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A Marsiglia scatti foto indisturbata :)*

Dai, scambiamocele come le figurine Panini!

Le mie mi sono venute in mente ieri, mentre pensavo che Marsiglia, a parte un vecchietto col bastone, due hipster e un tizio che mi ha invitata a salire in macchina, si è rivelata più tranquilla di Parigi, dove sono stata fermata di continuo e inseguita cinque volte: in quattro casi dalle stesse persone, e in uno da una sorta di baby-gang, che si è appostata fuori al supermercato in cui mi ero rifugiata, mentre il mio “spasimante” mi tampinava tra gli scaffali**.

Per questo e altri casi, ecco la mia top 5 dei metodi per lasciarmi dietro questi inqualificabili!

5. Prenderli a male parole. Questo metodo sottile si basa sul principio per cui, in certi casi, “non fare niente” è peggio di esporsi a un possibile pericolo. Da tentare soprattutto se ci inseguono e ci sono altre persone in giro. L’inconveniente: non sappiamo come l’altro reagirà, e l’empowerment è buono e caro finché non dà per scontato che abbiamo voglia di litigare ogni giorno. Il consiglio: in caso d’inseguimento, una buona alternativa “muta” è aspettare che altri passanti ci si accostino, per poi fermarci di botto, con sguardo di riprovazione. L’altro, improvvisamente guardato da tutti i presenti, proseguirà per la sua strada. Se non lo fa, seguiremo noi quella degli altri passanti.

4. “I don’t hablo tu idioma”. Questa dovete dirla di fretta, e filare via prima che il rattuso capisca cosa gli state raccontando. L’inconveniente: “Do you speak English?”. Il consiglio: a questo punto passate al napoletano, anche due parole basteranno.

3. Fingere di bussare al primo campanello. Questa l’ho fatta quando proprio mi sono detta “Vi ho voluti bene”. Tipo in paese, quando temevo rapine, o a Trapani, con un tizio che, dopo avermi detto qualcosa d’incomprensibile, mi ha seguita per tutta una salita deserta e arroventata dal sole. Quando mi ha visto fingere di bussare alla prima casa, se l’è filata. L’inconveniente: spero che gli occupanti della casa non abbiano avuto fastidi, ma oh, da quel viaggio volevo tornarci. Il consiglio: giratevi di 3/4 per vedere se funziona e, se non è così, bussate davvero.

2. Evitare il contatto visivo. No, non è il “testa alta e occhi bassi”, e non lo amo come stratagemma, perché sono più per l’occhiataccia che li fa ironizzare: “Oooh, attenti che morde!”. Però confesso che mi ha aiutato in casi tipo: intera spianata di giovani uomini che, se non dicevano niente a ogni donna che passava, facevano “la figura dei ricchioni”. L’inconveniente: potrebbero seguirvi offesi perché non li avete nemmeno guardati, ma a questo punto ricorrerei allo stratagemma 4. Il consiglio: mostratevi intente a osservare strade e panorami. Ma date l’aria di sapere benissimo dove andare!

1. Sfanculare con dolcezza. E adesso rileggetelo immaginandovi cuoricini sparsi e orsacchiotti pucciosi. È un misto della 2 e della 4, con in più due parole appena sussurrate: tipo quella cosa che biascicate al posto di “condoglianze”, e i parenti del morto vi ringraziano lo stesso. L’idea è guardarlo un secondo, fare un sorriso rapido e dire qualcosa d’incomprensibile che suggerisca che: a) dovete andare con urgenza da qualche parte; b) in ogni caso, non parlavate la sua lingua; c) e comunque non c’era trippa per gatti. L’inconveniente: tutto questo è ridicolo, lo so. Se lo pensate anche voi, utilizzate pure il numero 5, con gli accorgimenti del caso. Il consiglio: se però andate di fretta, non c’è niente di meglio.

Il principio è: per loro siete uno specchio. Io stessa, per una sorta di scommessa “se vado io da quello che mi piace vai anche tu dalla tua”, ho abbordato in un locale: in quel caso era più che evidente che fossimo lì per divertirci e, magari, conoscere gente interessata a noi. Ma per pensare di potervi fermare con parole esplicite in strada, territorio in cui tra uomini ci si scusa anche solo per chiedere l’ora, devono credere di aver le idee molto chiare su quanto siate disponibili (a volte bastano le caviglie scoperte). O su quanto gli metterete i bastoni tra le ruote, facendoli sentire, in caso di successo, dei veri sciupafemmine.

