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Un angelo caduto in volo

Nelle puntate precedenti, la vostra eroina era sul punto di comprare un appartamento che già aveva scartato in precedenza, ma che intanto si era popolato di mobili finti e di simpatici gingilli decorativi, messi lì con successo a dare un’idea di casa.

Alla fine non ha funzionato: nonostante la fuffa, il prezzo era ancora esagerato rispetto a quanto vendessero, e non sono rincoglionita fino a questo punto. Ma l’operazione mi ha ricordato quanto, nelle decisioni che contano davvero, la ragione non sia l’unico fattore, anzi. Peccato che questa semplice realtà ce la facciamo rubare da chi non vuole esattamente il nostro bene.

Un esempio? Sappiamo che, specie per gli oggetti di lusso, la pubblicità non ci vende cose, ma stili di vita: per esempio, adesso pare che Victoria’s Secret sia in crisi, e ripenso a quanto prendevamo sul serio, qualche anno fa, quegli angeli che sfilavano in mutande (che sarebbe l’immagine ironica per eccellenza). Però, quando il re è nudo (ok, in questo caso lo è la regina), ci accorgiamo di quanto sia importante la paccottiglia di frasi a effetto e musica ispiratrice che l’ha messo su quel trono.

Potremmo smontare tutti i gombloddi del mondo con ragionate decostruzioni, coadiuvate da statistiche, ma accanto a quello dovremmo metterci, credo, un messaggio positivo, senza lesinare: pensiamo a quelli che da duemila anni pretendono di controllare i nostri corpi in cambio del paradiso!

È grazie al concetto bomberista di “campione” e “condottiero”, che un calciatore come Ronaldo si trasforma in un’intera azienda, il che dovrebbe giustificare il suo acquisto ai lavoratori in difficoltà. E, a proposito di aziende, penso anche a quelli che, più che ragionare senza retorica né vendette postume sull’operato di Marchionne, lo trasformano in una sorta di icona alla Steve Jobs: il “figlio di maresciallo” che s’è fatto da solo. O capitano, mio capitano.

Per questo dico, l’irrazionalità può diventare un’alleata. Parla a una parte di noi che proietta cose, immagina un futuro e, secondo qualche scienziato ci ha aiutati a sopravvivere, nel bene e nel male, fin qua.

Quindi, prima di sperare di salvare l’Italia rispondendo coi ragionamenti a chi vende patriottismo e purezza della razza, pensiamo a quanto abbia fatto bene al matrimonio LGBT+ il messaggio #lovewins.

E cominciamo a crederci anche noi.

Sarebbe una mossa intelligente.

 

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Risultati immagini per smokey eyes fail Sondaggio: chi si è accorto che venerdì non ho pubblicato nulla?

Lo so, lo so, voi avete una vita.

Comunque è stato perché mi hanno ingannata. Peggio ancora, mi sono lasciata ingannare.

In preda ai miei deliranti progetti immobiliari, ho visto la stessa casa due volte, senza riconoscerla. La prima volta l’ho scartata subito, la seconda ho pensato di comprarla.

Che è successo, tra la prima e la seconda visita?

Lo stesso che, secondo qualche hater (scatta l’allerta linguaggio cool), succede alle youtuber “prima” e “dopo” il tutorial per gli smokey eyes: mi volevano vendere un’immagine che non c’è. Infatti credo che, in gergo immobiliarista, si chiami proprio “operazione di maquillage”.

O almeno così l’ha definita l’agente immobiliare che, la prima volta, mi ha mostrato quella centralissima accozzaglia di luoghi comuni su come sia fatto un appartamento qui: ripostigli senza finestre messi lì a rimpicciolire il salone; metri utili di terrazzo trasformati in… lavatoio (ma una lavatrice in cucina, no?); sgabuzzino superfluo per attrezzi in disuso. C’era anche il mio spreco di spazio preferito: quell’anfratto mangiacamere che si chiama vestidor. Il “guardaroba” ce l’hanno anche i miei, ma la loro è una stanza vera, perdio.

Insomma, la prima volta ho visto tutto questo, ho sentito il prezzo e me la sono data a gambe. Il tizio mi ha telefonato il pomeriggio stesso: “Se lo scarti, faccio l’operazione di maquillage e scatto le foto”. “¡Adelante!” ho risposto, anche se era svedese.

