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Da internations.org

Anche alla festa di ieri è venuto l’ubriacone.

Si presenta sempre a questo genere di eventi, organizzati da un’associazione sul terrazzo di un hotel, e una ragazza appena iscritta ci ha passato un brutto quarto d’ora. Quando è toccato a me, l’ubriacone andava distribuendo degli stuzzichini che aveva rubato alla cameriera.

“Dai, adesso è vuoto” gli ho sottratto con delicatezza il vassoio dopo avergli consegnato l’ultimo stuzzicadenti. “Dallo a me, che vado a posarlo”. E ho fatto cenno alla neoiscritta di accompagnarmi, se voleva svignarsela a sua volta.

“Wow, sei stata veloce ed efficace! Mi hai insegnato come ci si comporta in questi casi!” si è complimentata con un pizzico di amarezza: era avvilita per non aver trovato subito lei una via d’uscita. “Io mi limito ad arrabbiarmi” ha aggiunto infatti.

L’ho rassicurata dicendole che la sua reazione, che ho adottato tempo fa a Parigi, era anche meglio della mia “diplomatica”, e le ho sciorinato il curriculum di scappatoie che ho dovuto inventare con uomini molesti, quando ancora vivevo in Italia: dal fingere di bussare a un citofono al continuare a studiare imperterrita, su una panchina della stazione, col braccio di uno sconosciuto sulla spalla.

La ragazza, allora, mi ha raccontato le allucinanti esperienze che ha avuto con italiani, compreso uno che l’aveva prima fissata a lungo in modo imbarazzante, e poi trattata con maleducazione quando era stata lei a rompere il ghiaccio. Un altro la stava per schiaffeggiare perché lei aveva rifiutato le sue avances. “Ma che problema hanno?” mi ha chiesto, curiosa.

Le ho mostrato i cartelloni dedicati al Pride, stile “Più gay = più patata per noi”, e i commenti divertiti di amici più o meno quarantenni, che sdrammatizzavano. Le ho spiegato che incominciamo da poco ad aprire la mente, al di fuori dei soliti circoli, e questo è quello che ci tocca nella prossima decade, con tanto di inviti a “essere comprensive invece di lapidare” (fatti da chi si aspetta una medaglia anche solo per non mettere mani sul culo).

A beneficio di chi si chiede “E allora alle donne non possiamo dire più niente?” (qui un interessante prontuario in merito) voglio raccontare un altro aneddoto sulla serata di ieri, perché la più grande sorpresa non è stata l’ubriacone.

È stata il tizio che mi aveva fermata per strada.

Che due mesi fa era qui “di passaggio”, e invece a sorpresa era ieri alla festa.

Quando questo qui mi aveva fermata per strada, una sera d’inizio aprile, non mi ero offesa né niente: non mi stava trattando come una che credeva di poter chiamare “Bbbeibe” su due piedi, quando magari avrebbe impiegato venti “Excuse me” e trentacinque “Sorry” solo per chiedere l’ora a un uomo. Era stato franco: aspettava un amico e mi aveva vista, mi aveva trovata carina e si era chiesto se fossi disposta a fare due chiacchiere, o prendere un caffè con lui. Preferiva gli incontri in carne e ossa a Tinder, e devo dire che con me sfondava una porta aperta. Era anche divertente, così gli avevo sottoposto il test che faccio in questi casi: gli avevo dato il mio nome completo, pronunciato due volte in italiano senza nessun “aiutino”, e gli avevo detto: “Trovami su Facebook”.

Non mi aveva trovata. L’aneddoto sarebbe rimasto incastonato nelle memorie di questa primavera bizzarra, se non fosse stato per l’incontro di ieri sera, e la scoperta: “l’intrepido” era di una timidezza incredibile.

“Come ha fatto a fermarti per strada uno che manco stacca gli occhi da terra?” si è chiesta la neoiscritta, messa a parte della situazione.

Be’, adesso ho un’informazione in più, che forse c’entra e forse no. L’amico che era con lui, un assiduo di queste feste, fa il counsellor specializzato in questioni amorose. Conosco poco questo genere di trattamento, ma mi pare di capire che preveda esercizi ad hoc, del tipo, che so: “Vai in giro e invita la prima che ti capita a prendere un caffè”.

Coincidenze?

Boh. Forse è vero che del resto del mondo non sapremo mai abbastanza.