La numero 1 non smentisce apertamente le loro ipotesi, ma vi permette di andarvene in fretta per la vostra strada.

Perché, come si diceva sopra, a volte vogliamo solo far valere il nostro diritto di andare dove vogliamo, senza che nessuno ci rompa.

In attesa che si verifichi anche la seconda condizione, buona estate! Viaggiate tanto in barba a chi vi vuole in casa “perché fuori è pericoloso”.

E imparate il napoletano!

(Una grande che sfotte un classico)

 

*Foto scattata seduta sul molo del porto vecchio, un anno dopo aver tentato invano di fare altrettanto, indisturbata, sui canali del XIX arrondissement di Parigi. Mi è riuscito solo una volta, ma la colonnetta a cui ero appoggiata puzzava di piscio.

** Peraltro, l’unico dalla pelle nera era un evidente squilibrato, il che mi porta a pensare che forse, nel curioso galateo del latin-lover europeo, non tutti hanno il “diritto” di stalkerare e passare per “uno che chiede soltanto, è che voi donne del sud d’Europa non siete aperte come quelle del Nord”. Se la pensate così e capite lo spagnolo, guardatevi questa conferenza sul mito della svedese e il latin-lover iberico. E continuo a non capire come faccia, chi si mobilita contro il razzismo, a non farlo anche contro il sessismo (scusate la parolaccia).

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Se qualcuno ruba un fiore per te… Chiama la polizia!

Si potrebbe chiamare anche “perché mi sento spesso a disagio nei gruppi di soli uomini”.

Non fingerò che succeda solo in Italia, o dovrei dimenticare il compleanno pieno di maestri uruguaiani del sarcasmo che elargivano perle tipo “La tua datrice di lavoro è nervosa? Scopatela!”. Tra esilaranti osservazioni su come suonasse in spagnolo “sfogliatelle” (follar è scopare), e il classico “Sei più bella senza gli occhi fissi sul cellulare”, aspettavo che si facesse un’ora decente per squagliarmela, e intanto cercavo il meno peggio con cui conversare. Che poi era uno che aveva partecipato al mio stesso concorso letterario, scoperta che lo aveva portato all’ovvia conclusione: “Allora andiamo di là, no?” (in italiano, che fa ridere di più). In effetti era un bel sollievo, scoprire che almeno uno, lì in mezzo, sapesse scrivere. Ma la mia gratitudine verso la vita finiva lì.

D’altronde, nei miei primi mesi a Barcellona, avevo ascoltato un tizio spagnolo che raccontava un avvincente dopocena con turiste come una visita a un bordello con buffet libero, con tanto di appelli via SMS agli improvvidi amici rimasti a casa: “Vieni che si tromba!”. All’intramontabile domanda “Perché a voi italiane è così difficile scoparvi?”, m’era venuto da rispondere: “Nel tuo caso sarà perché a squallore siamo a posto, non ci serve niente”.

Non avrei certo ripiegato sull’uscita “di sole donne” che una ragazza messicana mi proponeva, per scapparcene dalla palude di francesi ubriachi in cui ci eravamo ficcate: mettiamoci tutte in tiro, suggeriva lei, e sediamoci al bancone di un bar. Di bei ragazzi ne troveremo a decine, verranno a offrirci da bere. Era finita che io avevo detto adieu ai francesi, e lei si era sposata il più ubriaco.

È per questo che, nonostante ne intuisca la sostanziale utilità (dopotutto studio il GENDER!11!1!), i gruppi dello stesso sesso li lascerei a occasioni speciali, e collettivi appositi.

Però c’è da dire una cosa: nella provincia denuclearizzata a Nord di Napoli mi capitava spesso di essere l’unica donna, nei gruppi che frequentavo: “Io glielo dico, ai ragazzi: una sola donna hanno, nel giornale, e dev’essere così?” (poi il tipo mi chiese se mi ero offesa). Così come? Senza zizze, suppongo. Un altro compagno mi chiedeva proprio, all’uscita dal bagno: “E le tette?!”. Ma con faccia allarmata, come se le avessi dimenticate sulla tavoletta del cesso. Ovviamente lui aveva il fisico dei crocchè di Di Matteo, e io, nonostante questa grave malformazione del busto, a qualcuno piacevo: infatti si rifiutavano di farmi una foto abbracciata ad amici meno stronzi, per non “mancare di rispetto” all’interessato. Sto parlando degli anni 2000, eh, non dei ’50.

