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Image result for figurine panini introvabiliMa state di nuovo tutti qua? E io che mi aspettavo che tornaste intorno a Pasqua!

È a partire da quel momento che Rambla e dintorni si riempiono di turisti, dunque d’italiani. Ma ho concluso che ora ci sarà qualche offerta speciale Ryanair, e in fondo non mi dispiace vedere l’evoluzione nazionale di ciuffi e risvoltini, e del trucco femminile abbinato alle sempre più diffuse “scarpe comode” per visitare la città. Mi compiaccio, ma attenzione a stringervi meglio quei borsoni formato pic-nic, che in metro rubano assai!

Intanto io, che magari giro in uno dei pochi cappotti sobri di Desigual, mi ritrovo a origliare le conversazioni più assurde, tra gente che dà per scontato che non la capisca.

Mi è capitato ieri sera in metro con dei ragazzini francesi, convinti che non sapessi cosa fosse “la chatte” (anche se uno mi osservava preoccupato). Ancor prima avevo condiviso il vagone con dei trentenni italiani, uno dei quali particolarmente carino. Mi piaceva quell’eleganza noiosetta ma “spontanea” che riconosco ai compatrioti, e la chioma fluente che non diventava mai criniera.

Due fermate più tardi, sono entrate molte persone da una stazione affollata, e nel subbuglio generale il mio nuovo eroe ha detto tipo: “Spostiamoci più in là, che c’è una figa!”. Ho contratto subito la faccia in una smorfia di disgusto, e l’altro dev’essersene accorto, perché si è consultato con gli amici e ha chiesto subito: “No?”. In realtà, sembrava chiedere se la figa in questione fosse tale, e mi sa di no perché, considerate la mia posizione e la scarsità di under 70 che mi circondavano, forse la fortunata vagina ambulante dovevo essere proprio io. È capitato a un’amica veramente “figa”, che ha sbuggerato dal vivo il tipo che spiegava in dettaglio agli amici cosa le avrebbe voluto combinare. Io invece ho fatto una cosa che mi capita spesso quando qualcuno mi sta simpatico a pelle: ho cominciato a giustificarlo. In fondo dai, lo faccio anch’io! A volte mi attraggono fisicamente uomini che trovo ripugnanti sotto ogni altro punto di vista: magari in quei casi mi sembrano davvero “portatori sani di figaggine”, bei corpi sotto un cervello mai usato.

Poi mi sono accorta che, ascoltando parlare italiano, avevo reagito di riflesso come facevo quando ancora vivevo in Italia. Perché l’argomento “figa” aveva scatenato una discussione tra questi miei conterranei in metro: quale delle ragazze rimediate in loco era la più “notevole”? Come fare per rimorchiarne di nuove? E io lì, con tutta la buona volontà, a chiedermi se non facessi lo stesso tipo di selezione, in quest’epoca di corpi da scartare come figurine scorrendo il dito a sinistra dello schermo. Mi sono dovuta rispondere di no: quei cataloghi in mano a me sono durati una settimana.

Ma volevo per forza continuare a trovare simpatico quel tizio dall’accento del Nord, e fare lo stesso errore di quando vivevo in Italia. Allora le mie analisi femministe si concentravano più su lavoro e relazioni stabili, mentre liquidavo le questioni di attrazione sessuale con un indulgente de gustibus: quando vedevo che anche gli amici più intelligenti parlavano di donne come di figurine Panini, pensavo che “questo passava il convento”, dunque doveva essere così dappertutto. Ero più blanda del solito pure nel criticare qualche bravo comico che, quando si parlava di sesso, diventava peggio di un barzellettiere da bar.

In effetti, nei miei primi mesi a Barcellona, due conoscenti locali dichiararono con un sorrisetto di voler ritrovare “una bella tetería nel Gotico“, e nella mia ignoranza pensai a un posto in cui la cameriera fosse particolarmente prosperosa! Una “tetteria”, appunto. E già m’ingegnavo a sorridere e a stare al gioco, prima di accorgermi che cercassero solo una sala da tè. Dunque, con loro non dovevo trovare strategie per farmeli piacere per forza. Che poi, perché “farci piacere” cose che vanno a svantaggio nostro? Il fenomeno me lo spiegò, molto riassunto, una psichiatra: perché, quando si arriva all’ o te magne ‘sta menesta o te votte d’ ‘a fenesta, preferiamo farci venir fame.