 

La colonna sonora della festa – brano non proprio “estivo”, ma c’era vento…

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L’alternativa è un paese in cui una redazione conosca l’abc dei diritti civili, per averlo imparato alle elementari. Un’umanità normale, insomma. E quindi perdonateci tutte* per il nostro sbadiglio senza la mano davanti

Da minn.com

Ti amiamo moltissimo, a qualsiasi costo, povero paese che l’8 marzo con tante italiane in piazza schiaffa in prima pagina Salvini e i missili coreani, mentre El País (nota rivista anarchica) mostra foto di trecentomila persone in marcia a Madrid, e agguerrite pagine di controinformazione (tipo quella di Aljazeera) scodellano le immagini di quelle femminazi caricate a Istanbul

Invece tu, Italietta dei bomberoni, di solito sorprendi noi che, ogni Giornata internazionale delle donne, abbiamo questo friccico ner core di chiederci “cosa s’inventeranno stavolta” per confermare di non averci capito una ceppa, o di aver capito benissimo, ma di far finta di niente. E, fino a oggi, non siamo mai rimaste deluse.

Ecco puntuali quelli che “l’8 marzo dev’essere ogni giorno!”, che ogni giorno infatti spiegano al bar che quando una dice no, sotto sotto… La coerenza innanzitutto.

Poi ci sono quelli che “le donne sono superiori agli uomini”, che non abbiamo ancora capito se con questa frase siano mai riusciti a rimorchiare.

Non possono mancare quelli che “non sono né maschilista né femminista”, che non aprono un dizionario di sinonimi e contrari dall’esame di terza media.

E come non ricordare quelli che twittano “ok per la manifestazione, ma torna presto che la cena non si prepara da sola”, prima di farsi portare il sushino dallo schiavo di Just Eat: immagino le loro amiche ridere a denti stretti per dimostrare che “non sono né maschiliste né femministe” (vedi sopra).

Invece quest’anno ci avete annoiate al punto che quasi quasi era meglio la mimosa, figuratevi un po’. Eccheccazzo, tutto quello che avevate da offrirci era l’italiano medio? E non in senso statistico, ma proprio come creazione autopoietica, un self-made man che è una caricatura, e felice di esserlo.

Insomma, in questo momento di recessione vi avanzava giusto il tipo che pensa che, perché è morto di figa lui, lo sono tutti quanti (e “chi non lo ammette mente”, altro classico da sbadiglio in falsetto).

Questo qui, dell’8 marzo, ha capito solo che ci sono donne, dunque figa (le trans ringraziano). Quindi langia una provogazzione che, per dirla in hipsterese, è un win-win: se non passa il messaggio (più o meno, “gli uomini o sono bavosi o sono ricchioni”), si può sempre rifugiare dietro al fatevi-una-risata, parente stretta del sono-stato-frainteso. Se passa, invece, è il paladino della verità: perché è importante oggigiorno, tra tanti che vogliono solo “coccoline sul collo”, che qualcuno riprenda lo stuzzicadenti e la canottiera macchiata di sugo per “dire la verità” sul genere maschile.

(Spoiler: “diciamoci la verità” è la seconda causa di cazzate al mondo dopo “non sono razzista, ma…”, perché di solito è seguita da perle come “aiutiamoli a casa loro”, “ho tanti amici gay, il problema è quando ostentano”, e altre amenità da… film di Albertone, che adesso mi verrà in sogno solo per darmi i numeri sbagliati.)

Il Nostro, però, a una cosa ci arriva. Piuttosto che essere perseguibile per legge (ma tanto gli dimezzano la pena), è meglio appellarsi a una testosteronica incapacità d’intendere e di volere, finché qualcuno gliela appoggia ancora: che ci può fare, lui, se non riesce a esimersi dal fischiare a una passante? O a lasciare il numero di telefono su uno scontrino, o addirittura fare la mano morta a un’amica (ma la denuncia è mai scattata?).

Ciò che non tanto afferra sono le ragioni di quegli altri che perfino in Italia sanno che non si tratta di “aiutare in casa” ma di dividersi il lavoro di cura, che i privilegi legati a genere, classe e provenienza sono “posti al sole” che alla lunga ustionano. E se lei non vuole, francamente, non vogliono neanche loro.

L’italiano medio, invece, è di poche pretese: si accontenta di essere la succursale del suo pene.