E la seconda volta? Beh, prima di tutto le avevo beccate online, queste foto ritoccate a dovere: il fotografo dell’agenzia ci sa fare. Inoltre, stavolta ero arrivata in metro e non a piedi, e sono una che non si orienta per trovare il suo bagno. Infine, ormai sfioravo i quaranta appartamenti visitati, e questo qui era stato letteralmente il secondo. Il prezzo era anche “sceso”, tipo quei portafogli in saldi “a soli 59.99”, e se non mi dai il centesimo di resto m’incateno alla cassa.

Quello che era cambiato davvero, però, era l’idea, dell’appartamento.

La distribuzione delle stanze, ad esempio: rispetto al vuoto cosmico di prima, c’erano pochi mobili IKEA e qualche letto, roba dozzinale che però mi “suggeriva” un arredamento futuro.

La morena che stavolta sostituiva lo svedese era stata onesta fin dall’inizio: era tutto falso, i letti, se toccati, si rivelavano sacchi pieni di roba morbida, con sopra un lenzuolo.

Ma ormai avevo già prenotato quella che credevo essere la seconda visita, da effettuare col povero architetto che ancora non mi ha buttata giù da qualche attico senza ascensore. E che, armato di metro laser (lo voglio!), mi ha ricordato che il gioco non valeva la candela. Per allora, però, ripassando le foto avevo già riconosciuto la cucina, che era rimasta “senza trucco”: era troppo brutta, l’avevo già vista da qualche parte! Il resto l’ha fatto la riesumazione di antichi messaggi WhatsApp, che le ricerche di dottorato a qualcosa mi sono servite.

Come ho potuto cascarci? Attenti, perché sto per ricavare una lezione di filosofia da un mio evidente scimunimento: la seconda volta, con tutta l’ipocrisia dell’operazione, mi avevano venduto un’immagine. Mi avevano mostrato come un vecchio appartamento sarebbe potuto diventare casa. Ci avevo visto proprio me, lì dentro, ad abitare quelle stanze, a portarci i miei affetti, ad arrabbiarmici, a uscirci sbattendo la porta, per poi ritornare poco dopo.

Ecco cosa fa questo tipo di “maquillage” alle case, alle youtuber e alla gente.

Per questo deve diventare il nostro migliore alleato.

Perché quello che chiamiamo ipocrisia a volte è solo proiezione, un’immagine positiva di ciò che potrebbe essere. E funziona con tutto.

Perfino con la politica.

Ne riparleremo.

(Uno smokey eyes ddde classe)

Risultati immagini per barcelona paella sangria  Eccomi qua. Mi aggiro per le stanze, cercando di riconoscerle. Camere in affitto vs camere dell’infanzia, lasciate da poche ore insieme alla famiglia radunata in corridoio per abbracciarmi.

Scendendo all’una di notte dalla navetta dell’aeroporto a Plaça Espanya, lo zaino che mi ballava sulla schiena, ho stretto il braccio al mio ragazzo:

– Siamo tornati a casa.

Lui ha guardato i gradoni bui di Montjuïc, odorosi di un’erba che non avvertivo (ho un raffreddore da cavallo) e ha specificato:

– Siamo tornati a casa, da casa.

È il paradosso nostro, e dei tanti come noi.

Che in aereo ascoltano come noi gli scherzi facili dei connazionali che volano a Barcellona per turismo, e possono ancora fare giochi di parole sulle indicazioni che non capiscono: “Estamos llegando a nuestro destino” diventa “È l’ora del nostro destino”, che rende ancora più inquietante un atterraggio che noi non siamo più tentati di applaudire, visto che viaggiamo spesso e atterriamo sempre.

E allora, davanti a questi ragazzi che chiamano vacanza quello che per noi è vita quotidiana, con la differenza che per noi non è tutta mojitos e fiesta en la playa, davanti a loro sorgono domande esistenziali tipo:

– Ti ricordi quando eravamo italiani?

Intendiamo quegli italiani, quelli che non devono restare, solo godersi questa cartolina turistica e ripartire, al massimo scrivere sulla pagina Gli italiani a Barcellona per chiedere “info sul lavoro lì”, subito bersagliati dagli insulti di chi è restato e lotta ogni giorno con la precarietà.

