Archivi per la categoria: e comunque…

Innanzitutto un appello a San Gennaro, Sant’ Edinson (se non esiste, provvedere) e pure a Santu Sossio, probabilmente invocato dal compaesano Insigne nell’entrare in campo: quando la partita la vedo in Italia, il Napoli deve vincere sempre. Grazie.

E ora mi rivolgo a tutti voi: aridatece il Bar Sport! Quest’italica istituzione, tutta aperitivi e grappini, fatta apposta per guardare la partita tutti insieme. Io che sono fautrice della tecnologia, che non ne ignoro i pericoli ma ne apprezzo soprattutto le opportunità, non rimpiango certo gli anni ’50 di Lascia o raddoppia, con le famiglie costrette a riunirsi in una casa sola per penuria di mezzi, televisivi e non.

Ma cavolo, la soddisfazione di esultare e soffrire tutti insieme, a parte qualche sporadica eccezione ai Mondiali, ormai la viviamo solo noi italiani all’estero, che ci arrabattiamo per sfuggire allo streaming e cercarci un baretto di fiducia, magari tenuto da italiani come noi che controllano tre schermi alla volta per poi esultare, come è capitato ai miei camerieri preferiti, per aver “pigliato ‘a bulletta”.

Ebbene sì, sono disposta a soprassedere sulla novità del multischermo, e a vedere l’intramontabile Luisona di Benni sostituita con dolci più moderni (e, possibilmente, più freschi), come la grandiosa Torta Pan di Stelle che riesce a far gola perfino alle amiche catalane. D’altronde la preclusione alle donne, altra caratteristica del Bar Sport, almeno all’estero è stata ampiamente archiviata, con qualche agguerrita tifosa che oltre ai pettorali in campo bada anche ai lardominali dei camerieri.

Sarà che a casa mia la partita la vedono a spizzichi e mozzichi, ovvero a intermittenza. A volte, ahimé, per noia, a volte perché, al contrario, “non gli regge il cuore”. Ed eccomi da sola sul letto di mio fratello, che ha dovuto comprarmi l’evento Sky (e faccio presente che la Luisona è più economica), a seguire attenta i balletti di Zuniga e a esultare a sproposito di qualche azione sfortunata (ma tanto chi mi sente). Intanto il neolaureato, nello studio, interpreta un mio rantolo come un goal della Juve, e mi chiede ragguagli, e mia madre viene a fumarsi la sigaretta proprio sul balcone alle mie spalle. Mio padre, poi, entra ogni tanto a fare qualche commento sul bimbo Insigne, che ricorderebbe sotto il suo fonendoscopio in un’età in cui si era più certi della sua scarsa statura che del suo futuro di attaccante. E magari lancia qualche seccia tipo: “Attenzione, è a questo punto della partita che cominciano a rubare”. E allora BAM! Due goal in 5 nanosecondi e io a bestemmiare in diverse lingue di origine incerta. Ma stavolta, va detto, furti niente.

In ogni caso, anche se la vostra situazione è migliore, anche se avete una postazione già assegnata sul divano e il numero della pizzeria memorizzato sul Blackberry (e poco importa se stasera vi è andata la margherita di traverso), la partita in compagnia vi farebbe bene. Si parla tanto d’isolamento, d’individualismo, di chiusura in se stessi, che sarebbe carino cominciare da queste piccole cose. Anche quando ci si rattrista tutti insieme, tra una battuta e due chiacchiere la serata un po’ s’appara.

Insomma, che il Bar Sport non sia relegato a istituzione da neoemigranti. Che torni a risplendere tra le nostre tradizioni migliori. E se qualcuno prova di nuovo a mangiarsi la Luisona, la difenderemo con le unghie e coi denti.

Vi ho sgamati. Erano anni che non “scendevo” che per esami o feste comandate, o per una breve vacanza estiva. Ed erano anni che non restavo tanto in Italia, quindi vi ho scrutati, spiati, analizzati minuziosamente mentre lavoravate o cercavate lavoro, casa (i miei amici medici, beati loro) o vi ispezionavate il naso nella nuova metropolitana di Napoli. A proposito, bella, la fermata di via Toledo, grazioso quel mare che si muove mentre cammini e allora come una scema ti fermi e scopri che no, non si muove davvero, e manco un bambino di 4 anni ci sarebbe cascato.