E in un paese i cui giornali, l’8 marzo, mostrano foto di piazze piene, forse non avrebbe pubblicato il compitino che avrebbe voluto scrivere alle elementari, se la maestra fosse stata Edwige Fenech. O sarebbe lì a implorare di non perdere il lavoro. O almeno chiederebbe scusa. O addirittura, visto che “ormai è difficile dire che cosa possa suonare maschilista” (dicono i maschilisti), tormenterebbe l’unico neurone ancora funzionante, orgogliosamente collegato a un organo solo, per chiedersi cosa abbia scritto di “tanto strano”.

Non fa niente, dai, se ne parla il prossimo 8 marzo. Stavolta veniamo già annoiate.

* Tutte tutte no, va’. Il coraggio una non se lo può dare, o non sempre, e ce ne saranno alcune che pensino vabbe’, questo passa il convento, facciamoci una risata e diciamo ancora un altro sì. Perché sarebbe assurdo, pretendere di parlare per un’intera categoria. Eh, già.

Image result for figurine panini introvabiliMa state di nuovo tutti qua? E io che mi aspettavo che tornaste intorno a Pasqua!

È a partire da quel momento che Rambla e dintorni si riempiono di turisti, dunque d’italiani. Ma ho concluso che ora ci sarà qualche offerta speciale Ryanair, e in fondo non mi dispiace vedere l’evoluzione nazionale di ciuffi e risvoltini, e del trucco femminile abbinato alle sempre più diffuse “scarpe comode” per visitare la città. Mi compiaccio, ma attenzione a stringervi meglio quei borsoni formato pic-nic, che in metro rubano assai!

Intanto io, che magari giro in uno dei pochi cappotti sobri di Desigual, mi ritrovo a origliare le conversazioni più assurde, tra gente che dà per scontato che non la capisca.

Mi è capitato ieri sera in metro con dei ragazzini francesi, convinti che non sapessi cosa fosse “la chatte” (anche se uno mi osservava preoccupato). Ancor prima avevo condiviso il vagone con dei trentenni italiani, uno dei quali particolarmente carino. Mi piaceva quell’eleganza noiosetta ma “spontanea” che riconosco ai compatrioti, e la chioma fluente che non diventava mai criniera.

Due fermate più tardi, sono entrate molte persone da una stazione affollata, e nel subbuglio generale il mio nuovo eroe ha detto tipo: “Spostiamoci più in là, che c’è una figa!”. Ho contratto subito la faccia in una smorfia di disgusto, e l’altro dev’essersene accorto, perché si è consultato con gli amici e ha chiesto subito: “No?”. In realtà, sembrava chiedere se la figa in questione fosse tale, e mi sa di no perché, considerate la mia posizione e la scarsità di under 70 che mi circondavano, forse la fortunata vagina ambulante dovevo essere proprio io. È capitato a un’amica veramente “figa”, che ha sbuggerato dal vivo il tipo che spiegava in dettaglio agli amici cosa le avrebbe voluto combinare. Io invece ho fatto una cosa che mi capita spesso quando qualcuno mi sta simpatico a pelle: ho cominciato a giustificarlo. In fondo dai, lo faccio anch’io! A volte mi attraggono fisicamente uomini che trovo ripugnanti sotto ogni altro punto di vista: magari in quei casi mi sembrano davvero “portatori sani di figaggine”, bei corpi sotto un cervello mai usato.

Poi mi sono accorta che, ascoltando parlare italiano, avevo reagito di riflesso come facevo quando ancora vivevo in Italia. Perché l’argomento “figa” aveva scatenato una discussione tra questi miei conterranei in metro: quale delle ragazze rimediate in loco era la più “notevole”? Come fare per rimorchiarne di nuove? E io lì, con tutta la buona volontà, a chiedermi se non facessi lo stesso tipo di selezione, in quest’epoca di corpi da scartare come figurine scorrendo il dito a sinistra dello schermo. Mi sono dovuta rispondere di no: quei cataloghi in mano a me sono durati una settimana.

Ma volevo per forza continuare a trovare simpatico quel tizio dall’accento del Nord, e fare lo stesso errore di quando vivevo in Italia. Allora le mie analisi femministe si concentravano più su lavoro e relazioni stabili, mentre liquidavo le questioni di attrazione sessuale con un indulgente de gustibus: quando vedevo che anche gli amici più intelligenti parlavano di donne come di figurine Panini, pensavo che “questo passava il convento”, dunque doveva essere così dappertutto. Ero più blanda del solito pure nel criticare qualche bravo comico che, quando si parlava di sesso, diventava peggio di un barzellettiere da bar.

