le testimonianze dei clienti di Gennaro D’Auria. Due anni fa un’overdose di sfiga mi ha gettata in una crisi globbale totale, come la frittura di Caccamo, dalla quale sono uscita con un’unica certezza: il parmigiano sulla pasta al tonno non va bene (vedi post precedente). Per il resto, davvero non sapevo dove andare a parare.

E Barcellona è qui per questo. Come Internet, o qualsiasi risorsa che possa essere buona o cattiva a seconda dell’uso. Barcellona è perfetta per perdersi, ritrovarsi, e sclerare definitivamente. A chi si perde spiritualmente, poi, offre una serie di risorse per tutte le teste e tutti i portafogli.

La più noiosa (e sensata) sono gli psicologi. Economici. Perfino gratis, se vai nel centro giusto. La più strana ancora la devo trovare, ma sono sicura di esserci andata vicina.

Per esempio, una volta ho partecipato a una dimostrazione di costellazioni familiari, nella settimana di porte aperte dell’Atrium Gestalt. L’eclettico guru, un messicano dal ciuffo fashion che teneva conferenze di ogni tipo, fece battute gustose su “Maria Teresa di Calcutta” (litigando con una bizoca indignata del pubblico), poi invitò uno dei presenti, respinto dalla famiglia perché gay, a scegliere tra il pubblico qualcuno che interpretasse i genitori. Poi indovinò che sua madre aveva avuto un aborto, e lo invitò a scegliere anche il mancato fratellino. Durante la drammatizzazione che seguì, la “madre” svenne. Il guru la fece rinvenire, la mandò a posto e ne scelse lui un’altra, tanto “no pasaba nada”.

Intanto scoprivo il magico mondo di Donne che amano troppo. Qua i gruppi ispirati al libro esistono davvero. In attesa che fondino “Donne che non amano abbastanza ma quando finisce fanno ‘uh’ e ‘ah’”, per un po’ sono stata “presidenta” del mio gruppo. Che è come mettere il capo di Al Qaeda a staccare i biglietti a Capodichino.

Ma esiste ben altro. Ci sono un sacco di “associazioni spirituali” con una cosa in comune: qualche detrattore che le denuncia come vere e proprie sette. Il Brahma Kumaris è addirittura un’ “università spirituale internazionale”, con corsi di meditazione e conferenze gratuiti, tenuti in un palazzo che Bill Gates potrebbe pure invidiare. Poi scopri che qualche ex discepolo l’accusa di avergli fatto il lavaggio del cervello, facendosi intestare tutti i beni in attesa della fine del mondo. Imprevisti del mestiere.

Fortuna che c’è l’infinita serie di documentari che trasmettono in questi centri, tra un’intervista d’epoca a Jung e una conferenza su Confucio. Naturalmente spopola The Secret, che t’insegna che se sei ottimista attirerai cose buone. È la legge dell’attrazione, che a suo tempo cospirò con l’universo per mettere sulla mia strada un’opera che mi illuminasse sui suoi dettami: in parole povere, al mio compleanno mi regalarono il libro di una coppia che comunicava con l’aldilà attraverso il naso di lei. Roba che col naso mio avrei captato tutti i futuri numeri del lotto da qui alla fine del mondo!

Ma presa dal fervore del rinnovamento mi occupavo anche di altri organi. Eccomi a leggere uno di quei manuali sul sesso, pieni di statistiche e illustrazioni, che una volta chiusi ti fanno chiedere come mai, stando così le cose, la femmina della specie umana non abbia mai detto al compagno: “Senti, ciccio, io sono clitoridea e tu vai per penetrazione… Tutto ok, solo che io le dita ce le ho! Tanti saluti!”.