Come vi trovo? Non ci crederete, ma più ottimisti, nonostante l’IMU. Non so se perché avete perso pure la voglia d’indignarvi, che pure sembrava lo sport nazionale, o proprio perché un po’ ci sperate perfino a Napoli, perché certi pessimisti che avete sbolognato a me a Barcellona dicono che Giggino de Magistris ha fatto solo ‘e chiacchiere e un po’ di scena. Ma insomma, la scena almeno mi piace. Infine, e la chiudo qua che questo è un blog per ridere, quando succedono immani tragedie, che poi sono le stesse di sempre, sembra che v’incazziate sul serio.

Come mi trovo? Meglio. 20 giorni di permanenza sono strani, perché c’è troppo tempo per riflettere. Anche se scrivo, lavoro, studio finalmente le lingue che mi piacciono. Leggo pure La Storia di Elsa Morante, le… gentilezze che si scambiavano i ventenni tedeschi e italiani nel ’44, e caso mai avessi dei dubbi su come finisse il libro mi basta pensare che, nel 2012, coi miei amici tedeschi parlo inglese, e in inglese auguro loro che sta Merkel “anche basta” (come diceva Renzi su D’Alema, perché dopo l’indipendentismo catalano le primarie del PD sono quasi divertenti).

Anche così, mi sento come Harrison Ford in A proposito di Henry, e mi chiedo che razza di vita facevo prima. La gente invece, quando va bene, mi vive tipo Richard Gere in Sommersby (lo so, so’ cinefila d’élite…), e dice ah però, quasi quasi torna da dove sei venuta e ripassa quando qualunque cosa mettano in quella paella ti faccia diventare addirittura ‘na persona seria.

In questo non cambiate mai: siete degli illusi. Bravi. Così vi voglio.

E voglio ancora l’Erasmus, per favore. Per favore. Ha fatto più miracoli quello che tutti i santuari della Campania. Senza quello, come tanti della mia generazione, non sarei mai partita, per poi tornare ogni tanto e scoprire che, come Spinaceto, l’Italia… pensavo peggio.

(voglia di ricominciare abusiva)

Per cominciare dovrò invocare la Musa delle periferie, la Calliope dell’enjambement alla Tiziano Ferro (puoi rima/nere…), la paladina della poesia pulp, molto pulp, pure troppo.

Che secondo me somiglia un po’ ad Ambra Angiolini, non quella di Ozpetek e Remedios linda pequeña chiquita, ma la pischella che di fronte al Principe Azzurro postmoderno che entrava in non so che negozio diceva: “Che fico, altro che i Take That!”.

La invoco perché mi aiuti a esporvi i miei dubbi sul linguaggio letterario degli scrittori italiani contemporanei, da lettrice incostante e trapiantata altrove.

Ho appena letto Acciao, di Silvia Avallone, e a parte le incredibili coincidenze e certi monologhi da Paninaro di Drive In, mi è piaciuto. Nonostante abbia aperto subito dopo La Storia di Elsa Morante, un’eco di questi personaggi livornesi fragili e (s)coinvolgenti si sovrappone ancora a quello dei passi di Gunther nella Roma del 1941.

Ma il linguaggio, nelle sue declinazioni più bimbeminkia, mi ha spaventata, proprio perché stavolta mi ha annoiata un po’. Eppure è la lingua di tante “novità editoriali”, quella profusione gratuita di cazzi che sembra il “fottuto” dei film tarantiniani, figlio dell’italiano artificiale del doppiaggio.

Ecco, pensavo al linguaggio di cui mi sono nutrita nella mia vita di lettrice, e a quello che vorrei adottare come aspirante scrittrice.

È da quando ho portato il postmoderno all’esame di Letteratura comparata che sospetto di avere una cultura da supermercato. Un pastiche costruito, si diceva, su film doppiati e su Jack Frusciante che esce dal gruppo, e mi lascia senza virgole 10 anni prima di conoscere Molly Bloom. Su un umorismo al femminile tra Bridget Jones e Zelig, di quelli che criticano i maschi, ma poi gli lavano i calzini e si dicono che in fondo, “lui almeno è reale”. Almeno. Che brutta parola.