E non potevo neanche prendermela troppo, spiegava l’unico che interessasse a me (e che ovviamente nun me se filava): di questi simpatici umoristi, uno aveva perso i genitori, un altro non aveva lavoro, un altro ancora veniva da “un contesto difficile”…

Era un contesto da piccola città a pochi chilometri dal mio paesone, che per certi versi era addirittura più moderno di quella roba lì. Roba che prima di andarci a fare una pizza guardavano il mio migliore amico e ingiungevano: “Prendi la macchina”. Al che precisavo: “Siamo venuti con la mia”. E allora: “Ma guida lui, vero?”.

Il mio status di “donna che accettava di stare con uomini” mi precludeva scappatoie che le altre, amiche e fidanzate di chi le lasciava a casa per uscire con noialtri, potevano giocarsi: una comprensibile indignazione verso determinati energumeni, e un certo diritto a richiamare all’ordine l’amato bene, che spariva per concedere alla fortunata un po’ di tempo “da soli”. Io ero orgogliosa, lo ammetto, di “tener testa” a questi senza essere considerata una bambolina di porcellana (d’altronde, s’è detto, non ne avevo le sembianze incantevoli). Ma tra i vari svantaggi c’era quello di “dover stare al gioco”.

Per esempio, dovevo ridere molto. Se a una festa terrona con tanto di paste dicevo “Uh, mi piacciono i cannoli!”, mi si rispondeva “Ah, davvero?”, e dovevo fare un sorrisetto con aria superiore, come mi aveva insegnato mamma. Se facevano doppi sensi che sarebbero stati scontati alle elementari, l’idea era “rispondere con ironia”, o “metterli a posto”.

Poi sono venuta a vivere qui, che non è il paradiso, ma la gente scende in piazza in migliaia se violentano una in gruppo, e l’8 marzo è festa grande (in senso lato), anche senza spogliarellisti più interessati al buttafuori che al pubblico urlante (che si prende il suo giorno di Carnevale, prima di tornare a “farsi desiderare”). E allora ho capito una volta per tutte che ridere, in fondo, non è necessario.

Quando m’insultano, mi sminuiscono, mi trattano come un essere umano di serie B in nome delle tette non possiederei, o della figa che non “elargirei” come se piovesse, o del semplice fatto che non sappiano loro come trattare una donna da non mettere su un piedistallo… Quando mi capita tutto questo, non ho nessuna voglia di ridere.

E non è che “non so stare al gioco”, “non mi faccio una risata”, o “mi prendo troppo sul serio”.

È perché loro non fanno ridere. Perché possono anche smettere di restare in attesa che li chiamino da Made in Sud: perfino lì, li metterebbero a pulire i cessi.

Pazienza se il simpaticone di turno ha perso entrambi i genitori, gli animali domestici e il cincillà da passeggio in un brutto incidente, o viene dalla stessa famiglia della Piccola Fiammiferaia.

Questo sarcasmo triste che vedo in giro, specie in Italia, è troppo diffuso e scontato per diventare ironia, per cambiare cose, per smuovere altro dall’ego represso di chi lo utilizza. Rispediamolo pure al mittente senza paura di non saper “stare al gioco”.

È che noi, semplicemente, giochiamo con altre regole. Fondate addirittura sul rispetto, e sulla vaga idea che questi Lenny Bruce de Capalbio devono cercare altri mezzi per risalire dall’abisso squallido in cui si ritrovano.

Quando tutto viene meno, possono sempre farsi una risata.

 

 

 

 

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Non conoscete Clara Campoamor? Dovreste.

Mercoledì ho quest’incontro a Barcellona su Donne e politica, un invito ricevuto all’improvviso e senza il previsto “abboccamento” con le organizzatrici, per sopraggiunti impegni loro.

Dunque, una volta che avrò riportato le brutte notizie da Roma, non so proprio di cosa parlerò, visto che a sorpresa mi è stato assegnato l’argomento “antifasciste italiane a Barcellona”. Così ho deciso di farmi portavoce delle donne che combattono quotidianamente per la libertà, con buona pace di Jo Donatello. Già mi arrivano le testimonianze di donne che s’impegnano ogni giorno perché l’università catalana smetta di pagarle cinque euro l’ora, o perché con l’Italia ci possa essere uno scambio continuo di saperi ed esperienze.

