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Ho fatto lezione contenta, col cuore leggero, nel giorno ideale per farlo: solo due ore al mattino, poi il pomeriggio libero per inventarmi impegni inutili.

In classe abbiamo parlato di cucina “fusion”, ci siamo indignati per certi accostamenti di sapore e poi ci siamo accorti, o ricordati, dell’inevitabile: cucini con quello che hai. Nella carbonara ci vuole il pecorino perché là dov’è nata si allevavano pecore, mica mucche. Il mais è arrivato prima al Nord e allora polenta e osei.

Insomma, ci scanniamo su roba che è nata spesso dalla necessità. Cucini con quello che hai.

Tornando in metro riuscivo a sorridere perfino alle signore locali che mi scostavano a culate o mi facevano il limbo sotto l’ascella per sedersi, e mi sono resa conto che sono otto anni che ci sopportiamo a vicenda. Allora mi sono ricordata di chi otto anni fa, con me in procinto di partire, mi scrisse: “Devi prendere un aereo, quindi non dirò niente. Ci vediamo al ritorno”. Il ritorno che non ci sarebbe mai stato.

Allora ho fatto un po’ di fantastoria e mi sono chiesta: “Se avessi avuto allora la serenità di oggi? La sicurezza, l’allegria? Come sarebbe stato chiudere il cerchio della mia storia-non-storia, la più romantica, quella dei vent’anni? Sopravvivere alla consegna insostenibile di realizzare quei sogni fatti proprio per non avverarsi mai?”.

Sì, questo pensavo, tra gente che sgomitava con le valigie per scendere a Plaça Catalunya, lontana nello spazio e nel tempo dall’aeroporto dell’ultimo saluto.

Mi sono data una risposta che ormai è un’abitudine, ma che, ora lo so, non è una consolazione: i sogni così sono cerchi che si chiudono su se stessi, è come se la tua vita finisse a vent’anni, come in una favola. Due si vogliono, ci sono gli ostacoli, si ottengono e vissero felici e contenti. Che succede, dopo? Boh. Il cerchio si è chiuso e il dopo non è affar dei sogni. Ergo, può anche essere un incubo, non è dato saperlo. Invece che succede se al posto di chiuderci su noi stessi ci apriamo, smettiamo di piegare la vita ai nostri sogni postdatati e seguiamo i suoi giri strani? Che succede se prendiamo i suoi voli, ci lasciamo sbattere un po’ dalla marea provando senza troppa convinzione a girare il timone dove vogliamo?

Tutto questo, pensavo, anche scendendo alla mia fermata, in pasto al pomeriggio di sole.

Soprattutto ricordavo la lezione: si cucina con quello che si ha.

Otto anni fa avevo dei sogni. Ora ne ho altri. Non puoi unire soja e pecorino in un paese in cui non bevono neanche il latte. Non puoi produrre vino dove fa freddo tutto l’anno.

Non puoi avere la serenità accumulata in sette anni e gli stessi sogni di quando non l’avevi.

Il pomeriggio fuori mi ha accolta bene, con un sole nuovo.

creating the cobra Hacer la cobra: espressione spagnola che indica l’abile mossa di tirare indietro la testa per scansare un approccio.

Il salto del bacio, quest’attività in cui siamo atlete professionali fin da un’età molto precoce, in Spagna si fa meno ipocrita della tecnica che ho imparato io nel Paese d’ ‘o Sole: invece di “porgere l’altra guancia”, per poter fingere entrambi che il bacio fosse diretto a quella, le iberiche ritirano onestamente la testa all’indietro. Ci mettono pure un “Pero ¿qué haces?”, di meraviglia e sdegno.

Ecco, ieri credo di aver assistito al cobra perfetto, tra una spagnola e un conterrOneo, a un concerto di musica del Sud Italia.

Quando ho visto il quasi-paisano abbracciare questa bella ragazza stranita dalle nostre tammorre, ho pensato che fossero una coppia appena formatasi. Poi li ho guardati meglio e ho capito che, malgrado le risatine, lei era riluttante. Li ho guardati di nuovo (ma i fatti miei no? No, mi ero seduta alla terza tarantella e li tenevo proprio davanti) e ho cominciato a sospettare che lei fosse un po’ imbarazzata da tanta insistenza.

Finché, lei su una sedia, lui inginocchiato lì accanto con le mani sulle sue gambe, non si è consumato l’affondo finale: lui si è sporto in avanti per baciarla e lei ha gettato all’indietro la testa, la coda di cavallo appena scossa da un piccolo sussulto. Allora, e solo allora, si è chiarito tutto, con un grave problema per la mia coscienza.

