Archivio degli articoli con tag: Spagna

ChiaraFamiglia Mala tempora currunt, e allora ho chiesto a Chiara, 37 anni, futura mamma italiana residente a Barcellona, di parlarmi della famiglia che sta costruendo con sua moglie Sara, il nascituro Noah, ed Ebony, la gatta fantastica che vedete in foto col resto della truppa. Mi hanno regalato anche un messaggio per Noah adulto, che potrete leggere a fine intervista, e una canzone da dedicargli. Fossi in voi, diffonderei :p .

1) Innanzitutto, auguri! Un amico, nel tentativo di… curarmi dalla “follia” di avere figli, mi ha chiesto: “Perché ne vuoi?”. Gli ho risposto: “Perché ne voglio!”. Tu e tua moglie avete una risposta migliore? Come avete preso la decisione?

Io ho desiderio di essere madre da ben più di un decennio (ora di anni ne ho 37). Le cose della vita non me lo hanno permesso. Poi un giorno ho conosciuto Sara, a cui mai ho nascosto questo mio pensiero, ma sulla quale non ho mai voluto esercitare alcuna pressione, anche perché la nostra condizione finanziaria era a dir poco precaria. Dopo due matrimoni, tanta strada e fatica (sotto ogni punto di vista possibile) e quasi cinque anni dopo, un giorno lei mi ha guardato e mi ha detto: “Desidero un figlio insieme a te” e da lì sono io che mi sono messa in moto. Circa un anno dopo, tra screening, controlli e quant’altro con lei sempre al mio fianco, stiamo realizzando questo desiderio di entrambe.
Credo ogni gravidanza sia un atto di egoismo, MA al di sopra e al di là di questo, un progetto di vita e di amore davvero immenso.

2) Per il nuovo Ministro della Famiglia e disabilità (sic), non esistete. In realtà ha detto che le cosiddette famiglie arcobaleno “per la legge in questo momento non esistono”. Secondo te, perché è così?

Il diverso incute sempre timore nelle menti chiuse. Lo vediamo tutti i giorni: un diverso colore, un diverso orientamento sessuale o religione… Tutto viene guardato con sospetto, nel migliore dei casi.
Quando, parlando di famiglie omogenitoriali, non riescono ad appellarsi alla religione, perché si obietta che lo Stato italiano è o dovrebbe essere laico, allora ecco che interpellano la natura, come se, a tutti gli effetti, la famiglia come oggi è intesa in parte del mondo occidentale (visto che di fatto con “famiglia” in altre parti del mondo si intendono insiemi di persone differenti da “mamma, papà, bambino”) non fosse in realtà un costrutto sociale, quindi per definizione artificiale e mutabile (e già grandemente peraltro mutato rispetto al recente passato).
Quindi tradizione, timore di ciò che non si conosce e religione stanno alla base di tutto e entrano nei luoghi in cui l’uguaglianza e i pari diritti dei cittadini dovrebbero avere precedenza sulle proprie e personali ideologie.
Tralasciamo poi l’ipocrisia di chi difende la “famiglia naturale” avendone di fatto più d’una, e dei tanti omofobi di mestiere che, da una parte, lucrano sull’odio che sono in grado di diffondere (e che importa se a farne le spese siano anche giovani ragazzi senza gli strumenti adatti per difendersi), e dall’altra, molto più spesso di quanto si immagini, finiscono per subire outing (quindi, in realtà dimostrano che il rifiuto più che dell’altro fosse proprio verso sé stessi)…
Famiglia è progettualità, responsabilità e amore. Il resto sono baggianate che di cristiano hanno davvero poco: prima lo capiranno, prima l’Italia progredirà.

3) Il fatto che viviate nello Stato spagnolo complica delle cose (una sola parola: “Consolato”!) e ne avvantaggia altre: per esempio, nessuno dalle istituzioni viene a dirvi che “non esistete”! Quali sono gli aspetti burocratici più complicati del lieto evento?