Ovviamente racconterò l’aneddoto dell’incontro politico a cui sono stata invitata perché “servivano donne”, che l’organizzazione ci teneva, e poi le uniche partecipanti che non comparivano nelle foto finali eravamo io e l’altra italiana invitata a parlare da sola.

Credo che ci sia un equivoco sul termine “indomabili”. Fa pensare alle cosiddette bestie feroci. Il leone, il lupo… Poi arriva Piero Angela, o magari Licia Colò, a dimostrarci che il primo è un micione pigro (sarà, ma giù gli artigli!), e il secondo è il classico amico gentile e fedele che vorresti accanto tutta la vita (canini a parte).

Questi animali sono feroci “quando serve”, come chiunque debba difendere qualcosa a cui tiene. Allora c’è l’equivoco che donne educate fin da piccole a essere dolci e concilianti debbano cambiare atteggiamento per entrare nella stanza dei bottoni. E allora giù metafore come “sfoderare gli artigli”, o “mostrare i denti”, mentre ai capi basterebbe il contenuto dei loro boxer firmati. Attenzione, però, a non diventare “maschi sbagliati”: il piano B è che le donne si presentino come eterne mamme, dolci e gentili, e che questo venga chiamato “femminilizzare la politica” in un senso più scontato di quello inteso dalla Colau.

Insomma, l’idea è: adeguarsi agli immaginari. Non maschili, perché se appartenessero a una sola categoria sarebbe più facile debellarli, ma collettivi. Che gli immaginari collettivi siano spesso su misura di chi è al potere (di solito uomini eteronormativi, “occidentali”, di classe medio-alta), è un’altra storia.

Io non ho nessuna intenzione di essere feroce quando non mi tocca, anche se questo mi ha resa invisibile a vantaggio di qualche uomo che urlava di più. Ma tant’è: alzerò la voce solo quando lo riterrò opportuno.

Per esempio, l’ho alzata nell’ “incontro senza foto” quando uno degli organizzatori ha pianificato il mio intervento senza consultarmi: avrei dovuto leggere testi, riportare le parole d’altri. Allora ho usato quello spazio capitatomi per i motivi sbagliati non per “dire una poesia”, ma per parlare di noi espatriati, migranti privilegiati ma non troppo, dei diritti politici negati e della burocrazia sempre più surreale. In quel caso, l’organizzatore è stato il primo a congratularsi. Segno, spero, che delle foto non si occupasse lui.

Ma continuo a pensare che la sfida più grande sia quella contro gli immaginari che decidono cosa debba esprimere una donna col microfono, o una donna che sia in qualsiasi posizione pubblica per dire “Facciamo così”, e veder realizzate le proprie direttive. Non dev’essere né feroce né materna, se non è questo che vuole: deve scoprire piuttosto cosa significhi essere se stessa, più un microfono. Più un pubblico che l’ascolti. Più un gruppo di persone disposte a fare quello che lei dice. Il trucco per me è farsi “ubbidire” non perché sia lei, ma perché quello che lei dice va bene (e fa bene) anche a loro.

Su questo le donne hanno un piccolo vantaggio: comandare in genere non era previsto nel curriculum, quindi possono improvvisare, trovare modi di farlo che siano più umani per tutti. Un po’ come i tanti uomini che si stanno reinventando la genitorialità, e stanno sfuggendo al cliché del padre assente mentre è la mamma a somministrare il castigo.

Quindi sì, credo che il mio intervento sia già bello che scritto: dopo aver portato la voce delle compagne che ogni giorno trovano il tempo di migliorare un po’ le cose, parlerò di tutto questo.

Non so neanche se ci sarà un microfono: in caso contrario, alzerò la voce.

 

“Al destino sono grata per tre doni: essere nata donna, di classe bassa, e di nazione oppressa. E il torbido azzurro di essere tre volte ribelle” Maria-Mercè Marçal*.

* Ok, io questa la recito tipo Inquisizione spagnola dei Monty Python: “A l’atzar agraeixo tres dons: haver nascut dona, de classe ba… A l’atzar agraeixo dos dons, haver nascut dona i de nació opr… A l’atzar agraeixo un do i mig…”.

L'immagine può contenere: una o più persone, folla e spazio all'aperto

Dalla pagina FB dell’EX-OPG occupato

Oggi il blog sospende le trasmissioni (leggi “le solite minchiate”) per contemplare una folla.