In effetti, nei miei primi mesi a Barcellona, due conoscenti locali dichiararono con un sorrisetto di voler ritrovare “una bella tetería nel Gotico“, e nella mia ignoranza pensai a un posto in cui la cameriera fosse particolarmente prosperosa! Una “tetteria”, appunto. E già m’ingegnavo a sorridere e a stare al gioco, prima di accorgermi che cercassero solo una sala da tè. Dunque, con loro non dovevo trovare strategie per farmeli piacere per forza. Che poi, perché “farci piacere” cose che vanno a svantaggio nostro? Il fenomeno me lo spiegò, molto riassunto, una psichiatra: perché, quando si arriva all’ o te magne ‘sta menesta o te votte d’ ‘a fenesta, preferiamo farci venir fame.

Mi fa piacere, quindi, essere diventata campionessa mondiale di salto dalla finestra! E magari fosse solo con gli italiani: era francese il tipo che nei miei mesi Erasmus, nel cesso del bar in cui stavamo, voleva “cedermi” a un compagno che me lo raccontò pure, nella speranza di propiziare tale “cessione”; era francese pure quello che, intanto che ci ammettevano in discoteca, propose di “violentare me per passare il tempo” (l’amico marsigliese gli segnalò troppo tardi la “gaffe”). D’altronde, amici olandesi mi hanno sorpreso per certe idee antiquate sull’opportunità per le ragazze di “concedersi o meno”, e certi bulletti pakistani del Raval mi sembrano la versione ancora vergine dei miei compaesani in motorino. Davvero, come fanno gli italiani a parlare del “maschilismo dei migranti”. Magari vogliono l’esclusiva delle figurine Panini…

Fatto sta che quella iberica è terra di manadas, ma anche di donne e uomini che contro i branchi scendono a migliaia in piazza, e, come dico spesso, sono i miei alunni a protestare per un paragrafo machista del libro di testo, o a lamentarsi perché il fidanzato della sorella lascia che i servizi li faccia lei.

Dunque non mi resta che scendere alla prossima fermata, lasciando i maschi alfa di turno al loro tristo album di figurine Panini. A sentirli, in tanti confessano di sfogliare inutili vagine ambulanti in attesa della loro figurina “introvabile”, o così gli piace credere: quella che sia degna di portare in grembo i loro figli, tra cinquant’anni o giù di lì, e li faccia morire “senza mai stirarsi una camicia” (semicit.).

A questo punto, però, auguro alla Pizzaballa di turno di non farsi trovare mai.

 

 

 

Image result for cristina d'avena sanremo Non posso neanche dire che “non ho la televisione”, perché ne ho due. Solo che stanno in parti della casa che ho già affittato, o almeno erano lì l’ultima volta che ho controllato: a giudicare dalle ultime bollette di luce e acqua, saranno state sostituite da una piantagione di marijuana e da una piscina olimpionica.

Fatto sta che Sanremo l’ho seguito mio malgrado attraverso i commenti Facebook, e quest’anno non me ne teneva. Quando sono in Italia magari lo vedo dal televisore dei miei, consapevole del fatto che gli altri canali riescano a fare peggio, ma stavolta mi chiedevo: “Come si fa a seguire Sanremo quando c’è Netflix?”. Una delle risposte possibili era racchiusa in commenti di uomini che giudicavano l’aspetto fisico delle cantanti in gara o comunque presenti lì, che a quanto ho capito erano: Patty Pravo e Ornella Vanoni (considerate ormai “inchiavabili”, semicit.), una gettonatissima Paola Turci, e un’Anna Tatangelo che doveva essere particolarmente scollacciata, perché si è beccata anche un “Ma come ti vesti!” (ma non da uomini etero). Ah, e Cristina D’Avena, ormai il sogno degli ex bambini che, come ultima fidanzata non a pagamento, si sono fermati a Sailor Moon. Ma il problema è diffuso, a giudicare dagli accostamenti tra le signore di cui sopra e YouPorn, e dalla nonchalance con cui questi commenti erano offerti, come se fossero equiparabili alle battute sull’onnipresenza di Baglioni. Ma suppongo che la mia sorpresa, e la considerazione che io non sto a misurare il pacco di Mahmood, siano da ascrivere al vituperato “politicamente corretto” *. E magari pure all’ideologia GIENDER!11!, sbandierata come spauracchio anche a chi si chiede perché una cantante debba essere “il buco con la voce intorno”.