Il più complicato in assoluto? La trascrizione dell’atto di nascita, dove, di fatto le istituzioni italiane entreranno eccome. Ad oggi vari sindaci hanno con coraggio preso la decisione autonoma e non supportata da una legge statale, di accogliere le trascrizioni dei bimbi nati da coppie dello stesso sesso, ma dal nuovo Governo arrivano le voci di chi già pensa di sanzionarli. Quanti avranno ancora il coraggio di remare contro? Quando quest’onda positiva potrà ancora continuare? Ci sono mamme che hanno atteso ANNI prima di avere un documento per il proprio figlio, apolide fino ad allora, e solo con avvocati, spese ingenti (immagino) e tanto lottare ce l’hanno fatta. Quello che so è che non mi piegherò mai a dichiararmi madre single per poter ottenere l’agognato passaporto: Noah ha due mamme, e questo è e sarà un dato di fatto immutabile e irrinunciabile.
Quindi è questo il mio più grande timore: non poter avere ciò che a nostro figlio spetta di diritto (una trascrizione su cui compaiano i nomi di entrambi i suoi genitori e un passaporto italiano con il suo nome completo) senza lotte, estrema fatica e, chissà, coinvolgimenti dell’UE. E solo perché c’è chi dichiara di voler “difendere i bambini”, quando in realtà desidera solo difenderne alcuni, lasciandone migliaia di altri in un limbo burocratico.
4) Vostro figlio vivrà a Barcellona, che (per fortuna) è un crocevia di culture diverse. Cosa gli racconterete del vostro paese? Pensi che, un po’, sarà anche il suo?

Abbiamo deciso di non nascondergli mai nulla (compatibilmente con la sua età e le tappe della sua vita). Gli racconteremo il bene e il male del nostro malandato Paese per come lo vediamo noi, sperando però di riuscire a dargli gli strumenti per crearsi una sua visione dell’Italia (come del mondo) che sarà anche il suo Paese, solo se lo vorrà. Lì avrà parte della sua famiglia: i suoi nonni e una marea di zii, zie e cugini che lo amano tantissimo fin da ora, ed è questa la cosa più importante di tutte.

5) Domanda da un milione di dollari: secondo te, in che modo si potrebbero instaurare, in Italia, gli stessi diritti che lo Stato spagnolo riconosce a tutti i tipi di famiglie?

Tempo fa pensavo (o mi illudevo) che certe chiusure fossero appannaggio di una minoranza rumorosa. Dopo gli ultimi risultati elettorali devo dire che ho seriamente iniziato a pensare che l’Italia sia in realtà in balia di una maggioranza di persone che, pur di difendere il proprio orticello e non essere obbligate a guardare al di là del proprio naso, sono disposte a tutto.
Credo davvero che la nostra salvezza possa arrivare solo dall’Europa e dai suoi solleciti e sanzioni (se non decideranno improvvidamente di voltarle le spalle prima).

6) In Catalogna c’è una grandissima attenzione all’infanzia, e a quello che in Italia bollano come “GENDER!1!1”: anche l’educazione infantile porta allo sviluppo di una personalità senza pregiudizi e costrizioni, dalla scelta dei giocattoli a quella delle future professioni. Hai già pensato a che educazione vorresti per tuo figlio?

Mi sono guardata attorno e ho indagato e letto tanto sui vari metodi di insegnamento disponibili nelle scuole di Barcellona (molte di esse private), ma più per curiosità che altro. Non siamo una famiglia abbiente, e nostro figlio frequenterà la scuola pubblica. Quello che desidero è che possa inserirsi in un ambiente accogliente, in cui ci sia rispetto verso le necessità diverse di ogni bambino e dove le attitudini possano essere valorizzate, senza troppe pressioni o aspettative logoranti.
In casa speriamo di riuscire a passargli serenità, rispetto per ogni tipo di diversità (che è sempre ricchezza) e senso di umiltà, fra le altre cose.  Desideriamo tanto che possa essere un bambino indipendente e felice e che possa seguire la sua natura, qualsiasi essa sia, senza stigmi. Crescere un bambino “gender neutral” anche qui credo sia abbastanza complicato, ma penso anche non sia fondamentale: credo che fintanto che saremo in suo profondo ascolto tutto verrà comunque da sé.