Già, perché restare non è che ti migliora la vita, o non è così ovvio. È il paradosso che cito sempre del libro di Claudia Cucchiarato, Vivo altrove: chi parte non è che si mette a posto, eh, anzi. Magari non vive coi suoi a 30 anni, ma spesso condivide con due semisconosciuti un appartamento che mantiene lavorando in un call center, con l’unico lusso di non prendersi Erasmus in casa: troppo rumorosi, troppo sporchi, troppo entusiasti per chi ha avuto la malaugurata idea di trasformare in casa il teatro di una vacanza sempre più lontana nel tempo.

Ma chi resta perché lo sa, non corre questo rischio. Parlo di chi sa che tornerà sempre a casa, da casa. Perché ha imparato a caricarsi nello zaino tutto quello che gli serve e ci starà bene dappertutto, e ha smesso di chiedersi “come l’accoglierà questo nuovo posto”, capendo che i posti non accolgono, gli vai incontro tu e vedi se ti ci puoi adattare.

Io per la verità ho trovato il ripostiglio allagato, segno che questa casa comincia a non accogliere me come un tempo. Che la padrona di casa sarà anche gentile, ma lotta da anni con la vecchiaia di un piso ereditato forse da un padre coi calli alle mani e poca pazienza con le autorizzazioni, come tanti padri costruttori del mio “nuovo” quartiere.

Le macerie della mia vecchia vita, vecchia di una settimana fa, mi accolgono tali e quali a come mi hanno cacciata: i soldi rovesciati a terra nella fretta di trovare il caricabatterie, la finestra che incornicia una fetta di tetti e di mare, solcati dall’occasionale sventolio della busta appesa ai fili del bucato, per spaventare i piccioni. Oggi sembra svolazzare al ritmo dei pianti del solito neonato, che purtroppo no, in questi sette giorni d’assenza non si è svezzato, laureato e sposato, come auspicavo (ho scoperto che svezzarsi esiste, come riflessivo: vuol dire togliersi un vizio, e questo l’abitudine di piangere a tutte le ore proprio non l’abbandona).

Il mortaio è ancora nella bustina di cellophane, sul tavolo in soggiorno: l’avevo portato alla lezione pre-vacanze al mio alunno più bravo, un americano volenteroso che studiava italiano per comunicare con su pareja.

Il giorno prima di partire mi avevano mandato le foto della pasta fatta col pesto ricavato dalla lezione, il risultato più concreto che abbia mai ottenuto insegnando italiano.

Si sono lasciati mentre ero via, lui mi ha messaggiato per “sospendere” le lezioni, almeno finché non trova casa.

È quello che succede a parlare una lingua stupenda, ma pleonastica, nell’economia mondiale.

Speriamo riprenda. È proprio bravo.

E51b_S4_House_of_Sand_and_Frog_1-crop-540x404 Ho riscoperto un libro carino che avevo un po’ accantonato durante il dottorato: Vita di casa, di Raffaella Sarti. Un’ambiziosa e dettagliata storia della vita “casalinga” nell’Europa moderna, tra contadini tedeschi che cedono per contratto la fattoria ai figli e lunghe case senza corridoio in cui, per arrivare in fondo, devi attraversare tutte le stanze.

L’autrice mi ha fornito la metafora perfetta per qualcosa che, qualcuno l’avrà notato, mi tormenta da un po’: la mia tensione tra moralismo e apertura mentale al momento di descrivere la mia generazione. Intanto ho scoperto, in ritardo, che ci definiscono millenials. O generazione Y. E io che ero rimasta alla X, descritta da un giovane Ethan Hawke nel già precario Prima dell’alba!

Ma tempo fa ho discusso col mio ragazzo sull’idea scrivere un romanzo su una “Young Adult” alla Charlize Theron, ma trapiantata a Barcellona. Una più-che-trentenne che faccia la stessa vita di una ventenne appena sbarcata in città, tra lavoretti in call center e appartamenti condivisi con coinquilini stranieri con cui sbronzarsi. Sentendosi eroica a non “cadere” nella trappola posto fisso – figli – mutuo da pagare.

La mia sensazione è che alcuni lo facciano per vocazione (ok, allora!) e altri si mettano in un limbo in cui né si precludono del tutto la trappola di cui sopra, né trovano un’alternativa che li faccia star bene. Come se fossero eternamente parcheggiati. Come la Theron nel film: secondo il link qui sopra (che sicuramente avrete aperto), è “incastrata in dinamiche affettive adolescenziali ma afflitta da problematiche adulte”.

Cosa te lo fa dire, insisteva il mio ragazzo. Semplicemente stanno bene così e nessuna normativizzazione di ciò che sia l’età adulta impedirà loro di fare ciò che vogliono.