Mi fa piacere, quindi, essere diventata campionessa mondiale di salto dalla finestra! E magari fosse solo con gli italiani: era francese il tipo che nei miei mesi Erasmus, nel cesso del bar in cui stavamo, voleva “cedermi” a un compagno che me lo raccontò pure, nella speranza di propiziare tale “cessione”; era francese pure quello che, intanto che ci ammettevano in discoteca, propose di “violentare me per passare il tempo” (l’amico marsigliese gli segnalò troppo tardi la “gaffe”). D’altronde, amici olandesi mi hanno sorpreso per certe idee antiquate sull’opportunità per le ragazze di “concedersi o meno”, e certi bulletti pakistani del Raval mi sembrano la versione ancora vergine dei miei compaesani in motorino. Davvero, come fanno gli italiani a parlare del “maschilismo dei migranti”. Magari vogliono l’esclusiva delle figurine Panini…

Fatto sta che quella iberica è terra di manadas, ma anche di donne e uomini che contro i branchi scendono a migliaia in piazza, e, come dico spesso, sono i miei alunni a protestare per un paragrafo machista del libro di testo, o a lamentarsi perché il fidanzato della sorella lascia che i servizi li faccia lei.

Dunque non mi resta che scendere alla prossima fermata, lasciando i maschi alfa di turno al loro tristo album di figurine Panini. A sentirli, in tanti confessano di sfogliare inutili vagine ambulanti in attesa della loro figurina “introvabile”, o così gli piace credere: quella che sia degna di portare in grembo i loro figli, tra cinquant’anni o giù di lì, e li faccia morire “senza mai stirarsi una camicia” (semicit.).

A questo punto, però, auguro alla Pizzaballa di turno di non farsi trovare mai.

 

 

 

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Image result for cristina d'avena sanremo Non posso neanche dire che “non ho la televisione”, perché ne ho due. Solo che stanno in parti della casa che ho già affittato, o almeno erano lì l’ultima volta che ho controllato: a giudicare dalle ultime bollette di luce e acqua, saranno state sostituite da una piantagione di marijuana e da una piscina olimpionica.

Fatto sta che Sanremo l’ho seguito mio malgrado attraverso i commenti Facebook, e quest’anno non me ne teneva. Quando sono in Italia magari lo vedo dal televisore dei miei, consapevole del fatto che gli altri canali riescano a fare peggio, ma stavolta mi chiedevo: “Come si fa a seguire Sanremo quando c’è Netflix?”. Una delle risposte possibili era racchiusa in commenti di uomini che giudicavano l’aspetto fisico delle cantanti in gara o comunque presenti lì, che a quanto ho capito erano: Patty Pravo e Ornella Vanoni (considerate ormai “inchiavabili”, semicit.), una gettonatissima Paola Turci, e un’Anna Tatangelo che doveva essere particolarmente scollacciata, perché si è beccata anche un “Ma come ti vesti!” (ma non da uomini etero). Ah, e Cristina D’Avena, ormai il sogno degli ex bambini che, come ultima fidanzata non a pagamento, si sono fermati a Sailor Moon. Ma il problema è diffuso, a giudicare dagli accostamenti tra le signore di cui sopra e YouPorn, e dalla nonchalance con cui questi commenti erano offerti, come se fossero equiparabili alle battute sull’onnipresenza di Baglioni. Ma suppongo che la mia sorpresa, e la considerazione che io non sto a misurare il pacco di Mahmood, siano da ascrivere al vituperato “politicamente corretto” *. E magari pure all’ideologia GIENDER!11!, sbandierata come spauracchio anche a chi si chiede perché una cantante debba essere “il buco con la voce intorno”.