7) Qualcuno in Italia sdrammatizza: un bambino con due mamme avrà “due lasagne!” (Casa Surace). E la sua dolce metà avrà “due suocere”… Ho visto qualche coppia di mamme che sta al gioco. A te l’hanno già detto? È un umorismo che aiuta o che rafforza stereotipi?

Ancora non è capitato 🙂 .
Credo però che un po’ di sano umorismo non guasti e che la distinzione tra questa ironia e le battute sgradevoli, offensive e gli stereotipi che feriscono sia sempre piuttosto chiara. Guai a farsi portare via anche l’ironia! Sarebbe un vero disastro.

8) Domanda aperta: scrivi (o scrivete!) un messaggio per tuo figlio, qualcosa che vorresti leggergli quando compirà 18 anni.

Proprio in questi giorni, mentre nuoti ancora beato nella mia pancia, hai iniziato a farti sentire forte e chiaro sia da me che dalla tua mamma Sara. La tua determinazione e la tua volontà di esistere ci sono state incredibilmente evidenti dal primo istante in cui abbiamo scoperto che eri in arrivo, quell’istante in cui, con il test di gravidanza ancora in mano, non smettevamo più di sorridere per la gioia immensa che ci aveva investito.
Ora sei grande. Spero che l’adolescenza non ti abbia lasciato segni troppo profondi e mi auguro di non essere stata troppo pesante o apprensiva (Sara è molto più brava di me in questo).
Figlio mio, per il tuo futuro ti auguro prima di tutto serenità, quella serenità che arriva dalla coerenza verso sé stessi e verso ciò in cui si crede, quella serenità che ti dona sonni tranquilli e ti permette, anche nelle difficoltà che purtroppo la vita sempre riserva, di guardare al domani con speranza.
Spero che i valori che ti abbiamo insegnato siano il timone che ti aiuterà a solcare i giorni a venire.
Continua a non tacere mai di fronte alle ingiustizie e a seguire i tuoi sogni con forza e determinazione. Ricorda che avrai in noi sempre due alleate, a volte severe, ma il cui cuore batte solo per vederti felice.
Mi auguro, se sarà quello che vorrai, che tu possa trovare qualcuno che possa amarti come si amano le tue mamme, che si prenda cura del tuo grande cuore, e che ti rispetti e ti accompagni nel tuo futuro, dovunque esso ti porti. Mi auguro che tu faccia altrettanto e che non smetta mai di lasciare che chi ti è accanto scorga la meraviglia che sei e che nulla ti impedisca di esprimere sempre ciò che provi, perché, come mille volte ci hai sentito dire, la libertà di poter esprimere ciò che si prova non è mai e poi mai una debolezza.
Nessuno ci insegna come fare i genitori. Tanti provano a farlo, come se ci fosse una formula universale, applicabile uguale per ogni esperienza e ogni nuova famiglia, ma non funziona così. Spero entrambe le tue mamme siano riuscite a fare un buon lavoro, e spero che tu possa perdonare le nostre eventuali mancanze, leggerezze e incomprensioni: mai, in nessun momento, con nessuno dei nostri “no” abbiamo avuto intenzione di ostacolarti o ferirti. Tutto ciò che fino ad oggi e che in futuro faremo è e sarà guidato dall’infinito amore che abbiamo per te, Noah, nostro figlio, il regalo più grande che la vita ci abbia offerto. Buon compleanno, piccolo grande uomo! Le tue mamme Chiara e Sara ti amano tantissimo.