E invece la professoressa Sarti è venuta in mio aiuto con le sue case di qualche secolo fa. Perché ciascuno, in fin dei conti, si arrangiava con quello che trovava (ricordo un contadino toscano che non poteva sposarsi perché non sapeva dove piazzare il letto, con dieci parenti a dormire nella stessa stanza!).

Ma quando c’era da edificare ex novo, spesso l’abitudine batteva la comodità, almeno per gli espatriati: che minchia ci facevano case col tetto spiovente in riva al mare?

Be’, la famiglia in questione veniva, mettiamo, dal Nord Europa, e aveva sempre fatto così.

Ecco, a volte mi sembra che i “giovani adulti” della mia età applichino alla loro vita strategie di costruzione che appartengano ad altri contesti, che magari li fanno sentire comodi per tradizione, ma poi li fanno soffocare sotto altri aspetti.

Un lavoretto part-time è una manna dal cielo quando hai 20 anni e stai facendo un Erasmus, ma se hai già due lauree e un master perché non ci provi nemmeno, a entrare all’università come lettrice? Se mi dici “Non fanno per me, i figli”, ti capisco, ma se cominci a spiegarmi che “vivi in un quinto senza ascensore, come porti su il passeggino?” o “gli uomini di oggi sono tutti bastardi, dove lo trovo un buon compagno?”… Mi chiedo due cose: perché a pari costo ti prendi un attico e non un primo piano? Perché il tuo reparto amici comprende quasi unicamente tizi arroganti, mediamente fasci e inclini alle battute sessiste?

Insomma, per dirla con Hipster Democratici, la metafora architettonica per descrivere la vita umana è mainstream dai tempi del Vangelo. Ricordate? La storia di quello che costruisce la casa sulla sabbia rispetto al saggio architetto che la fa bene, sulla roccia ecc.

E le case sulla sabbia, se pensiamo alle tende berbere, sono ottime in mezzo al deserto, ma edificate in una grande città… non so. Ci convengono? Se la risposta è sempre a me sì, andate in pace.

D’altronde, a Barcellona, non molto tempo fa, tra gli annunci di stanze in affitto c’era chi offriva una tenda da campeggio nel proprio salotto, non so per quante centinaia di euro.

Coincidenza?

Ma prometto ai miei giovani adulti, da adulta vecchia, che non scorderò più questa frase di Borges, che magari dà senso a tutto il mio sproloquio:

Nulla è costruito sulla pietra, tutto è costruito sulla sabbia, ma dobbiamo costruire sulla sabbia come se fosse pietra.

welcomeVolevo tornare su una questione che mi preme molto: quella della paura che più la evitiamo più si realizza.

E sì, mi vengono vari esempi, come il racconto orientale che è diventato Samarcanda di Vecchioni, ma ha un bel po’ di secoli all’attivo. Oppure, meglio ancora, il grande classico di Giona, il nonno scemo di Pinocchio. Va’ a Ninive a predicare, gli fa il suo Dio. E lui manco p’ ‘a capa, a Ninive troverò la rovina.

E invece la trova non andandoci, nella bocca di una balena. Insomma, di un pesce molto grande.

Quanto vi suona familiare, questo? A me tantissimo.

Tutte le volte che ho provato a fuggire da qualcosa, ci sono finita giusto dentro.

E per la cronaca, Ninive alla fine “pensavo peggio”, deve aver ammesso Giona quando si è accorto, una volta arrivato, di essere diventato presto il predicatore n. 1.

Perché con le paure succede questo, che la cosa di cui abbiamo paura, di per sé non è brutta come la dipingiamo. È ciò che veramente temiamo (per esempio, essere respinti), che in quel momento è rappresentato da quel lavoro, da quella telefonata da fare, che fa paura.

Io sto avendo un piccolo problema con l’appartamento nuovo. E lo so, sto al secondo trasloco in meno di un anno, ma passata l’urgenza iniziale di scappare dall’altro posto, non mi ci sento più tanto a casa. Ci resto, eh, un terzo trasloco mi ammazzerebbe e conosco problemi peggiori.

Ma la casa da cui scappavo, che avevo ereditato lugubre e piena della solitudine di chi ci viveva prima, si fa ogni giorno più serena, accogliente. Perché ci lavoro su, ci invito gente che la sa amare e trattare bene, la pianta è sempre innaffiata, le pareti imbiancate da poco sono più belle quando c’è qualcuno a riderci vicino.