Infatti c’è poco da scherzare, so che in Italia ci sono “filosofi” che credono che tale ideologia esista davvero, così come ci credono i loro contestatori. E qui non è più ideologia, ma proprio ignoranza. Per cui ho deciso di riportare quanto dice il signore qui sotto, che non avendo la televisione nella mia parte di casa (va meglio così?) non conoscevo: è il critico televisivo spagnolo Roberto Enríquez, in arte Bob Pop. A quanto pare la bufala del Gender è arrivata anche in terre iberiche, quindi lui, nel video che potete ammirare a fine post, ne fornisce la descrizione che traduco qua:

A me quando questi maschioni 100% parlano della “tirannia dell’ideologia di genere” fanno venire voglia di spiegargli qualcosa che forse non capiscono. Cioè, che il maschilismo sì che è un’ideologia di genere. Difatti è l’ideologia di genere mainstream, tutto il resto è residuale. Il problema è che qui, quando parliamo di ideologia, diciamo sempre che lo è ciò che non fa parte dell’ideologia dominante. Mi spiego. Immagina che stai a casa e vivi accanto a una centrale elettrica che ha un fischio costante, un rumore tutto il tempo, e a qualcuno in casa tua cade una tazza. E dici: “Ehi, un rumore!”. No, no, il rumore è quello che hai nelle orecchie tutto il tempo, non solo quello della tazza che si rompe. Ecco cosa succede con l’ideologia dominante, che è questo rumore costante, ma identifichiamo come ideologia solo quello che in un determinato momento suona come un rumore differente. Questo mi sembra più importante. E l’educazione alla mascolinità tossica e al maschilismo ha molto a che vedere con quest’ideologia di genere dominante. Tengo a precisare che a me tutta la questione della virilità interessa molto, per ovvie ragioni!

Qualcuno lo propone come presidente del governo della Galassia. Io comincerei col farne il prossimo presentatore di Sanremo. È la volta buona che spodesto i coltivatori di marijuana dell’altro lato della casa, e mi immergo in piscina a guardarlo.

 

* E io che, a questo punto l’avrete intuito, pensavo banalmente che i miei alunni scopassero. Quelli catalani under 30 che, con una laurea in ingegneria o un diploma in discipline sportive, mi dicono “Ehi, che titolo machista!” di un articolo in italiano sulle donne che sono costrette a lasciare il lavoro salariato per stare a casa coi figli. Oppure definiscono “un Cromagnon” il personaggio del libro di testo che si definisce geloso e desideroso di avere più soldi della sua donna (desiderio che, posso garantire, non solletica solo i Cromagnon). Scherzi a parte, quelli a Maiorca facevano il gioco della bottiglia coi baci sulla bocca, da ragazzini! Con la lingua, proprio, tutte le ragazze con tutti i ragazzi. Chi glielo dice a Papa Francesco? Che poi, quando propongo a quelli di qua di prenderselo loro, mi rispondono che me lo posso tenere caro caro, anche perché di solito l’accento di Buenos Aires non piace neanche agli argentini.

Nessun testo alternativo automatico disponibile. Con voi che mi leggete (grazie!) la buona azione di Natale la faccio ogni giorno: non mi lamento. Non vi confesso quanto schifi anch’io l’inverno, fosse solo per gli strati su strati che devo frapporre tra me e le mie braccia: infatti aspetto con ansia l’invenzione di una “bolla termica” isolante, che mi faccia andare in giro nuda a dicembre, e già che ci siamo m’impedisca di baciare mezzo mondo a Natale… Ah, ecco, per esempio: cerco di non stracciarvi troppo le gonadi su quanto schifi le feste! Ma dalla lettura di vari post ho scoperto che noi migranti, e in particolare noi terroni fuori sede, non siamo sinceri su questo punto! Ovvio che devono piacerci le seguenti cose:

  • la nonna che scodella struffoli ogni minuto! Anche se mia nonna si prendeva in giro da sola su quanto cucinasse male;
  • ingozzarci di specialità risalenti a un periodo in cui questo avevamo, e questo cucinavamo (e perfino Alessandro Siani è d’accordo con me);
  • parenti e amici di famiglia (ma quelli sono universali) che ci fanno “bonariamente” tutte quelle domande ottuse sulla nostra vita privata, invece di farsi i fatti loro.

