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Anche se è un tweet, scrivo dove l’ho trovato: http://www.giornalettismo.com/archives/2642237/tutti-meme-della-pubblicita-pandora

Ho visto cose che voi umani… Ho visto un tizio alto un metro e una vigorsol, con quello che Alessandro Siani definirebbe senza indugio ” ‘o fisico d’ ‘a tracchiulella“, che faceva notare alla sua ragazza di essere “piuttosto ingrassata” o “forte di fianchi”.

Ricordo inoltre un tizio a una serata che, mentre sedevo al tavolo dopo una visitina in bagno, mi ha guardato con aria allarmata e chiesto: “E le tette?!”, con la voce di chi stesse segnalando un furto. Dovevano essermi cadute dove lui aveva perso l’umorismo.

Per non parlare delle situazioni in cui la più brillante, e magari la più giovane, è lei: mettiamoci anche un po’ di “differenza sociale”, ancora così importante per qualcuno, e davvero, armatevi di cuffiette o mettetevi a giocare al cellulare, perché uscire con una coppia così significa assistere a un costante dispiegamento di sarcasmo distruttivo, con lei che si limita a sorridere. Perché si sa, se ti permetti di dire “a” arriva subito l’esortazione: “E fatti una risata!”.

Momenti di grande simpatia, lo so, ma è questo lo sfottò selvaggio che scandisce la mia forma primitiva di relazionarmi (e gli amici di altre provenienze, o anche del paesello limitrofo, si offendevano pure, quando lo facevo con loro). Non m’illudo affatto che sia una caratteristica delle parti mie, ma diciamo che lo zelo che dedichiamo noialtri all’impresa facilita lo studio del fenomeno. Trovo che questo continuo denigrare “per scherzo” riveli una costante, e a tutte le latitudini: l’idea di dover sempre “dimostrare” all’altro che è stato fortunato a incontrarci.

Dovrebbe anzi ringraziarci, per due motivi principali:

  1. non avrebbe trovato nessun altro “tanto generoso” da accettarne i difetti (e so che non è l’intenzione iniziale, ma tanti scherzi sembrano andare a parare lì);
  2. siamo delle perle rare: il “bravo ragazzo” che pensa di meritarsi amore eterno solo perché non ti ha chiamato “befana” al primo appuntamento; la “ragazza seria” che al contrario delle altre che “si truccano e siliconano” crede ancora nei vecchi valori. Peccato che gli uomini siano “intimiditi” da ragazze così, e si cerchino sempre le “gattemorte”, come sosteneva anche una nota scrittrice con tante belle parole. Poi si lamentano perché l’inglese è una lingua concisa: in effetti, “slut shaming” si dice in un attimo.

Ma la denigrazione costante verso le donne è un fenomeno particolarmente curioso, che  in spagnolo rientrerebbe in parte nel concetto di “presión estética“: ma come, hai i peli sulle gambe? Ma come, non ti trucchi? Passa l’idea per cui, così come siamo, non saremmo degne neanche di uscire di casa. Da qui i push-up, e il tacco 12 (o giù di lì) per cui vanno pazze le ventenni di Casa Surace, mentre le trentenni si comprano la batteria di pentole (…). Se sono scelte nostre fantastico, specie perché moriamo tutte dalla voglia di automozzarci il respiro, o di trasformare sei metri reali di marciapiede in dodici “percepiti” di marcia sui trampoli. Ma quanto possiamo scegliere, se ci riteniamo cessi a pedali senza nessun’altra caratteristica che possa compensare questa terribile mancanza iniziale?

Alcune relazioni sono dei costanti dialoghi con noi stesse in cui ci chiediamo se siamo “degne” di esistere. Nell’unica forma che alcune di noi conoscono: cercare qualcuno che ce lo dica. Uno che, per esempio, non ci regali un ferro da stiro o un grembiule, ma riconosca la bellezza come parte integrante della nostra femminilità, e con un astuccio portagioielli studiatamente minimal risponda: “Sì, dai, puoi andare”.

Qui mi sento di farvi uno spoiler quanto una casa: finché non rispondete “sì” voi, non ci crederete. Spero lo sappiate già, ma hai visto mai. Ve lo potranno scrivere in cielo con un aereo, ma non ci crederete.

Anzi, vi circonderete di tizi che sembreranno nati apposta per dirvi “no, non vali niente, ringrazia il cielo che ci sia io con te”.