Infatti c’è poco da scherzare, so che in Italia ci sono “filosofi” che credono che tale ideologia esista davvero, così come ci credono i loro contestatori. E qui non è più ideologia, ma proprio ignoranza. Per cui ho deciso di riportare quanto dice il signore qui sotto, che non avendo la televisione nella mia parte di casa (va meglio così?) non conoscevo: è il critico televisivo spagnolo Roberto Enríquez, in arte Bob Pop. A quanto pare la bufala del Gender è arrivata anche in terre iberiche, quindi lui, nel video che potete ammirare a fine post, ne fornisce la descrizione che traduco qua:

A me quando questi maschioni 100% parlano della “tirannia dell’ideologia di genere” fanno venire voglia di spiegargli qualcosa che forse non capiscono. Cioè, che il maschilismo sì che è un’ideologia di genere. Difatti è l’ideologia di genere mainstream, tutto il resto è residuale. Il problema è che qui, quando parliamo di ideologia, diciamo sempre che lo è ciò che non fa parte dell’ideologia dominante. Mi spiego. Immagina che stai a casa e vivi accanto a una centrale elettrica che ha un fischio costante, un rumore tutto il tempo, e a qualcuno in casa tua cade una tazza. E dici: “Ehi, un rumore!”. No, no, il rumore è quello che hai nelle orecchie tutto il tempo, non solo quello della tazza che si rompe. Ecco cosa succede con l’ideologia dominante, che è questo rumore costante, ma identifichiamo come ideologia solo quello che in un determinato momento suona come un rumore differente. Questo mi sembra più importante. E l’educazione alla mascolinità tossica e al maschilismo ha molto a che vedere con quest’ideologia di genere dominante. Tengo a precisare che a me tutta la questione della virilità interessa molto, per ovvie ragioni!

Qualcuno lo propone come presidente del governo della Galassia. Io comincerei col farne il prossimo presentatore di Sanremo. È la volta buona che spodesto i coltivatori di marijuana dell’altro lato della casa, e mi immergo in piscina a guardarlo.

 

* E io che, a questo punto l’avrete intuito, pensavo banalmente che i miei alunni scopassero. Quelli catalani under 30 che, con una laurea in ingegneria o un diploma in discipline sportive, mi dicono “Ehi, che titolo machista!” di un articolo in italiano sulle donne che sono costrette a lasciare il lavoro salariato per stare a casa coi figli. Oppure definiscono “un Cromagnon” il personaggio del libro di testo che si definisce geloso e desideroso di avere più soldi della sua donna (desiderio che, posso garantire, non solletica solo i Cromagnon). Scherzi a parte, quelli a Maiorca facevano il gioco della bottiglia coi baci sulla bocca, da ragazzini! Con la lingua, proprio, tutte le ragazze con tutti i ragazzi. Chi glielo dice a Papa Francesco? Che poi, quando propongo a quelli di qua di prenderselo loro, mi rispondono che me lo posso tenere caro caro, anche perché di solito l’accento di Buenos Aires non piace neanche agli argentini.

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Se rubo questi voglio l’assoluzione

La notizia è che Ángel Boza, membro della notoria Manada, ha provato a rubare degli occhiali da sole al Corte Inglés, e poi è scappato in auto, rischiando d’investire due vigilantes. La notizia si commenterebbe da sola, ma vorrei tradurre l’eccellente brano che ha postato Paula Marín, psicologa, sulla sua pagina Facebook:

“Credo proprio che esporre degli occhiali lì, come se niente fosse, sia un invito al furto.
Che cazzo, se non vogliono che nessuno se li prenda senza pagare, non li lasciassero sotto gli occhi di tutti, no?

Inoltre, qualcuno gli ha detto di non rubarli??? Qualcuno gliel’ha detto? Gli hanno detto chiaramente di NO? E allora??? Come volete che lui sappia, che non vogliono che li rubi???

E quelli della sicurezza, bisogna conoscere anche la versione di Boza, che non si può parlare per parlare. Adesso siamo diventati tutti giuristi?!