È per questo che, dichiarandomi fedele seguace di Pulecenella e di Funiculì Funiculà (che spiegava a Troisi che Napule nun adda cagna’), propongo alle donne in ascolto un giochino per far fronte a quest’ultima piaga. Tradurremo liberamente i “botta e risposta” in catalano dell’immagine postata, omettendo quelli che mi sembrano meno divertenti. In corsivo scriverò le mie risposte alternative. Attendo le vostre!

Ancora non sei sposata? 

  1. No, vado di fiore in fiore.
  2. No: non ho né marito, né figli, né voglia di ascoltarti.
  3. No, ma ti prometto che stasera vado allo struscio solo per rimediare.

Ma vieni conciata così al pranzo di Natale?

  1. Ma vieni a rompere le semenzelle anche al pranzo di Natale? (Ok, questa traduzione era molto libera.)
  2. Dici che faccio ancora in tempo per un look gotico?
  3. Eh, col freddo che fa qua dentro, in minigonna e calze a rete non potevo. Ma gli infissi ve li ha montati il nonno di Garibaldi?

Non dire questo a papà / a nonno / a [amico fascio di nonno] perché si arrabbia…

  1. Veramente? E pensare che qua fuori c’è un esercito di femministe armate di torce e forbici tagliapene che aspetta solo che dica: “Al mio segnale, scatenate…”.
  2. (Starnuto) Scusa, è che sono allergica ai commenti di merda.
  3. Sarò muta come un pesce! (Caccio la lavagnetta e i colori e gli vado a fare un disegnino.)

E quando avrai dei figli? Guarda che non fai in tempo, perdi il treno!

  1. Li avrò per quando avrai smesso di chiedermelo.
  2. Non ho bisogno di figli, mi occupo già di tutte le domande che nessuno ti ha richiesto stasera.
  3. Anche i tuoi neuroni non hanno fatto in tempo, eppure sei qui.

Dici così perché sei giovane…

  1. Tranqui, dirò la stessa cosa quando avrò la tua età.
  2. Dici così perché sei vecchio (o vecchia).
  3. Dici così perché non hai un cazzo da fare.

Ma che ci hai, il ciclo?

  1. Sì. Vuoi vedere?
  2. No, sono in menopausa, ricordi? Ho perso il treno!
  3. In effetti ho bollito la coppetta mestruale nella pentola della minestra. Era buona, vero?

Se non sanno cosa sia una coppetta mestruale (d’altronde in certi ambienti anche il Tampax è visto con sospetto) riprenderei la lavagna del disegnino. In ogni caso, anche senza la corrispettiva domanda, mi terrei l’ultima rivelazione per quando comincia la tombola. Così, almeno quest’anno, non sentiremo lo zio simpatico dichiarare “Ambo!” al primo numero.

 

L'immagine può contenere: una o più persone e testo

Secondo me no :p . (Visitate la pagina Facebook “Man who has it all”!)

Natale 2008: vado a consegnare un regalo a un’amica di famiglia. La trovo in stato confusionale mentre vaga per la sua cucina carica di cibo, tra il forno ormai spento e le pentole inerti sul fuoco. Nell’altra stanza, tutti gli uomini della sua famiglia sono davanti al televisore, mentre le nuore cercano d’inseguire i numerosi marmocchi. Ogni tanto se ne affaccia una per far notare, con discrezione, che il suo pargolo ha fame: potrebbero organizzare un pranzo veloce almeno per i bambini? La padrona di casa dà risposte inintelligibili. Vado via incerta se farla visitare da mio padre, che mi ha accompagnata.

Natale 2018: un amico mi spiega candidamente che ha già ordinato il pranzo del 25, perché non vuole che sua madre “muoia tra i fornelli”. Non ero sicura fosse possibile, dalle nostre parti, ed esulto non poco.