Un imbroglio linguistico sporcato dalle lingue e dai viaggi, e dagli assegni di disoccupazione stranieri.
Destrutturato, sgrammaticato e contento, che plasma ad arte un vuoto incolmabile, perché non sai bene con che riempirlo.

E con questo linguaggio vorrei costruire libri. Ma come?

Leggendo il Vargas Llosa di Conversación en la Catedral, e l’Eduardo Mendoza del caso Savolta mi sono resa conto che stilisticamente parlando niente è più patetico di un linguaggio di rottura quando ormai si fa vecchierello.

E allora che alternativa propongo, un ritorno all’ordine? A un Canone riveduto e (s)corretto? Queste velleità si distruggono mettendo a confronto pedanti di paesi diversi. A un corso di scrittura a Gràcia, il classico nerd corpulento e occhialuto ci omaggiava della seguente metafora sulla buona letteratura:

– Una birra con un piatto di bravas è un delizioso spuntino, ma la gastronomia è un’altra cosa.

Per poi confessare che per lui la gastronomia (ovvero la Letteratura con la “l” maiuscola) era Baricco. Baricco! Quello che i suoi colleghi nerd italiani, davanti a una Peroni e un piatto di patatine fritte, avrebbero condannato senza pietà. Per poi incensare, magari, Zafón, che per gli spagnoli sarebbe le bravas.
D’altronde, peggio di richiamarsi a un imprecisato canone è scriverci rabbiosi contro, denunciando in ogni rigo, in ogni cazzo sparso la volontà (e l’incapacità) di chiamarsene fuori.

E allora, che stile adottare, per scrivere “bene”?

Non so voi, ma io ultimamente sono presa da una voglia di essenzialità. Sfrondo a ripetizione le mie frasi gonfie di immagini e azioni (troppe) fino a cercare un mondo delineato in due scippi,o due righe Times New Roman.

Niente di originale, ma è quello che voglio ora. Anche se con questo bazaar in testa che a casa mia si è chiamato cultura (o controcultura, a seconda della spocchia) non so quanto ci metterò.

È da quando sono tornata che mi raccontano storie di amori infelici, di donne che volevano a uno ma la famiglia non voleva, o non voleva lui, e allora si sono sposate con altri ma il pensiero è sempre lì.

La chiamerei pure sindrome di Brooke, dall’eterna innamorata che intanto si passa il resto del mondo. Se non fosse che i fatti risalgono addirittura a prima di Beautiful (cominciato notoriamente con la guerra del Peloponneso). Perlopiù queste vittime dell’ammore sono donne mature, quando sono ancora vive. Ma io ascolto terrorizzata e mi chiedo se in questo il mondo che mi lascio alle spalle decollando da Capodichino debba essere doloroso e immutabile come una tragedia greca. O, peggio, come una telenovela venezuelana.

Forse mi sbaglio, forse succede lo stesso anche alle amiche olandesi, che mi imitano tra il divertito e commosso il loro buffo modo di ballare a 15 anni, e avranno lasciato anche loro un amore impronunciabile in pista.
Magari ne sanno qualcosa anche le Brit, coi loro falò in spiaggia e i martellamenti ai maggiorenni per farsi comprare la birra. E che bevendo la Estrella a Barcellona si chiederanno che fine ha fatto quello della festa di fine anno, incontrato tra la seconda e la terza Forster.

Ma che volete farci, io ho la sensazione che ste cose succedano solo qua, nella provincia denuclearizzata a sei chilometri di curve dalla vita. E mi chiedo se mi sono liberata dal maleficio o me le devo portare nel sangue come la monnezza di 30 anni di mozzarella alla diossina.