La questione va al contrario: prima vi date l’autorizzazione di esistere, e poi, se proprio vi va, trovate qualcuno (o qualcuna) che sia felice di esistere insieme a voi.

Insieme, non al posto vostro.

E se tra tutti e due avete sessanta euro da spendere, ascoltate una cretina: “mangiateveli”!

Oppure compratevi un essiccatore.

Ah, farebbe felice solo me?

Oh, de gustibus.

 

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Da http://www.siporcuba.it/mir-68.htm

A volte le parole hanno vita propria, e lo rispetto. Continuo a dire “ambaradan” nonostante il termine nasca da una strage in Etiopia, di quelle che gli italiani brava gente sono stati così veloci a dimenticare. Così come dico “in bocca al lupo” e, se lo augurano a me, rispondo “crepi”. Una napoletana non si fa fessa, sulle espressioni apotropaiche: l’Accademia della crusca mi ha confermato che il significato iniziale era scaramantico. Confesso che se finissi in bocca a un lupo mi ritroverei a desiderare, in effetti, che crepasse.

Però ci sono espressioni, tic linguistici, o anche solo modalità di formulazione delle frasi, che mi sembrano inopportune. Pazienza se il mondo le usa, io non lo farò.

Per esempio, ultimamente mi sono imbattuta in varie occasioni nel luogo comune per cui, per “rimorchiare” una ragazza di sinistra, devi citare questo o quel filosofo o, in epoche letterariamente più modeste, qualche cantante indie italiano. A un seminario, un giovane ricercatore greco spiegava che a fine anni ’60, tra l’opposizione studentesca alla Grecia dei colonnelli, si diceva che chi non avesse letto Marcuse non avrebbe mai conquistato una donna. Gli Hipster Democratici scrivevano una cosa simile sulla loro pagina a proposito di qualche complesso indie che mi sto disgraziatamente perdendo (mi bastano Pa-pa-pa-pamplona e le sue – sempre più scheletriche – ballerine).

A Savastano la perdono, la frase “S’acchiappa malamente con quest’indie”. Per il resto, invece, badate bene: anche in piena area “zecche”, che immagine emerge delle donne? Vagine ambulanti che devi attirare in una rete, come il lepidottero che evocano, con qualsiasi mezzo. Perfino la citazione filosofica, o musicale. A giudicare da un documentario che ho visto, se ne lamentavano le stesse lettrici di Marcuse negli anni ’60, quando intervistate dicevano: “Qua se non la dai a tutti sei una borghese retrograda”.

In tempi meno impegnati c’è sempre la carta “nipotino”. Uno degli esseri più infelici a cui mi sono accompagnata, ed è una gara degna di finire alle Olimpiadi, mi ripeteva come un mantra che quell’estate sarebbe andato ad “acchiappare” in spiaggia con suo nipote in braccio. Eravamo in quella linea d’ombra tra relazione stabile e scopamicizia che mi fa quasi riconsiderare i matrimoni combinati. Ed era uno scherzo, il suo, ma è curioso che si senta ancora l’esigenza di scherzare sulle donne come se fossero bambine da attirare con dei dolciumi.

Per non parlare di un motto che ho ascoltato nelle mie rare incursioni nella cosiddetta Napoli bene: “mai con la sorella di un amico”. Perché? Beh, per rispetto all’amico e alla sorella (in quest’ordine). D’altronde, “Salutame a soreta” è un insulto d’annata. Allora andare con una equivale a non rispettarla? Il sesso è ancora visto come un modo di degradare la donna? Le sorelle sono ancora “proprietà” dell’amico e baluardo del suo onore? Ma che davero?

Che vuoi farci, obietterete. Mezzo mondo usa queste espressioni, dal significato ben più evidente di “ambaradan” o “in bocca al lupo”, e magari con più leggerezza che convinzione. Non sarai tu a farle rimuovere, mi dirette.

Ok, ma non sarò neanche io a usarle. Non considererei mai un uomo come un cavallo da attirare con uno zuccherino, e se un uomo non facesse altrettanto con me non m’interesserebbe nemmeno. So che amore e sesso ci rendono incredibilmente insicuri, ma se guardiamo all’attrazione e al desiderio come appetiti da soddisfare a qualsiasi costo, li rendiamo sempre più “cari” e meno piacevoli.