Scrivo questo perché ho visto due post in un giorno solo sull’eroismo delle mamme del Sud, più organizzate di Mary Poppins e paragonabili persino alle dee mitologiche. A parte che sospetto che le mamme del Nord non siano così diverse (posso aggiungerci un “ahimè”? È Natale!), io riconosco sul serio l’eroismo al profumo di pizza c’ ‘a scarola che invade la casa da qualche giorno prima, e lo sforzo che fanno queste donne nell’unire intorno a una tavola: i ragazzi che sono rimasti a inseguire un lavoro precario; quelli che se ne sono partiti per avercelo sempre precario, ma in un’altra lingua; i parenti più anziani che vogliono meno panettone e più mustacciuoli; i nipotini che vogliono più pandoro e Nutella e meno capitone…

A queste impavide dovrebbero dare una medaglia al valore il 7 gennaio! Però m’importa molto che le loro figlie e nipoti possano scegliere se seguire questo modello di abnegazione, fondato tutto sull’amore incondizionato, o provare altri percorsi di condivisione del lavoro, di riconoscimento di sé, fondati su un’autostima che non si misura nei chili di menesta ammaretata che riescano a scodellare a venti persone.

È per questo che cercherò di condividere con voi alcune delle campagne più interessanti che ho trovato nel mondo iberico (chiamiamolo così) perché ciò sia possibile.

Per il momento, buon panettone, e per lavare i piatti fate un po’ a turno!

 

 

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“Quando la tua insalata ti racconta le barzellette”

Nell’eterna sindrome premestruale che è la mia vita, vi confesso un’idiosincrasia di più: il mio fastidio per l’insalata.

Adesso non mi riferisco alla pietanza in particolare, anche se è vero che io sono la schifezza dei vegani, e la detesto quasi quanto la frutta.

In questo caso parlo però dell’insalata che vendono in quei bar carucci in tutti i sensi (ma sempre meglio di Starbucks) in cui vado a prendermi i miei tè intrugliosi e a scrivere, il pomeriggio.

Le mie orecchie vengono affinate in modi strani dai mastini premestruali che mi dilaniano la pancia, e sono dunque molto sensibili al raspare di forchetta in piatti finto-rétro: è l’inequivocabile ricerca delle ultime foglioline unte, sfuggite ai denti d’acciaio. Quelli della forchetta, non della cliente. Che spesso è sola, seduta su un cuscino imbottito, col culo ben coperto da maglie “strategiche” di cui, a mio modesto parere, non avrebbe bisogno neanche se seguisse alla lettera le norme della pressione estetica.

Tra un momento pagherà dai sei ai dieci euro quell’insieme di verdure crude che, al supermercato, avrebbero superato l’euro solo se fossero state “gourmet” (?). Lo so che in un locale come quello paghi anche il condimento (che di Gourmet ha solo la marca discount dell’olio), la playlist stilosa, le lucine da party inglese, e un po’ addirittura il personale: ma che ci volete fare, quando accanto a me si siedono degli uomini è quasi sempre una festa. Mi arriva odore di pizza. Di lasagna. Roba che o si mangia con le mani o si taglia di netto, senza raspare. Scrivo contenta anche se già so che, 9 su 10, di pizza e lasagna quella roba avrà giusto l’odore.

In compenso, difficilmente mi si siede accanto un uomo con un gelato alla fragola. O al mirtillo. Non so neanche se ne sono coscienti, del curioso spettro di colori spenti che accompagna i loro gusti, e d’altronde la mia esperienza non ha valore statistico.

Comunque, tranquilli: anche se i mastini dovessero cominciare a maciullarmi le ossa, non prenderò mai una pistola per costringere le clienti del bar a ordinare pizza e lasagna, e gli uomini in sala a gustarsi il gelato ai mirtilli.

Però continuo a sospettare che, nelle piccole e grandi questioni, potremmo imparare un sacco gli uni dalle altre. Perché non si tratta di costringere l’altro a privarsi delle stesse cose nostre: siamo noi che dobbiamo godere in egual misura di quelle altrui.

Io, nel dubbio, torta al cioccolato.

 

A Marsiglia scatti foto indisturbata :)*

Dai, scambiamocele come le figurine Panini!