Intanto a mo’ di difesa sono scivolata in un delizioso torpore, in cui, come si direbbe dalle parti mie (quelle nuove) me da igual, mi scivola tutto addosso in questo piacevole ottobre un po’ estivo.
Tornare a Barcellona o restare qua, andare con un ex collega di Lettere o enrollarme con un company di catalano, pizza da Di Matteo o da Sorbillo (e questo è il dato più preoccupante).
Forse quest’atarassia godereccia, oltre a un palese ossimoro, è anche un modo di dire a Veneri discinte e Madalene piangenti che stanno bene dove stanno e, senza offese, vorrei fare di testa mia.

La mia frase preferita del Tao Te Ching (ok, l’unica che conosco) è: solo quando ti stanchi della tua malattia te ne puoi liberare.

M’ ‘o segno.

(ci sarebbe anche questa, sconsigliata ai deboli di stomaco)

Valigia già in “cameretta”, biglietto aereo Barcellona-Napoli buttato… Cosa manca? Ovviamente, la frase:

– Mettiti comoda, che ci mettiamo a tavola.

È una parola! I panni per casa dovrei portarmeli da Barcellona, ma mi scoccio. Risultato? Dall’armadio mi si rovescia addosso una valanga d’anni sotto forma di veri e propri reperti d’epoca (perfino una giacchina batik di quando avevo una pancia da mostrare!).

I miei criteri di salvataggio panni sono stati dei più irrazionali, ripesco maglioni slabbrati accanto a camicie evidentemente comprate sotto effetto LSD. Ditemi che sta gonna me l’hanno regalata…

Alla fine riemergo vestita da museo ambulante: sopra, la T-Shirt con su la poesia del primo fidanzatino, che adesso forse si vergognerebbe di aver usato davvero la parola provvida. Ma è molto tenera, e poi il doppio cuore (!) si abbina alla gonna. Tra le prime un po’ zingare prodotte da marche “serie”: Garibaldi, dunque, aveva appena avuto il morbillo. Sopravvissuta ai miei lavaggi sperimentali in lavatrice, ha visto l’assurdo primo viaggio a Barcellona (“Ma, Maria, hai mai pensato davvero a come potrebbe essere, tra noi?”, “Non so… Bellissimo?”) e l’ancor più assurdo secondo viaggio (“Perdonas, dondes podemos mangiar una buenas paellas?”, “En Valencia!”).

Aggiungici gli orribili infradito gialli che il primo amore a distanza si chiedeva “perché non avessero successo”, e il quadro è completo.

Mi diverte, rimettere i panni di questa ragazzina tirchia ma non troppo, insicura al punto di non mettere mai colori sgargianti, ma non abbastanza da risparmiarsi magliette scollate (da riempire, immagino, con quei terribili push-up che ti strangolavano tipo bustino dell’ ‘800).

Eri proprio un’idiota, le dico affettuosa, guardandomi allo specchio.

E vorrei ancora il suo ventre piatto.

La sua incapacità cronica di campare gliela lascio in fondo all’armadio, sperando che non ci esca più.

(NB: Il titolo è ingannevole. Forse)

Scendo canticchiando Eros.

Colpa del vicino del terzo piano, che lo spara a tutto volume per rappresaglia verso i discotecari del piano di sopra.

Saltello ancora per strada quando scanso per un pelo la pazza con le stampelle.

– Puta! – mi saluta.
– Gracias! – rispondo.

Buon pomeriggio, Raval.

Stavolta la prof. c’è, all’università. È il terzo tentativo di farmi scrivere la lettera di raccomandazione per una borsa a Napoli.

Lunedì se n’è andata prima per non so che problemi, ho letto la mail solo dopo aver percorso il dipartimento deserto. Magari la polvere c’era solo per l’estate non ancora finita, ma mi piace pensare che la crisi sia anche questo, le orme sul pavimento di un dipartimento deserto.

Martedì, almeno, mi ha risparmiato le orme. Se è urgente vieni a casa mia, mi ha invitato per telefono, altrimenti domani stessa ora.

Come dice un’amica siciliana: a la tercera va la vencida.

La prof va di fretta perché vuole comprare non so cosa, prima che aumenti l’IVA. È una frenesia che prende tutti. Mi chiede l’indirizzo preciso dell’ente e non lo so. Sono sempre la solita. All’esame di dottorato andai senxa carta d’identità.