Sarà che vivo in un posto che dà molto peso a tutti gli aspetti della questione di genere, linguaggio incluso, e su questo argomento sta facendo un lavoro fantastico.

Ma possiamo arrivarci anche noi, eccome se possiamo.

 

Risultati immagini per italiani all'estero Le riconosci subito. Non c’è bisogno di sentirle parlare spagnolo coi pronomi sbagliati. Mi riferisco alle italiane che Barcellona ci vengono “per caso”: non per un progetto di vita o per ragioni politiche, ma per una borsa di studio, per un trasferimento di lavoro, o magari per seguire un uomo.

Lungi da me dire che siano tutte uguali, eh.

Mi limito a fornire un elenco di possibili frasi identificative sui social, con le risposte consigliate:

  • “Devo andare a un aperitivo, ma ho paura di uscire di casa da sola. Qualcuno potrebbe accompagnarmi?” [Quindi per paura degli sconosciuti ti va bene che ti scorti un perfetto sconosciuto, purché italiano]
  • “Qualcuno conosce un’estetista italiana? Help!”. [Perché le autoctone la ceretta te la fanno a zig zag]
  • “Vorrei fare lo scambio linguistico, ma preferirei con una ragazza, con un uomo non so cosa mi potrebbe succedere”. [Se lo incontri in pieno giorno in un bar affollato, ti succederà una cosa terribile: dividerete il conto del caffè a metà, centesimi compresi!]
  • “Vorrei fare lo scambio linguistico con una ragazza perché al mio ragazzo di Poggibonsi che dico? Che vado a incontrare un uomo “per farci lezione”?”. [Sì, ma prima assicurati che abbia posato la clava]

Tutte domande che per me ne tradiscono una sola, grande quanto la Sagrada Familia: come me la cavo per conto mio dopo che mi hanno insegnato che non posso? Partendo da una premessa vera (le donne sono più esposte degli uomini ad attacchi sessuali e violenze) per arrivare a una conclusione sospettosamente sbagliata: le donne devono aver paura di tutto.

E nella paura di quelle imbattutesi nella situazione di dover fare ciò che temono, vedo tutte le contraddizioni di questo precetto un po’ ridicolo.

Allora dico loro: vedrai che ci farai il callo. Che andrà tutto bene. E non ti trincerare in un ghetto d’italiani, non ti cercare cavalier serventi o “appartamenti di sole ragazze”.

La paura ci sta tutta, ci hanno abituati spesso a gente più grande che faccia tutto per noi o ci accolga benevola perché sì: vedo genitori scrivere annunci per cercare le stanze ai figli, o ragazzi di ventun anni in cerca di assunzioni a distanza come camerieri, in barba alla fila di candidati residenti in loco coi documenti già in regola. Dolci figli dell’estate.

È una vera sfida. Ma le ragazze che l’intraprendono dopo un’educazione pensata per averle vicino casa a “conciliare famiglia e lavoro”, devono pagare sulla loro pelle tutte le limitazioni che si sono viste infliggere, a cui hanno finito per credere.

Perdonatemi allora, care italiane appena sbarcate a Barcellona, se divento enfatica e vi invito a fare qualcosa in particolare: non cedete al ricatto del “Non sono ancora pronta”. Con questa scusa, parte del Parlamento spagnolo della Repubblica voleva negare il voto alle donne (temendo che avrebbero votato per la destra). Con questa scusa, in un libro che trovo indegno di Harper Lee, l’avvocato Atticus Finch (sì, nel film è Gregory Peck) si opponeva ai diritti civili degli afroamericani.

No, per una volta chiediamoci davvero: “Se non ora quando?”.

Qui da dove scrivo io, non è ancora una bestemmia.

Risultati immagini per harley quinn joker L’altra sera, nella bolgia infernale che diventa Plaça Catalunya sotto Natale, ho girato un piccolo video ai miei sulle luminarie delle feste. Nel rivederlo prima d’inviarlo (avendo il cellulare dei Puffi, le immagini erano sfuocate), ho dovuto alzare al massimo il volume per ascoltare in quel caos la mia spiegazione da guida improvvisata. All’altezza della Fnac, un signore anziano che andava a braccetto con una donna più giovanile, ha bofonchiato a distanza di sicurezza, e a voce bassa:

– Qué pesadita que eres, niña! (“Quanto sei scocciante, bimba!”).