Quella che in queste ore si sta radunando a Rio de Janeiro per la morte di Marielle Franco, femminista, nera e anticapitalista, e pure impegnata a denunciare le violenze delle forze dell’ordine nelle favelas: è campata giusto un anno più di me, ma una così sa che le opzioni di arrivare alla vecchiaia sono scarse, e lotta lo stesso.

Guardo queste immagini perché mi ricordano un po’ la folla che si è riunita a Macerata nonostante tutto il casino istituzionale, per ribadire che antifascista e antirazzista non sono parole vuote perfino da noi (e non lo sono perfino adesso, dopo i risultati delle elezioni).

Infine, non posso non pensare al burdell’ (in senso decostruito) che c’era lo scorso 8 marzo a Barcellona: i giornalisti celoduristi hanno provato a smentirlo, ma, nonostante tutte le problematiche legate all’intersezionalità, è stato uno sciopero generale, e riuscitissimo.

Io vorrei che ricordassero queste immagini anche coloro che denunciano i rischi reali ed evidenti di questa nostra società di massa, e dimenticano che gli stessi media che uniformano, spiano e diffondono false notizie, diffondono anche vere notizie, avvicinano gente lontana, e sì, all’occorrenza radunano folle, che non sempre sono fatte da coglioni.

È vero, uno che disegna fumetti e satelliti mi ha detto:

Diffida dal cinismo. È la via più facile. Quindi molto affollata. E nella folla, la probabilità di trovare idioti aumenta.

Mettiamola così: nelle folle (perlopiù virtuali) dei cinici, le probabilità sono altissime.

 

IMG_20180308_200650“La taglia 34 mi stringe la patata, la taglia 36 mi stringe la clitoride, la taglia 38 mi stringe la figa!”.

E in catalano e spagnolo, per dire, le frasi precedenti sono a rima baciata! (Tranne la prima, che è un’assonanza.)

Per me questo coro allegro fuori al Corte Inglés di Plaça Catalunya è stato il momento più alto della manifestazione di 200.000 persone (secondo la Guardia Urbana, eh!) che ha coronato lo sciopero generale in Catalogna. Mai così riuscita, nonostante i successi precedenti: pensate che i miei, in visita per l’occasione, hanno aspettato due ore, con la suspense del caso, che il loro aereo partisse!

Non sono mancate critiche: sul mansplaining ha detto già tutto Zerocalcare. Invece, alcune donne che legittimamente hanno deciso di non scioperare ci hanno deliziate con frasi tipo “tu fai sciopero e intanto ti serve il caffè una donna che lavora / una donna ripulisce i manifesti che butti a terra”. Adesso, c’è chi non ha ben chiaro cosa sia uno sciopero generale, o inzacchera inutilmente le strade (già abbiamo visto, peraltro, che le fioriere contano più delle persone). Ma vedere solo questi casi, rispetto alla stragrande maggioranza, fa troppo televisione italiana alle manifestazioni antifasciste! Insicurezza? Coda di paglia? Rammarico (a volte) per non aver avuto il coraggio di scioperare? Quando io non ho scioperato per i “prigionieri politici”, l’anno scorso, non ho né dato spiegazioni, né fracassato le gonadi al prossimo.

Vabbe’, mi consolo con un’immagine che mi è tornata in mente ieri: l’incontro con una donna che ho conosciuto in Italia, molti anni fa.

La prima cosa che ho visto di lei è stata… il suo accompagnatore, perché in realtà volevo uscirci io, e da un bel po’. Anzi, mi rimase a lungo la fantasia che, arrivando cinque minuti prima all’appuntamento, avrei cambiato il mio destino. E invece li ho trovati lì soli (era il primo incontro anche per loro), e si capiva subito che non sarebbe finita lì. Che anzi sarebbe stata una fiamma dura a spegnersi, e avrei dovuto aspettare paziente che lo facesse, perché alle nostre tre vite potesse applicarsi l’unica soluzione possibile: la mia.

Quanto tempo perdiamo, noialtre, ad aspettare.

Ovvio che la mia soluzione non si è affatto realizzata, ma almeno sono sopravvissuta all’amore romantico.

Lo ha fatto anche questa donna, che ora ha la sua vita, e dei successi degni di lei.

E io?

Come al solito, io speriamo che me la cavo.

(Canzone gettonatissima fuori al Corte Inglés.)