Passiamo dallo spagnolo al catalano all’inglese, e per fortuna la lettera me la scrive in quest’ultima lingua.

– Grazie, per qualsiasi cosa già sai.
– A novembre c’è il convegno del mio istituto, serve aiuto a livello logistico. Certo, avresti potuto fare da relatrice…
– Ehm, non so nemmeno se ci sono, a novembre, è capace perfino che mi diano sta borsa!

In realtà non sapevo del convegno, non sapevo di nessun convegno. Mi ero scordata di aver studiato da ricercatrice, di aver fatto un dottorato. A che pro, con meno di 1000 euro al mese, quando te li danno, se nemmeno è la mia vocazione?

Tanti colleghi con cui parlo sono innamorati della ricerca. Io voglio scrivere, sto scrivendo. Il problema è guadagnarsi il pane scrivendo, e la ricerca mi sembrava una buona soluzione, premesso che non mangio più come un tempo.

Ma ho trovato un compromesso. Voglio occuparmi di lettere. Sì, quelle dei soldati. Quelli con cui ammorbo i miei due lettori e mezzo tra un articolo e l’altro.

Se devo riprovare con la ricerca, voglio che sia con qualcosa che mi piace. I miei soldati catalani nelle trincee francesi, quelli scordati dalla storia dopo che erano stati moltiplicati, fraintesi, strumentalizzati per propositi nazionalisti.

Se mi fanno tornare in un archivio, voglio che sia per loro.

Che bello, per una volta m’impunto e dico, o questo o niente.

Forse è la cosa più importante che ho imparato in questi anni barcellonesi, penso entrando nella Biblioteca de Catalunya.

D’estate mettono fuori due scacchiere giganti, da usare per la dama o per gli scacchi. Ci vanno a giocare gli stessi, quasi sempre, due ragazzi che mi sembrano cingalesi e una signora anziana, col codino e una sporta verde.

Io percorro tutta la biblioteca e faccio un’altra cosa che non osavo più fare: tornare alla letteratura. La mia laurea in Lettere è del 2005, quando i libri erano ancora una via di fuga.

Ora li guardo con gli occhi che mi ha regalato la Storia. E voglio che invece di portarmi via mi aiutino a stare qui, presente. Pronta.

Ma prima scrivo il mio, di libro, un’ora o due. Il titolo me l’ha suggerito un sogno. Il manoscritto me lo consegnava un amico che non vedo da un po’. Uno che mi faceva un sacco di regali.

Forse questo è il regalo più bello che mi ha fatto.

* acchiappare un palo = prendere il due di picche

foto inedita… :p

– Tieni, questo è l’anello che mi regalò tuo nonno la nostra prima Epifania da sposati.

6 gennaio 1951, ho calcolato, sopraffatta dal regalo. Un fiore coi petali d’oro, di tre colori diversi.

– Me ne fece qualcun altro, poi quasi niente – ha continuato al passato remoto – il fidanzamento è una follia. Il matrimonio, invece … – .

Da fidanzati il nonno si era intrufolato nell’aula in cui lei insegnava, prima della campanella, e aveva scritto “Ergerti vorrei un trono vicino al sol”. L’Aida, di Verdi. Quello dell’inno padano.

Poi Aida si era messa il grembiule e addio poesia.

Oggi abbiamo altri regali e altri alibi. Uno che ho smesso da poco, comodissimo, è gli uomini si mettono con le tipe insulse perché hanno paura di quelle intelligenti. Ora mi sembra l’equivalente femminile dell’odioso le donne si mettono con quelli che hanno i soldi.

E poi, cos’è “insulse”? Tranquille, allegre, serene? La mia generazione confonde spesso intelligenza e inquietudine.
E se ci sono ancora uomini che non lo fanno, allora dovremmo prendere esempio, penso con un sorriso.

Ma io l’ho già fatto. Che ci trovi, mi chiedevano l’anno scorso, in uno che non parla nessuna delle lingue che parli tu, che obbedisce ciecamente alla sua religione, che a volte ti fa domande da bambino delle elementari?