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Risultati immagini per immigrati non lasciateci soli con gli italiani

Dalla pagina di Abbatto i muri

Come ultimo post sulla tristissima pagina di storia italiana (e umana) che è stata la vicenda Aquarius, condivido il comunicato dell’associazione che da cinque anni è parte integrante della mia vita barcellonese. Se vi va, condividete:

NON CI RAPPRESENTANO

L’Associazione Altraitalia Barcelona, costituita da italiane e italiani residenti in Catalogna, esprime la propria approvazione rispetto alle scelte del governo spagnolo e della Generalitat valenciana sulla questione Aquarius. Siamo felici di vivere in una città che non ci fa sentire “immigrati”, e che per volontà della sindaca Ada Colau ha aperto fin dall’inizio del suo mandato le porte ai rifugiati. Siamo orgogliosi di toccare con mano il fatto che tutti quei valori che, a detta della destra italiana, porterebbero alla disgregazione dell’identità, sono invece il fondamento di una città aperta e inclusiva, dove persone di ogni provenienza e credo hanno potuto trovare una nuova casa.

Non possiamo che guardare con preoccupazione agli ultimi sviluppi della politica italiana, caratterizzati dall’allarmante centralità di un discorso identitario che ha creato le premesse per le desolanti prese di posizione razziste del ministro dell’interno Salvini. Ci preoccupa che queste posizioni sembrino essere condivise da buona parte di questo governo, e da una porzione significativa della popolazione.

La Spagna e la Catalogna non sono un paradiso libertario, contrariamente a quello che vorrebbe far credere una certa lettura superficiale della realtà. Ma crediamo che Barcellona in particolare, pur con tutti i suoi problemi, rappresenta la realizzazione dei peggiori incubi di Salvini e dei suoi sodali: famiglie LGBTI numerose e attive, lotte femministe che sono diventate coscienza collettiva, il razzismo populista che, persino in un contesto identitario come quello catalano, è inesistente.

È per questo che, forti della nostra esperienza, possiamo dire, ora più che mai: restiamo umani.

Barcellona, 18 giugno 2018.

Associació AltraItalia Barcelona

info@altraitaliabcn.org

Nota
L’associazione Altraitalia Barcelona è nata nel 2009 da un gruppo di italiane e italiani residenti in Catalogna appartenenti a diverse tradizioni della sinistra nostrana. L’intenzione, da subito, fu quella di interagire con il contesto politico della nostra patria d’adozione: da qui derivano le molteplici iniziative attraverso le quali, nel corso degli anni, abbiamo cercato di lavorare alla costruzione di una memoria storica condivisa tra Italia e Catalogna.

 

Risultati immagini per barcelona 25 marzo 2018

Da ElDiario.mx

Ieri sera l’indepe di casa mi ha raccontato che un autobus si era messo di traverso tra Passeig de Gràcia e Diagonal, per aiutare i manifestanti che protestavano per la cattura di Puigdemont.

Io avevo in corpo la birra vinta al pub quiz, dolce ripiego per quella domenica in solitaria, e lui tornava incolume dalla manifestazione.

“Un atto d’insurrezione dell’autista, spontaneo” ha commentato poi, dandomi la buonanotte.

Prima di chiudere gli occhi, però, mi ha chiesto:

“Ma se vengono ad arrestare anche me, tu davvero gli dici ‘Portatevillo’?”.

“Ovvio”.

Non l’ho manco chiamato subito, ieri pomeriggio, per vedere se fosse tutto intero. Ci è voluto il solito WhatsApp di mia madre: ci sono disturbi a Barcellona, voi tutto bene, vero? Sì: ormai so che almeno è una personcina prudente.

E poi funziona così da ottobre: io che non sono indipendentista impreco e mi dedico alle mie cose, lui va a queste manifestazioni che finiscono su Repubblica con la parola “Scontri” nel titolo.

Ho un amico genovese, sindacalista, che fa questo da trent’anni: ha moglie e figli catalani “indepe”, e ci litiga bonariamente ogni giorno.

I miei amici sotto i quaranta sono meno sportivi, specie quelli che stanno proprio con catalani indipendentisti, eventualità che io ho sempre troncato sul nascere.