 

Anche se è un tweet, scrivo dove l’ho trovato: http://www.giornalettismo.com/archives/2642237/tutti-meme-della-pubblicita-pandora

Ho visto cose che voi umani… Ho visto un tizio alto un metro e una vigorsol, con quello che Alessandro Siani definirebbe senza indugio ” ‘o fisico d’ ‘a tracchiulella“, che faceva notare alla sua ragazza di essere “piuttosto ingrassata” o “forte di fianchi”.

Ricordo inoltre un tizio a una serata che, mentre sedevo al tavolo dopo una visitina in bagno, mi ha guardato con aria allarmata e chiesto: “E le tette?!”, con la voce di chi stesse segnalando un furto. Dovevano essermi cadute dove lui aveva perso l’umorismo.

Per non parlare delle situazioni in cui la più brillante, e magari la più giovane, è lei: mettiamoci anche un po’ di “differenza sociale”, ancora così importante per qualcuno, e davvero, armatevi di cuffiette o mettetevi a giocare al cellulare, perché uscire con una coppia così significa assistere a un costante dispiegamento di sarcasmo distruttivo, con lei che si limita a sorridere. Perché si sa, se ti permetti di dire “a” arriva subito l’esortazione: “E fatti una risata!”.

Momenti di grande simpatia, lo so, ma è questo lo sfottò selvaggio che scandisce la mia forma primitiva di relazionarmi (e gli amici di altre provenienze, o anche del paesello limitrofo, si offendevano pure, quando lo facevo con loro). Non m’illudo affatto che sia una caratteristica delle parti mie, ma diciamo che lo zelo che dedichiamo noialtri all’impresa facilita lo studio del fenomeno. Trovo che questo continuo denigrare “per scherzo” riveli una costante, e a tutte le latitudini: l’idea di dover sempre “dimostrare” all’altro che è stato fortunato a incontrarci.

Dovrebbe anzi ringraziarci, per due motivi principali:

  1. non avrebbe trovato nessun altro “tanto generoso” da accettarne i difetti (e so che non è l’intenzione iniziale, ma tanti scherzi sembrano andare a parare lì);
  2. siamo delle perle rare: il “bravo ragazzo” che pensa di meritarsi amore eterno solo perché non ti ha chiamato “befana” al primo appuntamento; la “ragazza seria” che al contrario delle altre che “si truccano e siliconano” crede ancora nei vecchi valori. Peccato che gli uomini siano “intimiditi” da ragazze così, e si cerchino sempre le “gattemorte”, come sosteneva anche una nota scrittrice con tante belle parole. Poi si lamentano perché l’inglese è una lingua concisa: in effetti, “slut shaming” si dice in un attimo.

Ma la denigrazione costante verso le donne è un fenomeno particolarmente curioso, che  in spagnolo rientrerebbe in parte nel concetto di “presión estética“: ma come, hai i peli sulle gambe? Ma come, non ti trucchi? Passa l’idea per cui, così come siamo, non saremmo degne neanche di uscire di casa. Da qui i push-up, e il tacco 12 (o giù di lì) per cui vanno pazze le ventenni di Casa Surace, mentre le trentenni si comprano la batteria di pentole (…). Se sono scelte nostre fantastico, specie perché moriamo tutte dalla voglia di automozzarci il respiro, o di trasformare sei metri reali di marciapiede in dodici “percepiti” di marcia sui trampoli. Ma quanto possiamo scegliere, se ci riteniamo cessi a pedali senza nessun’altra caratteristica che possa compensare questa terribile mancanza iniziale?

Alcune relazioni sono dei costanti dialoghi con noi stesse in cui ci chiediamo se siamo “degne” di esistere. Nell’unica forma che alcune di noi conoscono: cercare qualcuno che ce lo dica. Uno che, per esempio, non ci regali un ferro da stiro o un grembiule, ma riconosca la bellezza come parte integrante della nostra femminilità, e con un astuccio portagioielli studiatamente minimal risponda: “Sì, dai, puoi andare”.

Qui mi sento di farvi uno spoiler quanto una casa: finché non rispondete “sì” voi, non ci crederete. Spero lo sappiate già, ma hai visto mai. Ve lo potranno scrivere in cielo con un aereo, ma non ci crederete.

Anzi, vi circonderete di tizi che sembreranno nati apposta per dirvi “no, non vali niente, ringrazia il cielo che ci sia io con te”.

La questione va al contrario: prima vi date l’autorizzazione di esistere, e poi, se proprio vi va, trovate qualcuno (o qualcuna) che sia felice di esistere insieme a voi.