Innanzitutto, quelli che l’hanno visto sanno che ci trovavo. Al diavolo il discorso sull’intelligenza più importante della bellezza. La bellezza è un miracolo, e se non è un “merito” non sono sicura che l’intelligenza lo sia.

E poi ci trovavo la pace. Una filosofia ovvia e tranquilla: “Che non possiamo comunicare non è un problemo. Un problemo è bimbo senza gambe”. E sospetto che in Kashmir ne avesse visto più di uno.

E il futuro. La rarità di essere uomo a 30 anni. Di voler solo un po’ di pace e un terrazzo vicino al sol (il trono è scomodo), e un figlio da circoncidere con una bella cerimonia (“Sul mio cadavere”, annunciavo bellicosa).

Non è durata, però, il rimedio all’inquietudine non è la noia. Ci vuole equilibrio.

Che se lo cercassero altri, io sto bene sulla mia amaca a una piazza sola. Ok, una piazza e mezzo.

Ma la nonna non capisce quando parlo così.

Ho infilato l’anello all’anulare sbagliato, pensando alle cose che non saprà mai.

E a quelle che non saprò mai io.

– Espulso Pandev! – ho gridato dal balcone.

I 4 ragazzi intorno all’auto mi hanno guardata curiosi, le valigie già scaricate.

– E perché?
– Boh.

Sono scesa ad abbracciare mio fratello, di ritorno dalla prima tranche di vacanze, e a salutare la sua ragazza e i loro amici.

Fino alla sconfitta del Napoli (in 9 contro 15, ironizzano su fb) il ritorno stava andando piuttosto bene.

Vari momenti di tensione, ma una tensione allegra.

Come in fila per i bagagli, quando è squillato il telefono e non credevo ai miei occhi, ma me l’aspettavo, anche.

Come mi aspettavo la strana conversazione che sarebbe seguita. Troppo normale per non essere strana. E in spagnolo, che per noi è sempre stato la lingua della distanza, del “come va, tutto pronto per la partenza, trovato casa (mi dice il prezzo intero, come se vivesse solo), sei contento di andartene, scrivi”. E la lingua del non detto, o così mi sembrava mentre il tizio davanti mi credeva spagnola e mi sfotteva coi compagni.

Ho risposto con una smorfia napoletana e mi hanno pure salutato, mentre già poggiavo la valigia sul rullo trasportatore.

I souvenir di sempre, sempre più scemi, la confusione a Capodichino, mamma sto alle partenze, ma io ti aspettavo agli arrivi, e via fino a casa, senza passare dalla zia che mi fa strano non esista più.

Come il giardino del nonno, che fa male a guardarlo, senza più alberi e pieno di erbacce. Almeno adesso si vede il rubinetto vecchio, che messo lì tra le rose aveva un’aria di mistero, e la porticella chiusa in cui avevo deciso vivessero le fate.

Stavo per toglierci il fil di ferro per scoprire se nascondeva cavi elettrici o tubature. Poi ho deciso di no.

Le fate vanno bene.

Fate vrenzole come le trummettelle che hanno festeggiato i due goal oggi pomeriggio, prima del tossico.

L’unico momento brutto è stato mentre cercavo invano di allattare il gattino, scovato minuscolo in cortile e adottato all’istante, mentre la nonna cadeva l’ennesima volta e mamma per accudirla non rispondeva al telefono. Era la mia amica, in ritardo.

Stress.

Ma l’ho affogato nel gattò.

Il gattò è una cosa seria, altro che babbà.

portami il mondo in una piazza

Home is so far from Home, scriveva Emily Dickinson.

Di solito, la notte prima di lasciare Barcellona, anche solo per una settimana di Napoli, mi faccio un lungo giro per “congedarmi”.

Stavolta l’ho dovuto fare per forza, perché ho lasciato le piantine a Urgell, alla donna dal pollice verde. Che le ha piazzate subito accanto alla vite, incaricandola d’istruirle sulle regole della casa.

Altri livelli, ho pensato avviandomi in ritardo all’appuntamento. Una coppia di napoletani (lei di Matéra, ma ormai dei nostri) con una notizia da darmi.