Vi risparmio i dettagli della breve conversazione che è seguita, perché immagino li conosciate. Personaggio nervosetto che dice e non dice, convinto che non gli verrà ribattuto niente, ma che quando la “bimba” di turno gli controbatte qualcosa si barcamena tra l’offendere apertamente e il cercare di dileguarsi. Il picco più alto: “No tengo por qué aguantar tus tonterías!” [“Non sono tenuto a sopportare le tue sciocchezze!”, riferendosi al video ai miei].

Vorrei però soffermarmi sulla donna che si accompagna a un personaggio così, che di solito in questi battibecchi riveste esattamente il ruolo della gentile signora che guardavo: mano ferma intorno al braccio del marito, nel tentativo un po’ allarmato e un po’ materno di dirigerlo lontano dalla disputa, e un immancabile sorrisetto, dissimulante qualcosa tra indulgenza verso il maschio alfa (“E che sarà mai!”) e la voglia improvvisa di sparire in una botola sotterranea.

È un atteggiamento diverso da quello dei pochi uomini che ho messo nella sua stessa situazione, e sempre in risposta a provocazioni, nella mia carriera di “rispostera” (vedi sotto): impassibili, ma evidentemente a disagio e più che solleciti nell’esprimermi il loro disappunto, appena allontanatici dalla persona con cui litigavo. Nessuno ha adottato quel sorrisetto da donna mite ma saggia, che sa cose che io non so.

Non posso sapere, per esempio, quanto sia gentile quel signore con famiglia e amici, adorabile burbero dal cuore tenero che tanto piace a un certo profilo femminile, magari educato sotto una dittatura che sfornasse decaloghi del genere.

Non posso conoscere i motivi per cui quel signore fosse così nervoso da ritenere opportuna una reprimenda alla bimba chiacchierona di 35 anni alle sue spalle. Nessuno conosce i guai di nessuno.

Io, però, so qualcosa che quella signora non sa.

Conosco infatti la supponenza dell’adorabile burbero quando crede di poter sfogare le sue frustrazioni su una “niña” sconosciuta.

E so che lei non ha bisogno di sdrammatizzarle, per essere una buona moglie. Né ha la necessità di sentirsi dire “sei proprio una santa, come fai a sopportarlo”, per sentirsi qualcuno.

So infine che i ruoli disponibili per le donne non è da molto che siano aumentati, ma ripenso alla madre di una mia amica (queste amiche che ci somigliano tanto, ma capitano tutte a loro, vero?) che osservando un “genero” particolarmente improbabile aveva chiesto alla figlia:

– Vuoi fare l’infermiera per tutta la vita?

E tu che hai fatto, avrebbe voluto dirle la ragazza. E che hanno fatto le coetanee tue e quelle prima di voi, le vecchiette che dopo la messa andavano a dire a Don Michele, prendendo per mano la nipote, “Chesta ce responne ‘o nonno”. Risponnere, in napoletano, nel senso di essere scortese. Ma letteralmente, guarda un po’, significa “permettersi di controbattere”. Le lingue sono filosofie di vita.

Tutto, pur di proteggere adorabili burberi così bisognosi di sante al loro fianco, trattati in un’ingenua vendetta come gaffeurs incapaci di abbinarsi da soli la giacca con la cravatta o di scaldarsi il pranzo, anzi allontanati dalla cucina, dove “potrebbero fare solo guai”.

Sempre circondati da donne inconsapevoli che si possa fare molto meglio che sorridere, sorridere e, intanto, sperare di sparire in una botola sotterranea che, ahimè, non si apre mai.

 

 

 

nosomrosesoblau

“Né rosa né azzurri”. Campagna del Comune di Barcellona. Perché tutti i bambini possano giocare a quel che vogliano.

 

Adesso mettetevi in questa situazione: cenone della Vigilia, cuginetti e nipotini che scartano i regali. Scoppia una mezza lite tra una bambina e suo fratello, che si contendono una cucina e delle macchinine. Intervengono i genitori e per placare gli animi non trovano niente di meglio che chiedere a lei: “Ma che fai, giochi con le cose dei maschi?”. E a lui: “Ti metti a fare i giochi delle femminucce?”. Così la bimba si accontenta della cucina e il fratello delle macchinine.