Perché una parte di me è pronta a scattare in difesa di una ragazza tampinata da homo italicus delle mie regioni che abbia inaugurato la stagione della caccia, specie uno come quello, che a ogni allontanamento di lei si consultava coi compagni (e uno gli diceva “lascia perdere” e l’altro “continua”).

D’altronde, però, la mia lotta all’ambiguità non mi dà tregua e mi deve far riconoscere una cosa: fino a quell’affondo finale non si capiva lei cosa volesse fare, dunque lui era proprio convinto di fare cosa gradita. Quindi, sarebbe stato più facile per entrambi se invece di fare sta danza del corteggiamento fossero stati più onesti e meno insinuanti (tra insistenze e riluttanze).

Lo dico a prescindere dal sesso di chi insiste e chi respinge, premettendo che finché non si è molesti o a disagio si è liberi di fare ciò che si vuole. Anche d’interrompere il bacio a metà e piantare in asso l’altro senza spiegazioni.

Ma la confusione a chi giova?

Ai luoghi comuni di cui io sono vittima sugli squallidi latin lover, e quelli sulle profumiere, tanto cari ai primi (che però sono sempre così disposti a fraintendere l’ambiguità a loro vantaggio).

Quello che ho visto, in fin dei conti, erano due persone. Che volevano divertirsi, benché in modi diversi, e hanno agito in maniera non lineare, in modo complesso, come tutti gli esseri umani.

Io discuto da tempo con le amiche italiane di qua che rimpiangono una volitività maschile che a me sembra solo arroganza, ed è questo il tipo di approccio che proprio non mi manca: un’avanzata costante, quasi aggressiva, un continuo e arrabbiato tentativo di farsi dire “vai bene così, mi piaci, sei un vero uomo”.

Solo, quando scatta “la cobra”, mi chiedo se una comunicazione più chiara, da parte di tutti, non semplifichi molto le cose. Basta uscire da questa girandola costante dei ti dico non ti dico, delle proprie insicurezze, delle paure…

Non so. Questioni di lana caprina in una serata sottratta a House of Cards.

E alla comodità dei pregiudizi che ci incollano ai nostri divani, convinti di sapere da che parte stiamo.

converse  No, nel Settecento la gente non era uguale a noi. Non è solo la moda, a cambiare, o la dieta, o la casa, ma gli esseri umani, il loro rapporto con le cose, la loro mentalità.

È qualcosa che fatichiamo a capire per l’irriducibile tendenza a ricondurre ogni esperienza alla nostra. Ma no, non basta un abito vaporoso a trasformare un’attrice del New Jersey in Maria Antonietta.

Sofia Coppola ha un bel nascondere un paio di Converse tra gli scarpini dell’austriaca di Versailles, ma il minuetto non è intercambiabile con l’indie degli Strokes e le licenze poetiche si perdonano se, usciti dal cinema, non si confondono con la realtà.

E noi non sempre siamo disposti a credere che il tempo cambi le cose.

Prendiamo il famoso caffè con l’ex. Perché pensiamo sia così risolutivo?

Perché crediamo davvero che la persona che ci ritroveremo di fronte sia la stessa di tre mesi, due anni, un decennio fa. Solo un po’ ingrassata, con meno capelli o con le prime rughe.

Ma a parte questo sarà tutto “come prima”, vero? Magari non staremo su un muretto a darci i baci con la lingua, ma, mutatis mutandis, avremo più libertà di muoverci, ora che uno dei due ha una casa per sé.

E invece no. Come facciamo a non capire che quello che c’è stato nel mentre l’ha cambiato, così come ha cambiato noi? Ricordate Daisy e Gatsby, quando lui cerca di estorcerle la bugia che non abbia mai amato l’odioso marito?

Non è vero. E il mondo non gira intorno a noi e al nostro rapporto col passato. Sapete cosa mi ha fatto più sclerare, dei vari episodi di amiche mie che finissero coi miei ex? Il fatto che tenessi entrambi, l’amica e l’ex, incasellati in due scompartimenti diversi della mia esistenza e che le loro vite, invece, si estendessero più in là di quelli, s’incrociassero, si fondessero a prescindere da cosa decidessi o non decidessi io per loro.

Non controlliamo il passato, figuriamoci il presente.

Accettarlo è  l’unico modo per ricominciare, se proprio vogliamo, una qualsiasi forma di relazione, che sia d’amicizia o di altro. Non cercare il ventenne coi capelli folti e poca voglia di andare ai corsi, ma scoprire invece cosa sia diventata la persona che conoscevamo. Quali esperienze l’abbiano arricchita, o anche trasformata, non sempre in meglio, per portarla a quel tavolino a fare la stessa operazione di riconoscimento con noi.