Ovviamente se ne vanno da Barcellona, mi spiegano sulla strada del Port Vell. A lei scade il contratto a termine, a lui è slittato un lavoro a ottobre. Hanno altri progetti, tutti fuori dall’Italia.

Li ascolto attenta e dispiaciuta, quando mi squilla il telefono e grido:
– Nooo!

Se l’aspettavano. Forse mi avevano dato appuntamento per questo, per stare lì mentre ascoltavo:

– Ciao! Sto con … e la sua ragazza, appena arrivata! Ci raggiungi?

E qui mi si è aperta la rosa delle scuse:

Oh, che bello, peccato che debba lavare i capelli alle Barbie.

Magari, ma devo separarmi tutte le doppie punte.

No, me lo chiedi proprio ora che Johnny (Depp) ha parcheggiato l’elicottero in terrazzo e si è autoinvitato a cena?

Alla fine ho guardato i due amici in ascolto e ho detto solo che restavo con loro, perché partivano, caso mai vi raggiungo più tardi.

– Ok, allora chiama direttamente lui, che io torno presto e li lascio soli.
– Contaci!

– Partiamo a settembre – hanno specificato i napulegni a fine chiamata.

Poi, guadagnandosi il Nobel per la pacienza, mi hanno ascoltata sbariare per 3 ore. Perché coi napoletani non mi lamento, non vado in crisi, non sclero. Sbareo, al massimo azzecco ‘e ponte.

Una lunga filippica sull’ambiguità nei rapporti. Posso accusare qualcuno di ambiguità, nell’ennesima situazione ridicola in cui mi sono cacciata? Forse no. Tutto ciò che posso dire, signori della corte, è che, per quanto fossi stata riservata e timida (tanto, tanto tempo fa), che fossi fidanzata prima o poi mi scappava.

– Moglie e buoi dei paesi tuoi – mi sfotteva lui.

E giù altre filippiche sul mio manifesto autorazzismo.

Il giro ce lo siamo fatti, eh: Barceloneta (col cinema gratis sulla sabbia), Born, e il mio lungo ritorno a casa attraverso la Rambla. Poi c. Carme e lo slalom per evitare l’imbecille della serata, che decido di non salutare perché anche solo un “hola” di risposta per qualcuno è un invito. Mi è capitato con filippini, paki, argentini, l’idiozia non ha confini.

Come Plaça Universitat, che mi aspetta tra una settimana insieme alla navetta dell’aeroporto, che ripartirà puzzolente di caciocavallo.

È la mia piazza preferita, con tutto il suo potenziale: la gente che s’incontra fuori alla metro, gli skaters scassaminchia, Plaça Catalunya a sinistra, con la Fnac alla fine del Pelayo, la Ronda di Sant Antoni a destra, col mercato.

Al paese invece mi aspetta Sky in infradito, e qualche amico che non parte. I due cinema proporranno i film dei Vanzina, o qualche sparatutto doppiato.

E quando tornerò, lui sarà sparito. Resterà Barcellona.

Come si dice dalle mie parti, “vado bene io”.

(esempio di sbariamento con flamenco)

(esempio di addio romantico)

Stamattina la luna non voleva proprio saperne, di levarsi dai piedi.

Stava lì, illuminata dal primo sole, enorme e stupenda come due sere fa, quando mi resi conto che la Festa della luna piena era stata un buco nell’acqua. Che la Casta Diva era enorme e stregata sul mare della Mar Bella, la mia spiaggia preferita a Barcellona, ma che intorno alla collinetta dei nudisti la gente si raccoglieva in gruppetti isolati, autarchici.

– Qui siamo così – spiegava l’amica catalana, sorridendo – magari sfiori quelli del gruppo accanto, ma non vi parlate nemmeno.

E poi non c’era granché spazio per la conversazione. Un gruppetto si bagnava en pelotas, senza costume, un altro suonava incessantemente dei tamburi, e un circolo bello grande di gente sembrava consumare qualche strano rito, alternando momenti di raccoglimento a movimenti lenti, uniformi.

In effetti la luna era proprio stregata.