Lo sappiamo tutti, che ci sono denunce false, e magari quello che volevano era rovinare la vita a questo povero ragazzo, dicendo che ha provato ad investirli, però OCCHIO! Magari si erano piazzati lì in mezzo proprio perché volevano essere investiti, è anche vero che alla gente piacciono, queste cose, e poi si sono pentiti, hai visto mai li riprendessero le telecamere, e poi ovvio, per come vanno le cose oggigiorno, sicuro che hanno denunciato per farsi un po’ di soldi.

E questa storia di guidare senza patente, parliamoci chiaro, chi non ha fatto questo tipo di cose, qualche volta? Se fosse una donna sicuramente non direste niente, vi accanite contro di lui perché è un uomo.

E la presunzione d’innocenza, dove la mettiamo?

E dagli con la corsa dei tori a Pamplona, che questa è un’altra questione e non c’entra niente!

Conosco un tipo che è stato denunciato da un vigilante per tentato investimento ed è finito in galera, senza prove né niente. Ed è un bravissimo ragazzo e sono convinta che non ha fatto nulla!

Feminazi, siete solo delle feminazi”.

Da http://www.siporcuba.it/mir-68.htm

A volte le parole hanno vita propria, e lo rispetto. Continuo a dire “ambaradan” nonostante il termine nasca da una strage in Etiopia, di quelle che gli italiani brava gente sono stati così veloci a dimenticare. Così come dico “in bocca al lupo” e, se lo augurano a me, rispondo “crepi”. Una napoletana non si fa fessa, sulle espressioni apotropaiche: l’Accademia della crusca mi ha confermato che il significato iniziale era scaramantico. Confesso che se finissi in bocca a un lupo mi ritroverei a desiderare, in effetti, che crepasse.

Però ci sono espressioni, tic linguistici, o anche solo modalità di formulazione delle frasi, che mi sembrano inopportune. Pazienza se il mondo le usa, io non lo farò.

Per esempio, ultimamente mi sono imbattuta in varie occasioni nel luogo comune per cui, per “rimorchiare” una ragazza di sinistra, devi citare questo o quel filosofo o, in epoche letterariamente più modeste, qualche cantante indie italiano. A un seminario, un giovane ricercatore greco spiegava che a fine anni ’60, tra l’opposizione studentesca alla Grecia dei colonnelli, si diceva che chi non avesse letto Marcuse non avrebbe mai conquistato una donna. Gli Hipster Democratici scrivevano una cosa simile sulla loro pagina a proposito di qualche complesso indie che mi sto disgraziatamente perdendo (mi bastano Pa-pa-pa-pamplona e le sue – sempre più scheletriche – ballerine).

A Savastano la perdono, la frase “S’acchiappa malamente con quest’indie”. Per il resto, invece, badate bene: anche in piena area “zecche”, che immagine emerge delle donne? Vagine ambulanti che devi attirare in una rete, come il lepidottero che evocano, con qualsiasi mezzo. Perfino la citazione filosofica, o musicale. A giudicare da un documentario che ho visto, se ne lamentavano le stesse lettrici di Marcuse negli anni ’60, quando intervistate dicevano: “Qua se non la dai a tutti sei una borghese retrograda”.

In tempi meno impegnati c’è sempre la carta “nipotino”. Uno degli esseri più infelici a cui mi sono accompagnata, ed è una gara degna di finire alle Olimpiadi, mi ripeteva come un mantra che quell’estate sarebbe andato ad “acchiappare” in spiaggia con suo nipote in braccio. Eravamo in quella linea d’ombra tra relazione stabile e scopamicizia che mi fa quasi riconsiderare i matrimoni combinati. Ed era uno scherzo, il suo, ma è curioso che si senta ancora l’esigenza di scherzare sulle donne come se fossero bambine da attirare con dei dolciumi.

Per non parlare di un motto che ho ascoltato nelle mie rare incursioni nella cosiddetta Napoli bene: “mai con la sorella di un amico”. Perché? Beh, per rispetto all’amico e alla sorella (in quest’ordine). D’altronde, “Salutame a soreta” è un insulto d’annata. Allora andare con una equivale a non rispettarla? Il sesso è ancora visto come un modo di degradare la donna? Le sorelle sono ancora “proprietà” dell’amico e baluardo del suo onore? Ma che davero?

Che vuoi farci, obietterete. Mezzo mondo usa queste espressioni, dal significato ben più evidente di “ambaradan” o “in bocca al lupo”, e magari con più leggerezza che convinzione. Non sarai tu a farle rimuovere, mi dirette.