L’agguato me l’ha fatto il tempo: tanti italiani di sinistra arrivano a Barcellona convinti che gli indipendentisti siano la Lega. Poi si accorgono che l’indipendenza la vogliono tutti i nuovi compagni dei movimenti, e anche le persone che si porterebbero a letto. Tempo qualche mese, hanno cambiato idea anche loro. L’indepe di casa non ha fatto eccezione, convinto che rispetto a questa Spagna sarebbe meglio anche la Repubblica di Mordor. Su questo, mi sa, non ha tutti i torti.

A me restano gli aneddoti, come quello dell’autista che ha messo l’autobus di traverso per bloccare la polizia. O del poliziotto arrestato perché manifestava.

Fatto sta che, ogni volta che spengo il lume sul comodino, mi chiedo cos’altro succederà domani.

E so che io me la cavo sicuro, ma gli altri boh.

 

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Da Nació Digital*

Ieri, mentre mezza Catalogna si mobilitava per l’arresto dei consiglieri, io lavoravo e muovevo i primi passi burocratici per vendere casa.

Risultato: l’alunna della prima lezione credeva che il plurale di “ragazzo” fosse “ragazzis”; un amico di Madrid trapiantato a Siviglia mi mandava un articolo che diceva “comprate casa, ma non vendete”, in sintonia con le bestemmie del mio agente immobiliare.

Dopo ho raggiunto i miei, venuti in visita per la castanyada, al Corte Inglés di Portal de l’Àngel: scimunivano un povero commesso, intento a spiegare a mio padre che  i suoi pantaloni XL erano stati presi nel reparto infantile.

Risultato: l’indepe e io abbiamo trascinato i miei in un vietnamita hipster (di solito andiamo ai cinesi sozzi), dove mio padre si è messo a sindacare sulla passione di certi asiatici per le zuppe. Gli ho ricordato che lui è l’uomo che mette il gazpacho in microonde.

All’uscita abbiamo colto gli ultimi cinque minuti della cacerolada (cassolada in català), e i miei si sono impressionati. L’indepe è andato via per un impegno, mio padre ha proposto di tornare a casa a piedi.

Risultato: in prossimità del Paral·lel, abbiamo sentito in stereofonia a un volume proibitivo l’inno spagnolo, salutato da fischi, bis di cassolada e urla tipo: “Feixistes!”, “Visca Catalunya!” (“Visca!”).

“Cambiamo strada” ha proposto papà.

“Proseguiamo” ho imposto io.

“Che succede?” ha chiesto mamma.

Sulle nostre teste, affacciata a un balcone che batteva ben due bandiere spagnole, c’era la coppia che aveva trasmesso l’inno, intenta a ribattere con veemenza agli insulti di vicini e passanti.

“Mi limiterei a denunciare per schiamazzi notturni, verrebbero pure agenti catalani” ho osservato io.

“Smettila di esporti” ha replicato papà, e si è girato a sollecitare mamma.

Lei intanto avanzava placida in quel profluvio di parolacce.

Quel suo incedere sereno, da dea olimpica, mi ha ricordato l’atteggiamento che mi piacerebbe assumere in questi giorni in cui, nello spettro dei sentimenti possibili, la malinconia è un lusso.

Poi ha confessato che non ci aveva capito niente, che credeva che l’inno provenisse da un bar e che tutta quella gente fosse unita nel criticarlo.

Anche lì vorrei prendere esempio e NON capirci più un’acca.

Per fortuna manca poco, mi sa.

 

*http://www.naciodigital.cat/noticia/77263/catalunya/tornara/ressonar/aquesta/nit/amb/altra/cassolada/contra/tc

Risultati immagini per ossigeno Ho mandato a monte la riunione di condominio.

Si vedevano solo per parlare di un soffitto crollato. Il mio. Ho già detto che sono venuti due furgoncini di pompieri a puntellare le travi?

Eppure è saltata la riunione, perché non sapevo si tenesse. Mi era arrivata la mail, in uno di questi giorni in cui non so se, tra l’indipendenza mancata e un pestaggio della Policía Nacional, mi torna a casa il “coinquilino”: l’avevo presa per una comunicazione di routine, l’ennesimo preventivo del tecnico, e cestinata. Assente io, i miei vicini non avevano niente di cui discutere.