No, ci voleva qualcosa di più serio. Il Tantra! Sì, però bando a quel paraculo di Osho, io volevo proprio scoprirne la filosofia, e non solo la parte erotica. “Mi spiace, abbiamo solo questi manuali”, e giù una rassegna di foto porno che a giudicare dai capelli dei protagonisti (quando si vedono) sono anni ’70. L’unico manuale “filosofico” era stato scritto da un olandese che raccontava la favoletta della dottrina buona e matriarcale soppiantata dall’arrivo di questi maledetti arii, che a parte il biryani ancora devo capire che hanno fatto di buono. Poi scoprii che l’organo sessuale maschile olandese viene chiamato familiarmente “pisciatoio” e capii molte cose.

Buttiamola sullo yoga, va’: oltre ai centri appositi (che vogliono dai 50 ai 60 euro al mese), ci sono i centri civici che lo offrono a 5-6 euro a lezione, e qualche occasione come la ragazza cilena che per due estati di seguito diede lezioni di ashtanga a 3 euro nel Parc de la Ciutadella. Gran cosa, l’ashtanga: è la disciplina con più fratture registrate. E posizioni, ovviamente: “Adesso facciamo la Tadasana, posizione della Montagna, e poi il saluto al Sole, Suryanamaskar…”. E poi quella dell’Albero, del Cane, dell’Indigestione da Peperonata…

La gente intorno a me contorceva le braccia, si alzava sugli alluci, levitava… Io preferivo la posizione del cadavere. Ti distendevi a occhi chiusi per un’eternità, senza pensare a niente, e una volta aperti gli occhi ti ritrovavi davanti solo il cielo sulla Ciutadella, ancora chiaro alle 9 di sera. Mi concentravo tanto che la volta che la prof. si chinò per “allinearmi i piedi con l’universo” saltai e le bestemmiai qualche decina di costellazioni familiari, con gravi conseguenze sul mio karma.

Già, il karma. Finii pure alla casa del Tibet, per la cerimonia della luna piena. La sala sembrava una chiesa delle più tamarre, solo più sgargiante. Quando venne il bonzo un sacco di presenti fecero un rituale complicatissimo d’inchini a dimostrare che la sapevano lunga. Guardandoli in cagnesco m’immersi pure io in un’ora e mezzo di preghiere in tibetano, recitate con tanta più passione e trasporto quanto meno ne capivamo. La tizia dietro di me era stonatissima, il bonzo simpatico. Non so se lo sarebbe altrettanto dopo aver appreso l’illuminazione di Gianfranco Marziano: “Se esiste un club di padreterni, Buddha è chillo che mannano ‘a piglia’ ‘o cafè”.

In fin dei conti, tutto il bordello di cui sopra si riassume in due precetti ovvi e complicati come l’uovo di Colombo: bisogna vivere il presente ed essere ottimisti.
Perfetto, se lo sai dosare bene. Io che problemi di dosaggio ne ho sempre avuti (chiedete a mio fratello come facevo le fettuccine gagliarde) mi sono accorta che, per essere ottimista, stavo partecipando a un progetto politico credibile quanto l’Uomo Farfalla, e mandando avanti una relazione poliglotta, nel senso che messi insieme parlavamo bene 7 lingue, ma nessuna era in comune.

E allora ho mandato a fanguru le persone inutili, accantonato posizioni spezzaossa, guru fashion e libri di self-help. Mi hanno aiutata, eh, erano ovvi e ripassare l’ovvietà fa bene, dopo la spocchia a cui ti abituano in certi ambienti universitari emo. Adesso, man mano che capisco cosa voglio nella vita (ci vuole una sincerità disarmante che non sempre possiedo) i problemi li risolvo da me, magari usando la meditazione come tecnica di rilassamento.

L’ottimismo l’ho conservato, però, anche perché ho visto che le ulcere di chi lo ritiene sciocco manco risolvono i problemi. Il bicchiere mezzo pieno è una grande invenzione, l’importante è che non ti diano a bere qualsiasi cosa.

Om Shanti a tutti.

Per saperne di più:
una danza per raggiungere il Nirvana

Lectio magistralis su zen e poesia:

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