Ok, ma non sarò neanche io a usarle. Non considererei mai un uomo come un cavallo da attirare con uno zuccherino, e se un uomo non facesse altrettanto con me non m’interesserebbe nemmeno. So che amore e sesso ci rendono incredibilmente insicuri, ma se guardiamo all’attrazione e al desiderio come appetiti da soddisfare a qualsiasi costo, li rendiamo sempre più “cari” e meno piacevoli.

Sarà che vivo in un posto che dà molto peso a tutti gli aspetti della questione di genere, linguaggio incluso, e su questo argomento sta facendo un lavoro fantastico.

Ma possiamo arrivarci anche noi, eccome se possiamo.

 

Non mi soffermerò qui sui due stalker incontrati nell’arco di 24 ore nello stesso punto in cui mi avevano seguita la prima volta, o sul gruppo di adolescenti che, dopo avermi lanciato versi poco originali, ha cambiato strada apposta per entrare nel supermercato in cui mi ero rifugiata. C’è chi bolla tutto questo come aneddotica a rischio di generalizzazioni. C’è chi invece la trova anzi un indizio di mentalità nordica, più diretta, più aperta.

Curiosamente, sono persone a cui tutto ciò non succederebbe.

Dirò invece che sul Quai de la Marne, se sei donna, è difficile sedersi senza che nessuno ti interrompa, pretendendo un sorriso disponibile in cambio di qualche complimento scontato.

È una legge non scritta che, messa in pratica, mi fa quasi specchiare nelle acque torbide del canale a controllare che non abbia vent’anni di meno, la maglietta alzata sull’ombelico e le Palladium ai piedi, come ai tempi delle “postegge” della mia adolescenza paesana.

Ma io leggo lo stesso, un Flaubert particolarmente verboso a cui ho dato un ultimatum di venti pagine per far succedere qualcosa, o lo rimpiazzo con un best-seller inglese. Sembra aver raccolto la sfida.

Col più curioso dei disturbatori è andata così.

Sedendomi sul canale mi ero ritrovata le formiche sotto i piedi, e un’erbaccia proprio dove volevo poggiare la schiena. Non era colpa né delle une né dell’altra, l’intrusa ero io. Così, dopo pochi secondi, mi sono alzata di scatto.

A questo punto è arrivato lui, l’uomo del poncho: indossava infatti un tabarro color caffelatte, più scuro della sua pelle e lanoso quanto i suoi capelli, sistemati dietro le orecchie in un carré disordinato.

“Devo dirglielo, signorina” traduco dal suo francese, “l’ho vista lì alzarsi subito e ho pensato ‘questa ragazza è triste, è esasperata, c’è qualcosa che la rende così, mi dispiace e voglio andare a dirle con tutto il mio cuore che non deve preoccuparsi…’ “.

“Ma no, sono felice” ho ammesso a lui, e a me stessa.

Se c’è qualcosa che adoro delle lingue che conosciamo poco, è che ci obbligano a essere semplici. Si dice che le parole forgino il nostro modo di pensare. Ebbene, quando ci mancano quelle, potrebbe succedere il contrario.

E potremmo esagerare usando una parola come “felicità”, che magari nella nostra lingua scomoderemmo solo (a ragione o a torto) per brevi attimi di piacere. O potremmo star dicendo una grande verità, che le vie del pensiero che battiamo ogni giorno non riescono a raggiungere.

Sì, sono felice. Ho dei pensieri, non è un periodo ideale. Ma in fondo, sono felice.

“Mi fa piacere saperlo” ha commentato il tizio, in realtà un po’ deluso dalla scarsa chiaroveggenza, ma contento delle due frasi che è riuscito a spuntarmi prima che me ne andassi. Per quel giorno infatti ero stanca di battaglie senza gloria, che non dovrei neanche stare a combattere.

Incamminandomi su Rue de Crimée per vedere se da Franprix avessero del filo interdentale (non ce l’hanno), mi sono chiesta nell’aria tiepida della serata perfetta se il mondo non potesse essere semplice come le parole che perdiamo. Quelle che non sappiamo tradurre, e allora ci costringiamo a essere onesti con noi stessi e con gli altri.

Sta’ a vedere che non è malaccio, perderle ogni tanto.

Pensate a chi spreca tante di quelle occasioni per tacere.

(Continua)