Ma non posso lamentarmi, sapete perché?

Perché intanto mi ha contattato Tina. Che vive a Pavia in una casa non sua, fa lavoretti da niente per mantenere due figli e, se le muoiono i padroni di casa, finisce in mezzo a una via. Perché mi ha scritto? Per la solita richiesta: “Mi puoi aiutare a trovare lavoro a Barcellona? Non ne posso più di questa vita”.

Essere scambiata per San Gennaro (o meglio, per la Madonna di Montserrat) è divertente quando mi succede col ventenne indeciso tra Barcellona e Berlino: quello vuole vitto e alloggio e un lavoro ben remunerato, magari senza sapere un’acca di spagnolo. Qualcuno particolarmente attraente mi ha dato a intendere che sarebbe stato disposto a immolarsi, chiedendomi un appuntamento “per parlare”. È un mondo difficile.

Il discorso cambia se a contattarmi è Marika, che deve trasferirsi con due bimbe mentre il marito non le potrà raggiungere subito. O Angela, napoletana “emigrante” che si è vista il negozio devastato dal terremoto, uno degli ultimi che hanno martoriato il centro Italia: “è stanca di essere un peso per i figli”, e a cinquant’anni passati cerca col marito un posto da cameriera, senza parlare nient’altro che l’italiano. O il siciliano di cinquantasei anni, “ma come vedete sono giovanile”, che in un post sulla pagina che modero si dichiara disposto a fare qualsiasi cosa pur di trasferirsi, e dalle foto capisci che è per mantenere una moglie un po’ più giovane e un bimbo avuto sulla quarantina inoltrata.

Solo che adesso non posso aiutare nessuno, neanche con quel poco di consigli e contatti che possiedo, se sto così rincoglionita da scambiare la convocazione di una riunione per un preventivo di lavori. Se dimentico per la prima volta in cinque anni di pubblicare sul blog nei giorni previsti, cosa che non ho omesso di fare neanche prima di un funerale. Se mi scervello sul soffitto crollato e il coinquilino spericolato e il Primer Ministro idiota e il re inqualificabile, e il President che lasciamo sta’, come se fossero questioni che io possa controllare.

E invece tutto ciò che sono in grado di gestire è la mia calma, e quelle due cose che posso fare per Tina, Marika, Angela, il signore giovanile.

Ma è come le istruzioni di sicurezza in aereo: mai mettere la mascherina dell’ossigeno agli altri prima di averla infilata noi.

Se no, oltre a finire male, non possiamo aiutare nessuno.

 

Considerando l’ottima fama di cui godono gli indipendentisti catalani in Italia, ho pensato che, alla fine, dispongo di informazioni di prima mano da parte di una fonte a me molto vicina: il mio ragazzo! Così io, che non sono indipendentista, gli ho fatto quest’intervista a tradimento. Che espone, beninteso, un punto di vista che non troverete nei partiti più in vista del procès per l’indipendenza, ma che è condiviso dai movimenti per me più interessanti. Se come coppia “di fede diversa” siamo sopravvissuti alle manganellate del primo ottobre, e allo sciopero generale del tre, supereremo anche queste domande un po’ provocatorie. Vero?

Boh. Vediamo.

D: Ciao! Che ci fai a casa mia?

R: Bella domanda. In effetti dovrei andarmene…

D: Sono d’accordo! Ma volevo dire: cosa ci fai qui, a Barcellona?

R: Ho “terminato di terminare” [evidente spagnolismo, NdR] una tesi di dottorato, e sto cercando lavoro. Non che mi ci stia mettendo d’impegno, ma diciamo che sono stato un po’ sopraffatto dagli eventi.

D: Lavativo! A proposito degli, ehm, eventi… Come ti è venuto in mente di farti “indepe”? Mica sei catalano, tu!