Altrimenti cercheremo un fantasma in un perfetto sconosciuto.

Chiedendoci anche da quando compri scarpe così orrende.

 

E51b_S4_House_of_Sand_and_Frog_1-crop-540x404 Ho riscoperto un libro carino che avevo un po’ accantonato durante il dottorato: Vita di casa, di Raffaella Sarti. Un’ambiziosa e dettagliata storia della vita “casalinga” nell’Europa moderna, tra contadini tedeschi che cedono per contratto la fattoria ai figli e lunghe case senza corridoio in cui, per arrivare in fondo, devi attraversare tutte le stanze.

L’autrice mi ha fornito la metafora perfetta per qualcosa che, qualcuno l’avrà notato, mi tormenta da un po’: la mia tensione tra moralismo e apertura mentale al momento di descrivere la mia generazione. Intanto ho scoperto, in ritardo, che ci definiscono millenials. O generazione Y. E io che ero rimasta alla X, descritta da un giovane Ethan Hawke nel già precario Prima dell’alba!

Ma tempo fa ho discusso col mio ragazzo sull’idea scrivere un romanzo su una “Young Adult” alla Charlize Theron, ma trapiantata a Barcellona. Una più-che-trentenne che faccia la stessa vita di una ventenne appena sbarcata in città, tra lavoretti in call center e appartamenti condivisi con coinquilini stranieri con cui sbronzarsi. Sentendosi eroica a non “cadere” nella trappola posto fisso – figli – mutuo da pagare.

La mia sensazione è che alcuni lo facciano per vocazione (ok, allora!) e altri si mettano in un limbo in cui né si precludono del tutto la trappola di cui sopra, né trovano un’alternativa che li faccia star bene. Come se fossero eternamente parcheggiati. Come la Theron nel film: secondo il link qui sopra (che sicuramente avrete aperto), è “incastrata in dinamiche affettive adolescenziali ma afflitta da problematiche adulte”.

Cosa te lo fa dire, insisteva il mio ragazzo. Semplicemente stanno bene così e nessuna normativizzazione di ciò che sia l’età adulta impedirà loro di fare ciò che vogliono.

E invece la professoressa Sarti è venuta in mio aiuto con le sue case di qualche secolo fa. Perché ciascuno, in fin dei conti, si arrangiava con quello che trovava (ricordo un contadino toscano che non poteva sposarsi perché non sapeva dove piazzare il letto, con dieci parenti a dormire nella stessa stanza!).

Ma quando c’era da edificare ex novo, spesso l’abitudine batteva la comodità, almeno per gli espatriati: che minchia ci facevano case col tetto spiovente in riva al mare?

Be’, la famiglia in questione veniva, mettiamo, dal Nord Europa, e aveva sempre fatto così.

Ecco, a volte mi sembra che i “giovani adulti” della mia età applichino alla loro vita strategie di costruzione che appartengano ad altri contesti, che magari li fanno sentire comodi per tradizione, ma poi li fanno soffocare sotto altri aspetti.

Un lavoretto part-time è una manna dal cielo quando hai 20 anni e stai facendo un Erasmus, ma se hai già due lauree e un master perché non ci provi nemmeno, a entrare all’università come lettrice? Se mi dici “Non fanno per me, i figli”, ti capisco, ma se cominci a spiegarmi che “vivi in un quinto senza ascensore, come porti su il passeggino?” o “gli uomini di oggi sono tutti bastardi, dove lo trovo un buon compagno?”… Mi chiedo due cose: perché a pari costo ti prendi un attico e non un primo piano? Perché il tuo reparto amici comprende quasi unicamente tizi arroganti, mediamente fasci e inclini alle battute sessiste?

Insomma, per dirla con Hipster Democratici, la metafora architettonica per descrivere la vita umana è mainstream dai tempi del Vangelo. Ricordate? La storia di quello che costruisce la casa sulla sabbia rispetto al saggio architetto che la fa bene, sulla roccia ecc.

E le case sulla sabbia, se pensiamo alle tende berbere, sono ottime in mezzo al deserto, ma edificate in una grande città… non so. Ci convengono? Se la risposta è sempre a me sì, andate in pace.

D’altronde, a Barcellona, non molto tempo fa, tra gli annunci di stanze in affitto c’era chi offriva una tenda da campeggio nel proprio salotto, non so per quante centinaia di euro.

Coincidenza?