Questa casa invece è stata una fortuna, è vero, presa in fretta e furia e in un giorno tremendo.

Ma ha un problema: un rifugio difficilmente diventa una casa.

Come una storia in cui entriamo non per chissà che amore, ma perché ci sentiamo al sicuro. Da una minaccia che magari, come Ninive, non era poi sto drammone.

E poi il rimedio è peggiore del male o, per dirla alla Watzlawick (che traviserò clamorosamente) il problema è la soluzione.

Negli amori tiepidi entriamo per sentirci al riparo dalla sofferenza, e in quella caschiamo, spinti dalle nostre stesse ambiguità.

La sofferenza che vedevamo rappresentata invece in un amore vero, la paura della dipendenza ecc, diventa più interessante di quest’incubo, di sicuro più sensata.

Un rifugio non è mai casa, ahimé.

Difficilmente lo diventa.

Che dite, cominciamo? A chiamare casa ciò che davvero lo è. Non quello che ci fa sentire al sicuro, ma quello che ci fa sentire pronti a uscirci al mattino e tornarci la sera.

Sapendo che fuori non sarà tutto rose e fiori, ma davvero, “pensavamo peggio”.

welivehereNotoriamente, ho il senso della casa e dell’ordine di un bufalo imbizzarrito che abbiano appena rinchiuso in un appartamento (non chiedetemi come ce l’abbiano portato). Le operazioni di disinfestazione di casa mia, per i parenti in visita, richiedono di solito un disinfettante, vari acquisti dal negozio di igiene per la casa del quartiere, e l’intervento non proprio facoltativo di un esorcista.

Finché i soliti amici psicologi non mi hanno fatto sospettare tutta una complessa metafora tra disordine interno e disordine esterno (ah, non era solo pigrizia cronica?) e mi hanno proposto di provarci, almeno. Non aspettare proprio l’emergenza sanitaria per fare più dello stretto necessario per sopravvivere.

Così, armata di scopa e ramazza e candeggina profumata (candeggina io?!) mi sono messa a pulire tutta la casa nello stesso giorno, impresa nel mio caso meno frequente dell’incontro con un ectoplasma. Quando finalmente mi sono concessa la meritata doccia, mi sono sentita strana. Cioè, l’idea di uscire da lì senza dovermi fare strada tra i relitti dell’ultimo trasloco era una rivoluzione copernicana. E non era niente male.

Solo che per qualche secondo ho avuto la sensazione di non essere più io, a quel punto. Perché una buona parte di me si identificava con quel caos interno ed esterno che faceva molto tipa figa e vittima di se stessa. E ora era svanito. Ho ripensato ai miei giochi infantili in giardino, al terreno che mi inzaccherava in ogni dove e ai poveri lombrichi estratti dalla terra. Ora che ho una cura maniacale almeno per la mia persona, mi sono resa conto che tutto quello sporco, prima che mamma mi buttasse di peso nella vasca da bagno, mi proteggeva.

Mi sentivo al riparo.

E forse se lasciavo casa mia in quelle condizioni, disboscandola solo per l’arrivo di ospiti, era per sentirmi come Horacio Quiroga in un racconto che lessi a scuola, in cui il protagonista e sua sorella si vedevano piano piano la casa invasa da… non si capiva bene cosa, e vivevano sempre più costretti in un angolino minuscolo.

Io sono un po’ così, è come se mi ritagliassi un angolino di casa (di solito il letto) che sia solo mio, e le mie incursioni nel resto dello spazio domestico siano solo piccoli incidenti, frutto della necessità di mangiare o lavarmi. È come se la casa possedesse me, e io mi permettessi di occuparne una minima parte, che mi faccio bastare da così tanto tempo che credo perfino che mi avanzi.

Ovviamente è un’ordalia a cui mi sottopongo da sola, per sentirmi al riparo.

È come se, dicevo in un altro articolo, per sentirmi al sicuro il pericolo me lo debba creare. Fa tanto campagna elettorale dei conservatori americani, ma se ci pensate non è così raro.

Diamo per scontato che “fuori” (di casa, dal letto) sia pericoloso, e allora non ci proviamo nemmeno. Ci ritagliamo il famoso angolino di cui si vaneggiava in precedenza, e ci sentiamo al riparo.