R: Non è che mi sia “venuto in mente”! Sono marchigiano, mi sono formato in spazi collettivi come quelli dei disobbedienti. A livello personale, mi sono sempre focalizzato sull’anarchismo collettivista. Hai presente Malatesta, Kropotkin… [Mi sciorina un’altra decina di nomi, annuisco con aria intelligente]. All’inizio non ero interessato alla tematica indipendentista. Per me il concetto di nazione era borghese, chiuso, frutto di una tradizione inventata…

D: Quindi andavi per la retta via! E poi, che è successo? Scherzo, dai, ma sappiamo come va: spesso diventi indepe perché lo è la tua comitiva, il tuo collettivo, il tuo compagno o la compagna… Anche se noto che, ahimè, non funziona al contrario…

R: Volgari insinuazioni. Ho scoperto semplicemente che esiste qualcosa che va più in là di ciò che, anche in Italia, concettualizziamo come nazionalismo. Le ricerche condotte per la mia tesi di dottorato sulla comunità italiana in Croazia mi hanno aiutato nella scoperta di un tipo di identificazione inclusiva: cooperazione alla pari e senza esclusività con altri gruppi, in un territorio misto. L’indipendentismo è una scelta strategica, non è un fine ultimo. Non è l’orizzonte, ma l’obiettivo a medio termine. È una strategia per strutturare la vita politica quotidiana. [Mi cita un’altra sfilza di riferimenti bibliografici, di cui capisco solo “Öcalan”].

D: Ho capito, mi stai discutendo in diretta la tesi di dottorato. Dimmi, piuttosto: la Spagna, cos’ha che non va? Ci sarà pure una realtà politica spagnola che ti piaccia!

R: Cosa intendi per “spagnola”? Ti riferisci allo Stato spagnolo? Certo! Ti posso nominare tantissime realtà politiche interessanti, dai Paesi Baschi all’Andalusia. [Me le nomina davvero. Tutte]. Il giogo dello Stato spagnolo opprime tanti. Se invece parliamo di struttura statale di tale stato, la mia domanda è: perché dovremmo preservarla?

D: Pensa che la mia è: perché no? Cioè, i movimenti spagnoli sono così menomati che solo i catalani saprebbero fare ‘sta repubblica? 

R: I movimenti all’interno del territorio spagnolo sono tanti, e anche efficaci. Ma non puoi farmi questa domanda adesso! L’altra sera, il capo dello Stato spagnolo ha affermato che la polizia il primo ottobre ha agito nel massimo rispetto della legalità. D’accordo, cosa ci si può aspettare da uno che sta lì perché l’antico dittatore ci ha piazzato suo padre?

D: E vabbe’, sono pure passati quarant’anni, dalla morte di Franco e dal ritorno dei Borbone… [Questa era solo per provocare, mi dissocio da me stessa!]

R: E intanto, la maggior parte dei voti catalani va a partiti non monarchici, come succede anche nei Paesi Baschi. Nel resto dello Stato spagnolo, il PSOE ha dichiarato la sua fedeltà alla monarchia. Pedro Sánchez vede se stesso come una sorta di prosecuzione di Zapatero, mentre Felipe González è il signore e padrone dell’Andalusia. Non c’è alcuna prospettiva di trovare una soluzione democratica e repubblicana a tutto questo.

D: Però il centrodestra indepe catalano fa un po’ Lega Nord, hanno detto. Ha motivazioni economiche e identitarie, non si sa in che ordine…

R: La questione economica è molto minoritaria, nella trattazione del fenomeno. Comunque sia, tra gli aspetti rivendicativi è il più discutibile, perché in effetti presume una concettualizzazione razzista dello Stato spagnolo. Ma, ripeto, non stiamo parlando di quello. La questione identitaria è diversa. È stato Jordi Pujol, il fondatore di Convergència, a dire che “catalano è chi vive e lavora in Catalogna”. Scompare quindi il concetto di nazione a cui siamo abituati anche in Italia. Vengono destrutturate tutte quelle boiate ottocentesche schilleriane [sic] su cosa sia una nazione, e si crea una nuova identità, basata sull’identificazione personale.

D: Quindi ‘sta definizione l’ha data il fondatore di Convergència! Annamo bene! Allora, scusami, ma “dall’altra parte della barricata” come vi libererete di questo centrodestra, una volta creata la repubblica catalana?