Le mie mi sono venute in mente ieri, mentre pensavo che Marsiglia, a parte un vecchietto col bastone, due hipster e un tizio che mi ha invitata a salire in macchina, si è rivelata più tranquilla di Parigi, dove sono stata fermata di continuo e inseguita cinque volte: in quattro casi dalle stesse persone, e in uno da una sorta di baby-gang, che si è appostata fuori al supermercato in cui mi ero rifugiata, mentre il mio “spasimante” mi tampinava tra gli scaffali**.

Per questo e altri casi, ecco la mia top 5 dei metodi per lasciarmi dietro questi inqualificabili!

5. Prenderli a male parole. Questo metodo sottile si basa sul principio per cui, in certi casi, “non fare niente” è peggio di esporsi a un possibile pericolo. Da tentare soprattutto se ci inseguono e ci sono altre persone in giro. L’inconveniente: non sappiamo come l’altro reagirà, e l’empowerment è buono e caro finché non dà per scontato che abbiamo voglia di litigare ogni giorno. Il consiglio: in caso d’inseguimento, una buona alternativa “muta” è aspettare che altri passanti ci si accostino, per poi fermarci di botto, con sguardo di riprovazione. L’altro, improvvisamente guardato da tutti i presenti, proseguirà per la sua strada. Se non lo fa, seguiremo noi quella degli altri passanti.

4. “I don’t hablo tu idioma”. Questa dovete dirla di fretta, e filare via prima che il rattuso capisca cosa gli state raccontando. L’inconveniente: “Do you speak English?”. Il consiglio: a questo punto passate al napoletano, anche due parole basteranno.

3. Fingere di bussare al primo campanello. Questa l’ho fatta quando proprio mi sono detta “Vi ho voluti bene”. Tipo in paese, quando temevo rapine, o a Trapani, con un tizio che, dopo avermi detto qualcosa d’incomprensibile, mi ha seguita per tutta una salita deserta e arroventata dal sole. Quando mi ha visto fingere di bussare alla prima casa, se l’è filata. L’inconveniente: spero che gli occupanti della casa non abbiano avuto fastidi, ma oh, da quel viaggio volevo tornarci. Il consiglio: giratevi di 3/4 per vedere se funziona e, se non è così, bussate davvero.

2. Evitare il contatto visivo. No, non è il “testa alta e occhi bassi”, e non lo amo come stratagemma, perché sono più per l’occhiataccia che li fa ironizzare: “Oooh, attenti che morde!”. Però confesso che mi ha aiutato in casi tipo: intera spianata di giovani uomini che, se non dicevano niente a ogni donna che passava, facevano “la figura dei ricchioni”. L’inconveniente: potrebbero seguirvi offesi perché non li avete nemmeno guardati, ma a questo punto ricorrerei allo stratagemma 4. Il consiglio: mostratevi intente a osservare strade e panorami. Ma date l’aria di sapere benissimo dove andare!

1. Sfanculare con dolcezza. E adesso rileggetelo immaginandovi cuoricini sparsi e orsacchiotti pucciosi. È un misto della 2 e della 4, con in più due parole appena sussurrate: tipo quella cosa che biascicate al posto di “condoglianze”, e i parenti del morto vi ringraziano lo stesso. L’idea è guardarlo un secondo, fare un sorriso rapido e dire qualcosa d’incomprensibile che suggerisca che: a) dovete andare con urgenza da qualche parte; b) in ogni caso, non parlavate la sua lingua; c) e comunque non c’era trippa per gatti. L’inconveniente: tutto questo è ridicolo, lo so. Se lo pensate anche voi, utilizzate pure il numero 5, con gli accorgimenti del caso. Il consiglio: se però andate di fretta, non c’è niente di meglio.

Il principio è: per loro siete uno specchio. Io stessa, per una sorta di scommessa “se vado io da quello che mi piace vai anche tu dalla tua”, ho abbordato in un locale: in quel caso era più che evidente che fossimo lì per divertirci e, magari, conoscere gente interessata a noi. Ma per pensare di potervi fermare con parole esplicite in strada, territorio in cui tra uomini ci si scusa anche solo per chiedere l’ora, devono credere di aver le idee molto chiare su quanto siate disponibili (a volte bastano le caviglie scoperte). O su quanto gli metterete i bastoni tra le ruote, facendoli sentire, in caso di successo, dei veri sciupafemmine.