Ma prometto ai miei giovani adulti, da adulta vecchia, che non scorderò più questa frase di Borges, che magari dà senso a tutto il mio sproloquio:

Nulla è costruito sulla pietra, tutto è costruito sulla sabbia, ma dobbiamo costruire sulla sabbia come se fosse pietra.

leggings-animalier-asos Avete presente l’articolo di Lata Mani e Ruth Frankenberg sulla teoria postcoloniale? Ovvio che no, perché dovreste? Sta roba la studio solo io!

Ma se lo trovate in giro a meno di 33 euro (è che rosico, ce l’ho fotocopiato da qualche parte dai tempi del master inglese), dategli un’occhiata. Dice che in qualsiasi discorso sociale si incrociano diversi assi: quello etnico, quello di genere, quello economico…

Insomma, c’è una molteplicità di prospettive, in ogni analisi sociale che possiamo fare. E il discorso vrenzole sembra comprenderle tutte.

Nel disprezzo di questa figura terminologicamente recente, ma vecchia come il cucco (dona, de classe baixa i nació oprimida, avrebbe detto una poetessa catalana), ci mettiamo tutto quello che non vogliamo essere.

Jo songo ‘o specchio addo’ nun te vulisse maje guarda’, cantano gli Almamegretta in una canzone che secondo i cliché la vrenzola non ascolterebbe, perché lei sente solo Alessio (“Ancora noi!”) e Rosario Miraggio.

Però mi sembra perfetta per le vrenzole, almeno a giudicare dalle pagine che le sfottono.

Per esempio questa, che seguo volentieri per i deliranti strascini virtuali, ma che ogni tanto pubblica anche foto di signore piuttosto carnose, che circolano in leggings leopardati e capelli color cioccolato bianco, con evidente ricrescita corvina.

Credo che, più delle immagini pubblicate per sfottere un essere umano, la parte più interessante della pagina siano i commenti. Non quelli delle vittime che minacciano denunce, spalleggiate da amiche convocate apposta.

Mi riferisco alle persone che le sfottono. Specie le donne. Gli uomini sono poco originali, in genere: qualche disgustoso insulto sessista sulla scarsa moralità o avvenenza della fotografata, che nasconde in tanti casi una malcelata fascinazione.

Le donne, in particolare, nel criticare offrono il più affascinante elenco di quanto sia becero, ipocrita, noioso, conformista, privo di fantasia, il nostro ceto medio.

Ci sono due tipologie di commenti che meriterebbero intere tesi di antropologia culturale.

Primo tipo:

  • “Ma non si è depilata?!” (epica la risposta di una vittima, che si immortalò dall’estetista dopo l’oltraggio collettivo).
  • “Ma non si vergogna, questo, ad andare vestito come una donna?”.
  • “Come può non coprirsi il sedere, grassa com’è? Io non mi permetterei mai di fare altrettanto”.
  • Le già citate osservazioni sulla moralità delle fotografate, ree di scoprire troppo delle loro grazie.

Ma i migliori commenti sono quelli del secondo tipo. Si riassumono in 4 parole: “Questo non è vrenzolo”. Riferiti a vestiti animalier con inserti arcobaleno. Vuol dire che il re è nudo, e questo ceto medio perbenista e moraleggiante è sempre più vrenzolo.

Da quando Cavalli ha sdoganato la tamarra nazionale, pure la vrenzola ha ottime possibilità!

E allora questi criticoni della domenica vanno in giro anche loro con variopinti abiti estivi, con l’animalier spinto… Ma fatto da loro, va bene. Sdoganato nel quartiere sbagliato, magari a prezzo di bancarella, è vrenzolo.

Da qualche parte Bourdieu sorride, con le sue politiche del gusto che decidono cosa sia di classe e cosa no.

Da qualche altra parte, con un paternalismo che non risparmia neanche me, provo fascinazione per questo mondo di ciucciotti falsi griffati, copricitofoni ricamati a mano e sgrammaticate minacce di strascini (d’altronde la loro lingua ufficiale non la possono scrivere perché è deprezzata da oltre 150 anni, e le criticone hanno assimilato bene la consegna di odiarla).

Insomma, come le “cugine” spagnole choni, le cosiddette vrenzole mi fanno capire tanto dell’ipocrisia che costruisce la nostra società. Una società nata su una storia lacerata, che porta a paradossi ed esagerazioni. La prima tra tutte è quella di disprezzare la propria cultura o inventarsene una versione “perbene”, in cui decidiamo chi possa entrare e chi debba restare fuori d’ ‘a cartulina.

Non so, di fronte a questo ho come l’impressione che le vrenzole abbiano una funzione sociale. Ci mettono davanti uno specchio che rivela tutto quello che fingiamo di non essere, e invece siamo.