Immaginato la scena? Ok, adesso guardate questo video (per i più pigri, lo spoilero sotto il link):

http://www.fox32chicago.com/news/221294104-story

(Lavativi nati, eh? È la storia di due studenti americani che comunicano attraverso delle scritte su un banco in biblioteca, mentre un altro compagno sta progettando un massacro. Indovinate quale delle due storie tendiamo a notare, nel video. E con che conseguenze).

 

A parte l’idea curiosa che uno progetti un massacro solo perché gioca a fare la pistola con le dita, credo sia giusto guardare il quadro completo.

Perché è vero che, tra i due bambini privati del giocattolo, ancora pare “più ingiusto” che il cucinino se lo becchi lei. Ma a che prezzo, per il bambino? Quello di non giocare con la cucina oggi, non abbracciare i cuginetti maschi domani, magari credere che se piange sia un problema, e guai se gli piacciono le persone sbagliate, in futuro! O se non trova un lavoro “ben remunerato”.

Di questo padre, licenziato con una figlia malata che necessita di cure, mi colpisce soprattutto l’affermazione: “Un uomo senza lavoro non è niente!”. Nel caso di una donna, cosa ci mettereste? “Senza figli”, “senza bellezza”? Ma non è forse la stessa bugia?

Insomma, forse più che osservare un solo lato della storia, di solito quello della persona oppressa, sarebbe utile scoprire come veniamo educati tutti a discriminare per genere, etnia, classe sociale, fin dai regali di Natale che riceviamo da bambini.

Faremmo meglio a considerare come i rapporti economici e di potere di una società si traducano in questo o quel pregiudizio, nella discriminazione di una certa categoria (le donne, gli stranieri, i povery…), a patto che la categoria discriminante si accolli costrizioni non da poco. E le pene per chi sgarra vanno dall’esclusione dal gruppo all’irrisione (pensate agli sfottò a questo padre che si prende cura di sua figlia).

Attenzione: osservare il quadro generale non è giustificare. Non è trovare una scusa per chi si adagia nei suoi privilegi, e dimenticare chi ha avuto la parte peggiore nella distribuzione dei ruoli preconfezionati.

Capire perché non è “perdonare”, anzi: se la maggior parte dei critici letterari o musicali sono ex bambini bianchi e di ceto medio che hanno giocato solo con le macchinine, quali saranno i loro standard attuali (spacciati per universali) per considerare buono un artista? Chiedetelo non solo alle scrittrici, ma anche all’occasionale scrittore africano che approdi sugli scaffali europei, a patto di fornire una descrizione orientalista (o una denuncia sociale) della sua realtà.

È vero che Taylor Swift (intesa non come essere umano ma personaggio, marchio di fabbrica) e altre bambole confezionate a tavolino perdono valore commerciale se nella loro vita passano “troppi” uomini. Ma chi si ricorda di Rob Lowe , fidanzatino d’America espulso dalla scena cinematografica per un video porno? Oltre a dire “guardate cosa succede alle donne”, è interessante soffermarsi anche su come succeda alle donne e come agli uomini, e che colore della pelle e che origine abbiano queste donne e questi uomini.

Complicare il quadro non è affascinante come gridare allo scandalo, all’indignazione, specie se lo scandalo e l’indignazione sono sacrosanti.

Richiede tempo e pazienza come disfare una sciarpa, attività a cui i bambini di oggi non giocheranno mai perché ormai riservata a poche donne, considerate vecchie e incolte: si aprono i punti che bloccavano la trama e si scioglie man mano il filo, per riaccomodarlo in una nuova teoria, un modello che ci piaccia di più.

E peggio di una trama scontata ci sono solo dei modelli nuovi di zecca, ma senza alcuna fantasia.

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Qual è la legge del contrappasso per una femminista? Avere un compagno che rivendichi il diritto di capovolgere anche lui gli stereotipi di genere, magari cacciando urletti quando vede video di gattini che si buttano vicendevolmente giù da un davanzale, o accogliendoli su facebook, quando glieli mando, con un cuoricino di apprezzamento.

Lo so, è dura anche per me. Niente della nostra educazione, neanche quella dei più aperti al cambiamento, ci ha preparati per uno scenario simile senza pensare “è gay”, oppure “è scemo” (e per qualcuno, ancora nel 2016, non c’è differenza). A me è successo di avere un ragazzo, quando vivevo ancora in Italia, che mi regalasse solo trousse e astucci a fiori, quando chiunque mi conoscesse appena sapeva che anelassi libri. Ne abbiamo riso col senno di poi, con lui, considerando quanto volesse ridurmi alla sua rassicurante idea di femminilità.