L’amico di Palermo non era venuto, forse era esausto dopo il lavoro. L’avevo visto la mattina in Plaça Sant Jaume, davanti al Palau de la Generalitat, a protestare coi suoi colleghi per la gran putada.

Il governo catalano ha tagliato i fondi ai centri che non gestisce direttamente. Manco gli stipendi per gli assistenti sociali. Intanto lavori, poi si vede.

L’amico però pensa che a settembre si risolve tutto, magari è una manovra politica pure per far vedere che la colpa è del Govern Central (si pronuncia “Satana”) che di fondi non ne manda abbastanza. Pensa ai suoi assistiti, autistici geniali che magari s’incazzano perché le patate nel piatto toccano la carne, e che ora si ritrovano senza suppellettili, senza niente.

Loro non votano, osservo oziosamente.

Lui si voleva mettere in mutande a cucinare un pentolone di fagioli con chorizo (sempre per il doppio senso: salame-arraffone). Avevo già pensato alla battuta: avrei preferito vederti così in circostanze più amene.
E invece, compunti, ci siamo seduti a terra in Plaça Sant Jaume, gruppo “Acció”. E mentre parlavamo è passata una volante, è sceso un poliziotto, si è messo a leggere i cartelli, una delle ragazze gli è andata incontro decisa e… Si sono abbracciati.

Li ho fotografati che chiacchieravano prima che il poliziotto se ne andasse soddisfatto. A lui hanno tolto la tredicesima e diminuito stipendio e ferie.

Ogni tanto passavano turisti italiani, inconfondibili, e allora l’amico si alzava e cercava di spiegare. Guardavano a terra, imbarazzati dal loro disinteresse, e andavano via.
E lui s’intossicava.
Non serviva a nulla spiegargli che le cose non si chiedono, s’impongono, niente “posso lasciarti questo volantino?”, metterglielo in mano e se non lo vuole leggere lo buttasse.
No. Lui pensava solo che era deluso. Che la gente del suo paese, del nostro, è ormai rassegnata.

Passiva no, pensavo tornando dalla festa della luna piena, a giudicare dal balzo che ho fatto quando un energumeno si era parato dinanzi a noi tre. Mi ero sapientemente scansata con l’andalusa, mentre la catalana si era ritrovata in faccia le grandi mani sozze ed era stata “salvata” dalle due terrone. Era stata l’unica a esitare, perché non capiva che succedesse.
Era rimasta incredula per molto tempo: “perché proprio a lei”, ci chiedeva. Avevo provato a dire che lei non ci era abituata, ormai quasi neanche io, e mi tornava alla mente il vecchio refrain “Sono quattro anni che vivo in un paese civile”.

Mi è tornato anche ieri sera, davanti alla luna solo un po’ più lontana e appannata, mentre mio padre mi suggeriva che le molestie vanno assolutamente condannate, però… “Abbassando i toni, in nome dell’umana fallibilità”.

Ci risiamo coi però. È questo che mi aspetta a casa, i però?

Evadere è reato, però se si può… Le raccomandazioni sono esecrabili, però la vita è dura. E le molestie orribili, però chi le fa è spesso incapace d’intendere e di volere. E poi la classica mano sul culo (quella che ti devi “saper giostrare”, diceva un coetaneo al paese) non lascia tracce.

Suppongo che chi la pensa così è stato toccato da una ragazza, la prima volta, non da un baffuto signore sorridente sull’R2, come me a 14 anni.

Ma questa “è la posizione più scientifica”, e allora se fermano ‘e rilorge perché la scienza ha parlato.

La stessa che 50 anni fa prescriveva scientificamente l’elettroshock agli omosessuali, e che ora improvvisamente “non era vera scienza”. Come quella, immagino, che 120 anni fa affermava che le donne amavano le botte, e che poi non sentivano tutto sto dolore.
Quali delle teorie snocciolate come scientifiche non lo saranno più tra 50 anni?

La scienza è la più ridicola delle religioni, perché non sa di esserlo.

E penso con un brivido al mare di “però” che costella il cielo tra la padella e la brace.
Tra Barcellona e Napoli.

Ma è cosa ‘e niente.

(canta che ti passa)

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