Di base c’è l’idea che non sappiamo vivere altrimenti. Che qualsiasi cosa ci aspetti fuori, che sia una montagna di panni da lavare o un lavoro da procurarsi, non siamo capaci di affrontarla.

E allora ci mettiamo al riparo. Da pericoli realmente esistenti (ripeto che non ci sono formule magiche per trovare lavoro, ce ne sono, e non così magiche, per gestire il fatto di non avercelo e continuare a cercarlo). E spesso, da pericoli che ci creiamo noi, per convincerci che siamo così bravi, e prudenti, a ripararci dalla vita.

Finché non ci accorgiamo che abbiamo passato la vita a metterci al riparo da noi stessi.

Continuiamo presto.

scatoleAdesso mi tocca il paradosso.

Passare da casa mia vecchia alla nuova, senza aver mai transitato davvero per questa che mi accoglie ora. Che mi ripara, vorrei dire, perché dal primo giorno in cui ci ho messo piede mi ha offerto un tetto e delle pareti da opporre al vento, ma proprio mentre facevamo conoscenza mi è crollata addosso, e non per colpa sua.

È stata la testimone di una vita spezzata, forse il trauma di due, e per ironia della sorte, da qualche parte dei ricordi di qualcuno, la tomba che questa casa è diventata per me nei mesi a seguire è solo la grande premessa di un dramma tutto suo, che già non mi appartiene.

Io stessa sono diventata una premessa, una parentesi. Ho accettato di diventarlo, un po’ perché non volevo accorgermene, un po’ perché, quando lo sei, sei sempre l’ultimo a saperlo, speri sempre che accada qualcosa che ribalti tutto.

E ora gli scatoloni che ho lasciato sigillati come le mie labbra, che per due mesi non si sono nutrite di cibo e da sei non lo fanno di baci, gli stessi scatoloni nei cui bordi sfasciati a volte sbircio, per spiare una vita che non c’è più, mi serviranno per il nuovo trasloco, in una vita che non c’è ancora.

Mi vedo sulla mia terrazzina nuova a farmi un lungo pianto, lungo lungo, un peana solidale con l’attico che lasciavo per la casa tutta per me, e la casa stessa, che tutta per me non lo è stata mai, perché ai suoi fantasmi si sono aggiunti i miei.

E ora è divertente, quasi, sedere su un vecchio divano semibarocco, non ancora coperto da una federa IKEA mai comprata, e scoprire che lì, una vita fa, quando ancora stentavo ad aprire la porta a me nuova, avevo messo la bustona con la roba del bagno vecchio, quella curiosa stanzetta a forma di L che gli aveva guadagnato il nomignolo di Bagno di Barbie.

I miei occhi sono ormai smaliziati, che le tombe di mattoni servono almeno a questo, e adesso forse quel bagno lontano mi apparirebbe per ciò che era: una bugia. Un angolino strappato coi denti a una soffitta che non avrebbe mai dovuto essere abitabile, da un proprietario ingordo che voleva altri 500 euro al mese.

Ma osservando curiosa le vecchie creme, i pettini ormai impolverati e odorosi di sapone, mi ritrovo di nuovo là, nella casa vecchia, prima serena e poi disperata e poi confusa, agli albori del trasloco.

Cosa diventerà, tutto questo, nella casa nuova? Mi porterò qualcosa degli scatoloni dei libri, il dispetto sincronico di Sofi Oksanen vicino a Eduardo Mendoza, che mi aveva fatto abbandonare ogni tentativo di ordinarli?

Non lo so, restando in tema di libri ho Grandi Speranze. Che è diverso da grandi aspettative.

E qui rido pensando a dieci case fa, al primo coinquilino e gli errori di traduzione di cui oggi rideremmo con la sua compagna. “Ma se te l’ho chiesto, l’altra notte, se avessi aspettative!”. “Ma io per aspettative intendevo un’altra cosa!”. E allora lui prendeva il vocabolario d’inglese e mi faceva vedere:

Expectation: a prospect of future good or profit: to have great expectations.

I have no more expectations, dearest. La differenza è questa.

L’inaugurazione di questa casa, tra tante aspettative, non l’ho mai avuta. La nuova la voglio inaugurare con un pianto, che sia di gioia, quando tra me e il cielo su Poble-Sec, che non è più il Raval e chissà che significherà questo, quando tra me e il cielo non ci saranno più tre piani e una vicina curiosa, non ci sarà più niente. Solo le lacrime con cui commossa e un po’ stanca chiederò protezione al primo sole.