Siamo talmente spaventati da cosa penseranno di noi, come ci giudicheranno ecc., che ci dimentichiamo perfino di fregarcene.

 

tachipirina-quando-e-come-usarla1 Ultimamente sono un po’ stressata.

Roba che dopo la prima lezione serale come prof., ho telefonato a mio padre, medico, per dettare le mie ultime volontà, e lui ha cominciato a sfottermi: “Ma se non hai niente, prenditi una Tachipirina e vai a letto”. Va detto che mio padre ormai lo chiamiamo El Taqui e che, curando bimbi leucemici, è poco incline a farsi commuovere da una trentenne col mal di testa e le orecchie che fischiano.

Allora, preso il fantomatico paracetamol, che qua la Tachipirina non c’è, devo curarmi da me.

Lo farò con una confessione: è successo di nuovo. Sono diventata le cose che faccio.

È una condizione che si verifica quando abbiamo centomila impegni, o crediamo di averne, e allora ci annulliamo completamente in quelli, senza curarci del nostro benessere fisico, delle ore di sonno, o anche della necessità, che improvvisamente ci sembra superflua, di prenderci un momento di respiro, un pomeriggio di svago.

Allora, non so se vi capita, cominciano i frazionamenti: cioè, inizio a dividermi il tempo in funzione dei primi tre impegni urgenti che ho nelle prossime tre ore. Esempio: “Mentre mi lavo i denti ne approfitto per prepararmi la lezione di domani, dopodomani, e una bozza mentale della tesina da consegnare la settimana prossima”. Ma quanto ci metti, chiederete, a lavarti i denti? Oh, ci tengo all’igiene, io!

Risultato? Che in classe chiedo i congiuntivi a chi si sta ancora impiccando sul passato prossimo, la bozza della tesina la tengo intonsa da una settimana e il mio ragazzo, leggendo l’unico racconto che ho rimaneggiato in mesi, mi fa: “Ma il personaggio a pagina 30 da dov’è uscito?”. E mi accorgo che non lo so. Se sti dettagli non li sapeva la Woolf il capolavoro usciva lo stesso, se sfuggono a me annamo proprio bene.

Finché ieri non mi sono presa i miei dieci minuti per fare mindfulness (ma va bene qualsiasi cosa vi serva a tornare un po’ in voi dopo una giornata alienante, tranne certe droghe) e mi sono resa conto che approfittavo anche di quei momenti di calma per farmi venire idee su come spiegare gli aggettivi qualificativi!

“Allucinata”, per esempio. Perché, e lì l’ho visualizzato bene, era come se stessi scorrendo via da me in mille rivoli distratti e fondendomi con le cose che dovessi fare, prendendo la loro forma. E facendole male.

Se quelle energie fossero tornate a me, a fondersi con me, se fossi stata io nelle cose che faccio invece che io, le cose che faccio, sarebbe andato tutto meglio.

Perché il paradosso è questo: se ci lasciamo prendere dall’ansia e ci annulliamo nelle incombenze quotidiane, le portiamo a termine anche male. Il paradosso delle sabbie mobili: più ti agiti e più affondi.

Per far bene le cose, diceva un’amica psicologa, dobbiamo rilassarci il giusto, conservare il minimo di tensione che ci spinga a dare un buon rendimento e la giusta calma per ottenerlo davvero.

Altrimenti, mi spiace per papà, ma non c’è Tachipirina che tenga.

 

frankenstein1994c Al ginnasio andai a vedere il Frankenstein di Kenneth Branagh, con delle compagne di scuola. Tra noi non sempre correva buon sangue: loro mi trovavano (giustamente) una sfigata, e io le trovavo (fondatamente) delle perete.

Il film, ufficialmente, faceva paura. A me, invece, fece cagare. In effetti è tra i più criticati di Branagh. Ma al ritorno, mentre il malcapitato padre di turno accompagnava questa turba di ragazzine eccitate, la mia diffidenza fu interpretata come: te la sei fatta addosso. Loro, invece, facevano a gara a chi avesse retto meglio le scene più gore. Allora imparai una cosa: la gente ama sentirsi furba o eroica, e a tal proposito esalta anche la merda.

Facciamo una prova.

Ultimamente ho scoperto gruppi, che spero sempre siano satirici, fondati da gente che si sente eroica per fare il contrario degli “altri”. Razzisti contro buonisti, per esempio.