La numero 1 non smentisce apertamente le loro ipotesi, ma vi permette di andarvene in fretta per la vostra strada.

Perché, come si diceva sopra, a volte vogliamo solo far valere il nostro diritto di andare dove vogliamo, senza che nessuno ci rompa.

In attesa che si verifichi anche la seconda condizione, buona estate! Viaggiate tanto in barba a chi vi vuole in casa “perché fuori è pericoloso”.

E imparate il napoletano!

(Una grande che sfotte un classico)

 

*Foto scattata seduta sul molo del porto vecchio, un anno dopo aver tentato invano di fare altrettanto, indisturbata, sui canali del XIX arrondissement di Parigi. Mi è riuscito solo una volta, ma la colonnetta a cui ero appoggiata puzzava di piscio.

** Peraltro, l’unico dalla pelle nera era un evidente squilibrato, il che mi porta a pensare che forse, nel curioso galateo del latin-lover europeo, non tutti hanno il “diritto” di stalkerare e passare per “uno che chiede soltanto, è che voi donne del sud d’Europa non siete aperte come quelle del Nord”. Se la pensate così e capite lo spagnolo, guardatevi questa conferenza sul mito della svedese e il latin-lover iberico. E continuo a non capire come faccia, chi si mobilita contro il razzismo, a non farlo anche contro il sessismo (scusate la parolaccia).

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Se qualcuno ruba un fiore per te… Chiama la polizia!

Si potrebbe chiamare anche “perché mi sento spesso a disagio nei gruppi di soli uomini”.

Non fingerò che succeda solo in Italia, o dovrei dimenticare il compleanno pieno di maestri uruguaiani del sarcasmo che elargivano perle tipo “La tua datrice di lavoro è nervosa? Scopatela!”. Tra esilaranti osservazioni su come suonasse in spagnolo “sfogliatelle” (follar è scopare), e il classico “Sei più bella senza gli occhi fissi sul cellulare”, aspettavo che si facesse un’ora decente per squagliarmela, e intanto cercavo il meno peggio con cui conversare. Che poi era uno che aveva partecipato al mio stesso concorso letterario, scoperta che lo aveva portato all’ovvia conclusione: “Allora andiamo di là, no?” (in italiano, che fa ridere di più). In effetti era un bel sollievo, scoprire che almeno uno, lì in mezzo, sapesse scrivere. Ma la mia gratitudine verso la vita finiva lì.

D’altronde, nei miei primi mesi a Barcellona, avevo ascoltato un tizio spagnolo che raccontava un avvincente dopocena con turiste come una visita a un bordello con buffet libero, con tanto di appelli via SMS agli improvvidi amici rimasti a casa: “Vieni che si tromba!”. All’intramontabile domanda “Perché a voi italiane è così difficile scoparvi?”, m’era venuto da rispondere: “Nel tuo caso sarà perché a squallore siamo a posto, non ci serve niente”.

Non avrei certo ripiegato sull’uscita “di sole donne” che una ragazza messicana mi proponeva, per scapparcene dalla palude di francesi ubriachi in cui ci eravamo ficcate: mettiamoci tutte in tiro, suggeriva lei, e sediamoci al bancone di un bar. Di bei ragazzi ne troveremo a decine, verranno a offrirci da bere. Era finita che io avevo detto adieu ai francesi, e lei si era sposata il più ubriaco.

È per questo che, nonostante ne intuisca la sostanziale utilità (dopotutto studio il GENDER!11!1!), i gruppi dello stesso sesso li lascerei a occasioni speciali, e collettivi appositi.