Ma l’operazione inversa, accettare che un uomo possa essere gattaro e felice, non ha l’allure di secoli di battaglie per il diritto al voto, o di pantaloni indossati come un guanto di sfida in una società di gonne sotto al ginocchio.

Mi piace pensare che le mie personali remore siano dovute a un ribrezzo spontaneo per tutto quanto trovi lezioso (tante cose), che ho cominciato a coltivare addirittura da quando ero leziosa io, con tanto di maniche a sbuffo, vestitini a fiori e calzini bianchi ricamati (ho le foto). Sì, ma io bacetti e micetti mai.

Però non la do a bere a nessuno: ricordo un ex bassetto quanto me che si applicava ogni mattina una crema antirughe sul viso, con piccoli movimenti esperti delle manine abituate a suonare. Quello che vedevo era lontano anni luce da qualsiasi idea di mascolinità avessi assimilato, a partire dai principi della Disney che, col senno di poi, mi sembrano usciti dall’annuncio di una chat per soli uomini.

Ma siccome sono una rivoluzionaria rispetto a commenti che leggo in Internet di donne che vogliono “l’uomo vero”, a me pare che i ruoli di genere siano ancora più blindati per gli uomini che per le donne.

E i motivi per cui ignoriamo questo dato sono gli stessi che dovrebbero spingerci a dedicargli la massima attenzione:

  • il fatto che gli uomini, nella nostra società, godano ancora di vantaggi socioeconomici, per cui facciamo fatica a vederli come “vittime” (e in effetti non è questo il punto);
  • l’idea che esista una parte geneticamente determinata che ci faccia uomini o donne, e se deviamo da quella “qualcosa è andato storto”;
  •  l‘equivoco opposto: nella lotta agli stereotipi di genere tutta l’appropriazione di cliché altrui sarebbe una conquista, e non semplicemente una possibilità.

Per cui gente che condannava Sex & the City per la scia di consumismo che spandeva insieme ai suoi profumi cari difende il diritto degli uomini a diventare schiavi della moda.

Che mi ricorda il curioso fenomeno per cui, ultimamente, l’infedeltà femminile sia indice di coraggio e quella maschile, rovesciando i cliché, sia indice di quanto siano porci gli uomini.

Sì, porci quanto vuoi, ma ci piacciono così, vero? Che ci conquistino. Siate uomini, perdio, scrive la Lucarelli, e tutte a metterle mi piace. La classica pagina per nostalgici fa una retrospettiva di Terence di Candy Candy, e tutte a vantarsi di aver sempre preferito il bad boy al mieloso Anthony.

Io che preferivo Anthony ne ho avuti un po’, di Terence, nella mia vita, e in genere una volta eliminato il fattore irraggiungibilità era finita là: erano uomini come tanti, meno interessanti di altri che non ricorressero a una cappa di mistero per coprire la loro inesorabile normalità.

E sapete perché è un peccato, sta storia dei generi blindati?

Perché forse farebbe bene alla causa dell’emancipazione femminile guardare al grande insieme. A tutte le fonti di discriminazione cui siamo soggetti come esseri umani sessuati, appartenenti a una certa etnia e a un determinato ceto sociale.

Personalmente non vedo degli uomini in giro con la frusta a sottomettere donne incapaci di difendersi, non ce n’è bisogno. Vedo donne e uomini educati secondo determinati cliché che ne condizionano gusti e scelte, e vengono chiamati naturali. Quanto c’è di naturale in questi? Non lo so, non lo sa nessuno nonostante le garanzie di Focus. Possiamo solo sospettare col sociologo australiano Bob Connell che nella migliore delle ipotesi il bilancio tra natura e cultura sia mutevole e soggettivo.

E allora, per un uomo che provi sgomento per la mia depilazione approssimativa (non amo i peli per tutti i generi, ma spesso mi scoccio di togliermeli), c’è chi comincia a difendere la scelta delle donne di non depilarsi. Invece, in tante rabbrividiscono davanti a un uomo depilato, o che semplicemente non sia il machoman che hanno insegnato loro a sognare da piccole.

Non fraintendetemi, non c’è niente di male a volere donne froufrou e uomini che non debbano chiedere mai. È solo una delle opzioni possibili.