Nella mia terra d’origine, il fenomeno assume dimensioni comiche. Avete presente gli afrancesados della guerra napoleonica in Francia? Ecco, tra noi ci sono gli italianizados. Quelli che in italiano si chiamano pomposamente “persone perbene”. Mica ascoltano i neomelodici, loro sentono o Laura Pausini o un gruppo indie sconosciuto ai suoi stessi membri. E non parlano napoletano, questa lingua barbarica che fino a tre generazioni fa era l’unica che si conoscesse in famiglia. Loro storpiano solo l’italiano.

Ma la vera particolarità di questi gruppi è proprio la pretesa di eroismo. Loro dicono le cose come stanno. Cioè: al luogo comune “Napoli è la città più bella del mondo” rispondono con un obiettivissimo “Napoli è una merda dappertutto, tranne che a casa mia”. Come vedete, è la presunta mancanza di obiettività degli altri a renderli eroi, almeno ufficialmente. Una trappola, questa, che secondo me si supera brillantemente con quanto propongo nel titolo: l’arte di dire sticazzi.

 

 

massimiliano_bruno-nando_martellone  Le circostanze delicate in cui si sviluppano certi dibattiti dimostrano che l’attenzione di chi vi partecipa è più spostata verso il proprio ruolo indignato o eroico o presuntamente onesto, che sulla questione in sé.

Indovinate da dove nasce, per me, quest’atteggiamento? Esatto: dall’insicurezza.

Ma alla mia spiegazione preferita devo aggiungerne un’altra: la frustrazione personale sfogata sugli altri. Non è mai colpa mia, se la mia vita va male. Non è colpa di come faccio le cose, o come reagisco a quelle che non posso cambiare. È sempre il resto del mondo che m’impedisce di vivere bene. E almeno mi ritaglio la parte dell’eroe, del Don Chisciotte che con due soldi d’armatura prende per giganti i primi mulini a vento e assume la dimensione di un eroe tragico.

Ma vi ricordate come diceva, quello lì? La storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa. E mi spiace, cari donchisciotti, la tragedia è fuori dal palinsesto o spostata altrove, letteralmente su altri lidi.

Allora di fronte a tanto eroismo d’accatto potremmo evitare sia l’emulazione che l’indignazione e dire: sticazzi.

È eroico dire che Frankenstein di Branagh è una cagata pazzesca, anche se rischiamo di passare per codardi? No. È onesto.

Provo a tornare alla mia triste adolescenza e applicare postumamente la mia teoria con l’altra metà della classe, quella che si sentiva appunto ribelle perché non era ossessionata da moda e attori americani (insomma, non era pereta).

Attirata dalla maggiore apertura mentale, a questi confessai: “A me Skin degli Skunk Anansie non piace tantissimo”.

Al che mi venne risposto: “Ma sei pazza! Non solo è nera, ma è pure bisessuale”.

E STICAZZI!

Oh, mi sento meglio. Avrei dovuto farlo allora.

Pure per te, Skin. Pensa se passi alla storia solo per colore della pelle e tendenze sessuali.

Quello in cui essere se stessi passa per eroismo è un mondo in cui non voglio abitare.

 

Orgoglio   Quando ho costretto qualcuno a prendere un caffè con me e confrontarsi col passato, il nostro passato insieme, non è stata la fine, è stato l’inizio. L’inizio di nuove domande, nuove richieste di confronto. Che non toglievano il problema di fondo: il fatto che lui non volesse a) vedermi, b) darmi spiegazioni, c) tornare con me.

D’altronde, se stavo combinando tutto quel casino, non era per far pace. Era perché una parte di me ancora non aveva chiuso quel capitolo e sperava lo facesse lui.

Detto questo, salve.

Per concludere questo sproloquio sull’ “assenza che ci appartiene” (parafrasando una canzone di Giorgia che forse ricordo solo io), volevo proprio chiedermi: perché abbiamo tanto bisogno di rivedere qualcuno che ci evita? Perché pretendiamo che sia l’altro a chiudere un capitolo della nostra vita?

Capisco all’inizio, quando chi volevamo incontrare era ancora lui, perché era passato poco dalla rottura e ci mancava. Ma col tempo, i lavori, i viaggi, gli altri amori, per me quello che vogliamo rivedere è il nostro passato, con cui abbiamo un conto in sospeso. I nostri vent’anni, che ora ci sembrano spesi male. I maldestri tentativi di farlo innamorare, evaporati al primo incrocio di sguardi con un’altra. L’incapacità di accettare che quello che faccia male a noi sia così indifferente all’altro.