R: Per tante vie. Alcune pacifiche. La sinistra indipendentista è arrivata in Catalogna a ottenere un’influenza importante. Perché pensi che Carme Forcadell, presidentessa del Parlament catalano, dichiari che la repubblica catalana sarà femminista? Perché ci crede lei? Speriamo! Ma se il femminismo è diventato una parola d’ordine nella politica catalana, si deve ad anni di lotte dei movimenti. Quindi si tratta di questo: conquistarsi degli spazi egemonici!

D: E ci credi veramente?

R [sguardo ironico]: Se c’è chi crede veramente che Pedro Sánchez farà fuori Felipe González, farà cadere il Governo Rajoy con una mano sola, vincerà le elezioni, convocherà l’Assemblea Costituente, costituirà la Repubblica Popolare di Spagna… Penso che la mia alternativa sia più che plausibile.

D: In effetti è molto più facile affrontare i carri armati sulla Diagonal, creare la Repubblica, portare il Chiapas in Catalogna come auspica la CUP, ed eventualmente imbracciare le armi (mamma d’ ‘o carmene!) contro i dissidenti capitalisti…

R: Hai detto bene: portare il Chiapas in Catalogna! Ben venga, se l’obiettivo è la creazione di istituzioni orizzontali basate sul confederalismo democratico. Il fine ultimo, se ci pensi, è il socialismo. È dare un contesto di economia collettivista basata sul motto bakuniano: “Da ognuno secondo le sue forze, a ognuno secondo i suoi bisogni”. [Ha poi ammesso che per una volta avevo ragione io: era Marx. Ma figurati se la frase non gli era arrivata la prima volta attraverso Bakunin].

D: Tutto questo nella Barcellona da bere? Quella dei mojitos a cinque euro?

R: Il mojito a cinque euro si può ostacolare in vari modi…

D: Col Tourist Go Home?

R: No, ma vedi a cosa sono arrivate le politiche liberiste nella città? Pensa all’aumento incredibile degli affitti…

D: Eh, appunto. Ma chi si è ribellato alla proposta di stabilire un tetto massimo sugli affitti? Solo il PP? Anche Junts pel Sí, amalgama di partiti che stanno insieme solo per ottenere l’indipendenza! Come li affrontate, questi qua? Sei proprio sicuro che ci mettiate meno tempo e sforzi che a fare una Spagna repubblicana?

R: In questo momento… perché la situazione cambia di giorno in giorno, eh… sì, ne sono sicuro. [Mentre parliamo sorvola le nostre teste un elicottero della Policía Nacional].

D: Ok, ma… Dopo tutto quello che mi hai detto, com’è il tuo rapporto coi non indepe?

R: Dipende dai non indepe! Con alcuni posso anche averci una relazione. [Lo fulmino con lo sguardo]. Se invece sono delle teste di cazzo che cantano Cara al Sol e dichiarano che il sangue dei manifestanti picchiati dalla polizia sia finto…

D: Ma con quelli non ce la farei neanch’io! Vabbe’, ultima domanda: se dovessi lanciare un messaggio agli italiani che associano indipendentisti e Lega Nord, e vedono i catalani come dei polentoni antipatici che vogliono pagare meno tasse…

R [si erge nel suo metro e novanta]: Che devo dire? Voi avete le vostre convinzioni, perché l’Italia è notoriamente un paese di dottori di ricerca in relazioni internazionali almeno quanto lo è di commissari tecnici… Voi sapete già tutto, ed è inutile che vi dica qualcosa in più. Tenetevi le vostre certezze date da supposizioni assurde, e da una conoscenza del contesto catalano che definire superficiale è ottimistico, e continuate così. Ciao!

D: Ciao!

Non gli ho fatto la domanda cruciale: sarà mai possibile, specie in questi giorni di paura e conflitto, la convivenza tra gente con idee così diverse?

VAIO - WIN_20150226_220542

Chissà cosa avrebbe risposto.