E negare che possiamo scegliere di essere quello che vogliamo, indipendentemente da chi ci abbiano insegnato a essere, non ci porterà tanto lontano.

 

testament-youth  Sto riguardando Generazione perduta, cattiva traduzione di Testament of Youth, basato sul libro di memorie di Vera Brittain. La fanciulla, vent’anni quando scoppia la Prima Guerra Mondiale, era stata così fortunella da innamorarsi pochi mesi prima. E di uno che, scoppiato il conflitto, non ci avrebbe visto più dalla voglia di partire, vagamente convinto peraltro di essere immortale.

Non ve lo dico neanche: alla pischella muore l’impossibile tra amici e parenti. Il fratello. I compagni di lui. E ovviamente il fidanzato, Roland, con quel nome da paladino un po’ stralunato, che finisce come un colabrodo per la seguente impresa eroica: andare a sistemare il filo spinato intorno alla trincea.

Sì, non bisogna essere esperti di guerra per intuire che se lo potesse risparmiare.

Nel film, Roland è Kit Harington, condannato ormai da tutti i copioni a fare il soldato strano (tanto ormai mi avete già spoilerato tutti Trono di Spade).

Lei è Alicia Vikander, determinata a sfuggire a ogni cliché, e infatti da svedese bruna interpreta una così inglese da chiamarsi Brittain.

Allora eccola infuriarsi, lottare per il suo sogno di andare a Oxford che nel 1914 sarebbe stato ben più irrealizzabile che fare oggi la velina. E certo, le donne nel 1914 devono solo sposarsi e avere figli. Non possono neanche andare in guerra, devono restare indietro a rammendare calzini per chi ci va.

Ok. Ma c’è una scena bellissima in cui i due ragazzi cominciano ad amoreggiare senza mai neanche baciarsi (spunta sempre all’orizzonte la matrona corpulenta che li sorveglia). Lei, allora, gli confessa un po’ timida che vuole fare la scrittrice.

Lui le risponde, sullo sfondo di un bel sentiero di campagna, che vuole fare lo stesso.

Cento anni dopo, possiamo dirlo: chi c’è riuscito?

Lei. Perché? Perché lui è morto in guerra, a vent’anni. Perché? Lui era uomo e lei no.

Gli svantaggi che ti darebbe possedere una vagina sfumano davanti ai luoghi comuni legati all’avere un pene: e allora tutti a fare a gara a chi muore prima, chi va per primo a uccidere tanti nemici cattivi, salvo finirne crivellato mentre faceva qualcosa di simile a rammendare calzini, ma col filo spinato.

E allora a chi fanno bene gli stereotipi di genere? Perché ne leggo tante, ultimamente.

È umano commuoversi davanti a delitti efferati. È facile ricorrere a luoghi comuni sugli uomini che hanno la bestia dentro, che considerano tutti le donne come oggetti, che devono frenare questa loro animalità mentre le donne vogliono la pace

Avreste dovuto sentire Vera che parlava con suo padre per mandare a morire il fratello. “Lascia che sia un uomo”. E queste qua, non ingannatevi, ci sono sempre state, spesso più numerose delle madri pietose.

E allora, prima di urlare agli uomini feroci e le donne vittime pacifiche, pensiamo a tutti i cliché che ci investono fin da piccoli e in cui ci crogioliamo.

Sono gli stessi luoghi comuni travestiti da grandi verità che hanno tenuto le donne lontane da Oxford, e mandato dei ragazzi a impigliarsi nel filo spinato di No Man’s Land.

Questo deve cambiare, è vero, ma non dobbiamo inneggiare al cambiamento ogni volta che muore una, prima di tornare a dire agli uomini di “essere maschi, perdio”, e ricordare alle donne che hanno un orologio biologico (cliché tornato in auge proprio quando le Nostre erano passate da Oxford a Wall Street).

Questo può cambiare da adesso nelle nostre pratiche quotidiane, quando rinunciamo a quelle che crediamo certezze e ci affidiamo all’unica bussola possibile: quella che ci porta a scoprire ogni giorno cosa significa essere noi.

A seguire quella, il filo spinato di No Man’s Land poteva anche rammendarsi da solo.

Come i calzini lasciati indietro senza rimpianti da quelle che a Oxford, alla fine, ci sono entrate.