Ecco, la chiave, almeno nel mio caso, è stata la più semplice e la più difficile: accettarlo. Ma proprio prenderne atto. Ingoiare il boccone e andare avanti. Senza cercare altre spiegazioni, i sentimenti non ne hanno bisogno. E l’indifferenza, personalmente, la considero un sentimento di tutto rispetto. Anche quando si accompagna ad altri fattori (come i sensi di colpa), tende a neutralizzarli con la sua evidenza.

Una volta accettato questo, ho avuto il tempo e la voglia di fare altro. Per esempio di accorgermi di quelli che, a invitarli a prendere un caffè, non ci avrebbero pensato due volte.

E poi, devo confessarlo. È stato quando ho accolto l’assenza, che l’assente ha voluto vedermi.

Sapete quando l’ho preso, un caffè col fuggitivo?

Quando ho risolto il problema mio, con me. Quando ho smesso di cercare i miei vent’anni negli errori altrui e ho cominciato a trovarli nei miei.

Oppure quando l’ho piantata di cercare solo errori, spiegazioni razionali, e ho riconosciuto quanto delle nostre vicende sia dovuto al caso. Alla telefonata che l’ha restituito al lavoro, un settembre in cui per noia o solitudine si stava riavvicinando. Alla permanenza all’estero che improvvisamente gli ha risolto ogni dubbio sul cominciare o no la relazione.

Stiamo certi che, se alla base ci fosse stato un interesse vero, sarebbe stato almeno più difficile che queste circostanze avessero rovinato la storia.

Accogliamo l’assenza, dunque, ma come una possibilità concreta. Non come un’ospite scomoda. Che l’accogliamo o meno, quella si siede di traverso sui nostri rimpianti, manco fossero un divano.

Tanto vale accettarla e chiederle quanto conta di restare. Ci risponderà che, in gran parte, dipende da noi. È di quelle ospiti che per andarsene devono assicurarsi di essere ben accette. Quando hai preso atto della sua presenza, quando quasi ti ci sei affezionata, ecco che prende il cappotto ed esce dalla porta giusta.

Quella che nessun altro chiuderà per noi.

funny-ex  Nell’ultimo post parlavamo di amici stalker, poco inclini ad accettare i rifiuti delle fanciulle, e di ex furbissime che si fanno restituire oggetti inutili all’ora dell’aperitivo. Che dite, continuiamo a farci del male? Claro que sí!

Avevo quest’amico, a Napoli, che era uscito a pezzi da una relazione ed era in fase chiodo schiaccia chiodo, ma con tutta la ferramenta. Uno dei… chiodi era durato poco perché la fanciulla viveva “troppo lontano”.

Prosaico? Se accettate una storia fondata unicamente sul piacere reciproco, una motivazione così ci può stare, o avete tutti il ferrarino e lo zio benzinaio.

Fatto sta che a pochi giorni dalla rottura mi contatta lei, su facebook, e chiede spiegazioni a me. Che le posso rispondere, secondo voi. Che è un momento difficile per il mio amico e che non se la sente di avere storie serie. Non è una bugia, non è tutta la verità.

E allora lei attacca con un’analisi psicologica che manco Freud sotto acidi, azzeccandoci su tutta la linea tranne che nella conclusione: “Poiché lui ha paura del nascente sentimento tra noi, troppo bello d’altronde per non destare timori, è sparito per non affrontarlo”.

Per non affrontare il carobenzina, avrei voluto correggerla, ma ho desistito.

Perché “non vuole” è una delle frasi più difficili da accettare. Ci smonta teorie, distrugge alibi, soprattutto ci lascia nudi di fronte all’esigenza di spiegarci perché a qualcuno non piaciamo, come se da questo dipendesse la nostra esistenza ed esistesse, poi, una spiegazione razionale: mi sapete dire perché vi piace il pistacchio e non la zuppa inglese? E sì, il paragone è più calzante di quanto ci piacerebbe credere.

E l’esempio scemo di cui sopra non è niente, rispetto a un genitore o figlio che ci sbatte la porta in faccia, a un ex compagno attivista che a una mail lunghissima di riconciliazione risponde con 5 parole: “Non è possibile, mi spiace”.

O a un ex che semplicemente non ha abbastanza volontà di rivederci per sfidare pigrizia e agenda piena.

Ops, mi sono buttata la zappa sui piedi. Perché ora devo ammettere che tutto questo vale anche per me.

Qualche volta sono stata messa da parte senza preavviso, magari in nome di nuovi amori così grandi che di lì a poco erano già svaniti nel nulla. In un caso, i miei timidi e invero scarsissimi tentativi di tornare a parlare con la persona in questione sono stati respinti in malo modo con la motivazione “ho poco tempo libero e tu non sei una priorità”.