Però c’è da dire una cosa: nella provincia denuclearizzata a Nord di Napoli mi capitava spesso di essere l’unica donna, nei gruppi che frequentavo: “Io glielo dico, ai ragazzi: una sola donna hanno, nel giornale, e dev’essere così?” (poi il tipo mi chiese se mi ero offesa). Così come? Senza zizze, suppongo. Un altro compagno mi chiedeva proprio, all’uscita dal bagno: “E le tette?!”. Ma con faccia allarmata, come se le avessi dimenticate sulla tavoletta del cesso. Ovviamente lui aveva il fisico dei crocchè di Di Matteo, e io, nonostante questa grave malformazione del busto, a qualcuno piacevo: infatti si rifiutavano di farmi una foto abbracciata ad amici meno stronzi, per non “mancare di rispetto” all’interessato. Sto parlando degli anni 2000, eh, non dei ’50.

E non potevo neanche prendermela troppo, spiegava l’unico che interessasse a me (e che ovviamente nun me se filava): di questi simpatici umoristi, uno aveva perso i genitori, un altro non aveva lavoro, un altro ancora veniva da “un contesto difficile”…

Era un contesto da piccola città a pochi chilometri dal mio paesone, che per certi versi era addirittura più moderno di quella roba lì. Roba che prima di andarci a fare una pizza guardavano il mio migliore amico e ingiungevano: “Prendi la macchina”. Al che precisavo: “Siamo venuti con la mia”. E allora: “Ma guida lui, vero?”.

Il mio status di “donna che accettava di stare con uomini” mi precludeva scappatoie che le altre, amiche e fidanzate di chi le lasciava a casa per uscire con noialtri, potevano giocarsi: una comprensibile indignazione verso determinati energumeni, e un certo diritto a richiamare all’ordine l’amato bene, che spariva per concedere alla fortunata un po’ di tempo “da soli”. Io ero orgogliosa, lo ammetto, di “tener testa” a questi senza essere considerata una bambolina di porcellana (d’altronde, s’è detto, non ne avevo le sembianze incantevoli). Ma tra i vari svantaggi c’era quello di “dover stare al gioco”.

Per esempio, dovevo ridere molto. Se a una festa terrona con tanto di paste dicevo “Uh, mi piacciono i cannoli!”, mi si rispondeva “Ah, davvero?”, e dovevo fare un sorrisetto con aria superiore, come mi aveva insegnato mamma. Se facevano doppi sensi che sarebbero stati scontati alle elementari, l’idea era “rispondere con ironia”, o “metterli a posto”.

Poi sono venuta a vivere qui, che non è il paradiso, ma la gente scende in piazza in migliaia se violentano una in gruppo, e l’8 marzo è festa grande (in senso lato), anche senza spogliarellisti più interessati al buttafuori che al pubblico urlante (che si prende il suo giorno di Carnevale, prima di tornare a “farsi desiderare”). E allora ho capito una volta per tutte che ridere, in fondo, non è necessario.

Quando m’insultano, mi sminuiscono, mi trattano come un essere umano di serie B in nome delle tette non possiederei, o della figa che non “elargirei” come se piovesse, o del semplice fatto che non sappiano loro come trattare una donna da non mettere su un piedistallo… Quando mi capita tutto questo, non ho nessuna voglia di ridere.

E non è che “non so stare al gioco”, “non mi faccio una risata”, o “mi prendo troppo sul serio”.

È perché loro non fanno ridere. Perché possono anche smettere di restare in attesa che li chiamino da Made in Sud: perfino lì, li metterebbero a pulire i cessi.

Pazienza se il simpaticone di turno ha perso entrambi i genitori, gli animali domestici e il cincillà da passeggio in un brutto incidente, o viene dalla stessa famiglia della Piccola Fiammiferaia.

Questo sarcasmo triste che vedo in giro, specie in Italia, è troppo diffuso e scontato per diventare ironia, per cambiare cose, per smuovere altro dall’ego represso di chi lo utilizza. Rispediamolo pure al mittente senza paura di non saper “stare al gioco”.

È che noi, semplicemente, giochiamo con altre regole. Fondate addirittura sul rispetto, e sulla vaga idea che questi Lenny Bruce de Capalbio devono cercare altri mezzi per risalire dall’abisso squallido in cui si ritrovano.

Quando tutto viene meno, possono sempre farsi una risata.