Insieme, non al posto vostro.

E se tra tutti e due avete sessanta euro da spendere, ascoltate una cretina: “mangiateveli”!

Oppure compratevi un essiccatore.

Ah, farebbe felice solo me?

Oh, de gustibus.

 

Da http://www.siporcuba.it/mir-68.htm

A volte le parole hanno vita propria, e lo rispetto. Continuo a dire “ambaradan” nonostante il termine nasca da una strage in Etiopia, di quelle che gli italiani brava gente sono stati così veloci a dimenticare. Così come dico “in bocca al lupo” e, se lo augurano a me, rispondo “crepi”. Una napoletana non si fa fessa, sulle espressioni apotropaiche: l’Accademia della crusca mi ha confermato che il significato iniziale era scaramantico. Confesso che se finissi in bocca a un lupo mi ritroverei a desiderare, in effetti, che crepasse.

Però ci sono espressioni, tic linguistici, o anche solo modalità di formulazione delle frasi, che mi sembrano inopportune. Pazienza se il mondo le usa, io non lo farò.

Per esempio, ultimamente mi sono imbattuta in varie occasioni nel luogo comune per cui, per “rimorchiare” una ragazza di sinistra, devi citare questo o quel filosofo o, in epoche letterariamente più modeste, qualche cantante indie italiano. A un seminario, un giovane ricercatore greco spiegava che a fine anni ’60, tra l’opposizione studentesca alla Grecia dei colonnelli, si diceva che chi non avesse letto Marcuse non avrebbe mai conquistato una donna. Gli Hipster Democratici scrivevano una cosa simile sulla loro pagina a proposito di qualche complesso indie che mi sto disgraziatamente perdendo (mi bastano Pa-pa-pa-pamplona e le sue – sempre più scheletriche – ballerine).

A Savastano la perdono, la frase “S’acchiappa malamente con quest’indie”. Per il resto, invece, badate bene: anche in piena area “zecche”, che immagine emerge delle donne? Vagine ambulanti che devi attirare in una rete, come il lepidottero che evocano, con qualsiasi mezzo. Perfino la citazione filosofica, o musicale. A giudicare da un documentario che ho visto, se ne lamentavano le stesse lettrici di Marcuse negli anni ’60, quando intervistate dicevano: “Qua se non la dai a tutti sei una borghese retrograda”.

In tempi meno impegnati c’è sempre la carta “nipotino”. Uno degli esseri più infelici a cui mi sono accompagnata, ed è una gara degna di finire alle Olimpiadi, mi ripeteva come un mantra che quell’estate sarebbe andato ad “acchiappare” in spiaggia con suo nipote in braccio. Eravamo in quella linea d’ombra tra relazione stabile e scopamicizia che mi fa quasi riconsiderare i matrimoni combinati. Ed era uno scherzo, il suo, ma è curioso che si senta ancora l’esigenza di scherzare sulle donne come se fossero bambine da attirare con dei dolciumi.

Per non parlare di un motto che ho ascoltato nelle mie rare incursioni nella cosiddetta Napoli bene: “mai con la sorella di un amico”. Perché? Beh, per rispetto all’amico e alla sorella (in quest’ordine). D’altronde, “Salutame a soreta” è un insulto d’annata. Allora andare con una equivale a non rispettarla? Il sesso è ancora visto come un modo di degradare la donna? Le sorelle sono ancora “proprietà” dell’amico e baluardo del suo onore? Ma che davero?

Che vuoi farci, obietterete. Mezzo mondo usa queste espressioni, dal significato ben più evidente di “ambaradan” o “in bocca al lupo”, e magari con più leggerezza che convinzione. Non sarai tu a farle rimuovere, mi dirette.

Ok, ma non sarò neanche io a usarle. Non considererei mai un uomo come un cavallo da attirare con uno zuccherino, e se un uomo non facesse altrettanto con me non m’interesserebbe nemmeno. So che amore e sesso ci rendono incredibilmente insicuri, ma se guardiamo all’attrazione e al desiderio come appetiti da soddisfare a qualsiasi costo, li rendiamo sempre più “cari” e meno piacevoli.

Sarà che vivo in un posto che dà molto peso a tutti gli aspetti della questione di genere, linguaggio incluso, e su questo argomento sta facendo un lavoro fantastico.

Ma possiamo arrivarci anche noi, eccome se possiamo.