Dopo il pippone che vi ho somministrato, dovrei accettare anch’io pacificamente questa versione, che in fondo è la più semplice, e fare pace col mio passato.

Ok, non lo farò. Lo ammetto. Non perché sia difficile, ma proprio perché non mi quadra.

Capisco che gli alibi di “chi non vuole” non quadrino neanche a voi. Spesso sono dettati dal senno di poi.

E magari è vero, che l’ex non ci restituisce il lume perché ha paura o imbarazzo nel guardarci in faccia, dopo quello che è successo tra noi.

Capiamo una cosa, però. Nessuna considerazione elimina il “non vuole”. Il tipo che s’innamora di un’altra e sparisce esagererà pure a minimizzare ciò che provasse per noi, ma possiamo metterci la mano sul fuoco che non fosse proprio sto sentimento imprescindibile.

E l’ex del lume sarà immaturo, ancora spaventato, ma a noi non ci tiene più, o non come una volta, o non abbastanza da rivederci.

Chiediamoci piuttosto perché abbiamo tanto bisogno di rivederlo noi.

Non sarà che, ancora più di lui, vogliamo rivedere una parte di noi che adesso ci manca?

Se è così, meglio! Potremmo ritrovarla per conto nostro, invece di frugare nel tempo libero di chi non sembra avere più un minuto per noi.

Ne riparleremo.

image2-293x300  Eccolo, è ancora lui. Ormai non deve neanche più chiamarci, basta il WhatsApp. Evitiamo accuratamente che si accenda la spunta blu mentre scorgiamo le prime parole sullo schermo e immaginiamo il resto:

Mi ha messo ‘mi piace’ a…

No. No. No.

Il messaggio si concluderà certo con qualche emoticon di coriandoli, festoni giapponesi, bottiglia di spumante stappata… Ah, non esiste, l’emoticon dello spumante?

Be’, stapperemmo noi quello vero, se il nostro amico stalker capisse che la sua “amata” non ne vuole sapere. Si toglierebbe il pensiero. Ma lei non avrebbe nessun motivo per puntualizzarlo: si sono visti una volta a una festa e chiacchierando cinque minuti hanno scoperto di amare lo stesso film. Fine dell’idillio. Lei è sparita a prendere da bere e si è intrattenuta col barman, un bel po’ in effetti.

Ma il nostro amico, quella notte stessa, l’ha aggiunta su facebook. Giusto in tempo perché lei si ricordasse vagamente della conversazione e del film.

Il resto è invenzione. Quella che ci creiamo da soli in queste situazioni in fondo innocue e quella, ben più pericolosa, che viviamo quando entrano in scena i rimpianti.

Quando scriviamo al nostro ex per riavere il lume da comodino che abbiamo dimenticato andandocene da casa sua: una scusa davvero brillante per incontrarci! Magari alle 20, davanti a un bar famoso per gli aperitivi e vicino al suo ristorante preferito. Strano che lui non cada in questa astuta trappola.

Spiegazione di lui: sono bloccato in casa da tre giorni con una terribile perdita d’acqua che ha generato delle macchie di umido, che stanno marcendo trasformandosi in Gremlins (sempre meglio che un sibillino “No llego”, non faccio in tempo, propinato una volta a me).

Spiegazione nostra: 1) ha i sensi di colpa per come sia finita tra noi (è stata colpa sua); 2) teme che l’irresistibile attrazione che ancora prova comprometta l’effimero rapporto con la tipa insulsa con cui gira ultimamente.

Anzi, magari è quella lì che gli proibisce ogni contatto (perché lui, ovviamente, gliel’ha detto, che rivogliamo il lume).

Forse la verità, in questi casi, è racchiusa in due parole, le più difficili da accettare: non vuole.

La tipa della festa non vuole incontrarti, amico stalker. Può metterti tutti i like del mondo alle foto che posti su fb (certo che pure tu, cominciare a linkare immagini di Johnny Depp che dica frasi profonde per farti mettere mi piace…).

E sì, neanche il tuo ex vuole, amica che non si rassegna. Per i motivi che pensi tu? Immaturità, paura, la gelosia altrui, potrebbero giocare un ruolo importante, ma in definitiva è questo: non vuole vederti. Pace.

Siete ancora vivi? Ne ero sicura. Perché una cosa va puntualizzata.

È vero che a volte i conti non tornino. Che “non vuole”, da sola, sia una spiegazione un po’ povera.

Ma siamo sicuri che qualsiasi altra disquisizione psicologica sull’altra persona neutralizzi questa grande verità?

Ne riparleremo.

 

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